Nel brano evangelico di oggi, Luca riferisce una delle apparizioni del risorto agli apostoli. Per convincerli, il Signore arriva fino a farsi toccare e a mangiare sotto i loro occhi: è proprio lui, il crocifisso, tornato alla vita; è totalmente diverso eppure è sempre lo stesso; la luce della sua pasqua illumina la Scrittura, spiegando il passato e annunciando il futuro, "la conversione e il perdono dei peccati, predicati nel suo nome a tutte le genti" (Lc. 24,47).

"Per la grande gioia ancora non credevano...". E noi, così spesso divisi tra il dubbio e la fede, per quali vie potremo credere e incontrare ancora oggi il Vivente, la cui presenza è ormai del tutto diversa da quella di Gesù di Nazaret? L'eucaristia domenicale è il luogo in cui la chiesa riconosce "l'autore della vita", il capo dei viventi, vittima offerta per i peccati di tutto il mondo.

Radunarci intorno a lui, ricordare le sue parole e quelle della Scrittura, ascoltare il racconto di coloro che hanno visto, spezzare il pane con gioia e portare nel mondo la piccola fiamma della testimonianza accesa il giorno di pasqua: questi sono oggi i segni della risurrezione, perché non esistono dimostrazioni della vita al di fuori della vita stessa.

La realtà della risurrezione come incide, oggi, sulla nostra esistenza di credenti? Che posto occupa la Parola nella rilettura della nostra vita in Gesù Cristo? L'incontro sconvolgente col risorto nel suo corpo sacramentale ci pone entusiasticamente al servizio di una buona notizia che deve risuonare nel profondo del cuore dell'uomo e di tutta la società?

"Vienna International Religious Centre"

 

 

Da guardiani di porci alla dignità di figli di dio

Dio ha creato Adamo+Eva, l'uomo come suo figlio. E in loro tutti i discendenti per generazione. Oggi noi. Decisione radicale a catena: uomini si', ma non figli del Dio Creatore. Abbiamo intelligenza e volontà per realizzarci come vogliamo. I dati dei "media" stanno dimostrando che fu ed è - ad ogni generazione - un tragico fallimento. La morte è la prova inconfutabile. Ogni generazione fa la tragica esperienza del figlio spendaccione (detto "prodigo", che vorrebbe dire generoso, ma con le prostitute a pagamento!

Partiamo dal Vangelo di Luca Gesù non è un trasformista come il mio ex-alunno Renzo. Risorto, rimane sempre uomo, con corpo, mani, piedi, bocca per mangiare buon pesce alla brace. Ma c'è in Lui qualche cosa che ha del nuovo assoluto: e' uomo in modo del tutto nuovo, non per uno speccatolo teatrale, ma per riportare l'umanitài alla sua vera "forma" quella voluta da Dio dagli inizi: veri figli degni di Dio, con la stessa vita divina di Gesù nella nostra normale vita umana. Insomma: una nuova nostra condizione del tutto inaspettata e incredibile.

Non cristiani fantasmi, ma uomini veri figli di Dio.

Una affermazione chiarificatrice di Giovanni: "Allora Gesù li aiutò a capire le profezie della Bibbia (traduzione CEI: allora Gesù aprì loro la mente per comprendere le Scritture). Sta scritto: "Il Messia deve morire, per risuscitare da morte il terzo giorno! Per suo incarico ora deve essere portato a tutti i popoli l'invito a cambiare vita e a ricevere il perdono dei peccati.

Voi sarete testimoni di tutto cio' cominciando da Gerusalemme!

Per poter far questo MANDERO' SU DI VOI LO SPIRITO SANTO, che Dio, mio Padre, HA PROMESSO".

E gli apostoli rimarranno a Gerusalemme in attesa dello Spirito, su ordine di Gesù. E da Gerusalemme poi a tutti i popoli, fino agli estremi confini della terra. Come papa Francesco...

Il pavido, pauroso e traditore Simone, diventa Pietro

Eccolo Pietro, una roccia che non teme più nulla, grazie allo Spirito pentecostale:
"Popolo di Dio, Israele, avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a Pilato (che voleva liberarlo!)! Lui, il Santo, il Giusto! AVETE UCCISO L'AUTORE DELLA VITA, MA DIO L'HA RISUSCITATO DAI MORTI.

NOI NE SIAMO TESTIMONI!

Conseguenza immediata: "CONVERTITEVI E CAMBIATE VITA!

* Da vita infelice di guardiano di porci dopo aver sperperato un'eredità di AMORE, a cristiano, figlio nel Figlio, nell'amore al Padre.

* Da ingiusti a giusti, cioè veri figli obbedienti.

* Da peccatori egoisti, a fratelli in famiglia.

* Da disobbedienti ai 10 comandamenti, riassunti nei due datici da Cristo, a fratelli obbedienti e servizievoli.

* Da schiavi di Satana a liberi in Cristo

* Da condannati alla morte eterna, a Vivi in Dio...

Compito dei testimoni della risurrezione, del Cristo risorto

+ Andate in tutto il mondo, fino agli ultimi confini della terra!

+ Annunciatemi!

+ Collaborate con lo Spirito

+ Perdonate i peccati

+ Battezzate

+ Incoraggiate

+ Guarite

+ Assolvete

+ Donate il mio Corpo e il mio Sangue

+ Mettetevi al servizio dell'umanità...

