padre Alberto Maggi OSM

 

 

L’augurio più bello ci viene dalla liturgia di questo giorno in cui la chiesa ci propone il Prologo al Vangelo di Giovanni, i primi diciotto versetti del suo Vangelo, che sono un testo nel quale l’evangelista riassume tutta la teologia del suo libro.

L’evangelista inizia questo Prologo correggendo la scrittura e lo termina smentendola. Infatti, come inizia? “In principio era il Verbo”.

L’evangelista si rifà al primo libro della Bibbia, il libro della Genesi, che incominciava con queste parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra”.

Ma lui non è d’accordo. Prima ancora di creare il cielo e la terra,in principio c’era già il Verbo.

Il termine indica la parola creatrice, quella che realizza il progetto di Dio nella creazione. E l’evangelista si distacca anche dalla spiritualità giudaica dell’epoca.

In questa spiritualità si diceva che all’inizio c’erano le dieci parole di Dio che sono il fondamento dei dieci comandamenti.

Per l’evangelista c’è un’unica parola che si manifesterà in un unico comandamento, quello dell’amore vicendevole, che Gesù darà ai suoi.

Quindi fin dall’inizio c’era questo progetto di Dio, questa parola creatrice di Dio, che era di comunicare vita all’umanità.

Non possiamo qui commentare tutto il Prologo, scegliamo soltanto alcuni versetti, quindi salto al versetto 4. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”.

Nella tradizione ebraica si diceva che la luce – e per luce si intendeva la legge – era la vita degli uomini.

Anche qui l’evangelista prende le distanze: non è la luce la vita degli uomini, cioè un qualcosa di esterno, la legge che l’individuo deve osservare, ma la vita è la luce degli uomini.

La risposta al desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro è la luce interiore che guida i suoi passi. E l’evangelista garantisce che questa “luce splende nelle tenebre”.

La luce non deve lottare contro le tenebre, non deve sprecare energie, deve soltanto espandere il suo splendore.

“E le tenebre non l’hanno vinta”.

Ecco la garanzia che le forze nemiche di questo progetto di vita non l’hanno vinta.

Abbiamo visto che tutto quello che è vita, che è espressione di vita procede da Dio, tutto quello che non ha vita, la soffoca o la limita, rappresenta le tenebre secondo il vangelo.

In questo vangelo Gesù, poco prima di essere arrestato dirà: “«Coraggio io ho vinto il mondo!»” Quindi chi si mette a fianco della vita e della luce è sempre vincitore.

Al centro del Prologo, al versetto più importante, si legge: “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto”.

E’ un monito dell’evangelista rivolto a tutte le comunità affinché non ripetano gli errori di Israele, che ha atteso tanto il Signore e quando è venuto non l’ha riconosciuto.

Perché?

Dio fa nuove tutte le cose.

Chi pensa coi parametri dell’antico di poter scoprire il nuovo, si inganna.

Per accogliere Dio che fa nuove tutte le cose è necessaria una conversione, un cambio continuo. E per comprenderlo bisogna come lui porre il bene dell’uomo come valore principale della propria esistenza.

E quindi c’è il rischio che, nel nome del Dio del passato, non si riconosca e non si accolga il Dio che si manifesta nel presente.

Dio è sempre nuovo e, per accogliere questo Dio che si fa nuovo, bisogna essere

sempre nuovi.

C’è il rischio che, in nome della tradizione, della dottrina del Dio del passato, non si scopra e non si accolga il Dio che si fa nuovo.

Ed ecco al centro del Prologo, il versetto più importante. “A quanti però lo hanno accolto”. Con Gesù Dio non è più da cercare, ma da accogliere, non è più l’uomo orientato verso Dio, ma Dio che chiede di essere accolto nella vita dell’uomo e di non vivere più per lui, ma vivere di lui e con lui e come lui andare verso gli altri. “A quanti però lo hanno accolto ha dato il potere di diventare Figli di Dio”.

 Figli di Dio, secondo questo vangelo, non si nasce, ma si diventa.

E’ una libera proposta che Dio fa agli uomini e che gli uomini devono accettare. Diventare figli di Dio significa avere la sua stessa vita, cioè la condizione divina, una vita capace di superare la morte. E l’evangelista continua: “E il Verbo si fece carne”.

L’evangelista non scrive, come ci saremmo aspettati, “si fece uomo”, ma usa un termine greco che indica la debolezza dell’umanità. E’ importante questo. Non si realizza in un super uomo da ammirare, ma nella debolezza della condizione umana. E questo è tanto più importante perché ci fa capire che non esistono doni di Dio che non passino attraverso l’umanità delle persone.

Per questo, più la persona sarà umana, e più il divino splenderà in lui.

“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare”, letteralmente “venne a mettere al sua tenda” come il Dio dell’Antico Testamento che aveva la sua tenda in mezzo al popolo, “in mezzo a noi”.

La traduzione dice “in mezzo a noi”, ma l’evangelista scrive “in noi. Non sta in mezzo a noi, ma in noi.

Il Dio di Gesù è talmente innamorato degli uomini che chiede di essere accolto per fondersi con loro, dilatare la loro capacità d’amore e far sì che ogni persona e ogni comunità diventino l’unico vero santuario nel quale si irradia l’amore di Dio.

Quindi non in mezzo a noi, ma in noi.

In questo vangelo Gesù dirà che in chi lo ama lui e il Padre verranno a prenderne dimora. Quindi non c’è più un santuario a cui andare, ma ogni individuo diventa il santuario che deve andare verso i lontani, gli emarginati.

E, concludendo questa analisi, saltando al versetto 17, questo Gesù che realizza il progetto di Dio indica una nuova relazione con il Padre. E qual è? “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè”. La legge era qualcosa di esterno all’uomo che l’uomo doveva osservare. “La grazia e la verità”, espressione che indica l’amore fedele di Dio, “vennero per mezzo di Gesù”.

C’è una nuova relazione con Dio. Non è più basata sull’osservanza della legge, ma sull’accoglienza del suo amore; non più sui meriti delle persone, ma sui loro bisogni. Questa è la novità proposta da Gesù.

 Il credente non è più colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi, ma è colui che assomiglia al Padre accogliendo e praticando un amore simile al suo.

Abbiamo visto che l’evangelista inizia correggendo al scrittura e la termina smentendola: “Dio nessuno lo ha mai visto”. Come può Giovanni scrivere questo? Eppure Mosè, Aronne ed altri hanno visto Dio. No.

L’evangelista non è d’accordo. Hanno avuto esperienze limitate, ed, essendo esperienze limitate, non possono esprimere la pienezza della volontà di Dio.

“Dio nessuno lo ha mai visto”, solo il “Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre”, cioè nella

piena intimità del Padre, “è lui che lo ha rivelato”.

E da qui inizia l’invito dell’evangelista a centrare tutta l’attenzione su Gesù.

Gesù non è come Dio, ma Dio è come Gesù.

Quando Filippo gli dirà: “Signore mostraci il Padre e ci basta”, Gesù gli risponderà: “Non hai capito che chi vede me vede il Padre?”

Allora l’invito dell’evangelista da questo momento è “centratevi su Gesù”. Soltanto comprendendo Gesù e i suoi gesti e le sue parole, si arriverà a capire chi è Dio.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

Enzo Bianchi

 

 

don Giuseppe Bellia

 

 

padre Ernesto Balducci “Il tempo di Dio” (1992)

 

 

Significativamente nel martirologio odierno si legge: “Commemoratio Nativitatis Domini nostri Jesu Christi”. Natale è una memoria, anzi la memoria per eccellenza, perché ricorda la nascita di Gesù da Maria a Betlemme, una nascita che significa molto più della nascita di un bambino che viene nel mondo. Perché in verità noi possiamo proclamare che con quel parto Dio si è fatto uomo come noi, che la Parola di Dio si è fatta carne (cf. Gv. 1,14), che Dio è diventato l’Immanu-El, il Dio-con-noi (cf. Mt. 1,23; Is. 7,14), solidale in tutto con noi, assumendo la nostra precarietà dal concepimento fino alla morte.

Questa è la buona notizia, il Vangelo che l’angelo annuncia come “grande gioia per tutto il popolo”. Questo è il cuore della nostra fede cristiana, una fede che non può entrare in concorrenza con le religioni e i loro dèi, perché ciò che proclama è l’inaudito: un Dio-uomo, carne mortale, un Dio che non si è limitato ad avere cura di noi ma ci ha amato fino a voler essere uno di noi, nella condivisione reale e radicale di ciò che noi siamo.

Ma sostando su questo evento siamo meravigliati anche dalla forma di questa venuta, dallo stile dell’incarnazione. Dio non è venuto tra di noi con la sua potenza, il suo splendore, la sua gloria, imponendosi al mondo; non è apparso in una teofania che avrebbe destato timore e tremore. No, Dio si è manifestato nell’umiltà, nella semplicità di una vicenda i cui soggetti sono uomini e donne poveri, che non emergono, senza grandi ruoli. Dio è venuto tra di noi “svuotandosi” delle sue prerogative divine, e possiamo dire che si è abbassato fino a prendere l’ultimo posto tra di noi, quel posto di schiavo che non gli sarà mai rubato (cf. Fil. 2,5-8).

La forma e lo stile di questa venuta di Dio tra di noi erano inattesi, e anche per questo molti hanno inciampato e hanno trovato occasione di scandalo in Gesù. Non la logica mondana, neppure la logica dei profeti dell’Antico Testamento si intravedeva nella venuta messianica del Figlio di Dio. Potremmo dire che Natale manifesta un “Dio al contrario”, il quale non si rivela né con potenza né con splendore accecante, e un “Messia al contrario” che nasce tra poveri, come un povero, in una stalla, deposto in una mangiatoia.

Il cristianesimo è tutto qui, in questa contemplazione di un Dio fatto povertà, di un Eterno fatto mortale, di un Onnipotente fatto infante, di un tre volte Santo diventato terrestre, mortale. Insomma, uno di noi, uno tra di noi, uno con noi!

Nella pagina del vangelo proclamata nella notte di Natale è significativa la presenza dell’imperatore di Roma, Cesare Augusto: lui sì che comanda, che ha potere su tutta la terra, fino a ordinare il censimento. Ed è proprio questo censimento che consente a Giuseppe e a Maria di spostarsi da Nazaret di Galilea a Betlemme, e dunque consente la nascita del Messia nella città di David: in verità chi regge e disegna la storia è Dio, non Cesare Augusto…

È anche significativo che, avvenuta quella nascita, l’annuncio della gioia grande sia rivolto a pastori, cioè a poveri, e a poveri periferici, esclusi anche dalla vita religiosa del tempio. A loro è svelata la gloria di Dio in quella nascita, a loro è detto l’amore di Dio che porta la pace. E proprio questi poveri, ai quali è svelato il mistero, obbediscono e vanno a vedere ciò che si presenta umanissimo: una donna che ha partorito, un figlio appena nato, un padre che è il custode di quella nascita (cf. Lc. 2,15-16).

Nella loro povertà i pastori hanno capito che quella non era una nascita qualunque, anche se la sua forma era quella che conoscevano. Per questo glorificano Dio e trasmettono l’annuncio della grande gioia che hanno ricevuto (cf. Lc. 2,17.20).

Da quella notte non si può più dire Dio senza mettergli accanto la parola uomo, perché Gesù è il Dio-uomo, perché la nostra mortalità è entrata in Dio e la vita di Dio è entrata in noi. Natale è la nascita di Gesù ma è anche il “coniugamento”, le nozze tra Dio e l’umanità.

Enzo Bianchi

 

 

 

Luciano Manicardi

 

 

 

 

Lode alla Parola fatta carne

Sant'Agostino e san Giovanni Crisostomo pensavano che parlare come si parla nel prologo fosse al di là delle forze umane. Il carattere sacro di questo inno fu colto per secoli anche dalla fede semplice del popolo di Dio che lo usò come benedizione per i malati e per i bambini appena battezzati, lo si portava anche al collo come amuleto per proteggersi da malattie, temporali e infestazioni diaboliche [1].

Ma, se per molti credenti si sviluppò presto la consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa di davvero speciale e di sublime, per tutti gli esegeti questi 18 versetti pongono moltissimi problemi testuali, critici e interpretativi. E noi, aiutati innanzitutto dallo Spirito e dalle fatiche di quanti dedicano la vita allo studio delle Scritture, tentiamo di entrare in sintonia con il testo abbozzando una lectio che ci apra la porte della meditatio, dell'oratio e della contemplatio [2].

Il contesto nel quale situare l'inno è duplice: il quarto vangelo (d’ora in avanti abbrevio con: qv) e gli inni a Cristo che troviamo nella NA [3]. Tra il prologo e il qv c'è una sconcertante combinazione di somiglianze e diversità, oggi si è inclini a supporre un poema originario indipendente adattato al vangelo. Il poema originario forse fu un inno della Chiesa di Efeso elaborato in ambienti giovannei. Infatti, di inni a Cristo si fa menzione nella NA e spesso sono in connessione con l'Asia Minore: Fil 2,6-11; Col 1,15-20, 1Tm 3,16; Eb 1,2-5.

Una delle possibili strutture dell'inno si articola in 4 strofe (corsivo grassetto):

1. vv. 1-2       La Parola con Dio

2. vv. 3-5       La Parola e la creazione

3. vv. 10-12b  La Parola nel mondo

4. vv. 14-16    La partecipazione della comunità alla Parola

All'inno sono stare unite due serie di aggiunte (corsivo marrone):

* ampliamenti esplicativi: i vv. 12c. 13 (come spiegazioni del v.12), i vv. 17. 18 (come spiegazioni del v. 16)

* materiale concernente Giovanni Battista: forse originariamente erano i versetti iniziali del qv poi spostati quando il prologo ne divenne la prefazione: vv. 6-9. 15.

I STROFA - La Parola con Dio.

1 In principio la Parola era; la Parola era alla presenza di Dio, e la Parola era Dio. 2 Essa era presente con Dio in principio.

