"Annunciazione del Signore"

Tutta la Sacra Scrittura non è altro che narrazione della ricerca, che nel corso dei secoli l’uomo ha messo in atto, per vedere il volto del Suo Dio e del graduale agire divino che esaudisce questo desiderio. Mosè, al culmine della sua esperienza con Dio, esprime questo profondo anelito chiedendo a Dio: "Mostrami la tua gloria!", ossia “fammi finalmente vedere il tuo volto, che ho tanto cercato”, ma Dio non può esaudirlo! Nelle parole che Dio rivolge a Mosè c’è tutto il rammarico del Padre che non può mostrare tutta la sua gloria al figlio amato, perché ancora non è capace di portarne il peso. Gli dà allora un anticipo: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere"» (Es. 33,19-23). È la pedagogia di Dio: affascinare l’uomo, alimentando il desiderio dell’incontro senza veli e attirandolo dietro di Lui, fino al luogo dove si potrà finalmente mostrare nella Sua disarmante bellezza.

Il cammino verso il luogo della rivelazione passa attraverso la tortuosa strada del deserto e poi dell’esilio, dove pian piano Dio educa il Suo amato Israele a riconoscere i segni della Sua presenza e i modi che sceglie per mostrarsi. E quando lo scoraggiamento sembra rendere impossibile il compimento, Dio manda i profeti a riaccendere l’ardore della fiamma: «Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore -, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: "Conoscete il Signore", perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger. 31,31-34) e ad indicare il modo con cui Egli finalmente mostrerà il Suo volto: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is. 7,14).

Il desiderio dell’uomo e il desiderio di Dio si incontrano in Maria, la Vergine che con il suo “Eccomi” rende possibile l’impossibile! Il tortuoso vagare si conclude nella casa di Nazaret dove finalmente l’Amato è accolto dall’amata. L’evento che ci apprestiamo a contemplare e a rivivere nella Liturgia Eucaristica è dunque davvero un Mistero grande, al quale possiamo accostarci soltanto in punta di piedi.

È mistero non perché ci è impossibile penetrarlo, secondo il comune sentire. È mistero in quanto la sua comprensione è per noi graduale e sarà piena soltanto quando i nostri occhi lo vedranno “così come Egli è” (1Gv 3,2)

Prima di soffermarci a balbettare qualche indicazione che ci aiuti nella preghiera e nella vita, invochiamo lo Spirito, perché sollevi un lembo di questo velo e ci attiri a desiderare di vederne la bellezza.

v.26 “Al sesto mese”: nella pericope liturgica non troviamo questa indicazione temporale, ma è importante per collocare il testo nel contesto in cui l’evangelista Luca lo incastona e comprenderne il senso pieno. La sottolineatura del sesto mese permette di riferirsi a quanto è stato precedentemente narrato riguardo a Zaccaria. Nel tempio di Gerusalemme ha inizio il primo intervento di Dio nella vita di Zaccaria ed Elisabetta, ai quali viene annunciata la nascita di Giovanni Battista. Il messaggero, l’angelo Gabriele, dopo sei mesi dal concepimento di Elisabetta, si reca dalla Vergine di Nazaret, per indicarle il compimento del progetto di salvezza.

La citazione del numero sei è però anche simbolica ed è una decorazione letteraria di Luca per porre davanti al lettore la grande portata dell’evento che sta per narrare. Il numero sei richiama infatti il sesto giorno della creazione, in cui Dio creò l’uomo e lo collocò a capo di tutta la sua creazione. L’intervento di Dio in questo “sesto” mese mostra allora la volontà di ricreare l’uomo ormai lontano da Lui a causa del peccato. Il Creatore del cielo e della terra inizia l’opera più entusiasmante della storia: la ricreazione dell’uomo, perché finalmente possa riconoscersi figlio e amare Dio come Padre. Tale ricreazione, per mezzo del vangelo proclamato nella liturgia della Parola, illumina il tempo che io, tu, la Chiesa oggi vive. È anche nel “sesto” mese delle nostre situazioni concrete che il Signore interviene per ricrearci e ricondurci a Lui.
“l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret”: il continuo del v.26 e il successivo v.27 sembrano la descrizione di un obiettivo di una telecamera, attraverso la quale il regista inquadra prima il quadro generale: la città della Galilea, poi, servendosi dello zoom, restringe sempre di più il campo indicando che quella città è Nazaret, ma non è ancora la scena principale. L’obiettivo si restringe e compare allora il primo piano che indica il punto di arrivo dell’azione del regista, la protagonista principale, la Vergine Maria.

Questa descrizione dei luoghi ha davvero un’importanza fondamentale, in quanto ci permette di comprendere bene l’intenzione del Signore. Il messaggero di Dio infatti questa volta non si reca nel luogo del culto, nel tempio, dove per gli ebrei abita il Santo. E la sua scelta non cade nemmeno nella regione dove vi erano gli ebrei osservanti che avevano sempre in bocca la legge di Dio, ossia in Giudea. L’evangelista ci pone subito davanti la verità di un agire divino i cui pensieri non sono quelli dell’uomo (cf. Is 55,8-9), perché “l’uomo vede l’apparenza, il Signore guarda al cuore” (1Sam 16,7). Per gli ebrei la Galilea è il luogo degli impuri, dei senza Dio, di coloro che sono stati maledetti da Dio, la “Galilea delle genti” (Mt 4,14). E ancora: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46), obietta Natanaele quando gli parlano del Messia proveniente proprio da quel piccolissimo paesino, mai nominato nell’AT. “Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono”, afferma s. Paolo (1Cor 1,27-28) e l’inizio del brano che meditiamo ce lo rivela in tutto il suo splendore. La scelta dello stolto, del debole, del disprezzato, ci immette immediatamente nella buona notizia che questo brano vuole comunicare: Dio sceglie, viene incontro anche a te, a me, a noi, nella Nazaret in cui ci siamo cacciati!

v.27 “a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria”: lo scandalo non è ancora finito! La persona a cui Dio si rivolge è una vergine, a cui mai un pio israelita avrebbe pensato. Israele infatti attendeva con trepidazione il Messia promesso e le spose pie di quei tempi scrutavano con attenzione le scritture, desiderando di essere scelte come madri del Messia.

Ma Dio sceglie una vergine, che nell’AT non aveva nessuna rilevanza e la sceglie proprio per indicare il modo con cui è possibile accogliere e concepire ciò che all’uomo è impossibile: il Figlio di Dio. “La verginità di Maria indica innanzitutto che ciò che nasce da lei è puro dono. Il futuro, in lei offerto a tutto il mondo, è grazia e dono di Dio. La verginità inoltre indica la condizione alla quale Dio può donarsi. La capacità dell’uomo di concepire l’umanamente inconcepibile non è quella delle coppie sterili dell’AT, dove è dato successo ad un’azione umana senza successo. Tale capacità è la verginità, la rinuncia ad agire. In Maria infatti non c’è alcuna azione umana. Dio solo agisce. La verginità indica quindi l’attitudine più alta dell’uomo: la passività e la povertà totale di chi rinuncia all’agire proprio per lasciare il posto a quello di Dio. È la fede. Questo vuoto assoluto è l’unica capacità di contenere l’Assoluto. Solo il nulla può concepire totalmente colui che è tutto” (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca).

v.28 «Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te"»: inizia qui l’esplosione di gioia che investe la Vergine, il cui unico merito è di “essere vuota”.

Sembra di riascoltare l’eco della gioia che sempre è risuonata nell’AT ogni qualvolta la creatura ha aperto il cuore al suo Creatore. Risuonano i testi infuocati del Cantico dei Cantici in cui lo Sposo può finalmente avvolgere con il Suo abbraccio la sposa che apre la porta al Suo arrivo: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole” (Ct 2,14) e ancora: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!” (Ct 4,9). È la gioia di Dio che si comunica a Maria e in lei a tutta la Chiesa, a ciascuno di noi e in questa comunicazione il Signore può finalmente dire il motivo per cui la Vergine deve gioire: perché è piena di grazia. Il Creatore ha finalmente trovato chi può comprendere che la causa dei suoi favori non sono i meriti dell’uomo, non sono le tante preghiere o i tanti digiuni, o le tante elemosine, ma è il Suo Amore. La gioia il Signore la prova anche nei nostri riguardi se riconosciamo che Lui è con noi, non perché lo meritiamo, ma perché Lui ci ama.

v.29 - 31 «A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio»: il turbamento che Maria sperimenta non è lo stesso di Zaccaria. Il sacerdote si turba alla vista del messaggero di Dio, invece Maria non sembra spaventata dal fatto che un messaggero di Dio sia entrato da lei. Tale sfumatura dice la vita interiore di questa fanciulla di Nazaret, che aveva imparato ad obbedire alla voce del suo Signore ascoltando la Torah. Nella familiarità con la Sacra Scrittura aveva acquistato dimestichezza con i criteri di Dio e ne aveva appreso il modo con cui Egli si rivolgeva alle creature amate. Il turbamento di Maria riguarda la portata delle parole pronunciate dall’angelo. La Vergine comprende subito che ciò che sta dicendo il messaggero è enorme, di una inaudita bellezza e vive il normale stupore di chi non può credere che ciò che ha sentito è proprio rivolto a lei. Per questo allora l’angelo previene le parole di Maria e conferma che è davvero reale quanto ha ascoltato. Il “non temere” con il quale il Signore aveva placato il cuore di tutti i suoi amici a cominciare da Abramo, Mosè e poi il popolo, risuona nella piccola dimora di Nazaret come il nome proprio di Dio: “non spaventarti, sono Io...”.

«Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù»: ci troviamo al cuore di questa pericope e della missione affidata a Maria come ad ogni cristiano. Il messo celeste annuncia un mistero davvero incredibile: quel Dio i cui soli lembi del manto ne riempivano il grande tempio di Gerusalemme (cf Is 6,1) può essere concepito da una fanciulla appena adolescente, anzi vuole essere concepito, vuole essere dato alla luce e vuole essere chiamato con il Suo vero nome “Yeshua - YHWH è salvezza”. La portata di questo annuncio assume uno spessore mirabile se consideriamo che Dio vuole essere concepito anche da ciascuno di noi, vuole essere dato alla luce, vuole essere chiamato “YHWH è salvezza” anche da noi. È la missione che il messaggero di Dio comunica anche a me, a te, a noi in questo nostro oggi. Dio vuole che come la Vergine, lo concepiamo, ossia Gli facciamo spazio, diveniamo luogo accogliente per permettergli di prendere dimora nel nostro cuore, nella nostra vita. Dio vuole che come la Vergine, lo diamo alla luce, ossia diventiamo trasparenza del Suo amore, rendiamo la nostra vita un’esplosione di bellezza da cui si diffonde la sua benevolenza. Dio vuole che come la Vergine, lo chiamiamo Gesù, annunciamo cioè al mondo che il nostro Signore non è il padrone che rende schiavi i suoi servi, ma il Padre buono che accoglie ogni figlio prodigo.

v.34-35 «Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?" Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra»: la familiarità della relazione che la fanciulla di Nazaret ha con il suo interlocutore è ancora una volta messa in evidenza, mostrandone l’affascinante feeling già intessuto con il Suo Signore alla sua giovane età. La domanda non ha naturalmente l’intento di obiettare la possibilità della realizzazione: Maria sa benissimo che Dio è onnipotente. La sua richiesta è sul “come avverrà” e se ci pensiamo è una richiesta che ci fa intravedere la concretezza in cui vive. Maria non è una fanciulla che vive sulle nuvole, è una donna vera, che ha chiara la realtà di un vissuto che è fatica, per cui chiede in che modo Dio compirà quanto ha appena ascoltato.
Questo aspetto rende Maria incredibilmente vicina al nostro vissuto! Se è vero che con il Battesimo anche noi abbiamo ricevuto la stessa missione: concepire il Figlio di Dio nel nostro cuore, darlo alla luce e indicarlo come il Dio che salva, anche dal nostro cuore sale la stessa domanda: “Come avverrà?” Facciamo i conti quotidianamente con la nostra incapacità di fare il bene, quello vero. Ogni giorno sperimentiamo la grande distonia tra il bene che vogliamo fare e il male che facciamo (Rm 7.18-25) e allora ci sembra che non sia vera la nostra missione, che in fondo questa altissima vocazione sia solo per Maria e per i grandi santi da altare. Ma anche a noi, come a Maria, Dio dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Non sono le nostre forze e le nostre buone azioni che ci rendono capaci di mostrare al mondo Dio, ma solo ed esclusivamente il Suo Spirito. A noi è chiesto di fidarci e affidarci, rendendo il nostro cuore vuoto, perché Dio possa prendervi dimora con la sua ombra.

v.38 «Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola"»: di fronte alla chiarezza dell’agire divino la Vergine risponde con tutto il desiderio del suo cuore, rendendo possibile finalmente ciò che Dio desiderava da sempre: l’unione con la Sua creatura.

Quanto avvenuto per Maria, avviene oggi per me, per te, per ciascun uomo che con cuore sincero si accosta a questo brano evangelico. La proposta dell’angelo è ora rivolta al mio oggi ... a me, a noi, il coraggio e la gioia di dire “Ecco la tua serva, Signore, avvenga...”.

 

 

Il contesto

Siamo a Gerusalemme, il luogo in cui si è consumata la Passione di Gesù, dove è stato crocifisso e sepolto; qui si trovano anche i discepoli che se ne stanno nascosti per timore dei Giudei. È la sera del giorno primo dopo il sabato, il giorno in cui le donne hanno avuto quella apparizione all’alba, in cui Pietro e Giovanni sono corsi per vedere il sepolcro vuoto, in cui Maria Maddalena si è sentita chiamare per nome dal Maestro; è ancora il giorno della Risurrezione di Cristo. È come se per la Liturgia di questi giorni tutto fosse fermo a quello stesso giorno. In un certo senso è così: a partire dalla Risurrezione di Gesù Cristo dai morti, un altro tempo è entrato nella storia, è il tempo di Dio, il tempo eterno, in cui noi ancora pellegrini sulla terra, viviamo nel già della sua salvezza e nel non ancora del godimento pieno di essa. Ma siamo ormai inseriti in questa nuova dimensione. L’esperienza degli Undici è unica al mondo. Essi ritenevano di aver perso tutto ciò in cui avevano creduto e investito la loro vita. Davanti a loro era la desolazione di qualcosa di fallito, distrutto, finito. L’irruzione del Signore Risorto restituisce loro ogni cosa rinnovata e indistruttibile. A partire da quell’evento storico, da quell’incontro con il Cristo Vivente, vittorioso sulla morte, si apre un nuovo capitolo per ogni essere umano che vuole credere in Gesù. La Risurrezione illumina ogni evento di morte, di fallimento, di fine disastrosa.

35 - Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l`avevano riconosciuto nello spezzare il pane. I discepoli che hanno incontrato il Risorto sulla via di Emmaus stanno condividendo con gli Undici la loro straordinaria esperienza appena vissuta; è la prima forma di annuncio che si propaga sulla terra, uno dei primi kerygma della Chiesa, di tradizione orale dell’esperienza di aver incontrato il Vivente, del messaggio di salvezza che si comincia a consegnare di bocca in bocca. È interessante che questo annuncio sia legato al contesto dello spezzare il pane, uno dei primi modi di definire l’Eucaristia. Sin dalle origini, dunque, il fare memoria della Passione, morte e Risurrezione del Signore è legato alla mensa eucaristica, ed è il luogo privilegiato per incontrare il Risorto.

 

36 - Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". È una riunione informale quella dei discepoli, ma è incentrata sul comunicarsi l’esperienza del Cristo, sono lì per parlare di Lui, in fondo sono in ricerca di Lui. Non era quello che aveva detto Gesù stesso? “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cf. Mt. 18,20). E il dono che il Risorto offre ai suoi è la pace; non è un semplice augurio ma un qualcosa che egli porta con Sé quando viene, quando si manifesta. È lo “Shalom” di JHWH, l’augurio e la promessa di ogni bene, benessere, benedizione che Dio dà al suo popolo sin dall’Antico Testamento. Gesù il Signore, che ha vinto il Nemico e la morte, può ora donare lo shalom: Lui è Dio!

 

37 - Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. È una reazione comprensibile per gli Undici; hanno visto morire il loro Maestro, lo hanno visto sepolto e chiuso in un sepolcro sigillato. Ora Egli è lì, davanti a loro: come può essere vinta così la morte? È un fatto inaudito. Eppure gli occhi vedono, i sensi percepiscono la sua Presenza, che però può essere quella di uno spirito: da qui la paura! La normale conoscenza dell’essere umano riceve uno scossone mai visto prima.

 

38 - Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Gesù pone l’essere umano davanti a domande concrete, che lo aiutano a tirar fuori le sue motivazioni più profonde. Perché avete paura? Era una domanda che altre volte aveva posto loro. È interessante la forma del testo originale greco che si può tradurre letteralmente: a causa di che cosa salgono dubbi nel vostro cuore? È un invito a discernere ciò che provano e a non farsi trascinare da una reazione superficiale; è come se stesse dicendo: c’è un motivo per cui voi non dovete avere paura, né dovete dubitare: Io sono il Signore.

 

39 - Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Gesù si offre all’osservazione dei suoi amici. Non c’è niente di più reale dell’esperienza straordinaria che essi hanno fatto in quei giorni. Sì, quel corpo martoriato dai chiodi della crocifissione ne porta ancora i segni, ma essi sono una prova che quella morte che Egli ha subito non è la morte ultima, definitiva. Ce n’è un’altra ben più temibile (cf. Ap. 20,6.14; 21,8). Egli ha vinto la morte e per farsi riconoscere Gesù dice il nome di Dio, il suo Nome: Io Sono. Ora Egli manifesta la sua identità con i fatti e con le parole in maniera esplicita. È un momento in cui si può solo contemplare e adorare con le stesse parole che ha usato Tommaso: Mio Signore e mio Dio! 

 

40 - Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Il mostrarsi di Gesù-Dio attraverso quei segni è per noi memoria perpetua della sua misericordia: Ostende nobis Domine misericordiam tuam (mostraci Signore la tua misericordia) chiediamo spesso nelle nostre preghiere. Ecco, guardare alle sue piaghe è certezza di aver ricevuto la sua misericordia; per le sue piaghe noi siamo stati guariti (cf. Is. 53,5).

 

41 - Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Il sentimento dei discepoli lo può capire solo chi ha sperimentato la perdita di una persona cara, il marito, un figlio, l’amico del cuore; e dopo questo dolore lo ritrova, lo ha di nuovo con sé, ancora insieme. È una gioia timida che quasi non riesce a emergere sul dolore così forte che si è provato. Per questo Gesù vuole ancora dare una prova: fatemi mangiare! Solo un corpo vivente è in grado di farlo, non un puro spirito.

 

42 - Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Queste sottolineature del racconto circa le azioni materiali che Gesù compie vogliono evidenziare la realtà del corpo che è coinvolto nella Resurrezione. Dobbiamo tenere presente che quando i Vangeli sono stati scritti e contemporaneamente alla diffusione del messaggio cristiano, altre dottrine venivano tramandate che negavano invece la realtà della risurrezione dei corpi, la bontà della materia ecc. Ma non siamo molto lontani anche da certe credenze anche del nostro contesto attuale.

 

44 - Poi disse: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Gesù Risorto è il Maestro che per almeno tre anni li ha istruiti, ha parlato con loro, ha insegnato in mezzo a loro. Ora egli fa riferimento a quegli insegnamenti e ne offre la luce piena. In particolare quel discorso così oscuro che Gesù faceva e che essi non comprendevano: bisogna che il figlio dell’uomo soffra molto, sia ucciso e risorga. Quella necessità, espressa dal verbo greco dei, non fa della circostanza storica qualcosa a cui Dio è vincolato, come se fosse un destino che piega la stessa volontà divina. Piuttosto è un compiersi del disegno divino di salvezza che guida la storia, passa attraverso di essa e la trasforma. In questo senso possiamo comprendere come l’abominio della croce sia diventato il segno della nostra salvezza.

 

45 - Allora aprì loro la mente all`intelligenza delle Scritture e disse: 46 "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno. Èun altro dono che Gesù Risorto fa ai suoi discepoli, comprendere il senso pieno della Scrittura, che ha come punto di riferimento la sua persona, il piano di salvezza divino che si è realizzato attraverso di Lui e in Lui. Comprendere le Scritture è dono di Dio, non è frutto di studi elevati; a Nicodemo Gesù aveva detto: Tu che sei maestro in Israele non capisci queste cose? Ora il dono del Risorto fa di semplici uomini illetterati, dottori della scienza divina. Egli è la Chiave di Davide che apre la conoscenza degli uomini; ciò che era stato tolto agli uomini a causa del primo Adamo che aveva cercato di rubare a Dio la conoscenza del bene e del male (cf. Gn. 2,16), ora il nuovo Adamo lo offre a tutti abbondantemente e con immenso amore.

 

47 - e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. È il contenuto dell’annuncio che essi dovranno portare in tutto il mondo, è la buona notizia, il Vangelo. Nel nome di quel Gesù che Dio ha risuscitato dai morti e che ha costituito Signore e Cristo (cfr At 2,36) è predicata la salvezza, il perdono dei peccati ma non senza prima la conversione. Il perdono ha questa unica condizione, il desiderio di cambiare vita, mentalità, per ritornare a Dio con tutto il cuore. La salvezza che Cristo ci ha donato non è a buon mercato; c’è un passaggio che spetta all’uomo e solo a lui, ma non senza l’aiuto di Dio che gli viene incontro. Ci sembra di sentire l’eco della predicazione paolina in 2Cor 5,20:Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.