Ecco il compito dei 12 Apostoli, ma affiancati da vescovi, sacerdoti, religiosi, laici, cristiani credenti.

Abbiamo sbagliato noi "CHIESA" (che non è solo Vaticano!)...?

Grazie, Signore, per averci mandato Francesco!

Grazie per tutti i cristiani in campo!

Grazie per i genitori secondo il cuore di Cristo!

Ce la faremo?... "Non siate sfiduciati! Vi manderò lo Spirito!".

 

 

La pietra angolare, cristo, il risorto, e' insostituibile per tutti

Tutto è discutibile in ogni settore della vita, sia intellettuale, che scientifica, politica e materiale. II VANGELO che annuncia IL CRISTO RISORTO è assolutamente INDISCUTIBILE.

+ Lo dichiara apertamente Pietro, nella prima lettura, dagli Atti degli Apostoli. Togliamo questa "pietra angolare" e tutto l'edificio dell'umanità crolla rovinosamente. Si è sbagliato a metterlo in croce? Ebbene, bisogna ripudiare quel misfatto e tornare al Santo e Giusto, all'Autore della vita.

E ogni generazione ripete quel misfatto! Anche noi.

. Giovanni ci mette davanti a noi stessi con estrema chiarezza: sei di Cristo? Vivi da "cristiano". Non vivi da "cristiano"? Non sei di Cristo! Un "aggettivo" pungente, ma che dice tutto: SEI BUGIARDO!

Bugiardo come il Diavolo, perchè si cerca in tutti i modi di manipolare la Parola di Dio che ci vuole poggianti sulla Pietra Angolare, Cristo; non sulla sabbia del deserto. Ci vuole tutti in marcia verso la Terra Promessa, non verso la schiavitù dell'Egitto. Avanza, cristiano, senza mai indietreggiare!

II peccato ti fa indietreggiare quando bestemmi, quando uccidi qualsiasi essere vivente riscattato da Cristo; quando non cerchi Dio, che non è Dio solo di Abramo, ma anche tuo, "mio"! Quando ami la menzogna, non la Verità; quando tradisci i tuoi genitori, la tua famiglia, i tuoi fratelli uomini e donne della storia; quando ti fai idoli con il denaro. Quando ti fai "dio" di te stesso, ripudiando Gesù Cristo.

NON TORNARE INDIETRO...

... nella tua tomba, dove Cristo ti ha raggiunto per portarti fuori con se stesso. Per mettersi nella tua tomba doveva morire. E con che morte, che gli abbiamo inflitto tutti noi terrestri, perchè non più celesti!

Poteva salvarci con una "bacchettata magica". Ma voleva darci una prova di amore, non di onnipotenza olimpica. Allora - ci direbbe Giovanni, oggi - esci dalla tomba, non peccare più per non ritornarci! Coraggio, va' verso la risurrezione!

Che bello arrivare ad essere "uomini perfetti", come da progetto divino!

E l'uomo è perfetto solo quando AMA, libero da qualsiasi peccato di egoismo, di rifiuto, di idolatria.

Siamo risorti? Non inganniamoci da furbetti, pensando che tutto ci sia lecito, come facevamo prima di ricevere lo Spirito. Amiamo e tutto quello che faremo sarà frutto d'amore.

C'è una logica cristiana, inconcepibile per la filosofia pagana: nessuno risorge senza prima essere morto!

MUORI A TE STESSO, IN TE STESSO, volutamente?

RISORGI CON CRISTO, per CRISTO, in CRISTO!

Non si parla della normalissima morte fisica, inevitabile nonostante il progresso. Anche Cristo, come uomo, sarebbe morto come tutti noi di morte naturale, nel corpo.

MA QUELLA MORTE e QUELLA RISURREZIONE sono inesplicabili, accettabili solo perchè si ama colui che è morto per amore.

E arriviamo al Vangelo di Luca: la prima apparizione al gruppo degli Apostoli, dopo essere apparso a due discepoli, i due di Emmaus.

FANTASMA?

Sconvolti e pieni di paura erano convinti di vedere un fantasma!

Ce n'è voluto per convincerli che era proprio LUI in carne ed ossa! Erano guidati dall'incredulità, non dall'amore!

+ Guardate le mie mani e i miei piedi!

Toccate le stigmate dei chiodi! Metteteci il dito! (stigma: marchio, bollo, segno...)

+ Vedete che ho carne e ossa come voi!

+ Anzi: datemi da mangiare! I fantasmi non mangiano...

Sì, era passato attraverso i muri, a porte chiuse, anzi sbarrate. Ma era pur sempre Dio, no?...

E veniamo a noi, molto simili, se non peggiori, dei dodici.

. La Parola non è semplicemente un suono vocale. Diciamo troppe parole, ma uno solo è PAROLA, da udire, accogliere, meditare, digerire, alla quale assentire di cuore. E' LUI.

Come maltrattiamo la Parola-Cristo-Verbo... come fosse un fantasma, un annuncio TV, uno spot pubblicitario!

Come dovremmo annunciarla da ottimi "banditori", spiegarla con "parresia" (fuoco spirituale!), con sicurezza! Sovente riduciamo LA PAROLA a una parola! Cristo a un soffio.

. La Parola si fece CARNE, uomo!

E quell'uomo ( il Figlio del nostro Dio!) è capace di un gesto di amore del tutto inedito, "in-credibile", ma tangibile, anzi manducabile, bivibile: l'eucaristia! oggi.

