Non è il dolore in se stesso che ci salva, ma l'amore che sostiene il dolore, e lo sostiene solo se diventa ancor più amore. Chi percorre la via crucis guardando solo al dolore non comprende l'incendio d'amore del cuore di Cristo. Non lo comprende neppure chi dice che Gesù sapeva che sarebbe risorto e quindi la sofferenza l'ha sostenuta facilmente perché sapeva che avrebbe vinto. Un discorso del genere rivela un cuore freddo, assente, perché l'amore non si attua in un esame astratto dell'evento, in un essere il più possibile fuori dall'evento, ma cresce restando dentro l'evento. Lo si dice comunemente: “Soffrire e offrire”. Voglio essere chiaro, il dolore non è di per sé un bene, ma se vissuto in Cristo diventa occasione di bene, con Cristo. L'amore abbraccia il soffrire perché non vuole uscire dall'evento, vuole starvi dentro perché solo così si rimane nell'amore verso l'amato. Rifiutare il patire, quando c'è il patire, è il dramma degli gnostici (gnosi vuol dire conoscenza), che credono di essere grandi perché cercano l'astrazione dall'evento, vogliono superare l'evento innalzandosi su di esso, e affrontano il dolore senza amore per nessuno, solo compiacendo se stessi (Cf. Rm 15,1). Questo lo fanno perché hanno deciso di troncare con ciò che dà la capacità positiva di sostenere il patire, cioè l'amore.

Gesù sapeva che avrebbe vinto, ma sapeva che avrebbe vinto amando, cioè non astraendosi dal dolore, ma vivendolo, vincendolo con la forza dell'amore. Forse sono un po' difficile, ma credo che mi comprenderete.

Ecco, guardiamo a Gesù che non fugge il dolore. Non solo quello dei flagelli e della croce, ma anche quello dato dall'odio del mondo, dolore molto più grande di quello fisico, perché direttamente contro l'amore. Non  fuggì, Gesù, neppure dal silenzio del Padre, che portò ai vertici il suo soffrire, perché a quello fisico, a quello morale dato dal subire gli urti dell'odio del mondo, si aggiungeva quello spirituale dato dal silenzio del Padre, chiaramente manifestato dalle parole di Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Certo, il Padre non solo ha lasciato che gli uomini mettessero a morte il Figlio, ma è anche entrato in un silenzio sul Figlio, che trattava da peccato, perché aveva addossato su di sé i peccati degli uomini per espiarli. Certo, l'anima di Cristo aveva la visione dell'Essenza divina, ma la comunicazione amorosa del Padre si era affievolita, fino a spegnersi. Gesù avvertiva il silenzio del Padre nella sua umanità, ma anche nel Padre, nella stessa Essenza divina. L'Essenza divina è, con altro termine, la sostanza spirituale divina, che è lo stesso Dio, l'Essente, cioè colui che sussiste di per sé, che non ha ricevuto da altro il suo essere; che è da sempre, da tutta l'eternità, senza cominciamento.

Le tre Persone, Padre, Figlio, Spirito Santo, sono distinte tra di loro, ma sono anche uguali perché rigorosamente una è l'Essenza.

Ecco, noi avvertiamo i silenzi di Dio solo per la mancanza di comunicazione amorosa, Gesù invece lo colse anche nell'Essenza divina, nel “volto” del Padre.

Si dice che Gesù non aveva la fede, chi vede infatti non ha bisogno di credere; ma quando la comunicazione amorosa del Padre si spense durante la Passione il Cristo dovette credere che il Padre lo amava. Credette come uomo, all'interno della sua realtà unica e irripetibile di Uomo-Dio. La lettera agli Ebrei ci conduce proprio a considerare questo dicendoci (5,7): “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. Ecco, Gesù non diede per scontata la sua vittoria, come se essa si potesse ottenere senza l'attuazione dell'amore. Voglio dire che la Passione si chiama così proprio perché Gesù la visse amando, e non con il fare di chi cerca di astrarsi da essa, come potrebbe fare un bonzo o uno stoico, che fuggono il soffrire quando soffrono. “Soffri e offri”, ci insegna il Signore.

Gesù sperò la sua risurrezione, la sua vittoria, ma per sperare dovette non dubitare dell'amore del Padre non più percepito; bisognava non dubitare in “colui che poteva salvarlo da morte”. Ma ripeto, la fede di Gesù è singolare.

La nostra situazione non coincide con quella di Gesù. Noi non abbiamo la visione dell'Essenza divina, e perciò crediamo in Dio Amore senza vedere Dio. Noi lo crediamo perché si è rivelato tale in Cristo. E lo crediamo anche quando il Padre tace su di noi, quando percepiamo il silenzio del Padre, perché il Padre ci vuole fecondi d'amore. Noi, che crediamo nell'amore di Dio, viviamo gli abbandoni del Padre uniti a Cristo, che mai ci abbandona, ma sempre ci sostiene donandoci forza, amore e pace.

Vedete, fratelli e sorelle, Gesù colpito dal dolore poteva ergersi di fronte al Padre presentando la sua natura divina, la sua uguaglianza di natura con lui (Cf. Fil 2,6); poteva fuggire il dolore, ma non lo fece. Sarebbe stato tradire l'amore e perciò accettò tutto il dolore, fino al vertice estremo causato dal silenzio del Padre. Accettò amando, sperando, per superare l'angoscia mortale che lo attanagliava per spingerlo a disperare e quindi a non amare.

Ma mi raccomando, fratelli e sorelle, non fate confusione; vi ho già detto che il credere di Gesù va visto nell'unica e irripetibile esperienza di Uomo-Dio. Noi siamo tuttavia in lui, crediamo per mezzo di lui, speriamo per mezzo di lui, amiamo per mezzo di lui, che mai ci abbandona. Il Padre a volte ci “abbandona”; Cristo mai, e ci sostiene a vivere con amore gli abbandoni del Padre.

Ma guardiamo al cammino di Gesù, che venne tra i suoi e i suoi non lo riconobbero. Gesù, giorno dopo giorno, fu sospinto verso la croce. Ogni rifiuto del suo popolo segnava un passo verso la croce e una scelta di Gesù della croce, sempre certamente scelta, ma con sempre più drammatica consapevolezza, fino all'agonia dell'Orto degli ulivi. Ad ogni passo verso la croce corrispondeva una ulteriore intensificazione dell'amore di Cristo.

Così Gesù è diventato nostro avvocato presso il Padre, ma un avvocato speciale perché non solo perora per il colpevole, ma anche offre il prezzo per la liberazione del colpevole, per l'annullamento dello stato di colpa. E tale liberazione è così potente che ci fa intimi di Dio.

Giovanni ci dice che è bugiardo colui che afferma “Lo conosco” e poi non osserva i comandamenti. E i comandamenti di Dio sono comandamenti d'amore. Non conosce Dio chi non ama. Gli gnostici dicevano di “conoscere Dio”, ma non lo conoscevano perché non amavano, perché fuggivano il soffrire che la vita porta con sé, fuggivano in particolare il soffrire che nasce dallo stesso amore, perché chi ama soffre nel vedere l'amato soffrire, essere colpito, umiliato, oppure spento nelle tenebre dell'errore. Obbedire a Dio è obbedire all'amore sempre, anche sotto il peso della croce anche quando l'odio del mondo si scatena contro di noi per estinguere nel nostro cuore l'amore, per farci disperare proponendoci l'orrida speranza dell'orrido refrigerio dell'odio. Di fronte alla croce si obbedisce, come obbedì Gesù: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Terribile, fratelli e sorelle, l'odio ora odia l'Amore manifestatosi. Pietro dice che il popolo e i capi agirono per ignoranza, infatti uccisero Cristo non credendolo Figlio di Dio, non volendolo credere Figlio di Dio, ma oggi molti arrivano ad odiare il Cristo nella sua identità di Figlio di Dio. Sanno quelli che profanano le Ostie consacrate, sanno. L'odio dell'anticristo sa. Noi lo vediamo; stiamo imboccando l'era dell'Anticristo. Ma niente paura, fratelli e sorelle, Cristo vive in noi. Cristo ha sofferto sulla croce anche per la vista di questo odio che sa. Tutto ha visto Gesù e tutto ha sofferto, anche di questo odio che sa.

Vedete, fratelli e sorelle, come noi siamo lontani dal cogliere la forza, la grandezza immisurabile della Passione di Cristo, se guardiamo solo ai flagelli, alle spine, ai chiodi, alla sete. Il dolore massimo del Cristo fu causato dall'odio, e questo dolore divenne totale perché non ci fu più su di lui il refrigerio della comunicazione amorosa del Padre, ma egli non dubitò dell'amore del Padre, “immisericorde” solo per essere misericordioso nel Figlio con tutto il genere umano. Al silenzio del Padre, sostenuto dallo Spirito Santo, che dava forza al Padre per tacere sul Figlio amatissimo, corrispose il grido d'amore del Figlio verso il Padre in una presentazione espiatrice di tutti i peccati degli uomini. Dice Giovanni: “E' lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”. Fratelli e sorelle “soffriamo e offriamo” nel momento del dolore, perché in tal modo cresceremo nell'amore, e Dio ci attirerà sempre più a sé, comunicandoci sempre più il suo amore. “Soffriamo e offriamo”, sicuri di non andare delusi, perché Cristo è risorto. La strada da lui percorsa si è conclusa con la sua glorificazione e noi che lo seguiamo saremo a nostra volta, in lui glorificati.

padre Paolo Berti

 

 

Il Signore si svela solo a chi lo segue

Nel Vangelo di questa domenica Gesù “apre la mente” dei discepoli. Che bello! Poter finalmente comprendere Lui, le Scritture, la Salvezza. Verrà veramente il momento in cui non si cammina più nel dubbio?

L’impianto globale della liturgia sembrerebbe dire altro, proclamando un brano degli Atti dove Pietro annunzia la Signoria di Cristo e svela agli abitanti di Gerusalemme che hanno tradito e consegnato a morte Colui che Dio ha glorifi‰cato. Avevano pensato che fosse un malfattore, ma era il Salvatore. La salvezza non è una casella dei nostri modelli mentali.

Pietro, infatti, riconosce che i suoi ascoltatori hanno agito per ignoranza. Questa ignoranza non è estranea a nessuno. La storia della salvezza è la storia dell’inaspettato. Mosè è di fronte al mare con i nemici alle spalle, ma da Dio arriva la più impensabile delle soluzioni, il mare che si apre. La Pasqua è fuori dalle nostre attese.

Ma emerge un altro elemento: nel Vangelo i discepoli di Emmaus condividono gioiosamente il loro incontro con Gesù. E Lui appare – perché è così che capita: quando la Chiesa racconta di Gesù, Lo condivide, Lo celebra, Lui viene. E se questo è sempre sconvolgente, Gesù, a fronte della loro paura, mostra la sua ‰fisicità. Lui è reale, accessibile, palpabile. Cristo non è un’idea, non è uno spirito, non è astratto, e non è esoterico né intoccabile, ma ha carne e ossa. I discepoli lo incontrano con i loro sensi, toccandolo, ascoltando la sua parola, mangiando con lui, vedendolo con i loro occhi. Di fatto, la dimensione intellettuale, ridimensionata dalla Risurrezione, è ricollocata al suo posto.

Ma non è disprezzata: il Padre non ci ha dato l’intelligenza per errore. Solo che viene dopo, è parte di un tutto. Infatti Gesù se ne occupa. E «aprì loro la mente per comprendere».

Comprendere si deve, il problema è: quando? Come? Prima Gesù si fa sperimentare corporalmente, e allora può aprire la mente dei discepoli.

ESEGUIRE E POI ELABORARE.

Normalmente noi partiamo dalle idee per arrivare al corpo, e senza un bagaglio di convinzioni non muoviamo un passo. Ma già nell’Alleanza dell’Esodo il popolo diceva: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (Es 24,7). Eseguire e poi elaborare. Qui prima si segue Cristo per 3 anni, lo si vede morire e risorgere, e poi si inizia a capire. Mentre c’è un esercito di cristiani che con una testa pesante di schemi prova a risorgere per produzione propria, per deduzione.

Solo Gesù sa risorgere, è Lui che ci viene incontro, e dall’incontro con Lui inizierà la nostra Risurrezione e l’apertura della nostra mente.

Come se fosse possibile intendere un manicaretto pasquale sapendo a memoria la ricetta. Un assaggio diretto sorpasserà ogni teoria.

Che fare quindi? Conviene stare là dove si racconta di Lui, dove Lui è celebrato, dove Lui è “vissuto” da qualcuno. Perché Lui appare lì. Lo si può toccare, toccando chi lo conosce. Altro è teorizzare sulla preghiera o sulla carità, altro è stare con una comunità che prega e ama veramente. Allora si apre la mente.

Fabio Rosini

 

 

Riprendere il cammino

Solo lentamente – come per le cose che non si possono dire e basta, ma chiedono di essere maturate, “viste” da vicino e “toccate” – la grande gioia, che i discepoli hanno sperimentato nel vedere il Risorto, diventa consapevole e si fa piena. La portata universale di quanto la vicenda di Gesù significhi per tutto il mondo ancora non è messa in luce: lo sarà solo con il passo che lo Spirito Santo farà compiere alla Chiesa, dal giorno di Pentecoste sino ai nostri giorni, inviandola in ogni angolo della Terra ad annunciare a tutti la “buona notizia” che Dio ama l’umanità, per la quale il Figlio ha offerto la sua vita.

Oggi noi siamo compagni dei discepoli di Èmmaus che raccontano agli altri la loro inattesa avventura, dapprima «lungo il cammino» e poi, venuta la sera, «nella locanda» dove trattengono questo misterioso e affascinante viandante. Sono conquistati dalle sue parole e dalla sua capacità di far vibrare il cuore nello «spiegare le Scritture».

Ma, dice san Luca, i loro occhi erano ancora velati dalla delusione e dalla tristezza e nel cuore c’era la notte della paura. Così accade anche a noi: nella tristezza che vince sulla nostra fede debole e incerta, restiamo al buio e l’anima stenta a credere nelle solide realtà di sempre. Andiamo sì alla Messa, ma le nostre orecchie sono sature e stanche di parole e i nostri occhi vorrebbero chiudersi quasi per sottrarsi a questo mondo così vorremmo dimenticare ed essere dimenticati, vorremmo farci gli affari nostri, andarcene...

D’altra parte, vorremmo avere una parola buona, un gesto che ci restituisca, se non proprio l’entusiasmo, almeno la voglia e la forza di riprendere il cammino: nel segno della speranza. A volte ritroviamo la strada della consolazione e tutto riprende senza sapere come. Più spesso dobbiamo essere noi stessi ad attingere alla riserva della purificazione del cuore, degli occhi e della mente e domandarci: «Che diavolo mi prende?».

In effetti la tristezza che si appiccica all’esistenza è opera del Tentatore, è una delle sue armi per farci lasciar passare inosservata ogni speranza. Riconoscere la tristezza come tentazione è un passo importante: compiendolo, possiamo rompere il cerchio mortale della sfiducia e riscoprire la fraternità che ci lega gli uni agli altri come ambito in cui confidare le nostre incertezze e appoggiarci tutti insieme alla parola buona della Chiesa, riunita a celebrare con festa, mentre noi forse vorremmo starne fuori.

don Gennaro Matino

 

 

Non cristiani non crediamo che ‘il crocifisso è risorto’ ma che ‘il risorto è il crocifisso’.Questa è la nostra fede. Dicendo il contrario – ossia che ‘il crocifisso è risorto’–  si affermerebbe semplicemente la rianimazione di un cadavere, come avvenne perLazzaro (cfr. Gv 11, 43), per la figlia di Giairo (cfr. Mc 5, 41) e il figlio della vedova di Nain (cfr. Lc 7, 14s.).

Credere che il risorto è il crocifisso, significa credere che laddove l’amore saprà andare fino alla fine, la morte non potrà nulla sulla vita e questa durerà per sempre. Ecco perché le ferite del Risorto sono così importanti, per non dimenticare che sono proprio le ferite, segno delle conseguenze dell’amore, ad essere motivo di risurrezione. È per questo che le ferite provocate dall’aver amato rimarranno indelebili per l’eternità: «Con i segni della passione vive immortale», recita il prefazio di Pasqua. Dureremo per sempre a patto che la nostra persona sia segnata dalle ferite provocateci dall’amore.

«E se gli si dirà: “Perché quelle piaghe in mezzo alle tue mani?”, egli risponderà: “Queste le ho ricevute in casa dei miei amici”» (Zc 6, 13).

 Facciamo dunque tesoro delle ferite che lungo la nostra vita ci hanno segnato. Non gettiamole nel buio del nostro inconscio. Avvolgiamole nell’amore perché possano diventare materiale di risurrezione. Le ferite nella nostra carne ci rimanderanno forse agli schiaffi ricevuti da bambini, ai duri interventi di nostro padre. Le ferite ai nostri piedi potranno farci memoria delle persone che ci hanno trattato come pezze da piedi, memoria di offese e abusi subiti, del dolore che nessuno in quel momento fosse dalla nostra parte; le ferite del nostro costato ci riporteranno a quanto abbiamo sofferto per un amore poi fallito o tradito e di quanto si è patito per essere stati abbandonati.

Il Vangelo ci dice oggi che tutto questo materiale di scarto è ora possibile che divenga la pietra angolare (cfr. Mt 21, 42),fondamento, possibilità di fare esperienza del Risorto, in quanto egli fa dei miei limiti luogo di comunione e di risurrezione, come ogni ferita per un ostrica è possibilità della nascita di una perla preziosa.

don Paolo Scquizzato

 

 

Veri credenti se testimoni del Risorto

La fede cristiana non può limitarsi a preghiere, riti e opere buone per conquistare il paradiso. Deve essere testimonianza che Gesù risorto è in mezzo a noi con una vita “altra” che stimoli a riflettere e cambiare.

Il vangelo di questa domenica ci riporta alla sera di Pasqua, quando i due discepoli, avviatisi tristi verso Emmaus, convinti che ormai l’avventura fosse chiusa, tornano “senza indugio” a Gerusalemme per comunicare agli “Undici” (i dodici apostoli meno Giuda) di aver riconosciuto Gesù nel gesto dello spazzare il pane.

“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”, rispondo gli Undici e “gli altri che erano con loro”. Immaginiamo la scena – alle cose di Dio, a volte la fantasia è di aiuto più della ragione -. Gioia? Timore? Incertezza? Dubbi? Grida di gioia? Lacrime di felicità? Tutto questo insieme. Poi il colpo della fantasia di Dio: “Gesù in persona stette in mezzo a loro”.

“Stette”, scrive l’evangelista. Non: “entrò”. Non: “apparve”. “Stette”. Era lì. Non come un fantasma, ma vero, come prima: si fa guardare, si toccare, si fa vedere mangiare. Come prima. È vivo. Fanno fatica a capire – e chi non avrebbe fatto fatica? – e Gesù prova ad aprire loro la mente: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme».

Questo intervento del risorto non basterà ad “aprire loro la mente”. Ci dovrà tornare sopra più volte e alla fine ci riuscirà soltanto con l’intervento dello Spirito Santo. Intanto, però, Gesù stabilisce ciò che la sua risurrezione comporta per i suoi discepoli: “Di questo voi siete testimoni”. Non chiede preghiere cinque volte al giorno. Non chiede nemmeno comportamenti morali, né celebrazioni e commemorazioni. Chiede di testimoniare che lui c’è. Che è vivo, perché ha vinto la morte. Che non è stato annullato come si erano illusi di essere riusciti a fare. Che non è stato confinato chissà dove. Ma che lui c’è. Sta in mezzo a loro. Come prima. Non è una consegna facile da capire, perché è unica e originale rispetto a tutti gli altri fondatori di religioni.

I suoi discepoli lo capiscono soltanto dopo la Pentecoste. Lo testimonia Pietro quando, al “popolo fuori di sé per lo stupore” nel vedere “lo storpio fin dal nascita” camminare, saltare e lodare Dio, dopo il suo: “nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina”, proclama: “Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni”.

“Noi ne siamo testimoni”. La consegna di Gesù nella sera di Pasqua è stata raccolta.

Noi la stiamo raccogliendo questa consegna?

Non possiamo evitare una risposta sincera a questa domanda fondamentale, se vogliamo che la nostra fede sia “cristiana”, cioè come l’ha chiesta Gesù. Potremmo cavarcela dicendo: “Ma certo che l’abbiamo raccolta. Preghiamo, partecipiamo alla Messa e ai sacramenti, cerchiamo di essere brave persone, chiediamo perdono per i nostri peccati, confidando di raggiungere il Signore risorto in paradiso per la misericordia di Dio… Questa non è testimonianza?”. Non è la testimonianza che Gesù ci ha chiesto e ci chiede. È testimonianza di preghiere, pratiche, buone opere. Può essere anche testimonianza della nostra fede nella vita eterna, ma non è la testimonianza che il Signore è risorto, che è vivo e sta in mezzo a noi.

Essere testimoni che Gesù è risorto e sta in mezzo a noi comporta renderlo presente sempre e in ogni luogo: dentro di noi, nei nostri progetti, nei nostri sentimenti, nei nostri rapporti interpersonali e sociali, nel condominio, nei luoghi del lavoro e dell’amicizia…, rovesciando i criteri umani di valutazione con l’osservanza dei suoi comandamenti che, superando l’orizzonte terreno, cambiano significato e importanza a tutto ciò che pensiamo, diciamo, facciamo.

Dobbiamo riconoscere che la nostra testimonianza è quanto meno debole. Siamo brave persone che cercano di non cedere troppo alla mentalità mondana, ma ci manca quella carica di vita alternativa che ci consenta di dire, non tanto con la voce, ma con una vita “altra”: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”.

don Tonino Lasconi

 

 

Terza domenica di pasqua ed abbiamo una terza apparizione del Signore risorto secondo il vangelo di Luca. Il cammino di queste domeniche di pasqua parte dall’enigma del sepolcro vuoto, per arrivare alle visioni del Signore risorto e questa di Luca sottolinea una cosa importante. Non basta che gli apostoli “vedano” Gesù e le sue piaghe; infatti questo genera in loro sconcerto e terrore. Vedere Lui crocifisso, sicuramente morto per il colpo di lancia che gli ha spaccato il cuore ed infine sepolto, fa esprimere ad essi l’unico pensiero che abbia una logica: “E un fantasma!” Il Signore dunque per fugare questa loro conclusione, si fa toccare e dice esplicitamente che i fantasmi non hanno un corpo fisico e per togliere loro ogni dubbio si fa dare una porzione di pesce e la mangia davanti ad essi. Sono le parole che seguono quelle su cui il vangelo di oggi ci invita a riflettere: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi. Allora aprì loro la mente per comprendere le scritture”.

Quale è dunque l’ultimo stadio per gli apostoli e per noi per avere una fede vera e per essere di conseguenza testimoni efficaci? Naturalmente solo questa: scrutare con l’aiuto dello Spirito le scritture e penetrare sempre di più attraverso ad esse nel mistero di Dio. Dunque la parola che sentiamo non deve semplicemente essere una conoscenza, una informazione che noi stiviamo in mezzo ad infinite altre nel nostro cervello. Essa deve essere una parola che inizia in noi una relazione: Dio ci parla personalmente e con amore e partendo da questo evento dobbiamo offrigli una risposta di amore.