 

48 - Di questo voi siete testimoni. Ai discepoli suoi contemporanei Gesù dice, che per questo annuncio saranno martures (martiri); la testimonianza che essi offriranno al Cristo giungerà effettivamente fino all’effusione del sangue. Ma questo comandamento è per i discepoli di ogni epoca, anche per noi: Gesù è il Signore, in Lui solo c’è salvezza, Egli ci offre il perdono di Dio e quindi l’accesso alla vita eterna.

Il pasto comune

Cristo è presente per rinforzare la fede

Proprio questo infatti egli ha promesso in un altro passo a tutti i fedeli dicendo: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (MT 18,20). Per rinforzare la costanza della nostra fede, ciò che fa sempre con la presenza e l’apparizione del corpo. Così anche se siamo molto inferiore agli apostoli, dobbiamo anche noi sperare questo dalla sua misericordia, cioè che egli stia in mezzo a noi ogni qualvolta ci riuniamo nel suo nome. Il suo nome è infatti Gesù, cioè Salvatore (cf. Ger 14,8). E quando ci riuniamo per parlare della nostra salvezza eterna, è chiaro che ci riuniamo nel nome di Gesù. Né è lecito dubitare che sia presente quando noi parliamo delle cose che egli ama, e tanto più veramente quanto più è perfetto è il cuore nel quale custodiamo quei sentimenti che esprimiamo con la bocca. (Beda, Omelie sul Vangelo, 2,9)

 

Gesù mangia pesce arrostito per confermare la loro fede

Per generare in loro una fede ancor più salda nella sua risurrezione, chiesa qualche cosa da mangiare. Essi portarono un pezzo di pesce arrostito, che egli prese e mangiò alla presenza di tutti loro. Fece questo solo per mostrare loro che colui che era risorto dalla morte era lo stesso che aveva mangiato e bevuto con loro durante l’intero periodo di tempo precedente, in cui aveva parlato come uomo, secondo la voce del profeta (cf. bar 3,37). Voleva che comprendessero che certamente ha bisogno di un sostentamento di questo tipo il corpo umano, ma non uno spirito. […]

Il potere di Cristo supera l’inchiesta umana, non si trova al livello della comprensione di eventi ordinari. Egli ha mangiato un pezzo di pesce nel momento della sua risurrezione. Le conseguenze naturali del mangiare non si sono verificate per niente nel caso di Cristo, come i miscredenti potrebbero obiettare sapendo che qualunque cosa entri nella bocca deve necessariamente uscire nella fogna (cf. Mt 15,17). Il credente non accoglie nella propria mente questi giochi di parole, ma lascia la questione al potere di Dio. (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, PG 72,947)

 

Cristo parla della Chiesa

Oggi abbiamo ascoltato come Cristo Signore mostrò ai suoi discepoli quella sua vera carne in cui aveva patito e in cui era risuscitato. Lo sentivano mentre parlava, lo vedevano lì presente, e per di più anche lo toccavano, mentr'egli diceva loro: Toccatemi, palpate e guardate: un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che ho io. Essi infatti, nel vederlo, avevano dubitato e creduto di vedere un fantasma, non un corpo. Chiunque perciò creda ancora che la risurrezione del Signore non fu nel corpo, ma solo nello Spirito, Dio gli perdoni, perché perdonò anche ai suoi Apostoli, purché però non rimanga incaponito nell'errore e cambi idea, perché anch'essi sentirono e cambiarono idea.

E quale non fu la sua degnazione che, mentre si faceva vedere ad essi presente nel corpo, li confermava anche sulla verità della Sacra Scrittura! Sono queste, disse, le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi. Come? In quello stesso momento non era forse con loro e non parlava con loro? Perché dunque: Quando ero ancora con voi? Senza dubbio, quando ero con voi ancora mortale, come siete voi. Sono queste le parole che vi dicevo, che bisognava che si adempissero tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture. Ed è lui che ancora oggi apre a noi le Scritture della vita, lui che è morto per noi. (Agostino, Discorsi 229I, 1)

 

La gioia, presenza di Dio

La gioia, dono del Cristo risorto, non è una “cosa” data ai discepoli, ma una presenza, cioè la presenza del Signore risorto. La gioia cristiana scaturisce dal trovarsi alla presenza del Signore, dal sapere che Dio ci ama ed è vicino. Quando il salmista esclama: “Una luce si è levata per il giusto, gioia per i retti di cuore” (Sal 97,11), ciò significa che soltanto colui il quale ha il cuore limpido e puro, si accorge della presenza del Signore e se ne rallegra. Così gioirono i discepoli alla vista del Signore risorto (cf. Gv 20,20); la sorgente della gioia cristiana sta nell’incontrarsi con Dio, col Signore Gesù.

Si intende allora che anche la gioia, come frutto dello Spirito, è il risultato della sua presenza nel cuore del credente. Il nostro cuore è lieto e sereno quando ha in sé lo Spirito di Dio, il dono del Cristo risorto. E anche dopo l’Ascensione, notano gli Atti, nei riguardi dei nuovi convertiti, che: “i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13,52). La serena gioia del cuore, dono e grazia di Dio, non significa l’assenza della sofferenza o delle tribolazioni. Ce ne avverte Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi: “E voi siete diventati imitatori nostri e del Signore, avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo, anche in mezzo a grande tribolazione” (1Ts. 1,6). Si tratta d’una gioia anche in mezzo alle difficoltà e alla lotta. Non è facile la serenità interiore quando le disgrazie ci colpiscono, quando le amicizie e le persecuzioni si moltiplicano lungo la nostra vita; solo l’umile fede nella presenza del Signore, nel suo amore paterno e provvidente, permette allora di mantenere nel fondo del cuore la serenità, pur nelle pesanti condizioni dell’esistenza. Nell’ora della prova il Signore non ci abbandona ma sta accanto a noi, affinché non solo siamo in grado di affrontarla con coraggio, ma anche di pregare attraverso le misteriose vie della sofferenza come egli pregò al Getsemani: “Sia fatta la tua volontà”.

La gioia, che ci viene data dallo Spirito, non è soltanto una nota personale o di carattere, ma, poiché emana dalla carità, ha anche una dimensione fraterna ed ecclesiale: non nel senso che sia messa infantilmente in mostra, ma come servizio ai fratelli, che infonda in essi fiducia e speranza. La serenità del cuore, e in particolare quella passata attraverso il fuoco della prova, renderà migliori anche gli altri, perché la vera gioia spirituale, ben lontana dall’amareggiare, scoraggiare, rattristare inutilmente che vive con noi, li fortifica nell’attuare la realizzazione delle promesse divine di un regno di pace e di giustizia, di bene e amore, ormai prossime. (M. Ledrus, I frutti dello Spirito, pp. 57-58)

 

 

Le apparizioni agli Apostoli

Qualcuno dirà: in che modo dunque Tommaso, quando ancora non credeva, toccò tuttavia Cristo? (cf. Gv. 20, 27). Sembra però che egli dubitasse non della risurrezione del Signore ma del modo della risurrezione. Era necessario che egli mi istruisse toccandolo, come mi istruì anche Paolo: “Bisogna infatti che questa corruttibilità si rivesta d’incorruttibilità, e questo corpo mortale indossi l’incorruttibilità” (1Cor. 15, 53), in modo che creda l’incredulo e l’esitante non possa più dubitare. Più facilmente infatti crediamo quando vediamo. Tommaso ebbe motivo di stupirsi, quando vide che, essendo ogni porta chiusa, un corpo passava attraverso barriere impenetrabili ai corpi, senza danno alla sua struttura. Era fuori dell’ordinario che un corpo passasse attraverso corpi impenetrabili; senza che lo si avesse visto arrivare, eccolo visibile a tutti, facilmente palpabile, difficilmente riconoscibile.

Pertanto, turbati, i discepoli credevano di avere davanti un fantasma. Per questo il Signore, allo scopo di mostrarci il carattere della sua risurrezione, dice: “Toccate e vedete, poiché uno spirito non ha carne ed ossa, come vedete che ho io (Lc. 24, 39). Non è dunque per la sua natura incorporale, ma per le qualità particolari della sua risurrezione corporale che egli è potuto passare attraverso barriere di solito impenetrabili. È un corpo quello che si può toccare, un corpo quello che si può palpare. Ebbene è nel corpo che noi risuscitiamo; infatti si “semina un corpo carnale, e risorge un corpo spirituale (1Cor. 15, 44); uno è più sottile, l’altro più pesante, essendo reso tale dalle condizioni della sua terrestre debolezza.

Come potrebbe non essere un corpo questo, in cui restavano i segni delle ferite, le tracce delle cicatrici, che il Signore invita a toccare? Così facendo non solo conferma la fede, ma rende più viva la devozione: egli ha preferito portare in cielo le ferite ricevute da noi, non ha voluto cancellarle, per mostrare a Dio Padre il prezzo della nostra libertà. È così che il Padre lo fa sedere alla sua destra, accogliendo i trofei della nostra salvezza; tali sono le testimonianze che la corona delle sue cicatrici mostra per noi. (Ambrogio, Exp. in Luc 10, 168-170)

I corpi spiritualizzati dopo la Risurrezione

Siccome a tua volta mi chiedevi il mio parere circa la risurrezione dei corpi e le funzioni delle membra nello stato futuro d’incorruttibilità e d’immortalità, ascolta cosa in breve ne penso; e, se non ti soddisferà, ne potremo discutere più a lungo, con l’aiuto di Dio. Si deve credere con tutta la forza quanto nella Sacra Scrittura è affermato in modo veridico e chiaro: che cioè i nostri corpi visibili e terreni, che ora chiamiamo animali, nella risurrezione dei fedeli e dei giusti, diventeranno spirituali. Ignoro d’altronde come si possa comprendere o far comprendere ad altri di quale specie sia un corpo spirituale, di cui non abbiamo conoscenza sperimentale. È certo però che in quello stato i corpi non avranno corruzione di sorta e perciò non sentiranno, come ora, il bisogno di questo cibo corruttibile; potranno tuttavia prenderlo e consumarlo realmente, non costretti da necessità, ma assecondando una possibilità. Altrimenti neppure il Signore avrebbe preso cibo dopo la sua risurrezione dandoci in tal modo l’immagine della risurrezione corporea; per cui l’Apostolo dice: Se i morti non risorgono, non è risorto neppure Cristo (1Cor. 15, 16). Il Signore infatti, apparendo con tutte le sue membra, e servendosi delle loro funzioni, mostrò pure il posto delle ferite. Io ho sempre creduto che non si tratti di ferite, ma di cicatrici, conservate dal Signore non già per necessità, ma per sua volontà. E la facilità di attuare questa sua volontà, la dimostrò soprattutto e quando apparve sotto altre sembianze e quando apparve com’era realmente, a porte chiuse, nella casa dove si erano riuniti i discepoli. (Agostino, Epist. 95, 7)

Le Scritture sono profezia di Cristo

Se uno, invero, legge le Scritture con intendimento, vi troverà una parola concernente il Cristo e la prefigurazione della vocazione nuova. Questo è infatti il tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44), ovvero nel mondo, poiché il campo è il mondo (Mt 13,38). Tesoro nascosto nelle Scritture, poiché era significato in figure e in parabole che, dal punto di vista umano, non potevano essere comprese prima del compimento delle profezie, cioè prima della venuta di Cristo. Per questo, veniva detto al profeta Daniele: "Chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta. Quando infatti la dispersione sarà finita, essi comprenderanno tutte queste cose" (Dn. 12,4.7) .

Anche Geremia dice: "Alla fine dei giorni, comprenderete tutto" (Ger. 23,20). Invero, ogni profezia, prima del suo compimento, non appariva che enigmi ed è per gli uomini; ma, venuto il momento del suo compimento, essa acquista il suo esatto significato. Ecco perché, letta oggi dai Giudei, la Legge somiglia ad una favola: manca loro infatti la chiave interpretativa di tutto, cioè la venuta del Figlio di Dio come uomo. Per contro, letta dai cristiani, essa è quel tesoro un tempo nascosto nel campo, ma che la croce di Cristo rivela e spiega. essa arricchisce l`intelligenza degli uomini, mostra la sapienza di Dio, rendendo manifesti i propri disegni di salvezza verso l`uomo; prefigura il regno di Cristo e annuncia l`eredità della santa Gerusalemme; predice che l`uomo che ama Dio progredirà fino a vedere Dio e udire la sua parola, e per l`ascolto di tale parola sarà glorificato, al punto che gli altri uomini non potranno fissare i loro occhi sul suo volto di gloria (cf. 2Cor. 3,7), secondo quanto è stato detto per bocca di Daniele: "I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre" (Dn 12,3).

Se dunque uno legge le Scritture nel modo che abbiamo indicato - ovvero, nel modo in cui il Signore le spiegò ai discepoli dopo la sua risurrezione dai morti, provando loro, attraverso le Scritture, come "era necessario che Cristo soffrisse ed entrasse così nella sua gloria" (Lc. 24,26.46) "e nel suo nome fosse predicata in tutto il mondo la remissione dei peccati" (Lc. 24,47) -, sarà un discepolo perfetto, "simile ad un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche" (Mt. 13,52). (Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 26, 1)

Il forziere chiuso delle divine Scritture

Fratelli e Padri, la conoscenza spirituale somiglia ad una casa costruita in mezzo alla conoscenza mondana e pagana, in cui, come un forziere solido e ben custodito, la conoscenza delle Scritture divinamente ispirate e il tesoro di ineffabile ricchezza che esso racchiude sono depositati - ricchezza che mai potranno contemplare coloro che entrano nella casa, a meno che il forziere non venga loro aperto. Ma non è cosa dell`umana sapienza (cf. 1Cor. 2,13) poter mai arrivare ad aprirlo, motivo per cui resta sconosciuta a tutti gli uomini del mondo la ricchezza depositatavi dallo Spirito.

Un uomo che ignorasse il tesoro che vi è deposto, potrebbe caricarsi persino il forziere, in tutto il suo peso, recandoselo persino sulle spalle; del pari, egli potrebbe leggere e imparare a memoria, nella sua totalità, la Scrittura, citandola come si trattasse di un sol salmo, ignorando il dono dello Spirito Santo che vi è dissimulato. Infatti, non è per il forziere che è svelato il contenuto del forziere, né per la Scrittura che è svelato il contenuto della Scrittura. Di che dono si tratta, dunque? Ascolta.

Tu vedi un cofanetto solidamente chiuso da ogni lato e per quanto tu possa supporre - dal suo peso e dalla sua eleganza esterna, o semplicemente perché qualcuno te ne ha parlato - che racchiude al suo interno un tesoro, avrai un bel prenderlo in tutta fretta e andartene: qual profitto, dimmi, ne trarrai a portartelo sempre appresso, chiuso e sigillato, senza aprirlo? Tu non vedrai mai, in questa vita, il tesoro che vi sta dentro, non ammirerai mai lo splendore delle sue pietre, l`oriente delle perle, il bagliore folgorante dell`oro. Che ci guadagnerai, se non sei ritenuto degno di prenderne la benché minima parte per acquistarti un po’ di cibo o qualche vestito, mentre invece, pur portandoti dietro il forziere sigillato che include un tesoro immenso e senza prezzo, tu soccombi alla fame, alla sete e alla nudità? Niente, punto e basta!...

Alla stregua di uno che prende un libro sigillato e chiuso e non può leggervi cosa c`è scritto o riuscire a capire di che si tratta - abbia pure appreso tutta la sapienza del mondo -, finché il libro resta sigillato (cf. Is. 29,11), così avverrà di chi, come abbiamo detto, potrà aver sempre in bocca le Scritture, ma non potrà mai conoscere e considerare la mistica e divina gloria e virtù che ad un tempo vi sono celate, a meno di percorrere la via di tutti i comandamenti di Dio e di ricevere l`assistenza del Paraclito, che gli apra le parole come un libro e gli mostri misticamente la gloria che esse racchiudono; di più, che gli riveli. insieme alla vita eterna che li fa scaturire, i beni di Dio nascosti in quelle parole, beni che rimangono velati e assolutamente invisibili per tutti coloro che li disprezzano e peccano per negligenza.

 

 

Domenica «dell’apparizione nel cenacolo»

La liturgia di queste domeniche rinnova con insistenza l'invito a scrutare con amore le ricchézze del mistero pasquale che, riassumendo in sé tutta l'opera della creazione e della salvezza, tutta la realtà dell'uomo e, in un certo senso, tutta la rivelazione di Dio, ha, pur nella sua semplicissima unità, una profondità inesauribile.

Oggi i testi insistono su alcuni temi strettamente connessi col mistero pasquale: la necessità della conversione per la salvezza, la forza di intercessione di Gesù per noi peccatori, l'annuncio della remissione dei peccati. Il tratto dell’evangelo di Luca ci offre la conferma di quanto abbiamo detto. Gli apostoli che più tardi, come testimoni del Risorto, chiameranno gli uomini alla conversione sono anche essi, come tutti gli altri, pieni di paura, di dubbio, di sfiducia. Ma Cristo, apparendo loro, li strappa ai loro pensieri, dissipa i loro dubbi, li rianima, illumina la loro mente aprendoli alla comprensione delle Scritture, dove tutto già era stato predetto; infine mangia con loro. E annuncia che, nel suo nome, sarà predicata «la conversione e il perdono dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme» (v. 47).

Gli apostoli saranno ben presto i fedeli esecutori di questo annuncio: chiamando gli uomini tutti a penitenza, potranno realmente esigere e generare, per la forza del Risorto, la conversione che tutti conduce alla salvezza. Così essi formano la Chiesa, che non è altro se non la comunità dei redenti chiamata a penitenza, che ha incontrato e conosciuto, in questa chiamata, il Dio della misericordia e della pace.

Antifona d'Ingresso Sal 65,1-2

Acclamate al Signore da tutta la terra,

cantate un inno al suo nome,

rendetegli gloria, elevate la lode. Alleluia.

Nel sal 65 l'Orante vuole cantare al Signore per tutti i benefici di cui fu gratificato. Il Salmo nella versione greca e nella Volgata ha un titolo molto singolare: «canto del Salmo di resurrezione» è detto (v. 1a). Di fatto il poema parla delle prove di morte subite e insieme dell'intervento onnipotente del Signore, che libera e dona la sua pace ai suoi fedeli. L'applicazione alla Resurrezione è conseguente. Perciò l'Orante, nel tempo della salvezza, tempo benedetto, con un imperativo innico investe la terra intera affinché "giubili" festosamente in Dio (v. lb; anche Sl. 80,2; 94,1; 97,4; 99,1). La Redenzione è avvenuta (Is. 44,23). Non esiste motivo più grande dell'opera massima della Redenzione avvenuta, la Resurrezione di Cristo.

Canto all’Evangelo Cf Lc 24,32

Alleluia, alleluia.

Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;

arde il nostro cuore mentre ci parli. Alleluia.

Nell’alleluia all'Evangelo: Lc 24,32, adattato, si accentua la proclamazione dell'Evangelo di oggi con la riproposizione del nucleo sostanziale del fatto avvenuto ad Emmaus. Lì il Signore Risorto aprì le Scritture con tutto il loro significato, come poi ripetè ancora ai discepoli nel cenacolo (v. 45), e riempì il cuore dei due fuggitivi con il Fuoco bruciante dello Spirito Santo (Sal 38,4; Ger 20,9). Il testo qui è usato in forma epicletica, per chiedere al Signore stesso di ripetere, ancora e sempre questi fatti benedetti per i fedeli qui presenti oggi.

Il brano di Luca che la liturgia della III Domenica di Pasqua ci propone è, fra tutti gli scritti del NT, una delle prime esplicite narrazioni di un incontro visivo tra i discepoli e il risorto (cfr. anche la formulazione più sobria di 1 Cor 15,3-5). La descrizione è analoga a quella di Gv. 20,19-23, che abbiamo proclamato e pregato la settimana scorsa. Il tema unificante di questa III Domenica di Pasqua è la teofania di Cristo risuscitato, le sue apparizioni ma sotto l'aspetto dell'adempimento delle Scritture, come fanno notare principalmente la prima lettura e l'evangelo.

Il Signore che per misericordia aveva voluto incontrare Cleofa e la sua sposa, disperati e fuggiaschi. Per misericordia vuole incontrare i suoi discepoli amati e manifestandosi spiega loro che tutto è avvenuto perché si adempissero le Scritture e dà loro la capacità di comprendere, da allora in poi, che tanto Mose quanto i profeti e i salmi parlano di lui (vv. 44-45). Gesù, presente in mezzo ai suoi, come portatore di pace e di perdono, è inoltre il segno vivente dell’azione liberatrice di Dio nei confronti dell'umanità. Si tratta in primo luogo di prendere coscienza del proprio peccato e questo avviene alla luce della resurrezione, allorché anche le scritture si aprono e diventa chiaro che si è adempiuto quanto annunciato dai profeti, «che cioè il messia sarebbe morto» (v. 18 Ia lett.). «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno» (v. 46 dell’evangelo).

Così diventa chiaro anche il tremendo peccato dell'uomo e Pietro non ha paura di denunciarlo chiaramente: «Avete rinnegato il santo e il giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita» (vv. 14-15a Ia lett.). Tutti sono colpevoli di questo peccato, perché anche i più intimi amici del Cristo vi sono implicati; peccato che si ripete ogni volta che un innocente è condannato ingiustamente, un debole oppresso, un povero sfruttato.