A questo punto siamo noi che facciamo i fantasmi, non Lui.

"Prendetemi, mangiatemi, bevetemi!". Lo facciamo da credenti.

 

 

Cristo e la Chiesa ci traghettano alla vita nuova

A Venezia, sul Canal Grande, c'è un traghetto famoso che porta i turisti dal Fòndaco dei Tedeschi (antico emporio commerciale dei Tedeschi, appunto) alla Ca' d'Oro, il palazzo più bello della città lagunare. C'è anche l'altro traghetto, più impegnativo, che va dalle Fondamenta Nuove alle Zattere. A remi ci vuole capacità e forza.

Determinazione e occhi aperti.

I termini "tragheto-traghetar"... sono tipicamente veneziani. In Italiano si dovrebbe dire "tragitto-tragittare" secondo il Garzanti.

E' passare dall'altra parte, oltre. PASQUA!

Gesù passa dalla morte alla Vita da Risorto. Poi si fa nostro traghetto, mentre chiama i suoi apostoli a collaborare, quasi come marinai del traghetto:

"Per mio incarico ora deve essere portato a tutti i popoli l'invito a ricevere il perdono dei peccati e a CAMBIARE VITA... Dio vi riempirà della sua Forza" (Lc 24,48s).

Si cambia casa, si cambiano i vestiti, si cambia nazione, si cambiano abitudini, si cambia canale TV... Cristo vuole – dopo averci perdonato i peccati - che decidiamo a cambiare nientemeno che la vita, per non rendere vana la sua Pasqua.

Se accettiamo, Cristo procede per tappe: la prima in assoluto è il perdono dei peccati. Il Papa usa un'espressione inedita: l'Agnello di Dio ci toglie via il peccato.

Ma come? E che cos'è il peccato nostro? Oggi quasi nessuno ne comprende il senso profondo. Potrebbe essere un'astenìa che ci lascia privi di forze. Si può paragonare a un tumore maligno che porta inesorabilmente alla morte. Potrebbero essere le numerose deficienze psico-fisiche che ci portiamo dietro. Potrebbe essere, anzi è la non-presenza dello Spirito di Dio in noi, la deficienza madre di tutte le altre.

Ebbene, sapendo che da soli non riusciamo a superare niente di questo cumulo di peccato, ecco l'Agnello che si addossa il tutto, azzera il debito con il Padre; da Medico delle nostre persone interviene ad eliminare il tumore alla radice, anzi - secondo il Profeta - fa un trapianto di cuore togliendo quello di pietra per sostituirlo con uno di carne.

E finalmente ci per-dona amore! Ci dona un iper-amore, incondizionato, divino. O, usando un'altra similitudine, ci espia (il termine espiare indica esattamente purificare) da tutte le scorie, impurità per riportarci alla purezza dell'oro a 24 carati. Il carato è un piccolo seme di carruba usato come unità di misura dell'oro.

Non è oro puro quando in un anello ci sono 6 parti di oro e 18 parti di metallo comune. E' oro s-purio, non puro. Per esserlo deve avere 24 carati su 24. Ecco dove vuole portarci Cristo, perchè nel Regno di Dio non entra nulla di im-puro, di inquinato. Via l'uomo vecchio, via le scorie della cattiveria, via ciò che viene dal maligno, via le cose della terra nel senso paolino. Siamo fatti per le cose del Cielo.

Nel Regno di Dio dobbiamo essere tutti in perfetta salute, - ed è il secondo intervento di Cristo -, pieni di Spirito, di Amore, con il cuore nuovo, con il Sangue di Cristo.

Quanti rimpianti ebbero gli Ebrei a lasciare l'Egitto! Ci vollero 40 anni - virtuali! - di purificazione dai rimpianti. Quanto ci costa lasciare una prima patria, per la vera patria della libertà! Troppi ricordi... e attaccamenti inutili.

Eppure bisogna lasciare il nostro spirito di ribellione per accogliere lo Spirito di obbedienza di Cristo. Come fece LUI.

Dobbiamo lasciare il nostro volto sempre corrucciato e risentito, per quello dolce e mite di Cristo. Che pasqua dura!

Dobbiamo abbandonare un cuore sempre agitato e nervoso, per um cuore BUONO, per una vita buona. Come fecero i Santi.

Dobbiamo passare dal menefreghismo indifferente alla carità operosa a incominciare dal saluto cordiale ed aperto.

Da un atteggiameto aspro e combattivo contro tutti, a um atteggiamento conciliante e sereno. Costruttori di pace!

Da una vita senza cuore, a una nuova vita con il cuore di Cristo, capaci di perdonare, e soprattutto di servire.

Dalla rabbia di fondo, dalla ruvidezza di tratto, dalla maleducazione , alla pace del cuore , alla gentilezza del tratto, alla nobiltà del comportamento verso Dio, se stessi, gli altri.

Dall'arroganza, all'umiltà. Dalla prepotenza al servizio. Dalla asocievolezza, dall'individualismo, alla comunione. Dalla xenofobia alla fratellanza vera, universale. Senza campanilismi e regionalismi. Non dimentichiamo che c'è un SOLO PADRE.

Ecco una traduzione concreta del cambiare vita che il Vangelo ci chiede. Certamente il passaggio nel traghetto di Cristo non è facile, non è a distanza corta, non è automatico. Non è neppure obbligatorio prendere il traghetto!... Ma se non si cambia vita del tutto, si potrebbe essere rimandati da dove volevamo partire. E sarà morte per sempre. Non ci vengono dati tempi supplementari.