Dopo avere accolto questa parola che si deve fare? Guardare alla realtà che viviamo con gli occhi di Dio. Non con il nostro sguardo di astuzia che mira a sfruttare ogni situazione a nostro vantaggio. Neppure poi con uno sguardo di egoismo e di dominio che pensa solo al proprio imporsi sugli altri, ma uno sguardo limpido e libero come quello del Padre che ci parla. Grazie a questa parola appare evidente un progetto di salvezza decisamente paradossale. La passione e la morte di Gesù non sono un incidente di percorso, qualcosa da mettere al più presta in disparte.  In questi eventi si avvera uno smisurato dono di amore che non può essere imprigionato nelle mani della morte. La risurrezione è dunque la conseguenza del sacrificio, di una offerta che continua ad essere fatta a coloro che sono disposti ad accoglierla come un dono prezioso che trasfigura la vita.

Che conseguenze opera in noi questo modo di conoscere le parole di Dio? Grazie ad esso tutte le vicende della storia umana vengono lette in un modo diverso. Le migrazioni dei popoli, gli egoismi emergenti, le ingiustizie e le guerre combattute in diversi angoli del mondo, l’estremismo di una parte della religione mussulmana ed a volte anche…cristiana, non devono essere visti con fatalismo. Essi sono segni dei tempi attraverso i quali Dio vuole richiamarci ad una fede meno scontata e più consapevole, vissuta come una realtà da incarnare con coerenza. Non possiamo di fronte alle ingiustizie orribili che vediamo (ad esempio l’ultima strage di bambini con gas letali in Siria) smettere di indignarci, di alzare la voce contro queste oscenità. Dobbiamo invece cercare con impegno e realizzare qui e adesso una attenzione maggiore verso le ingiustizie che sono nell’ambiente in cui viviamo. Infine per quello che riguarda le nostre vicende personali dobbiamo affrontare il male fisico o morale che ci colpisce, vivendolo come Gesù ha vissuto la sua passione. Dobbiamo, al di là della sofferenza inevitabile, continuare a credere che per noi la risurrezione è sempre l’evento ultimo e definitivo oltre ogni morte.

Come concludere concretamente? Grazie alla Parola di Dio, noi discepoli di oggi possiamo entrare in questo infinito disegno di grazia e di salvezza. E non entriamo da spettatori inerti, ma da protagonisti efficaci e validi. Non solo per ricordare ciò che è accaduto ad altri in una storia passata, ma per narrare questa nostra esperienza pasquale, questo nostro incontro con il Signore risorto, che oggi cambia la nostra vita.

 

 

Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?

Il Vangelo di questa terza domenica di Pasqua prosegue il racconto dei discepoli di Emmaus. Questi due discepoli raccontarono agli Undici e a tutti quelli che erano con loro «ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Mentre stavano narrando la loro straordinaria esperienza, ecco che Gesù comparve loro e disse: «Pace a voi» (Lc. 24,36). Il Signore diede prova della sua Risurrezione mostrando loro le mani e i piedi: era proprio Lui, e i segni gloriosi delle ferite lo testimoniavano in modo molto chiaro. Poi domandò loro qualcosa da mangiare, ed essi gli diedero una porzione di pesce arrostito: non si trattava certamente di un fantasma. Alla fine, Gesù spiegò agli Apostoli il senso delle Scritture, le quali parlavano della sua Morte e Risurrezione, e del compito che Gesù affidava loro: il compito di predicare a tutti i popoli «la conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,47).

Gli Apostoli presero alla lettera queste parole e, dopo la Pentecoste, si misero a predicare la Buona Novella. Così, nella prima lettura di oggi, abbiamo ascoltato il discorso che san Pietro rivolse al popolo. Al termine di questo discorso, Pietro disse: «Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati» (At. 3,19).

Se veramente vogliamo vivere anche noi da risorti, dobbiamo cambiare vita ed eliminare energicamente il peccato. Con questo testimonieremo di amare davvero il Signore. San Giovanni lo afferma chiaramente nella seconda lettura di oggi: «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c'è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto» (1Gv. 2,3-5).

L'amore di Dio consiste nell'osservare i cuoi Comandamenti, non può essere diversamente. Quando si ama Dio, allora sarà una gioia per noi metter in pratica ciò che Egli insegna, ed evitare risolutamente il peccato. Quanto si ama si fa volentieri la volontà della persona amata. Se io so che Gesù non vuole una cosa, farò di tutto per non farla, costi quel che costi.

Tante volte non si pensa che il peccato è la più grande disgrazia che possa colpirci. I Santi avrebbero preferito mille e mille volte la morte piuttosto che commettere un solo peccato. Pensiamo a tanti Martiri, ai quali i persecutori, per non torturarli e metterli a morte, avevano ingiunto di rinnegare la fede in Cristo e di bestemmiare. Ma loro rimasero fedeli a Dio e andarono incontro lieti alle più grandi sofferenze e alla morte.

Abbiamo un criterio infallibile per sapere se una cosa è bene o male, si può fare o è peccato: questo criterio è l'obbedienza al Papa e al suo Magistero. Se il cristiano sa, ad esempio, e lo sa con certezza perché ce lo insegna la Chiesa, che non si può rubare, che non si può imbrogliare il prossimo, che non si possono commettere atti impuri, che il Matrimonio non può essere profanato dall'infedeltà o dall'uso di anticoncezionali, ecc., egli deve evitare tutto questo, anche se ciò comporta sacrificio, confidando nell'aiuto onnipotente di Dio e nella preghiera.

Se il cristiano sa che Dio vuole che si santifichino le feste, che si preghi ogni giorno, che si facciano le opere di bene, egli deve fare tutto questo con gioia. In questo modo, egli testimonierà il suo amore a Dio non a parole, ma con i fatti.

All'inizio della sua conversione, san Francesco chiese con fiducia che Dio gli indicasse il cammino da seguire. Egli comprese benissimo che la nostra gioia non consiste nel fare la nostra volontà, ma la Volontà del nostro Creatore. Per essere sicuro di stare nella Volontà di Dio, egli non si fidò di quanto sentiva in cuore, ma volle andare dal Papa: solo da lui poteva avere la certezza di essere sul retto sentiero.

Impariamo da san Francesco questa docilità all'insegnamento del Papa. Ai giorni d'oggi molti si sentono illuminati; ma, a conti fatti, dimostrano di mancare della cosa più importante: di questa docilità al Magistero della Chiesa. Se anche noi obbediremo a questo insegnamento, saremo certi di fare la Volontà di Dio e godremo di una grande pace nel cuore.

padre Mariano Pellegrini

 

 

L’esegesi alla luce del risorto

In queste domeniche di Pasqua a fianco del luogo in cui si proclama la Parola di Dio (ambone) dovremmo trovare nelle nostre chiese una grande candela che viene detta “cero pasquale”. Questo cero è stato appunto acceso la sera della veglia pasquale, quest’anno cadeva il 31 marzo, e la sua accensione ha inaugurato la liturgia della luce, simboleggiando la luce di Cristo risorto che irrompe nelle tenebre della morte, conseguenza del peccato. Il fatto che sia opportunamente collocato a fianco del luogo della proclamazione delle scritture è ben comprensibile proprio a partire da questo episodio.

Gesù risorto che aveva già spiegato ai due discepoli in cammino verso Emmaus tutto ciò che nelle scritture si riferiva a lui, ora anche agli undici apostoli rimasti a Gerusalemme opera una rilettura della Bibbia, a partire dalla sua presenza, lì in mezzo a loro, in carne e ossa.

Egli ricorda le parole che disse loro quando era ancora vivo e reinterpreta il senso della legge di Mosè e delle profezie dell’Antico testamento. Quando dice “Così sta scritto: Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, … “non cita testualmente alcun brano dell’AT ma in modo autorevole, aggiungiamo: “in modo divinamente autorevole”, sintetizza e ridona il senso più vero e più profondo dell’attesa vissuta da tutte quelle generazioni che da Abramo in poi hanno creduto e sperato nella promessa fatta al popolo di Israele di una terra data a loro come luogo di pace e giustizia.

Si compie anche per noi ogni momento questa rilettura e ricomprensione della Scrittura nella luce del Risorto.

Anche per noi è data la possibilità di vivere e camminare alla presenza di Cristo risorto, nel suo corpo storico che è la Chiesa, e in questa comunione viva ci è data la possibilità unica di entrare nel senso profondo delle promesse di Dio a Israele e del loro compimento realizzatosi nella sua persona. Per questo tutto ciò che viviamo e operiamo noi possiamo compierlo nella luce e alle presenza di Cristo. La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente…. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. (Col. 3,16-17)

…. Fino al giorno in cui noi lo vedremo così come egli è.

Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. (1Gv. 3,2).

fra Damiano Angelucci da Fano

 

 

L’esegesi alla luce del risorto

In queste domeniche di Pasqua a fianco del luogo in cui si proclama la Parola di Dio (ambone) dovremmo trovare nelle nostre chiese una grande candela che viene detta “cero pasquale”. Questo cero è stato appunto acceso la sera della veglia pasquale, quest’anno cadeva il 31 marzo, e la sua accensione ha inaugurato la liturgia della luce, simboleggiando la luce di Cristo risorto che irrompe nelle tenebre della morte, conseguenza del peccato. Il fatto che sia opportunamente collocato a fianco del luogo della proclamazione delle scritture è ben comprensibile proprio a partire da questo episodio.

Gesù risorto che aveva già spiegato ai due discepoli in cammino verso Emmaus tutto ciò che nelle scritture si riferiva a lui, ora anche agli undici apostoli rimasti a Gerusalemme opera una rilettura della Bibbia, a partire dalla sua presenza, lì in mezzo a loro, in carne e ossa.

Egli ricorda le parole che disse loro quando era ancora vivo e reinterpreta il senso della legge di Mosè e delle profezie dell’Antico testamento. Quando dice “Così sta scritto: Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, … “non cita testualmente alcun brano dell’AT ma in modo autorevole, aggiungiamo: “in modo divinamente autorevole”, sintetizza e ridona il senso più vero e più profondo dell’attesa vissuta da tutte quelle generazioni che da Abramo in poi hanno creduto e sperato nella promessa fatta al popolo di Israele di una terra data a loro come luogo di pace e giustizia.

Si compie anche per noi ogni momento questa rilettura e ricomprensione della Scrittura nella luce del Risorto.

Anche per noi è data la possibilità di vivere e camminare alla presenza di Cristo risorto, nel suo corpo storico che è la Chiesa, e in questa comunione viva ci è data la possibilità unica di entrare nel senso profondo delle promesse di Dio a Israele e del loro compimento realizzatosi nella sua persona. Per questo tutto ciò che viviamo e operiamo noi possiamo compierlo nella luce e alle presenza di Cristo. La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente…. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. (Col. 3,16-17)

…. Fino al giorno in cui noi lo vedremo così come egli è.

Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. (1Gv. 3,2).

 

 

La chiesa sognata da Dio

Mi pare che il grande tema che attraversa questa Terza domenica di Pasqua sia la remissione dei peccati, o, meglio, la capacità del Dio dell’Evangelo, del Dio che è la Buona Notizia che Gesù ha narrato, di rispondere all’iniquità dell’uomo con la misericordia. Non un’iniquità qualunque, ma l’iniquità suprema della crocifissione del Giusto, del Santo, dell’Autore della vita, come dice con coraggio Pietro nel passo di Atti che è la prima lettura di questa domenica.

La misericordia che risponde all’iniquità più radicale.

Certo «la misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non è banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male e tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore crocefisso. La vendetta e la misericordia coincidono nel Mistero pasquale del Cristo. Questa è la vendetta di Dio: Egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi». Così diceva il Card. Ratzinger nell’omelia della Messa Pro eligendo Pontifice il 18 aprile del 2005.

Questa misericordia a caro prezzo va annunziata al mondo da quella Chiesa che la Risurrezione di Gesù ha radunato; da quella Chiesa che è la Comunità di quelli che hanno fatto esperienza della misericordia a caro prezzo; quella Chiesa che è la Comunità dei peccatori perdonati, che ha visto cancellati i suoi peccati dal Crocefisso.

Cristo, ha scritto Giovanni nella sua Prima lettera, si è fatto vittima di espiazione per i nostri peccati: un’espressione questa che ci conduce a guardare a Cristo Gesù sì come Agnello della Pasqua, ma anche come Agnello dello Yom Kippur, del Giorno dell’Espiazione. L’agnello, o capro, dell’Espiazione era quello che, in quel giorno santissimo dell’anno liturgico giudaico, prendeva «su di sè il peccato» del popolo (cfr Gv 1, 29), e nel suo sangue, che il Sommo Sacerdote versava sul coperchio dell’Arca luogo della presenza viva del Signore, in quel contatto con la SANTITÁ assoluta di Dio, permetteva a Dio di “bruciare” tutti i peccati del popolo.

Questa è l’espiazione secondo la fede di Israele, e questo è quello che Gesù ha ritenuto di dover fare in sè: mettere a contatto il peccato del mondo, che aveva preso su di sè, con l’infinita SANTITÁ di Dio, e questo nel suo sangue sparso sulla Croce. La santità di Dio, il suo amore fino all’estremo, “bruciano” il peccato del mondo, e sorge così l’uomo nuovo.

Sappiamo, dunque, di essere preceduti dall’amore di Dio che la Croce di Cristo ha manifestato per sempre; un amore tale che non può conoscere la corruzione della morte.
Se nel suo sangue avviene l’espiazione, nella sua Risurrezione ci è data una speranza, che va al di là di ogni possibile immaginazione.

Il Risorto, nel passo dell’Evangelo di Luca che oggi si ascolta, mostra ai discepoli il “caro prezzo” delle sue ferite, ma poi si siede a mensa con loro, ancora. A mensa con coloro che l’avevano rinnegato e abbandonato, e proprio a loro affida il compito di predicare la conversione e il perdono dei peccati…è quello che essi hanno sperimentato, e non a partire da qualcosa che essi hanno fatto o voluto, ma da quello che Lui ha voluto per loro.

E’ la sua misericordia che li ha convertiti, cioè li ha fatti volgere di nuovo a Dio e al suo volto; è la sua misericordia che li rende capaci di gridare al mondo che il perdono è qualcosa che già c’è, e non qualcosa che va conquistato o meritato; qualcosa da cui bisogna lasciarsi afferrare e conquistare.

Qualcosa, dunque, da annunziare.

Il perdono, fiorito dalla Pasqua del Figlio Crocefisso e Risorto, è ora affidato alla Chiesa perchè lo predichi al mondo, perchè lo dica al mondo!

Capiamo allora che una Chiesa di “giusti” non può annunziare la misericordia, solo una Chiesa di peccatori perdonati può raccontarla.

Finchè non toglieremo da noi i paludamenti ridicoli della nostra giustizia, l’Evangelo non può che restare muto sulle nostre labbra: le parole che diremo non avranno credibilità nè potenza da aprire i cuori.

Il segreto dell’evangelizzazione è tutto lì: o l’evangelizzatore è uno che ha fatto una vera esperienza di misericordia nella più pura gratuità, e così saprà mostrare il vero Evangelo di Gesù, o sarà un triste moralista rivestito di una risibile giustizia, un “castigatore di costumi” capace solo di far diventare repellente il più grande tesoro dell’umanità, che è l’Evangelo del vero volto di Dio, l’unica bella notizia in grado di cambiare i cuori.

Gesù, nella sua Pasqua, ha sognato una Chiesa così: fratelli perdonati ed amati che raccontano la misericordia e l’amore perchè ne sono stati afferrati, conquistati; perchè hanno sentito nella loro storia concreta la potenza di quell’amore misericordioso.
Fratelli che narrano quello che hanno conosciuto.

La Chiesa è la comunità testimone di tutto questo. Non può e non deve essere altro!

 

 

… In mezzo alla sua chiesa

Incontrare il Risorto! Fare esperienza che Lui sta in mezzo alla sua Chiesa… ecco l’unica via per lasciarsi afferrare dalla forza rinnovatrice della Pasqua.

Per questa sua presenza il Risorto non sceglie la via dello straordinario, ma la via dell’ordinario di uomini che si fanno testimoni con tutta la loro vita, l’ordinario di un pane spezzato che si può accogliere nella fede come luogo di quella presenta, l’ordinario delle Scritture ormai tutte illuminate dalla Pasqua di Gesù…

L’apparizione di Gesù nel cenacolo la sera della Pasqua è, per Luca, segnata, nella sua straordinarietà, da una ordinarietà disarmante! Agli Apostoli che credono di vedere un fantasma Gesù chiede di tornare nell’ordinario: è proprio Lui! In carne ed ossa! E’ davvero importante questa sottolineatura; è importante contro ogni “spiritualismo” nella vita cristiana ed ecclesiale! Ricordiamolo sempre: quando si toglie la corposità della storia al Cristo, quando lo si priva della sua vera umanità, quando si pretende di leggere la Risurrezione senza “carne e ossa”, si giunge a vivere una vita di Chiesa non compromessa con la storia, una vita di Chiesa che di continuo tenta di dimenticare la “carne e le ossa” degli uomini! Ed è il vero tradimento del cristianesimo!

Nel racconto di Luca, invece, Gesù non solo parla di carne ed ossa, ma chiede anche del cibo …e del cibo terrestre …del cibo che stava su quella tavola di uomini spaventati ed ancora rinchiusi nelle loro incredulità! E mostra loro le mani e i piedi …certo perchè sono segnati dalla croce, certo perchè portano quelle ferite con cui li ha amati, ma anche perchè quelle mani e quei piedi li riconducano a quel quotidiano che avevano vissuto con Lui…in Luca Gesù non dà appuntamento ai suoi in Galilea, e questo perchè per Luca era importante sottolineare Gerusalemme da cui poi tutto dovrà ripartire (Luca è anche l’aurore degli Atti degli apostoli), ma ugualmente con questo semplice gesto di mostrare loro le mani e i piedi li riconduce al loro passato, al principio della loro storia con Lui. Sono quelle le mani che accompagnavano il suo parlare, sono quelle le mani che avevano carezzato il dolore di tanti, sono quelle le mani che avevano stretto in gesti ed abbracci pieni di fraternità, sono quelle le mani che avevano sanato tanti sofferenti, sono quelle le mani che avevano spezzato per loro il pane…fino a quell’ultima sera; sono quelli i piedi che avevano camminato lungo le strade della Galilea, che lo avevano condotto fin sulla riva del lago dove li aveva cercati, sono quelli i piedi degli infiniti passi che Gesù aveva compiuto per andare verso gli uomini, sono quelli i piedi con cui risolutamente era incamminato verso Gerusalemme (cfr Lc 9, 51).

E’ tutto l’Evangelo che Gesù richiama così al loro cuore; la sua vita con loro, la sua dolorosa passione…ed ora gli sta davanti vivo, risorto! E’, insomma, tutto l’Evangelo che li va a visitare nella loro paura, quell’Evangelo che avrà bisogno delle loro mani e dei loro piedi per attraversare il mondo, i secoli…Quei loro piedi di uomini, “cominciando da Gerusalemme”, dovranno percorrere il mondo per annunziare l’Evangelo; quello loro povere mani sono orami custodi di una testimonianza da consegnare ancora…quelle loro mani devono “spiegare” le Scritture ormai rese palpitanti di vita dalla Risurrezione, quelle loro mani dovranno spezzare il pane della sua presenza fino alla fine dei secoli, quelle loro mani dovranno guarire chiunque soffre, accarezzare chi non è amato, benedire ogni uomo, sporcarsi per accogliere e condividere ogni dolore…come Lui aveva fatto!
Così, solo così, saranno testimoni!

Nel suo discorso dopo la guarigione dello storpio (l’abbiamo ascoltato nella pagina di Atti) Pietro ormai ne è ben cosciente: le sue parole sono gravide di verità senza paura (“avete rinnegato il Santo e il Giusto”) ma sono gravide di una verità che diventa subito Evangelo: “avete ucciso l’autore della vita che Dio ha risuscitato dai morti”! E notiamo che anche qui, nonostante la nuova traduzione, non c’è nessun ma (ma Dio l’ha risuscvitato dai morti) ma c’è un che Dio ha risuscitato: la Risurrezione non è mai un “ma“, quai fosse una rivalsa o vendetta di Dio, ma è un sì tenerissimo che risponde incredibilmente al no spietato dell’umanità! Ecco perchè è un Evangelo! Di questo Evangelo Pietro sa di essere, con i suoi fratelli, testimone ; questa testimonianza è testimonianza di misericordia, di perdono. Gesù l’aveva detto in quella sera di Pasqua: “nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono dei peccati”. Ed è quanto Pietro sta facendo: Convertitevi – dice – dunque e cambiate vita, perchè siano cancellati i vostri peccati !

Coloro che hanno incontrato il Risorto non possono che fare questo: essere ministri, servi della misericordia ma senza paura della verità! Nessuna verità però è tanto tremenda da non essere sotto la potenza della misericordia…perfino l’uccisione del Messia è avvolta di perdono!

La ragione ce la dice la Prima lettera di Giovanni che pure ascoltiamo oggi: abbiamo un “parácletos” presso il Padre, Gesù Cristo il Giusto che è sacrificio di espiazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per il mondo intero! Nessuna paura, dunque!
Ecco l’Evangelo! Un Evangelo che però ha bisogno dei nostri piedi e delle nostre mani, ha bisogno della nostra umanità piena (“carne ed ossa”) per correre per il mondo! Certo la potenza dello Spirito che Gesù ha promessso renderà possibile le conversioni e le vite nuove ma lo Spirito e la Sposa-Chiesa devono essere assieme nell’evangelizzazione, nella testimonianza e nell’invocazione (cfr Ap 22, 17)!

La Chiesa-Sposa non deve cercare e predicare lo straordinario ma, con la sua ordinarietà, fatta straordinaria dall’Evangelo, deve farsi testimone con i gesti e con i passi di Cristo Gesù! Quando i nostri gesti non sono quelli di Gesù ed i nostri passi percorrono le vie mondane, l’Evangelo resta chiuso e sigillato ed il mondo resterà prigioniero delle sue stesse catene, di quelle catene che Gesù ha spezzato “a caro prezzo”!

Questo è tradimento dell’Evangelo, è rendere vana la croce di Cristo (cfr 1Cor 1, 17).

padre Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

Mancano testimoni!

Luca descrive l'incontro del Risorto con i suoi discepoli come una esperienza fondativa. Il desiderio di Gesù era chiaro. Il suo compito non era finito. Resuscitato da Dio dopo la morte atroce sulla croce, prese contatto con i suoi per mettere in moto un movimento di "testimoni" capaci di diffondere a tutti i popoli la Buona Novella. La consegna fu subito chiara: «Di questo voi siete testimoni».

Non fu affatto facile diventare testimoni per quegli uomini sconcertati e sconvolti per lo smarrimento e la paura. Di fronte a Gesù apparso a loro rimasero in assoluto silenzio. Luca descrive solo il loro mondo interiore:  «sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma». Erano preda dello scetticismo e della incredulità; tutto sembrava troppo bello per essere vero.

Tra loro c'era di tutto. Due discepoli avevano riferito di come lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane cenando con lui a Emmaus. Anche Pietro assicurò che il Maestro gli era apparso. La maggior parte degli apostoli non aveva ancora avuto alcuna esperienza; per questo non sapevano davvero cosa pensare. Fu Gesù a fare il primo passo; apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi! Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?». Il desiderio del Risorto fu quello di rigenerare la loro fede e far sì che essi non si sentissero più soli. I discepoli avrebbero dovuto percepire sempre la presenza del Maestro risorto e vivo in mezzo a loro.