Le prime parole sono le stesse che aprono la Genesi, adatte ad iniziare un racconto; infatti il prologo è una descrizione della storia della salvezza in forma di inno dove l'accento è posto soprattutto sul rapporto di Dio con gli uomini. Dal suo inizio la Parola si concepisce nel suo manifestarsi agli uomini. Ma qui, a differenza di Genesi, in principio è una designazione più qualitativa che temporale, proietta nella sfera divina e accenna brevissimamente alla Parola con Dio nella pre-creazione. Poiché il tema dell'inno è la Parola mi attardo su questo ricchissimo termine logos. Il vocabolo è greco ma i suoi contenuti sono da cercare più che altro nel pensiero biblico. Non c'è nessun parallelo ellenistico o semitico che spieghi completamente l'uso de “la Parola” nel prologo[4], ma sembra che la descrizione della Parola fatta in questo inno sia di gran lunga più vicina a correnti di pensiero bibliche e giudaiche che non a quelle della filosofia greca. La profonda fusione nel prologo di motivi tratti da Gen 1-3 (in principio, creazione, luce, vita, tenebre contro luce) e della teofania del Sinai (tenda, gloria, amore fedele) fa pensare che le immagini fondamentali dell'inno provengono dalla PA. L'attività della Parola nella creazione, nel mondo e soprattutto nella storia della salvezza, indica che questo concetto è più vicino alle implicazioni dinamiche dell'ebraico dabar che comprende insieme parola e azione, una certa energia dinamica e un certo potere suo proprio, caratteristiche che mancano all'astrazione intellettuale implicita negli usi filosofici del logos. I nuclei principali dello sfondo semitico sonotre: 1. La Parola del Signore: nel modo di vedere ebraico una parola, una volta pronunciata, aveva una esistenza quasi sostanziale sua propria (Is 55,11), anche se il pensiero ebraico non la personificò mai. Il concetto di una parola di Dio creativa è molto antico, si trova nel Medio Oriente fin dal III millennio a. C. 2. La Sapienza personificata: agente attivo della creazione la cui descrizione si ricollega a molti aspetti del prologo. 3. La Torah: secondo la speculazione giudaica la Torah è la prima creatura e tutte le cose furono create sul suo modello. Questi tre filoni s’intrecciano e si snodano ampiamente nelle Scritture, ecco alcuni esempi delle attività della Parola: creare e sostenere il mondo (Gn. 1; Sl. 33,6.9; 147,15-18; Is 40,26; 48,13; Sp. 7,22; 9,1-9; Prov 8,27-28), unificare (Ez 37,4; Is 40,8; 55,10; Sap 16,11), essere efficace nei profeti (Os 1,1; Gl 1,1), dare la vita (Dt. 32,46-47), guarire (Sal. 107,20), conserva coloro che credono (Sap 16,26).

Nel pensiero dell'autore del prologo la parola creativa di Dio, la Parola del Signore che era rivolta ai profeti, è divenuta parola personale in Gesù, che è l'incarnazione della rivelazione divina. Gesù è la divina Sapienza preesistente ma venuta tra gli uomini per insegnare e dare la vita. Non la Torà ma Gesù Cristo è il creatore e la sorgente della luce e della vita. Egli è la presenza di Dio tra gli uomini. E tuttavia anche se tutti questi fili si intrecciano nel concetto giovanneo della Parola, questo concetto rimane un contributo unico del cristianesimo. Esso è al di là di tutto ciò che è stato prima, proprio come Gesù è al di là di tutti quelli che sono stati prima.

Dunque l'inno è interessato a ciò che la Parola fa e non indaga sul come era. Tuttavia si apre con un accenno all’essere eterno della Parola. Al v 1 da notare sono i tre usi del verbo essere notati dai primi Padri della Chiesa: era: esistenza – relazione – predicato. È un richiamo probabile alle affermazioni tipiche del qv sull'ego eimi (IO SONO) di Gesù. Il greco pros ton theon (identico nel v. 1 e 2) può essere tradotto in due modi: “verso Dio” (indica movimento e fa inclusione con pros ton patera del v.18 e rimanda a 1Gv. 1,2) e “con Dio” (indica lo stare, la compagnia e si collega a Gv. 17,5). Il v. 2 ripete, non a caso, l'affermazione inerente alla relazione quasi ad attutire la forte e rara asserzione di 1c. Circa la divinità di Gesù Cristo l'inno sfiora l'uso del nome “Dio” ma omette l'articolo così evita di identificare la Parola con il Padre (solo per indicare Dio Padre si usa l'articolo davanti a theos). La NA parla pochissimo di Gesù come Dio e solo in un contesto liturgico, in inni e dossologie (Gv. 1,1.18; 20,28; Rm. 9,5; Eb. 1,8; 2Pt. 1,1) [5]. La riluttanza è comprensibile sia come parte dell'eredità ricevuta dal giudaismo sia perché nel I secolo il concetto più ampio di un Dio trino tipico del cristianesimo si stava appena avviando, come risulta dall'esclamazione posta sulle labbra di Tommaso: “...mio Dio” (Gv 20,28) formando con Gv 1,1 una inclusione al qv. Ma per noi, dopo duemila anni di riflessione ed esperienza è perfettamente corretto dire che la Parola era Dio. Poiché in tutto il prologo la Parola significa la Parola-fatta-carne si può vedere nell'uso di theos senza articolo qualcosa di più umile che non l'uso di ho theos per il Padre (Gv 14,28; 17,3; Fil 2,6-7).

Questa prima strofa inizia e termina con il tema del principio e della relazione tra la Parola e il Padre senza indagare in che modo la Parola giunse all'esistenza, perché la Paola semplicemente era.

II STROFA - La Parola e la creazione

3 Per mezzo di lei ebbero origine tutte le cose e senza la sua presenza nessuna cosa ebbe origine. 4 ciò che aveva avuto origine in lei era vita, e questa era la luce degli uomini. 5 La luce risplende nelle tenebre perché le tenebre non la vinsero,

Con un nuovo verbo (egeneto) si passava dall’ambito dell’essere a quello del divenire, dall’increato ed eterno (dei vv. 1-2) alla creazione nel senso più ampio che si possa immaginare. Infatti si dice tutto, tutto ciò che è creato è intimamente connesso alla Parola perché creato non solo esiste perché ogni cosa esiste nell’abbraccio di Dio. Il fatto che è precisamente la Parola a creare significa che la creazione è un atto di rivelazione, di comunicazione di un qualcosa, di Qualcuno da scoprire, che vuol parlare con me. La creazione è un punto di partenza (comunicazione) che ha in se un punto di arrivo (comunione). Tutta la creazione porta l’impronta della Parola di Dio (Sap 13,1; Rm 1,19-20). L’espressione “tutte le cose” è un’espressione quasi liturgica che coglie la pienezza della creazione, di una creazione i cui contorni ci restano impercettibili, che ha in se già la rivelazione dell’infinito. (Rm 11,36; 1Cor 8,6; Col 1,16).

Il significato dei vv. 3-4 è molto vicino a quello del v. 3 ma l’accento si sposta dal ciò che fu creato ad un suo aspetto: il creato è vita. Continua l’intenzionale parallelo con la Genesi che presenta tante forme di vita creata e come prima creatura: la luce. In Genesi si parla soprattutto di vita naturale ma nel prologo di vita eterna (che ingloba e abbraccia quella naturale). Probabilmente c’è un certo legame con Gen 2,9 e 3,22 dove si parla dell’albero della vita eterna i cui frutti, a causa del peccato non furono gustati fino a quando non furono ridonati in Gesù Cristo (Ap. 22,2), è lui l’albero di vita eterna sempre disponibile con il suo cibo (frutto di ogni mese dell’anno), il pane della vita eterna (Gv 6). Ciò che aveva avuto specialmente origine nella Parola creativa di Dio era il dono della vita eterna. Questa vita era luce per gli uomini perché l’albero della vita era strettamente associato all’albero della conoscenza del bene e del male, ossia di tutto. Se l’uomo avesse superato la prova avrebbe posseduto la vita eterna e la luce della conoscenza. Ma il peccato, che è tenebra, produce ignoranza, non attenzione, astrazione, allontanamento, oblio. Il peccato tentò di insidiare tale luce ma non vi riuscì. La luce non smise di risplendere e all’uomo fu dato un raggio di speranza. Gen 3,15 dice che Dio pose inimicizia tra il serpente e la donna e che il serpente non era destinato a vincere la stirpe di lei, che nella NA è Gesù. Che i circoli giovannei si richiamassero a Gen 3 è evidente in Ap 12, dove la vittoria di Gesù sul diavolo è raffigurata in quella del figlio della donna. Il prologo nella terza strofa parlerà della venuta della Parola nel mondo per sconfiggere le tenebre. Ma prima troviamo la parentesi di 4 versetti che trattano del Battista.

6 C’era un uomo mandato da Dio, di nome Giovanni, 7 che venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, così che tutti gli uomini credessero per mezzo di lui: 8ma solo per rendere testimonianza alla luce, perché egli non era la luce. 9 La luce vera che illumina ogni uomo veniva nel mondo!

Forse i vv. 6-7 erano l’inizio originale del IV vangelo e precedevano l’attuale v. 19. Ci sarebbe stata una buona sequenza: il v. 7 dice che Giovanni venne per rendere testimonianza e i vv. 19ss presentano questa testimonianza e le circostanze in cui essa fu data. La luce (vv. 4-5) invece non ha bisogno di testimoni, mentre nel v. 19 si tratta di rendere testimonianza davanti a quelli che sono ostili e non hanno ancora veduto Gesù.

Il v. 8 può essere una confutazione delle esagerate pretese avanzate dai discepoli del Battista che forse reclamavano per lui il titolo di “luce”.

Il v. 9 riprende il tema della luce e prepara il v. 10 dando rilievo alla venuta della luce nel mondo. La luce che illumina gli uomini è un’immagine messianica che troviamo in Isaia (9,2; 42,6; 60, 1-2) come in Isaia (40) troviamo la voce nel deserto associata alla testimonianza di Giovanni. Giovanni è la voce della Parola-Luce.

III STROFA - La Parola nel mondo

10 Essa era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lei; eppure il mondo non la riconobbe. 11Venne in casa propria; eppure il suo popolo, non l’accolse. 12 Ma a tutti quelli che l’accolsero diede loro il potere di diventare figli di Dio.

Nei vv. 10-12b la Parola è messa in relazione a tre ambiti, i primi due la rifiutano il terzo l’accoglie: l’umanità – Israele – i cristiani

v. 10 il mondo: è l’umanità, quella parte di creazione capace di conoscere, riconoscere, rispondere alla Parola rivelantesi (Gv 3,19; 9,5; 12,46).

v. 11 casa propria – suo popolo: è l’ambiente che era peculiarmente suo: Israele, la terra promessa, Gerusalemme. La familiarità simboleggiata dal discepolo amato in 19,27.

v. 12b quelli che lo accolsero: i credenti cristiani, i lettori, ascoltatori del qv[6].

I vv 11 e 12b sono brevi annunci delle due parti del qv:.

Il v. 11 introduce il libro dei segni (1,19-12,50 che si conclude con lo stupore dell’autore di fronte all’incredulità dei giudei: 12,37-43). Il tema del rifiuto della Parola si trova anche riguardo alla Sapienza respinta (Sir 15,7; Bar 3,12, nell’apocrifo libro di Enoc 43,2 leggiamo: ”venne per porre la sua dimora fra gli uomini e non trovò luogo dove dimorare”).

Il v.12b introduce il libro della gloria (13-20) che mostra la missione della Parola: dare a chi crede la possibilità di diventare figli di Dio. Il termine “potere” è da intendere in modo semitico: “diede loro di diventare” figli. Infatti la figliolanza divina non è un diritto o un potere ma una nuova generazione, dall’alto (Gv 3). Inoltre Giovanni per la parola figlio usa tekna per distinguere la generazione divina degli uomini dalla generazione dell’Unico Figlio, per il quale è riservato il termine hyios. In 1Gv 3,2 precisa che la nostra condizione attuale è la figliolanza, ma si tratta di uno stato presente che preannuncia già nelle sua grandezza qualcosa che non conosciamo ancora. Il redattore avverte la necessità di attardarsi su questa figliolanza e si spiega in questi termini:

Cioè, quelli che credono nel suo nome: 13quelli che furono generati non da sangue, né da desiderio carnale, né da desiderio di uomo, ma da Dio.

Il v. 12c può essere stato aggiunto per sottolineare che non solo l’accettazione iniziale di Gesù (12a) ma anche la fede continua in lui concedono di diventare figli di Dio. “Credere in” è una costruzione tipicamente giovannea e dire “nel suo nome” è lo stesso che dire Gesù ma si sottolinea che porta il nome divino datogli da Dio, insistendo ancora sulla relazione col Padre.

Il v. 13 approfondisce ancora: figli di Dio sono quelli che non solo accolsero Gesù, furono dati a Gesù dal Padre (6,37. 65) e rigenerati dall’alto.

IV STROFA La partecipazione della comunità alla Parola

14E la Parola si fece carne e abitò fra noi. E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria d’Unigenito che viene dal Padre, pieno di amore fedele.

La quarta ed ultima strofa forma una inclusione con la prima: solo i vv. 1 e 14 menzionano esplicitamente la Parola, nel v. 1 si parla dell’essere eterno della Parola e nel v. 14 del suo venire nel tempo:

v. 1 v.

14

era

divenne

alla presenza di Dio

fra noi

era Dio

divenne carne

La parola “carne” sembra sia stata associata con l’incarnazione fin dalle primissime espressioni teologiche della fede cristiana. (Rm 1,3; 8,3; 1Tm 3,16). In Gv 1,14 parlare di carne vuol dire parlare di kenosis (Fil 2,7), dire che la Parola divenne carne vuol dire che divenne uomo ma accentuandone l’aspetto di debolezza e di mortalità. Non si dice che entrò nella carne o abitò nella carne, ma che divenne carne. Ciò è qualcosa di impensabile sia per i giudei che per i filosofi greci. Anzi, questi ultimi ammiravano il logos di Dio come formulazione dell’ordine del mondo e pensavano che avrebbe offerto la liberazione dal mondo materiale. Ora invece la Parola di Dio si legava inseparabilmente alla carne, alla storia umana.

Nel v. 1 l’essere divino chiamato Parola aveva implicito nel suo nome la sua missione: una vita dedicata al dialogo con gli uomini. Ed ora l’essere divino viene chiamato la seconda volta Parola quando trova il modo più efficace per esprime se stesso agli uomini. Col diventare carne la Parola continua ad essere la Parola eterna, ma esercita in pieno la sua funzione di Parola. Essa divenne carne sia per essere incontrata sia per essere ascoltata, è compagnia e profezia, è affettività ed intelligenza. È il Rivelatore e la Rivelazione.