Questo è l'unico tempo utile, da non sprecarne neppure um secondo.

RIVOLGIAMOCI A CRISTO (convertiamoci a Lui).

Possiamo contare su di Lui: ci salva, ci perdona, ci traghetta nella sua CASA.

padre Tiziano Sofia sdb

 

 

La versione lucana dell'incontro di Gesù Risuscitato coi suoi discepoli ha due centri di gravità. La prima cerca di superare l'incredulità dei discepoli risaltando la veracità dell'evento; l'Apparizione non è di un fantasma, può mangiare ed essere palpato, essere visto e sentito. Il narratore torna ad insistere nell'incapacità dei testimoni di credere in quello che stanno vedendo e capire quanto sentono: di non essere stati con Gesù, di non averlo seguito dandolo per morto; il Risuscitato dovette impegnarsi a fondo per dimostrare la realtà della sua vita. Il secondo centro di interesse del racconto vuole convincere il credente: quello che è successo è parte di un progetto divino; attua le promesse di Dio e porta salvezza a chiunque lo accoglie, come lo stesso Gesù ha dimostrato ai suoi primi discepoli. Credere, dunque, nella resurrezione di Gesù è affermare che esiste un programma divino che ci ingloba: Gesù vivo oggi, è oggi nostra speranza, rassicura il nostro domani ed il nostro futuro; il testimone di Gesù spera in quello che crede e crede in quello che spera. Sa che Cristo vive nella vita di chi sa che l'ha trovato perché Risuscitato. Chi vive oggi con lui, vivrà per sempre in sua compagnia. Dovrà far diventare realtà quella speranza per renderla credibile.

1. LEGGERE

Luca chiude il suo vangelo narrando una lunga intervista di Gesù con due dei suoi i suoi discepoli che situa a Gerusalemme (Lc 24,36-49.52-53) e paraggi (Betania: Lc 24,50-51) al tramonto del primo giorno della settimana (Lc 24,1.29). Al calar del giorno, essendo riuniti i discepoli, si è presentato improvvisamente Gesù in mezzo ad essi e dà loro la pace (Lc 24,36; Jn 20,19). La sua presenza li sconvolge, scatenando sorpresa ed incredulità: non possono credere a quello che vedono e credono che sia un fantasma (Lc 24,37.39). A ben poco è servita l'apparizione a Pietro (Lc 24,34) e la testimonianza di quelli di Emmaus (Lc 24,35). Gesù che si meraviglia della loro reazione, deve impegnarsi a fondo per convincerli della sua identità: si lascia palpare, poiché il vederlo non è sufficiente (Lc. 24,39) e finirà per mangiare quello che hanno (Lc 24,41) per condurli al riconoscimento (Lc. 24,39) ed alla gioia (Lc. 24,41).

Di nuovo, come già quelli di Emmaus (Lc. 24,17.32-33), i discepoli passano del sorpresa iniziale (Lc. 24,37, all'allegria Lc. 24,41) una volta superati i dubbi (Lc 24,38). Il Risuscitato deve convincere i suoi testimoni, vincendo le loro resistenze (Mt. 28,17; Lc. 24,11; Jn. 20,25-27): l'incredulità non nasce in primo luogo nel cuore dei nemici, ma l'alimentò l'incapacità dei testimoni. Oltre ad un'indubbia intenzione apologetica, il fatto risponde a verità. Il dubbio fu la prima reazione ma dopo si fecero suoi annunziatori. E dal dubbio non sarebbero usciti, se il Risuscitato non si fosse impegnato a fondo per dissiparla: dovrà lasciarsi toccare e mangiare insieme a loro. Con ciò Luca non vuole dire niente sulla realtà corporale del Risuscitato; poter essere toccato e mangiare non prova le nuove capacità del corpo risuscitato; appoggia, quello sì, l'obiettività dell'esperienza dei testimoni. Smisero di crederlo un fantasma perché convissero strettamente con lui, come l'avevano fatto prima della sua morte; nessuno, dunque, meglio di essi che non credevano a quello che vedevano, poterono essere testimoni degni di fede.

Guadagnati dal Risuscitato, può finalmente catechizzarli. Il discorso ha due parti, introdotte in forma identica (Lc. 24,44a.46a); nella prima, Cristo scopre il senso profondo di quanto aveva detto loro già durante il suo ministero (Lc. 24,44b-45), nella seconda, allude ai compiti futuri dei discepoli (Lc. 24,46-49): quello che aveva detto mentre viveva con loro ed ora spiegato, ha come obiettivo la missione che viene loro affidata.

Come fece già prima (Lc. 24,6-7.26-27) il Risuscitato ricorda ai suoi discepoli che quello che era successo era già stato predetto da lui (Lc 9,22; 17,25; 18,31-33) e che si compie ciò che era stato annunciato nella Scrittura. L'identificazione tra la sua vita, passata e presente, ed il progetto di Dio è perfetto. Ma non lo capisce chi vuole, bensì coloro ai quali glielo faciliti: è il cuore, non la scrittura, quello che bisogna aprire. L'esperienza pasquale è la luce da dove bisogna capire la predicazione di Gesù, stessa cosa che la Parola di Dio; a partire da lei, si apre il senso della Scrittura ed in lei si vede annunciato il destino di Cristo (Lc 24,46), in concreto, la necessità della sua morte, l'annuncio della sua resurrezione e la proclamazione della conversione ed il perdono a tutte le genti.