Per ridestare la loro fede, Gesù non chiese di guardare il suo volto. Specificò: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». A parlare dovevano essere le ferite delle sue mani e dei suoi piedi: le ferite del Crocifisso. Davanti ai loro occhi avrebbero dovuto avere sempre i segni del suo amore offerto fino alla morte. No: il Risorto non era un fantasma! Il Risorto era lo stesso Gesù che i discepoli avevano conosciuto e amato sulle strade della Galilea.

Nonostante la loro paura e il loro dubbio, Gesù ha avuto fiducia nei suoi discepoli. Lui stesso avrebbe inviato su di essi lo Spirito che li avrebbe sostenuti nella loro missione di annunciatori del Vangelo. Per questo raccomandò loro di prolungare la sua presenza nel mondo con una consegna esigente: «Di questo voi siete testimoni». Non avrebbero dovuto insegnare dottrine sublimi, ma diffondere e dare testimonianza della loro esperienza. Non avrebbero dovuto predicare grandi teorie su Cristo, ma irradiare il suo Spirito. Avrebbero dovuto renderlo credibile non solo con le parole, ma soprattutto con la vita.

Le storie del Vangelo si ripetono oggi ancora. Non è facile credere in Gesù risorto. La fede nel Cristo risorto non nasce in modo automatico e certo. Si ridesta nei cuori in modo fragile e umile. All'inizio è quasi un desiderio. Di solito cresce circondata da dubbi e domande: è possibile che qualcosa di così grande sia vero? Se lo lasciamo fare sarà Gesù stesso a ridestare la nostra fede in lui. Anche a noi il Cristo risorto aprirà «la mente per comprendere le Scritture» in modo che possiamo capire cosa sia successo. Gesù vuole che diventino dei "testimoni" che possano parlare della loro esperienza e predicare non in qualche modo, ma «nel suo nome».

Il vero problema della Chiesa è proprio la mancanza di testimoni.

La forza decisiva del cristianesimo per comunicare il Vangelo della gioia predicato dal Giovane Rabbi di Nazaret i testimoni: quei credenti, cioè, che possono parlare in prima persona. Coloro che posso dire: «questo è ciò che mi fa vivere in questo momento». Paolo di Tarso lo disse a modo suo: «Non sono più io che vivo. È Cristo che vive in me».

Il testimone comunica la propria esperienza. Egli non crede "teoricamente" a cose su Gesù; crede in Gesù perché lo percepisce pieno di vita. Non solo afferma che la salvezza dell'uomo è in Cristo; ma si sente sostenuto, rafforzato e salvato da lui. In Gesù vive "qualcosa" che è decisivo nella propria vita, qualcosa di inconfondibile che non trova altrove. La sua unione con Gesù risorto non è un'illusione: è qualcosa di reale capace di trasformare a poco a poco il suo modo di essere. Non è una teoria vaga ed eterea: è un'esperienza concreta che motiva e guida la sua vita. Qualcosa di preciso, di concreto e vitale.

Il testimone comunica ciò che vive. Parla di quello che gli è successo lungo la via della propria vita. Dice ciò che ha visto quando i suoi occhi sono stati aperti. Offre la sua esperienza, non tanto la sua saggezza. Irradia e diffonde la vita, non solo la dottrina. Non insegna teologia, ma «fa discepoli» di Gesù memore del mandato di Gesù “andate, fate discepoli, battezzate”.

Il mondo di oggi non ha bisogno di parole, di teorie o di bei discorsi. Ha bisogno di vita, di speranza, di senso, di amore. I testimoni sono necessari più dei difensori della fede. Credenti che possano insegnarci a vivere in modo differente perché loro stessi hanno imparato da Gesù a vivere secondo il suo Vangelo.

Ha scritto con assoluta profezia il grande Pontefice, il Beato Paolo VI in un memorabile documento ancora tutto da riscoprire Evengelii Nuntiandi: «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (41).

 

 

«Pace a voi … Sono proprio io!»

L’annuncio della risurrezione continua: ed è lo stesso Gesù risorto il grande catechista! Nei prossimi 40 giorni – fino alla giorno della sua gloriosa Ascensione - Egli cercherà di evangelizzare i suoi apostoli per far loro comprendere le Scritture. Luca dedica un intero capitolo al giorno della resurrezione. La pericope evangelica di questa domenica è l’ultima parte del racconto di tale giornata e si collega strettamente all’episodio dei discepoli di Emmaus. Costoro, appena ritornati a Gerusalemme, vennero a sapere che Gesù risorto era apparso a Simone. Solo dopo hanno potuto raccontare la loro esperienza narrando che anch’essi avevano incontrato il Signore e lo avevano riconosciuto allo spezzare del pane. Se i due discepoli erano in preda a una tempesta di sentimenti, i loro amici non lo erano meno. Dopo questo preludio l’apparizione agli Undici è narrata da Luca in due momenti: l’apparizione di Gesù (vv. 36-43) e il mandato missionario (vv. 44-48).

Il Vangelo riferisce che mentre gli apostoli stavano confrontando le loro esperienze, Gesù si presentò in mezzo a loro e li salutò con l’espressione tipica del mondo ebraico: Shalom! «Pace a voi!». I discepoli «sconvolti e pieni di paura», credettero di vedere un fantasma. Gesù rimproverò la loro incredulità e, per dissipare i loro dubbi, presentò loro le sue mani e i suoi piedi, invitandoli a guardare e a toccare. Il racconto evangelico è di un realismo raro. Si potrebbe pensare che, presi dalla paura e dalla nostalgia, gli apostoli sarebbero potuti cedere facilmente a qualche forma di allucinazione. Infatti essi non erano preparati a immaginare la risurrezione del proprio Maestro. Una delle maggiori difficoltà era quella di accettare il Crocifisso come il Messia promesso, poiché la legge insegnava che una persona crocifissa era “maledetta da Dio” (Dt 21,22-23). Per questo era importante che gli Undici sapessero che la Scrittura aveva annunciato che “Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti il terzo giorno e che nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Inoltre avevano bisogno di prove che suffragassero la risurrezione. Proprio per questo il Signore risorto non si sottrasse ad esibire quelle prove essenziali che avrebbero attestato il ​​suo trionfo sulla morte. Il testo evangelico cita verbi del tutto familiari e rasserenanti: "vedere e sentire, toccare e mangiare." L’iniziativa fu di Gesù: ai suoi pose tre domande:

─ “Perché siete turbati?”.

─ “Perché sorgono dubbi nel vostro cuore?”

─ “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. 

Non è difficile ravvisare un lamento nelle parole di Gesù, percepire un soffio di voce misto a tristezza. E per fugare ogni dubbio e cacciare ogni paura dal cuore dei suoi amici pronunciò i verbi più intimi e più familiari: guardate, toccate, mangiamo! Poi la bella notizia: «Sono proprio io!».  L’affermazione del Risorto fu semplice ed eccelsa al contempo. «Sono proprio io!».   Egli non fu solo Maestro che educava i suoi discepoli; è soprattutto Signore che ha sconfitto la morte. Non deve essere stato affatto facile per gli apostoli accettare che Gesù fosse risorto. I due campi erano contrapposti: da una parte l'incredulità mescolata alla meraviglia; dall'altra le prove certe della realtà vivente del Risorto.  Luca espone la situazione con audace chiarezza: dapprima dicendo che gli Undici erano sconvolti, spaventati, turbati, dubbiosi, credendo che Gesù fosse un fantasma; e successivamente riferendo le parole del Risorto e i fatti che l’hanno coinvolto:

─ «Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

─ «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!».

─ «Avete qui qualche cosa da mangiare?».

─ «Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».

Finalmente i discepoli si arresero e credettero. Anch’essi come Tommaso hanno avuto bisogno di rassicurazioni. Le ferite della passione erano ormai i segni visibili e tangibili della identità e continuità fra il Cristo storico e il Cristo risorto. E questa presenza nuova di Gesù riempì i discepoli di quella gioia che costituisce il clima della pasqua e che non li avrebbe lasciati neppure quando Gesù sarebbe scomparso dalla loro vista; neppure quando avrebbero dovuto affrontare difficoltà, la prigione, la violenza e l’esilio. L’origine della gioia stava nel contemplare il Cristo Crocifisso risorto e vivo.

Ma l’azione pedagogica di Gesù non era conclusa: il Risorto approfondì per gli Undici il senso della propria resurrezione: un evento che fa di Gesù il Cristo, il Messia e si richiamò a quanto aveva detto ai discepoli durante la sua vita terrena circa l’adempimento delle antiche Scritture. Gesù ridisse ai suoi ciò che in precedenza aveva loro predetto, risvegliando la loro memoria e re-iniziandoli a comprendere la sua morte-resurrezione alla luce di una lunga catena di citazioni scritturistiche, alla luce cioè della volontà del Padre contenuta nello «Sta scritto». E come già aveva fatto con i discepoli di Emmaus egli aprì la loro mente alla comprensione delle Scritture. «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano, tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». E il testo continua: "Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme».

La difficoltà e la fatica a riconoscere il Risorto sono condivise anche da noi. Infatti il mistero della Resurrezione esige dall'uomo il più alto atto di fede: in esso si intrecciano strettamente il divino e l'umano nell'unica persona di Gesù di Nazareth vero uomo e vero Dio, il Figlio redentore dell'uomo, morto e risorto. E questo mistero segna una svolta radicale nella vita di ognuno e nella Storia, perché in esso diventiamo partecipi della grazia stessa del Risorto, grazia che ci fa creature nuove. E’ nella Resurrezione di Cristo, infatti, che si opera la conversione, il mutamento radicale di mentalità e di orientamento di vita, non più ostile a Dio, ma che a Lui guarda e tende, per la fede in Cristo Gesù, nostra Via e nostra Vita.

Dopo la Resurrezione, tutti noi possiamo vivere da convertiti e in perenne conversione, se cerchiamo Lui, se e lo ravvisiamo nei segni che lo identificano: le ferite, il pane eucaristico e, non ultima, ogni parola di Dio, contenuta nelle Scritture Sacre. Sono i libri che contengono le parole che Dio ha rivolto all'uomo, parole di speranza, di salvezza e di amore, parole che preparano l'avvento della Parola fatta carne: il Verbo eterno, il Figlio, fatto uomo in Gesù di Nazareth, il Redentore.

Gesù concluse il suo excursus scritturistico sottolineando che «di tutte queste cose», cioè della realizzazione di quanto le Scritture avevano predetto di lui, i discepoli sarebbero dovuti essere «testimoni». Gli strumenti, cioè, attraverso i quali la realizzazione del progetto divino attuato da Cristo, dovrà essere portato a compimento mediante l’annunzio a tutte le genti. Questa affermazione finale riassume il messaggio di Gesù. E’ l'ultimo avvertimento del Maestro ai discepoli che si dibattevano tra il dubbio e la fede. Gli apostoli dovranno essere testimoni della morte e resurrezione di Gesù, e a ciò saranno abilitati dallo Spirito santo, potenza di Dio che scenderà su di loro tramite l’intercessione dello stesso Gesù.

─ «Di questo voi siete testimoni». Il testimoniare comporta che il soggetto, prima di proclamare la verità, si sia lasciato conquistare e implicare da essa. I discepoli della prima ora sono stati chiamati a diffondere nel mondo l'insegnamento ricevuto. Ma soprattutto, sono stati inviati come testimoni di una vita donata con amore e per amore.

─ «Di questo voi siete testimoni». Il testimoniare richiede un coinvolgimento personale, il coinvolgimento della vita nella verità annunciata. Per testimoniare Gesù non è sufficiente aver visto, occorre averlo accolto. Non si può essere apostoli se prima non ci si è fatti discepoli. Già il Paolo VI aveva detto che «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN 46). Le dottrine sono apprezzate e accettate se accompagnate da un impegno concreto di coloro che le professano.

─ «Di questo voi siete testimoni». Annunciare il Vangelo non è un reclamizzare Cristo per un proselitismo, ma proporlo agli uomini prima con la vita che con le parole. Il testimone del Vangelo ha un punto di riferimento: Gesù stesso, “il testimone fedele” (Ap 1,5), Colui che ha testimoniato in tutta la sua vita e con tutta al vita il Padre, “fino alla morte e alla morte di croce”. Gli Atti confermeranno che anche i discepoli, volendo assumere il ruolo di testimoni, sarebbero diventati ben presto martiri, cioè testimoni fino all’effusione del sangue.

Le Scritture sono anch'esse dono del Risorto, perché anche noi ci lasciamo rinnovare dalla Parola di Dio, Parola da accogliere, da meditare, da contemplare con gioia; Parola sulla quale costruire la nostra vita; Parola da pregare, per annunciarla, poi con forza agli altri, e testimoniarla in maniera chiara ed incisiva, a chi ancora è lontano, e non conosce la gioia della salvezza.

Coraggio amici: alla scuola della Parola, siamo chiamati da Gesù ad essere testimoni del Risorto sulle strade degli uomini. Egli ripete oggi a ciascuno di noi:

— «Sono proprio io!».  In Lui si compiono le speranze dell’uomo. Lui è il Signore del tempo e della storia.

— «Sono proprio io!».  Gesù si presenta oggi ancora a quanti lo amano e intendono seguirlo. In Lui ritrovano la via, la verità e la vita. Lui è il Maestro che insegna, il Salvatore che libera.

— «Sono proprio io!».  Gesù interpella oggi quanti sono alla ricerca di ua luce spirituale in mezzo alle banalità effimere del mondo. In Lui trovano risposta le nostre domande. E trovano consolazione le nostre preoccupazioni più intime.

O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio,

vittima di espiazione per i nostri peccati,

hai posto il fondamento

della riconciliazione e della pace,

apri il nostro cuore alla vera conversione

e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova,

pacificata nel tuo amore.

mons.Tommaso Stenico

 

 

La Pasqua vive e si espande nella vita

Nella liturgia di questa domenica vi è una forte corrispondenza fra il brano evangelico (Lc 24,35-48) e la prima lettura (At. 3,13-19), come quella che intercorre fra l’affidamento di un compito e il suo svolgimento.

Le parole stesse si richiamano: Cristo parla della necessità  del compimento delle Scritture, come Pietro parla del compimento dell’annuncio dei profeti; Cristo parla dell’invito alla conversione a partire da Gerusalemme, Pietro realizza questo compito rivolgendosi ai suoi ascoltatori; Cristo costituisce i discepoli quali testimoni ed essi così si presentano, quali testimoni della resurrezione.

Da questo punto di vista possiamo cogliere chiaramente questa continuità, la Pasqua vive e si espande nella vita e nell’annuncio della comunità dei discepoli. Essi per primi hanno fatto questa esperienza: non è un caso che Gesù si manifesti a loro dopo il racconto dei due di Emmaus, che hanno partecipato ai presenti la loro vicenda, quella di essere condotti da Cristo stesso alla comprensione delle Scritture, in un contesto di fraternità e di calore che ha riscaldato il loro cuore fino a far loro riconoscere il Risorto nel misterioso ospite che spezza il pane alla loro tavola.

Tutti questi elementi li ritroviamo nell’incontro con i discepoli nel vangelo di oggi, anche se, curiosamente, invertiti: Cristo si fa presente, ma solo nella condivisione di uno spuntino improvvisato i discepoli superano il loro timore di essersi imbattuti in una figura fantasmatica, inquietante, aliena.

Il mangiare insieme (non stiamo qui a disquisire se si tratti o no di una cena eucaristica, tema per specialisti) permette loro di radicarsi in una esperienza conosciuta, la vicinanza amica e fraterna del maestro, che parla il loro linguaggio, li fa sentire nuovamente parte del suo mondo, come lui è parte del loro, e da lì li conduce alla comprensione delle Scritture.

La rottura radicale che l’uomo sente con quello che, appunto, è chiamato l’aldilà, è colmata da Cristo con una presenza che li fa sentire ancora parte di un disegno che li riguarda, che la morte non ha interrotto, anzi, è stata la condizione per aprire definitivamente la strada di una comunione unica fra uomo e Dio, della quale essi sono i primi beneficiari e con il compito preciso di annunciarla come un dono rivolto ad ogni uomo.

Ecco che la predicazione diventa la partecipazione di un vissuto, per cui il cammino della Chiesa non procede per separazione ma per cooptazione, essa infatti non nasce dalla scrematura di una società corrotta, poiché i membri di essa, fondamentalmente, sono nella stessa situazione. Anche i discepoli hanno fatto esperienza di non capire, sono stati ignoranti a vario titolo, sono stati vigliacchi e traditori, perciò non sono migliori degli altri, non possono vantare alcun titolo di merito. Sono i primi beneficiari di un dono gratuito e invitati a parteciparlo ad altri, sono stati uditori di una parola, di una buona notizia da diffondere con la stessa gratuità con cui l’hanno ricevuta.

Perciò, paradossalmente, con la Pasqua la Chiesa non viene radunata ma dispersa, una dispersione che la porterà a mescolarsi come seme e lievito in questo mondo per essere testimone di una vita nuova possibile. In questo non dovrà temere niente, nulla potrà farle male tranne quello che potrà farsi da sé stessa, se e quando dimenticherà il dono ricevuto, e tradirà il suo mandato rinchiudendosi nei propri palazzi  o in visuali troppo anguste.

don Enzo Pacini

 

 

Testimoni di un fatto, di cui fare memoria

1) Nel grande mare della vita solita c’è una continua novità.

Pasqua è passata da quindici giorni, il lavoro e la scuola sono ricominciati a pieno ritmo e la vita quotidiana ha ripreso a scorrere come al solito. La routine della vita di ogni giorno spinge a ridurre ad un vago ricordo l’annuncio che il Signore è risorto. La notizia inaudita che Cristo risorto ha definitivamente sconfitto la morte rischia di essere ridotta ad una informazione su un fatto importante ma lontano nel tempo. Ciò accade perché ci dimentichiamo che si tratta di una notizia che non solo ci informa che la nostra vita non finisce quaggiù, ma ci forma come persone che già su questa terra partecipiamo alla risurrezione di Cristo.

Come possiamo vivere fortemente la memoria di Cristo, senza lasciarci sballottare dalle ondate della vita.

Come possiamo essere memori del Risorto nella vita quotidiana?

Vivendo la memoria del Signore nel lavoro e non nonostante il lavoro, in famiglia e non nonostante la famiglia, nella Chiesa e non nonostante la Chiesa, che con i suoi riti fissa ciò che è vero.

E’ proprio la Chiesa con la sua liturgia che ci aiuta a fare memoria di Cristo. Riandiamo, per esempio alla Settimana Santa. Durante questa grande e santa settimana, la Chiesa ha ridestato in noi la viva memoria delle sofferenze che il Signore ha patito per noi e a prepararci a celebrare con gioia “la vera Pasqua, che il Sangue di Cristo ha coperto di gloria, la Pasqua in cui la Chiesa celebra la Festa che è l’origine di tutte le feste” (Prefazio ambrosiano di Pasqua).

Il Giovedì Santo, la Chiesa ha fatto memoria dell’Ultima Cena durante la quale il Signore, la vigilia della sua passione e morte, ha istituito il sacramento dell’Eucaristia, in cui Cristo si dà a tutti noi come cibo di salvezza e come farmaco di immortalità.

Il Venerdì Santo è la giornata in cui la Chiesa fa memoria della passione, crocifissione e morte di Gesù. In questo giorno la Liturgia ci riunisce per farci meditare sul grande mistero del male e del peccato che opprimono l’umanità, e per farci ripercorrere le sofferenze del Signore che espiano questo male. 

La memoria ha bisogno di silenzio, per cui il Sabato Santo è segnato da un profondo silenzio. C’è bisogno di un giorno di silenzio, per meditare sulla realtà della vita umana, sulle forze del male e sulla grande forza del bene scaturita dalla Passione e dalla Risurrezione del Signore. 

Questo Sabato di silenzio e di memoria addolorata sfocia nella Veglia Pasquale, che introduce la domenica più importante della storia del mondo: la domenica della Pasqua di Cristo.

Fare memoria dei misteri di Cristo morto e risorto significa vivere in profonda e solidale adesione all'oggi della storia, convinti che quanto celebriamo è realtà viva.

Fare memoria di Cristo non vuol dire ricordarlo semplicemente come una persona del passato che ci ha lasciato un profondo insegnamento, ma vuol dire renderlo presente lasciandoci attirare dalla presenza amorosa di Lui, vivo per sempre.

Fare memoria vuol dire fare comunione con Cristo. La comunione con Gesù non è un mistero che si celebra semplicemente nella liturgia, con gesti e parole. Il comandamento: “fate questo in memoria di me” ha un duplice spessore: fare memoria nel sacramento e fare memoria nella vita, rendere presente Gesù nel sacramento e renderlo presente nella carità.

2) Memoria e presenza.

In questa terza Domenica di Pasqua, la liturgia ci aiuta a fare memoria rimettendo davanti agli occhi del cuore la presenza di Cristo. Lo fa proponendo come lettura del Vangelo il racconto che San Luca fa del terzo incontro del Risorto con i suoi Apostoli, che sono nel Cenacolo.

In questa domenica la Chiesa vuole invece farci comprendere come dopo la sua risurrezione il Cristo sia veramente vivo in mezzo a noi, nelle nostre giornate nella nostra vita quotidiana. La fede in Cristo è proprio questa: credere che Cristo sia veramente risorto e viva ogni giorno con noi quale amico fedele per sempre.

Allora, ricordare o fare memoria non vuol dire far tornare alla mente il ricordo di una persona amata, ma ridare agli occhi del cuore (ri-cor- dare) la presenza vera dell’Amato.

L’evangelista Luca ci propone quasi un itinerario delle apparizioni del Cristo per farci comprendere meglio che il Cristo Crocifisso è veramente il Risorto.

Dopo averci offerto nelle domeniche precedenti come prove della risurrezione di Gesù: il sepolcro vuoto, la testimonianza degli angeli, l’apparizione ai discepoli sulla strada di Emmaus, oggi San Luca racconta di Gesù che offre prove ancora più tangibili: appare agli Apostoli riuniti, mostra le sue ferite, si mette a tavola con loro. Gesù ha un vero corpo. Il Risorto non è un fantasma, ma un essere reale che si fa presenza in mezzo ai suoi, ai quali chiede di fare memoria di lui e di testimoniarlo.

 Questa presenza rimane a nostra disposizione in modo sublime nel pane eucaristico, che viene custodito in ogni chiesa del mondo. Andiamo a metterci davanti al tabernacolo per adorare e visitare il Risorto. L’adorazione eucaristica e la visita al santissimo Sacramento vanno fatte perché, proprio perché hanno in se stesse un ineliminabile orientamento a Cristo presente sotto le specie del pane.

In greco “adorazione” si dice proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire. Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni.

In latino “adorazione” è ad-oratio - contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e, quindi, amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così la sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere, ci fa convertire stabilmente verso Cristo ed avere con Lui e con i nostri fratelli e sorelle un rapporto di amicizia, di condivisione, di amore, di confidenza: di comunione.

L’unione con Cristo attraverso l’Eucarestia, mangiata e adorata, ci consente di dare come cristiani una vera testimonianza di vita vissuta con Lui.