Col diventare carne la Parola continua ed essere Dio come fa ben capire il v.14b con il verbo skenoun (prendere dimora, piantare una tenda). Questo termine ha importanti collegamenti con le Scritture dove leggiamo che Dio abita nella tenda in mezzo al suo popolo (Es. 25,8-9; Gl. 4,17; Zac. 2,14; Ez. 43,7; Sir. 24,8; Ap. 21,3). La carne è il nuovo luogo della presenza di Dio. Ma l’inno allude anche a un altro aspetto biblico della presenza di Dio: la shekinah, espressione usata come sostitutivo di YHWH nei suoi rapporti con gli uomini perché ne rispettava la trascendenza. Ora è Gesù il tabernacolo su cui è scesa stabilmente la shekinah, la sua presenza trabocca di Dio, straripa di quanto è visibile di Dio nello spazio e nel tempo. Troviamo così un terzo aspetto della presenza divina la doxa, la gloria (14c). Nella PA la gloria, kabod è una manifestazione di Dio che ha due caratteri: la visibilità e la potenza, manifestazione sempre connessa con la tenda e il tempio (Es. 24,15-16; 40,34; 1Re. 8,1011; Ez. 11,23; 44,4). Il prologo dopo aver detto che la Parola innalzò una tenda in mezzo agli uomini nella carne di Gesù, accenna alla gloria divenuta visibile, ma non nella potenza (con tuoni e lampi) bensì in una carne già incandescente al contatto con Dio, visibile solo a quanti credono e sono imparentati con essa (figli con Gesù Figlio). Una carne che ha in anticipo una promessa di risurrezione, una luce increata che alcuni intravidero. Infatti le righe del v. 14cd sembra che si riferiscano ad una esperienza particolare di alcuni di quei “noi”, sono alcuni apostoli (Pietro, Giacomo, Giovanni) che furono testimoni della trasfigurazione di Gesù riportata dai sinottici e da 2Pt. 1,16-18 ma non da Giovanni. In Lc. 9,32 si dice che videro la gloria del Figlio unico. In 2Pt. si dice che Gesù ricevette onore e gloria da Dio Padre e nel prologo leggiamo che “che viene dal Padre”. Un accenno alla trasfigurazione si adatterebbe bene al tema della tenda di 14b perché la trasfigurazione è descritta dai sinottici in termini evocativi dell’apparizione di Dio a Mosè sul Sinai e si fa anche menzione della costruzione di tende (Mc. 9,5).

Inoltre se consideriamo la posizione introduttiva del prologo nel qv e a quanto si sta per leggere nel libro dei segni si comprende che i segni non sono semplici miracoli ma manifestazioni della gloria che eromperà nella seconda parte.

Il v. 14 è separato bruscamente dal v. 16 da questa dichiarazione del Battista

15 Giovanni gli rese testimonianza proclamando: “Lui era quello del quale vi dicevo: Colui che viene dopo di me sta davanti a me, perché esisteva prima di me”.

Il v. 15 intende confermare il v.14 con la testimonianza di Giovanni Battista circa la preesistenza di Gesù e la esatta posizione di Giovanni Battista a servizio della rivelazione di Gesù, contro ogni idea che insinuava una sua preminenza e grandezza. Probabilmente il redattore copiò nel prologo l’affermazione del v. 30.

 

16 E della sua pienezza noi tutti abbiamo avuto parte: amore in luogo di amore.

Il v. 16 è la continuazione del v. 14 e rimanda ancora una volta alla PA con il tema dell’amore fedele che caratterizza l’alleanza proclamata al Sinai, lì dove una tenda divenne abitazione di Dio.

Le due parole greche: charis (grazia) e aletheia (verità) sono usate qui in una forma unitaria che rispecchia la famosa coppia ebraica: hesed (benevolenza di Dio nello scegliere Israele) e ‘emet (fedeltà, costanza, lealtà di Dio alle promesse dell’alleanza). Così ora la suprema manifestazione dell’amore di Dio è la Paola incarnata e l’inno termina con la proclamazione solenne di una nuova alleanza: “amore in luogo di amore”. Amore che sostituisce amore senza rigettare nulla del primo amore, è comunque un amore realmente e sostanzialmente nuovo. La teologia posteriore lo chiamerà in termini filosofici “essenza” di Dio. È l’energia dell’amore mai pienamente conosciuto che continua la sua corsa nell’umanità, in Israele, nella Chiesa, in ogni uomo.

17Perché, mentre la Legge fu data per mezzo di Mosè, questo amore fedele venne per mezzo di Gesù Cristo. 18Nessuno ha mai visto Dio; l’Unigenito Dio, sempre accanto al Padre, lui lo ha rivelato.

Il v. 17 spiega il v. 16. L’amore di alleanza fu mostrato da Dio in due occasioni: al Sinai e in Gesù, ma l’espressione massima si ebbe in Gesù e il v. 18 precisa che la superiorità di Gesù è data dal fatto che, a differenza dei profeti della PA, lui ha visto Dio, anzi è sempre accanto a lui. E la visione di Dio, non è solo il grande desiderio di Israele ma anche del mondo ellenistico certo che la sostanza di Dio poteva essere compresa dall’uomo. La conclusione rimanda all’inizio:

v.1

v.18

la Parola era Dio

l’Unigenito Dio

la Parola alla presenza di Dio

il Figlio nel seno del Padre

La rivelazione della Parola fatta carne è il vertice di ogni rivelazione, di ogni tentativo di penetrazione nel mistero, di ogni “esegesi di Dio” poiché il Rivelatore ha una relazione unica con Dio ed è l’Unico Figlio del Padre.

In principio era il Verbo

Non allontanarti da Cristo nato nella carne, per poter giungere a Cristo nato dall'unico Padre, al Verbo che è Dio presso Dio, per mezzo del quale furon fatte tutte le cose: perché luce degli uomini è la vita che è in lui.

[Giovanni è un monte alto.]

1. Riflettendo sulle parole dell'Apostolo che noi abbiamo appena ascoltato, secondo le quali l'uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio (1Cor. 2,14), e pensando che in mezzo a questa grande assemblea della vostra Carità necessariamente non sono pochi quelli che ancora rimangono legati ad una mentalità carnale e tuttora incapaci di elevarsi all'intelligenza spirituale, provo un certo turbamento. Come riuscirò a dire ciò che il Signore mi ispira, o come potrò spiegare, secondo le mie modeste capacità, il passo del Vangelo che è stato letto: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv. 1,1), dato che l'uomo naturale non può penetrarne il significato? E allora, o fratelli, resteremo in silenzio? A che serve leggere se si rimane in silenzio? Che giova a voi ascoltare, se io non spiego? Ma che giova spiegare se non è possibile capire? Siccome, però, sono convinto che tra voi ci sono alcuni che non solo possono capire le mie spiegazioni, ma sono in grado d'intendere anche prima che io spieghi, non voglio privare della mia parola questi che sono in grado d'intendere, per il solo fatto che temo di parlare inutilmente per quelli che non riescono a capire. Da parte sua la misericordia di Dio ci assisterà, in modo che tutti abbiano a sufficienza e ciascuno riceva secondo la propria capacità; poiché anche chi parla dice quel che può. Chi è in grado di parlare in modo adeguato? Oso dire, fratelli miei, che forse neppure lo stesso Giovanni ci è riuscito: parlò anch'egli come poté, perché era un uomo che parlava di Dio. Ispirato, certamente, però sempre uomo. Perché ispirato, riuscì a dire qualche cosa: se non fosse stato ispirato, non sarebbe riuscito a dire nulla. Ma, siccome, benché ispirato, era un uomo, non ci rivelò tutto il mistero: disse ciò che un uomo poteva dire.

2. Possiamo dire, fratelli carissimi, che Giovanni era uno di quei monti di cui sta scritto: Accolgano i monti la pace per il tuo popolo, e i colli la giustizia (Sal. 71,3). I monti sono le anime elevate, i colli sono le anime infantili. Ora i monti ricevono la pace affinché i colli possano ricevere la giustizia. E qual è questa giustizia che i colli ricevono? La fede, poiché il giusto vive di fede (Rm 1, 17; Ab 2, 4). Ma le anime infantili non potrebbero ricevere la fede, se le anime più elevate, che vengono chiamate monti, non fossero illuminate dalla Sapienza stessa, così da trasmettere alle anime infantili ciò che esse sono in grado di ricevere. Dunque i colli vivono di fede perché i monti accolgono la pace. Sono stati questi monti a dire alla Chiesa: La pace sia con voi! (Gv. 20,19). E annunziando la pace alla Chiesa, i monti non si sono allontanati da colui che aveva dato loro la pace; e così il loro annuncio di pace ha potuto essere non fittizio, ma autentico ed efficace.

3. Vi sono infatti altri monti che sono causa di naufragio: chiunque vi spinge la nave va in rovina. E' facile infatti che chi è in pericolo, vedendo terra, tenti l'approdo; ma talora si vede terra nel monte, mentre sotto ci sono gli scogli; e se uno tenta di raggiungere il monte, va a finire negli scogli, e invece del porto trova la catastrofe. Così ci furono certi monti che apparivano grandi in mezzo agli altri uomini, e crearono eresie e scismi, e divisero la Chiesa di Dio. Ma questi che divisero la Chiesa di Dio, non erano quei monti di cui è stato detto: Accolgano i monti la pace per il tuo popolo (Sl. 71,3). Come hanno potuto infatti ricevere la pace, se hanno spezzato l'unità?

4. Quanto a coloro che hanno ricevuto la pace per annunciarla al popolo, essi hanno contemplato la Sapienza stessa, per quanto almeno è concesso al cuore dell'uomo di raggiungere ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo. Ma se questa sapienza mai entrò in cuore di uomo, come poté raggiungere il cuore di Giovanni? Forse che Giovanni non era un uomo? Oppure diremo, non che la sapienza raggiunse il cuore di Giovanni, ma che fu il cuore di Giovanni a raggiungerla? Ciò che infatti sale al cuore dell'uomo, è più in basso rispetto all'uomo, mentre ciò a cui il cuore dell'uomo si eleva è all'uomo superiore. Credo, o fratelli, che possiamo esprimerci anche in questo modo: che salì nel cuore di Giovanni, in quanto egli stesso non era uomo. Ma che cosa vuol dire "non era un uomo"? In quanto, cioè, egli aveva incominciato ad essere angelo; poiché tutti i santi sono angeli, in quanto sono messaggeri di Dio. Così, quando l'Apostolo si rivolge agli uomini che hanno una mentalità carnale e perciò incapaci di percepire le cose di Dio, come si esprime? Dal momento che dite: io sono di Paolo, io di Apollo, non siete forse uomini? (1Cor. 3,4). Cosa pretendeva che fossero quelli che egli rimproverava di essere uomini? Volete saperlo? Ascoltate ciò che dicono i Salmi: Io vi ho detto: siete dèi e tutti figli dell'Altissimo (Sal 81, 6). A questo dunque ci chiama Dio, a non essere uomini. Ma saremo cambiati in meglio, da uomini che siamo, a condizione che riconosciamo di non essere altro che uomini. E' l'umiltà che ci eleva a questa altezza. Se, invece, noi ci illudiamo di essere qualcosa, mentre in realtà siamo niente, non solo non riceveremo quello che ancora non siamo, ma perderemo anche ciò che siamo.

5. Dunque, fratelli, uno di questi monti era Giovanni, quel Giovanni che proclamò: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questo monte aveva accolto la pace, contemplava la divinità del Verbo. Come era questo monte? Quanto alto? Superava tutte le vette della terra, si elevava oltre ogni confine dello spazio, al di sopra di ogni stella più alta, al di sopra dei cori e delle legioni degli angeli. Se non avesse superato ogni cosa creata, non sarebbe giunto fino a colui per mezzo del quale tutte le cose furono fatte. Non potete farvi un'idea di ciò che esso superò, se non considerate a quale altezza è giunto. Pensi al cielo e alla terra? Sono stati fatti. Pensi alle cose che sono in cielo e sulla terra? A maggior ragione, anch'esse sono state fatte. Pensi alle creature spirituali, agli Angeli, agli Arcangeli, ai Troni, alle Dominazioni, alle Potenze, ai Principati? Sono tutti esseri creati. Il Salmo, infatti, dopo aver enumerato tutte queste cose, così conclude: Egli disse e furono fatte, egli ordinò e furono create (Sal 148, 5). Ora, se disse e furono fatte, è per mezzo del Verbo che furono fatte; e se tutto fu fatto per mezzo del Verbo, la mente di Giovanni non avrebbe potuto raggiungere quel vertiginoso mistero che egli rivela proclamando: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, se non si fosse elevato al di sopra di tutte le cose che per mezzo del Verbo furono fatte. Di che genere è questo monte, quanto santo, quanto elevato tra quei monti che accolsero la pace per il popolo di Dio, affinché i colli potessero ricevere la giustizia?

[Levate lo sguardo a questo monte.]

6. Vedete dunque, fratelli, se Giovanni non sia proprio uno di questi monti dei quali dianzi abbiamo cantato: Ho alzato i miei occhi verso i monti, donde mi verrà l'aiuto (Sl. 120,1). E allora, fratelli miei, se volete capire, elevate gli occhi a questo monte; cioè, elevatevi verso l'evangelista, elevatevi alla sua comprensione. Ma poiché questi monti ricevono la pace, né può essere pace in chi ripone la speranza in un uomo, non vogliate innalzare gli occhi al monte, quasi pensando di dover collocare la vostra speranza in un uomo. Dite piuttosto: Ho innalzato i miei occhi ai monti dai quali mi verrà l'aiuto, e subito aggiungete: Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra (Sl. 120,2). Innalziamo quindi gli occhi ai monti, donde ci verrà l'aiuto. E tuttavia non è nei monti che dobbiamo riporre la nostra speranza; poiché i monti ricevono, a loro volta, ciò che a noi trasmettono. Riponiamo quindi la nostra speranza nella fonte da cui anche i monti ricevono. Quando eleviamo i nostri occhi alle Scritture, siccome ci furono date per mezzo di uomini, noi eleviamo i nostri occhi ai monti donde ci verrà l'aiuto. Ma poiché coloro che redassero le Scritture erano essi stessi uomini, essi non risplendevano di luce propria, ma la vera luce era colui che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cf. Gv 1,9).Era un monte anche quel Giovanni Battista che diceva: Non sono io il Cristo (Gv 1,20). Temendo che qualcuno, ponendo la speranza nel monte, abbandonasse colui che illumina i monti, egli stesso confessava: Tutti abbiamo ricevuto dalla sua pienezza (Gv 1,16). E così quando voi dite: Ho elevato i miei occhi ai monti, donde mi verrà l'aiuto (Sal 120, 1), non dovete attribuire ai monti l'aiuto che ricevete, e perciò soggiungete: L'aiuto mi verrà dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra (Sl. 120,2).