Luca responsabilizza perfino il Risuscitato dei contenuti del vangelo che annunzia agli evangelizzatori. La missione del compito di evangelizzatore è un ordine al quale non si potrà sottrarsi. Istruiti, ricevono ora la missione di predicare ad ogni creatura (Lc. 24,47) la conversione (Atti 2,36-38), la promessa del Padre (Lc. 24,49) ed il mandato di rimanere a Gerusalemme, da dove devono incominciare l'evangelizzazione cristiana (Atti 1,8) quando ricevono il potere che fa di loro i testimoni di tutte queste cose (Lc. 24,48).

2. MEDITARE

Il vangelo insiste nel fatto accaduto quel primo giorno della settimana, nel quale Gesù Risuscitato si trovò coi suoi discepoli per liberarli dai loro dubbi e dalle loro paure, e convincerli che realmente era vivo. A noi può sembrarci provocante, inspiegabile perfino, senza giustificazione possibile, che i più vicini a Gesù tardassero tanto ad arrivare a credere che era risuscitato. Dimentichiamo che l'avevano visto morire e conoscevano il posto della sua tomba. Essendo stato testimoni oculari della sua morte, non erano molto preparati per accettare la realtà di una vita alla quale non potevano pensare, della quale non avevano esperienza alcuna e che nemmeno se l'aspettavano.

Non oggi siamo in migliori condizioni che i primi discepoli per arrivare alla convinzione che Cristo vive. Non l'avendo visto morire in croce, difficilmente possiamo immaginarcelo vivo tra noi; e questo è il nostro male. Viviamo confessando che Cristo è risuscitato, ma dovendo riconoscere che noi, dato che non l'abbiamo trovato mai, non siamo in fin dei conti tanto sicuri di ciò. Ci costa poco ripetere con le labbra l'affermazione della sua resurrezione, perché non l'abbiamo visto morire in croce; ma non riusciamo a sentirci accompagnati dal Risuscitato. E, come quei discepoli, viviamo non credendo in realtà quello che diciamo di credere: il nostro cuore non concede credito a quello che professano le nostre labbra. Non vacilla davanti a nulla, né davanti alla morte - quella dei suoi o la propria!- chi la sa vinta in Cristo Risuscitato. Da dove, dunque, procedono le nostre paure ed il nostro non sperare? Come spiegarci che non siamo sicuri che esiste una vita dopo la morte, se confessiamo che Cristo risuscitò dai morti?

Chissà se ci manca la prodezza di comunicarci gli uni gli altri la fede che viviamo, il coraggio per dirci la speranza della quale ci alimentiamo nell'avversità, la semplicità per sincerarci con quanti condividono il nostro amore a Cristo. Senza dubbio ci sorprenderebbe costatare che siamo tanti quelli che abbiamo messo la nostra migliore speranza in Cristo, tanti quelli che sentiamo che è vivo il nostro Signore. Ma è necessario che ce lo diciamo apertamente: la fede che non si esprime, se non è già morta, è fede condannata a morire. Ed è possibile che la nostra fede stia morendo, perché ci ostiniamo a viverla nell'intimità, per noi stessi. Colui che sa che Cristo è risuscitato, non può tacerlo: dovrà dirlo al mondo, incominciando, come i primi discepoli, dai più vicini.

L'episodio di Emmaus ci ricorda oggi che Gesù si rese presente a coloro i quali si trovavano insieme raccontandosi quanto avevano visto e sentito. Non credevano ancora, ma parlavano già di tutto quello che era successo. E mentre conversavano, il Risuscitato irruppe in mezzo ad essi; è vero che dovette vincere le loro paure ed i loro dubbi, ma già si stavano convincendo gli uni gli altri di averlo visto vivo. Possiamo perdere anche oggi l'opportunità di trovarci con Cristo, solo perché non ci troviamo con quelli che condividono con noi la fede e la speranza in Cristo Risuscitato. Può darsi che la nostra fede non sia ancora molto motivata, ma ciò non è ostacolo per smettere di condividerla.

Chi vive la propria fede al di fuori della comunità credente, non potrà assicurarsi contro la perdita di tale fede: credere nel Risuscitato è possibile unicamente in comune, facendosi forti gli uni dell'esperienza degli altri, dando contemporaneamente speranza agli altri dando il nostro tempo e le nostre attenzioni. La migliore difesa della fede comune è il suo vissuto in comune: condividendo quello che noi sappiamo già di Gesù con chi ancora non lo conosce tanto, testimoniando chi è per noi e come siamo arrivati alla convinzione che vive realmente, faremo possibile ad altri quella fede che abbiamo già e ci prepariamo meglio ad un nuovo incontro con lui che ci confermi nella certezza della sua risurrezione.

Oggi, più che mai, quando la nostra fede è più minacciata, quando i credenti, solo per essere tali, ci sentiamo meno compresi e non ci si prende sul serio perché continuiamo a credere in Cristo, allora ci è presentata una opportunità unica per ritrovare l'entusiasmo della fede e la fiducia in noi stessi: torniamo a dirci gli uni gli altri la nostra fede, confidiamoci mutuamente i nostri sforzi per rimanere fedeli, celebriamo la nostra speranza comune, ed il Signore, come in quel primo giorno della settimana, si lascerà vedere da noi; e liberandoci della nostra angoscia ci riempirà della sua pace. Chissà se non è tanto pesante l'essere credenti, solo perché vogliamo riuscirvi da soli, fidandosi delle nostre sole forze!