«Ma Dio l'ha resuscitato dai morti...» (v. 15b Ia lett.); accanto al peccato dell'uomo viene subito annunciata la potenza salvatrice di Dio.

Tuttavia non basta prendere coscienza del proprio peccato, occorre fare un altro passo: ravvedersi, comportarsi d'ora in poi diversamente.

«Convertitevi dunque - suona l'invito di Pietro - e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati» (v. 19 la lett.) e lo storpio che egli ha appena guarito (cf. vv. precedenti) è un segno che questo è possibile, è un simbolo di ciò che può succedere a ognuno.

Si può «guarire» appunto perché Cristo è vivo e non per condannare, ma per rendere partecipi della sua resurrezione.

Come il Battista e Cristo avevano inaugurato la loro predicazione con l'invito alla conversione, così il Risorto e la prima comunità cristiana aprono la loro attività con il medesimo annuncio.

È una lieta novella questa che non va tenuta nascosta a nessuno, ma deve essere annunziata al mondo intero. Dove giunge Cristo ivi giunge la pace, si vince la paura, come insegna l'esperienza dei discepoli narrata da Luca. Nella sua lettera Giovanni esorta a non peccare e ci mette in guardia dal credere di essere senza peccato; se tuttavia succede di peccare ci garantisce che possiamo ottenere il perdono perché «abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo il giusto». È proprio la conoscenza di Lui che ci porta ad aderire al suo amore (l'osservanza dei suoi comandamenti) e quindi a non peccare più (vv. 3-5).

È opportuno per non spendersi in falsi problemi, individuare subito l'intenzione e la prospettiva di Luca nello stendere questa pagina conclusiva del suo evangelo. Da scartare subito un'intenzione prevalentemente storico-informativa riguardo agli ultimi episodi di Gesù risorto; infatti non si riesce a spiegare ad esempio perché i discepoli e gli undici all'apparizione di Gesù siano turbati e spauriti e perché essi ancora non credano dopo quanto è stato detto a conclusione dell'episodio precedente, dove essi stessi accolgono i due di Emmaus con le parole: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone» (24,34).

Resta anche incomprensibile, in una prospettiva puramente cronachistica protocollare, la successione di tutti questi avvenimenti: la sera due discepoli partono da Emmaus, arrivano a Gerusalemme dopo due ore; qui appare di nuovo Gesù, che tiene un discorso ai discepoli riuniti e poi li conduce fuori di Gerusalemme e si separa da loro salendo al cielo. Secondo gli Atti degli Apostoli, Gesù dopo la resurrezione si intrattiene con i discepoli per quaranta giorni prima di separarsi da loro con l'ascensione al cielo (cf. At. 1,3-11).

Lasciamoci perciò guidare dall’evangelista Luca più che dalla nostra curiosità: mediante le espressioni e le immagini usate e il genere letterario adottato, egli ci fa capire che questo brano non è un resoconto giornalistico, ma una sintesi teologico-cherigmatica (= predicazione), cioè un riassunto delle riflessioni e della predicazione che la prima comunità ha fatto sulla base delle ultime esperienze o incontri con il Signore risorto. Di questi incontri Luca ci offre tre esempi tipici:

1. 24,36-43 (un'apparizione di riconoscimento);

2. 24,44-49 (un incarico e un discorso di missione)

3. e 24,50-53 (l'ascensione).

Esaminiamo il brano

vv. 35-38 Questi versetti collegano quanto segue con la pericope dei discepoli di Emmaus e con il v. 34 dove si accenna brevemente all'apparizione del risorto a Simone. Questa scena segue immediatamente l'episodio dei discepoli di Emmaus con cui si intreccia, al punto che la pericope liturgica è costretta a introdurre nel testo alcune precisazioni per renderne comprensibile la lettura. I due di Emmaus, infatti, tornano velocemente a Gerusalemme con l'entusiasmo di chi ha fatto un grande incontro e brama comunicarlo ad altri; ma trovano che anche i discepoli in città sanno la grande notizia e sapientemente Luca mette sulle loro labbra un'antica formula di fede apostolica: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (v. 34).

Prima che i discepoli di Emmaus raccontino l'esperienza dell'apparizione del Risorto, si nomina per prima quella di Simone, che diventa così il testimone principale del Risorto.

Essi raccontano quindi «ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (v. 35): in tal modo l'evangelista sottolinea ancora una volta i temi del cammino e del riconoscimento, che tanto gli stanno a cuore e che ora riprende con il nuovo racconto. Notiamo che l'espressione «spezzare il pane» (in greco: klàsis tu àrtu; reso in latino con: fractio panis) costituisce il termine tecnico più antico, adoperato dalla comunità cristiana per indicare la celebrazione eucaristica e deriva dalla prassi giudaica di iniziare il pasto con tale gesto orante: riferito a Gesù, richiama certamente il gesto simbolico da lui compiuto nell'ultima Cena, alludendo alla propria vita «spezzata e data».

Di queste manifestazioni se ne parla nel «gruppo degli undici e gli altri che erano con loro» (aggiunta liturgica cfr v. 33), in un certo senso viene già proclamata la risurrezione del Signore, quando all'improvviso il Risorto si trova in mezzo ai discepoli.

v. 36 «egli stesso»: in greco c'è solo il pronome autós, senza il nome proprio Gesù.

«stette in mezzo a loro»: Come in Giovanni (cfr. Gv 20,19.26), anche Luca adopera un semplice verbo (éste) per indicare la presenza di Gesù che, in piedi, si colloca al centro del gruppo; evita quindi ogni particolare di «apparizione» miracolosa.

«Pace a voi»: Come in Giovanni (cf. Gv. 20,19.21.26), anche Luca riporta il saluto iniziale di Gesù nella forma «Pace a voi», con l'intento di dare al normale saluto giudaico (shalom) un significato profondo, in quanto la «pace» rappresenta l'evento messianico stesso e ai discepoli viene comunicato l'effetto dell'opera compiuta dal Messia nella sua Pasqua di morte e risurrezione.

v. 37 «sconvolti e pieni di paura»: Luca a differenza di Giovanni aggiunge alcune importanti osservazioni sulla reazione dei discepoli: questi non erano gioiosi nel vedere il Signore ma erano sconvolti e terrorizzati. I discepoli reagiscono nel modo che il cuore ancora troppo umano suggerisce davanti al Signore Risorto.
«credevano di vedere un fantasma »: Nel racconto di Luca appare per due volte il termine greco pnèuma, dai vari significati. Esso può indicare lo "spirito'' vitale di una persona, il soffio, il vento, l'anima, lo Spirito Santo; nel nostro caso ha, però, il valore di "fantasma, spettro", qualcosa di simile a quello che il re Saul vide quando si reca dalla maga di Endor per evocare lo spirito del profeta Samuele (cf. 1Sm. 28).

Il terzo evangelista mette in guardia il lettore da una concezione della resurrezione quasi fosse un evento medianico o parapsicologico, egli vuole dimostrare in modo irrefutabile che i discepoli non hanno visto uno spirito. Ciò che segue nel racconto ribadisce l’intenzione dell'evangelista, oltre ogni incertezza, di affermare narrativamente che la risurrezione di Gesù è avvenuta nel «suo vero corpo».

v. 38 «sorgono dubbi nel cuore»: Le parole di Gesù chiariscono al lettore la reazione dei discepoli: il loro turbamento è dovuto al fatto che sorgono dubbi nel cuore. È tradotto con «dubbi» il termine dialoghismós che evoca piuttosto ragionamenti e scambi verbali, per dire come il tanto parlare che di quell'evento avevano fatto non fosse sufficiente a comprenderlo e accettarlo (cf. 24,17).

vv. 39-43 La dimostrazione avviene in tre momenti:

1. i discepoli possono guardare le cicatrici delle mani e dei piedi del risorto (cfr. l'evangelo di Gv. 20,20);

2. possono toccare il risorto;

3. il risorto mangia davanti ai discepoli.

Già con le letture di Domenica scorsa abbiamo sottolineato come la resurrezione del Cristo non sia riconducibile ad esempio con quella di Lazzaro. La resurrezione di Gesù è qualcosa di più grande, coinvolge tutto l'essere, dev'essere compresa nella sua pienezza attraverso la fede: non per nulla il Risorto non è subito riconoscibile come Gesù di Nazaret, tant'è vero che Maria di Magdala all'inizio lo scambia con il custode del giardino cimiteriale.

Necessariamente urge ora parlare di un equivoco che può sorgere a proposito della resurrezione: le espressioni «risuscitare» e «risorgere» nell'ambito dei termini categoriali descrivono il ridestarsi o l'alzarsi di una persona che dorme. Per colui che riposava, questa azione significa un ritorno allo stato di autocoscienza che egli possedeva prima di addormentarsi. Al contrario, con «risuscitare» e «risorgere» non si intende affatto un ritorno alla vita quale essa era prima della morte». Gesù non risorge «a ritroso nella vita»; si può piuttosto parlare di una risurrezione «in avanti», si tratta infatti di un passaggio a un nuovo modo di essere.

La resurrezione di Gesù costituisce un avvenimento unico ed esclusivo per cui a noi uomini mancano i termini per esprimerlo. La resurrezione di Cristo è un evento escatologico che è sì in rapporto con la storia (il corpo, le cicatrici, il cibarsi sono segno di una realtà storica), ma supera la categoria di «evento storico»; tocca il nostro mondo, ma la sua realtà piena è al di là di questo mondo.

v. 41 «per la gioia non credevano»: Nel tentativo di scusare gli apostoli, l'evangelista spiega che non credevano ancora perché erano troppo contenti, sembrava loro «troppo bello per essere vero!»: tale insistenza ha però la funzione di convincere il lettore, aiutandolo a superare i vari dubbi che l'annuncio della risurrezione poteva comportare, soprattutto in un ambiente di cultura ellenista.
v. 43 «mangiò davanti a loro»: Per l’evangelista è importante il fatto che gli apostoli abbiano mangiato con Gesù dopo la sua risurrezione dai morti (cfr. At 10,41): perciò in questo caso è detto che egli stesso mangiò con loro. Proprio da questa condivisione della mensa con il Risorto nacque per la comunità cristiana la prassi eucaristica, come reale - anche se sacramentale - continuazione dell'originale «mangiare con il Risorto».

Negli antichi codici, benché rigettato dalla “critica” moderna che tutto sospetta e tutto sfronda, è molto bene attestato qui un altro gesto. I discepoli offrono al Signore anche un favo di miele, sul quale Egli imprime i suoi denti e ne mostra l’impronta visibile.

v. 44 «queste le parole»: Al vertice dell'incontro sta la parola di Gesù che spiega il senso di ciò che è avvenuto, richiamando le parole (hoi lógoi) che aveva già rivolto loro durante la vita terrena, ma che i discepoli non avevano ancora accolto e capito.

«bisogna»: Per la terza volta nei racconti del cap. 24 ritorna l'importante forma verbale «bisogna» (24,7.26.44), per sottolineare una necessità teologica. «Bisogna (dèi) che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mose, nei Profeti e nei Salmi».
La morte e la resurrezione di Gesù è l'adempimento delle scritture sacre.
Con «la legge di Mose», «i profeti» e «i salmi», si citano le tre parti principali in cui si suddivide l'AT. Nel v. 44 si mette in rilievo che Gesù aveva già affermato esplicitamente durante la sua vita terrena che egli doveva morire (cfr. Lc 9,22.44; 17,25; 18,32-33; 22,37). In Lc 9,45 e 18,34 si dice esplicitamente che i discepoli non comprendevano; ora, dopo la resurrezione, il senso della passione di Gesù diviene chiaro.

v. 45 «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture»: L’evangelista in questo passaggio importante evidenzia con cura che solo la grazia e la potenza del Risorto possono «aprire» la mente umana e permettere di capire in profondità la Bibbia, in quanto Parola e Progetto di Dio: è la continua presenza del Cristo in mezzo all'assemblea eucaristica dei discepoli che rivela loro lungo i secoli il senso delle Scritture.

vv. 46-47 «Così sta scritto...»: troviamo qui elencati tutti gli elementi costitutivi del kerygma apostolico, che si trova anche nei discorsi della prima parte degli Atti.

Quale contenuto del nuovo modo di intendere la scrittura vengono nominate la passione del messia, la sua resurrezione, l'annuncio della conversione e della remissione dei peccati nel suo nome. L'annuncio parte non da Roma o da Atene, ma da Gerusalemme.

«il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno» Una frase del genere non si trova in nessun testo biblico, tuttavia esprime la sintesi del messaggio teologico che si può ricavare dalla meditazione sull'Antico Testamento. Infatti il Messia Gesù, risorto dai morti, è considerato la chiave ermeneutica delle Scritture, ma al contempo sono i testi biblici che offrono preziosi chiarimenti per comprendere l'evento del Cristo. Luca stesso si è formato all'interno delle prime comunità cristiane attraverso lo studio delle Scritture, rilette nella prospettiva dell'annuncio apostolico.

v. 48 «Di questo voi siete testimoni» l'affermazione contiene una costatazione e un impegno

a) la costatazione: coloro che hanno visto il risorto lo possono anche testimoniare; nell'elezione di Mattia in At. 1,21-22 è messo particolarmente in risalto che il neoeletto da quel momento è anche testimone della resurrezione di Cristo, perché è stato scelto tra gli uomini «che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato tra di noi assunto in cielo».

b) l'impegno: i testimoni non sono liberi di testimoniare o meno, essi hanno «l'obbligo» di rendere giustizia; nel caso nostro di manifestare il decisivo evento salvifico.

Gli apostoli diventano «testimoni» (màrtyres) di un evento che parte da Gerusalemme, ma riguarda tutta l'umanità, chiede cambiamento di mentalità (metànoia) e offre il perdono dei peccati (áphesis).

Lo stesso ancora per noi oggi che esultiamo gioiosi nella celebrazione dei Divini Misteri del Signore che ci ha rinnovato nella grazia della rigenerazione battesimale (cfr. i sacramenti pasquali dell’antif. dopo la Comunione: Guarda con bontà, Signore, il tuo popolo, che hai rinnovato con i sacramenti pasquali, e guidalo alla gloria incorruttibile della risurrezione) verso la gloria incorruttibile della Resurrezione della carne sotto l’amorevole e continua custodia divina.

abbazia santa Maria di Pulsano

 

 

"Le apparizioni di Gesù."

1. Le apparizioni di Gesù.

- Anche se siamo nei cinquanta giorni di Pasqua (che si potrebbero anche chiamare i cinquanta giorni di Pentecoste, dato che questo è il senso del termine), dobbiamo tenere presente che i primi quaranta costituiscono un tempo particolare, vale a dire il tempo delle apparizioni di Gesù ai discepoli.

Riguardo a questo tipo di apparizioni potremmo anche noi facilmente porci la stessa domanda che nel secondo secolo un intellettuale di nome Celso poneva ai cristiani per schernire la fede nella risurrezione di Gesù: Perché Gesù, se è risorto, non è apparso a Pilato e ai sommi sacerdoti? Sarebbe stata la prova più evidente che essi avevano torto. Di fatto Gesù non ha voluto apparire a tutti.

Come dice san Pietro, «Dio ha voluto che Gesù si manifestasse non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti» (At. 10,40-41). Gesù appare soltanto ai discepoli per due motivi.

1) Egli deve renderli consapevoli e sicuri che, nonostante se ne vada al Padre, egli continua ad essere presente in mezzo a loro. La condizione necessaria perché il risorto si faccia presente è la comunità dei discepoli. «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome lì io sono in mezzo a loro» (Mt. 18,20).

E i discepoli di Cristo si riuniscono fondamentalmente per celebrare l’eucarestia. Gesù risorto si fa presente in mezzo ai suoi nel contesto dell’eucarestia. L’eucarestia diventa così il sacramento, la celebrazione della presenza di Cristo risorto in mezzo ai suoi.

2) Gesù appare a chi dovrà dargli testimonianza. E per dare testimonianza alla risurrezione di Gesù non basta averlo veduto risorto. Anche se può sembrare strano, non è vedere un morto risuscitato che cambia la vita di una persona. Quando Gesù ha risuscitato Lazzaro il sinedrio decide di far morire Gesù (Gv. 11,53). E anche per gli apostoli il fattore determinante, ciò che ha cambiato la loro vita, non è stato vedere Gesù risorto, ma è stato partecipare di quella risurrezione, ricevere in loro la risurrezione di Cristo attraverso lo Spirito Santo. Per questo nel brano di Vangelo odierno Gesù dice loro che saranno testimoni, e subito dopo (v. 49, non compreso nel brano odierno) dice: «restate però in città fino a che non siate rivestiti di potenza dall’alto»; quella potenza che è appunto lo Spirito Santo. Quindi solo dopo la Pentecoste saranno testimoni (anche se già da tempo avevano visto Gesù risorto) perché «è lo Spirito colui che dà testimonianza» (1Gv. 5,6). Perciò quella degli apostoli non è una semplice testimonianza esteriore, di qualcuno che ha visto qualcosa che comunque rimane fuori dalla sua vita. È la testimonianza invece di chi è stato coinvolto nell’evento di cui dà testimonianza.

È la presenza dentro gli apostoli di Gesù risorto per mezzo dello Spirito che li costituisce testimoni.

Essere testimoni di Cristo significa testimoniare che Cristo risorto vive in loro; e la prova è che la loro vita è stata trasformata. Questo punto è ricorrente nelle testimonianze di Paolo riguardo la sua esperienza di Cristo (At. 22; 26; Gal. 1,13ss.). Paolo, come tutti gli apostoli, ha sperimentato una grazia di Dio che lo ha trasformato 1Cor. 15,8-10. È grazie alla Pentecoste che gli apostoli ricevono la “potenza della risurrezione” (Fil 3,10) per mezzo della quale essi possono dare testimonianza della risurrezione. Per questo non c’è alcun vantaggio per chi ha visto Cristo nella carne rispetto alle generazioni future (2Cor. 5,16), perché tutti possiamo ricevere Cristo risorto in noi attraverso l’effusione dello Spirito. E come si riceve lo Spirito? Attraverso la fede nella predicazione. Beati quelli che non avendo visto crederanno (Gv. 20,29). Quando Pietro annuncia la buona notizia alla
famiglia di Cornelio lo Spirito Santo scende sopra di loro (At. 10,44).

2. La fede nella risurrezione.

- Il brano di Vangelo odierno si apre con i discepoli di Emmaus che narrano di come hanno riconosciuto Gesù. Ma perché ciò avvenisse hanno avuto bisogno che i loro occhi “fossero aperti” (Lc. 24,31); e questo si era verificato «nello spezzare del pane» (v. 35), una espressione che nella Chiesa primitiva indicava la celebrazione dell’eucarestia. La cosa curiosa è che dal momento in cui Gesù viene riconosciuto apparentemente non c’è più; non è più visibile agli occhi. Eppure mentre egli c’era essi erano tristi; e quando lui sparisce essi hanno gioia. È l’esperienza delle apparizioni di Cristo risorto. Gesù, anche se ritorna al Padre, continua ad essere presente in mezzo ai suoi. Una presenza assolutamente reale; così reale che i discepoli lo riconoscono veramente presente in mezzo a loro e sono pieni di gioia. L’esperienza dei discepoli di Emmaus è una metafora del cammino che gli apostoli hanno dovuto fare – e come loro devono fare tutti i cristiani – per credere alla risurrezione di Gesù e riconoscere la sua presenza in mezzo a loro.

- La difficoltà di credere nella risurrezione (vv. 37-38.41). Si tratta di un tema ricorrente nei Vangeli.

È chiaro che nessuno si aspetterebbe di vedere una persona morta di nuovo in vita. Però Gesù aveva preparato i discepoli a questo evento. I discepoli hanno avuto una “quaresima” di preparazione alla Pasqua, durata non quaranta giorni, ma qualche anno. Gesù li ha preparati al suo triduo di passione, morte e risurrezione, annunciando loro quanto sarebbe accaduto. Evidentemente essi non capivano queste cose, come si afferma in Gv. 20,9: «Non avevano ancora compreso la Scrittura, che doveva egli risuscitare dai morti» (cf. anche Mc. 8,32; 9,9-10.31-32). Gesù infatti rimprovera i discepoli di Emmaus per la loro ottusità nel comprendere le Scritture (Lc. 24,25-26). Anche se essi erano stati istruiti nelle Scritture e poi da Cristo stesso, tuttavia non capivano. Il fatto è che la risurrezione dai morti è qualcosa di così lontano dalla nostra esperienza, di così estraneo alle nostre categorie, che la sua comprensione ha grandi difficoltà a farsi spazio in noi, anche in chi è molto religioso e conosce le Scritture. Che la morte di Gesù contemplasse la risurrezione era qualcosa che si poteva comprendere soltanto abbandonando gli schemi umani e entrando in quelli divini, che sono lontani dai nostri come il cielo dalla terra (Is. 55,9).

- Cristo è un fantasma? Può succedere allora che anche per dei cristiani praticanti Gesù finisca per essere soltanto un fantasma. Si può avere con lui una relazione come se fosse un reperto storico, un monumento da venerare, un personaggio che ci ha lasciato delle belle parole e dei bei gesti, ma nulla più. In definitiva, si può correre il rischio di avere con Cristo un rapporto come con un caro estinto, al quale portiamo un fiore, accendiamo una candelina, diciamo una preghiera, facciamo dire una messa … e stop. Diverso invece è il rapporto che si ha con i vivi e molto diverso sarebbe il rapporto con Cristo se … fosse (per noi) vivo! Allora abbiamo bisogno anche noi che Cristo vivo, in persona, ci appaia e ci convinca che egli non solo è risorto, ma continua a vivere per sempre. Di più: abbiamo bisogno di credere che quella sua stessa vita, che non è più soggetta alla morte, vuole trasmetterla a noi per mezzo del suo Spirito. E lo Spirito in noi ci darà testimonianza di Cristo (Gv. 15,26).