Un esempio di come vivere questa memoria e questa presenza di Cristo ci viene dalla Vergini consacrate. La loro vocazione non si identifica in un compito specifico o in una funzione particolare, ma nel “far memoria”, nel testimoniare che l’essenziale nella Chiesa è l’amore del Cristo per ciascuno e per tutti, un amore fedele e personale, che la Scrittura e la tradizione della Chiesa hanno tradotto con l’immagine dello “Sposo”.

Inoltre è utile ricordare che “ Il Mistero eucaristico manifesta un intrinseco rapporto con la verginità consacrata, in quanto questa è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo, che essa accoglie come suo Sposo con fedeltà radicale e feconda. Nell’Eucaristia la verginità consacrata trova ispirazione ed alimento per la sua dedizione totale a Cristo» (Benedetto XVI, in Sacramentum caritatis, n. 81). “Nell’Eucaristia Cristo attua sempre nuovamente il dono di sé che ha fatto sulla Croce. Tutta la sua vita è un atto di totale condivisione di sé per amore” (Papa Francesco).

La vergine consacrata è appassionata nel suo amore per l’Eucaristia, ricevendo Cristo come sua ispirazione e suo cibo. Donna, sempre pronta a ricevere l’amore intimo del Signore e a ricambiarlo con la preghiera e il servizio, rafforzata da questo cibo, osa presentarsi pubblicamente come vergine nel mezzo di una società ostile, riconoscendo umilmente che non è solo una donna consacrata ma una vergine consacrata.

Lettura patristica

Guerric d’Igny (1070/1080 - 1157) - Sermo I, in Pascha, 4-5

 Come sapete, quando egli "venne" a loro "a porte chiuse e stette in mezzo a loro, essi, stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma (Jn. 20,26; Lc. 24,36-37); ma egli alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo" (Jn. 20,22-23). Poi, inviò loro dal cielo lo stesso Spirito, ma come nuovo dono. Questi doni furono per loro le testimonianze e gli argomenti di prova della risurrezione e della vita.

È lo Spirito infatti che rende testimonianza, anzitutto nel cuore dei santi, poi per bocca loro, che "Cristo è la verità" (1Jn 5,6), la vera risurrezione e la vita. Ecco perché gli apostoli, che erano rimasti persino nel dubbio inizialmente, dopo aver visto il suo corpo redivivo, "resero testimonianza con grande forza della sua risurrezione" (Ac 4,33), quando ebbero gustato lo Spirito vivificatore. Quindi, più proficuo concepire Gesù nel proprio cuore che il vederlo con gli occhi del corpo o sentirlo parlare, e l’opera dello Spirito Santo è molto più poderosa sui sensi dell’uomo interiore, di quanto non lo sia l’impressione degli oggetti corporei su quelli dell’uomo esteriore. Quale spazio, invero, resta per il dubbio allorché colui che dà testimonianza e colui che la riceve sono un medesimo ed unico spirito? (1Jn 5,6-10). Se non sono che un unico spirito, sono del pari un unico sentimento e un unico assenso...

Ora perciò, fratelli miei, in che senso la gioia del vostro cuore è testimonianza del vostro amore di Cristo? Da parte mia, ecco quel che penso; a voi stabilire se ho ragione: Se mai avete amato Gesù, vivo, morto, poi reso alla vita, nel giorno in cui, nella Chiesa, i messaggeri della sua risurrezione ne danno l’annuncio e la proclamano di comune accordo e a tante riprese, il vostro cuore gioisce dentro di voi e dice: «Me ne è stato dato l’annuncio, Gesù, mio Dio, è in vita! Ecco che a questa notizia il mio spirito, già assopito di tristezza, languente di tiepidità, o pronto a soccombere allo scoraggiamento, si rianima». In effetti, il suono di questo beato annuncio arriva persino a strappare dalla morte i criminali. Se fosse diversamente, non resterebbe altro che disperare e seppellire nell’oblio colui che Gesù, uscendo dagli inferi, avrebbe lasciato nell’abisso. Sarai nel tuo diritto di riconoscere che il tuo spirito ha pienamente riscoperto la vita in Cristo, se può dire con intima convinzione: «Se Gesù è in vita, tanto mi basta!».

Esprimendo un attaccamento profondo, una tale parola è degna degli amici di Gesù! E quanto è puro, l’affetto che così si esprime: «Se Gesù è in vita, tanto mi basta!». Se egli vive, io vivo, poiché la mia anima è sospesa a lui; molto di più, egli è la mia vita, e tutto ciò di cui ho bisogno. Cosa può mancarmi, in effetti, se Gesù è in vita? Quand’anche mi mancasse tutto, ciò non avrebbe alcuna importanza per me, purché Gesù sia vivo. Se poi gli piace che venga meno io stesso, mi basta che egli viva, anche se non è che per se stesso. Quando l’amore di Cristo assorbe in un modo così totale il cuore dell’uomo, in guisa che egli dimentica se stesso e si trascura, essendo sensibile solo a Gesù Cristo e a ciò che concerne Gesù Cristo, solo allora la carità è perfetta in lui. Indubbiamente, per colui il cui cuore è stato così toccato, la povertà non è più un peso; egli non sente più le ingiurie; si ride degli obbrobri; non tiene più conto di chi gli fa torto, e reputa la morte un guadagno (Ph 1,21). Non pensa neppure di morire, poiché ha coscienza piuttosto di passare dalla morte alla vita; e con fiducia, dice: «Andrò a vederlo, prima di morire».

monsignor Francesco Follo

 

 

"Cristo patira’ e risorgera’ dai morti il terzo giorno"

Per quanto si possa mettere in dubbio il valore storico delle apparizioni del Risorto, è indiscutibile il loro messaggio profondo. Però tale messaggio non consiste solo nell’affermare che Gesù è il Vivente, che ha vinto la morte. Oltre a questo, i racconti delle apparizioni esprimono molto chiaramente che, per quanto Gesù Risorto fosse stato esaltato alla destra di Dio (At. 2,33) e per quanto Dio lo avesse costituito Signore e Messia (At. 2,36) e Figlio di Dio con potenza (Rm 1,4), quello che è più incredibile ed impressionante è che Gesù, proprio dopo la resurrezione, appare e si mostra più umano che mai.

Una volta che in Gesù Dio si è fuso e confuso con l’umano, quando Gesù risuscita, per quanto lo pensiamo e lo crediamo divinizzato, la divinizzazione non comporta un allontanamento o la minima perdita della sua condizione umana, ma tutto il contrario: proprio perché lo vediamo più divino, per questo diventa profondamente umano.

Questo spiega il fatto che Gesù è riconosciuto al momento dello spezzare il pane e la sua presenza elimina tutte le paure e tutti i dubbi, donando pace e gioia; si lascia vedere, toccare, palpare; mangia davanti a tutti, si mostra alle donne prima che ad altri, spiega loro le Scritture, accondiscende alle esigenze di un incredulo come Tommaso e domanda anche a Pietro tre volte se è certo che lo ama più di tutti. Anche Gesù risorto è sensibile all’affetto umano e ne ha bisogno.

padre José María Castillo

 

 

Siamo oggi a due settimane dalla Pasqua e le letture, la Parola di Dio risentono ancora del clima di festa, del clima di gioia pasquale per la risurrezione di Gesù. Luca nella prima lettura dagli Atti degli Apostoli ci racconta di Pietro, Pietro che dopo la discesa dello Spirito Santo non ha più paura. Prima le porte del Cenacolo erano serate, chiuse per paura, oggi Pietro esce dal Cenacolo, comincia a predicare, comincia a dare testimonianza, e con parole dure contro i giudei, contro i farisei... «Voi avete ucciso l'autore della vita!» E Pietro sottolinea un paradosso: Pilato, un pagano, non solo, uno scettico, mosso da un senso innato di rettitudine, di giustizia, ha fatto di tutto per liberare Gesù, per preservare Gesù dalla condanna a morte. Invece i capi del popolo eletto lo hanno crocifisso. Ma Pietro continua a parlare, senza paura, senza timore. E alcuni credono, si convertono. Chiedono: «che cosa dobbiamo fare? Come riparare il peccato?» «Pentitevi, pentitevi e cambiate vita». Anche a noi, oggi risuonano queste stesse parole di Pietro. Noi siamo presenti, per mezzo della liturgia, siamo presenti a quell'evento. A noi oggi, come allora, san Pietro dice: «pentitevi e cambiate vita». E forse non si tratta solo della confessione, non si tratta di un semplice pentimento. Si tratta del cambiar vita, del cambiare le nostre visioni, i nostri ideali, le nostre strade... per sostituire le nostre con quelle di Cristo. Non è una cosa semplice e non è immediata. È un processo che ha un inizio, che parte, inizia, per non finire più se non in Dio. Perché quanto più ci avviciniamo al Signore, quanto più gli siamo vicini, tanto più ci accorgiamo quanta strada abbiamo ancora davanti, quanto abbiamo ancora da camminare... Nel Vangelo invece vediamo Gesù in mezzo ai suoi discepoli. Cristo non ci lascia soli come non ha lasciato soli gli apostoli. Dopo la sua risurrezione appare loro molte volte. Nei quaranta giorni tra la Pasqua e l'Ascensione continua ad essere con loro. Parla con loro, mangia, rimprovera la loro incredulità, risolve i dubbi... Tutto questo per rafforzare la loro fede, tutto questo per rinsaldarli, renderli più convinti. Fare di loro missionari, testimoni. E il Vangelo si conclude proprio così: «Di questo voi siete testimoni». Testimoni della morte, della risurrezione, dell'amore, testimoni e servitori del Vangelo di Cristo. Questo è il compito che Gesù lascia ai discepoli, lo lascia a tutti coloro che lo vogliono seguire. Alla fine della messa noi usciamo di Chiesa, torniamo alle nostre case, ai nostri impegni, ma dobbiamo uscire da qui cambiati, trasformati dall'incontro con Cristo, diversi, come i discepoli di Emmaus, che, senza guardare che era notte, senza guardare la fatica del ritorno, senza indugio tornano a Gerusalemme per annunziare la buona novella. Che cosa impariamo oggi, che cosa ci insegna la Liturgia della parola? La prima cosa dovrebbe essere proprio quella dell'ammonimento di Pietro: Pentitevi e cambiate vita. A questo Gesù aggiunge: siate i miei testimoni. Ed è proprio questo che ci chiede oggi il Signore, di essere suoi testimoni, testimoni che la vita ha un senso, che la vita ha un fine, uno scopo, una direzione precisa che è Cristo Gesù. Non è vero che il male è più forte del bene, non è vero che la morte è la fine di tutto, non è vero che la vita non ha senso! Noi siamo testimoni del bene, della vita senza fine, siamo qui per guadagnarcela. Se cerchiamo con tutte le forze di essere suoi testimoni, testimoni del suo amore che egli riversa nei nostri cuori, quell'amore sarà in noi veramente perfetto e la sua pace, la pace che egli ci dona, dimorerà in noi (padri Silvestrini).

MEDITAZIONE

Il Cristo crocifisso è "scandalo per i Giudei", "stoltezza" per i Greci, constata san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1Cor 1,23). Oggi lo è ugualmente il Cristo risuscitato. Il Messia che soffre è il figlio eterno di Dio, fatto uomo, strappato alla morte dalla potenza del Padre. Tra questi due aspetti del medesimo e unico mistero della nostra salvezza, nasce una provocazione alla nostra fede, uno scandalo. Questo scandalo ci fa valutare la follia, la rovina nella quale la nostra poca fede può farci cadere. Cosa dice l'apostolo Paolo? Scandalo per gli Ebrei che il Messia, il Figlio di Dio, possa essere sottoposto alle sofferenze della passione e della morte. Scandalo, ostacolo che li fa vacillare nella fede. Follia per i Greci che il pensiero del pensiero, il Bene, l'Idea divina, possa condividere la condizione umana, sofferente e vulnerabile. Follia, assurdità che offende l'intelligenza. Scandalo e follia, la croce è un ostacolo per ogni uomo, un ostacolo che rivela ciò che è nascosto nel cuore di ogni uomo e il suo male. Colui che è risuscitato, che solo può guarire, mette in luce le oscure ragioni dei rifiuti a credere che, oggi, sorgono nei popoli cristiani. Gli Ebrei hanno ricevuto la rivelazione di Dio che dona la vita e non la morte. Molti tra loro credono nella risurrezione dei morti. Condividendo questa fede del popolo d'Israele, Paolo testimonia che Gesù, il crocifisso, è risuscitato dal regno dei morti. Quanto ai Greci, in cerca di saggezza, essi pensano che l'intelligenza imperitura, la più alta realtà alla quale l'uomo possa accedere, coincida con l'immortalità. Dunque l'ebreo crede che Dio, nonostante la morte, doni la vita e il pagano pensa che l'uomo non sia completamente sottomesso alla fede del primo, follia per la ragione del secondo è il Signore crocifisso. Che cosa è dei nostri contemporanei, pagani dopo l'avvento del Cristo, popolo senza memoria né fedeltà dei paesi detti cristiani? Noi abbiamo ridotto la croce di Cristo alla portata dei nostri ragionamenti al punto che essa non ci appare più né scandalo né follia. Ed ancora di più, il mistero della croce, ridotto alla portata dell'uomo, diventa come un segno abominevole posato sulla nostra civilizzazione, sulle nostre civilizzazioni. In quale senso? Invece di essere, per il credente, scandalo della fede, la croce è divenuta l'immagine dolorosa di un'umanità che sogna di riscattarsi da sola a prezzo del proprio dolore e della propria passione. Povera umanità, schiacciata dalla vocazione messianica, che essa stessa si arroga. Messianesimo senza Messia. Redenzione senza Redentore. Immaginiamo che la pietà sia redentrice anche se alla fine sfocia nella morte; saremmo volentieri commossi e toccati da un Messia sofferente che non facesse che accompagnarci alla più estrema delle nostre perdite. Il mistero è diventato un'ideologia che si insinua nel tessuto cristiano come un cancro spirituale. E per la ragione pagana, invece di essere follia, la morte è promossa, in una complicità che non si conosce, a saggezza e trionfo della ragione, poiché è in nome della ragione che l'uomo dichiara chi è l'uomo e chi non è l'uomo. Poiché è in nome della ragione che si nega al bambino che la donna porta in grembo il diritto di esistere, quando Dio lo crea a sua immagine e somiglianza. Poiché è nel nome della ragione che si sceglie tra questo o quell'uomo per donare il diritto di vivere o toglierlo, escludendolo dalla vita. Poiché il prezzo della civilizzazione può senza esitazione essere calcolato in milioni, in miliardi non solo di denaro, di materie prime, ma di vite umane. La ragione trionfa veramente quando è così strettamente legata alla morte e si fa sua complice? La saggezza umana si è trasformata in un delirio logico che si impadronisce della coscienza delle nazioni come una malattia della ragione. No, la morte sulla croce non è più per noi né scandalo né follia! Paradossalmente, riportata alla nostra misura, è divenuta mistica mortale e ragione demente. Ma ciò che è scandalo e follia è d'annunciare Cristo risuscitato, di proporre oggi alla nostra speranza la risurrezione. È il motivo per cui nessuno vuole o addirittura nessuno può ascoltarci. E forse per primi gli stessi credenti. Quante volte l'ho sentito sussurrare a voce bassa, e ciò è vero da più di un secolo per l'intelligenza occidentale! Ci si troverebbe meglio con un Vangelo nel quale fossero esclusi i racconti delle apparizioni di Gesù risorto, dei miracoli o della nascita di Gesù Cristo da una vergine. Ci si accontenterebbe di una figura esclusivamente umana, nella quale si potrebbe scorgere il divino in colui che non sarebbe che nostro fratello. E questo Gesù, ci dicono, sarebbe più credibile se non ci fosse richiesta la fede nella sua risurrezione. Poiché ciò che ci sconvolge veramente non è più la sua morte, ma la speranza della vita. Essa si scontra in noi con l'istinto della morte e la complicità con la morte. Sì, la risurrezione di Cristo è oggi "scandalo" per il credente perché lo fa vacillare nella sua fede troppo debole. Noi non osiamo più credere che la morte sia nostra nemica e che Dio l'abbia vinta perché il Signore risuscitato dal regno dei morti ci trasporti nella sua vita. Noi non osiamo più credere che la vita umana abbia una dimensione divina, anche la vita delle creature come noi, modellate a immagine e somiglianza di Dio, che fa tutt'uno con il Verbo eterno fatto carne. Noi non osiamo credere che l'uomo sia un essere divino, a motivo della sua creazione da parte del Padre e della grazia a lui data nel Figlio, per lo Spirito che lo abita. Noi non osiamo credere che l'uomo, segnato dal marchio della morte, possa ancora vivere della potenza di Dio che risuscita i morti e che, per primo, ha risuscitato il Figlio. La fede è osare non vacillare di fronte a questa affermazione, scandalo per la nostra poca fede, e suppone che noi stessi ci convertiamo e lasciamo che la potenza del Risorto ci liberi dal nostro peccato. Poiché il nostro rifiuto a credere, la nostra complicità con la morte, è anche il nostro peccato. I nostri cuori sono freddi, insensibili per sfuggire al senso di colpa. Poiché noi siamo disposti a riconoscerci colpevoli di tutto. Una colpa schiacciante pesa sull'uomo moderno pronto ad accusarsi di tutti i mali, di tutte le sofferenze, di tutti i dolori. Tutti gli uomini ricchi sono pronti a piangere le disgrazie dei poveri; tutti gli uomini in buona salute sono pronti a piangere le disgrazie di coloro che sono feriti e malati; tutti gli uomini vivi sono pronti a piangere i morti. Ma nessuno è pronto a lasciare che il suo cuore sia toccato per convertirsi da questo peccato e credere che Dio è più forte della morte, per assumersi la vera misura di questa complicità con la morte, confessarla e riceverne perdono. Ed è anche una "follia", per i cristiani divenuti pagani, affermare che il Signore è risuscitato dal regno dei morti. In effetti, ciò significa osar dire alla ragione che non è lei la padrona della vita, poiché la vita viene da Dio, la vita nella sua condizione biologica, ma anche la vita dell'anima dell'uomo, creata a immagine e somiglianza di Dio, che riceve la grazia della vita stessa: Dio si è fatto uomo nel suo Verbo fatto carne. Ciò significa, di conseguenza, osar dire il primo e l'ultimo segreto del mondo: Dio dà la vita; essa deve quindi essere rispettata da tutte le potenze divine dell'intelligenza e dell'amore, infusi da Dio nei nostri cuori. Ciò significa, di conseguenza, osar dire che la libertà umana è sacra, santa, poiché è un dono dello Spirito Santo: tutta la vita dell'uomo trova il suo splendore in questo dono ricevuto. Sì, follia agli occhi dei cristiani divenuti pagani è che la nostra speranza non si possa cogliere nei limiti della vita umana. Eppure lo Spirito ci concede l'audacia di dire pubblicamente davanti ai pagani di questo mondo, nostri contemporanei, nostri fratelli, davanti ai religiosi del nostro tempo che Dio ha risuscitato suo Figlio dal regno dei morti, Gesù, il Signore della gloria, nostra speranza. "Perché siete sconvolti? E perché questi pensieri che sorgono in voi?". Il Cristo stesso ci doni l'intelligenza delle Scritture e della saggezza di Dio e apra lui stesso i nostri cuori a questa speranza! Ecco, fratelli, la posta proposta alla nostra generazione. Noi siamo chiamati a credere al Cristo risorto. Non solamente ripetendo le parole: "Cristo è risorto", questo grido di gioia che, un tempo, attraversò le Chiese; noi non dobbiamo fingere questa gioia, e cantare "Alleluia" non è sufficiente. Dobbiamo domandare al Cristo risorto di convertire i nostri cuori, di strapparci da questa complicità peccaminosa con la morte, con la disperazione, con l'annientamento dell'uomo che perde contatto con se stesso. Supplichiamo Dio di darci questa luce e questa forza per osare compiere la missione che il Cristo affida ai suoi apostoli: "Voi ne siete testimoni" (card. Jean-Marie Lustiger).

 

 

Dalla paura alla gioia, dallo stupore incredulo alla fede

Il racconto del Vangelo di oggi, di Luca, apparentemente è molto simile alla scena del Vangelo della scorsa domenica, dell’evangelista Giovanni. In realtà, ogni evangelista racconta le apparizioni di Gesù, dopo la sua Resurrezione, con un timbro e una tonalità tutte particolari.

La prima apparizione raccontata da Luca è quella ai discepoli di Emmaus. Alle donne, recatesi alla mattina del primo giorno della settimana al sepolcro, appaiono solo due angeli, «due uomini … in abito sfolgorante».

Quella che abbiamo ascoltato oggi, nel Vangelo, è la prima e unica apparizione di Gesù «agli Undici e a quelli che erano con loro».

Siamo a Gerusalemme. I due di Emmaus stanno ancora raccontando e ri-raccontando del meraviglioso incontro con Gesù lungo la strada tra Gerusalemme e Emmaus: raccontano «ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane». È una sintesi bellissima dell’incontro pasquale di questi due discepoli.

Gesù si affianca loro lungo il cammino, ne ascolta le delusioni, le speranze infrante, le disillusioni, ma poi si lascia riconoscere «nello spezzare il pane»,dopo averli istruiti con la sua parola ‘di fuoco’.

È bella questa espressione: lo «spezzare il pane» che, per la prima Chiesa, era il modo per dire quel rito che noi oggi chiamiamo, con una parola molto ‘anonima’ Messa. Ite, missa est, si diceva nell’antico rito latino: “Andate, è finita!”, significava. Da qui l’abitudine a chiamare ‘Messa’ il rito dell’Eucarestia. Ma, nella storia e ancora oggi, sono (stati) molti i nomi che noi abbiamo dato a questo atto assolutamente decisivo della nostra fede cristiana.

Ecco, la Chiesa dei primi tempi diceva: lo «spezzare il pane».

A Emmaus così avevano riconosciuto Gesù, mentre spezzava il pane, proprio come durante l’Ultima Cena.

Quando Gesù ripete quel gesto rende nuovamente presente quell’ultimo e unico dono di sé che, nella Cena, anticipa la sua morte e la sua resurrezione.

Analogamente, quando noi, nell’Eucarestia, ‘spezziamo il pane’ rendiamo presente, per noi, oggi, quell’unico e ultimo gesto di Gesù.

Non è la memoria di un evento trascorso e perduto.

È la presenza di un dono che non passa, un dono che è un ‘presente’ che rimane per sempre.

Siamo forse troppo abituati a questo dono, per apprezzarlo davvero, con la meraviglia e lo stupore che dovrebbe suscitarci.

Comunque, mentre i discepoli stanno parlando di queste ‘cose’, dice il Vangelo di Luca, «Gesù in persona stette in mezzo a loro». Questa è una caratteristica dei racconti di apparizioni: Gesù arriva sempre in modo imprevedibile, sorprendente, in-atteso.

E, quando arriva, sta «in mezzo». Si pone al centro, come a riunire a sé i discepoli che tendevano a disperdersi, a dimenticare, lasciandosi travolgere dalle loro paure.

La parola che Gesù dice, secondo tutti gli evangelisti, è anzitutto una sola: è una parola di annuncio, è una parola che annuncia un dono, una grazia.

È una parola di luce e di speranza, una parola di perdono: «Pace a voi!».

Ma Gesù non dona solo la pace! Egli è pace, riconciliazione. Perciò Gesù ci apre alla speranza di una grazia che non nasce da noi, ma da Lui, non dalle nostre forze, ma dalla sua potenza creatrice e ri-creatrice.