Bisogna pensarlo sul serio: Gesù si lasciò vedere e toccare da quelli che trovò riuniti, condividendo insieme la loro incertezza ma anche la convinzione che era vivo. Fece tutto il possibile per persuaderli convivendo con essi, mangiando alla loro tavola e spiegando loro quello che non capivano ancora. Di quanto non ci staremo privando noi, persistendo nel vivere in solitudine la nostra fede, senza l'appoggio di coloro che hanno creduto prima o credono più e meglio di noi!

Ci stiamo privando, certamente, della certezza di avere Gesù a nostra disposizione, non convivendo con chi osa condividere vita e fede con gli altri; e quello che è ancora più importante, stiamo perdendo l'occasione di sentire Gesù, mentre spiega tutte quelle cose che non capiamo ancora del tutto, mentre dissipa i nostri dubbi e vince le nostre paure. Spesso ci lamentiamo di non sentire Dio; ci sembra che ogni giorno Egli ci dice meno, e perfino incominciamo a dubitare che sia già disinteressato di noi; e ci allontaniamo da coloro che lo sentono ancora, da quanti ancora sono in comunicazione con Lui e lo ascoltano. Non è molto logico il nostro comportamento: non sentire vicino Dio non dovrebbe allontanarci da coloro che lo hanno vicino; non captare la sua voce non deve distanziarci da quanti sanno ascoltarlo. Dovremmo, piuttosto, usare le nostre difficoltà nel vivere la fede per cercare con maggiore interesse coloro che le hanno sapute superare, o stanno tentando, perché li affrontano insieme.

Vivere in comune la fede rende più facile la fedeltà, perché Gesù si mostra a chi lo aspetta in compagnia. Non c'è tempo da perdere: se ci pentiamo della debolezza della nostra vita di fede, se non siamo molto convinti che Cristo vive realmente e non riusciamo ad appoggiare su di lui le nostre speranze, cerchiamoci un posto, alcune persone, una comunità dove si parla più spesso e col cuore di lui: risorgerà la nostra fede e rivivrà la nostra speranza. Varrebbe la pena di tentare. Prima di perdere Dio, perdiamo un po' più del nostro tempo, alcune delle nostre occupazioni preferite, qualcosa della nostra vita, cercandolo vicino a chi condivide con noi l'anelito di trovarlo. Siamo ancora troppi quelli che siamo interessati a Cristo Risuscitato: Egli non smetterà di venire all'incontro di chi, insieme ed uniti, lo cerchiamo.

Juan Jose Bartolome sdb.

(traduzione: don Nino Zingale sdb)

 

 

Gli evangelisti sono unanimi nel presentare la risurrezione di Gesù come un fatto inaspettato, che sorprende prima le donne e poi gli stessi apostoli. Gesù li costringe con la sua presenza reale e umanissima a ritrovare la fede in lui e li conferma nella missione di essere suoi testimoni.

La parola di Dio

Atti 3,13-15.17-19. Pietro, agganciandosi alla fede di ogni ebreo, si riferisce al Dio "di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" per testimoniare la messianicità di Gesù. Pietro è schietto e coraggioso, ma anche un vero pastore, che si rivela disponibile al perdono e alla comprensione e invita quelli che hanno condannato a morte Gesù a cambiare orientamento di vita.

1ª Giovanni 2,1-5a. Giovanni parla anche lui di misericordia e di perdono, ma invita alla fedeltà: chi ha conosciuto Dio lo deve dimostrare con l'osservanza dei comandamenti.

Luca 24,35-48. Luca colloca tutti gli incontri con Gesù risorto nel giorno di Pasqua. Questa è l'apparizione al collegio degli apostoli, che sono "sconvolti e pieni di paura". Guidati dalle parole di Gesù, essi passano dal dubbio alla gioia e alla fede esplicita. 

Riflettere...

o In questa domenica viene proposto un altro racconto pasquale. Dopo le apparizioni per così dire private del Risorto, c'è questo terzo atto del dramma pasquale, quello decisivo: l'apparizione al collegio degli apostoli. Gesù si presenta loro con il suo corpo fisico, reale e dà agli apostoli la missione di evangelizzare il mondo.

o Il brano riporta decisamente nel clima di quella giornata straordinaria che è la Pasqua di Gesù. Due discepoli abbandonano sfiduciati Gerusalemme. Gli undici apostoli si ritrovano insieme pieni di paura e parlano di quello che sta capitando. Che cosa rimane della loro esperienza apostolica? Di quella piccola comunità che per alcuni anni si era costruita attorno a Gesù? Quegli uomini non erano preparati alla sconfitta del messia. Sono sconvolti e amareggiati, non comprendono più nulla. Fu forse questo lo stato d'animo di Giuda, che ha lentamente preparato il tradimento, non comprendendo il significato della tragedia che si stava tramando attorno a Gesù.

o Gesù non li abbandona proprio ora. Ha tante volte parlato di perdono, di amore disinteressato, di fiducia misericordiosa in chi ha sbagliato e ora ne dà l'esempio.

o La Pasqua è il vertice della rivelazione dell'amore misericordioso di Dio. Gesù, che per amore dell'uomo non è stato risparmiato, e che "nella sua passione e nel supplizio della croce non ha trovato misericordia umana", con la risurrezione si rivela come "la fonte inesauribile della misericordia", "l'incarnazione definitiva della misericordia" (cf Dives in misericordia, n. 8).