Per questo Gesù ordina per due volte di “guardare” (v. 39) le sue mani e i suoi piedi, cioè le sue trafitture.

Gesù è, e rimane eternamente, “il trafitto”, secondo quanto era stato profetizzato in s. 53,5 e Zc. 12,10. Occorre guardare quelle trafitture e guardarle con fede, riconoscendo nel trafitto colui che è stato ucciso per il nostro “shalom” e che continua a rimanere vivo per sempre. Quelle piaghe sono il marchio della sua conquista, della sua vittoria sulla morte.

3. La conversione e il perdono dei peccati (Lc 24,47). Dal riconoscimento della nostra ignoranza, della nostra incapacità di comprendere i disegni di Dio, sorge la necessità della conversione (prima lettura). La conversione è la metanoia, un cambiamento di prospettiva, del modo di valutare la realtà, adeguandolo a quello di Dio. In “queste cose” di cui sono testimoni gli apostoli (Lc 24,48) è presente anche l’esperienza del loro fallimento nel capire il mistero pasquale. Anche Paolo farà questa esperienza e darà testimonianza di come, con tutto il suo fervore religioso, perseguitava il Figlio di Dio (At. 22,3-4; 26,9-15). Con tutta la sua scienza umana e religiosa non era stato capace di riconoscere in Gesù il Messia. In questo sta la radice dei peccati da cui abbiamo bisogno di essere perdonati; e il fondamento di questo perdono sta nel riconoscimento che Dio ha realizzato le sue promesse di salvezza attraverso il mistero pasquale compiuto da Cristo. Il perdono dei peccati costituisce l’epilogo di ogni predicazione apostolica sul mistero pasquale (At. 2,38; 3,19; 5,31; 13,38; ecc.).

Possiamo dire che ne costituisce l’esito. Se Cristo ha compiuto il mistero pasquale è per ottenerci la grazia della remissione dei peccati. Ciò significa che

1) la salvezza è un dono gratuito di Dio che ci è stata ottenuta da Cristo, e non è un frutto delle nostre opere;

2) se siamo stati uniti alla morte e risurrezione di Cristo, se abbiamo creduto in lui, come dice são Paolo, possiamo camminare in una vita nuova (Rm. 6,4), liberi dalla tirannia del peccato.

E di questo gli apostoli sono veramente testimoni, e con essi tutti coloro che appartengono alla Chiesa, alla comunità dei salvati.

don Marco Ceccarelli,

 

 

All’inizio della vita della comunità cristiana sta l’annuncio che Gesù Cristo è risorto: nel libro degli Atti si possono rintracciare gli schemi fondamentali della prima predicazione cristiana soprattutto quando sono riportati i discorsi degli apostoli. A Gerusalemme  Pietro (At 3,12-26) pone in risalto da un lato l’agire degli uomini, l’ignoranza, il rifiuto, il rinnegamento e l’uccisione di Gesù; per contro l’azione di Dio che non ha lasciato Gesù nella morte ma lo ha ‘rialzato’: è lui il Padre, Abbà a cui Gesù, il Figlio ha affidato la sua vita.

Con il suo intervento di vita il Padre ha portato a compimento ‘ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il Cristo sarebbe morto’. Pasqua è evento di passione morte e risurrezione. Luca insiste sul fatto che la passione di Cristo è stata predetta dai profeti (cfr. Lc 9,22; 18,31, 22,22; 24,7; At 2,23; 3,18; 4,28). Non si tratta del compimento letterale di una previsione; piuttosto, e molto più profondamente, di una coerenza tra l’agire di Dio nella storia della salvezza e la vicenda di Gesù di Nazaret. La passione e la morte di Cristo sono lette come adempimento del farsi vicino di Dio all’umanità e rinnovamento dell’esperienza dei profeti. Cristo compie le Scritture perché sceglie le vie dell’inermità, del servizio, del prendere le sorti dei disprezzati e allontanati, la via della misericordia. Al centro la testimonianza della morte e della risurrezione di Cristo.

La prima comunità sperimenta il rischio di dimenticare che Gesù aveva scelto di vivere come povero, con i poveri di Jahwè. Nel suo vangelo Luca presenta questo nel percorso di Gesù in libertà e decisione verso Gerusalemme: sapeva che lì avrebbe incontrato il rifiuto e la condanna. La risurrezione è evento di conferma da parte del Padre che la via percorsa da lui verso Gerusalemme è la via della vita e della risurrezione. Il crocifisso è stato glorificato dal Padre.

Nel suo vangelo Luca presenta un incontro con il Risorto a Gerusalemme, centro del suo vangelo, là dove tutto era iniziato, nel tempio di (Lc 1,8). Gli undici e gli altri con loro vivono in modo nuovo l’incontro con Gesù.

Luca nel suo racconto è preoccupato di affermare che il Risorto è il medesimo e la sua presenza è viva e reale. L’incontro con lui è autentico e segna in modo inatteso un nuovo inizio. Intende così contrastare interpretazioni puramente spiritualistiche, presenti forse nella sua comunità, di chi deprezzava la corporeità affermando la risurrezione come una sorta di immortalità dell’anima ma nulla più.

L’incontro con Gesù risorto coinvolge l’esistenza: Gesù non è un fantasma, ma invita i suoi ad incontrarlo in modo nuovo: ‘Sono proprio io’. La relazione con lui segna la vita nella sua concretezza. Luca narra che Gesù chiede di mangiare con loro, accoglie il pesce arrostito che gli è porto e condivide con i suoi.

Gesù rimane, ora in modo nuovo. Luca con il suo racconto intende indicare alla sua comunità in quale modo pè possibile vivere l’espereinza dell’incontro con il Risorto. Al centro sta un’esperienza di fede. Nel mangiare insieme la comunità scoprirà la sua presenza. Gesù in mezzo ai suoi apre all’intelligenza delle Scritture: tornare alle Scritture sarà un altro luogo di incontro reale con lui. ‘Pace a voi’: è il saluto che racchiude il dono del risorto ai suoi. Il dono della pace, accolta e da trasmettere, è forza per essere testimoni.

Alessandro Cortesi op

 

 

Vediamo il Risorto nella sua misericórdia

«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!"». L'apparizione del Risorto ai suoi discepoli non è semplicemente una sua collocazione fisica nel luogo dove si trovavano riuniti: infatti Gesù «sta in mezzo a loro come colui che serve» (Lc. 22,27). Il Risorto si offre e si dona, gratuitamente e per amore, ponendosi al loro servizio, facendosi ancora loro servo. Soltanto in questo modo è possibile che si instauri una vera presenza, cioè una vera esperienza di incontro: come avviene in tutte le relazioni. Gesù, nella sua condizione di risorto dai morti, vive in piena comunione, umana e divina, con noi, continuando a porsi al nostro servizio: questa è la sua costante e perenne presenza in mezzo agli uomini, «fino alla fine del mondo» (Mt. 28,20), cioè sino a che questo mondo non finisca tutto nel regno di Dio.

«Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma... "Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho"». I discepoli faticano a credere nel Risorto perché lo considerano staccato dalla loro condizione: una specie di spirito o di essere celeste. Per credere nella risurrezione è necessario, invece, entrare in contatto - attraverso e dentro la nostra dimensione umana («toccatemi e guardate») - con l'umanità di Gesù Cristo risorto dai morti.

Ancora oggi, anche fra i cristiani "praticanti", c'è chi crede nell'immortalità dell'anima; mentre la dimensione corporea, più immediatamente umana, scomparirebbe. No: il cristianesimo confessa la fede nella risurrezione della carne, cioè della nostra umanità concreta e personale. Nella risurrezione diventeremo pienamente noi stessi: persone umane con la propria identità, nella realizzazione delle facoltà positive, attraverso la consumazione di tutte le fragilità che oggi sperimentiamo (queste sì che scompariranno, non il nostro corpo). Gesù risorto da morte si fa proprio sperimentare dai suoi discepoli nella sua condizione di uomo, nella cui realtà si manifesta tutta la presenza di Dio nella vittoria sulla morte e nel dono di una nuova umanità, nella quale Gesù ritrova veramente se stesso. Ignazio di Antiochia, vescovo e martire del primo secolo, affermava: «Io so e credo che anche dopo la risurrezione il mio Signore è nella carne».

Ma questa carne del Risorto porta i segni della sua passione e morte: «Guardate le mie mani e i miei piedi». Il Risorto va incontrato oggi nella carne dei sofferenti. Il credere nell'immortalità dell'anima porterebbe a uno spiritualismo incapace di prendere sul serio il dolore del mondo. La fede nella risurrezione della carne, invece, riconosce la presenza di Gesù risorto quando tocca la carne ferita e umiliata dell'uomo, quando crea l'incontro tra il mistero del Risorto e il mistero del male del mondo. «E dicendo questo, mostrò loro le mani e piedi»: il Risorto ha un corpo piagato e segnato dal male subito. In questo modo Egli vive una piena solidarietà con i piagati e le vittime del male di oggi e di ogni tempo. Lì va incontrato dalla Chiesa: in quei corpi sofferenti che sono presenti fra noi.

Ma c'è un altro corpo, oltre a quello del Risorto, che è necessario toccare e nel quale è necessario credere: Gesù risorto indica l'importanza delle Scritture. «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosé, nei Profeti e nei Salmi». La parola di Dio ci rivela tutto il piano e l'opera di salvezza di Dio. E il Gesù pasquale è il realizzatore di tale disegno di salvezza del Padre, per cui non potremmo cogliere nella fede la figura di Gesù Cristo se non avessimo le Scritture che lo annunciano.

Ma anche la Parola vive un processo di morte e risurrezione. Ha bisogno, infatti, di essere continuamente compresa alla luce di Cristo. Lui è tutta la misericordia e l'amore del Padre, e ogni espressione della Bibbia ha bisogno di questa chiave interpretativa per essere correttamente compresa. La carne di Gesù è la disponibilità continua e incondizionata del Padre nei confronti di ogni uomo. «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno». È proprio quella carne risorta di Cristo con le sue piaghe che spiega le Scritture.

«Nel suo nome saranno predicati a tutti popoli la conversione e il perdono dei peccati». Il Signore è per tutti, senza alcuna esclusione o preclusione. Gli stranieri non sono dei diversi da noi: sono, alla luce della fede, l'espressione dell'ampiezza che il messaggio del Vangelo vuole raggiungere.

Interpreto i due elementi della conversione e del perdono come un'endiadi: la conversione consiste nel perdono dei peccati. Questo significa che convertirsi non comporta sforzarsi di migliorare il proprio comportamento morale. Vuol dire, invece, accorgersi che il Signore ci previene nell'amore, in modo molto concreto e pertinente alla nostra condizione umana: rapportandosi con noi solo attraverso la sua misericordia.

«Di questo voi siete testimoni». Certamente ci si riferisce a tutto ciò che precede: l'aver toccato la carne piagata e risorta di Cristo, il ricevere le Scritture come profezia della Pasqua, avere il Risorto come chiave interpretativa delle stesse Scritture... Ma ciò che sigilla tutto è la missione di portare a tutti gli uomini la misericordia del Padre in Gesù Cristo, l'unica realtà che ha la capacità di cambiare in bene la vita dell'uomo.

Alberto Vianello

 

 

Prima lettura: negli Atti degli Apostoli, Pietro dichiara il peccato di coloro che hanno ucciso il Signore; al tempo stesso afferma che all'origine del peccato c'è l'ignoranza.

In altre parole, il peccato è sempre un errore che l'ignoranza della legge non scusa. Ignorare la verità non rende innocenti; tuttavia è anche vero che se loro avessero conosciuto tutti gli aspetti della situazione, quegli sbagliati non li avrebbero commessi.

Dio sta sempre dalla parte del perdono, fa di tutto per non condannare, per assolvere e salvare. Questa è la prospettiva positiva, nella quale dobbiamo collocare il cammino della nostra conversione. C'è in gioco la nostra pace interiore, che è fondata sulla pace con Dio. Se siamo in pace con Lui, tutto è più facile. La pace interiore è la condizione necessaria per costruire pace anche all'esterno, con il prossimo. Al contrario, colui che ha lo spirito inquieto, difficilmente sarà in grado di disporsi alla pace con gli altri. È come se, dovendo scalare una montagna, invece di considerare l'obbiettivo della vetta, calcolassimo il numero complessivo dei passi. Ebbene, soppesare la fatica è una battaglia persa prima ancora di averla iniziata. Vincerà la fatica, e noi perderemo ogni slancio e non arriveremo mai alla meta.

La seconda lettura pone in relazione l'amore per Dio e l'osservanza dei comandamenti, ai quali siamo tutti tenuti per fede. "Da questo sappiamo di aver conosciuto Dio: se osserviamo i Suoi comandamenti.". Nel linguaggio biblico, conoscere Dio, conoscere un uomo, una donna, significa amare Dio, amare un uomo, amare una donna. Non si ama Dio se non si osservano i Comandamenti di Dio; non si ama il fratello se non si osservano i comandamenti dell’amore, del patto o della relazione promessa, come tra marito e moglie, tra figli e genitori, tra capi e sudditi.
Vangelo: il corpo di Cristo risorto come è?

Non è diventato Spirito, ma è rimasto corpo umano tanto che Gesù risorto mostra le ferite delle mani e dei piedi agli Apostoli e in S. Luca mangia il pesce arrostito davanti a loro. D’altra parte entra nel cenacolo a porte chiuse ed esce scomparendo nello stesso modo. Quel corpo risorto di Gesù si è unito all’anima che era stata creata da Dio nel momento del concepimento nel grembo della Madre sua Maria e da cui si era separata al momento della sua morte in croce. Quell’anima con quel corpo risorto formano il Cristo risorto, giubilo del paradiso e meraviglia degli uomini che non possono comprendere il mistero.

Questo mistero va creduto: solo la fede ci introduce a quella vita trionfale del Risorto. La stessa fede ci dice che anche il nostro corpo risorgerà alla fine dei tempi e che la nostra anima, separatasi dal corpo al momento della morte temporale, si unirà al corpo risorto per formare il Beato nella gloria del paradiso.

Nel Credo della Messa noi professiamo: “Credo nella risurrezione della carne”, credo che i nostri corpi, mutatosi chimicamente in altre sostanze, risorgeranno e con l’anima, nell’unità di anima e corpo, formeranno i beati del cielo.

Quanto tempo dovrà passare prima che le anime si uniranno di nuovo al loro corpo risorto per formare i beati del cielo? Non c’è computo che abbia valore, perché fuori del temporale non esiste il tempo. Il corpo di Gesù rimase tre giorni nel sepolcro e poi l’anima di Cristo si riunì al corpo rendendolo Re dell’universo, Capo della Chiesa e del Corpo mistico. Il corpo della Madonna forse rimase meno di un giorno nella tomba e la sua anima benedetta si riunì al corpo verginale rendendo la persona la Regina del cielo.

Mentre vivo quaggiù nel temporale, devo avere un grande rispetto per l’anima mia, ma anche per il mio corpo che è l’unico mezzo con cui posso fare il bene e purtroppo anche il male. L’anima non può né meritare, né peccare se non per mezzo del corpo. Il corpo, unito in unità indissolubile all’anima, la condiziona in tutte le sue azioni e in tutte le sue credenze, condizione che cesserà solo con la morte, che è la separazione dell’anima dal corpo: l’azione più violenta per ogni individuo.

padre Antonio Giordano, IMC

 

 

Ma ancora non credevano

«Mostrò loro le mani e i piedi» (Lc. 24,40)

Cosa serve per credere? Di cosa avremmo bisogno perché la nostra fede sia certa e determinata?

Guardiamo i discepoli: vedono, toccano, fanno esperienza, ricevono lo Spirito, incontrano il Risorto, alternano gioia a stupore, paura a turbamento… eppure non riescono a credere. I racconti della risurrezione sembrano essere stati scritti per consolare la nostra incredulità, per darci una pacca sulle spalle, per poter dire a noi stessi: «Coraggio, credere è difficile; lo è stato anche per chi ha visto e toccato».

Credere nella risurrezione è qualcosa che va oltre ogni nostra capacità razionale. Credere in un Risorto ci spinge oltre; ci chiede di relativizzare ogni certezza, ogni bisogno di sicurezza; ci chiede di rimettere ordine alle priorità della nostra vita, spesso fatta di progetti, di opportunità, di traguardi, di obiettivi da raggiungere costi quel che costi.

E invece il Risorto si offre a noi e alla nostra intelligenza portando con sé, e offrendoci, un’esperienza di morte, di sconfitta, di dolore.

Accettarla, farla nostra, assumerla come stile di vita non è questione di sforzo personale, ma di apertura: e tutti i Vangeli della risurrezione, pur in modo diverso ce lo dicono. Dobbiamo lasciarci raggiungere dal Risorto. Dobbiamo permettergli di riempirci del suo Spirito. Dobbiamo lasciarci liberare da lui nella mente e nel cuore.

Apri la nostra mente

Stupore, meraviglia, gioia…

sono solo emozioni, Signore…

ma, per quanto belle,

non sono ancora «fede».

Credere è di più:

è scelta consapevole e determinata;

è fiducia e abbandono;

è cammino vissuto al buio,

guidati da una sola luce

e da una sola Parola.

Parlaci, Signore risorto,

apri la nostra mente alla tua Parola;

sciogli ogni durezza,

ogni bisogno di sicurezza;
prendici per mano e accompagnaci

nel cuore del tuo amore,

svelaci i sentieri del dono,

insegnaci a credere nella tua,

non tangibile, presenza. Amen.

suor Mariangela, fsp

 

 

Dio ci chiederà di mostrargli le mani

Non c’è dubbio: l’ultima parola spetterà alla morte. Fra miliardi di anni la vita si spegnerà nell’universo.

Allora, avrà avuto un senso il nostro passaggio su questa terra o sarà stata una meteora di cui non rimarrà traccia? Ci attende la beffa del nulla totale? La sensazione che abbiamo è di essere prigionieri, incatenati in un mondo destinato alla morte dal quale non ci è concesso fuggire.

Questo è il grande enigma irrisolto al quale gli uomini hanno sempre, disperatamente, cercato di dare una risposta.

La luce della Pasqua ha dissolto per sempre le tenebre e le ombre della morte: questo mondo non è una tomba, ma il grembo in cui crescere e prepararsi per la vita senza limiti, senza confini. Il creato sfocerà in nuovi cieli e nuova terra (2 Pt 3,13).

Prima lettura (At. 3,13-19)

Dopo aver curato uno storpio che chiedeva l’elemosina presso la por­ta del tempio detta “bella” (At. 3,1-10), Pietro pronuncia il discorso da cui è presa la lettura di oggi.

Lo straordinario prodigio che ha com­piuto ha suscitato ammirazione e stupore fra coloro che vi hanno assistito e che si interrogano sull’accaduto: Chi sono gli apostoli? Guaritori dotati di poteri arcani e straordinari?

Pietro chiarisce: “Uomini d’Israele, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest’uomo?” (v. 12). Non è a noi che deve essere attribuita la guarigione che è stata operata, ma alla

fede in Cristo. È un segno evidente che Gesù è vivo.

In questo contesto va inserito il nostro brano.

In quale senso la guarigione di uno storpio mostra che Cristo è ri­sor­to? Forse perché si tratta di un miracolo straordinario che solo Dio può fare? Se così fosse, chi non è in grado di compiere prodigi non potrebbe essere testimone della ri­surrezione.

Nei suoi discorsi, Pietro ripete come un ritornello: “Noi siamo testimoni” (v. 15). Gli apostoli si sentono testimoni della risurrezione perché le opere che com­piono provano, in modo inequivocabile, che Cristo è vivo.

Gesù ha percorso le strade della Palestina annunciando il vangelo, curando i malati, dando da mangiare a chi aveva fame, recuperando chi era perduto. Se queste opere continuano ad essere compiute, con la stessa forza e con lo stesso potere, anche se non accadono miracoli, vuol dire che Gesù è vivo, continua ad agire nei suoi discepoli e il suo Spirito è presente nel mondo.

È in questo senso che ogni discepolo è chiamato a essere testimone della risurrezione. Chi annuncia il messaggio di salvezza, chi si impegna per sconfiggere la fame, il dolore, la malattia, chi rimette in piedi gli “storpi” che non riescono a proseguire il cammino della vita, chi, mosso dallo Spirito, compie le opere di Cristo, è testimone che egli è vivo.

C’è, nel discorso di Pietro, un secondo elemento da rilevare: gli appellativi attribuiti a Gesù, “servo fedele a Dio, santo, giusto, guida alla vita” (vv. 13-15). Non si tratta di titoli onorifici, ma della sintesi della fede dei primi cristiani.

Tutta la prospettiva della vita cambia se si crede realmente che a Gesù spettino questi titoli, se si è convinti che lui, lo sconfitto agli occhi del mondo, sia invece l’uomo riuscito secondo Dio, che sia l’unico santo e giusto e che il cammino della croce da lui proposto conduca alla vita.

Un terzo rilievo riguarda le contrapposizioni drammatiche – fra morte e vita, fra l’opera degli uomini e l’opera di Dio – presenti in questo discorso (vv. 13-15).

Da un lato viene ribadita l’azione degli uomini che uccidono “l’auto­re della vita” e gli preferiscono un assassino (Barabba), dall’altro è collocato l’intervento di Dio che risuscita e dà la vita.