La parola di Gesù risuona tra gli Apostoli e li sconvolge. Loro, infatti, erano «sconvolti e pieni di paura». È una nota piccola, ma molto significativa.

Sconvolto è lo stato d’animo di questi ‘poveri’ discepoli.

Lo sconvolgimento è come un terremoto dell’animo, è come un rovesciamento di tutto. Quando siamo sconvolti ‘salta’ tutto. Non ci capiamo più niente.

È la perdita di ogni riferimento. Può bastare un attimo, per sconvolgerci, ma gli effetti possono perdurare, per tutta la vita.

Allo sconvolgimento, come dice bene il vangelo di Luca, con una nota psicologica finissima, segue la paura. Anzi, erano tutti «pieni di paura». Erano travolti dalla paura.

Notate, però, lo sconvolgimento e la paura non erano legati solo, e anzitutto, alla morte di Gesù, ma alla sua resurrezione, e dunque all’apparizione di uno che era morto.

«Credevano di vedere un fantasma»,uno che era ritornato dai morti, ma continuando ad essere morto. Invece Gesù Risorto non è un fantasma, che per un attimo ritorna dall’al di là, per una missione speciale.

Gesù dice loro, per scuoterli dal loro sconvolgimento e dalle loro paure:«sono proprio io!». È un’esperienza molto forte e bella. Mentre dice così, chiede ai discepoli di ‘toccare’ il suo corpo, le sue mani, i suoi piedi, chiede loro di guardare bene: «un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Sono parole di fortissimo realismo.

Il Risorto ha carne e ossa, si lascia toccare.

I discepoli, così, ‘passano’ e transitano dallo sconvolgimento/paura alla gioia, ma è una gioia che impedisce loro di credere. Erano come sopraffatti dallo stupore e dalla gioia. Quello che stavano vivendo era talmente grande che ‘non potevano crederci’.

Così Gesù chiede loro qualcosa da mangiare.

Questi ‘poveri’ discepoli gli offrono quello che hanno lì, già pronto: «una porzione di pesce arrostito».

Scrive Luca: «egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».

Tutto questo è stupefacente. Bellissimo.

Allora Luca racconta come Gesù, dopo questi gesti concreti, si mette a istruire i discepoli. Li aiuta a ricordare le parole che aveva detto loro«quando ero ancora con voi».

Quando le avevano sentite, quelle parole, non potevano capirle. Ora è necessario che le ricordino, per ricomprenderle alla luce della Pasqua.

È Gesù stesso che li istruisce in questo affascinante cammino di rilettura. «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

È una parola di immensa luce: Lui, Gesù, nella sua Pasqua, è il ‘compimento’ di tutto ciò che è scritto nella Parola della Scrittura.

Luca aggiunge che Gesù «aprì loro la mente per comprendere le Scritture».

È come se Gesù aprisse la loro testa chiusa. Erano chiusi, non comprendevano, erano fermi su di sé, bloccati.

È Gesù che li apre, li trasforma, nei loro pensieri, nei loro affetti, nelle loro scelte.

Ecco che cosa stava scritto: «il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno».

Tutta la promessa di Dio, tutta l’opera di Dio, annunciata nella Scrittura, trova la sua verità definitiva nel patire e nel risorgere di Gesù.

La morte non è l’ultima parola. È vinta, sconfitta per sempre!

Questo significa il nome di Gesù. In questo nome, dice Gesù stesso, «saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati».

E aggiunge: «di questo voi siete testimoni».

Nella Pasqua di Gesù, Dio ci offre il perdono, Dio cancella le nostre infedeltà, il nostro rifiuto, la storia di male che affligge il mondo.

Ma questo richiede la nostra ‘conversione’, richiede la nostra risposta, il nostro volgerci a Lui, passando dalla paura alla gioia, dallo stupore incredulo alla fede.

Questo ‘passaggio’ ci rende «testimoni» di Gesù.

La fede si incarna in una pratica di vita, nell’amore in cui, come dice la seconda lettura, si riassumono tutti i comandamenti di Gesù!

don Maurizio Chiodi

 

 

Lo splendido brano di questa terza domenica di Pasqua disegna cosa avviene nella nostra vita quando, come i discepoli di Emmaus, voltiamo le spalle al Signore.

I due discepoli, ormai che Cristo è morto, se ne vanno da Gerusalemme, voltano le spalle alla città Santa: forse anche tu, davanti a quella delusione, alle domande profonde che non trovano più risposta, hai voltato le spalle alla città Santa, al disegno di Grazia che Dio aveva su di te. Incapace di attendere i tempi di Dio.

E come per i due discepoli, la tua vita si è trasformata: non c’è più allegria, né Speranza, né gioia nel fare qualsiasi cosa. Solo ti rimane di cercare te stesso, magari lavorando senza sosta, oppure cercando affetto da tutti.

Ma il Signore viene in nostro soccorso. Come ai discepoli oggi Gesù ci dice: “E’ necessario che si compiano tutte le cose scritte…”.

Saper rispettare i “tempi di Dio”, non dubitando mai del Suo Amore.

Saper riconoscere che i disegni di Dio, la storia che alcune volte ci può apparire incomprensibile; perché sempre ci porterà a vivere quello che Gesù annuncia quando compare risorto: “Pace a voi”!

don Antonio Interguglielmi

 

 

Testimoni della resurrezione

È veramente risorto

Lo attestano, ci dice all’inizio il passo del Vangelo, i due discepoli che si sono accompagnati con Gesù; il viandante sconosciuto si farà riconoscere «nello spezzare il pane». Ma il racconto dei due trova increduli i compagni; allora «Gesù in persona appare in mezzo a loro», li saluta, li rimprovera perché non credono, mostra loro le mani e i piedi che portano i segni dei chiodi. Non basta: si fa portare da mangiare e mangia davanti a loro per convincerli che non era un fantasma, ma proprio lui in persona. Infine si appella alla Sacra Scrittura, che i discepoli, da pii Ebrei, non potevano mettere in dubbio e conclude: «Di questo voi siete testimoni». Uno di quelli era Pietro. Conscio della sua responsabilità di testimone, egli proclama davanti al popolo di Gerusalemme le cose viste e udite.

A quella gente che poche settimane prima ha gridato a Pilato: «Crocifiggilo!» rinfaccia il misfatto (pur concedendo l’attenuante dell’ignoranza), attesta che quel condannato è l’autore della vita» e che Dio l’ha risuscitato: «Di questo noi siamo testimoni». E la testimonianza è avvalorata dal miracolo narrato poco prima, di cui l’uditorio è stato spettatore, quando allo storpio che sulla porta del tempio gli tendeva la mano chiedendogli l’elemosina, Pietro aveva risposto: «Non possiedo né argento, né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! E presolo per la mano destra, lo sollevò», guarendolo sull’istante (At. 3,6-7). L’apostolo conclude esortandoli a pentirsi e a cambiar vita.

Non ci bastano queste testimonianze di gente che hanno visto e udito? Ne abbiamo altre, di apostoli e discepoli, uomini e donne, singoli e gruppi, in ciascuno dei quattro Vangeli, negli Atti degli Apostoli, in tutto il Nuovo Testamento.

Di più, l’Antico Testamento, letto nella Chiesa, alla luce del Nuovo Testamento, con l’«intelligenza delle Scritture» che Gesù dà a chi lo ascolta docilmente, ha preannunziato che «il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti». Non ci basta questo «gran nugolo di testimoni» (Eb 12,1)? Forse già troppo abbiamo meritato i rimproveri di Gesù perché la nostra fede è debole, incerta, incoerente. Vogliamo fare il nostro atto di fede, pieno e deciso, in Cristo morto e risuscitato?

«Cambiate vita»

Morto come «vittima di espiazione per i nostri peccati», Cristo risuscitato è il nostro «avvocato presso il Padre»; «risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Rm. 8,34; cf. Eb. 7,25). Ma perché sia esaudita la sua richiesta di perdono per noi, persone libere e responsabili, figli di Dio «chiamati a libertà» (Gal. 5,13), è necessaria la nostra collaborazione, cioè il pentimento sincero del peccato e la decisa volontà di conversione. È quanto richiama Gesù appellandosi alle Scritture: «Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati»; è l’ammonimento di Pietro: «Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».

È l’appello che ci è stato insistentemente ripetuto durante la Quaresima e che ci viene richiamato dall’uso di «fare Pasqua», accostandoci ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia (che dovrebbe essere ricevuta, quest’ultima, ogni volta che si partecipa alla Messa, «memoriale» della Pasqua).

La «riconciliazione» dei penitenti, che aveva luogo anticamente il Giovedì santo, ha in certo modo il suo equivalente nella confessione e nella comunione pasquale: ma che ci sia il vero pentimento, il vero impegno di conversione, la volontà di cambiare vita. E tutti ne abbiamo bisogno. Tutti dobbiamo proporci, come ci esorta Giovanni, di osservare i comandamenti lasciatici da Gesù. Senza questo serio proposito, non possiamo dirci cristiani; poiché «chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto». L’apostolo parla di amore perché i comandamenti hanno la loro radice nella fede, la loro anima nell’amore.

Dirà poco dopo: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1 Gv. 3,23); e poi: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (4,21). Quale amore? Risponde sempre s. Giovanni: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (3,16-18).

È un programma esigente, e quanto! C’è chi lo realizza fino al sacrificio della vita, come Gesù, il cui esempio ci viene richiamato qui da Giovanni. L’esempio di Gesù fu seguito, fino all’eroismo, da molti generosi. Penso, per fare soltanto un nome, a Teresio Olivelli. Animatore coraggioso e infaticabile della Resistenza, fu mandato a Fossoli, di là a Bolzano, poi nei campi di eliminazione di Flossenburg e di Hersbruck. Ecco la testimonianza d’un compagno su quest’ultima tappa della Via Crucis percorsa eroicamente da questo giovane ufficiale, che doveva morire pochi mesi dopo, il 12 gennaio 1945, in seguito a trattamenti brutali che gli vennero inflitti, come a tanti altri, con una ferocia disumana: «Là egli non mangiò per sfamare gli altri, fece tutto ciò che era possibile per far ricoverare ammalati e deboli, sostenendo i nostri diritti contro la bestiale prepotenza di russi, polacchi e tedeschi condannati come noi. Sempre ebbe la peggio: veniva picchiato, insultato e deriso». E poco dopo: «Sentendo che la sua ora era venuta, si spogliò delle vesti e le donò ad un compagno». Programma audace, poiché, sempre secondo l’insegnamento divino ricordato dal Concilio, «la legge fondamentale dell’umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità» (Gaudium et Spes, 38).

Trasformare il mondo non può essere il compito di un’ideologia o d’un partito, ma dev’essere il programma d’ogni uomo sensibile al dovere della solidarietà con tutti i suoi simili, tanto più del cristiano, consapevole di dover ispirare tutta la sua vita all’esempio del suo Signore, venuto a liberare e rinnovare l’uomo e la comunità umana ferita dal peccato. Trasformazione che deve operarsi nella coscienza del singolo, insidiata dagli istinti che si oppongono alla volontà di Dio; trasformazione, come ci ricorda con insistenza il Concilio, delle strutture economiche, politiche e sociali che, insieme con quegli istinti, sono cause permanenti di squilibri e perturbamenti, perché, anziché tradurre le esigenze della giustizia e dell’amore, tendono a consolidare e giustificare situazioni di ingiustizia, di oppressione, di emarginazione, inaccettabili da chi abbia senso umano e cristiano.
Nelle cicatrici che Gesù mostra agli apostoli sant’Ambrogio vede il «prezzo della nostra liberazione»: invito e stimolo a operare per la liberazione dei fratelli dal peccato e dalle conseguenze del peccato.

Anche noi siamo testimoni

La testimonianza resa dagli apostoli ha una caratteristica unica e irripetibile. Essi furono testimoni in adempimento d’una consegna avuta direttamente dal Maestro; testimoni di cose viste e udite, d’un uomo, Gesù di Nazaret, al quale erano stati vicini dal giorno della loro chiamata e che era apparso loro dopo la risurrezione. Testimoni con la parola parlata e scritta, con la persecuzione accettata per amore di lui, e – per quanto siamo informati di alcuni – con la morte. Dopo gli apostoli, la testimonianza continua nella Chiesa con la parola dei loro collaboratori, dei semplici credenti e di discepoli designati con vari nomi, di «profeti», «dottori», ecc.; continua nella serie innumerevole di «martiri», parola d’origine greca che significa appunto «testimone».

Anche oggi la Chiesa è chiamata a rendere, in tutti i suoi membri, «una testimonianza più fedele e più chiara della dottrina e delle istituzioni tramandate da Cristo per mezzo degli apostoli» (Unitatis redintegratio, 4). Tutto «il popolo santo di Dio partecipa pure alla funzione profetica di Cristo, quando gli rende una viva testimonianza, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità» (Lumen Gentium, 12). In particolare, in forza del sacramento della cresima, i fedeli «sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera la fede come veri testimoni di Cristo» (Lumen Gentium, 11).

Questa testimonianza, come il Concilio non si stanca di ricordarci, si dà anzitutto con l’esempio d’una vita vissuta secondo il Vangelo, con la franca professione della fede anche quando essa richiede coraggio – e quasi tutti sappiamo quanto ne richiede, per esempio, in certi ambienti di lavoro, di scuola, di azione politica, sociale e culturale -, con lo spirito di apostolato fervido e intraprendente per portare Cristo a un mondo estremamente bisognoso di verità, di speranza, di amore.

M. Gobbin

“Omelie per un anno 1 e 2 - anno A”

 

 

Il cuore che arde

Segnati dallo spirito

Pietro, nel suo discorso, chiede ai suoi interlocutori di accogliere la notizia che Colui che loro hanno ucciso è stato glorificato e vive. Era stato condannato da loro come colpevole Colui che era il giusto. La via è lasciarsi ferire dall’annuncio pasquale della notizia di questa colpa e della storia nuova che inaspettatamente ne è nata. La predicazione del perdono è una cosa sola con l’annuncio di Pasqua; come dice Giovanni nella sua lettera (1Gv. 2), il giudice, nella persona di Gesù, diventa l’avvocato difensore («Paraclito»). Per Giovanni la verità deve innanzitutto essere interiorizzata attraverso il lavoro assimilativo della Parola, che mette a contatto con il Cristo e lo Spirito. Cristo con la sua vita donata, ha la capacità di distruggere il peccato, raggiunge tutti gli uomini nella loro situazione di alienazione rispetto a Dio, e li purifica con il suo sangue. Accettare Gesù vuol dire entrare nella via da Lui tracciata, con la conseguente trasformazione della condotta. La proposta cristiana non coincide con discorsi moralistici, ma è annuncio pieno, ossia offerta di una persona con tutte le qualità, di fronte alle quali l’uomo deve decidersi con la conversione piena al progetto di vita suggerito dal Signore. La vita cristiana è principalmente manifestazione attiva della rivelazione di Gesù, ossia della sua vita divina concessa a noi come esistenza nuova.

Toccati nel cuore per poter raccontare

Il gruppo degli Undici, testimoni prescelti che mangiano e bevono con Lui, dovettero fare un cammino per superare le difficoltà e ammettere la realtà del Risorto. Ciò che viene confessato dalla Chiesa non è frutto di illusioni. Chi si stupisce sta ancora sulla soglia della fede. Il Dio della Bibbia dà l’appuntamento con il giorno della liberazione e della vittoria dopo l’intervallo dello smarrimento e della paura. Il terzo giorno è lo spazio ideale per incontrare il Signore che libera dalla morte. Chi fa l’esperienza di incontrare il Signore, chi si stupisce tanto da sentire il cuore «ardere », chi si lascia aprire la mente dalla Parola, diventa capace di «narrare» la fede. La fede però non è mai statica, è sempre in un sottile, quasi impercettibile divenire in cui la fiducia, il timore e la gioia si rincorrono, si intrecciano, si disperdono. Gli stessi discepoli di Emmaus pensano che il Signore che vedono e sentono parlare di pace, sia un fantasma.

Vedere e scoprire i passi del Signore

Per questo, come accade ai discepoli riuniti, in mezzo a cui sopraggiunge Gesù, accogliere l’amore significa ubbidire ai modi e ai tempi del suo manifestarsi, che non sono determinati da noi. Allora anche la paura e il dubbio che manifestano la nostra fragilità di fronte ad una realtà così sorprendente, non ci allontanano da essa ma preparano sempre sue nuove manifestazioni perché possiamo toccare e vedere i segni della sua presenza, così come di volta in volta ci sono dati. Credere non è mai un atto scontato, si fa l’esperienza di Dio, si «vede» il Signore presente, ci si dice «davvero sento di avere la vera fede», ma poi si ha bisogno di entrare nel mistero, si ha ancora e sempre bisogno di aspettare il passo del Signore verso di noi che ci dice: «non avere paura, sono io… toccami, guardami, permettimi di rimanere con te». Solo se entriamo in questo dinamismo di comunione, la nostra mente si aprirà alle Scritture e potremo cantare con la vita che Egli è «risorto e vivo».

La comunità garanzia di autenticità

Luca non fonda il messaggio della Pasqua su esperienze private. Egli relativizza gli annunci privati delle donne e dei discepoli. Punto di partenza della predicazione è Gesù vivo che stabilisce il contatto con i suoi discepoli e dona loro di capire in profondità  il disegno di Dio testimoniato dalle Scritture. Un messaggio non da capire soltanto, ma da accogliere come stimolo di rinnovamento. Le Scritture sono un dono della Chiesa, ma non possono rimanere un deposito sterile. I cristiani devono capire che è necessario spendere tempo per interpretarle e assimilarle. Ogni cammino di ricerca e conversione passa per la Parola, per questo va «annunciata a tutte le genti».

don Rinaldo Paganelli

“Stare nella domenica alla mensa della Parola”, anno B

 

 

Ancora una volta Gesù rimanda ai segni della passione, le sue mani e i suoi piedi sono la testimonianza che l’amore di Dio Padre è l’unica realtà indistruttibile. La sua relazione fedele è l’unica che non si riesce a sopraffare o troncare, perciò entrare nell’amore del Padre significa entrare nella eterna memoria. Il mistero pasquale si è consumato quando il Figlio di Dio ha vissuto la sua umanità come dono di sé, e consegnando il suo respiro al Padre l’ha passato a tutta l’umanità che in questo stesso respiro è a sua volta consegnata al Padre, al suo amore eterno.

C’è una pedagogia di Cristo nei quaranta giorni delle apparizioni: nella Bibbia il numero quaranta segna il tempo dell’apprendimento e della conoscenza nel discernimento. Lui appare in questo modo fisico della prima creazione facendo vedere che questa umanità non è più rinchiusa nelle leggi di questa creazione. La vita vissuta nella sua corporeità umana come amore del Figlio, attraverso il sacrificio totale che è la morte sulla croce fa entrare tutta la sua umanità nella memoria eterna del Padre, perché vissuta integralmente nell’amore filiale. Perciò è evidente che ciò che Cristo faceva nell’arco della sua vita in comunione con gli altri viene custodito nella vita definitiva e perciò appare in questo mondo. Cristo che mangia con gli apostoli fa vedere i due registri della vita, ciò che qui viene vissuto nell’amore è già compiuto nel Regno ed è con Cristo nascosto in Dio. E quando apparirà Cristo nella sua gloria definitiva del Regno di Dio apparirà tutta la nostra realtà vissuta in Lui (cf Col 3,4).

Perciò Cristo fa vedere ai discepoli una nuova qualità della vita della sua umanità. Attraverso la pasqua, attraverso l’offerta di sé stesso, si compie una nuova generazione dell’umanità. Un’umanità che ha la possibilità di essere completamente filiale, totalmente in comunione con il Padre così come è per Cristo che perciò esiste in modo nuovo, quello comunionale, “in mezzo a loro” (cf Gv 1,14; 20, 19.26). È l’umanità di Cristo risorto. Perciò appare per insegnar loro ad abituarsi a non cercarlo più come un individuo nel quale abita qualche cosa di divino, ma come divino umanità pasquale, un’umanità resa veramente filiale, che perciò può vivere da risorta.

Per questo apre la loro mente all’intelligenza delle Scritture. Si possono comprendere solo a partire dalla resurrezione.  Non si tratta di una comprensione semplicemente intellettuale, con l’aiuto di una qualsiasi tecnica della conoscenza dell’interpretazione. Le Scritture contengono il Verbo che ora si è manifestato come Figlio di Dio, vero uomo, perciò la chiave di comprensione è una Persona e non semplicemente un testo. Per questo ci vuole un’intelligenza relazionale, un’intelligenza agapica che infatti ci viene donata attraverso lo Spirito Santo. Aprire la mente all’intelligenza delle Scritture diventa l’ultimo gesto della redenzione che poi sarà portata avanti dallo Spirito Santo a ricordare tutto ciò che Lui ha compiuto e insegnato (cf. Gv. 14,26; 16,13).

 Questa è la vera anamnesis, l’eterna memoria che nella divino umanità di Cristo ci apre l’accesso alla visione del Padre che è il disegno di ricapitolare in Lui tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra (cf. Ef. 3,10).

Il peccato ha in qualche modo sigillato la possibilità di leggere, di conoscere questa visione chiudendo l’uomo dentro le sue coordinate che pretendono di farlo come Dio e lo privano perciò di quella visione di tuttunità che appartiene solo al Padre e alla quale noi possiamo accedere solo in Cristo, a partire da una relazione filiale con il Padre. Con la mentalità del peccato l’uomo è pronto e capace di inventare metodi di conoscenza, di studio, di interpretazione ma non riesce a cogliere la logica relazionale, quella ecclesiale, uno nell’altro. Non si capisce dunque la Scrittura, ossia il senso della nostra esistenza in Dio senza una relazione con Cristo, Figlio del Padre. Anzi trovandoci in Lui, che nella sua umanità è il senso e il compimento di tutta la Scrittura.

Noi nelle cose che ci capitano ogni giorno vogliamo immediatamente dare un’interpretazione, sempre, perché questa è la nostra forma mentis, ma non teniamo conto che l’unico luogo dove le cose acquistano il loro nome, l’unico luogo dove trova senso tutto ciò che accade è il sacramento, la liturgia: solo qui le cose vengono di nuovo nominate come sono, perché c’è una sinergia tra la Parola, lo Spirito e il creato. Nella liturgia si dice e la parola è immediatamente l’evento (ti siano perdonati i peccati e i peccati sono perdonati). Non solo. La Parola che ascoltiamo all’inizio della liturgia del sacramento dell’eucaristia e che nell’omelia cerchiamo di far vedere come si possa realizzare, diventa pienamente realizzata attraverso il pane e il vino da noi offerti. Infatti i vangeli pasquali ci riportano continuamente all’incontro con Cristo che mangia insieme ai suoi. L’eucaristia è la realizzazione della parola incarnata e noi ci cibiamo di essa alla comunione. E l’uomo diventa ciò che mangia.