7. Vi ho dunque fatto questi ammonimenti, o fratelli, affinché comprendiate che quando avete elevato il cuore alle Scritture ascoltando il Vangelo che dice: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, e le altre parole che sono state lette: voi avete così alzato i vostri cuori ai monti. Voi infatti non avreste la minima idea di queste cose, se i monti non ve le avessero rivelate. E' dunque dai monti che vi viene l'aiuto, per potere almeno udire queste cose; ma non siete ancora in grado di capire ciò che avete udito. Invocate l'aiuto del Signore, che ha fatto il cielo e la terra. I monti hanno parlato, ma non possono illuminare: perché essi stessi sono stati illuminati con l'udire. Colui che ha detto queste cose, le ha ricevute a sua volta: è quel Giovanni che stava appoggiato sul petto del Signore, e dal petto del Signore ha bevuto ciò che ora a noi comunica. Ma egli vi offre solo delle parole. Se volete averne l'intelligenza, dovete attingerla a quella stessa fonte cui egli bevve. Alzate dunque gli occhi ai monti donde vi verrà l'aiuto, ai monti che vi porgeranno come in una coppa la parola che a loro volta essi hanno ricevuto; ma, siccome l'aiuto vi verrà dal Signore che ha fatto il cielo e la terra, elevate il vostro cuore per riempirlo alla fonte stessa cui l'evangelista riempì il suo; è per questo che avete detto: L'aiuto mi verrà dal Signore, che ha fatto il cielo e la terra. Ve lo riempia colui che può. E' questo che voglio dire, fratelli: ciascuno elevi il suo cuore con le sue capacità e prenda ciò che vien detto. Qualcuno potrebbe osservare che io sono più presente a voi, di quanto lo sia Dio. Ebbene no, Dio lo è molto di più; perché io sono qui presente davanti ai vostri occhi, ma è Dio che dirige l'intimo della vostra anima. A me porgete l'orecchio, a Dio aprite il cuore, per riempire e l'uno e l'altro. Ecco, voi elevate verso di noi i vostri occhi e questi sensi del corpo anzi, non verso di noi, perché noi non facciamo parte di questi monti; ma al Vangelo stesso, all'evangelista in persona, voi dovete volgere lo sguardo. Il cuore, invece, elevatelo al Signore, affinché lo riempia. Ciascuno elevi il cuore, badando bene a ciò che eleva e a chi lo eleva. Perché ho detto: a ciò che eleva e verso chi lo eleva? Veda com'è il cuore che eleva, perché è verso il Signore che lo eleva; affinché, gravato dal peso della voluttà carnale, non abbia a cadere prima ancora di essersi elevato. Ebbene, se uno avverte il peso della carne, si sforzi, mediante la continenza, di purificare il cuore per elevarlo poi a Dio. Beati infatti i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt. 5,8).

[Il verbo dell'uomo.]

8. A quale scopo sono risuonate le parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio? Anche noi, quando parliamo, diciamo delle parole. Forse che a tali parole è simile il Verbo che è presso Dio? Le parole che noi pronunciamo percuotono l'aria, e poi si disperdono. Vuol dire che anche il Verbo di Dio ha cessato di esistere non appena è stato pronunciato? In che senso allora tutto è stato fatto per mezzo di lui e niente senza di lui? Come può essere da lui governato ciò che per mezzo di lui fu creato, se il Verbo non è che un suono che passa? Qual Verbo è, allora, questo che viene pronunciato e non passa? La vostra Carità presti attenzione: si tratta di una cosa sublime. A forza di parlare, le parole perdono valore: risuonano, passano, e perdono valore, e non sembrano altro che parole. C'è però anche nell'uomo una parola che rimane dentro: il suono solo infatti esce dalla bocca. E' la parola che viene pronunciata autenticamente nello spirito, quella che tu percepisci attraverso il suono, ma che non si identifica col suono. Quando, ad esempio, io dico: Dio, pronuncio una parola. E' una parola tanto breve: tre lettere e due sillabe! Forse che Dio è tutto qui, tre lettere e due sillabe? Quanto è insignificante la parola, altrettanto è grandioso il significato che essa esprime. Che cosa è avvenuto nel tuo cuore, quando hai udito: Dio? Che cosa è avvenuto nel mio quando ho pronunciato: Dio? Abbiamo pensato alla realtà suprema, che trascende ogni mutevole creatura, materiale e spirituale. E se ti domandassi: Dio è mutevole o immutabile? Subito mi risponderesti: lungi da me il pensare che Dio sia soggetto a qualche mutamento, poiché egli è immutabile. La tua anima, benché piccola, benché forse ancora carnale, non mi ha potuto rispondere se non che Dio è immutabile; ogni creatura invece è soggetta a mutamento. Come hai potuto gettare il tuo sguardo in ciò che è al di sopra di ogni creatura, per rispondermi, con tanta sicurezza, che Dio è immutabile? Che c'è dunque nel tuo cuore quando pensi ad una realtà viva, eterna, onnipotente, infinita, ovunque presente, ovunque tutta intera, in nessun modo circoscritta? Quando pensi a queste cose, c'è nel tuo cuore la parola Dio. Questa parola è, allora, solo quel suono formato da tre lettere e due sillabe? Tutto ciò che si dice passa, è un insieme di suoni, di lettere, di sillabe. Questa parola che risuona, passa: ma ciò che il suono significa, è nella mente sia di chi l'ha pronunciata, sia di chi l'ha udita; esso rimane anche quando è cessato il suono.

[Il Verbo di Dio.]

9. Richiamo l'attenzione a questa parola. Tu puoi averla nel tuo cuore e sarà come un'idea nata nella tua mente, da essa partorita come sua prole, sarà come un figlio del tuo cuore. Se, ad esempio, devi costruire un edificio, devi realizzare qualcosa di grande, prima ne concepisci l'idea nella tua mente. L'idea è già nata quando l'opera non è ancora eseguita; tu vedi già quello che vuoi fare, ma gli altri non potranno ammirarlo se non quando avrai costruito e ultimato l'edificio, se non quando avrai realizzato e portato a compimento la tua opera. Essi ammirano il tuo progetto e aspettano la costruzione mirabile; restano ammirati di fronte a ciò che vedono e amano ciò che ancora non vedono: chi può, infatti, vedere l'idea? Se dunque di fronte ad una grandiosa realizzazione vien fatto di lodare l'idea di un uomo, vuoi misurare la grandezza dell'idea di Dio che è il Signore Gesù Cristo, cioè il Verbo di Dio? Considera la mirabile costruzione del mondo; guarda quali cose sono state fatte per mezzo del Verbo, e riuscirai così a farti un'idea della grandezza del Verbo. Osserva le due parti del mondo, il cielo e la terra: chi potrà mai descrivere lo splendore del cielo? chi riuscirà a illustrare la fecondità della terra? chi potrà degnamente celebrare la successione delle stagioni e la forza vitale delle sementi? Rinuncio, come vedete, a parlare di tante altre cose nel timore di riuscire a dire meno di quanto voi stessi riuscite a pensare. Ebbene, da questa opera che è il mondo, fatevi un'idea del Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto. Né soltanto questo è stato fatto. Noi vediamo tutte queste cose, in quanto sono accessibili ai sensi del corpo. Ma per mezzo del Verbo sono stati fatti anche gli Angeli, gli Arcangeli, le Potenze, i Troni, le Dominazioni, i Principati; tutto è stato fatto per mezzo del Verbo. Da ciò fatevi un'idea del Verbo.

10. Qualcuno forse potrebbe osservare: Ma chi è colui che pensa un tal Verbo? Quando senti pronunciare il nome Verbo, non fartene un'idea troppo bassa fino a confonderlo con le parole che ascolti ogni giorno. Il tale ha detto queste parole, ha pronunciato queste altre; tu mi riferisci queste parole. A forza di usarle, le parole perdono il loro valore. E così quando senti dire: In principio era il Verbo, per non considerarlo di poco conto, come sei solito quando ascolti parole umane, ecco che cosa devi pensare: E il Verbo era Dio.

11. Venga fuori adesso un qualsiasi infedele ariano a dire che il Verbo di Dio è stato fatto. Come è possibile che il Verbo di Dio sia stato fatto, se Dio ha fatto ogni cosa per mezzo del Verbo? Se lo stesso Verbo di Dio è stato fatto, per mezzo di quale altro Verbo è stato fatto? Se tu dici che c'è un Verbo del Verbo, per mezzo del quale quest'ultimo è stato fatto, ebbene, io dico che esso è l'unigenito Figlio di Dio. Se invece tu dici che non esiste Verbo del Verbo, ammetti che non è stato fatto colui per mezzo del quale tutto è stato fatto; poiché non può essersi fatto da se stesso colui per mezzo del quale tutto è stato fatto. Credi, dunque, all'evangelista. Egli avrebbe potuto esprimersi così: In principio Dio fece il Verbo, allo stesso modo che Mosè disse: In principio Dio fece il cielo e la terra (Gn 1, 1), ed enumera le opere della creazione così: "Dio disse: sia, e fu fatto". Chi è che disse? Certamente Dio. E che cosa è stato fatto? Una creatura. Ora, tra Dio che disse e la creatura che è stata fatta, che cosa c'era di mezzo se non il Verbo, per mezzo del quale essa è stata fatta? Infatti Dio disse: "Sia, e fu fatta". Questo è il Verbo immutabile. Sebbene tutto ciò che per mezzo del Verbo è stato fatto sia soggetto a mutamento, egli è immutabile.

[Ti rifaccia colui che ti ha fatto.]

12. Non voler dunque credere che colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, sia stato fatto a sua volta; affinché tu non abbia a perdere la possibilità di essere rifatto dal Verbo, per mezzo del quale tutto viene rifatto. Per mezzo del Verbo sei stato fatto, ma è necessario che per mezzo del Verbo tu venga rifatto. Se però non fosse autentica la tua fede riguardo al Verbo, non potresti essere rifatto per mezzo di lui. E se hai avuto l'esistenza grazie al Verbo, se è per mezzo di lui che sei stato formato, per colpa tua, invece, vieni meno. E se per colpa tua vieni meno, ti rifaccia colui che ti ha fatto; se per colpa tua decadi, colui che ti ha creato ti ricrei. Ma come potrà ricrearti per mezzo del Verbo, se ti sei fatto di lui un'idea sbagliata? L'evangelista proclama: In principio era il Verbo, e tu invece sostieni che in principio il Verbo fu fatto. L'evangelista afferma: Tutto fu fatto per mezzo di lui, e tu sostieni che il Verbo stesso fu fatto. L'evangelista avrebbe potuto dire: In principio fu fatto il Verbo; e invece che cosa dice? In principio era il Verbo. Se "era", vuol dire che non è stato fatto, e che invece, tutte queste cose, furono fatte per mezzo di lui e niente senza di lui. Se ancora non riesci a penetrare il significato delle parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio, aspetta di crescere. Questo è cibo solido; e tu hai ancora bisogno di nutrirti col latte, per crescere fino a diventare capace di prendere questo cibo.

[L'universo è stato fatto per mezzo di lui.]

13. Fate attenzione ora, o fratelli, a ciò che segue: Tutto fu fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto. State attenti a non credere che il "nulla" sia qualcosa. Molti, infatti, interpretando male la frase: senza di lui nulla fu fatto, sono portati a credere che il nulla sia qualcosa. Intanto, il peccato non fu fatto per mezzo di lui; ed è chiaro che il peccato è nulla, e a nulla si riducono gli uomini quando peccano. Così, l'idolo non fu fatto per mezzo del Verbo; possiede una qualche forma umana, ma soltanto l'uomo fu fatto per mezzo del Verbo. La forma umana dell'idolo, invece, non fu fatta per mezzo del Verbo. E sta scritto: Sappiamo che l'idolo è nulla (1 Cor 8, 4). Queste cose, dunque, non sono state fatte per mezzo del Verbo. Invece, tutto ciò che è secondo natura è stato fatto, senza eccezione alcuna. Tutti gli astri che sono in cielo, tutto ciò che risplende lassù, tutto ciò che vola sotto il cielo, tutto ciò che si muove nell'universo: ogni creatura, senza eccezione, è stata fatta. In breve e più chiaramente perché comprendiate meglio, per mezzo del Verbo è stato fatto tutto, dagli angeli al più piccolo verme. Che c'è di più elevato di un angelo fra le creature? Che cosa è più trascurabile di un verme? Ebbene, chi ha fatto l'angelo, ha fatto pure il verme; l'angelo però è stato fatto per il cielo, il verme per la terra. Così dispose chi li creò. Se Dio avesse collocato il verme nel cielo, gli muoveresti rimprovero; così pure se avesse voluto che l'angelo nascesse dalla carne in decomposizione. E tuttavia Dio fa qualcosa di simile, e non c'è da fargliene rimprovero. Che cosa sono infatti tutti gli uomini che nascono dalla carne, se non dei vermi? E di questi vermi Dio fa degli angeli. Se il Signore stesso non esita a dire: Io sono un verme e non un uomo (Sl. 21,7), chi esiterà a dire ciò che nel libro di Giobbe sta scritto: Quanto più sarà l'uomo putredine, e il figlio dell'uomo un verme (Gb. 25,6)? Prima dice: l'uomo è putredine, e poi: il figlio dell'uomo è un verme. L'uomo è putredine e il figlio d'uomo è un verme perché il verme nasce dalla putredine. Ecco cosa ha voluto farsi per te colui che in principio era il Verbo, il Verbo ch'era presso Dio, il Verbo ch'era Dio. E perché si è abbassato così per te? Perché tu potessi succhiare il latte, dato che eri ancora incapace di nutrirti di cibo solido. E' in questo senso dunque, fratelli, che dovete intendere le parole: Tutto fu fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto. Ogni creatura, senza eccezione, è stata fatta per mezzo di lui, la più piccola come la più grande; le cose che sono sopra di noi come quelle che ci sono inferiori, le spirituali come le corporali, tutto fu fatto per mezzo di lui. Non c'è forma, non c'è coesione né armonia di parti, non c'è alcuna sostanza calcolabile in peso, numero e misura; niente esiste se non per mezzo di quel Verbo, e originato da quel Verbo creatore, al quale si riferisce la parola della Scrittura: Tutto hai disposto in numero, peso e misura (Sp. 11,21).