È un messaggio di speranza quello che Pietro comunica: l’amore di Dio riesce sempre a prevalere, ricava il bene anche dagli errori degli uomini. Il suo progetto non può essere annullato dall’ignoranza o dalla malvagità; anche gli eventi più drammatici, i gesti più insensati (v. 17) saranno sempre guidati da lui e fatti rientrare nel suo disegno di salvezza.

Nell’ultima parte del brano (vv. 17-19) Pietro rivolge l’invito alla conver­si­o­ne. Gli errori, i peccati – che non vanno attribuiti alla cattiveria, ma all’ignoranza – non avranno mai l’ultima parola; alla fine ci saranno sempre l’annuncio del perdono e la possibilità di recupero. La guarigione dello stor­pio ne è il segno: anche la persona più “sciancata”, più “paralitica”, sarà curata dalla forza dello Spirito del Risorto.

Oggi come allora – è il messaggio che l’autore degli Atti intende rivolgere ai cristiani delle sue comunità – la guarigione dal peccato passa attraverso due tappe: la prima è la presa di coscienza del male commesso, l’ammissione, senza scuse, di avere sbagliato; la seconda è il cambiamento di vita.

Seconda lettura (1Gv. 2,1-5)

Uno degli errori teologici che si era diffuso nelle comunità di Giovanni era un assurdo ottimismo, un’insensata faciloneria nel campo morale. Alcuni gruppi di discepoli ritenevano che la sapienza spirituale che avevano acquisito e l’illuminazione che avevano ricevuto li rendessero immuni da qualunque peccato.

Giovanni li sconfessa e denuncia con severità la loro pericolosa illusione: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli, che è fedele e giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa. Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (1 Gv 1,8-10).

Il cristiano è cosciente della propria fragilità e riconosce che, anche dopo essere stato perdonato, rimane debole e con­tinua a peccare. Tuttavia, c’è per lui una lieta notizia: anche se pecca, ha, presso il Padre, un avvocato, Gesù Cristo giu­sto (v. l); non deve quindi avere più alcun timore, certo che la salvezza non sarà riservata al piccolo gruppo dei credenti, ma raggiungerà tutti gli uomini (v. 2).

La seconda parte della lettura (vv. 3-5) è rivolta a chi afferma di aver conosciuto Dio, ma non pratica i suoi comandamenti. La fede – dichiara Giovanni – non può essere disgiunta dalla vita; solo “co­lui che osserva la sua parola ha in sé, perfetto, l’amore di Dio” (v. 4). Chi si limita a professare a parole la propria adesione a Cristo, ma non conduce una vita conforme al vangelo, è bu­giardo e si colloca fuori dal progetto di salvezza (v. 4). Questo non significa che andrà incontro alla perdizione eterna: una simile interpretazione sarebbe in contraddizione con quanto è stato appena affermato. È piuttosto un pressante invito a prendere atto che chi si allontana dal Signore e dalle sue vie si stacca dalla sorgente dell’amore, della gioia e della vita.

Vangelo (Lc 24,35-48)

L’esperienza del Risorto narrata in questo brano evangelico ha avuto luogo a Gerusalemme nel giorno di Pasqua, giorno iniziato con il viaggio delle donne al sepolcro e con l’annuncio della risurrezione trasmesso loro da “due uomini apparsi in vesti sfolgoranti” (Lc. 24,1-8).

A notte inoltrata, gli Undici e un gruppo di altri discepoli che si trovavano con loro stavano discorrendo della manifestazione del Risorto che Simone e alcuni altri avevano avuto, quando, trafelati, giunsero i due di Emmaus che riferirono ciò che era loro accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto il Signore allo spezzar del pane.

In questo contesto, che possiamo immaginare di incontenibile gioia, ecco apparire in mezzo a loro Gesù in persona (vv. 35-36).

Ci aspetteremmo la reazione riferitaci da Giovanni: “I discepoli gioirono al vedere il Signore” (Gv 20,20). Luca afferma invece che essi rimasero “stupiti, spaventati e turbati”, credendo “di vedere un fantasma” e sorsero “dubbi nel loro cuore” (vv. 36‑38). La loro reazione ha dell’inspiegabile.

Difficile poi comprendere la ragione della loro difficoltà a credere: “Per la grande gioia non credevano” (v. 41). Come conci­liare la gioia con i dubbi?

Lascia perplessi anche il fatto che Gesù mangi del pesce davanti ai disce­poli (vv. 39-43). Paolo assicura che il corpo dei risorti non è materiale come quello che abbiamo in questo mondo (1 Cor 15,35-44), è un corpo “spirituale”, che passa attraverso porte chiuse (Gv 20,26), dunque non può mangiare.

C’è chi pensa sia accaduto qualcosa di simile a quanto è raccontato nel libro di Tobia, dove si dice che l’arcangelo Raffaele, nel momento in cui si fa riconoscere, dichiara: “A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla, ciò che vedevate era solo apparenza” (Tb. 12,19). Ma questa spiegazione non convince, perché, in tal caso, la “prova” della corporeità data da Gesù sarebbe basata su un’illusione, su un’allucinazione.

Gerusalemme infine è abbastanza lontana dal mare e non è molto probabile che i discepoli potessero tirare fuori subito del pesce arrostito. Il fatto sarebbe stato più verosimile a Cafarnao.

Queste difficoltà, giustamente messe in risalto dai razionalisti, sono preziose: inducono ad andare oltre il significato immediato del racconto per coglierne il senso più profondo. Luca ha fatto ricorso a un linguaggio concreto e a immagini materiali per trasmettere verità ineffabili. Che cosa significano allora la meraviglia, la paura, i dubbi, il fatto di mangiare davanti ai discepoli e poi… quello strano riconoscimento attraverso l’osservazione delle mani e dei piedi? Le persone si riconoscono dal viso, non dalle mani e dai piedi.

Ogni esperienza di Dio narrata nella Bibbia è sempre accompagnata da una reazione di timore da parte dell’uomo. Ricordiamo l’esclamazione di Isaia nel momento della sua vocazione: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono, eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore dell’universo” (Is 6,5); pensiamo a Zaccaria e a Maria che rimasero turbati all’annuncio della nascita di un figlio (Lc 1,12.29) oppure agli apostoli che, durante la trasfigurazione, furono presi dallo spavento (Mc 9,6).

Non si tratta del terrore che si prova di fronte a un pericolo, ma dello stupore di chi riceve una rivelazione di Dio.

Anche nel nostro brano, la meraviglia e la paura sono immagini bibliche. L’evangelista se ne serve per raccontare l’esperienza soprannaturale, ineffabile dei discepoli che sono stati inondati da una luce che non è di questo mondo, ma proviene da Dio: hanno incontrato il Risorto.

Meraviglia e paura accompagnano sempre, anche oggi, le manifestazioni del Signore “in mezzo” alle sue comunità. Meraviglia e paura sono le immagini dei cambiamenti radicali che l’apparizione del Risorto introduce nella vita dell’uomo. Con il suo fulgore, la luce della Pasqua rivela la meschinità di ogni ripiegamento sul mondo presente e spalanca le menti e i cuori su realtà assolutamente nuove, sul mondo dei risorti, mondo che affascina e che suscita meraviglia e paura, perché è il mondo di Dio.

Lasciarsi coinvolgere in questa nuova dimensione non è né semplice né immediato, comporta esitazioni e perplessità. Sono i dubbi cui accenna, non solo il brano evangelico di oggi (v. 38), ma ogni racconto delle esperienze del Risorto.

Scetticismo, incredulità, incertezze sull’identità di colui che appariva hanno caratterizzato il cammino lento e faticoso che ha condotto gli apostoli alla fede. A loro, come a noi, la realtà della risurrezione è apparsa, in certi momenti, troppo bella per essere vera. In alcune circostanze hanno avuto la sensazione di avere a che fare con fantasmi; altre volte, com’è accaduto sul lago di Tiberiade, non hanno riconosciuto nel Risorto il Maestro che avevano seguito lungo le strade della Palestina. Persino dopo l’ultima manifestazione su un monte della Galilea – nota l’evangelista Matteo – “alcuni continuavano a dubitare” (Mt 28,17).

I loro dubbi, persistenti anche dopo tanti segni offerti dal Signore, provano, anzitutto, che gli apostoli non erano dei creduloni; poi mostrano che la fede non è una resa di fronte all’evidenza, ma è la risposta libera a una chiamata. Ci sono sempre buone ragioni per rifiutarla e il fatto che esistano dei non credenti prova che Dio agisce in modo molto discreto, non si im­pone, non fa violenza alla libertà dell’uomo.

L’insistenza di Luca sulla corporeità del Risorto nasce da una preoccupazione pastorale: i cristiani ai quali si rivolgeva erano imbevuti delle idee filosofiche greche, non negavano che, dopo la morte, si entrasse in una nuova forma di vita, ma questa era ridotta alla sopravvivenza della componente spirituale dell’uomo. Il corpo materiale era considerato una prigione per l’anima che aspirava a staccarsi dalla terra e a salire verso il cielo. La risurrezione corporea era inconcepibile e, quando riferivano di apparizioni di morti, immaginavano sempre ombre, spiriti, fantasmi.

Per far recepire la novità della concezione cristiana della risurrezione a chi era legato a questa cultura, Luca – unico fra gli evangelisti – è stato costretto a ricorrere a un linguaggio molto “corporeo”. I discepoli – assicura – hanno toccato il Risorto, hanno mangiato con lui, sono stati invitati a guardare la sua carne e le sue ossa.

Sono affermazioni di un realismo sconcertante. Se non si tiene presente chi sono i destinatari e qual è l’obiettivo che ha indotto Luca a esprimersi in questo modo, si corre il rischio di equiparare la risurrezione di Gesù alla rianimazione del suo cadavere, al suo ritorno alla forma di vita che aveva prima.

I risorti non riprendono il corpo materiale, composto di atomi e molecole, che avevano in questo mondo. Non avrebbe senso essere spogliati, nel momento della morte, di questo corpo, per poi riaverlo nel giorno della risurrezione dei morti. Dio non può aver decretato la morte dell’uomo per poi ridargli la stessa forma di vita. Se lo ha destinato alla morte è stato per introdurlo in una forma di vita nuova, completamente diversa dall’attuale, tanto diversa da non poter essere né immaginata né verificata. I nostri sensi non sono in grado di captarla, può essere colta solo at­traverso segni e venire accettata nella fede.

A questo punto tentiamo di riformulare il messaggio teologico del brano impiegando un linguaggio più comprensibile alla nostra cultura.

Il Risorto – assicura Luca – non era un fantasma, ma lo stesso Gesù che i discepoli avevano toccato con le loro mani e con il quale avevano mangiato. Aveva cambiato aspetto, in lui era avvenuta una sublime metamorfosi che lo rendeva irriconoscibile; era trasfigurato, ma non era un’altra persona; conservava il suo corpo, la sua capacità di manifestarsi esteriormente, di rapportarsi, di comunicare il suo amore, ma il suo era un corpo diverso dal nostro, era – come insegna Paolo – un corpo “spirituale” (1Cor. 15,44).

Ora egli ha un corpo che gli permette di continuare a mangiare e bere con noi, cioè, a prendere parte alle nostre speranze e alle nostre delusioni, alle nostre gioie e ai nostri dolori. Non è irraggiungibile, non è uno spirito irrimediabilmente lontano e staccato dalla nostra realtà. Anche dopo il suo ritorno al Padre, egli rimane pienamente uomo, rimane uno di noi.

E non è l’unico risorto, è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti (Col 1,18). Ciò che è accaduto a lui si ripete in ogni discepolo. Al momento della morte, non avverrà una scissione dell’anima dal corpo (questa è filosofia greca, non una concezione biblica), ma l’uomo, nella sua interezza, entrerà trasfigurato nel mondo di Dio.

Ora si comprende meglio anche l’invito del Risorto a guardare le sue mani e i suoi piedi (v. 39). Mentre le persone vengono identificate dal volto, Gesù vuole essere riconosciuto dalle mani e dai piedi. Il richiamo è alle ferite impresse dai chiodi e alla croce, apice di una vita spesa per amore.

Anche da risorto, il corpo di Gesù conserva i segni del dono totale di sé.

Dio non ha altre mani se non quelle di Cristo, inchiodate per amore. Sarebbe blasfemo immaginare che esse possano fare del male all’uomo. Non ha altri piedi se non quelli di Cristo, inchiodati, e li mostra per dirci che non potrà mai allontanarsi da noi.

È contemplando queste mani e questi piedi che l’uomo scopre il vero, unico Dio.

Anche il cristiano verrà riconosciuto dalle mani e dai piedi. Beati coloro che potranno mostrare a Dio le loro mani e i loro piedi segnati da gesti d’amore. Con Paolo potranno gloriarsi: “Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17).

Nell’ultima parte del brano (vv. 44-48) viene indicato il modo per fare oggi l’esperienza del Risorto: è necessario aprire il cuore all’intelligenza delle Scritture. È attraverso le Scritture che Cristo continua a mostrare ai discepoli “le sue mani e i suoi piedi”, cioè i suoi gesti di amore.

Poi è introdotto il grande annuncio, presente anche nelle altre due letture: “Nel nome di Cristo sa­ranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono dei pec­cati”.

Credere nella risurrezione del Signore comporta un cam­biamento radicale nel modo di pensare e di vivere. La notte di Pasqua segnava, per i primi cristiani, il passaggio dalla morte alla vita, attraverso il sacramento del battesimo (1Gv. 3,14).

L’annuncio della risurrezione di Cristo è efficace e credibile solo se i discepoli possono, come il Maestro, mostrare agli uomini le loro mani e i loro piedi segnati da opere d’amore.

padre Fernando Armellini

 

 

Sono io, toccatemi!

Nei cinquanta giorni del tempo pasquale la Sposa degusta con calma piena di gioia il mistero pasquale del suo Sposo, nel quale anch’essa viene risucchiata per avere la vita.

La pasqua – passaggio di Gesù più che sua passione – dispiega tutta la sua potenza di vita raccolta nel nocciolo del triduo pasquale e lo distende in un tempo di grazia, di contemplazione e di immersione vitale.

La Chiesa si incendia del fuoco d’amore dell’Agnello vittorioso e assapora il mondo nuovo di relazioni e di dono che da Gesù risorto è donato da vivere. La Chiesa è stupita della gloria dello Sposo e lo supplica con amore: “Prendimi con te, fammi totalmente tua, trasformami in te”!

Ha glorificato il suo servo

Nella prima delle cinque scene degli Atti degli Apostoli (At. 1,15–8,3) l’azione sosta in Gerusalemme e di descrive la comunità con i dodici apostoli. All’inizio (3,1-26) della terza sottosezione (3,1–5,42) vengono riportati la guarigione dello storpio al tempio per opera di Pietro (e di Giovanni) e il successivo discorso esplicativo di Pietro.

Nel suo discorso (At. 2,13-26) pronunciato sotto il lato orientale della spianata templare – il Portico di Salomone –, Pietro chiarisce con precisione che la guarigione dello storpio non è frutto della forza terapeutica propria dei Dodici, rappresentati dal loro capo e portavoce, Pietro. Essa non è effetto del loro “potere/exousia” o della loro “pietà religiosa/eusebeia”, ma effetto della risurrezione di Gesù operata dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei “nostri” padri. Espressione che riprende Es. 3,6.15.16, che sarà ripresa nella parte iniziale della preghiera delle Diciotto Benedizioni ed entrerà come formula fissa nella liturgia sinagogale.

Il Dio dei padri ha “glorificato il suo servo/edoxasen ton paida autou” Gesù. Nella coscienza della Chiesa primitiva, che esprime qui la più antica delle sue formulazioni teologiche con le quali tentava di interpretare e di esprimere il mistero pasquale, il Padre ha glorificato Gesù facendolo risorgere dalla morte umanamente ingloriosa e infame alla quale era stato condannato.

Gesù è il “servo/pais” del Padre, un titolo riservato ai grandi inviati scelti da YHWH per un importante compito nella storia della salvezza.

Servi di YHWH furono Abramo, Giosuè, Mosè, Davide (cf. At 4,25). Un titolo di tono “ebraico” che la Chiesa conservò per Gesù ancora nel II secolo, ma che fu poi abbandonato perché nella Chiesa a maggioranza gentile/dalle genti aveva perso la sua risonanza biblica di tenore elevato.

Il Padre risvegliò/egeirō il Figlio, il Padre “glorificò/doxazō” il suo servo, Gesù “risorse/anistēmi” per virtù propria. I tre linguaggi pasquali impiegati dalla Chiesa primitiva convergono a illustrare la dimensione trinitaria della risurrezione (come del resto lo fu in precedenza la passione).

Avete rinnegato il Giusto, l’iniziatore della Vita

Il Dio dei padri ha glorificato qualcuno che era stato ingiustamente umiliato, straziato, disprezzato e rigettato. Un “rinnegato/ērnēsaste” (vv. 13.14) dal suo stesso popolo. Pietro è franco nel rinfacciare al “popolo/laos” (vv. 11.12), agli “uomini israeliti/andres israēlitai” (v. 12) il fatto di aver “tradito/consegnato/paredōkate” e “rinnegato/ ērnēsaste” il servo di Dio, Gesù, davanti a Pilato, proprio nelle circostanze (temporali) e benché (concessivo) questi “fosse del parere/aveva giudicato/krinantos” di rilasciarlo.

I contrasti descritti da Pietro sono prolungati e impressionanti per la loro forza intrinseca. Il prefetto romano aveva deciso di rilasciare Gesù, il “santo/hagion” e il “giusto/dikaion”; il popolo invece lo “tradisce”, lo “rinnega” e chiede che, al suo posto, “gli sia fatta la grazia/sia graziato/charisthēnai” di un “uomo assassino/andra phonea”.

Gesù, che Dio ha risvegliato dai morti, è “l’iniziatore della vita/archēgōn tēs zōēs” che il popolo “ha ucciso/apekteinate”. Un verbo forte, crudo. Il popolo ha preferito un assassino che spegne la vita degli uomini a colui che è l’iniziatore della “vita piena/vita divina/zōē”.

Gesù è la causa prima, il fondatore, l’iniziatore, il capo della vita divina. Egli infatti è il primo risorto dai morti (cf. At 26,23), «esemplarmente liberato da Dio dal potere della morte [2,24]. Ora gli attori della passione hanno “ucciso” colui che Dio destinava a incarnare il suo progetto di vita per i suoi» (Marguerat). Ma Dio lo ha risvegliato dai morti, «cosa di cui siamo testimoni» afferma Pietro. Siamo garanti della vita di Gesù (10,39) ma soprattutto dell’evento di Pasqua (1,22; 2,32; 5,32).

Forte è il contrasto morte-vita contenuto in questi versetti. Pietro vuol sottolineare soprattutto questo: proprio perché è stato risuscitato dai morti, Gesù possiede la capacità di compiere dei miracoli di vita fra gli uomini.

La fede nel Nome

Non basta però il dato oggettivo della risurrezione di Gesù dai morti. Il paralitico giaceva rassegnato e “dipendente/succube” («era portato e ogni giorno lo deponevano verso la porta del tempio», 3,2) sulla soglia del luogo dove Dio aveva deciso di stabilire il suo nome (cf. Dt. 12,5.21; 16,6; 26,2; 2Sm. 7,13; 1Re. 3,2; 5,17; 8,16.20; 9,3; 1Cr. 22,7; Tb. 13,13; Sl. 74,7; Sir. 47,13Ger. 7,10.30), un nome di vita.

Ciò che lo ha rimesso in piedi è stata la sua fede soggettiva, personale nel Nome di Gesù, cioè la sua completa fiducia e il pieno affidamento alla persona di Gesù. Ha guardato con fiducia all’apostolo che gli rivolgeva la parola.

Il Nome che abitava il tempio si è mostrato essere colui che ha inviato il suo servo Gesù, nel cui Nome unicamente si può avere la vita e la salvezza (cf. At 4,12). Per la fede nel Nome/Persona di Gesù, il Nome di Gesù “ha reso solido il nome/la persona/estereōsen” che il popolo vede e ben conosce da lunga data.

Il Nome di Gesù risorto “consolida” la vita paralizzata degli uomini, la renda salda, risorta, autonoma, non più succube dell’umiliante necessità quotidiana dell’aiuto di terzi. Una vita completamente sana, sanata nella sua interezza olistica (holoklēria).

La vita del Nome del Risorto diventa vita dell’uomo che cercava la vita come elemosina alle soglie del tempio, dove risiedeva stabilmente il nome di YHWH. Tutti lo possono vedere e costatare. La fede del paralitico nel Risorto rimette ora in piedi una vita spezzata, paralizzata, “deposta” come un oggetto alle soglie del tempio di YHWH, il Dio della vita.

Dio l’ha compiuto così

Nessuna ideologia antigiudaica sulle labbra di Pietro. Il suo discorso esplicativo del miracolo giunge alla svolta decisiva (“e ora/kai nyn”, v. 17). Il “voi/hymeis” (v. 13) accusatorio – nella verità – è un’accusa fatta “in famiglia”, un litigio chiarificatore che non dimentica il fatto di essere tutti figli del «Dio dei nostri padri» (v. 13).

Il “popolo/laos” (vv 11.12) è teologicamente connotato come popolo santo, popolo di Dio, popolo di Israele composto di “fratelli/adelphoi” (v. 17) e Pietro si riconosce pienamente inserito in esso, nella sua famiglia. “capi/hoi archontes” compresi. Pietro non ha altri padri, non ha un altro Dio!

