CREATIVITÀ E CORRETTEZZA LITURGICA

Senza fini censori che non ci competono, ma con il solo scopo di introdurci ad un argomento da trattare, ci permettiamo di riferire quello che quasi quotidianamente capita di ascoltare in fatto di manomissioni "creative" dei testi liturgici. Alcune naturalmente, così come vengono in mente. Piccole cose, se si vuole, ma indicative di una mentalità e di un comportamento più generali. Si tratta di testi della messa: "Dio che è onnipotente abbia misericordia...", "questo pane, che è frutto della terra", "uniti ad angeli e santi", "sicuri da ogni paura...", "Ecco Gesù che è l'agnello di Dio", "Beati noi invitati alla mensa del Signore", "Sì, è veramente cosa buona e giusta", "Questo è il mistero della fede", "... formati al suo divino insegnamento, diciamo insieme". La giustificazione che si sente avanzare sarebbe quella di rendere più viva la liturgia, di dire in maniera diversa e più comprensibile questa o quella frase, questo o quel concetto teologico. Non vogliamo pensare neppure lontanamente che in tutto ciò possa esserci una positiva volontà trasgressiva, anche se oggettivamente di vera trasgressione si tratta.

È pacifico che scopo della liturgia è di far capire, comunicare il più possibile, introdurre agevolmente nel mistero di Dio e di Cristo salvatore attraverso un linguaggio comprensibile a tutti; come pure è indispensabile che ogni celebrazione risulti in qualche modo nuova e ricreata, evento del momento, vissuto in freschezza e coinvolgimento personale; senza immiserirsi in una ripetizione stanca di parole e di gesti stereotipi. Ma viene da domandarsi che tipo di creatività sia quella delle piccole storpiature sopra ricordate; se realmente ottengano lo scopo di vivificare una celebrazione. Sinceramente - con tutto il rispetto per i confratelli che le praticano - a noi sembrano mezzucci poverelli, frutto di scarsa fantasia e conseguenza di ignoranza delle reali possibilità creative che pure sono incoraggiate e per le quali è lasciato spazio dall'attuale ordinamento liturgico. Ci sarebbe anche l'aspetto della indisciplina, che si permette di variare testi pensati e pesati da esperti e approvati dalla suprema autorità ecclesiastica; la "Sacrosanctum Concilium" (n. 22/3) è lapidaria in proposito: "...nessuno, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica". Per non dire delle improprietà linguistiche e concettuali che vengono introdotte dalle manomissioni abusive. Ad esempio: "Dio onnipotente" è più forte che non "Dio che è onnipotente", in cui sembra che si voglia specificare una cosa non chiara; "Beati noi invitati... " fa pensare che gli altri non siano stati invitati; "turbamento" è parola più biblica (anche Maria si turbò) di "paura" che rimanda piuttosto ad angoscio esistenziali laiche; sostituire l'"osiamo dire" con un banale "diciamo insieme" significa, distruggere un capolavoro delle formulazioni liturgiche: noi, benché peccatori, abbiamo il coraggio (e ci è dato l'ardire) di chiamare Dio infinito col nome di Padre. Bellissimo! E tuttavia siamo condannati a sentire, in sua vece, un insignificante "diciamo insieme".

Al di là di queste inevitabili constatazioni, rimane l'esigenza di operare uno scongelamento dell'apparato celebrativo, la voglia e il dovere di uscire dall'inerzia e dal fissismo che ne è la conseguenza. Resta il problema di coniugare sapientemente la fedeltà ai testi e ai riti con il necessario adattamento alle singole situazioni celebrative. Ma bisognerà che i celebranti siano anzitutto "formati alla comprensione dei testi liturgici che diranno, delle pagine bibliche che proclameranno e dei simboli che tratteranno: che siano educati ad un uso rispettoso e creativo dei libri liturgici, secondo le disposizioni contenute nei libri stessi, così da saper unire al linguaggio della tradizione l'indispensabile adattamento alle situazioni storiche della comunità celebrante" (C.E.L.), "Il rinnovamento liturgico in Italia", n. 8).