14. Badate dunque che nessuno vi prenda in trappola quando vi accadesse di spazientirvi a causa delle mosche. Ci sono stati infatti taluni che sono stati giocati e accalappiati dal diavolo con le mosche. Voi sapete che quelli che tendono le reti, usano mettervi delle mosche, per attirare gli uccelli che hanno fame. Ed è proprio così che alcuni sono stati giocati dal diavolo con delle mosche. Un tale, non ricordo chi, un giorno era tormentato dalle mosche. Un manicheo, che l'aveva trovato così spazientito e al quale aveva detto di non riuscire a sopportare le mosche e di odiarle cordialmente, subito  gli domandò: "Chi le ha  fatte le mosche?". L'altro che era infastidito al punto da odiarle, non ebbe il coraggio di rispondere: "Le ha fatte Dio". Eppure era cattolico. Il manicheo obiettò: "E se non le ha fatte Dio, chi le ha fatte?". E quello: "Credo che le abbia fatte il diavolo". Il manicheo incalzò: "Se le mosche le ha fatte il diavolo, come vedo che tu giudiziosamente riconosci, chi ha creato l'ape, che è poco più grande della mosca?". L'altro, data la scarsa differenza dei due insetti, non se la sentì di dire che Dio ha creato l'ape e non ha creato la mosca. Così, dall'ape, il manicheo passò alla cavalletta, dalla cavalletta alla lucertola, dalla lucertola all'uccello, dall'uccello alla pecora; arrivò al bove, all'elefante, infine all'uomo. E convinse quell'uomo che l'uomo non è stato creato da Dio. Così quel poveretto che aveva perduto la pazienza a causa delle mosche, diventò a sua volta una mosca che cadde in potere del diavolo. Non per nulla si dice che Beelzebub significhi "principe delle mosche" a proposito delle quali sta scritto: Le mosche che vi muoiono dentro, guastano l'unguento profumato (Qo 10,1).

15. Ora, fratelli, perché vi ho detto questo? Chiudete le orecchie del vostro cuore alle insidie del nemico; convincetevi che Dio ha fatto tutte le cose, collocando ciascuna al suo posto. Ma perché, allora, dobbiamo soffrire tanto per colpa di una creatura di Dio? Perché abbiamo offeso Dio. Forse che gli angeli sono soggetti a questi nostri mali? Credo che neppure noi, in questa vita, dovremmo temerli troppo. Delle tue sofferenze fanne colpa al tuo peccato, non al giudice. E' per punire la nostra superbia, infatti, che Dio ha incaricato un'infima e trascurabile creatura di tormentarci. Di modo che, quando l'uomo si insuperbisce e si innalza contro Dio, e, pur non essendo che un mortale, calpesta esseri mortali come lui, o, pur essendo un uomo, rifiuta di conoscere nell'altro uomo un suo prossimo, quando così s'innalza, venga sottoposto alle pulci. Che cos'è tutta questa superbia, o uomo? Uno ti ha detto una parola offensiva, e tu ti sei risentito e ti sei adirato, tu che per dormire devi combattere con le pulci! Riconosci che cosa sei. Ecco una prova, o fratelli, che è per umiliare la nostra superbia che sono stati creati questi animali molesti: Dio avrebbe potuto domare il superbo popolo del Faraone servendosi di orsi, di leoni, di serpenti; e invece mandò loro delle mosche e delle rane (Es. 8,6 21), per umiliarne l'orgoglio con esseri vilissimi.

[In lui tutto è vita.]

16. Dunque, fratelli: Tutte le cose - assolutamente tutte - furono fatte per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui. Ma in che modo tutto fu fatto per mezzo di lui? Ciò che fu fatto, in lui è vita (Gv. 1,3-4). Si potrebbe dire anche: Ciò che in lui fu fatto, è vita. Seguendo questa punteggiatura, risulta che tutto ciò che esiste è vita. E in verità, quale cosa non è stata creata in lui? Egli è, infatti, la sapienza di Dio, di cui sta scritto in un salmo: Tutto hai fatto nella tua sapienza (Sal 103, 24). Se, dunque, Cristo è la sapienza di Dio, e il salmo dice: Tutto hai fatto nella tua sapienza, ogni cosa allora è stata fatta in lui, così come ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui. Se tutto, fratelli carissimi, è stato fatto in lui, e se tutto ciò che è stato fatto in lui, è vita, allora anche la terra è vita, anche il legno è vita. Sì, diciamo che il legno è vita, ma intendendo il legno della croce, dal quale abbiamo ricevuto la vita. Dunque, anche la pietra sarebbe vita? Ma è sbagliato intendere così, perché in questo modo si offrirebbe a quella sordida setta dei manichei un nuovo pretesto per dire che la pietra possiede la vita, che un muro ha l'anima, che una corda, la lana, un vestito, hanno un'anima. E' così infatti che essi usano spropositare, e, ripresi e controbattuti, rispondono appellandosi alle Scritture. Perché, dicono, è scritto: Ciò che in lui fu fatto, è vita. Se davvero tutto in lui fu fatto, tutto è vita. Ebbene, non lasciarti ingannare, segui questa punteggiatura: Ciò che fu fatto; qui pausa, e poi continua: in lui è vita. Che cosa vuol dire? La terra è stata creata, ma questa terra creata non è la vita. E' che nella sapienza stessa esiste spiritualmente una certa idea secondo cui fu fatta la terra: questa idea è vita.

17. Cercherò di farmi capire meglio che posso alla Carità vostra. Un artigiano si mette a fare un armadio. Ma prima l'armadio egli ce l'ha nella mente: se egli prima di fabbricarlo non ne avesse l'idea nella mente, come potrebbe costruirlo? Naturalmente l'armadio che è nella mente dell'artigiano, non è precisamente quello che poi noi vediamo coi nostri occhi. Nella mente c'è l'opera in maniera invisibile e soltanto una volta realizzata sarà visibile. Quando l'armadio sarà costruito, cesserà forse per questo di esistere nella mente? No, l'idea è stata realizzata nell'opera, ma rimane nella mente del costruttore. L'armadio potrà anche marcire, e dall'idea che è nella mente se ne potrà fabbricare un altro. Considerate, dunque, l'armadio come idea e l'armadio come opera eseguita. L'armadio fabbricato non è vita, ma l'armadio come idea è vita, essendo viva l'anima dell'artefice nella quale esistono tutte queste cose, prima che vengano alla luce. Altrettanto si può dire, fratelli carissimi, della sapienza di Dio, per mezzo della quale sono state fatte tutte le cose: come mente creatrice, essa le possiede tutte prima ancora che siano realizzate; di conseguenza quanto è stato fatto per mezzo di quella idea creatrice, non tutto è vita, ma tutto ciò che è stato fatto è vita in lui. Guarda la terra: essa è nella mente del suo Creatore; guarda il cielo: esso è in quella mente; guarda il sole e la luna: sono anch'essi nella mente creatrice. E mentre fuori di essa sono corpi, nella mente di Dio sono vita. Cercate di capirmi, se potete. Il tema è grandioso. E questa grandezza non deriva da me o per mezzo di me che lo affronto, che evidentemente non sono grande, ma da colui che davvero è grande. Non sono io che ho detto queste cose. Io sono piccolo; ma non è piccolo colui al quale io mi rivolgo per potervele comunicare. Comprenda ciascuno come può, quanto può; e chi non può, nutra il suo cuore per arrivare a comprendere. E di che lo nutrirà? Si nutra di latte, e diventerà capace di cibo solido. Non si allontani da Cristo nato dalla carne, finché arriverà a Cristo nato dall'unico Padre, al Verbo che è Dio presso Dio, per mezzo del quale tutte le cose sono state fatte: quella è infatti la vita che in lui è luce degli uomini.

[E la vita è luce.]

18. Sono queste infatti le parole che seguono: E la vita era la luce degli uomini (Gv. 1,4). E' da questa vita che gli uomini vengono illuminati. Gli animali non vengono illuminati, perché gli animali non possiedono un'anima razionale, che consenta loro di contemplare la sapienza. L'uomo, invece, fatto a immagine di Dio, possiede un'anima razionale, capace di accogliere la sapienza. Dunque quella vita, per mezzo della quale furono fatte tutte le cose, quella vita è essa stessa luce; e non di qualsiasi essere animato, ma luce dell'uomo. E' per questo che l'evangelista fra poco dirà: Era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv. 1,9).E' questa la luce che illuminò Giovanni Battista; come pure lo stesso Giovanni evangelista. Di questa luce era pieno colui che disse: Non sono io il Cristo; ma colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere i lacci dei sandali (Gv. 1,20 27). E illuminato da questa luce era l'evangelista, quando disse: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questa vita è dunque la luce degli uomini.

19. Ma i cuori degli stolti non sono ancora in grado di accogliere questa luce, perché il peso dei peccati impedisce loro di vederla. Non pensino costoro che la luce non c'è, solo perché essi non riescono a vederla. E' che a causa dei peccati essi sono tenebre: E la luce risplende tra le tenebre, ma le tenebre non l'hanno compresa (Gv. 1,5). Immaginate, fratelli, un cieco in pieno sole: il sole è presente a lui, ma lui è assente al sole. Così è degli stolti, dei malvagi, degli iniqui: il loro cuore è cieco; la sapienza è lì presente, ma trovandosi di fronte a un cieco, per gli occhi di costui è come se essa nonci fosse; non perché la sapienza non sia presente a lui, ma è lui che è assente. Che deve fare allora quest'uomo? Purifichi l'occhio con cui potrà vedere Dio. Faccia conto di non riuscire a vedere perché ha gli occhi sporchi o malati: per la polvere, per un'infiammazione o per il fumo. Il medico gli dirà: Pulisciti gli occhi, liberandoti da tutto ciò che ti impedisce di vedere la luce. Polvere, infiammazione, fumo, sono i peccati e le iniquità. Togli via tutto, e vedrai la sapienza, che è presente, perché Dio è la sapienza. Sta scritto infatti: Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt. 5,8) (sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, Omelia 1)

 

[1] Dal medioevo, come nei primi secoli, in occidente i fedeli avevano grande devozione a far recitar una parte del Vangelo, dando la preferenza al prologo di san Giovanni. Questa domanda si moltiplicava talmente che i sacerdoti non potevano più bastare, e allora si credette più semplice leggerlo ovunque alla fine della Messa. Il messale di Pio V (del 1570) rese ufficiale l’antica usanza volendo sottolineare il rapporto tra il mistero dell’incarnazione e quello dell’eucaristia; uso che si mantenne sino alla riforma del Concilio Ecumenico Vaticano II.

[2] Per questa traduzione e commento ho fatto riferimento al commentario di R.E. BROWN.

[3] I termini Vecchio Testamento e Nuovo Testamento dovrebbero essere definitivamente abbandonati (secondo il card. Martini ed altri) per essere sostituiti da Prima Alleanza e Nuova Alleanza (PA e NA) che hanno precisi riferimenti biblici e sono più rispettosi della verità sia della storia che del contenuto.

[4] Come aveva osservato sant'Agostino che aveva trovato in autori pagani molti concetti equivalenti a quelli cristiani ma una sola cosa non aveva mai letto: che la Parola si fece carne (cf. Confessioni, VII,9).

[5] La NA affronta la questione della divinità di Gesù non per mezzo del titolo “Dio” ma col descrivere le sue attività alla stessa maniera in cui descriveva le attività del Padre (Gv. 5,17.21; 10,28-29).

[6] Tra la non accettazione e l’accoglienza della Parola c’è un passaggio che può sembrare brusco ma ciò avviene anche in Gv. 3,32-33, in Fil. 2,6 e Col. 1,15 ed è una caratteristica della sinteticità degli inni.

 

 

In principio, prima che tutte le cose fossero, era il Verbo, il Logos.

Il logos nell'ambito della cultura greca vuol dire ragione, discorso, parola.

Giovanni parla di verbo mentale, di pensiero.

E' il Pensiero-Persona, la seconda Persona della Trinità: è il Verbo.

Il Verbo era Dio, ed era presso Dio, perché con l'incarnazione sarà in mezzo agli uomini, pur rimanendo presso Dio perché uno con il Padre e lo Spirito Santo.

Tutte le cose sono state create per mezzo di lui, perché il Padre, a cui appartiene l'iniziativa creatrice, ha visto ogni cosa nel Pensiero-Persona, cioè nel Figlio.

Ma poiché il Verbo è Dio niente è stato fatto senza di lui, essendo che la potenza creatrice appartiene a tutta la Trinità. “Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”, non è un semplice parallelismo letterario, poiché ha in sé una ragione teologica: Infatti “senza di lui nulla è stato fatto” dice che il Verbo è creatore come il Padre, poiché unica è l'Essenza divina.

In lui era la vita.

La vita della grazia, data dalla grazia, cioè dalla comunione con Dio.

Gli uomini avevano la vita della grazia in lui, la cui impronta è in tutte le cose essendo state create dal Padre per mezzo di lui.

Gli uomini avevano la vita mantenendosi nell'uso obbediente delle cose, le quali erano illuminate per l'uomo dall'unione con lui, che rimandava al Padre.

Le cose parlavano del Verbo-Persona, e l’uomo facilmente le udiva.

Gli uomini hanno peccato e, quindi, accolto le tenebre. Ma la Luce non ha rinunciato ad interpellare gli uomini.

La luce risplende nelle tenebre; è un punto luminoso a cui si corre per fuggire il buio, ma gli uomini non sono andati alla Luce. Hanno preferito il buio per non vedere smascherate le loro opere.

Il Verbo è la luce che è venuta a risplendere nel buio del mondo.

Un testimone vide la Luce e ne rese testimonianza.

Giovanni additò la Luce. Giovanni attrasse a sé per indirizzare alla Luce.

Lui non era la Luce, ma viveva della Luce e la additava.

La Luce non restava lontana, era presente nel mondo e andava verso il mondo per illuminarlo.

Il mondo fu creato per mezzo del Verbo, ha in sé l'impronta del Verbo.

La voce della coscienza, l'ordine delle cose, la loro finalità verso l'uomo, la corporeità con i suoi valori, le leggi della convivenza, i desideri profondi del cuore, la bellezza del creato, sono un riflesso del Verbo, eppure il mondo non volle riconoscerlo.

Il massimo del dramma è che questo accadde tra la sua gente, tra coloro che aveva preparato ad accoglierlo.

Ma quelli che lo accolgono hanno il potere nel Battesimo di diventare figli di Dio.

Figli di Dio realmente.

Essi non nascono da sangue, cioè da meccanismo biologico; né da volere di carne, cioè da trascinamento del senso; né da volontà d'uomo, che pone il coniugio, nascono da Dio mediante la grazia battesimale.

La Chiesa è testimone della gloria del Verbo incarnato.

Noi, cioè gli apostoli, i discepoli, hanno visto la sua gloria di unigenito del Padre. L'hanno vista sul Tabor, l'hanno vista nella sua risurrezione. Essi hanno visto il Verbo incarnato sfolgorante di luce datagli dallo Spirito della gloria (1Pt 4,14).

E la gloria sua è fondata sul suo essere l'unigenito del Padre. Figlio generato, non creato.

Figlio pieno di grazia e di verità, poiché in lui vi è ogni benedizione e ogni luce.

Giovanni rese a lui testimonianza, ma ancora la rende. Giovanni è il punto inamovibile di un Israele che riconosce il Verbo incarnato.

Giovanni grida ancora: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me".