«Avete agito per ignoranza/kata agnoian praxete» (v. 17), confessa al popolo di sapere molto bene (oida). La sua non è una conoscenza acquisita per esperienza pratica (ginōskō), ma una conoscenza frutto di “visione (oida < perfetto di horaō, vedere)”, di contemplazione e di acquisizione teologica donata dall’alto. Il piano della salvezza, preannunciato dai profeti assistiti da YHWH secondo le loro prospettive storiche e progressive, «Dio lo ha portato a compimento in tal modo/ho theos… eplērōsen houtōs». Rientra nel piano salvifico voluto e abbracciato dall’amore preveniente del Padre che il suo Cristo/Unto/Messia dovesse “soffrire = morire/pathein”.

L’amore è venuto incontro alla storia. Il Padre è venuto ad abbracciare e salvare i suoi figli dall’interno della loro malvagità e della loro violenza.

Nella sua benevolenza, egli non ha più scelto una via didattica, miracolistica o bellica. Ha abbracciato una scelta di amore disarmato, incarnato, debole. Un amore onnipotentemente debole. Ha scelto una “quinta colonna” che vincesse il male dall’interno: una modalità inaspettata nei suoi particolari, ma efficace in pienezza. Ha donato il Figlio alla storia di violenza e di peccato degli altri suoi figli. «Questo è il modo/houtōs» scelto dal Padre per il compimento pieno del suo progetto, preannunciato da tutti i profeti, ma non dettagliato nei suoi particolari di esecuzione.

Convertire l’ignoranza

“Iniziate a cambiare mentalità/metanoēsate” (imperativo aoristo ingressivo) e “iniziate a invertire il senso di marcia/con-vertitevi/epistrepsate” (imperativo aoristo ingressivo), chiede Pietro ai suoi “fratelli”, capi per primi.

Il campo di battaglia storico ha visto confrontarsi un piano salvifico divino che forse in parte eccedeva – nelle sue paradossali modalità esecutive – le possibilità di comprensione e di accettazione da parte degli uomini. Era necessaria la fede, l’abbandono incondizionato a una modalità nuova di azione di Dio nell’instaurazione della alleanza nuova/rinnovata preannunciata dai profeti (cf. Ger. 31,31ss; Ez. 11,19; 18,31; 36,26).

La Torah nel cuore, un cuore di carne e non di pietra, lo spirito di YHWH dentro l’uomo. Un preannuncio esaltante, decisivo, risolutivo. L’assunzione incarnata della violenza umana che non percepisce e non accetta l’offerta paradossale di YHWH in Gesù è però la modalità nuova escogitata da YHWH/dal Padre per il compimento pieno del suo progetto di salvezza. La fedeltà di Israele ai comandi di YHWH – specialmente a quello di mantenere il monoteismo – è ammirevole.

Israele ha forse rifiutato Gesù e disobbedito a YHWH per obbedire ai comandi di YHWH stesso? Il suo peccato è tale fino in fondo? In ogni caso, ora è aperta generosamente la via della conversione dall’“ignoranza” teologica. L’amore crocifisso e risorto può parlare a tutti i cuori. Quel “fratello” rigettato ma ora glorioso è venuto per tutta la sua famiglia, il suo popolo, per tutta la famiglia dei popoli.

Accogliete l’amore onnipotentemente debole…

Sono io, toccatemi

Gesù risorto viene incontro agli Undici, riuniti nel cenacolo con i due discepoli di Emmaus e altre persone. Nel suo incontro pasquale egli prende l’iniziativa e si pone in mezzo alla comunità stranita e colta da travisamenti di persona. Gesù dona ai suoi la pace pasquale/eirēnē hymin, il benessere integrale, il compimento della totalità dei beni messianici.

Fra i presenti regna lo sconvolgimento/ptoēthentes e la paura/timore/emphoboi. Sono scosse psicologiche continue/tetaragmmenoi e ragionamenti falsi/dialogismoi che sono comprensibili in quei frangenti che fanno combaciare i lembi della storia con il mondo definitivo di Dio, fuori del tempo, dello spazio e della sensibilità umana.

Gesù risorto insiste, però, nel confermare la permanenza della sua identità anche nel passaggio dal mondo degli uomini a quello del Padre.

Il Gesù della storia è identico al Cristo della fede. Egli invita i suoi a guardare le mani e i piedi trafitti dai chiodi, a toccare e constatare che egli non è puro spirito, un fantasma, ma un corpo vivente integrale, seppur trasfigurato dalla Pasqua.

Gesù risorto non è un fantasma: si può vedere, toccare. Egli chiede addirittura di poter mangiare con i suoi e lo fa alla loro presenza. Un realismo che Luca sottolinea con forza, perché per lui è decisivo sottolineare la continuità e l’identità della persona di Gesù prima e dopo la pasqua di morte e risurrezione.

Gli apostoli sono increduli per la gioia e pieni di meraviglia. La gioia del riconoscimento e la partecipazione al cibo ricorre anche nel momento in cui l’angelo Raffaele rivela sua identità a Tobi e a Tobia al momento del felice ritorno a casa: «Allora furono presi da grande timore/etarachtēsan tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura/ephobēthēsan. Ma l’angelo disse loro: “Non temete: la pace sia con voi/eirēnē hymin estai. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io stavo con voi non per bontà mia, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. Quando voi mi vedevate mangiare, io non mangiavo affatto/ouk ephagon: ciò che vedevate era solo apparenza/horasin”» (Tb. 12,16-19).

L’evangelista Luca mostra di conoscere bene gli ultimi scritti elaborati dagli ebrei e adottati dai discepoli di Gesù, scritti direttamente in greco verso la fine del secondo tempio e tuttavia non accettati nel canone ebraico. Li conosce, li sfrutta, ma introduce con libertà le sue modifiche per descrivere la novità di Gesù risorto.

Aprì la loro mente per comprendere le Scritture

Gesù risorto ricorda ai presenti la corrispondenza perfetta tra gli avvenimenti che sono successi e le parole che egli aveva detto/rivelato/elalēsa loro chiaramente almeno tre volte mentre era ancora con essi lungo la salita decisiva verso Gerusalemme (cf. Lc. 9,22: «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno»; Lc. 9,44-45: «“Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”. Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento»; Lc. 18,31-33: «Poi prese con sé i Dodici e disse loro: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”. Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto».).

Il suo progetto di vita e di donazione era già stato preannunciato nei tre corpi vivi della letteratura ebraica che andarono a formare l’Antico Testamento ebraico (e cristiano): la Torah, i Profeti/Nebi’îm e i Salmi (= cioè gli Scritti/Ketûbîm).

Il progetto divino è espresso da Luca con la sua particolare espressione: “è/era necessario/dei”. Non è una necessità cieca, un fato ineluttabile che, come una spada di Damocle, pende inesorabile sul collo di Gesù. È un piano divino di salvezza in cui tutto si tiene: anticipi in persone ed eventi, riprese con slanci e ritorni all’indietro, inizio di realizzazione piena, compimento escatologico definitivo.

Gesù “apre/spalanca/diēnoixen” la mente/intelligenza/noun degli Undici e degli altri presenti perché comprendano/synienai le Scritture, la mirabile connessione e intersecazione di annunci e di realizzazioni che connette intimamente la sua persona e la sua vicenda all’insieme della storia della salvezza fin qui attuata dal Padre.

Conversione e perdono

Per autocomprendersi, Gesù si immergeva quotidianamente nella preghiera e nella lettura delle Scritture. Più o meno chiaramente vi era abbozzato un disegno, una logica con la quale il Padre procedeva nel suo dialogo con Israele e tutte le genti.

La salvezza sarebbe stata attuata non con la violenza, ma con strumenti deboli, impari, paradossali (cf. Gedeone e i filistei [Gdc. 7,16-22]; Davide e Golia [cf. 1Sm. 17,12-54] ecc.).

La salvezza sarebbe giunta attraverso l’assunzione della sofferenza ingiusta e della morte immotivata inflittagli dall’autorità romana spalleggiata da quella giudaica.

La Scrittura prevedeva il piano salvifico che doveva realizzarsi per volontà d’amore del Padre.

Dopo la morte e la risurrezione di Gesù, esso prevede anche la necessità di annunciare la conversione/il cambiamento di mentalità/metanoian in vista del perdono dei peccati. E questo a tutte le genti/eis panta ta ethnē, appoggiandosi sulla base sicura del Nome/Persona di Gesù /epi tōi onomati autou.

L’universalismo della salvezza era già previsto e insito nella vocazione ed elezione inclusiva di Abramo al momento dell’appello a uscire da Harran (cf. Gen 12,1-3), ma era andato illanguidendosi nella coscienza di Israele. L’apostolo Paolo lo avrebbe fatto rivivere con forza.

Cominciando da Gerusalemme

L’annuncio della conversione in vista del perdono dei peccati dovrà essere iniziato da persone (cf. v. 47 arxamenoi, participio presente continuativo maschile plurale), a cominciare da Gerusalemme. Essa sarà l’inizio geografico dell’annuncio ma soprattutto il suo inizio teologico, storico-salvifico.

Gerusalemme ha il diritto, il privilegio storico-salvifico di sentirsi annunciare per prima la possibilità della conversione in vista del perdono dei peccati. La madre che accoglie con forza centripeta irresistibile la “salita” delle genti, l’alta marea dei popoli che vi affluiscono per imparare la Torah della pace (cf. Is. 2,1-5) dovrà essere la prima a sentirsi annunciare la possibilità della pace messianica escatologica attuata dal suo figlio migliore, «la tua [ = di YHWH] salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (così l’anziano Simeone nel tempio, mosso dallo Spirito: cf. Lc. 2,30-32). Dopo il peccato, alla madre vengono annunciati la conversione e il perdono.

«“Di questi fatti/toutōn” voi (siete) testimoni», afferma Gesù. All’inizio della seconda parte della sua opera, Luca scriverà negli Atti degli Apostoli concentrando l’oggetto ed espandendo il campo di attuazione: «… “di me/mou” sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At. 1,8).

Gli apostoli diventeranno testimoni del Gesù della storia identico al Gesù della fede, diventano essi stessi – con la parola e le traversie della loro vita – parte dell’annuncio pasquale rivolto a tutta l’oikoumenē (cf. At. 24,5) e a tutte le genti/eis panta ta ethnē viventi sotto la luce del sole (Lc. 24,47).

Roberto Mela

 

 

Ancora una volta il vangelo torna questa domenica a porci la domanda fondamentale su come si fa a credere nella resurrezione, su cosa vuol dire credere che Gesù è morto e poi risorto con il suo corpo. Infatti è più facilmente accettabile questa storia se la consideriamo come un mito, una leggenda simbolica e figura di realtà spirituali. Sarebbe più facile credere che Gesù mori simbolicamente, passò indenne attraverso la passione e la croce e poi il suo spirito apparve ai discepoli. In fondo la fisicità di Gesù, della sua passione e morte, così come la corporeità della sua resurrezione ci suscita molti problemi.

Ma Gesù è risorto con il suo corpo e la sua resurrezione prepara e in qualche modo rende possibile la stessa resurrezione dei nostri corpi. Lo sconcerto dei discepoli ad accettare questa realtà è lo stesso nostro. Infatti se Gesù fosse apparso loro come una nube scintillante e un tuono potente, forse avrebbero accettato più facilmente la sua manifestazione. Pietro e Giovanni quando Gesù si era mostrato loro trasfigurato, con le vesti sfolgoranti e avvolto in una nube luminosa avevano detto “è bello per noi stare qui” e volevano restarci per sempre (Mt 17,4). Ma ora Gesù torna ferito e senza appariscenti segni di gloria. Anzi come segno distintivo della propria resurrezione mostra proprio le mani e i piedi trafitti sulla croce, cioè i segni del suo dolore e morte. Sono questi i segni della gloria di Gesù risorto, perché sono quelli che dimostrano che il suo amore è più forte del dolore e della morte: è tornato da loro per amore, nonostante tutto, nonostante il loro peccato e la durezza della sua passione.

Quanto è difficile per i discepoli accoglierlo! Eppure dovrebbe essere la cosa più naturale e alla loro portata. E come è difficile per noi accogliere un Gesù che non si accontenta di dare qualche direttiva, di affermare alcuni valori come la giustizia, l’onestà, la fedeltà, la rettitudine, ecc… che non si limita a qualche momento forte di entusiasmo o esaltazione, ma pretende invece di entrare nella carne della nostra vita con i segni della passione che noi facciamo di tutto per evitare e non prendere nemmeno in considerazione, e di farla risorgere tutta intera, carne e spirito, desideri e peccato, debolezza e forza, gioia e dolore, ecc… I discepoli, proprio come noi, non credono e non capiscono, sono sconcertati, spaventati e felici, ma increduli.

Gesù però non si arrende e insiste: mangia con loro e, soprattutto, parla con loro. Ancora una volta Gesù non prende la scorciatoia di convincerli con l’eccezionalità di segni straordinari. Gesù non è un mago che trae credibilità per i suoi portenti. Ancora una volta Gesù rivela che la sua unica forza è la Parola. Lui che è il Verbo, cioè la Parola di Dio, e che come tale si è manifestato fin dall’inizio della creazione, quando Dio disse e le cose iniziarono ad esistere, così ora, Gesù è innanzitutto Parola che si esprime, che spiega, che mette insieme le persone e le unisce a sé e che vuole comunicare agli uomini la forza stessa della sua resurrezione.

È quello che Gesù continua a fare con noi. Ci raccoglie la domenica e ci parla, ci spiega, ci comunica la realtà della sua resurrezione, si fa presente col suo corpo e sangue che viene in mezzo a noi per la forza delle parole del vangelo pronunciate. E la parola è allo stesso tempo fisica, proferita da una persona reale, in una lingua specifica, con un tono e un volume concreto, ma è anche portatrice di un contenuto che va oltre la fisicità e tocca le corde profonde del cuore, dona spirito, apre visioni, illumina e scalda cuori e menti.

Gesù dice: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” cioè ricorda che aveva già annunciato loro cosa doveva avvenire, ma essi non avevano ritenuto credibili quelle parole, le avevano tralasciate come qualcosa di trascurabile e non essenziale. Sono le parole della Scrittura. Nel momento in cui tutto andava bene, in cui erano circondati da fama e successo le parole con cui Gesù parlava di passione, morte e resurrezione non erano risultate credibili per loro. E lo stesso è per noi: la Parola di Dio ci parla ogni domenica della realtà profonda del nostro vivere, ci rivela che oltre la realtà così presente del male c’è la prospettiva della resurrezione che lo vince con l’amore, ma tutto questo ci sembra qualcosa di trascurabile e poco rilevante, perché facciamo a meno di entrare in tali questioni. Per questo poi, quando veramente viene il momento in cui si fa dolorosamente  presente nella nostra vita e il male, restiamo increduli e sconcertati, perché non abbiamo ritenuto necessario conservare quelle parole e dargli fiducia. Eppure i discepoli avevano anche avuto la testimonianza verbale delle donne che avevano visto il sepolcro vuoto o i discepoli che lo avevano riconosciuto sulla via di Emmaus non era stata sufficiente. Ma le parole non sembrano bastare loro.

Fratelli e sorelle non trascuriamo di dare fiducia e di conservare come un tesoro prezioso le Parole che Dio ci rivolge nella sua Scrittura. Sono indicazioni preziose, come dice anche Giovanni: “Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.” Gesù ci dice che non ha altre armi per convincerci della forza straordinaria della sua resurrezione. Sì sono parole semplici e umili, che non hanno la forma di prodigi straordinari, ma possiedono una profondità unica, perché sono vere e di salvezza. Con la sua Parola Gesù si fa presente fra noi e comunica la forza della sua resurrezione. Non basta sapere, non basta conoscere, come dicevamo già domenica scorsa, bisogna incontrare Gesù, e noi lo possiamo fare ogni volta che egli ci parla.

 

 

Per quanto i racconti delle apparizioni siano diversi, come potete notare in queste domeniche dopo Pasqua, in tutti si possono rilevare due elementi essenziali e costanti. Anzitutto l’iniziativa è sempre e solo di Gesù [1]. Le sue apparizioni non avvengono in seguito a un’attesa spasmodica dei discepoli: infatti appare loro nei modi e nelle forme più impensate e quando meno se lo aspettano. Non sono loro che gli vanno incontro, ma è sempre e solo lui che va incontro ad essi. Ciò mette in rilievo il carattere non-soggettivo, ma reale delle apparizioni. Certo, sono discepoli che «vedono» Gesù, ma perché egli «si fa vedere». Difatti, come egli si mostra quando i discepoli non lo attendono, così scompare all’improvviso, come nell’episodio dei due discepoli di Emmaus.

Un secondo elemento costante delle apparizioni di Gesù è il riconoscimento. In Colui che si mostra loro in forme diverse, i discepoli riconoscono il Gesù che era stato con loro e che era stato crocifisso, ma non subito e spontaneamente, bensì lentamente e con molta difficoltà. Tanto che Gesù stesso deve rimproverarli della loro lentezza nel credere che si tratti di lui e deve convincerli che non è un fantasma, un’allucinazione, mostrando le mani e i piedi trafitti da chiodi e il costato trapassato dalla lancia e chiedendo loro di mangiare [2].

L' evangelista Luca, che ci narra questo brano evangelico, si ricollega innanzitutto ad una delle prime apparizioni di Gesù Risorto, avvenuta ad Emmaus, allorché il Maestro era stato riconosciuto allo spezzare del pane, da due suoi discepoli. Poi “Gesù in persona”, come dice Luca, appare la stessa sera di Pasqua, ai suoi discepoli. E dopo averli salutati con la parola "Shalom", che significa “Pace”,  si presenta in tutta la sua corporeità, come per dire: “Eccomi, sono io, Gesù, il Vostro Maestro”. Ma essi credono di vedere uno spirito e sono “stupiti e spaventati” di fronte al Signore.

“Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?  Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”.

Dopo aver incontrato l’incredulità, mista a stupore, dei suoi discepoli, Gesù mostra loro le lesioni visibili alle mani, ai piedi, e al costato.

È veramente grande la meraviglia di questo gruppo di pescatori di Galilea. E allora lo stupore diviene gioia profonda. Si trovano di fronte a qualcosa di irripetibile e inimmaginabile, oltre e gioioso: il ritorno del loro Maestro.   Gli offrono una porzione di pesce arrostito. Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro. La sua è una duplice dimostrazione: è vivo, è vero e Presente.

È evidente, nella logica del racconto, l’intenzione del Risorto nel voler mostrare la propria corporeità. Poi, dice: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”.

Allora Gesù apre loro la mente all'intelligenza delle Scritture e dice:  “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.  Di questo voi siete testimoni”.

Cosa appare in questa storia? Ovvero quali spunti di riflessione e quali domande provoca in noi questo brano evangelico di Luca che ha delle affinità con quello di Giovanni che abbiamo ascoltato la volta scorsa, dando, agli studiosi[3], l’idea che tali racconti abbiano avuto una matrice comune ancora più antica rispetto a queste narrazioni?

Cosa vogliono dire, a noi, coloro che hanno annunciato il Cristo Risorto presentando la sua risurrezione come la realizzazione di quelle stesse profezie che preannunciavano la sua morte?

C’è una cosa che ci colpisce subito: A Gesù che prende l’iniziativa di manifestarsi, da Risorto, i racconti contrappongono un momento negativo di risposta, anzitutto interiore, da parte dei suoi discepoli. Subito dopo la situazione si sblocca con il riconoscimento di Gesù che dopo aver mostrato le ferite alle mani, ai piedi ed al costato, chiede addirittura da mangiare.

Si ha l’impressione che l’accettazione di Gesù Risorto avvenga nel momento in cui si ricrea l’intima comunione con i suoi amici. Forse per questo le esperienze pasquali sono state vissute solo dagli amici di Gesù” [4].

Ma torniamo alle Scritture che Gesù ha citato. Lui lo aveva ricordato spesso che avrebbe dovuto sopportare l'ignominia della croce; che sarebbe morto disprezzato, reietto tra gli uomini, ma che alla fine avrebbe rivisto la Luce.

Ma i suoi non avevano capito. Anzi avevano implicitamente rifiutato tale prospettiva di morte, perché, secondo la loro mentalità, che poi è la mentalità di tutti i benpensanti dell'orgoglio, del prestigio e dell'onore umano,  una persona come il Messia, il Cristo, il Re di Israele, avrebbe dovuto farsi rispettare, opporsi e vincere la tirannia di Roma, dominare, governare il suo popolo, piuttosto che morire ingloriosamente.

Come possiamo non capire la via maestra che Gesù ci ha indicato per seguirlo? Non l'orgoglio,   non la vanità, non la ricerca della potenza e della grandezza. Ma l'umiltà e la semplicità di vita: questo è Gesù. Lo stesso che è risorto discretamente, silenziosamente, senza abbagliare  con la sua luce divina i nostri occhi e le nostre menti.

Questo è lo stile di Cristo Gesù. Lo stesso contegno che ha mostrato nella sua vita pubblica, perfino quando ha operato i miracoli più straordinari. E noi continuiamo a non capirlo. Ecco perché dico sempre che quando la fede si fa esibizione e spettacolo, come sta accadendo in molte parti, allora non è più fede. Se dietro la fede c’è la pecunia, cioè l’interesse del denaro, allora non è fede. Anzi può celarsi persino la Simonia: in senso stretto o in senso lato. Purtroppo, nella Chiesa di oggi, questo è un pericolo mooolto presente. In tal modo, mettiamo sotto i piedi la povertà, l'umiltà, la discrezione, la semplicità di Gesù, mirabilmente vissuta anche da Francesco d'Assisi e dal nostro Padre Pio.