Pare impossibile, ma a parecchi anni ormai dalla riforma si avverte l'urgenza di richiamare e riapprofondire concetti che ci illudevamo fossero stati assimilati. Ed è la mancata assimilazione di idee chiare e di scienza liturgica precisa la causa dell'attuale diffusa stanchezza, delle anomalie, degli abusi e delle sciatterie che si verificano così frequentemente nelle nostre chiese. Teniamo a sottolineare che non è argomento solamente liturgico (materia che non sarebbe nostra) ma anche musicale, come vedremo: ragione per cui ci intratteniamo a parlarne. Si tratta in sostanza di capire cosa è e come si attua correttamente la "creatività liturgica". Alceste Catella la sintetizza in queste parole: "Vi è un 'dato' liturgico nel quale, con fede ed umiltà occorre 'entrare'; v'è una celebrazione 'vissuta' di questo dato; la vera creatività è la sintesi fra il 'dato' e il 'vissuto', tra il 'ricevuto' e il 'rivissuto'". (Rivista di Pastorale Liturgica, 1989/6, p. 54). La legislazione liturgica prevede già diverse possibilità di adattamento, sia in ragione dei momenti, sia in vista dei destinatari; sono opportunità di intervento personale di cui approfittare con intelligenza e proprietà. Ciò che non avviene sempre, preferendo ricorrere a distorsioni abusive ed infelici. Occorre per prima cosa conoscere e sapere utilizzare il Messale e la ricchezza di formulari ch'esso offre, per evitare di ridursi all'uso di poche scontate soluzioni (cfr. "Principi e norme per l'uso del Messale romano", cap. 1, n. 5).

- Sono previste infatti - secondo il calendario - messe proprie e messe comuni delle ferie, memorie obbligate e facoltative, messe votive, messe rituali, messe per ogni necessità della vita cristiana, messe specifiche per le celebrazioni con i fanciulli, una collezione di messe mariane. Sono a disposizione quattro preghiere eucaristiche classiche e sei più recenti, tutte presenti nel Messale del 1983, ognuna con una tematica di fondo diversa; c'è inoltre un ampio ventaglio di prefazi da cui scegliere.

- Il celebrante può coinvolgere nell'azione liturgica una corona di accoliti, il diacono, qualche buon animatore, i lettori, gli addetti alla raccolta delle offerte e gli incaricati dell'accoglienza dei fedeli all'inizio, per non dire della schola e dell'organista: tutti ministeri e servizi previsti, ma che non sempre si vedono adeguatamente cooptati nelle celebrazioni e sui cui ruoli, in ogni caso, è possibile giocare con una quantità di variazioni tale da rendere la messa ogni giorno realmente nuova, reinventata.

- In quanti modi si può fare un ingresso? Nella maniera più anonima e inavvertita o solennemente con l'incenso, la croce e i ceri, l'evangeliario portato dal diacono o da un lettore, i ministri... Con effetti ed impatti, anche psicologici, molto diversi. Le forme dell'atto penitenziale sono tre, con possibilità di inventare e adattare ogni volta le invocazioni nella forma del "Kyrie tropato"; a queste tre si aggiunge "l'aspersione" con l'acqua benedetta, particolarmente adatta per la quaresima e il tempo pasquale. Analogamente, analizzando tutti gli altri momenti rituali della messa, si scoprirà quante scelte differenziate siano possibili e in quante maniere si possa arricchire la medesima celebrazione, senza distaccarsi dalle indicazioni del Messale. Altro spazio per l'espressione personale è dato dagli interventi didascalici e dalle monizioni, che pure sono consentite e risultano indispensabili per la vivezza delle celebrazioni. Sono possibili (da parte del celebrante o del diacono o di un commentatore) all'inizio per l'opportuna ambientazione, come introduzione alla liturgia della Parola, prima del Pater noster, al segno della pace, al momento del congedo. Anche qui il Messale è generoso nell'offrire formule già pronte, che sarebbe meglio però considerare come indicative; è preferibile che le monizioni siano formulate di volta in volta con la propria sensibilità e con l'attenzione dovuta ad una comunità individua che è lì davanti all'altare. Poche e sentite parole che vadano diritte al cuore.