o Gesù accetta la sfida di Tommaso e degli apostoli che non vogliono o non riescono ad aprirsi alla fede: "Toccatemi, datemi da mangiare...", e spiega loro il senso delle scritture.

o Gesù ricompone tutto: reintegra nella loro posizione gli apostoli e li conferma nel compito di annunciare l'esperienza evangelica. Con grande pazienza, ma anche con una chiarezza a cui gli apostoli non erano del tutto abituati prima della Pasqua, Gesù svela il senso di ciò che ha vissuto e in quale esperienza sconvolgente gli apostoli sono stati coinvolti. Spiega loro le scritture, le profezie. È una vera catechesi esplicita, un completamento della sua opera, in modo che quelli che erano chiamati ad annunciare il vangelo fossero pienamente consapevoli del senso della storia e del piano di salvezza di Dio sul mondo.

o Gli apostoli, di fronte a Gesù, passano per i sentimenti più opposti: sono prima sconvolti e pieni di paura, credono di vedere un fantasma; poi si rivelano stupiti e non riescono a credere di avere di fronte realmente l'uomo che è stato crocifisso. Gesù mostra allora le sue ferite ed essi vengono presi da una gioia profonda.

o Sulla croce Gesù ha gridato: "Tutto è compiuto". In realtà la sua missione ha un seguito in quest'opera di ricupero degli apostoli.

o La testimonianza più convincente dell'avvenuta trasformazione la offre Pietro (1ª lettura), che vediamo così convinto e coraggioso, profondamente cambiato. Accusa apertamente gli ebrei e li invita alla penitenza, alla conversione, al cambiamento del cuore. Premesse indispensabili per aprirsi a Gesù.

Attualizzare

* In un solo capitolo (il 24) Luca riassume, come fanno Matteo e Marco, tutte delle apparizioni del risorto. È curioso che gli evangelisti diano tanto spazio alla passione e alla morte di Gesù e così poco alle apparizioni del Risorto. Probabilmente le sofferenze di Gesù erano rimaste molto impresse nel loro animo, lasciando in loro non pochi sensi di colpa, mentre gli episodi della Risurrezione per così dire li hanno vissuti in prima persona ed erano oggetto della loro quotidiana testimonianza.

* Le donne corrono al sepolcro con gli aromi per completare la sepoltura, ma vedono la tomba aperta, la pietra rotolata, entrano e non trovano il corpo di Gesù. Due uomini in vesti splendenti dicono loro: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?". Corrono dagli apostoli. Luca non parla di donne piene di paura che non dicono nulla a nessuno, come fa Marco. Matteo racconta che le donne erano spaventate, ma piene di gioia. Luca scrive che le donne corrono immediatamente a dirlo a Pietro e agli apostoli. Pietro ? come racconta anche Giovanni ? corre al sepolcro, guarda dentro e resta pieno di stupore.

* Il brano comincia con i discepoli di Emmaus che ritornano a Gerusalemme e raccontano agli apostoli di aver incontrato Gesù. Dicono che si è presentato a loro come un viandante e si è manifestato "nello spezzare il pane". Il loro racconto si accompagna a quello delle donne. È mentre gli apostoli parlano stupiti di queste cose che Gesù si presenta a loro.

* Siamo colpiti da come i fatti della risurrezione vengono vissuti e raccontati e anche come li accolgono gli apostoli e le donne. Nell'insieme, essi non credono, sono pieni di dubbi e hanno paura. Gesù si presenta loro nelle sembianze di un ortolano, di un viandante, viene scambiato per un fantasma, si presenta loro mentre pescano e non viene riconosciuto. Ecco, Gesù dopo la risurrezione appare trasfigurato, ma non ancora glorioso. Si presenta ancora in forma pienamente umana, chiede a loro qualcosa da mangiare, si lascia toccare le mani e il costato da Tommaso.

* Questi sono elementi importanti per coloro che dicono che la risurrezione di Gesù è frutto di suggestione collettiva degli apostoli e delle donne. Com'è possibile che persone che erano entrate profondamente in crisi, pieni di paura e di dubbi, abbiano potuto inventare il fatto che Gesù si è ripresentato vivo?

aGesù più volte aveva parlato della sua passione, morte e risurrezione, ma sempre ? leggiamo nel vangelo ? gli apostoli non capivano che cosa volesse dire "risuscitare dai morti". Questa volta lui si presenta vivo e li costringe ad arrendersi all'evidenza. Beninteso non si tratta di "apparizioni", come si potrebbe pensare, ma realmente di un "ripresentarsi vivo".

* Ad apostoli dubbiosi e paurosi, Gesù riaffida la missione di essere suoi testimoni nel mondo. La missione di essere testimoni della risurrezione di Gesù rimane una costante nella chiesa di ogni tempo. È una missione semplice e nello stesso tempo più coinvolgente di ogni altra. Perché non si tratta tanto di trasmettere notizie o cose scritte, quanto di presentare se stessi come presenza viva, un'esperienza personale vissuta. "Quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono… di ciò diamo testimonianza e lo annunciamo anche a voi" (1Gv 1,1-3). Testimoniare vuol dire raccontare ciò da cui siamo stati afferrati e convinti, ciò che anima le nostre convinzioni e le nostre scelte.