Povera Chiesa! Sant'Agostino diceva: "La Chiesa è una casta meretrix semper reformanda". Ma oggi ci prostituiamo al denaro, senza per niente accogliere le divine ispirazioni di Cristo. E molte volte sono proprio i figli spirituali di Francesco d'Assisi ad essere asserviti al Dio Denaro.

Ma preferisco fermarmi qui. Altrimenti metto il dito nella piaga: non come Tommaso che provò con gli occhi e la ragione la risurrezione di Cristo. Ma nella piaga purulenta di quella Chiesa che, malgrado la povertà del suo Supremo Pastore e del suo ammirevole Vicario, continua a prostituirsi al demonio. In fondo, il denaro è asservito al principe del male. E là dove c'è il denaro, lì c'è Satana. San Francesco d'Assisi lo sapeva, essendo figlio di un uomo ricco: Pietro di Bernardone.

Quindi, la stessa resurrezione di Gesù si manifesta in continuità con il suo stile di vita terreno, precedente alla morte. Una continuità di atteggiamento e di condotta: Egli appare in modo discreto, nelle vesti di un ortolano a Maria di Magdala.    Ai due di Emmaus si accosta quasi silenziosamente, ascoltando le loro parole e manifestandosi gradualmente ai loro cuori, pur nascosto alle loro menti. Nell'intimità della cena lo riconoscono allo spezzare del pane, allorché scompare davanti ai loro occhi. Tutto, nella vita e finanche nella risurrezione di Gesù, avviene nell’umiltà, nel silenzio, nella discrezione della rivelazione. Tutto, a cominciare da Betlemme fino alla risurrezione.

Ebbene amici, questo Dio che ha creato il cielo, la terra, le Galassie e l'Universo intero, questo Dio che sfugge agli occhi razionali e impastati di fango  di tanti uomini orgogliosi e superbi, si manifesta con tutto il suo amore e la sua tenerezza infinita agli umili ed ai piccoli. E non poteva, questo Dio misericordioso, una volta fattosi uomo, non poteva non condividere fino in fondo l'umile destino dei più reietti, dei più disprezzati tra gli uomini, dei più umiliati, dei più amati da Lui.

È lo stesso Gesù, Figlio di Dio Altissimo a ricordarlo citando le profezie della Bibbia: "Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.  Di questo voi siete testimoni"[5].  Ed è vero. Noi siamo chiamati ad essere testimoni dell'avvenimento più importante, più sublime, più straordinario della Storia umana: la Storia di un Dio che si fa uomo per morire per noi, come noi, e anche peggio di noi; per risorgere prima di noi e precederci in una vita nuova nello Spirito. È troppo bella, per non essere vera. Questa Storia è per ognuno di noi. Non siamo soli.

 

[1] Lc. 24,35-48.

[2] Cf. La Civiltà Cattolica, la Risurrezione di Gesù, Edizioni 3463-3468, 330-331.

[3] Cf. . James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 3 L’acme della missione di Gesù, Ed. Paideia, 2007, 903.

[4] Giuseppe Ghiberti, La Risurrezione di Gesù, Biblioteca minima di cultura religiosa, Paideia, editrice Brescia, 1982, 61.

[5] Lc. 24,46-48

 

 

Il brano che leggiamo inizia con la conclusione dell’esperienza vissuta dai due discepoli di Emmaus, la sera del giorno della risurrezione del Signore e prosegue con un’apparizione di Gesù agli Apostoli, durante la quale si fa riconoscere senza possibilità di dubbio.

I DUE DISCEPOLI RIFERIRONO (35)

I due discepoli, che hanno conversato con Gesù e lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane, vanno subito a riferire agli apostoli l’esperienza da loro vissuta, e sono informati che Gesù è apparso anche a Simone. Di questa apparizione parla nel Nuovo Testamento anche Paolo (1Cor. 15,5). In quel momento…

GESU’ IN PERSONA APPARVE (36)

e conferma le parole di chi asseriva di averlo visto vivo, rendendo tutti testimoni della sua risurrezione. Anche Giovanni parla di questa apparizione (Gv 20, 19) e dice che avvenne “a porte chiuse”. La persona che gli Apostoli vedono è proprio Gesù, ma il suo è un corpo trasfigurato, il suo non è un ritorno alla vita terrena, perché ormai sta nella “gloria” (20,24-26).

STUPITI E SPAVENTATI (37)

Il risorto viene preso per uno spirito.

UN FANTASMA NON HA CARNE E OSSA (39)

Gesù fa alcuni gesti e segni (mostra le mani e i piedi, si fa toccare, mangia) per eliminare il sospetto che si tratti della visione dello spirito di un morto e far constatare che è presente con il suo corpo glorificato. Questa dimostrazione sarà poi importante per gli ebrei che ammettevano la risurrezione, ma solo per la fase finale e definitiva della storia e per i nuovi cristiani provenienti dal mondo greco che pensavano che dopo la morte gli spiriti non si ricongiungevano più al loro corpo.

GRANDE GIOIA (41)

Gli apostoli sono nel dubbio. Non si tratta di incredulità, ma del fatto che, per la felicità, non riescono ancora a capacitarsi che Gesù è tra loro risorto.

E LO MANGIO’ (42)

Gesù, per rendere più convincente la “visione”, mangia. Ma Egli è glorificato, trasfigurato, in certo modo “spiritualizzato” e non ha certo bisogno di mangiare. Come potesse mangiare resta per noi un mistero. Questo pasto probabilmente vuole anche sottolineare il fatto che tra il Gesù risorto e il Gesù vissuto in Palestina, con cui gli apostoli avevano mangiato e bevuto, c’è continuità.

SONO QUESTE LE PAROLE (44)

Gesù ricorda quanto aveva già detto quando era ancora con loro (Lc. 18,31-33): che si sarebbe avverato nella sua vita ciò che le scritture dicevano di Lui, che cioè sarebbe morto e poi risorto e che nel suo nome sarebbe stata annunziata al mondo la conversione e la remissione dei peccati. L’Antico Testamento viene citato secondo le tre suddivisioni ebraiche: Legge, Profeti e Scritti (Salmi).

DA GERUSALEMME…VOI TESTIMONI (48)

Gerusalemme sarà il punto di partenza della predicazione degli apostoli. A loro viene ricordata la missione già in precedenza affidata (Lc. 10,1-12) di andare ad evangelizzare tutte le genti.

MEDITAZIONE

CRISTO E’ LA VERA RISURREZIONE E LA VITA

Come sapete, quando egli “venne” a loro “a porte chiuse e stette in mezzo a loro, essi, stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma (Gv. 20,26; Lc. 24,36-37); ma egli alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv. 20,22-23). Poi, inviò loro dal cielo lo stesso Spirito, ma come nuovo dono. Questi doni furono per loro le testimonianze e gli argomenti di prova della risurrezione e della vita. E` lo Spirito infatti che rende testimonianza, anzitutto nel cuore dei santi, poi per bocca loro, che “Cristo è la verità” (1Gv 5,6), la vera risurrezione e la vita. Ecco perchè gli apostoli, che erano rimasti persino nel dubbio inizialmente, dopo aver visto il suo corpo redivivo, “resero testimonianza con grande forza della sua risurrezione” (At 4,33), quando ebbero gustato lo Spirito vivificatore. Quindi, più proficuo concepire Gesù nel proprio cuore che il vederlo con gli occhi del corpo o sentirlo parlare, e l`opera dello Spirito Santo è molto più poderosa sui sensi dell`uomo interiore, di quanto non lo sia l`impressione degli oggetti corporei su quelli dell`uomo esteriore. Quale spazio, invero, resta per il dubbio allorché colui che dà testimonianza e colui che la riceve sono un medesimo ed unico spirito? (1Gv. 5,6-10). Se non sono che un unico spirito, sono del pari un unico sentimento e un unico assenso (Guerric d`Igny, Ser. I, in Pascha, 4-5)

CON CRISTO VIVO HO TUTTO

Cosa può mancarmi, se Gesù è in vita? Quand`anche mi mancasse tutto, ciò non avrebbe alcuna importanza per me, purché Gesù sia vivo. Se poi gli piace che venga meno io stesso, mi basta che egli viva, anche se non è che per se stesso. Quando l`amore di Cristo assorbe in un modo così totale il cuore dell`uomo, in guisa che egli dimentica se stesso e si trascura, essendo sensibile solo a Gesù Cristo e a ciò che concerne Gesù Cristo, solo allora la carità è perfetta in lui. Indubbiamente, per colui il cui cuore è stato così toccato, la povertà non è più un peso; egli non sente più le ingiurie; si ride degli obbrobri; non tiene più conto di chi gli fa torto, e reputa la morte un guadagno (cf. Fil. 1,21). Non pensa neppure di morire, poiché ha coscienza piuttosto di passare dalla morte alla vita; e con fiducia, dice: «Andrò a vederlo, prima di morire» (Guerric d`Igny, Sermo I, in Pascha, 4-5).

LE SCRITTURE SONO PROFEZIA DI CRISTO

Se uno legge le Scritture con intendimento, vi troverà una parola concernente il Cristo e la prefigurazione della vocazione nuova. Questo è infatti il tesoro nascosto nel campo (Mt 13,44), ovvero nel mondo, poiché il campo è il mondo (Mt. 13,38). Tesoro nascosto nelle Scritture, poiché era significato in figure e in parabole che, dal punto di vista umano, non potevano essere comprese prima del compimento delle profezie, cioè prima della venuta di Cristo. Per questo, veniva detto al profeta Daniele: “Chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine: allora molti lo scorreranno e la loro conoscenza sarà accresciuta. Quando infatti la dispersione sarà finita, essi comprenderanno tutte queste cose” (Dn 12,4.7). Anche Geremia dice: “Alla fine dei giorni, comprenderete tutto” (Ger 23,20). Invero, ogni profezia, prima del suo compimento, non appariva che enigma per gli uomini; ma, venuto il momento del suo compimento, essa acquista il suo esatto significato. Ecco perché, letta oggi dai Giudei, la Legge somiglia ad una favola: manca loro infatti la chiave interpretativa di tutto, cioè la venuta del Figlio di Dio come uomo. Per contro, letta dai cristiani, essa è quel tesoro un tempo nascosto nel campo, ma che la croce di Cristo rivela e spiega. Essa arricchisce l`intelligenza degli uomini, mostra la sapienza di Dio, rendendo manifesti i propri disegni di salvezza verso l`uomo; prefigura il regno di Cristo e annuncia l`eredità della santa Gerusalemme; predice che l`uomo che ama Dio progredirà fino a vedere Dio e udire la sua parola, e per l`ascolto di tale parola sarà glorificato, al punto che gli altri uomini non potranno fissare i loro occhi sul suo volto di gloria (cf. 2Cor. 3,7), secondo quanto è stato detto per bocca di Daniele: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro cbe avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre” (Dn. 12,3). Se dunque uno legge le Scritture nel modo che abbiamo indicato – ovvero, nel modo in cui il Signore le spiegò ai discepoli dopo la sua risurrezione dai morti, provando loro, attraverso le Scritture, come “era necessario che Cristo soffrisse ed entrasse così nella sua gloria” (Lc. 24,26.46) “e nel suo nome fosse predicata in tutto il mondo la remissione dei peccati” (Lc. 24,47) -, sarà un discepolo perfetto, “simile ad un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt. 13,52). (Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 26, 1).

IL FORZIERE CHIUSO DELLE DIVINE SCRITTURE

Fratelli e Padri, la conoscenza spirituale somiglia ad una casa costruita in mezzo alla conoscenza mondana e pagana, in cui, come un forziere solido e ben custodito, la conoscenza delle Scritture divinamente ispirate e il tesoro di ineffabile ricchezza che esso racchiude,sono depositate ricchezze che mai potranno contemplare coloro che entrano nella casa, a meno che il forziere non venga loro aperto. Ma non è cosa dell`umana sapienza (cf. 1Co r1,13) poter mai arrivare ad aprirlo, motivo per cui resta sconosciuta a tutti gli uomini del mondo la ricchezza depositatavi dallo Spirito. Un uomo che ignorasse il tesoro che vi è deposto, potrebbe caricarsi il forziere, in tutto il suo peso, recandoselo persino sulle spalle; del pari, egli potrebbe leggere e imparare a memoria, nella sua totalità, la Scrittura, citandola come si trattasse di un sol salmo, ignorando il dono dello Spirito Santo che vi è dissimulato. Infatti, non è per il forziere che è svelato il contenuto del forziere, né per la Scrittura che è svelato il contenuto della Scrittura. …… Alla stregua di uno che prende un libro sigillato e chiuso e non può leggervi cosa c`è scritto o riuscire a capire di che si tratta – abbia pure appreso tutta la sapienza del mondo -, finché il libro resta sigillato (cf. Is 29,11), così avverrà di chi, come abbiamo detto, potrà aver sempre in bocca le Scritture, ma non potrà mai conoscere e considerare la mistica e divina gloria e virtù che ad un tempo vi sono celate, a meno di percorrere la via di tutti i comandamenti di Dio e di ricevere l`assistenza del Paraclito, che gli apra le parole come un libro e gli mostri misticamente la gloria che esse racchiudono; di più, che gli riveli, insieme alla vita eterna che li fa scaturire, i beni di Dio nascosti in quelle parole, beni che rimangono velati e assolutamente invisibili per tutti coloro che li disprezzano e peccano per negligenza (Simeone Nuovo Teologo, Catech., 24).

LE APPARIZIONI AGLI APOSTOLI

Qualcuno dirà: in che modo dunque Tommaso, quando ancora non credeva, toccò tuttavia Cristo? (cf. Gv. 20,27). Sembra però che egli dubitasse non della risurrezione del Signore ma del modo della risurrezione. Era necessario che egli mi istruisse toccandolo, come mi istruì anche Paolo: “Bisogna infatti che questa corruttibilità si rivesta d`incorruttibilità, e questo corpo mortale indossi l`immortalità” (1Cor. 15,53), in modo che creda l`incredulo e l`esitante non possa più dubitare. Più facilmente infatti crediamo quando vediamo. Tommaso ebbe motivo di stupirsi, quando vide che, essendo ogni porta chiusa, un corpo passava attraverso barriere impenetrabili ai corpi, senza danno alla sua struttura. Era fuori dell`ordinario che un corpo passasse attraverso corpi impenetrabili; senza che lo si avesse visto arrivare, eccolo visibile a tutti, facilmente palpabile, difficilmente riconoscibile. Pertanto, turbati, i discepoli credevano di avere davanti un fantasma. Per questo il Signore, allo scopo di mostrarci il carattere della sua risurrezione, dice: “Toccate e vedete, poiché uno spirito non ha carne ed ossa, come vedete che ho io” (Lc. 24,39). Non è dunque per la sua natura incorporale, ma per le qualità particolari della sua risurrezione corporale che egli è potuto passare attraverso barriere di solito impenetrabili. E` un corpo quello che si può toccare, un corpo quello che si può palpare. Ebbene è nel corpo che noi risuscitiamo; infatti “si semina un corpo carnale, e risorge un corpo spirituale” (1Cor 15,44); uno è più sottile, l`altro più pesante, essendo reso tale dalle condizioni della sua terrestre debolezza. Come potrebbe non essere un corpo questo, in cui restavano i segni delle ferite, le tracce delle cicatrici, che il Signore invita a toccare? Così facendo non solo conferma la fede, ma rende più viva la devozione: egli ha preferito portare in cielo le ferite ricevute per noi, non ha voluto cancellarle, per mostrare a Dio Padre il prezzo della nostra libertà. E` così che il Padre lo fa sedere alla sua destra, accogliendo i trofei della nostra salvezza; tali sono le testimonianze che la corona delle sue cicatrici mostra per noi. (Ambrogio, Exp. in Luc., 10, 168-170).

I CORPI SPIRITUALIZZATI DOPO LA RISURREZIONE

Siccome a tua volta mi chiedevi il mio parere circa la risurrezione dei corpi e le funzioni delle membra nello stato futuro d`incorruttibilità e d`immortalità, ascolta cosa in breve ne penso; e, se non ti soddisferà, ne potremo discutere più a lungo, con l`aiuto di Dio. Si deve credere con tutta la forza quanto nella Sacra Scrittura è affermato in modo veridico e chiaro: che cioè i nostri corpi visibili e terreni, che ora chiamiamo animali, nella risurrezione dei fedeli e dei giusti, diventeranno spirituali. Ignoro d`altronde come si possa comprendere o far comprendere ad altri di quale specie sia un corpo spirituale, di cui non abbiamo conoscenza sperimentale. E` certo però che in quello stato i corpi non avranno corruzione di sorta e perciò non sentiranno, come ora, il bisogno di questo cibo corruttibile; potranno tuttavia prenderlo e consumarlo realmente, non costretti da necessità, ma assecondando una possibilità. Altrimenti neppure il Signore avrebbe preso cibo dopo la sua risurrezione dandoci in tal modo l`immagine della risurrezione corporea; per cui l`Apostolo dice: “Se i morti non risorgono, non è risorto neppure Cristo” (1Cor 15,16). Il Signore infatti, apparendo con tutte le sue membra, e servendosi delle loro funzioni, mostrò pure il posto delle ferite. Io ho sempre creduto che non si tratti di ferite, ma di cicatrici, conservate dal Signore non già per necessità, ma per sua volontà. E la facilità di attuare questa sua volontà, la dimostrò soprattutto e quando apparve sotto altre sembianze e quando apparve com`era realmente, a porte chiuse, nella casa dove si erano adunati i discepoli (Agostino, Epist. 95, 7).

PACE A VOI

“Pace a voi”, questo è il primo saluto che Gesù rivolge ai discepoli dopo la risurrezione… dopo aver posto fine alla tristezza di tutti, annunzia le gloriose e mirabili opere della croce, che consistono nella pace. (S. Giovanni Crisostomo)
Quale pace dà Dio? Quella che dà il mondo? Il Cristo dice che non è questa che egli dà….Se la terra è buona, quella che porta come frutto il cento o il sessanta o il trenta, riceverà da Dio quella pace… la pace di Dio, che supera ogni intelligenza. Questa è dunque la pace che Dio dà sulla nostra terra. (Origene)
Prima di ascendere al cielo…. Gesù lasciò a noi tutti, per mezzo degli apostoli, la pace come nostro riparo…La pace è stata data a tutti i cristiani, e perciò, nel definirla “mia” è chiaro che essa è un dono di Dio; e in quanto Gesù dichiara: “ Io la do a voi”, non solo intese dire che essa era sua”, ma che apparteneva a tutti coloro che credono in lui. (Ottato) Gesù risorto si fa incontro ai suoi discepoli con il dono della riconciliazione: «Pace a voi». È shalom, la pienezza della vita e della bontà. Stupiti e spaventati, i discepoli credevano di vedere un fantasma. Gesù li convince della realtà della sua risurrezione: «Toccatemi e guardate… Avete qui qualcosa da mangiare? ». Non si tratta di fantasie, di illusioni o di pii desideri. Gesù è veramente risorto, la realtà del suo corpo risuscitato e glorioso non può essere messa in dubbio.

GESU DAVVERO VIVO

Se Gesù è davvero vivo, ciò significa che egli ha vinto la morte e il peccato. Se egli è vivo, c’è anche per noi, che crediamo in lui, la possibilità di vivere al di là e al di sopra dei nostri limiti e perfino al di là e al di sopra della morte. Dunque, se viviamo come Gesù non abbiamo più paura dei nostri limiti, non siamo più schiavi della morte, abbiamo la speranza di vivere per sempre.

CONVERSIONE E PERDONO

«Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme». Se Gesù è risorto, allora a tutto il mondo viene annunciato che è stata aperta la strada della vittoria sul peccato e sulla morte. Tutti gli uomini sono invitati alla «conversione», ossia a credere nella «vita» dataci in Gesù glorioso. La conversione morale, infatti, è fondata sulla previa conversione religiosa, cioè sulla fede. Soltanto chi crede nella reale risurrezione di Gesù è veramente convertito e può ottenere il perdono dei peccati. Chi ci può perdonare? Chi può liberarci dal peccato? Soltanto chi ha vinto la morte, che è — intesa non soltanto come fenomeno fisico, ma come arresto totale dell’esistenza — la conseguenza suprema del peccato. Gesù risorto ci offre dunque la possibilità di vivere in modo nuovo, in modo da superare un giorno anche i confini della morte. Se noi accogliamo la proposta di Gesù, allora tutta la nostra vita viene rinnovata. E vero, noi ci accontenteremmo anche di molto meno perché siamo meschini e piccoli, ma Dio ci offre la possibilità di vivere una vita piena, veramente umana, anzi più che umana. Se crediamo nella risurrezione di Gesù, allora crediamo che nel Risorto ci è aperta una strada nuova: la via di una vita come quella di Gesù, di una vita di fiducia in Dio e di dedizione d’amore come la sua. (Riflessioni di Antonio Bonora)

La buona notizia del perdono dei peccati ha colto i discepoli di ritorno da Emmaus, dove avevano incontrato il Signore. Così il loro ritorno si può qualificare come un cammino di conversione. Il Signore dona il suo perdono, ma è necessario fare un serio cammino di conversione. Molti si ritengono perdonati solo per il fatto di essersi confessati ed aver ricevuto l’assoluzione: credono così di essersi svincolati dall’impegno di scelte diverse, dalla necessità di cambiare vita…. La Chiesa è chiamata a rimettere i peccati, ma è anche impegnata, ha il compito di debellare il male. Il sacramento è un segno: deve spingere a lottare contro il peccato esistenziale. La Chiesa è chiamata a vivere l’impegno messianico, ad assumere su di sé, come Gesù Cristo, la realtà umana per purificarla, consolidarla, elevarla (Battista Borsatto)

DUE VISIONI DI DIO

La difficoltà degli apostoli è anche la nostra, la difficoltà dei credenti di sempre: cioè riuscire ad abbinare insieme due visioni di Dio: Dio totalmente “altro” e Dio totalmente “nostro”, entrato con l’incarnazione nella nostra vita. Saldare insieme le due dimensioni significa sfuggire al doppio rischio o di vivere la fede in termini spiritualistici, estraniandoci dai problemi della vita e rendendo di fatto incomprensibile e insignificante la nostra testimonianza, oppure al contrario di esaurire la fede in un semplice umanesimo, seguendo regole morali, ma senza tensioni verso il soprannaturale. Consente, al contrario, di sentire la presenza del Risorto come provocazione continua a trasferire nella vita quotidiana le logiche della vita nuova ispirate alla verità, alla solidarietà, all’ottimismo, alla speranza, alla giustizia.