 Perché il celebrante non prova ad essere creativo ed esemplare anche nel canto? Il canto, anzitutto, che direttamente gli compete; può scegliere come vuole: i saluti, le orazioni, il prefazio, le acclamazioni della prece eucaristica, ecc. Ma faccia sentire che anch'egli è vivo. Avrà così maggiore autorità nel programmare il canto dell'assemblea e degli altri ministri. La scelta dei canti, in particolare, è importante in riferimento ai tempi e ai momenti liturgici e in vista degli esecutori che saranno interessati (popolo, solisti, coro). Ogni ricorrenza e ogni rito deve avere il suo canto appropriato, cercato con passione, mai generico. E ogni canto nuovo deve trasformarsi in un momento educativo, di autentica catechesi. Tra i tanti che in una messa possono essere intonati si sceglieranno quelli che più direttamente rispondono al progetto celebrativo. Un campo sconfinato di ricerca e di combinazioni, grazie alle quali ancora una volta la messa uscirà inedita e "inaudita". Dovizia di possibilità aumentata ulteriormente dagli apporti differenziati dei protagonisti effettivi del canto: affidare ad un espressivo solista un Agnus Dei può essere più efficace talvolta che cantarlo tutti insieme; far cantare sempre l'assemblea ignorando o sacrificando una Schola probabilmente non è cosa intelligente; mentre lo è certamente se si cerca di fare interagire le varie forze canore con modalità mai ripetitive e stantie. Perché non provocare alla creatività lo stesso organista? Non nel senso che debba egli comporre le musiche, ma nel senso di usare qualche volta il suo strumento in maniera non tradizionale, producendo particolari preludi, intermezzi, sottofondi e sottolineature, silenzi di suono... Naturalmente d'accordo con il responsabile della celebrazione: ulteriore campo di ricerca e di sfogo creativo, in cui far rientrare anche altri strumenti, flauti, corno, trombe, archi..., compresa la chitarra, una volta dimessi gli abiti pezzenti del dilettantismo da balera. Ne risulterebbero squarci espressivi e cornici di illuminazione dalle quali prenderebbero ulteriore forza le sante Parole e il significato dei riti. Come si vede, stiamo accennando appena, balbettando, forse, intorno ad argomenti grandissimi che richiederebbero ben altra trattazione. Il concetto però emergerà chiaro: guai appiattirsi su celebrazioni (lette o cantate) anemiche e senz'anima; ma attenzione, nello stesso tempo, a non abbandonarsi all'arbitrio e alla manipolazione.

 - Converrà allora sentire forte e coltivare l'esigenza salutare del "nuovo". Un nuovo che sarà anzitutto interiore, assicurato dallo Spirito creatore, base di ogni ulteriore novità; ma anche esteriore, fatto di accorgimenti che tengano desta l'attenzione e stimolino la riflessione. Accorgimenti, trovate, varianti ... attuati dentro i limiti molto ampi della norma liturgica. L'operatore liturgico è un mediatore tra il libro e l'assemblea, tra la norma sapientemente fissata, ma inevitabilmente fredda, e le esigenze della singola e concreta comunità riunita. L'attenzione al libro impedirà la creatività selvaggia e permetterà di capire che non c'è bisogno di stravolgere i riti o i testi per risultare creativi.

 - E indispensabile avere chiaro nella mente quello che si vuole; la creatività liturgica non sarà mai fine a se stessa, ma sempre in vista di un risultato, di un concetto da richiamare, di un sentimento da suscitare, in definitiva di una fede da sostenere e da alimentare. La scelta di una formula piuttosto di un'altra o la preferenza per un canto non dovranno avere nulla di capriccioso, mirando piuttosto alla sintonizzazione ideale con gli scopi sacrosanti della liturgia.

 - È sottinteso che il celebrante e i suoi collaboratori devono prepararsi convenientemente alla liturgia da effettuare, coordinandosi nei vari compiti, leggendosi per tempo le letture allo scopo di adeguare le monizioni, i commenti eventuali e le didascalie. Dare ai fedeli l'impressione positiva che si sa cosa si sta facendo! Questo vale soprattutto per i giorni feriali, nei quali capita di correre in sacrestia all'ultimo momento per salire sull'altare un minuto dopo, lasciandosi informare strada facendo dal sacrestano sulla "messa che tocca". E magari un'occhiata anche al giornale, all'attualità, per calarsi nel vissuto quotidiano della gente e del mondo circostante: piangere con chi piange, godere con chi è felice, pregare per chi è vittima del terremoto o è tormentato dalla guerra, essere in comunione con le casalinghe che celebrano a Roma il loro giubileo.

I liturgisti perdonino queste digressioni sul loro terreno; il fatto è che la musica riflette inevitabilmente i vari modi di celebrare, e certe improprietà e brutture musicali hanno la loro spiegazione prima in un celebrare scorretto e povero.

Valentino Donella