Non si tratta dunque di capire la parola come una specie di programma di vita che poi tocca a noi realizzare, ma è la Parola stessa che è teurgica, e che chiede di realizzarsi nella nostra vita essendo accolta. Il Cristo post pasquale chiude ogni porta a una possibile interpretazione ideologica o moralista della fede in Lui.

padre Marko Ivan Rupnik

 

 

Conversioni pasquali

Anche oggi, in questo “primo giorno della settimana”, il Risorto continua a farsi riconoscere daí suoi, da noi, suoi discepoli, radunati per “parlare” delle cose inaudite che Lo riguardano di cui sono stati testimoni altri prima di noi: le donne alla tomba vuota (cf. Lc. 24,1-11), Pietro stesso nella sua corsa al sepolcro (cf.. Lc. 24,12), i due discepoli in cammino verso Emmaus (cfr. Lc 24,13-35). L’evangelista Luca sottolinea che questi incontri con il Risorto avvengono proprio nel momento in cui i suoi discepoli si interrogano e parlano fra loro di Lui e di ciò che è avvenuto.

All’alba, le donne, davanti alla pietra rimossa dal sepolcro e constatando l’assenza del corpo di Gesù,“si domandavano che senso avesse tutto questo” (Lc 24,4) quando due uomini rispondono alla loro ricerca di senso ricordando loro che “bisognava” che il Figlio dell’uomo vivesse tutto quello che aveva vissuto.

In quello stesso giorno,due discepoli che si stavano allontanando da Gerusalemme verso Emmaus “conversavano e discutevano tra loro di tutto quello che era accaduto” (cfr. Lc 24,14-15), quando “Gesù in persona” si avvicina e,condividendo il loro cammino,rivela loro la necessità della passione e della croce: “non bisognava che il cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”.

Ora, al termine di quello stesso giorno,“i due discepoli tornati a Gerusalemme narrano agli Undici e agli altridi ciò che era avvenuto lungo la via e come avessero riconosciuto Gesù nello “spezzare” le Scritture e il pane; e gli Undici e gli altri che erano riuniti con loro proclamano che il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone”(cfr.

Lc 24,33-36). Ed ecco che, improvvisamente, mentre si annunciano vicendevolmente la Pasqua del Signore, si accorgono che il Risorto è in mezzo a loro!

Quante volte radunandoci insieme e riascoltando l’annuncio degli eventi della Pasqua non ci accorgiamo che Lui in persona “sta in mezzo” a noi!

Questa è la prima conversione pasquale alla quale ci invita la Parola di oggi: riconoscere la Sua presenza là dove siamo riuniti per “parlare” di Lui, per ascoltarlo parlare, per “vederlo”, “toccarlo”,“mangiare” con Lui… anzi, mangiare di Lui! Si tratta di riconoscerLo nelle nostre eucarestie…

Ma i nostri occhi restano chiusi, il nostro cuore colmo di dubbi, i nostri sensi incapaci di riconoscerlo finché il Signore stesso non interviene…

Anzi il vangelo di oggi ci dice che i discepoli, davanti al Risorto che si mostra loro, sono “sconvolti e pieni di paura” tanto da pensare di essere di fronte a un “fantasma” (letteralmente “uno spirito”). Non riescono a credere alla realtà di ciò che è davanti ai loro sensi, come se fossero necessari dei sensi nuovi per “credere” vero e reale quel Gesù che ora “sta in mezzo” a loro! In un primo momento la troppa “paura”(cfr. Lc 24,37) e poi la troppa “gioia”(cfr. Lc 24,41) impediscono loro di credere!

E’ interessante che sia la paura che la gioia siano un ostacolo alla fede: forse perché entrambe ci fanno rapportare con un volto inesistente della realtà… mentre il Risorto è un corpo reale e vivente (cfr. Col 3,17: “la realtà è Cristo” (letteralmente “il corpo è Cristo”) proclama S. Paolo ponendo la realtà del corpo di Cristo in contrapposizione all’ombra di ogni altra immagine!).

Per “guarire” la loro incredulità quindi, Gesù inanzitutto si offre loro nella “umanità” del suo corpo. L’evangelista Luca insiste particolarmente sulla corporeità del Risorto per indicare che c’è una continuità fra il Gesù che ha patito le sofferenze della croce nel suo corpo e il Vivente che ora sta di fronte a loro glorioso. Il corpo del Risorto porta ancora nelle sue membra i segni delle ferite della croce, i segni di ciò che patito l’Amore per continuare ad amare. Il Risorto non ha un corpo dove siano scomparsi le ferite dei chiodi, ma un corpo dove quei segni parlano di quell’amore più grande che nella passione si è consumato.

Il Risorto invita con insistenza i suoi a orientare i loro sensi su di Lui: “guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate…”. Occhi, mani, orecchi sono coinvolti perriconoscerlo.

E per fugare ogni dubbio si presenta con il Suo nome: “Sono proprio io!”, cioè “Io sono”, il nome con cui Dio si è rivelato a Mosé nel roveto, il nome di Dio che si offre al suo popolo come presenza viva e operante. Questo nome di Dio significa infatti: “Io sono colui che c’è, ti è stato accanto, ci sono e sarò per te, per salvarti”…

Inoltre il Signore, per impedire ai suoi di scambiarlo per “un fantasma”, aggiunge un particolare molto significativo: “un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Il Risorto ha“carne e ossa”, come noi. L’espressione “carne e ossa” non indica solo che il Risorto condivide la nostra umanità, ma si tratta di un modo di dire che esprime un’appartenenza. Si tratta infatti della prima parola che l’uomo Adamo rivolge alla donna tratta dal suo costato: “questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne…”

(Gn 2,23). E’ la parola che il popolo rivolge a Davide riconoscendosi suo popolo: “Ecco noi siamo tue ossa e tua carne” (2Sam 5,1; cfr. anche Gen 29,14; Gdc 9,2; 2Sam 19,13-14).

Il Risorto ha “carne e ossa”, la nostra carne e le nostre ossa. Egli cioè ci appartiene, si è “imparentato con noi”, ha assunto la nostra umanità in modo definitivo, si è legato all’uomo non solo nella vita terrena che ha condiviso con noi, ma per la vita eterna. Così si presenta ora ai discepoli come “Tu” che appartiene loro, per sempre.

A questo punto il Risorto aggiunge a questi segni di riconoscimento il prendere cibo davanti ai
loro occhi: mangia colui che ha offerto la sua vita per nutrire la nostra vita.

Ma nonostante tutti questi segni per farsi riconoscere, Luca non accenna ad alcuna reazione dei discepoli. E necessario che il Risorto compia una vera e propria operazione “chirurgica” di apertura della loro mente all’intelligenza delle Scritture, rileggendole alla luce della propria Pasqua: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi (…) Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno…”. Si tratta di una autentica azione di guarigione, di apertura della mente e del cuore. Infatti il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cfr. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cfr. Lc 24,31). Qui indica l’operazione di guarigione di una mente incapace a riconoscere che tutta la Scrittura parla del Figlio, della forma paradossale con cui si manifesta il suo amore… del mistero di quell’Amore di Dio che passa per la morte per condividere fino alla fine la sorte dell’uomo amato. Quale Dio oserebbe percorrere le vie così scandalose dell’umano fino al morire per salvare l’uomo mortale? (cfr. Gv 3,16; Rm 5,6-8).

Chiediamo ogni giorno questa conversione pasquale della nostra mente per riconoscere nello scandalo di un Dio amante fino alla morte l’Amore vincitore di ogni morte.

La comprensione delle Scritture alla luce della Pasqua ci rende testimoni: “di questo voi siete testimoni” (1 lettura e Vangelo). Il testimone è sempre qualcuno che a cui il Vivente si è manifestato e che porta incisi nella sua vita i segni di questo incontro. Testimoniare significa ricordare, portare viva nella vita la memoria di Lui, fino ad assumere una vita che assomigli alla Sua, fino vivere come “memoria di Lui” in mezzo ai fratelli: “fate questo in memoria di me” (cf. Lc. 22,19).

“Di questo voi siete testimoni”, dice il Risorto. Che cos’è “questo” di cui siamo resi testimoni?

Secondo le parole di Gesù, si tratta prima di tutto di divenire testimoni della logica pasquale della Sua vita (“il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno…”) con la nostra vita. Il discepolo diviene testimone del “Testimone fedele”, di “colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” (cf. Ap 1,5). Il Testimone che è Gesù ama i suoi fino alla fine (cfr. Gv 13,1), fino a portare nel suo corpo lê conseguenze di un amore che porta il “peso” dell’altro, anche quando è rifiutato, oltraggiato, ucciso…

La testimonianza di questo amore diventa un tacito invito alla conversione, cioè a cambiare vita e cuore per conformarla a questo amore che ci ha raggiunti, toccati, perdonati: “nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati”.

Non è possibile infatti incontrare questo Amore e rimanere gli stessi.

 

 

Pace a voi!

Gi apostoli avevano difficoltà ad accettare la Resurrezione, a creare quella disposizione del cuore che Gesù stesso cercò di creare. E’ comprensibile che fossero turbati per degli avvenimenti così imprevisti, rapidi e insperati. Quando si incontravano tra di loro parlavano sempre della stesso tema insistendo sul ricordo del passato. Era difficile pensare a Gesù in vita. Lo consideravano ancora morto.

La testimonianza di Maria Maddalena e dei due di Emmaus ma soprattutto fu definitiva quella di Simone che sosteneva di averlo visto e udito. “La fede viene dall’ascolto”.

Stavano insieme nel cenacolo e ormai era tardi quando, senza bussare alla porta ”Gesù apparve i mezzo a loro “ e non fu un’apparizione temporanea ma definitiva, non un’apparizione furtiva ma permanente di Dio in Cristo nella Chiesa. “Credevano che fosse un fantasma. E Gesù “Perché siete turbati. Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io”.

Quando Gesù appare rivolge il saluto “La pace sia con voi” e mostra le mani e il costato esprimendo che la chiave di questa pace sono le mani e il costato di Cristo. Cristo crocifisso è la nostra pace.

“I discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv. 20,20). Il saluto di Gesù sereno e penetrante raccoglie tutto il frutto della Redenzione. Cristo risorto è lo strumento definitivo della comunicazione della pace e della riconciliazione con Dio, con noi stessi e con il mondo. Cristo risorto fonte di vita per noi è la nostra pace.

Mostrando le sue piaghe, frutto della sua passione compie un gesto rassicurante, mostra i segni inconfondibili del suo amore. Questo è fondamentalmente il messaggio pasquale. La parola di Gesù è efficace e infonde la pace, non soltanto la da ma la infonde come quando calmò la tempesta. Non da soltanto un ordine ma impone una forza nuova, la sua divinità e questa divinità è la pace.

C’è differenza tra la pace del mondo e la pace di Cristo. La pace del mondo è palpabile, soddisfa la carne e il sangue ed è estremamente precaria. La pace di Cristo non è palpabile, viene dalla fede in Dio, dalla fede in Cristo, dalla fede nel suo amore che da la vita e si appoggia sui meriti di Cristo e sulla bontà del Padre.

Con la Resurrezione di Cristo entriamo nella nuova creazione, nel mondo nuovo, in una relazione di intimità con Dio. Il Cristianesimo è pace, spirito, relazione di amore, superamento della incomunicabilità tra gli uomini, propria della vita mortale, della vita presente. E’ la salvezza di Cristo.

Queste apparizioni di Cristo che sono durate poco tempo, molto meno di quanto speravano, hanno prodotto negli apostoli effetti perpetui.

mons. Giuseppe Mani

 

 

La prima lettura proviene dal discorso di Pietro dopo la guarigione dello storpio al tempio di Gerusalemme. Parlando al popolo che fu testimone degli avvenimenti della Pasqua, Pietro nota un’opposizione tra la loro condotta e quella del Padre, riguardo a Gesù. «Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri Padri» (bella espressione che dice insieme l’unità di Dio e il suo coinvolgimento nella nostra storia) ha glorificato (nella risurrezione e ascensione al Cielo) «il suo servo Gesù». Anche questo appellativo è degno di nota: Gesù volle farsi uomo, per essere «servo di Dio» e rendergli, nella sua santa umanità, quel servizio che noi uomini troppo sovente gli neghiamo. Egli fu il vero servo di Jahvè, come aveva predetto Isaia (42, 9 ss.), fino alla morte in croce: per questo Dio lo ha risuscitato.

I giudei di Gerusalemme invece, consegnando Gesù a Pilato, hanno rinnegato «il Santo e il Giusto», hanno ucciso l’innocente per eccellenza, il datore di ogni vita (non si potrebbero trovare parole più chiare e forti per esprimere tutta la gravità di questo delitto).

Tuttavia Pietro, come ha trovato una attenuante a favore di Pilato («aveva deciso di liberarlo»), così la trova a favore dei giudei («hanno agito per ignoranza»): Più che recriminare sul passato, Pietro invita a guardare com fiducia all’avvenire, a pentirsi e cambiare vita per ottenere il perdono dei peccati: parole anche oggi di grande attualità!

Molto simile è la seconda lettura. Gesù non è solo vittima di espiazione per i nostri peccati, ma addirittura nostro «avvocato» presso il Padre. In lui l’amore è veramente perfetto; egli è il Giusto maltrattato e ucciso che si fa difensore dei suoi persecutori presso il Padre.

Di fronte a questo mistero di amore Giovanni invita tutti a corrispondere nell’osservanza dei comandamenti.

Non si deve dimenticare che Cristo Gesù, nostro avvocato e difensore, sarà anche il nostro giudice. Ciò è motivo di fiducia e di speranza.

La terza lettura è la narrazione di un’apparizione del Risorto, che per dissipare i dubbi degli apostoli mostra mani e piedi (con le stigmate dei chiodi), si fa toccare e prende cibo: dunque, ha veramente carne e ossa. Ma la prova più grande della risurrezione la trae dalla Scrittura, dal confronto con la parola dei profeti che l’avevano predetta. Come le altre verità rivelate la risurrezione si illumina e diventa credibile nell’insieme della fede e del Mistero di Dio rivelato in Cristo: ogni aspetto della fede è come un elemento in un tutto armonioso. Tolto dal complesso, diventa incomprensibile; come si potrebbe parlare per esempio dell’Eucaristia fuori dal contesto dell’incarnazione, della risurrezione o della Chiesa? Bisogna dunque approfondire il mistero cristiano, ricordando che una fede ridotta a pochi brandelli difficilmente può stare in piedi e resistere alle difficoltà.

don Luigi Bono

 

 

Abbiamo appena celebrato il giorno di Pasqua che subito ci ritroviamo nel contesto delle apparizioni di Gesù risorto. Ci sono due tipi di apparizioni: (1) quelle che accentuano i dubbi e le resistenze dei discepoli nel credere alla risurrezione, e (2) quelle che richiamano l’attenzione verso gli ordini di Gesù ai discepoli e le discepole conferendo loro qualche missione.

Il brano ha un legame particolare con il testo di Gv. 20,19-29. Nel terzo capitolo, Luca presenta le donne e Pietro al sepolcro aperto (vv. 1-12), i discepoli di Emmaus (vv. 13-36), l’apparizione agli Undici e agli altri (vv. 37-49) e l’ascensione (vv. 50-51).

Il brano, partendo dalla Sacra Scrittura, tende a riproporre la verità della resurrezione di Gesù e la missione affidata ai discepoli e alla Chiesa.

La nostra pericope inizia con il versetto finale dell'episodio dei due discepoli di Emmaus, fornendoci per così dire un riassunto sintetico dell'accaduto. Il versetto pertanto risulta poco comprensibile se non si tiene conto dell'intero brano di Lc. 24,13-35.

L’apparizione di Gesù nel vangelo di oggi raggruppa due aspetti: i dubbi dei discepoli e la missione di annunciare e perdonare ricevuta da Gesù.

Meditare

v. 35: Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Il versetto inizia a mo’ di sintesi sui “fatti di Emmaus”. I discepoli (di Emmaus) ritornano a Gerusalemme, trovano la Comunità riunita (v. 33) e parlano di Gesù, il Signore (cf. vv. 15 e 34).

La via di cui si parla è la via di tutti giorni, è la via della desolazione. In questa stessa via avviene il cambiamento dalla desolazione alla consolazione. Questo cambiamento nasce dalla forza della risurrezione. Al v. 33, infatti, si dice subito: nella stessa ora – e quella è l’ora decisiva – levatisi – è la parola della resurrezione, cioè sono risorti – tornano a Gerusalemme – fanno il cammino opposto al precedente. Lì la comunità è riunita. Possiamo pensarla nel nome di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Hanno riconosciuto il maestro nello spezzare il pane. Significativamente il testo greco afferma che è Gesù che si fa riconoscere. Come in tutti i racconti delle apparizioni, l'iniziativa è del Signore risorto che si mostra a testimoni scelti da lui (cf. At. 2,32; 4,33; 5,32; 10,40-41; cf. Gv. 14,22) e li incarica della sua stessa missione.

v. 36: Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

Gesù Risorto offre ai suoi la pace. Il saluto che Gesù rivolge ai discepoli (cf. Gv. 20,19.26) non è un 'abituale augurio ebraico, ma il contenuto dei messaggi messianici, annunciati dai profeti: “la pace sia con voi! Non abbiate paura!”. Quindi è quanto mai significativo ed è il primo dei numerosi rimandi del testo a Giovanni (20,19-29). Quello che dona Gesù è lo “Shalom” di JHWH, l’augurio e la promessa di ogni bene, benessere, benedizione che Dio dà al suo popolo sin dall’AT.

v. 37: Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma.

Credendolo morto, i discepoli si convincono di vedere un fantasma (il senso della parola greca, pneuma, utilizzata da Luca), ossia quello che rimaneva della persona dopo la sua morte. Possiamo vedere qui una caratteristica della comunità a cui si rivolge l'evangelista e i primi indizi dell'eresia dei doceti, secondo la quale Gesù era uomo solo in apparenza.

Il corpo risorto di Gesù è certamente altro rispetto a quello della vita terrena (cf. 1Cor. 15,35-50), ma ciò non esclude una profonda continuità personale, che l'evangelista sottolinea nei versetti successivi.

vv. 38-39: Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Il turbamento dei discepoli è puramente umano, comprensibile. Per questo Gesù inizia qui una sua pedagogia che aiutano a tirar fuori le motivazioni più profonde: perché…? Guardate… toccate… sono proprio io (v. 39) un modo per rassicurare e far capire che egli è vivo e reale. È un invito a discernere ciò che provano e a non farsi trascinare da una reazione superficiale.

Gesù non fa altro che mostrare la sua identità con fatti e parole.

v. 40: Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Questo versetto è omesso dal Codice di Beza (Gregory-Aland n. D o 05), ma attestato dagli altri codici antichi ed ha un riferimento importante al quarto vangelo (cf. Gv. 20,20). L'attenzione di Luca è puntata sulla realtà della resurrezione di Gesù e con insistenza attira il nostro sguardo sul suo corpo per mostrare l'identità del crocifisso (le piaghe lasciate dai chiodi) con il Risorto che ora sta di fronte a loro. Gesù si offre all’osservazione dei suoi amici. Egli mostra quel corpo martoriato dai chiodi della crocifissione ne porta ancora i segni, ma essi sono una prova che quella morte che Egli ha subito non è la morte ultima, definitiva. Ce n’è un’altra ben più temibile (cf. Ap. 20,6.14; 21,8).

Ora, guardare alle sue piaghe è certezza di aver ricevuto la sua misericordia; per le sue piaghe noi siamo stati guariti (cf. Is. 53,5).

v. 41: Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».

Vedere nuovamente Gesù, il Maestro suscita nei discepoli un'immensa gioia, ma essi erano in un certo senso "bloccati", perché considerato morto. Ciò ci fa considerare la difficoltà di capire l’evento pasqua dei primi discepoli e delle prime comunità cristiane.

Per rassicurarli ulteriormente, Gesù chiede loro qualcosa da mangiare, non perché ne abbia bisogno, perché solo un corpo vivente può mangiare e non un puro spirito. È ulteriore conferma della realtà della sua resurrezione.

vv. 42-43: Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Questi due versetti dimostrano il chiaro riferimento al corpo vivente di Gesù Risorto. La scelta del pesce, a cui alcuni codici aggiungono un favo di miele, ha un riferimento allegorico a Gesù stesso e ai sacramenti dell'eucarestia e del battesimo.

Sono soprattutto i cristiani della comunità di Luca (e quelli futuri) a beneficiare di questo particolare, non potendo far esperienza diretta del risorto. I discepoli fanno esperienza diretta del Risorto per poter poi consegnare alle generazioni future dei credenti la loro testimonianza (At. 1,21-22).

v. 44: Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

Dopo il momento del riconoscimento, l’evangelista passa a quello della missione introdotto da un riferimento al compimento delle Scritture. Qui Gesù si riferisce a quanto  in un arco di tre anni insegnò ai discepoli e a quei preannunci della sua passione, morte e resurrezione che scandiscono il suo cammino nei tre vangeli sinottici. Un chiaro esempio l’abbiamo in Lc. 18,31-34.

Molto interessante il fatto che qui Luca cita le tre parti della Bibbia ebraica: la Legge, i Profeti e i Salmi. Non dimentichiamo che nei Salmi abbiamo quei Salmi che sono considerati messianici e rimandano alla vicenda di Gesù. La Scrittura nella sua globalità è quindi necessaria per comprendere la vicenda di Gesù Cristo come cita san Girolamo: “l’ignoranza delle Scritture, è ignoranza di Cristo”.

v. 45: Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture

Gesù è la chiave di Davide che fa ancora un dono: la comprensione delle Scritture, per leggervi la sua vicenda che è come il compimento delle stesse e in cui la Pasqua di Cristo acquista il suo vero senso (cf. v. 27 e At. 16,14). A Nicodemo Gesù aveva detto: Tu che sei maestro in Israele non capisci queste cose? (Gv. 3,10). Ora il dono del Risorto fa di semplici uomini illetterati, dottori della scienza divina. La Bibbia si adempie in Cristo e in lui acquista il suo pieno significato (A. Poppi).

vv. 46-47: e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.

È solo nella passione, morte e resurrezione di Gesù che la Scrittura trova il suo compimento, cioè il suo completamento, la sua perfezione e la sua pienezza: “egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2Cor. 5,15. Cf. Is. 53 e Os. 6,2). È nel nome di Gesù che sarà annunciato il kerigma: conversione e perdono dei peccati. Gli apostoli ne hanno il compito di predicare a tutte le nazioni (missione universale), iniziando da Gerusalemme (elemento tipico di Luca in cui la città santa non è solo un luogo geografico ma acquista valore teologico). San Paolo nel suo annuncio dirà: "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (2Cor. 5,20).

v. 48: Di questo voi siete testimoni.

Il brano si conclude con il mandato ai discepoli di Gesù: essere testimoni di lui fino al dono della vita. Questa affermazione è ripetuta negli Atti (At. 1,8; 2,32; 5,32; 10,40-41, cf. Gv. 15,27) ed è resa possibile oltre che dall'esperienza dell'incontro con Gesù risorto, dal dono dello Spirito Santo. Infatti il v. 49 che chiude l'episodio, ma che non viene proposto nella liturgia di questa domenica, parla proprio di questo dono, promesso dal Padre. La fede pasquale e la forza dello Spirito Santo fortificherà gli apostoli “nell’attuare la realizzazione delle promesse divine di un regno di pace e di giustizia, di bene e amore, ormai prossime” (M. Ledrus) e renderà possibile la diffusione della buona novella di Gesù Cristo (cf. Mt. 28,19s; Mc. 16,15-20; Gv. 20,21-23).

La Parola illumina la vita e la interpella

Anche la mia vita è in preda a dubbi, a emozioni, a sentimenti che ci scuotono e ci turbano nell'interno, fino alle radici del mio essere?