TESTIMONI DEL RISORTO

Qui acquista senso, visibilità e significatività la testimonianza, alla quale Gesù provoca i discepoli al termine della sua apparizione: «Di questo voi siete testimoni». Nei fatti normali della vita e nei grandi avvenimenti storici, la gente che ci circonda deve poter cogliere il nostro specifico di “testimoni del Risorto al di là e al di sopra dei nostri limiti e perfino al di là e al di sopra della morte. Dunque, se viviamo come Gesù non abbiamo più paura dei nostri limiti, non siamo più schiavi della morte, abbiamo la speranza di vivere per sempre.

PREGHIERA

•O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa di noi i testimoni del tuo amore (Colletta 3 Pasqua: B).

•Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: dalle angosce mi hai liberato; pietà di me, ascolta la mia preghiera. Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele: il Signore mi ascolta quando lo invoco. Offrite sacrifici di giustizia e confidate nel Signore. Molti dicono: “Chi ci farà vedere il bene?”. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto. In pace mi corico e mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare (Salmo 4).

•Vieni, Signore, entra nelle nostre chiese, mostrati alle nostre assemblee liturgiche e fa che tutti ti guardino dentro il costato sempre aperto; che tocchino le tue innumeri piaghe, non perché compari a qualche veggente e si moltiplichino ovunque apparizioni, ma perché tu continui a sanguinare dalle piaghe degli infiniti poveri che attendono sempre di celebrare con noi la tua Pasqua (David Maria Turoldo).

•Ti benediciamo, Padre, perché Cristo risorto venne a rompere i chiavistelli delle nostre porte e dei nostri cuori, chiusi per la paura e lo sconforto e a dividere la mensa e il pane della speranza. Egli fa brillare in ogni alba l’aurora della pace per chi crede nonostante l’oscurità e la paura. Non permettere, Signore, che ci rifiutiamo di credere in lui (Basilio Caballero).

•Infondi, o Padre, in noi il tuo Spirito che ci faccia valorosi testimoni della salvezza e del tuo amore davanti agli uomini, perché, mano nella mano, costruiamo la tua Chiesa come focolare del futuro e della speranza del mondo (Basilio Caballero).

•Signore, la sera stessa di Pasqua tu sei apparso ai tuoi apostoli per fortificarli nella fede. Tu sai quanto anche la nostra fede sia debole. Donaci il tuo spirito di luce e di fortezza. Fa di noi i testimoni della tua presenza nel mondo mediante la luce della nostra fede e la nostra totale devozione al servizio dei fratelli.

•Signore che sei apparso ai tuoi discepoli nel cenacolo, tu sei anche in mezzo a noi. Ti chiediamo di darci una coscienza più viva della tua presenza nella nostra vita, affinché la nostra fede sia confermata e noi possiamo essere per i nostri fratelli veri testimoni del vangelo.

•Padre santo, dona forza alla Chiesa affinché in un mondo ottenebrato e angosciato come il nostro sappia proclamare con coraggio la resurrezione di Cristo. (Charles Berthes).

•Tu che fai splendere il volto del sole sui buoni e sui malvagi, fa risplendere il tuo volto su di noi, fa si che quanto ci era nascosto divenga manifesto, e ciò che esisteva, ma per noi era celato, ci sia rivelato, cioè appaia in piena luce” (sant´Agostino).

•Noi ti ringraziamo, Signore, perché tu che sei la nostra pace, per donarci la pace non disdegni le porte chiuse dei nostri egoismi e delle nostre paure. “ Fa risplendere su di noi la luce del tuo volto” sicché il nostro desiderio di trovarti abbia in te stabilità e riposo (suore trappiste).

•Io so e proclamo che Gesù è morto ed è risuscitato. Questa è una notizia che dona speranza e cambia la vita. Signore, aiutami a crederci profondamente; aiutami ad essere come Maria, vicina all’uomo della sofferenza e del dolore e al Signore risorto; rendimi seminatore di speranza tra gli uomini del nostro tempo; e a chiamare per nome la speranza: Cristo risorto.

 

 

Gesù risorto opera sempre nella sua Chiesa

Un'altra apparizione del  Risorto  ci  porta  a considerare anche in questa  domenica l'assemblea eucaristica  come luogo  privilegiato della presenza attiva del Signore:  Gesù che si fa presente in mezzo ai suoi, il dono della pace,  la  gioia dei discepoli,  l'invio  in missione, l'annuncio del  perdono...  sono  realtà  in  atto ancora oggi in ogni  nostra  comunità, perché  in  essa  prolungano il mistero  e il frutto della  Pasqua  di Cristo.

Eucaristia, presenza del Risorto

La  manifestazione del Risorto agli apostoli  (cf  vangelo) è essenziale  per confermare  e suscitare in loro la fede, in vista dell'annuncio degli eventi pasquali  di  cui essi sono i  testimoni privilegiati  (cf.  prima e  seconda lettura)Il  Vangelo  ci  mostra  Gesù  che opera appunto  per  suscitare e  confermare  la fede nei suoi  discepoli. Alla loro iniziale incredulità  egli risponde con dei segni tangibili della  sua presenza «reale».  E  affinché questi  «segni» vengano compresi nella fede, il Signore interpreta gli avvenimenti della sua vita alla luce delle  Scritture, mostrando come  in lui  si è  compiuto tutto  ciò che era  detto.

Questi  atti  Gesù li compie anche  nella nostra  assemblea domenicale:  riunita  nella fede come corpo ecclesiale di Cristo,  essa realizza  la  presenza del  Signore  risorto. Cristo è presente «nella sua parola,  giacché è  lui "che  parla  quando nella Chiesa  si legge la sacra Scrittura»  (SC  7);  come pure  è presente nella persona di chi presiede l'assemblea  e  prende  la parola «per aprire la nostra mente all'intelligenza delle Scritture»  (vangelo);  in  modo particolare è  presente quando  spezziamo il pane  di vita. C'è dunque una continuità fra l'apparizione  del Signore ai discepoli  e la sua presenza in  mezzo a noi; e la Chiesa, nella piena consapevolezza del motivo  di tanta gioia  (cf orazione sopra le offerte), esprime il proprio rendimento  di  grazie  al «vero  Agnello che... morendo ha distrutto la  morte e risorgendo ha  ridato... la vita» (pref. pasquale I). La certezza poi che  il Signore risorto è in mezzo  ai suoi ci allieta nella speranza della nostra  risurrezione futura, in  piena comunione  di  gloria con  Cristo  (cf orazione dopo la comunione).

«...  alle sorgenti della vita »

I discepoli  testimoniano  con franchezza  la  Pasqua  di  Cristo  e i  frutti della  salvezza portati dalla  sua passione-morte-risurrezione:  Pietro annuncia ai Giudei  la  risurrezione di Gesù, il  Santo e il  Giusto che  essi hanno messo a morte, e li invita a pentirsi e cambiare vita «perché siano cancellati i loro peccati» (prima lettura); Giovanni ci assicura che  Gesù è il nostro aiuto presso  il Padre e  ci salva  dai  nostri peccati perché egli  stesso li ha espiati per tutti  (cf seconda lettura).  Anche la realtà del peccato  fa parte, così,  del gioioso annuncio pasquale. È  vero, infatti, che il peccato è rottura di comunione; ma  è anche  «via alla comunione», a  condizione che ci riconosciamo peccatori  e  ci lasciamo perdonare (cf.  1Gv.  1,8-10),  con piena fiducia nel nostro «avvocato presso il Padre»; dal  suo sacrificio, dalla sua offerta  eucaristica, noi riceviamo la forza di  non  peccare, di osservare  la  sua  parola, di dimorare  in lui.  Si  compie  così per noi  la rivelazione  e la attuazione della misericordia del  Padre che trova il suo  vertice  nel  mistero pasquale celebrato nell'Eucaristia.  «Nella sua risurrezione  Cristo ha rivelato il Dio  dell'amore  misericordioso, proprio perché ha accettato la croce  come  via alla risurrezione. Ed è... Cristo, Figlio di Dio, che al termine — e in un certo senso, già oltre il termine — della sua missione messianica, rivela se stesso come fonte inesauribile della misericordia, del medesimo amore che, nella prospettiva ulteriore della storia della salvezza  nella  Chiesa,  deve  perennemente confermarsi più potente del peccato.  Il Cristo pasquale è l'incarnazione definitiva della misericordia,  il  suo segno vivente: storico-salvifico ed insieme escatologico. Nel medesimo  spirito la  liturgia  del tempo pasquale pone sulle nostre labbra le parole  del salmo: "Canterò in eterno le misericordie  del Signore" (Dives in misericordia, 8).

Un mondo nuovo è cominciato
La risurrezione di Cristo si inscrive  non  soltanto nel centro  del cristianesimo, ma nel centro stesso  della storia.  Con la risurrezione si realizza in Cristo, in anticipo, la sorte che ci attende come nostro futuro: in lui  risorto si realizza quella pienezza che ogni  uomo cerca  nella sua vita. La risurrezione conferma che  l'attesa apocalittica di «nuovi  cieli e nuova terra» non è  fantasia di  visionari.

La risurrezione di Cristo è l'aurora  di quel mondo nuovo,  della nuova creazione, che  porterà a pienezza  le aspirazioni  di  amore, di giustizia,  di pace, di solidarietà che  premono sui tessuti di questo nostro vecchio mondo.

La celebrazione dell'Eucaristia

«Prima Apologia e favore dei cristiani» di san Giustino, martire

(Cap. 66-67; PG 6, 427-431)

A nessun altro è lecito partecipare all'Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.

Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l'intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.

Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro.

Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell'universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.

E nel giorno, detto del Sole, si fa' l'adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette.

Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle.

Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.

Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, danno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.

Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del Sole, sia perché questo è il primo giorno in cui Dio, volgendo in fuga le tenebre e il caos, creò il mondo, sia perché Gesù Cristo nostro Salvatore risuscitò dai morti nel medesimo giorno. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l'indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione.

 

 

«Pace a voi… È stato necessario che il Cristo soffrisse… Bisogna predicare la penitenza nel suo nome e la remissione dei peccati a tutte le nazioni cominciando da Gerusalemme».

Come sei buono, mio Dio, la tua prima parola dopo la tua risurrezione, come la tua parola alla tua nascita, detta a nome tuo dagli angeli, come quella che hai raccomandato di dire ai tuoi discepoli entrando in ogni casa, è una parola di benedizione: «La pace sia con voi»… Come sei buono, o Dio di pace, o Dio di amore!… La pace è il primo grado dell’amore, ne è anche il risultato; essa ne risulta ed essa vi conduce…

Sei venuto ad «accendere un fuoco sulla terra», il fuoco dell’amore degli uomini per Dio, e poi il fuoco dell’amore degli uomini tra loro… «Accendere questo fuoco», è la tua opera, come esprimi tu stesso, è l’opera di tutta la tua vita, è l’opera che dopo di te lasci da fare alla tua Chiesa…

Come sei buono! Ordini che si accenda questo fuoco su tutta la terra incominciando da Gerusalemme! Come sei buono per tutti gli uomini! Come sei buono per questi Giudei che ti hanno messo a morte!

Entrando in una casa, avvicinando gli uomini, tutti fratelli, tutti figli beneamati d i Gesù, tutti riscattati dal suo sangue, tutti destinati al cielo, tutti membra di  Nostro  Signore, diciamo loro sull’esempio del nostro Beneamato: «La pace con voi»…

Amiamo Dio con tutto il nostro cuore, è il primo dovere, è il primo scopo di Nostro Signore in tutti gli insegnamenti, le parole e gli esempi che ci ha dato… Amiamo tutti gli uomini come noi stessi, è il secondo scopo di Nostro Signore in tutte le sue lezioni in parole e in esempi… Sia con le nostre preghiere, sia con gli altri mezzi che Dio mette a nostra disposizione, seguendo la vocazione che ci dona, accendiamo sull’esempio di  Nostro  Signore  «questo fuoco sulla terra», questo duplice amore di Dio e del prossimo  nelle  anime  di  tutti  gli uomini, «cominciando da Gerusalemme», cioè: da quelli che Dio ha posto vicino a noi nella vita, parenti, amici, vicini, compagni, tutti quelli ai quali ci avvicina, dei quali ci incarica più particolarmente.

Charles de foucauld

 

 

Gesù risorto porta parole di pace. Pace oggi necessaria più del pane e dell'acqua. Dentro ognuno, in famiglia e nel mondo. La pace di Gesù è per ogni persona ed è la base di tutte le altre. Ad Emmaus Gesù si fa riconoscere nello spezzare il pane, oggi agli apostoli mostra le mani e i piedi, fa toccare le ferite della passione. Anche oggi il pane spezzato e la passione vissuta per gli altri sono i segni per riconoscere il Signore in mezzo a noi. Toccare le ferite sta per una conoscenza reale, concreta. Altrimenti c'è il rischio di scambiarlo per un fantasma, un sogno evanescente. Invece, toccarlo dà fiducia che la Risurrezione è la vita che sarà data a tutti.

C'è ancora stupore e spavento. I dodici giungeranno alla gioia, ma sempre insieme allo stupore, perché provano una gioia così grande... quasi da non crederci! Anche le donne avevano avuto paura; pure i discepoli di Emmaus erano partiti pieni di tristezza. A tutti, però, la presenza di Gesù porta gioia. Questo vale anche per noi, per i dubbi e i "ragionamenti" che si oppongono all'evidenza, presumono di aver capito, ma che non permettono di cogliere la novità del risorto. Gesù risorto mette il dito nell'anima e invita alla contemplazione.

Gesù si rifà alle Scritture. Senza la comprensione delle Scritture si può essere testimoni della Risurrezione e non capire nulla. Anche la Messa, senza le Scritture, rimane incomprensibile. E le Scritture dicono che Cristo è morto e risorto: è la sintesi di tutto il Vangelo e di tutta la Scrittura. "Di questo voi siete testimoni": il cristiano semplicemente testimonia la Pasqua e predica conversione e perdono. La differenza tra noi e gli apostoli sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la carne di Gesù anche fisicamente; noi invece la contempliamo e la tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della Parola e la celebrazione dell'Eucaristia. Gesù ha terminato la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo, facendoci prossimi ai fratelli, condividendo con loro la Parola e il Pane.

Gesù appare "in mezzo a loro". Gesù appare alla comunità, non al singolo; è la comunità - il due o tre riuniti nel suo nome - che lo mostra evidente. E quando si dice che Gesù "aprì loro la mente per comprendere le Scritture" è come se aprisse i "sepolcri" della loro mente e del loro cuore. In fondo, è anche la stessa Scrittura a risorgere con Gesù, indossando finalmente la pienezza del suo significato.

Il giorno di pasqua Gesù aveva dinanzi il piccolo gruppo degli undici. Sono loro che dovranno evangelizzare tutte le genti testimoniando con la loro vita il vangelo di Gesù. E’ un piccolo gruppo, spaventato e dubbioso, ma su di esso Dio conta per fondare la Chiesa. Poteva scegliere il grande impero romano, come Jahvé poteva scegliere la potenza egiziana... ma non lo fece.

mons. Angelo Sceppacerca

 

 

“Perché il Signore Gesù non appare più? Perché non compie più miracoli se non raramente?”. Per molti, il cristianesimo, se fosse accompagnato da eventi straordinari sarebbe più credibile. Eppure, anche chi visse con il Cristo, ascoltò i suoi insegnamenti, vide i suoi miracoli faticava a credere, non perché fosse particolarmente malizioso, ma perché alcune realtà per essere comprese necessitano “canali” differenti da quelli visivi e conoscitivi. Per questo, il Vangelo odierno termina con l'affermazione: “Aprì loro la mente all’ intelligenza delle Scritture”.

Noi che partecipiamo la domenica alla Celebrazione Eucaristica ci troviamo avvantaggiati rispetto ai contemporanei del Messia, possedendo (lo speriamo) una capacità di lettura che oltrepassa l'esperienza materiale e sensibile; è la dimensione della fede che ci dovrebbe consentire di superare i segni per scoprirne il significato.

Al termine della prima e della seconda lettura della Messa si proclama: "Parola di Dio", e alla conclusione del Vangelo il sacerdote afferma: "Parola del Signore". Se la razionalità ci induce ad ascoltare i vari brani come semplici letture o, al massimo come gli scritti di qualche antico saggio, la fede ci fa comprendere che quelle parole appartengono alla rivelazione di Dio.

Nel cero, presente sull'altare nel periodo pasquale, possiamo osservare una candela più grossa delle altre o una fiamma più luminosa che arde e gli occhi hanno esaurito il compito; la fede, invece, ci mostra che quello è il simbolo del Signore risorto.

L'Eucarestia è il segno della presenza reale del Cristo qui ed ora. Quando il sacerdote ripete le parole di Gesù: “questo è il mio colpo… questo è il mio sangue”, chi non possiede la capacità di andare oltre il sensibile udrà dei vocaboli e vedrà unicamente un’ostia e del vino. Solo la fede rivelerà il mistero che si sta compiendo e la trasformazione che stanno avvenendo descritte dal beato papa Paolo VI con il termine di “transustanziazione”. Meditiamo le sue parole: “Le specie del pane e del vino acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l’usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e di un alimento spirituale. Acquistano nuovo significato e nuovo fine soprattutto perché contengono una nuova ‘realtà’, che giustamente denominiamo oncologica. Giacché sotto le predette specie non c’è più quello che c’era prima, ma un'altra cosa tutta diversa. Convertita la sostanza o natura del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, nulla rimane più del pane e del vino, ma in quelle specie Cristo è presente nella sua ‘fisica realtà’, anche corporalmente, sebbene non allo stesso modo con cui i corpi sono nel luogo” (Mysterium Fidei, 7).

Inoltre, tutta la liturgia e i sacramenti, sono ricchi di segni che restano incomprensibili per chi è povero di fede. Mentre chi possiede questo dono di Dio, frutto anche di uno sforzo personale di ricerca, è convinto che il Signore Gesù agisca mediante piccoli segni, gesti e realtà materiali; parla con la voce degli uomini e prescrive alla Sua Chiesa di servirsi delle stesse modalità nel corso dei secoli.

Pertanto, per comprendere come Gesù ancora oggi appare e compie miracoli è indispensabile una particolare “capacità di lettura” poiché Egli opera con semplicità e umiltà, evitando atteggiamenti spettacolari ma ricorrendo a realtà minuscole e usuali.

Nel Vangelo di questa domenica domanda del cibo; apparendo prima dell'alba prepara Lui il pasto agli apostoli (cfr. Gv 27,9-12); alla Maddalena si presenta sotto le vesti di un giardiniere (cfr. Gv 20,15-17). E, anche le guarigioni, cioè i miracoli, avvennero nella più assoluta candidezza mediante comuni gesti o utilizzando oggetti della natura. La donna emorroissa fu sanata toccando il mantello del Messia (cfr. Lc 5,25-34); il cieco di Betsaida riacquistò la vista quando Gesù gli dilatò le palpebre con le dita bagnate dalla saliva (cfr. Mc 8,22-26); il sordomuto recuperò la capacità di sentire e di parlare dopo che il Cristo introdusse le sue dita nelle orecchie e tocco la sua lingua con la saliva (cfr. Mc 7,32-37).

Ciò mostra, oltre la totale vicinanza del Messia all'uomo che Cristo, per essere compreso, si adatta alle situazioni umane, evidenziando che la sua divinità non si realizza nella grandezza e nell'eccezionalità ma nell’ordinarietà e nella quotidianità. Ricordò san Giovanni Paolo II: “La guarigione improvvisa, il miracolo è qualcosa di eccezionale, che dal punto di vista dell’ 'economia’ divina della salvezza è un fatto straordinario e quasi ‘supplementare’. Lui si manifesta prevalentemente nella trasformazione interiore di quel male che è la sofferenza spirituale, nel bene ‘salvifico’, nel bene che santifica colui che soffre ed anche gli altri per mezzo suo” (11 febbraio 1979). Il mondo, in questa prospettiva, è zeppo di miracoli; la difficoltà sta nel vederli e riconoscerli.

Anche noi, nella monotonia quotidiana, assistiamo ad autentici miracoli che fatichiamo a discernere, e frequentemente incrociamo il Signore Gesù senza identificarlo essendo debole e fragile la nostra fede.

don Gian Maria Comolli