E anche noi testimoniamo la grandezza di Cristo, perché noi tutti, Chiesa, abbiamo ricevuto grazia su grazia.

Mosè diede la legge, ma la rigenerazione a figli di Dio viene da Gesù Cristo.

Andiamo alla capanna di Betlemme. Troveremo il Bambino, colui che ci rivela il volto del Padre. Il Padre che ha tanto amato il mondo da mandare e dare il suo Figlio.

Andiamo a Betlemme non dubiteremo più dell'infinito amore di Dio.

Andiamo a Betlemme ed entriamo nella capanna: saremo di Dio.

Molti oggi visitano i presepi, ma non molti entrano nella capanna per dare il loro cuore a Dio, per diventare veramente di Dio.

padre Paolo Berti

 

 

 

 

 

Nel mistero del Verbo incarnato

è apparsa agli occhi della nostra mente

la luce nuova del tuo fulgore,

perché conoscendo Dio visibilmente,

per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili.

Eccoci finalmente ad un nuovo Natale...

Più o meno secondo le tradizioni, arriva il 25 dicembre per risvegliare nel cuore del mondo le emozioni più belle... e per fare una festa grande in cui, anno dopo anno, sempre più persone si dimenticano – o vogliono dimenticare – il vero Festeggiato.

Arriva il Natale con le solite pance piene e i cuori vuoti. Arriva il Natale dei regali all’ultimo minuto senza dare almeno un minuto al vero Regalo.

No. Noi non possiamo cedere al passo del mondo. La nostra fede non è un insieme di emozioni e sensazioni, simili a luci intermittenti che vanno e vengono.

I Vangeli delle quattro messe di Natale segnano quasi un crescendo: Dal testo della genealogia di Gesù (messa della vigilia) allo splendido racconto di Luca della nascita di Gesù e del cammino dei pastori verso Betlemme (messa della notte) al ritorno dei pastori che glorificano Dio (messa dell’aurora), fino alla Messa del giorno, con il mirabile prologo del quarto vangelo. Quando Giovanni, ultimo tra gli evangelisti, scrive il suo libro non ha più bisogno di raccontare la nascita del Signore. I credenti del primo secolo ne sono già informati, conoscono quanto è avvenuto a Betlemme, sanno di Maria e di Giuseppe, degli angeli, dei pastori. Matteo e Luca hanno già offerto tutti gli elementi essenziali del Natale. Ora c’è bisogno della contemplazione del mistero, donata dal prologo Giovanni, “questa pagina così breve che è lo sguardo dell’aquila sull’infinito” (Lacordaire).

Oggi accade più o meno così: oltre a molti che festeggiano il Natale senza più sapere perché, ce ne sono altri che lo sanno bene, ma che hanno perso il gusto, il coraggio, il tempo di... contemplare.

Oggi, più che mai, abbiamo bisogno dello sguardo di Giovanni: è lo sguardo del credente che non solo si ferma con emozione davanti a un Dio bambino, ma lo chiama il “Verbo della vita”, ossia il Senso di tutto; guarda la stella e non vede solo un segno del cielo, ma un riflesso della vera Luce che illumina ogni uomo, Gesù Cristo; guarda alla nascita e non vede solo una vita ma la Vita.

Abbiamo più che mai bisogno di ritornare a questa sorgente di Vita e di Luce che è Cristo, che dà un valore nuovo all’intera creazione, a quel principio, la Genesi, in cui Dio con la Parola aveva donato la Luce.

Ora Principio, Parola, Luce, Vita hanno un nome: Gesù Cristo incarnato. Il v. 14 è il culmine del prologo: il Verbo diviene carne e viene ad abitare tra gli uomini, designando con il termine “carne” l’uomo nel suo aspetto terreno e mortale. Qui è il centro di tutto, il misterioso scambio tra un Dio che si fa uomo, per porre l’uomo accanto a Dio.

Nella Messa della Notte di Natale 2007 il Papa ci ha invitati all’umiltà per toccare da vicino questo mistero: Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto. Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo.

Giovanni ha avuto modo di contemplare da vicino questa gloria, dove con “contemplare” (nell’originale greco) significa essere partecipi da vicino di un grande spettacolo. È lo spettacolo che condurrà Giovanni a porre il suo capo sul petto di Gesù. Lui sapeva cosa significasse avere il Dio fatto uomo accanto a sé. Lui, apostolo dell’Amore, ha capito in prima persona che se Dio è Amore non può che essere anche un Dio vicino.

Se vogliamo vivere in pienezza il mistero del Natale dobbiamo fare come Giovanni: passare dal guardare al Vedere. E allora, tra le pieghe della nostra vita quotidiana, fatta di abitudini, pensieri, preoccupazioni, entusiasmi, delusioni, fatiche, riprese... potremo contemplare lo spettacolo inaudito di un Dio che cammina con noi. Oggi. Sempre.

Il Dio che “nessuno ha mai visto” ora ci è rivelato, si racconta, si dona, dando luce anche alle nostre situazioni più drammatiche, come ha dato luce ad una misera stalla nella notte.

I nostri occhi, passando dal guardare al vedere, vedranno il ritorno di Dio in Sion, annunciato da Isaia nella prima lettura! Le nostre orecchie udranno Dio che ha parlato nei tempi antichi in tanti modi e che ora ci parla per mezzo del Figlio, come ci dice l’inizio della lettera agli Ebrei.

Se ci fermiamo alle nostre emozioni Dio passerà senza fermarsi. Se ci affidiamo alle sensazioni tutto quello che è aria di festa si può tradurre in nostalgia dei tempi andati, in vuoti di persone che non ci sono più, in momenti di gioia che poi finiscono come nascono o, ancor più banalmente, in numeri della tombola che non escono.

Se ci fermiamo a contemplare, invece, non vivremo questo Natale pensando ai Natali passati, ma augurandoci di vivere presto il Natale futuro, quando il Signore compirà la sua ultima e definitiva venuta.

E allora, buon Natale, con l’augurio di sperimentare ancora una volta la vicinanza di Dio e di impegnarci a portarLo agli altri in concreti atti d’amore.

don Paolo Ricciardi

 

 

Eccoci un'altra volta a Natale. Ci siamo, come ogni anno, puntuale alla fine di dicembre.

Tutti festeggiano il Natale, almeno per la festività che porta, ma non tutti si accorgono che prima c'è l'Avvento.. e quindi arrivano sotto Natale con i regali compresi, le spese per il cenone fatte, magari con qualche vestito nuovo, insomma esteriormente preparatissimi. Ditemi chi non si prepara, in un modo o nell'altro, al Natale? Eppure, basta la preparazione esterna per vivere in maniera autentica il Natale? Anche tanti che non si professano cristiani lo festeggiano, senza pensare affatto che si ricorda la nascita di Gesù.. lo si festeggia di tradizione.. come se fosse la festa della repubblica: non si va al lavoro, ci si trova con i familiari o amici, mangiando e stando un po' insieme..

C'è il detto: "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi". Vivere il Natale con i familiari.. ma se Gesù, la Parola eterna di Dio, Dio stesso, si è fatto uno di noi, allora dovrebbe essere nostro familiare. E tuttavia molti lo lasciano fuori a Natale, con la storia che si ripete, come duemila anni fa quando non ha trovato posto dove nascere perché le case e gli ostelli erano pieni, come ci dice la tradizione.. Che senso ha festeggiare il Natale senza colui che ha dato la possibilità di festeggiarlo? È la stessa cosa di una festa di nozze senza gli sposi: si può mangiare, e anche divertirsi, ma mancherebbe l'essenziale; insomma si potrebbe tornare a casa con lo stomaco che scoppia, ma con il cuore vuoto, o meglio, pieno di tristezza. E così succede anche con il nostro Natale se lo si festeggia senza Gesù. Voi mi direte che siccome molti non ci pensano, nemmeno sentono questa mancanza. Forse è vero che le cose materiali possono oscurare persino i più grandi desideri del cuore umano, ma - come diceva un vecchio parroco di campagna - anche quelli che puntano tanto a riempirsi lo stomaco o a soddisfare i desideri ‘mondani', anche loro in realtà cercano Dio, senza saperlo cercano il bambino Gesù che dia senso a tutto ciò che vivono e che fanno.

Ecco perché allora noi siamo fortunati se sappiamo dare la priorità a ciò che è più importante a Natale, Gesù. Ma anche noi dobbiamo prepararci bene per poter gustare un'altra volta la bellezza, la tenerezza di questo Natale. Diceva un padre della chiesa (s. Gregorio di Nissa): se noi riuscissimo a capire cosa significa per Dio l'essersi fatto uomo, moriremo di stupore per la tenerezza del cuore di Dio, la cui capacità di amare è così grande da farsi un bambino… e tuttavia la maggioranza dela gente non se ne accorge nemmeno che è nato. E così è avvenuto storicamente anche con Gesù: quanti se ne sono accorti? O oggi, quanti si accorgono che non si vive veramente il Natale se non ci si commuove davanti a questo amore di Dio, se non ci si stupisce per questo stile incredibile di Dio di amare l'umanità! Come si fa a non commuoversi guardando il nostro presepe e pensando come è si è fatto piccolo Dio in Gesù, come si è ridotto per amor nostro? Io penso che la nostra vita diventa così insipida, cosi piena di abitudini, così stressata e pesante perché non abbiamo la capacità di fermarci a riflettere sulle cose essenziali della vita. Spesso facciamo tante cose senza chiederci perché lo facciamo: le facciamo solo perché dobbiamo fare e basta. Se vogliamo, viviamo il Natale perché… perché così. Ma se nel trambusto della nostra vita agitatissima ci fermassimo un po' a considerare le cose più ovvie della vita, riusciremmo a scorgere che la vita è bella, che merita di essere vissuta in pienezza, nonostante le difficoltà. E nella vita di fede avviene lo stesso. Bisogna fermarsi ogni tanto per ricordarsi, per rinfrescare i motivi della nostra fede.

Ecco perché anche quest'anno sentiamo, nella liturgia di Natale, lo stesso vangelo. "In principio era il Verbo, il Verbo era Dio … la parola di Dio si è fatta carne, si è fatta uomo". E si tratta non di una Parola qualsiasi, ma di quella Parola (che è Dio) che incarnata ha cambiato il senso della storia. Non siamo più nel buio della storia, ma abbiamo un senso: viviamo per Gesù, sì per il bambino che oggi contempliamo in una stalla povera. E come sapete le cose più importanti non sono facilmente percepibili: si nascondono, si velano. E cosi ha fatto anche Gesù: lui, Dio, si è nascosto dietro la carne di un bambino: e lo fa per essere più vicino a noi e, allo stesso tempo, per invitarci a imparare ad andare oltre l'apparenza, che è così tanto ricercata e curata nel nostro tempo. Che questo Natale ci renda consapevoli che se proviamo tanta sofferenza nel nostro cuore è perché lo nutriamo di apparenze, di superficialità. E al cuore, realtà profonda per definizione, non piacciono le cose superficiali, apparenti. Il bambino Gesù, nato nel nascondimento a Betlemme, può e vuole riscaldare il nostro cuore. Dipende da noi se glielo permettiamo:

Fermati! Fermati e rifletti. Fermati e ascolta il cuore alla cui porta bussa timidamente Dio nella carne di un bambino. Fallo entrare nella tua vita e vedrai che la tua vita riceverà senso, cambierà di come la notte nel giorno.

Eduard Patrascu

 

 

monsignor Nunzio Galantino

 

 

cardinale Dionigi Tettamanzi

 

 

don Paolo Scquizzato

 

 

L’orazione iniziale di questa celebrazione di Natale parla di dono: a noi che pensiamo cosa dobbiamo fare per Dio, ci viene ricordato quanto il Signore opera per noi.

Ri-cordare vuol dire rimettere nel cuore, collocare al centro del nostro essere la verità di Dio al posto del dubbio e della menzogna antica.

Il Natale ci assicura che il Signore non si vergogna di noi e che la nostra piccolezza è amata, fino ad assumerla completamente.

Il Natale, pur non essendo ripetizione della nascita storica del Salvatore – che è unica -, ci rivela l’Emmanuele, la volontà di Dio di essere con noi per sempre.

Sullo sfondo della profezia di Isaia c’è una situazione di sconforto, di servitù: la nazione è in rovina.

Tuttavia, la voce del profeta si eleva per annunciare la vittoria, la pace e la venuta del Regno di Dio.

Si sta ancora sperimentando la sofferenza e la fatica, ma già si ode il messaggero che porta buone notizie e coloro che sono stati di sentinella nel periodo della desolazione, sono i primi a sentire questo annuncio di liberazione e a gioirne.

È un annunzio che travalica la città, per diffondersi su tutta la terra: il mondo intero deve sapere che il Signore salva il suo popolo.

La nostra miseria è riscattata e un tempo di amore e di pace – cioè di salute, di benessere, di prosperità e sicurezza – è già iniziato.

La pace che Dio instaura significa armonia tra uomo e uomo, tra uomo e cosmo, tra l’uomo e Dio.

Questa salvezza coinvolge tutta l’umanità e il popolo scelto dal Signore è una luce che svela la fedeltà e la gloria di Dio a tutti.

Quanto sta avvenendo è un’opera di Dio, non dell’uomo; che noi però siamo chiamati ad accogliere per portarla a pienezza.

Dio non fa quello che possiamo fare noi!

È solo uno spiraglio di luce, che nondimeno ha già la capacità di diffondere il suo chiarore su tutto il mondo.

Nella seconda lettura il centro di questa salvezza è Cristo, in cui si ricapitola il mistero della creazione e della redenzione.

Il Figlio è la parola ultima e definitiva del Padre all’umanità.

Una parola che è efficace, perché è passata attraverso il vaglio della croce.

Il Signore non ha altra parola per svelare il suo amore per noi, se non il consegnarsi nelle nostre mani fino a dare la sua vita al posto nostro.

La gloria di Dio che Cristo irraggia è l’uomo vivente e la sostanza di Dio è l’amore fino alla fine.

La lettera agli Ebrei ci rivela che siamo amati ed esistiamo in questo amore infinito e assoluto di Dio per noi.

Il prologo di Giovanni annuncia che il Verbo di Dio si è fatto carne.

Qui “carne” non indica semplicemente che Dio si è fatto uomo, ma che dell’uomo ha assunto la sua fragilità, la sua impotenza e la sua debolezza.

L’incarnazione è un atto di amore; è il desiderio di comunione di vita proprio di Dio.

Questa la speranza che dobbiamo portare al centro del nostro cuore: nessuna tenebra, nessun peccato, nessuna fragilità o debolezza può cancellare e annullare questa volontà di Dio per noi.

Il Prologo ci annuncia che la luce di salvezza è venuta nel mondo e se anche le tenebre non la accolgono non sono in grado di spegnerla.