Mi lascio aprire il sepolcro della mia mente e del mio cuore per comprendere la volontà di Dio?

Mi metto dinanzi alla Sacra Scrittura per lasciarmi plasmare dalla Parola di Dio?

Quale pace dono? Quale ferite della quotidianità in cui vivo, risano?

Come testimonio la Pasqua e predico la conversione e il perdono?

Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole…

Quando t'invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia!

Nell'angoscia mi hai dato sollievo;

pietà di me, ascolta la mia preghiera.

Sappiatelo: il Signore fa prodigi per il suo fedele;

il Signore mi ascolta quando lo invoco.

Molti dicono: «Chi ci farà vedere il bene,

se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?».

In pace mi corico e subito mi addormento,

perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare (Sl. 4).

fra Vincenzo

 

 

«Ma non mi riconosci?»

È capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di trovarsi dinanzi a qualcuno che chiede di essere identificato come quel tale compagno di scuola, di lavoro, di una qualche avventura estiva o invernale, di un’esperienza vissuta assieme in un tempo ormai trascorso… Prima di indagare mediante domande di approfondimento e prima di metter mano a documenti probanti, cosa abbiamo fatto per verificare l’ipotesi? Abbiamo guardato con attenzione il volto del nostro interlocutore, ovviamente!

È curioso che nel brano evangelico odierno Gesù chieda di essere riconosciuto… dalle mani e dai piedi! Ora, né Gesù né l’evangelista Luca erano dei burloni. Questa sorprendente espressione del Risorto ci aiuta invece… a non sentirci più sfortunati dei contemporanei di Gesù: se i suoi discepoli, che hanno vissuto con lui per anni, non lo hanno riconosciuto guardandolo in faccia, perché noi ci ostiniamo a sostenere che ci sarebbe più facile credere se lo avessimo visto ‘in carne e ossa’? L’invito di Gesù mira piuttosto a calibrare la nostra fede a un livello più profondo e ‘democratico’: ognuno di noi può dire con autenticità e autorevolezza che il Signore è risorto solo se accettiamo che egli sia anche… il Crocifisso! Ecco perché invita a guardare le mani e i piedi, dove sono – e restano! – impressi i segni, le cicatrici della sua morte orrenda e ingiusta. Il mistero della ‘finitudine’ divina, iniziato con il Natale, trova qui la sua massima espressione. Per condividere fino in fondo la nostra condizione umana, il ‘tutto’ sta e rimane in un ‘frammento spezzato, crocifisso’. Ma la ‘credibilità’ di Gesù sta proprio nel non aver voluto fare il dio ‘ovvio’, giocare ad un dio ‘scontato’, che mantiene le distanze e le distinzioni…

Se gli Undici erano «sconvolti e pieni di paura» (v. 37) non è soltanto perché credevano di

«vedere un fantasma» (vv. 37.39) ma probabilmente perché temevano di essere ripresi – e non poco! – a causa della loro assenza sotto la croce di Gesù. Era pertanto difficile affrontare questo sorprendente incontro con il loro maestro nel clima della ipotizzata ‘rimpatriata’ di cui sopra si diceva… E invece non c’è nulla di tutto ciò nelle parole di Gesù che Luca ci riporta. Emerge piuttosto la ferma volontà di voler farsi vicino ai suoi discepoli, di consolare il loro dolore, illuminare la loro delusione, apprezzando la loro disponibilità a ritrovarsi ancora insieme per dare ascolto a Pietro e ai due sconosciuti provenienti da Emmaus; soprattutto, per offrire loro la pace, pienezza di tutti i doni messianici.

In verità, seppur più lievemente rispetto a Cleopa e al suo compagno (cfr. vv. 24,25), Gesù ‘rimprovera’ i presenti, affermando con vigore che la sua morte in croce non è stato ‘un incidente di percorso’ da dimenticare quanto prima… Rammenta loro che avrebbero potuto ricordare le parole del Primo Testamento, in tutte le sue parti, in cui non veniva visto come contradditorio l’aspetto penoso e quello vittorioso: il percorso del Messia non era pensato come precluso alla prova, al rifiuto, all’ostilità, alla sofferenza, non era affatto profetizzato come una celeste cavalcata trionfale. Se è vero che ogni uomo cresce, matura e si appropria della sua umanità attraverso queste esperienze, perché le si sarebbe dovute escludere dall’esistenza di Gesù? Come avrebbe potuto costui innalzare, rialzare la vita dell’uomo se non l’avesse assunta in pienezza?

C’è effettivamente da «non riuscire a credere ed essere stupefatti per la grande gioia» (v. 41)! Lo sguardo deve essere stato addirittura trasognato quando Gesù ha incaricato questi uomini frastornati e impauriti di aiutare ogni uomo a interpretare la propria esistenza alla luce di quella vicenda che si era appena conclusa e li aveva così impressionati. Allora anche l’incarico di testimoniare a tutte le genti questa solidarietà umile, ma tenace e liberante, non sarà stato fonte di timore ma stupita riconoscenza, annuncio di benevolenza gratuita e generosa, esigente educazione alla maturità a misura di Cristo: era nata la Chiesa!

 

 

Ma dici davvero? Perché non crediamo più alle nostre storie

Dic nobis Marìa, quid vidìsti in via? (Sequenza di Pasqua)

Si dice che Omero fosse cieco. Non è dato saperlo con certezza, ma possiamo immaginare che quando si cercano le parole dentro di noi, quando ci si immerge nell’esperienza interiore, sia necessario abbandonare la banalità di un presente che distrae. Omero è il poeta che cerca dentro di sé le parole per cantare cose grandi.

Nelle tragedie antiche spesso la verità è conosciuta da chi non vede. Nell’Edipo Re di Sofocle, per esempio, il veggente Tiresia è cieco, ma è l’unico che vede già la verità. Egli sa che Edipo è l’assassino del padre. Per vedere bene, dunque, bisogna essere in qualche modo ciechi.

Spesso siamo così distratti dall’inseguire quello che sta avvenendo che perdiamo di vista l’importanza e il gusto di quello che abbiamo vissuto. Siamo consumatori irrefrenabili di attimi, incapaci di fermarci a riconoscere il sapore dell’esperienza. Dopo aver mangiato, siamo già alla ricerca della prossima locanda.

Questo testo del Vangelo si ferma invece sull’importanza della narrazione, del ricordo e dell’esperienza. Se oggi dovessi narrare quello che è avvenuto nella mia vita, cosa racconterei?

I due discepoli, che stavano scappando verso l’ignoto di Emmaus, verso la città che non c’è, i discepoli delusi che non ne vogliono più sapere della comunità, hanno vissuto un’esperienza che ha cambiato la loro vita. Quella esperienza può essere narrata. Vuol dire che si sono presi il tempo di ripensarla, di provare a comprenderla, hanno cercato le parole per poterla dire. Probabilmente lungo il cammino…

Anch’essi non avevano riconosciuto Gesù fino a quando lo avevano visto, ma quando Gesù scompare dalla loro vista, allora lo riconoscono. Ciò che diamo per scontato, molto spesso occulta la verità più profonda.

Nei racconti di risurrezione si parla spesso di ciò che è avvenuto lungo il cammino. Via e vita si somigliano, e spesso la strada è diventata una metafora della vita. Lungo la strada avvengono incontri, ci sono incroci, c’è una meta. I due di Emmaus incontrano il Risorto sulla via, nello scorrere della loro vita, mentre stanno fuggendo, quando la loro mente sta viaggiando nei pensieri confusi e ingarbugliati della loro delusione. Dio attraversa la loro strada con la sua presenza.

Arriva però anche il momento in cui, con Gesù, ci si ferma, si rilegge l’esperienza, e lì emerge il senso: c’è un riconoscimento, nello spezzare il pane, che dà senso a tutto il cammino che è stato fatto. Si cammina e ci si ferma, si vive un’esperienza e ci si ferma a trovarne il senso.

E i momenti in cui si rilegge l’esperienza sono descritti nei vangeli della risurrezione come momenti in cui si mangia (il pane, il pesce arrostito…), sono cioè momenti in cui si gusta, si assapora…

Quando si prova a capire quello che è successo, emergono anche i dubbi, abbiamo l’impressione di essere precipitosi nelle nostre conclusioni, non ci sembra vero, è troppo bello perché sia successo, abbiamo paura di sbagliarci…e così allontaniamo la realtà e ne facciamo un fantasma.

Anche i discepoli hanno paura di rileggere la loro esperienza, perché quello che hanno vissuto non rientra nei loro schemi. Gesù sembra un fantasma. Fantasma ha la stessa radice di fantasia. Ecco, i discepoli, ma a volte anche noi, pensano che Gesù sia una fantasia, una rappresentazione della loro mente.

Forse avranno pensato che il dolore della perdita, la tristezza per l’esito tragico di quella vicenda, sono così forti da suscitare in loro il senso di una presenza. I discepoli temono di essere loro stessi a generare l’immagine del Risorto.

È una paura che accompagna spesso anche noi, quando per esempio temiamo che nella nostra preghiera stiamo in fondo parlando solo con noi stessi. E allora Dio ci sorprende e ci viene incontro con modi impensati e che non possono dipendere dalla nostra volontà.

Mi ha sempre fatto molta tenerezza quando i bambini cercano di dare da mangiare alle bambole o ai loro supereroi. Ma il cibo rimane lì. Magari i bambini cercano di nasconderlo per illudersi che la bambola abbia davvero mangiato. Potrebbe essere un po’ l’immagine della nostra fede: a volte vogliamo illuderci che qualcosa sia avvenuto nella nostra vita, altre volte faremmo bene a fermarci per capire cosa è veramente avvenuto.

Solo così si diventa testimoni. Penso che spesso la nostra vita non sia capace di dire niente perché non ci siamo mai fermati a comprendere cosa sia veramente accaduto.

 

 

Il canto al vangelo riprende l’espressione di meraviglia e commozione dei due discepoli di Emmaus dopo il riconoscimento di Gesù. Si ripetono a vicenda: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). Potremmo rendere, più alla lettera: ‘non bruciava il nostro cuore (oppure: non sentivamo ardere il nostro cuore, non avevamo il cuore incendiato) mentre ci parlava lungo il cammino, quando apriva le Scritture a noi?’. Ecco il collegamento: ardere per veder aprirsi. Senza fuoco le Scritture restano chiuse. Se il cuore arde, può vedere aprirsi le Scritture. Ascoltare senza sentir ardere il cuore non farà aprire nessuna porta. Luca usa lo stesso verbo ‘aprire’ per l’azione di Gesù tanto nei confronti delle Scritture, come i due discepoli ricordano commossi, quanto nei confronti della mente dei discepoli, come la fine del brano riporta: “Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture” (Lc. 24,45). L’annotazione è singolare perché è sempre Gesù, accolto, riconosciuto come il Vivente, che apre il cuore e le Scritture. Ciò significa che il segreto desiderio e del cuore e delle Scritture è sempre lui, il Testimone dell’amore del Padre per i suoi figli. Vuol dire che e il cuore e le Scritture non aspirano ad altro se non all’esperienza dell’amore di Dio.

La testimonianza a cui i discepoli sono invitati non consiste semplicemente nel riferire a tutti che Gesù, il crocifisso, è risorto, notizia del resto assolutamente sconvolgente, ma nel fatto che, proprio perché Gesù è risorto, allora l’uomo può essere perdonato e ritrovare la via della comunione con Dio nell’esperienza del suo amore, solidale con tutti. Così dice Gesù alla fine: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati” (Lc. 24,46-47). Per questo la prova, se così si può chiamare, della risurrezione di Gesù, riguarda non l’emozione sconvolgente ed entusiasmante del vedere il Signore risorto (tra l’altro, i vangeli annotano sino alla fine che i discepoli stentano a credere, hanno paura, nonostante le ripetute apparizioni del risorto, a testimoniare che la risurrezione non fa parte dell’orizzonte umano e che si colloca sul confine tra questo mondo e il mondo futuro), ma il fatto di collegare il risorto al crocifisso. La testimonianza suprema è il fatto che Gesù ha patito ed è morto mostrando la grandezza dell’amore di Dio per gli uomini e la risurrezione è la conferma che questo amore è vita eterna, vita divina comunicata a noi perché anche noi, in Gesù, possiamo vivere del suo stesso amore.

Tanto che, diversamente da come ci saremmo aspettati, anche noi lettori moderni, sembra che il carico della prova della risurrezione non stia nel corpo ormai glorioso di Gesù, ma nel raccordo dell’evento salvifico di Gesù alle Scritture. Noi professiamo nel Credo: ‘il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture’, come del resto sempre i vangeli annotano. Quel ‘secondo le Scritture’ risulta essenziale per l’esperienza cristiana, perché, se Gesù è il Salvatore, lo è secondo il disegno di Dio che è iniziato fin dalla creazione del mondo, è proseguito nell’elezione del popolo di Israele, nell’invio dei profeti fino all’invio del Figlio.

Pietro, nella sua predicazione, come proclama la prima lettura, collega la risurrezione al Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, Dio dei nostri padri “che ha glorificato il suo servo Gesù…” (At. 3,13). Servo, in greco, sta per figlio e richiama l’invio del Figlio che si fa servo obbediente fino alla morte di croce per mostrare in tutto il suo splendore l’amore del Padre per noi. La vicenda di Gesù si colloca all’interno dell’alleanza di Dio con il suo popolo, all’interno dell’alleanza di Dio con gli uomini fin dalla creazione. È dalla testimonianza del Suo amore che scaturisce per noi la vita abbondante, quella vita eterna non più mortificabile nella tensione dell’amore che la origina e la muove. Ecco perché il senso proclamato della risurrezione è nella conversione, vale a dire la possibilità di vivere nella comunione col proprio Dio nel suo amore per tutti i suoi figli. Di questo i discepoli di Gesù sono testimoni per il mondo.

La conversione, come richiama la colletta: “O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla conversione e fa di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore”, nelle esortazioni degli apostoli, è sembra abbinata al perdono dei peccati. Pietro, invitando a convertirsi, in realtà richiama l’invito che percorre tutte le Scritture: ritornate a Me, ritornate a godere la Mia promessa di vita piena, la Mia alleanza con voi! L’espressione italiana ‘cambiate vita’ significa in realtà: ritornate a Dio. Quel ritorno allude al fatto di fissare lo sguardo su ciò che Dio ha compiuto, vale a dire al Cristo che doveva soffrire e il terzo giorno risorgere dai morti. Come misteriosamente aveva preannunciato il profeta Zaccaria: “Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto” (Zc. 12,10). È proprio Dio che si lascia trafiggere e la salvezza viene dal fatto di guardare a lui trafitto. Non c’è altra strada per convertirsi, per credere. Non è sdegnandosi con se stessi o sognando una giustizia superiore che il cuore attinge al mistero di Dio, ma solo commuovendosi davanti ad un amore così toccante che ti rende prezioso nonostante la tua indegnità. Mi piace ricordare un antico detto talmudico: prima di creare il mondo, Dio ha creato il ritorno a Lui, la teshuvah. Il senso del mondo sta nell’amore preveniente di Dio, sempre, comunque. Ad indicare che la risurrezione di Gesù proprio questo fa risaltare: l’amore di Dio splende su tutto, in tutto e noi, guidati dalle Scritture, in Gesù possiamo vederlo all’opera e con lui viverlo.

 

 

Incontro decisivo

L’incontro con il Risorto ha cambiato la vita dei suoi discepoli. Possiamo domandarci se è stato così anche per noi.

L’evangelista Luca riporta un’unica apparizione di Gesù agli Undici, dopo aver descritto quella dei discepoli di Emmaus e menzionato una occorsa a Pietro. Il Maestro non arriva, sta già in mezzo a loro, proprio come promette alla fine del vangelo di Matteo: ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. In questo caso la sua presenza è visibile. Non si tratta di una visione, ma lui è lì in persona. Per provarlo mostra le piaghe, si fa toccare e mangia davanti a loro. Luca sottolinea, soprattutto per i suoi lettori greci che considerano la resurre¬zione un’idea stravagante, che Gesù è lì in carne e ossa. Dopo la Pentecoste i di¬scepoli dovranno iniziare ad annunciare la buona notizia e il Signore stesso li istruisce mostrando, come ha fatto ai due di Emmaus, il collegamento della sua storia alle scritture, fornendo loro gli argomenti della predicazione. La lettura degli Atti fa vedere come questo schema è fedelmente seguito. Pietro dice che è l’ignoranza dei giudei ad aver determinato la condanna, che tutto si è svolto se¬condo le scritture (i profeti), ma il Signore è risorto e conclude: e di questo noi siamo testimoni, proprio come Gesù ha detto loro. La vita dei discepoli non è stata più la stessa. La resurrezione toccata con mano apre una prospettiva eterna e ridefinisce totalmente i loro obiettivi. Questo deve essere vero per tutti coloro che credono, anche per noi. Infatti Pietro chiude il suo annuncio (tor¬nando alla prima lettura) con un invito preciso: pentitevi dunque e cambiate vita. Se Gesù non fosse risorto, la vita sarebbe solo l’attesa della morte, come dice San Paolo (1Cor 15, 32): se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. La nostra fede non è un’idea, non è come tifare per una squadra piuttosto che un’altra, cioè qualcosa che non ha nessun effetto, ma è l’incontro con la persona viva di Gesù e questo rivoluziona ogni cosa. Ecco allora che l’ideale della nostra vita diventa l’amore di Dio, che si concretizza, secondo quanto ci ha detto Giovanni nella seconda lettura, nell’osservare i suoi comandamenti, cioè amare concretamente il nostro prossimo. Abbiamo dunque delle linee ben precise da seguire per cambiare vita. Intanto domandarci qual è l’obiettivo che perseguiamo. Se siamo preoccupati solo dalle cose umane o comunque le mettiamo sempre al primo posto, forse manca qualcosa. In secondo luogo l’attenzione per il prossimo, cioè per chi vive con noi. La carità si esercita prima di tutto a casa propria. Infine possiamo chiederci se chi ci conosce capisce che siamo cristiani dal modo in cui viviamo.

don Mauro Pozzi

 

 

Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Gli eventi, che culminano nella morte e risurrezione di Gesù, hanno lo scopo di redimere l’uomo dal peccato. Sono offerta di salvezza, che pertanto non può essere imposta di forza, ma liberamente accolta. La conoscenza di Cristo e della sua opera, dunque, deve sfociare nella conversione, in cambiamento di vita. Infatti la conoscenza puramente intellettuale delle realtà divine non costituisce titolo di salvezza: è indispensabile la coerenza della vita, ossia l’amore vissuto, non soltanto teorizzato.

Affinché la fede sia razionalmente garantita, Gesù ha dato prove chiare e sufficienti, definitive nella sua risurrezione, quale prerogativa esclusivamente divina, la quale fonda l'efficacia salvifica di tutta la sua opera sulla terra, dall’Incarnazione all’Ascensione.

È la sera, assai avanzata – può dirsi la notte del giorno della Risurrezione. I due discepoli ai quali Gesù si è manifestato in Emmaus, dopo essersi accompagnato con loro per strada, sono tornati immediatamente a Gerusalemme per “riferire” agli Apostoli “ciò che era accaduto”. A conferma dei discorsi che stanno facendo, ecco “Gesù in persona” si rende presente in mezzo a loro: un’apparizione, non un ingresso; giacché le peculiarità del corpo risuscitato di Gesù sono totalmente nuove rispetto alla fisicità precedente, svincolante da ogni limite di materialità, di spazio e di tempo, tanto che i due, ad Emmaus, non l’hanno riconosciuto sino al suo singolare modo di “spezzare il pane”.

Il saluto di Gesù – “Pace a voi” – è ben più che il consueto “shalom” ebraico: è dono e non soltanto augurio della “sua” pace, la nuova pace derivante dagli eventi redentivi che hanno ripristinato, l’armonia con Dio.

La pace che Gesù ha promesso tre giorni prima, nell’Ultima Cena: “vi do la mia pace, non ve la do come la dà il mondo” (Gv 14,27); anzi la pace che si identifica con Gesù stesso, tanto che Paolo scriverà agli Efesini: “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14). In Cristo l’uomo, liberato dal peccato, ritrova la vera, genuina pace interiore.

L’apparizione di Gesù genera nei discepoli “stupore” perché imprevedibile, inattesa, ma pure “spavento”, perché la prima impressione è di trovarsi davanti “un fantasma”» del morto Gesù. Nel contempo hanno la percezione che sia realmente il Maestro.

Egli li rassicura: “guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!”.

Le cicatrici delle ferite provocate dai chiodi della crocifissione sono prova inequivocabile della sua identità. E poiché può sussistere ancora il dubbio di un’allucinazione, Gesù esorta i discepoli a “toccare”» oltre che “guardare” le sue ferite, facendo notare che “un fantasma non ha carne ed ossa” come egli ha.

I discepoli non sono facilmente conquistabili: sia perché – evidentemente – non si aspettano, neppure come probabilità, di rivedere Gesù risuscitato da morte sia perché, di fronte a questa eventualità la “grande gioia” potrebbe crear loro delle illusioni.

 Per questo resistono: “ancora non credono”.

Allora il Risorto offre una prova estremamente concreta: si fa dare del pesce arrostito e “lo mangia davanti a loro”.

Un’ultima prova irrefutabile della realtà della Risurrezione. Ma come sempre negli eventi divini – resta lo spazio per la fede: la corporeità del Risorto è diversa da quella precedente la morte e d’altra parte può mangiare come prima. Una corporeità reale, ma misteriosa: non assimilabile ad alcuna illusione o allucinazione. Assolutamente nuova.

La narrazione documenta chiaramente sulle disposizioni degli Apostoli che sono tutt’altro che propensi ad accettare il fatto della Risurrezione e che pertanto hanno bisogno di prove incontrovertibili. Non sono degli entusiasti che si autoconvincono.

Giulio Venturini

 

 

Di questo voi siete testimoni – III di Pasqua

Mai rassegnato il nostro Dio, mai ridotto alla constatazione risentita e amara che tanto non ne vale la pena. Ne vale sempre la pena. Comunque. Di questo voi siete testimoni. Testimoni, cioè, di una vita che riparte, ha nuovi inizi, accoglie possibilità inedite.

Occasioni ne aveva offerte: alle donne, ai due di Emmaus, a Pietro e a Giovanni, ai dieci, a Tommaso. Eppure… nessuno esente dalla fatica a credere: sconvolti e pieni di paura si ritrovano ancora i discepoli. Son lì che parlano di ciò che era accaduto lungo la via e stentano ad aprirsi alla fede. Brucia ancora tanto la ferita di quella fine ignominiosa. Quando poi Gesù mostra loro le mani e i piedi la gioia che pure ha la meglio, li trattiene. È difficile essere generati alla fede. Altro che tombe scoperchiate all’improvviso. Qui nessuna evidenza schiacciante.

E poi quel suo venire in mezzo a loro a offrire ancora una ennesima possibilità nel gesto di chi dice: pace a voi. Pace data non come la dà il mondo, frutto di accordi bilaterali. No. Quella di Gesù è possibilità di riprendere a sperare senza permettere che il male radichi nel proprio cuore. Offerta unilaterale, anzitutto.

Poi ancora quel suo avere a cuore le ragioni del turbamento dei discepoli e dei loro dubbi: perché? Chiede loro Gesù.