Dio è narrato a ogni uomo da colui che da sempre ne contempla il volto, e nessuno e niente può porre in silenzio questa voce.

A Dio basta una fessura perché il buio sia illuminato dal suo chiarore; e Dio si è fatto piccolo per passare tra le spaccature dell’oscurità umana.

Ecco perché siamo qui: per celebrare la luce/vita del Verbo fatto carne, presente nelle tenebre di oggi; e ancora in cammino con noi per strappare tutti gli uomini dalla loro oscurità e consegnarli alla luce della grazia.

Oggi il Signore bussa alla porta dell’umanità perché il nostro cuore si apra e ogni uomo possa condividere il suo mistero di amore.

Così un autore spirituale russo commenta il fermarsi di Gesù alle porte della nostra vita e il suo non stancarsi di attendere finché qualcuno gli apra: Non è la porta della storia, ma la porta del cuore umano.

E questa non è la voce del tumulto, della furia del mondo, ma la pacata voce del pellegrino.

Il pellegrino è Cristo. Arriva dentro ognuno di noi, porta coraggio, bontà, luce, fede, speranza e prima di tutto amore. È un bussare pacato, un bussare a noi, alla nostra storia, alle nostre anime, alla nostra vita.

È il bussare della Verità stessa, che giunge a noi come un povero pellegrino, che stende la mano senza imporci niente… Allora avrà fine la nostra insoddisfazione, allora si apriranno davanti agli uomini orizzonti senza fine.

Per giungervi, è necessario aprire la porta e lasciar entrare il vero, la verità, il bene, lasciar entrare l’Agnello di Dio che bussa al mondo.

La Bibbia si chiude con la speranza e la luce.

Non con una rosea speranza, non con false promesse e non con illusioni storiche, ma con uno sguardo coraggioso su tutto ciò che è oscuro, su tutto ciò che è nella storia, e con il sacro annuncio della vittoria sul male.

Dio ci ama! Questa è la gioia del Natale.

 

 

don Tonino Lasconi

 

 

Tema delle letture

Gli israeliti sono prigionieri a Babilonia. Il profeta Isaia predice la fine dell´esilio per intervento del Signore. Questo giorno è ormai prossimo. Gerusalemme, ora in rovina, sarà ristabilita e tutte le nazioni riconosceranno in ciò il potere del Dio d´Israele. Il salmo 98 proclama la grandezza di Dio, riconosciuta da tutti, dimostrata nel suo amore per Israele. Il prologo evangelico di Giovanni e l´inizio della Lettera agli Ebrei, in maniere simili spiegano la nascita del Signore come uomo ed il suo significato. In uno stile assai diverso dalle scene della natività dei vangeli sinottici, Giovanni dichiara che Dio divenne uomo, si fece carne, e visse tra noi (v. 14). Egli non fu accolto dai suoi, perché esi hanno scelto di non vedere la luce. Egli offre a tutta la possibilità di diventare figli di Dio attraverso la grazia (v. 12-13). La Lettera agli Ebrei presenta un compendio teologico dell´intervento di Dio nella storia umana e lo scopo per cui Egli si è fatto uomo.

Messaggio dottrinale

La nascita di Dio. Questa frase suona strana e ha bisogno di essere spiegata. Ad un certo punto nel tempo Dio ha assunto una natura umana definita, limitata, e vive una vita sulla terra. Egli è sempre Dio e, nel tempo, diviene Dio in una natura umana. Perché? Possiamo suggerire alcune ragioni: 1) per mostrarci come noi dovremmo vivere (Gesù visse la maggior parte della sua vita terrena in un modo apparentemente molto ordinario); 2) per mostrarci il suo amore per noi (il Signore venne a vivere fra noi, insieme con noi); 3) per riparare e rinnovare la natura umana (dalla sua vita e morte umane, in qualche modo Gesù ha prese su di sé i nostri peccati e li ha tolti); 4) per condividere il suo Spirito con noi (darci una nuova fonte di vita). Il giorno di Natale è, perciò, un giorno dal profondo contenuto religioso.

Riferimenti nel catechismo: i paragrafi 456-478 trattano delle ragioni per cui il Verbo si è fatto carne, dell´Incarnazione e di come il Figlio di Dio è anche Uomo.

Il mistero dell´accoglienza e del rifiuto. I vangelo di Giovanni sottolinea che questa luce di Dio è stata offerta a tutti, ma non è stata accolta da tutti. Con una misteriosa metafora, Giovanni parla dell´oscurità, prendendo in prestito la stessa immagine dal capitolo 3, "gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie" (3,19) è strano che noi si preferisca l´oscurità alla luce, il male al bene. È curioso che il mondo non abbia riconosciuto chi lo ha fatto. Il giorno di Natale rivela anche verità scomode sull´uomo.

Riferimenti nel catechismo: il paragrafo 1705 si riferisce alla libertà dell´uomo; il paragrafo 409 tratta della lotta nella vita dell´uomo; i paragrafi 1730-1742 si riferiscono alla libertà dell´uomo e alla responsabilità.

Il potere di diventare figli di Dio. Quando la Lettera agli Ebrei spiega che Gesù Cristo ha "compiuto la purificazione dei peccati" (v. 3) possiamo, forse, aver un´idea semplicemente "in negativo" della salvezza di Cristo. Certamente, il peccato è un ostacolo che deve essere rimosso. Ma la realtà della salvezza di Cristo è che noi possiamo avere, se lo vogliamo, qualcosa di più di una solo fugacemente felice vita umana. Per sua volontà, possiamo diventare "figli di Dio" (v. 12) Questo significa condividere la vita di amore di Dio, lasciando che Lui viva in noi.

Riferimenti nel catechismo: il paragrafo 505 parla della nuova nascita come figli adottivi nello Spirito Santo; i paragrafi 1265-1274 spiegano cosa vuol dire essere una "creatura nuova" ed un figlio adottivo di Dio.

Applicazioni pastorali

Abbiamo veramente bisogno di Dio? Un atteggiamento che sembra prevalere nel periodo natalizio è il pensiero che Dio e le sue opere non si adattino davvero al nostro modello di vita. In una cultura che non tramanda più i modelli di vita cristiani, ci pare di sentirci soddisfatti anche senza Dio e non sentiamo il bisogno dei suoi gesti drammatici di amore e di sacrificio. I pastori, gli angeli la nascita di Gesù, sarà tutto vero, ed è bello che i bambini credano a queste cose, ma non è un evento davvero determinante per le nostre vite o nella storia. C´è una sfortunata proporzione inversa nei Paesi tra il livello di benessere materiale e l´impatto del Cristianesimo sulla vita e sulle azioni della gente: tanto più è diffusa la prosperità, tanto meno lo è la fede. Il Cristianesimo è solo l´oppio dei poveri?

Ci sono due modi per rispondere a questa domanda; entrambi si ripercuotono sull´esperienza personale. Da una parte, sperimentiamo continuamente in noi stessi il bisogno di qualcosa di più. La soddisfazione materiale rallenta molto rapidamente; c´è una legge di riduzione dei "profitti individuali" nella soddisfazione materiale. L´esperienza fisica diretta ci mostra che combattiamo una battaglia persa in partenza per conservare quel che abbiamo, compresa la vita stessa. In particolar modo, l´abbondanza materiale sembra esacerbare le relazioni personali; tendiamo all´intolleranza e all´isolamento. Nutriamo un persistente desiderio e un´aspettativa, anche se talvolta latenti, di qualcosa di più grande e migliore. È questo desiderio che ci guida in ogni giorno. Questa speranza, questa aspettativa è uno dei fenomeni curiosi della nostra esistenza. Cosa, esattamente, speriamo di realizzare e perché siamo così fiduciosi nell´aspettarcelo?

Dall´altra parte, abbiamo esperienza dell´azione di Dio nella nostra vita; pensieri diversi, eventi curiosi, incontri personali, apparenti coincidenze, cambi di atteggiamento possono essere segnali rintracciabili di una realtà più grande che penetra in una prospettiva terrena. Il suono di una stessa campana può essere percepito differentemente, così come diversa è la disposizione di chi ascolta. Questi segni sono di per sé manifesti.

Ci sono due realtà che abbiamo bisogno di sperimentare: l´esperienza della nostra stessa natura, che possiede una capacità e un desiderio che vanno oltre tutto quel che possiamo acquisire, e l´esperienza dell´azione di Dio nella nostra vita. Entrambe sono autentiche. Entrambe avvengono nel presente. Entrambe richiedono che ci disponiamo a percepirle. Solamente cogliendo il senso di queste due realtà, il giorno di Natale può diventare un´esperienza personale.

 

 

 

 

Una grande luce rifulse

Di questi tempi non sono molte le buone notizie. La lettura dei giornali è quasi ogni giorno deprimente; dalla radio alla televisione ci sono offerti spesso motivi di profondo sconforto. Qualche volta si ha l'impressione di vivere in un mondo che si stia sgretolando e non trovi punti di riferimento affidabili per avviare una qualche ripresa.

PROROMPETE INSIEME CON CANTI DI GIOIA, ROVINE DI GERUSALEMME

Si è allora tentati di usare, per descrivere la situazione, la parola "rovina", che abbiamo ascoltato nella prima lettura, della profezia di Isaia: le "rovine di Gerusalemme" possono ben rappresentare la società in cui viviamo, soprattutto in rapporto agli ideali e ai valori.

Il secolo ventesimo però non era cominciato così: aveva anzi fatto balenare la prospettiva allettante di un'umanità illuminata da una scienza rigorosamente autonoma e fiera di sé; aveva sventolato il vessillo di una libertà senza vincoli; aveva promesso una giustizia terrena senza il timore di un giudizio trascendente e un umanitarismo senza la virtù cristiana della carità. E molto di valido e di apprezzabile è stato anche attuato. Ma del grande progetto ideologico oggi ci restano soprattutto vistose e deludenti macerie. Ci limitiamo a richiamare qualche esempio.

Prima di tutto "le rovine della ragione"; che sono molte, ma ne indichiamo una sola: gli uomini che, in omaggio alla razionalità (o meglio al razionalismo), hanno estromesso dalla loro attenzione tutta la realtà invisibile ed eterna, oggi sono comicamente arrivati a una fede quasi universale nell'oroscopo e nei responsi dei maghi e dei cartomanti.

Poi le "rovine della libertà". Molti, specialmente giovani, ai quali è stata predicata l'emancipazione da ogni autorità e da ogni principio, si sono trovati sottoposti alle più tragiche schiavitù, come quelle della droga e delle varie aberrazioni morali.
Infine le "rovine della serenità di spirito". Censurato il pensiero di Dio e del rendiconto finale da dare a lui, le paure non sono scomparse, sono anzi dilagate fino a diventare ossessive: paura dell'aria inquinata che respiriamo, dei cibi sofisticati, delle malattie e dei contagi senza rimedio, degli infarti improvvisi, delle crisi economiche ricorrenti, degli stranieri che ci invadono, della violenza e della disonestà che non si riesce più a frenare.

Dove si estingue la fiducia in un Padre che ci ha creato e ci ama, nasce fatalmente un mondo atterrito.

Una riflessione a parte meritano le "rovine della famiglia", che stanno all'origine di molti nostri guai.

I bambini dell'inizio del secolo avevano a disposizione una padre, una madre e una mezza dozzina tra fratelli e sorelle. I bambini di oggi non hanno più né fratelli né sorelle; in compenso qualche volta hanno una mezza dozzina tra padri, madri, succedanei e facenti funzioni. Che meraviglia, se poi sono sempre più numerosi i nevrotici, i disadattati, i ribelli?

PERCHÉ L'UOMO RINASCA

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere: ma che cosa centra tutto questo col Natale? C'entra, perché, in mezzo a questo squallore il Natale è l'unica "buona notizia".

La parola di Dio, che ci ha parlato di "rovine", ci ha detto che anche queste "rovine" possono ricominciare a sperare: Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo (Is 52,9).
Dal momento che il verbo di Dio - cioè la parola, il pensiero, l'intelligenza del Padre - si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (cf. Gv 1,14), la nostra ragione può essere salvata da se stessa, dalle sue deviazioni e dalle sue intemperanze. È lui la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9): chi se ne lascia rischiarare è preservato dal non senso di un'esistenza che sembra venire dal niente per andare a finire nel niente e dall'assurdità di un pellegrinaggio terrestre senza indicazioni e senza mèta; chi se ne lascia rischiarare può finalmente cominciare a vivere da creatura ragionevole e sensata.
A quanti credono nel suo nome è dato di sottrarsi davvero a tutte le tirannie: alla tirannia delle prepotenze politiche, dei condizionamenti psicologici e sociali, delle passioni accecanti. Quel bambino, che oggi contempliamo silenzioso nell'umiltà di una stalla, un giorno pronuncerà su questo argomento una frase decisiva: Se rimanete fedeli alla mia parola… conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv. 8,31.32).

Dal presepe risuona dunque un annuncio che è ancora capace di ridonare pace, gioia, speranza anche ai nostri tempi inquieti.

Perciò di qui, dal Natale, dall'Unigenito del Padre pieno di grazia e di verità (Gv 1,14) che è entrato una volta per tutte nella nostra storia, si può e si deve ripartire a lavorare perché l'uomo rinasca.

LA SPLENDIDA NOTIZIA DEL NATALE

Comprendiamo allora che la cosa più urgente e benefica che l'umanità possa aspettarsi è che questa "buona notizia" risuoni nelle orecchie e nel cuore di tutti: la "buona notizia" che a Betlemme è stata proclamata per la prima volta dagli angeli, ed è la ragione vera (anche se dimenticata da molti) perché a Natale si debba fare tanta festa.

A chi oggi, toccato dalla grazia di questa celebrazione, si propone di fare personalmente qualcosa per portare un po' di rimedio alle "rovine" del mondo e alleviare qualcuna delle angosce dei suoi fratelli, si presentano molti campi di operosità feconda e preziosa. Ma l'opera più benedetta e necessaria, cui dobbiamo tutti pensare, è quella della "nuova evangelizzazione": è quella cioè di far conoscere e riconoscere a tutti come Redentore e Signore il bambino nato a Betlemme, perché, come dice la parola di Dio, in nessun altro c'è salvezza; non c'è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati (At. 4,12).

Quanto più triste sarà lo spettacolo posto davanti ai nostri occhi della stoltezza e dalla corruzione degli uomini e delle istituzioni, tanto più ci apparirà in tutta la sua splendida attualità natalizia l'esclamazione del profeta: Come sono belli sui monti i passi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: Regna il tuo Dio (Is 52,7).

Giacomo Biffi

Titolo originale: Ecco, vi annunzio una grande gioia - fonte: Un Natale vero?

 

 

fra Damiano Angelucci da Fano

 

 

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini Legaz

 

 

 

 

Il volto umano di Dio

Il quarto vangelo comincia con un prologo molto particolare. È una specie di inno che, fin dai primi secoli, aiutò in maniera decisiva i cristiani a penetrare nel mistero racchiuso in Gesù. Se lo ascoltiamo con fede semplice, anche oggi ci può aiutare a credere in Gesù in maniera più profonda. Ci fermiamo solo su alcune affermazioni centrali.

«La Parola di Dio si è fatta carne». Dio non è muto. Non è rimasto in silenzio, chiuso per sempre nel suo Mistero. Dio ha voluto comunicare con noi. Ha voluto parlarci, dirci il suo amore, spiegarci il suo progetto. Gesù è semplicemente il Progetto di Dio fatto carne.

Dio non si è comunicato a noi per mezzo di concetti e dottrine sublimi che possono comprendere solo i dotti. La sua Parola si è incarnata nella tenerezza della vita di Gesù, perché la possano intendere fino ai più semplici, quelli che sanno commuoversi di fronte alla bontà, all'amore a alla verità racchiuse nella sua vita.

Questa Parola di Dio «ha messo la sua tenda in mezzo a noi». Sono scomparse le distanze. Dio si è fatto «carne». Abita in mezzo a noi. Per incontrarci con lui, non dobbiamo uscire fuori dal mondo, ma avvicinarci a Gesù. Per conoscerlo, non devi studiare teologia, ma sintonizzare con Gesù, comunicare con lui.

«Dio nessuno lo ha mai visto». I profeti, i sacerdoti, i maestri della legge parlavano molto di Dio, ma nessuno aveva visto il suo volto. Lo stesso accade oggi tra noi: nella Chiesa parliamo molto di Dio, ma nessuno di noi lo ha visto. Solo Gesù, «il Figlio di Dio, che è nel seno del Padre lo ha fatto conoscere».

Non dobbiamo dimenticarlo. Solo Gesù ci ha raccontato come è Dio. Solo lui è la fonte per avvicinarci al suo Mistero. Quante idee rachitiche e poco umane di Dio dobbiamo disimparare e dimenticare per lasciarci attrarre e sedurre da quel Dio che ci si rivela in Gesù.

Come cambia tutto quando si comprende alla fine che Gesù è il volto umano di Dio. Tutto si fa più semplice e più chiaro. Ora sappiamo come ci guarda Dio quando soffriamo, come ci cerca quando ci perdiamo, come ci comprende e perdona quando lo neghiamo. In lui ci si rivela «la grazia e la verità» di Dio.

José Antonio Pagola

Traduzione: Mercedes Cerezo

 

 

 

 

padre Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

mons.Tommaso Stenico

 

 

don Enzo Pacini

 

 

La dignità di figli di Dio

Abbiamo ascoltato l’inizio del Vangelo di Giovanni, che è come la grande ouverture di quella sinfonia che è il IV vangelo.

Infatti se consideriamo tutti e quattro i Vangeli per come essi raccontano la nascita di Gesù, ci rendiamo conto che Matteo sviluppa la sua narrazione dal punto di vista di Giuseppe, scrivendo dei suoi sogni che tra l’altro gli permettono di sfuggire alla violenza di Erode. Matteo è preoccupato di garantire la discendenza davidica di Gesù secondo il compimento delle Scritture.

Marco addirittura, scrivendo il vangelo per i pagani di Roma, omette qualsiasi racconto della nascita ed esordisce subito con la vita pubblica di Gesù.

Luca, privilegiando la prospettiva di Maria, ci racconta dell’annuncio a Elisabetta e a Zaccaria, dell’annuncio a Maria, del viaggio di Maria e Giuseppe a Betlemme, scrive anche dei pastori e degli angeli che cantano il Gloria…

Giovanni invece non si preoccupa di descrivere i dati storici e il contesto della nascita di Gesù, ma sembra avere in mente la prima lettura, tratta dal libro dei Proverbi di Salomone, dove la Sapienza parla, anzi grida – quasi fosse una persona – il proprio rapporto con Dio: con lui è dall’eternità e l’ha assistito nella creazione del mondo.

Giovanni, che conosceva bene questo testo, lo riscrive in qualità di testimone e di apostolo, annunciando che la Sapienza, il Logos, che era presso Dio venne ad abitare in mezzo a noi. Così come Luca e Matteo scrivono che Dio ha preso casa a Nazaret e con Nazaret ha preso casa nelle nostre case.

Giovanni utilizza un’altra metafora per descrivere come Dio abita con noi e dice: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.

Il messaggio è analogo a quello di Luca quando racconta la nascita di Gesù come un evento luminoso che squarcia la notte, una luce che attira gli sguardi dei pastori, o come accade nella narrazione di Matteo: la stella è la luce che guida i Magi.

In questo senso la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Ma che cosa sono queste tenebre? A cosa si riferisce? Giovanni parlando di tenebre in generale, ci coinvolge un po’ tutti, uomini e donne di ogni tempo. È curioso osservare anzitutto i tempi dei verbi: per la luce ricorre al presente (splende), per il rifiuto delle tenebre si ricorre al passato (non l’hanno vinta).

La luce brilla sempre, dice Giovanni, perché è da Dio, il verbo è al presente per dire che appartiene alla sua natura illuminare. Anche nei momenti più oscuri della nostra vita e della storia del mondo, la luce del Cristo continua a brillare.

La luce è una metafora per dire Dio, metafora che Gesù stesso userà per indicare la propria missione: “Io sono la luce del mondo” (Gv. 8,12; 9,5)

Per le tenebre invece si ricorre ad un verbo al passato, non l’hanno vinta, questo dice che le tenebre possono rifiutare la luce, ma non possono spegnerla! Si tratta di rifiuti e di opposizioni storiche, un fatto che potrebbe esserci e non esserci, perché dipende dall’uomo e dalla sua libertà.

Le tenebre sono le violenze e le guerre che ci sono nel mondo; tenebre sono le ingiustizie e i fondamentalismi; talvolta anche nelle nostre famiglie scendono le tenebre a causa delle nostre ottusità, delle nostre chiusure … al punto che talvolta le tenebre sembrano dominare e prevalere.

Tuttavia nulla può spegnere questa luce, dice Giovanni.

Ed è questa la nostra speranza: a ogni uomo è data la possibilità di accogliere la luce della Sapienza di Dio. E cosa succede quando uno accoglie questa luce?

Noi pensiamo subito ad alcune caratteristiche morali, che traduciamo con il diventare migliori, più giusti, più diligenti … tutte cose buone e affatto scontate. Ma Giovanni dice qualcosa di più forte: A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio. Quante volte abbiamo usato questa espressione ‘figli di Dio’ è un termine un po’ frusto, come succede alle parole che sono consunte dall’uso.

I Padri della chiesa affermano che Dio è diventato uomo, perché l’uomo in Gesù l’uomo ritrovasse la via per l’unione con Dio, non un unione esterna o sentimentale, ma intima e vera, l’unione dei figli, e quando diciamo figlio nelle nostre relazioni, intendiamo dire che nelle nostre vene scorre anche la vita di chi ce l’ha trasmessa.

Analogamente diventando figli di Dio, come infatti ci viene dato di esserlo per grazia nel battesimo, abbiamo in noi la vita divina, partecipiamo alla vita stessa di Dio, in ognuno abita un frammento di eternità. Come dice Gesù, sempre in Giovanni: chi segue me avrà la luce della vita (8,12).

In questi giorni di Natale contemplando la grandezza del disegno di Dio che si fa uomo per noi, riconosciamo la dignità alla quale siamo chiamati, ovvero quella di essere figli di Dio.

E se la grandezza del disegno di Dio è la via dell’umile incarnazione del Verbo, se questa è la vera Sapienza che governa la storia del mondo, possiamo a ragione considerare che anche la dignità alla quale siamo chiamati passa attraverso la via umile della povertà di cuore, della fede incrollabile in Dio.

Questo chiedo al Signore per me e per ciascuno di noi tutti.

 

 

Diventare la Parola che ascoltiamo

 Quando Giovanni scrive le parole che abbiamo appena ascoltato ha tutta l’intenzione di introdurci nella vita di Gesù in maniera diversa dagli altri vangeli sinottici. Il Quarto Vangelo si rivolge a persone che già conoscono il Signore e la sua vita, per questo anzitutto ci chiede di contemplare il mistero di Gesù in modo da vedere anche ciò che avviene in noi nell’impatto con la Parola.

Infatti dice subito fin dall’inizio che la protagonista del vangelo è la Parola. Questo brano è un inno alla Parola, è una poesia. E la poesia risponde alla necessità non solo di dire delle cose, come fa la prosa, di raccontarle, ma anche di accompagnarle con un ritmo, con un andamento quasi musicale capace di suscitare nell’ascoltatore una reazione, un sentimento, un pensiero, un’emozione. Sarebbe un bell’esercizio, quello di metterci in ascolto di questo brano con una base musicale mentre lo rileggiamo una e più volte… La poesia, come dice il termine stesso (gr. poieo), è fare, è creare, significa entrare nelle corde più profonde della vita e della realtà.

E questa poesia è come un’ouverture, un preludio nel senso che come in un’opera, in una sinfonia, l’ouverture anticipa i temi principali che verranno poi ripresi più diffusamente, così nel testo del prologo incontriamo tutti i temi che l’evangelista narrerà lungo il racconto della vita di Gesù e questi temi sono: la luce, la vita, l’accogliere e il rifiutare, la testimonianza, la grazia, la gloria, il diventare figli di Dio. Tutti termini che nel vangelo verranno poi svolti in tutta la loro ricchezza, ma che vengono qui accennati nei motivi fondamentali.

Di sicuro non ritroviamo tutte le parole che ci sono care in Giovanni. Ad esempio la croce, l’amore, l’alleanza, il peccato… il prologo non è un indice o una sintesi, è un inno, una poesia. Siamo di fronte a un testo così forte tanto bello da leggere, da contemplare, da ascoltare… che poi quando uno si mette a spiegarlo, non solo è difficile, ma in qualche modo lo guasta, lo rovina. Perciò dico solo qualcosa che spero possa aiutarci a lasciare che il testo ci parli e ci aiuti a diventare la Parola che ascoltiamo.

Cosa c’è al principio? Si chiede Giovanni. Noi con la nostra mentalità scientifica diremmo: il big bang, il bosone di Higgs, il fato, il caso, il destino… no, dice Giovanni in principio c’è la Parola.

Cos’è la Parola? Parola viene da parabola, che significa «buttare fuori, esporre, proporre» in modo che l’altro possa capire, possa dialogare. Quando vediamo qualcuno che ha una grande emozione che si tiene dentro e la trattiene, gli diciamo: dai butta fuori, parla! Perché la persona è parola, parola ascoltata e corrisposta, questo distingue l’uomo dall’animale, questo è il principio della cultura, della vita sociale, della scienza, di tutto.

Si racconta che l’imperatore Federico II di Svevia (+ 1250) la cui corte siciliana fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica, era una figura poliedrica, esperto di tante cose, parlava sei lingue… voleva sapere quale fosse la lingua originaria dell’uomo, la prima lingua che si fosse parlata. Allora prese sette bambini appena nati li affidò a sette nutrici diverse dando loro l’ordine di dare da mangiare, accudire bene questi piccoli, ma di non parlare mai con loro. Quando sarebbero diventati grandi, la lingua con la quale si sarebbero espressi, quella sarebbe stata la lingua originaria dell’uomo. Sapete già come finì la storia di questi bambini: sono morti nel giro di poco tempo, senza parlare mai alcuna lingua. Perché? Perché l’uomo vive della parola; non di solo latte vive il bambino, parafrasando le parole di Gesù, ma di ogni parola che esce dalla bocca della mamma e del papà. Cioè la parola è ciò che dà l’esistenza all’uomo.

Tant’è che quando noi vogliamo chiudere con una persona, le togliamo la parola, non la salutiamo nemmeno più… e allora nascono le tragedie. Al contrario una volta quando si vedevano due che si volevano bene, si usava dire: «Quei due si parlano!».

Il vangelo dice: Dio stesso è Parola, Parola che si comunica, che cerca una relazione, una comunione. Giovanni dice che il Padre è uno che parla e il Figlio è uno che ascolta e c’è l’amore tra i due. Eppure l’uomo, può anche rifiutare la Parola che è Dio, può respingerla. Perché questo è il dramma della Parola e delle nostre parole: possono essere capite e ascoltate o invece rifiutate e male interpretate. Non solo ma le parole umane posso essere vere, ma anche menzognere e false, possono essere luminose e chiare, ma anche doppie e oscure… vediamo nella nostra società l’uso che si fa delle parole. La società dipende dall’uso che fa della parola: se la usa per dominare o per comunicare, per liberare o per rendere schiavi, per illuminare o per imbrogliare… il Vangelo ci narra questo dramma della Parola che Dio rivolge all’uomo e che noi possiamo appunto accogliere o rifiutare, possiamo ascoltarla e poi lasciarla cadere o possiamo viverla, incarnarla, possiamo diventare la Parola che ascoltiamo.

Infatti, è la seconda cosa che volevo dire, al vertice della sua poesia Giovanni conclude: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Come fa a diventare carne una parola? Abbiamo visto che l’uomo e la donna vivono della parola, Gesù è il primo che vive della Parola del Padre e viene a dirci che Dio cerca di parlarci e lo fa diventando Figlio lui stesso, assumendo la carne di ogni persona. Per Giovanni il termine carne non ha proprio lo stesso significato che ha per noi oggi, nel linguaggio giovanneo la carne designa la nostra fragilità e materialità: siamo cellule, diremmo noi, siamo neuroni, siamo muscoli… La carne è il principio della mia vita, se no non nascevo, ma è anche principio del mio morire, è il luogo dove vivo la mia condizione umana.

Gesù è Figlio di Dio non perché ha dei privilegi, non perché si è messo sul piedistallo… ma perché condivide la carne, la fatica del vivere, le gioie e i dolori della storia umana e in questa storia è venuto a dirci che anche noi riceviamo il potere di diventare figli di Dio. Figli di Dio si diventa, è una condizione dinamica: più ascolto la Parola, più la Parola diventa carne, più divento la Parola che ascolto, più vivo nella condizione di figlio di Dio e quindi di fratello e sorella in umanità con tutti gli altri.

Ma su questo ritorneremo, per oggi contempliamo il mistero della Parola che si fa carne, affinché anche noi possiamo diventare la Parola che ascoltiamo.

Giuseppe Bettoni

 

 

 

 

 

 

monsignor Francesco Follo