Forse si sarebbero aspettati ben altre parole – come era logico, d’altronde -, tanto era stato il peso di quel loro fuggire. E invece no. Deve essere rimasto impresso indelebilmente nel cuore di Giovanni questo modo altro di presentarsi di Gesù se arriverà a scrivere nella sua prima lettera: se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre. Di questo voi siete testimoni. Testimoni di un Dio che accoglie chi ha tradito.

Che siano ancora accolti lo attesta quel suo mangiare davanti ai suoi discepoli. Il mangiare insieme è il segno di una comunità ricostituita, di un legame riannodato. Quanto altro c’è dietro l’annotazione riportata da Lc circa quel pesce arrostito che Gesù chiede! Chiede, cioè, di ridiventare partecipe del loro quotidiano. E così si ritrovano commensali di colui che solo pochi giorni prima avevano abbandonato e non riconosciuto. Di questo voi siete testimoni.

Ai discepoli impauriti Gesù dice: Sono proprio io… Mostra cioè che vale la pena dare la vita per gli altri. La risurrezione, infatti, non è la vittoria dei forti, non è la possibilità di scampare un pericolo ma la vita che sperimentano coloro che pure hanno conosciuto il dramma del rifiuto e della morte. Gv dirà che sappiamo di essere passati dalla morte alla vita se amiamo i fratelli. Non è un miraggio quello di cui siamo testimoni, ma qualcosa di tangibile. È l’amore per l’altro che ci permette di dire che non siamo discepoli di un fantasma.

La comunità cristiana costituita segno di una vita che mai viene annientata anche quando tutto dovesse portare i segni tangibili di una sconfitta. Vita ricomincia da altrove, altrimenti, non evitando la riprovazione ma attraversandola, qualora dovesse fare capolino nella nostra esistenza. Di questo voi siete testimoni.

E poi la capacità di rileggere il passato non come pura successione di eventi ma come realtà all’interno della quale riconoscere che la vita passa solo attraverso un morire a quell’istinto di preservarsi che tanto abita le nostre giornate. Di questo voi siete testimoni.

Quanto avremmo bisogno di essere aiutati in una diversa lettura del reale! Invito all’intelligenza, quello rivolto dal Signore Gesù il quale, se di una cosa rimprovererà i suoi, sarà proprio per questa mancanza di collocare le cose nel loro insieme, senza fermarsi ad una lettura cronachistica dei fatti. Il frammento nel tutto. “La necessità e il bisogno non come luogo di costrizione, ma come luogo di trasformazione e di offerta di sé”. Di questo voi siete testimoni.

Quel giorno – dopo aver loro partecipato il dono della pace – Gesù abilitava i discepoli ad annunciare ad ogni uomo la conversione: gli uomini sono in grado di vivere diversamente, con amore e gratuità. A chi vorrebbe lasciare le cose come stanno, fuori e dentro la Chiesa, i discepoli annunciano che un mondo nuovo è possibile: di questo voi siete testimoni. Testimoni perché noi per primi siamo il segno che l’ultima parola sulla nostra vita non è il limite, la fragilità, la propria chiusura. L’ultima parola è il perdono dei peccati. Dio ama l’uomo così com’è, senza imporgli nulla: anche al peccatore Dio fa del bene, lui che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Di questo voi siete testimoni. Noi il segno che siamo stati accolti quando – dirà Paolo – eravamo per natura meritevoli d’ira.

Di questo voi siete testimoni, di accoglienza incondizionata. Per tutti.

 

 

Il Risorto, alla porta che bussa

La lettura evangelica odierna racconta dell’ultima apparizione di Gesù secondo il piano narrativo del Vangelo di Luca. Siamo tra la scena di Emmaus e quella dell’ascensione, e Gesù si mostra ai discepoli, che a loro volta hanno appena ascoltato ciò che i due viandanti hanno riferito loro, soprattutto come il Risorto si sia fatto riconoscere nel gesto di spezzare il pane.

La prima reazione degli Undici, nel vedere Gesù, è quella dello stupore e dello spavento. Certo, già avevano appreso che egli non era più nella tomba: gli angeli al sepolcro, prima; Gesù, in persona, poi: questi dicono che è risorto. Ma nei discepoli è rimasta la domanda su cosa sia veramente accaduto.

Il Risorto però non risponde a questi dubbi (“perché sorgono dubbi nel vostro cuore?”, Lc. 24,38) nel modo che ci aspetteremmo: si pone piuttosto su un altro piano, quello dell’incontro, e – cosa ancor più importante – nella forma della convivialità. Gesù mangia coi suoi, come aveva abitualmente fatto nella sua vita terrena. Anzi, questa volta è lui stesso a dire: “Avete qualcosa da mangiare?” (Lc. 24,41). Ci sorprende questo gesto così semplice, quotidiano, normale, che tante volte Gesù ha compiuto. Anzi, qui sembra proprio il gesto del mendicante che chiede del cibo, e lo cerca umilmente entrando in casa, proprio mentre gli altri sono già a tavola. Gesù, viene detto nel libro dell’Apocalisse, è colui che sta alla porta e bussa: “Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap. 3,20).

Sappiamo che Luca vuole qui insistere sulla realtà dell’apparizione e della risurrezione di Gesù, e mostrando Gesù che mangia dice che Colui che i discepoli vedono non è un fantasma, non è nemmeno qualcuno che si finge il Cristo; è quello di prima, è il Gesù terreno. Come scrive il Vangelo di Marco attraverso le parole del giovanetto: “Gesù Nazareno, quello crocifisso [colui che è stato crocifisso], è risorto, non è qui  (Mc. 16,6)”. È lui a tavola, è lui che si può riconoscere nel gesto di spezzare il pane – come è accaduto ad Emmaus – e di mangiare il pesce. Ma, oltre a questa sottolineatura, possiamo anche vedere come oramai l’incontro con Gesù si risolva in uno speciale “ritorno alla normalità”.

Qualcosa di analogo accade infatti alla fine del Quarto Vangelo. Anche lì i discepoli – che però sono in Galilea – sono tornati alle loro abituali occupazioni: “Io vado a pescare”, dice Pietro; “Veniamo anche noi con te”, gli rispondono (Gv 21,3). Ma non prendono nulla. Quando oramai le speranze li abbandonano, ed è l’alba, ecco che qualcuno domanda loro da riva: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” (Gv. 21,5). Gesù chiede, sorprendentemente, ancora, del cibo. Forse perché mangiare è infatti qualcosa radicato nella stessa realtà più umana, quella delle necessità di tutti i giorni: “dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano” (Lc. 11,3); ma mangiare è condividere, stare insieme. Ed è un modo per scambiarsi doni. Chi – come gli angeli nella scena di Abramo a Mamre (cf. Gn. 18) – riceve del cibo per il sostentamento, lascia sempre qualcosa (lì, la promessa della nascita di Isacco). Gesù, dalla riva del mare, dice ai suoi amici di gettare la rete di nuovo, e finalmente avviene il miracolo della pesca. Ma non basta; quando questi giungono a riva, il Risorto ha già preparato per loro il fuoco, del pesce e il pane (cf. Gv 21,9).

Gesù chiede, nel racconto del Vangelo di oggi, il cibo che gli danno gli Undici, ma offre loro – in cambio – molto di più. Dopo aver mangiato, come aveva già fatto coi discepoli ad Emmaus, comincia a parlare, e a spiegare loro quelle cose che su di Lui erano scritte nella Bibbia: e “allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc. 24,45). Il dono di Gesù, oltre a quello della pace (“Pace [Shalom] a voi!”, v. 36), è un nuovo modo di comprendere la realtà. “Agli Undici, impauriti e dubbiosi, Gesù mostra che tutto ha un senso, tutto è grazia, perché rientra nel disegno salvifico di Dio consegnato alle Scritture. In questa luce, la passione, morte e risurrezione non è il fallimento di un Progetto, ma il suo adempimento, perché anche nella morte è inscritta la Parola di salvezza. In questa linea vanno compresi la conversione e il perdono dei peccati che il Risorto affida alla testimonianza dei suoi. Convertirsi per Luca significa ritornare a leggere la propria vita in un Progetto di salvezza. Un Progetto che il Padre ha disegnato per tutte le genti, ma soprattutto per i figli che hanno abbandonato la casa del Padre (Lc. 15), i peccatori pubblici (Lc. 7), i farisei che si ritengono giusti disprezzando gli altri (Lc. 7), i ricchi che hanno accumulato per sé (Lc 16 e Lc 19), i delinquenti appesi a un patibolo (Lc. 23)… A tutti è dato un nuovo inizio” (Massimo Grilli).

Giulio Michelini

 

 

“Il vero senso delle Scritture”

La liturgia di queste domeniche ci aiuta ad entrare in profondità nel mistero pasquale, compimento di tutta la storia della salvezza; in maniera particolare oggi ci vengono proposti alcuni temi quali la necessità della conversione per la salvezza, l’intercessione di Gesù per i peccatori e il suo annuncio del condono dei peccati. La pericope odierna inizia dalla conclusione del testo dei discepoli di Emmaus (Lc. 24,12-35): alcuni discepoli sconfortati e pieni di paura dopo la morte di Gesù si stanno avviando da Gerusalemme verso Emmaus, l’incontro con Cristo li rianima e li apre al senso profondo della Scrittura, quindi Egli spezza il pane davanti a loro. Davanti a questo gesto i discepoli non solo riconoscono nello sconosciuto viandante il Cristo, ma l’incontro con il Risorto permette loro di rileggere con speranza tutta la loro vita, la loro esperienza di peccato, aperta adesso alla definitiva salvezza portata da Gesù. Il sapermi perdonato da Dio porta ad un radicale cambiamento di vita come indicato dall’apostolo Pietro nel testo degli Atti (3,19) della prima lettura odierna: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”.

I discepoli di Emmaus, con il cuore colmo di gioia, sono tornati a Gerusalemme per comunicare l’incontro avuto con il Cristo, ma anche i discepoli lì riuniti annunciano loro che “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (v.34). In questo modo il testo accredita Simone come il primo testimone del Risorto; i discepoli di Emmaus raccontano quindi quanto accaduto e “come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (v.35). La fractio panis è il termine adoperato dalle prime comunità per indicare la celebrazione eucaristica e riferito a Gesù richiama quanto da Lui fatto nell’Ultima Cena. Gesù “stette in mezzo a loro”, non si tratta di un fantasma ma della nuova condizione del Risorto; l’augurio di pace rivolto da Gesù ai discepoli indica l’evento messianico da Lui realizzato. I discepoli però non sono ancora pronti e reagiscono alla visione del Messia con paura e sgomento perché pensano di vedere “un fantasma”: si vede la preoccupazione di Luca di sottolineare che i discepoli non hanno visto uno spirito. Il cuore dei discepoli è segnato da dubbi, perché non hanno ancora compreso il senso degli eventi vissuti. Gesù prima mostra le cicatrici delle sue mani e dei suoi piedi, poi li invita a toccarlo e infine mangia davanti ai loro occhi. Gesù che appare ai discepoli vive una condizione nuova, difficilmente descrivibile perché le nostre categorie si dimostrano insufficienti: è un evento escatologico che dilata e trasfigura la sua persona. L’enorme gioia dei discepoli non è però sufficiente a farli credere in ciò che hanno visto così Cristo mangia davanti a loro e rammenta quanto, durante la sua missione terrena, aveva già preannunciato sulla necessità della sua passone in conformità alle Scritture d’Israele. Ma è solo per il dono del Risorto che si aprono le menti dei discepoli in maniera che possano capire in profondità il senso della Parola e del progetto di Dio per l’uomo in Cristo portato a compimento, la divino-umanità pasquale. Senza la relazione con Cristo, solo alla luce della nostra ragione, non è possibile comprendere il senso delle Scritture. Luca riporta quindi l’annuncio del kerigma apostolico: la passione, morte, resurrezione e l’annuncio della conversione e della remissione dei peccati nel suo nome.

Ed è proprio questo il fulcro del brano odierno: a tutti i credenti è chiesto di predicare “a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”. La conversione predicata da Gesù non è solo un invito a riorientare il nostro rapporto con Dio ma anche con i fratelli così da ottenere il perdono per i “peccati”, cioè per la direzione sbagliata data alla nostra vita. “Di questo voi siete testimoni”: coloro che hanno visto il Risorto non possono non testimoniare ciò che hanno visto, un evento che riguarda tutti l’umanità, che richiede un cambiamento di mentalità e che offre il perdono dei peccati.

 “Nella sua risurrezione … Cristo, Figlio di Dio, al termine — e in un certo senso, già oltre il termine — della sua missione messianica, rivela sé stesso come fonte inesauribile della misericordia… Il Cristo pasquale è l’incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storico-salvifico ed insieme escatologico” (Dives in misericordia, 8).

Nicole Oliveri

 

 

Il filo conduttore delle letture bibliche di questa terza domenica di Pasqua è l’invito a convertirsi per avere il perdono dei peccati. Giovanni Battista, i Precursore, iniziò la sua predicazione con l’invito alla conversione. Così pure Gesù diede inizio alla sua vita pubblica invitando tutti a convertirsi. Lo stesso fanno il Signore risorto e la prima comunità cristiana: intraprendono la loro attività col medesimo annuncio. Infatti, il tema della conversione risuona nelle tre letture di questa domenica: Gesù risorto appare ai discepoli, li istruisce e li manda a predicare a tutti i popoli “la conversione e il perdono dei peccati”; san Pietro, dopo aver guarito lo storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, alla folla che si è radunata attorno a lui annuncia Cristo morto e risuscitato ed esorta tutti a convertirsi e cambiare vita; infine, san Giovanni dopo aver presentato Cristo come nostro “Paraclito (avvocato) presso il Padre” e come “vittima di espiazione per i nostri peccati”, esorta ad “osservare i suoi comandamenti”. Il dono della salvezza si attua attraverso un duplice movimento. Il primo è quello di Dio che si mette in cammino verso noi peccatori attraverso il Figlio. All’azione di Dio che ci giustifica attraverso il Figlio subentra la risposta dell’uomo che si impegna nella conoscenza di Dio. Nella Bibbia si tratta sempre di una conoscenza non astratta o meramente speculativa, ma affettiva, volitiva ed effettiva. Non per nulla il suo criterio di autenticità è l’osservanza dei comandamenti.

La conversione è uno specifico tema pasquale. Infatti, la Pasqua è un nuovo inizio, non solo per Cristo, che dalla morte passa alla vita, ma per tutti coloro che credono in lui. La missione che Gesù affida agli apostoli riguarda tutte le nazioni, anche se debbono iniziare da Gerusalemme. La gloria del Risorto è destinata a riverberarsi su tutti gli uomini come una forza di rinnovamento. Lo stesso Gesù ricorda ai discepoli che la sua morte rientra nel disegno di Dio che lo ha risuscitato dai morti e lo ha costituito fonte di salvezza dell’uomo mediante il perdono dei peccati. Gesù nel mistero della sua Pasqua è come un nuovo Mosè che attraverso la morte-risurrezione libera e salva i credenti in lui donando loro accesso alla libertà e alla vita, guidandoli verso una vita nuova e definitiva. La missione della Chiesa ha quindi la sua sorgente nel Cristo risorto, il suo contenuto nella predicazione della conversione per il perdono dei peccati, e come orizzonte l’umanità intera. La Pasqua ci parla quindi di una conversione che ha come traguardo la pienezza di una vita rinnovata nell’amore del Signore. Cristo nella gloria è in permanenza la risurrezione e la vita, per la potenza sempre attuale e sempre attiva dello Spirito e della Gloria del Padre: egli è l’eterna Pasqua.

Matias Auge

 

 

Il Salvatore, amico nella quotidianità –

Non sembra proprio che fossero dei creduloni gli apostoli, almeno a giudicare dall’insieme dei racconti sulle apparizioni del Risorto, che ce li descrivono ogni volta stupiti, spaventati, incerti. Il capitolo 24 di Luca è particolarmente istruttivo su questo punto: le donne perplesse davanti alla pietra rotolata via dal sepolcro, le loro parole considerate come vaneggiamenti; Pietro pieno di stupore dopo aver visto le bende; i discepoli di Emmaus tristi e sfiduciati, sconvolti dal messaggio delle donne cui non prestano fede. Alla fine, quando ormai diverse testimonianze convergono e il Signore è appare anche a Simone, la realtà della resurrezione è ancora troppo sconvolgente per essere pacifica: «Stupiti e spaventati, credevano di vedere un fantasma» (Lc. 24,37).

È bello che nel vangelo sia registrata questa difficoltà di credere, che nel libro della fede compaia il dubbio. Ci sentiamo meno sperduti, noi figli di questo tempo, cresciuti alla scuola del sospetto, se anche gli apostoli, testimoni oculari su cui poggia la tradizione della Chiesa, hanno stentato a credere.  Eppure l’insistenza su questa incredulità non porta a dimostrazione scientifiche, a prove documentarie inconfutabili; sarebbe vano cercare nei vangeli argomenti di questo tipo. Non si dice nemmeno se, alla fine, Tommaso ha messo il famoso dito nei segni dei chiodi; non è questo che fa scattare il riconoscimento e la fede. Non basta che il Risorto si mostri e offra al controllo la materialità del suo corpo vivente: «Toccate e guardate» (Lc. 24,39). Occorre piuttosto ricreare la condivisione di gesti semplici e quotidiani, costruiti nella paziente consuetudine dell’amicizia durante gli anni vissuti insieme, dalle prime vocazioni in Galilea l’ultima cena. Gesti semplici come spezzare il pane nella casa di Emmaus, arrostire i pesci sulla spiaggia del lago di Tiberiade o chiedere «Avete qui qualche cosa da mangiare?» (Lc. 24,41).

Dura trent’anni la vita nascosta di Nazareth e tre il ministero itinerante in cui la gente può confondere Gesù con uno dei tanti rabbì che affollavano la Palestina, mentre l’evento unico, che sconvolge tutto, si compie in soli tre giorni. Ebbene, quello che conta non è tanto il privilegio – di pochi – di aver assistito all’evento salvifico, quanto la possibilità – di tutti – di riconoscere il Salvatore come un amico, nella condivisione della mensa. L’allusione eucaristica è chiara, ma per noi, discepoli di questo tempo, non è l’unica. Gesù risorto è l’amico che ci chiede: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?» (Gv. 21,5); è il fratello che invitiamo alla nostra mensa: «Resta con noi perché si fa sera»; (Lc. 24,29); è vicino a noi nella semplicità quotidiana, molto più di quanto pensiamo: «Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento» (Sl. 4,8).

Andiamo quindi con gioia alla Pasqua settimanale, per riconoscere il Risorto allo spezzare del pane e attingere forza e grazia per vivere la carità. Sappiamo anche noi gioire per il Signore Risorto.

don Gian Franco Brusa

 

 

Nella terza domenica di Pasqua la pagina dell’evangelista Luca che viene proclamata riprende e sottolinea innanzitutto il tema della fisicità del risorto, che abbiamo visto anche nella domenica precedente. Gesù appare mentre sono presenti i discepoli di Emmaus – l’episodio è riportato nella sezione immediatamente precedente – ed essi, e gli altri che erano con loro, sono «sconvolti e pieni di paura», perché «credevano di vedere un fantasma». Ancora una volta, il Signore mostra loro le mani e i piedi, per poi affermare chiaramente: «toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io». Ancora, Gesù chiede «qualche cosa da mangiare», e gli viene data «una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».

Il Risorto, anzi, il primo dei risorti, mangia, si può guardare e toccare: non è un’apparizione eterea, e non ha rinunciato, nella sua gloria, alla carne. Si tratta di un dato fondamentale della nostra fede, che bisogna tenere ben presente: poco sappiamo di quale sia la condizione della «risurrezione della carne», che professiamo nel Simbolo della fede ogni domenica. L’idea cha possiamo farcene deriva soprattutto da quanto il Vangelo della risurrezione, nei racconti dei quattro evangelisti, ci riporta; e un dato sicuro è che – sebbene si tratti di una condizione diversa, da quella attualmente terrena – quella dei corpi gloriosi è a tutti gli effetti una situazione che non prescinde affatto dalla materialità.

Per diversi secoli, fino al Medioevo centrale, e forse sulla scorta di una riflessione spesso influenzata da sistemi teologici e filosofici che i cristiani hanno via via incontrato, la predicazione e la riflessione anche dei dottori più insigni ha corso a volte il rischio di insistere sul disprezzo del mondo e della carne. Questo ha portato, in un momento storico ben preciso (nei secoli XII-XIII), al sorgere nel cuore dell’Occidente di un sistema di pensiero, anzi di vere e proprie chiese, che ritenevano il mondo materiale una creazione del diavolo, se non addirittura di un altro dio, malvagio, affiancato a quello che si individuava come il dio buono, signore del mondo spirituale. Non è un caso che in questi secoli cominci una riflessione, e una prassi pastorale, più orientata a meditare sull’incarnazione, sull’umanità di Cristo.

«Il Verbo si è fatto carne»: questo è l’annuncio fondamentale che la Chiesa non si stanca di ripetere; e ancora prima, poco oltre l’altro «In principio» che troviamo nelle Scritture – quello del libro della Genesi, parallelo all’inizio del vangelo secondo Giovanni, in cui si trova il passo invece appena citato –, sta scritto, alla fine dei diversi giorni della creazione: «E Dio vide che era cosa buona»; addirittura «molto buona», dopo la creazione dell’uomo. Come dice un altro passo, da libro della Sapienza, «le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte» (Sap 1,14b). La risurrezione di Cristo è un altro principio: una nuova creazione, che restituisce tutte le creature, a cominciare dall’uomo, al destino di gloria per cui erano state fatte. Gesù ha vinto la morte, e ha sconfitto l’antico avversario; ha così cancellato la colpa del peccato originale, che aveva inquinato la creazione. Con questo, però, ha riconquistato ciò che era suo, e che il diavolo aveva ferito e usurpato: perché nelle creature del mondo, così come erano uscite dalle mani del Creatore, non c’era veleno di morte.

Cristo è allora davvero – per usare l’espressione riportata nel passo dagli Atti degli Apostoli proclamato in questa domenica – «l’autore della vita» (At. 3,15): lo è innanzitutto come Verbo, per mezzo del quale «tutto è stato fatto» (Gv. 1,3), e lo è come redentore, «vittima di espiazione per i nostri peccati»  – come dice invece la seconda lettura (1Gv. 2,2). Capiamo allora meglio anche quanto lo stesso Signore afferma nel vangelo: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi» – vale a dire, in tutte le Sacre Scritture di Israele: la Torah (i primi cinque libri), i Profeti (che comprendono anche quelli che noi indichiamo come «libri storici»), e il Salmi (parte di quelli che vanno sotto il nome di «agiografi», i sapienziali). «Allora – prosegue l’Evangelista – aprì loro la mente per comprendere le Scritture»: poiché, per usare una celebre espressione di Ugo di San Vittore (†1141), che abbiamo già ricordato una volta, «tutta la divina Scrittura […] parla di Cristo, e tutta la divina Scrittura si adempie in Cristo» (Ugo di San Vittore, De archa Noe, II, 7). Si tratta di comprendere come vi si celi il mistero di Cristo, ma tutte le Scritture parlano dell’autore della vita: perché «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16); egli è il Creatore, e colui che ha restaurato, e così compiuto una nuova creazione, ancora più mirabile della prima, che in vista di tutto ciò era stata pensata. Egli è «l’Agnello ucciso dalla fondazione del mondo»: il primo e l’ultimo, l’alfa e l’omega, il Signore della vita, e della vita eterna.