* "Diventare testimoni: non tanto per convincere, quanto per essere segno. Infatti essere testimoni non è fare propaganda o fare qualcosa di misterioso: È vivere in modo tale che la propria vita sia inspiegabile, se Dio non esiste" (card. Suhard).

* Ogni cristiano che sia approdato seriamente alla fede, potrebbe raccontare che all'origine del suo incontro con Cristo c'è stato un testimone che gli ha trasmesso un modello di vita che lo ha spinto alla conversione, dei gesti di amore e di accoglienza che gli hanno fatto capire la verità che porta con sé la proposta cristiana.

* Diventare testimoni è un impegno che coinvolge tutti, sacerdoti, consacrati e laici. Anzi, sono proprio i laici che possono offrire la testimonianza più convincente e credibile. Si tratta per essi di passare da una testimonianza piuttosto passiva e da un atteggiamento di dipendenza, a quello di essere testimoni personali e creativi. Sapendo che ogni discepolo di Gesù deve sentire in forma personale il compito di portare a termine la missione di Gesù. La Pasqua rimane vana se non c'è chi la spieghi e la renda operante, suscitando la fede con la parola e la testimonianza.

* Infine ricordiamo che Gesù si è presentato vivo di domenica e in un contesto eucaristico. Non si tratta di vere e proprie celebrazioni, ma c'è l'essenziale di ciò che sarebbero diventate le nostre assemblee domenicali: c'è Gesù risorto; spiega le Scritture agli apostoli sfiduciati, paurosi e increduli; mangia con loro, anzi offre loro il suo corpo, testimone del sangue versato. È così che nasce la chiesa: dalla presenza di Gesù, dal ritrovarsi insieme, dallo spezzare il pane, dalla testimonianza dell'amore misericordioso predicato e vissuto.

Montava sulla sedia e faceva la predica

San Giovanni Calabria, nato in una famiglia poverissima, con il padre sempre ammalato e inabile al lavoro, prima di diventare prete lavorò per qualche anno in una cartoleria. Nel 1889 ha 16 anni. Il suo padrone Felice Quarena era in fondo un brav'uomo, ma s'era preso il brutto vizio d'infilare in ogni conversazione delle terribili bestemmie, infiorandole di espressioni volgari. Giovanni in un primo tempo arrossiva e rimaneva intimidito e mortificato, ma in seguito si fece coraggioso, e tutto vibrante e rosso in volto montava su una sedia e faceva con solennità un bel predicozzo al suo padrone, dandogli in bella maniera dello sboccato e del miscredente.

È la Pasqua del Signore!

"Cerchiamo di essere simili a Cristo, dal momento che Cristo si è fatto simile a noi: diventiamo Dio per mezzo di lui, dato che lui si è fatto uomo per noi. Egli ha preso su di sé quello che c'era di più basso per donarci quello che c'è di migliore. Si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà, ha preso forma di servo, perché noi ottenessimo la libertà. È stato tentato perché noi superassimo le prove, è stato disprezzato perché noi avessimo la gloria. È morto perché noi avessimo la vita, è salito al cielo per attirare a sé quelli che giacevano a terra, caduti nel peccato" (san Gregorio Nazianzeno).

Umberto de Vanna

 

 

Mentre parlavano … egli stette in mezzo a loro

Mentre parlavano. Non ha bussato alla porta… non ha fatto capolino da dietro una tenda… era lì! E a un tratto si sono accorti della sua presenza.

E - stranissimo - si sono spaventati. Erano pieni di timore. Tutti gli altri racconti di risurrezione dicono che i discepoli gioirono al vederlo. Qui no. La ragione, dice Luca, è che credevano di vedere un fantasma.

Luca, lo sappiamo, scrive per gente di lingua greca, pagani abituati a sentire storie di fantasmi. È obbligato, per affermare la reale risurrezione di Gesù, a parlare di lui in carne e ossa. E lo fa con tale realismo, da metterci francamente un poco in imbarazzo. Se il suo corpo è così materiale da poter essere toccato, come ha fatto a venire lì senza aprire la porta? E a sparire subito dopo? Se invece non è così materiale, come ha fatto a mangiare il pesce?

Queste però sono obiezioni improprie, perché non tengono conto del modo di scrivere dell'epoca. Nessuno allora scriveva dottrine astratte o trattati teorici, ma ogni idea era comunicata attraverso una storia, un racconto, un'allegoria. Così è in tutta la Bibbia (v. Giona, Tobia...) (ma anche in Platone, Lucrezio, Apuleio…).

Quello che tutti i Vangeli vogliono farci capire attraverso i loro racconti di risurrezione sono due idee precise:

1. Gesù è veramente risorto, cioè vivo.

2. Il Gesù della storia e il Cristo della fede sono la stessa persona. È risorto ed è presente in mezzo a noi proprio quel Gesù che visse, amò, soffrì e morì con noi. La "risurrezione della carne" di cui parla la Bibbia esprime appunto la continuità personale tra il prima e il dopo della morte.

Come sono arrivati i discepoli a tali conclusioni? Ci sono arrivati sulla base di tutte le acquisizioni del loro percorso di maturazione religiosa. La risurrezione rappresenta un approfondimento e una rivelazione dentro la loro fede biblica. Per questo Gesù risorto è raccontato nell'atto di fare questo: spiegava le Scritture mostrava come in definitiva esse parlano di lui. Perché tutte le speranze di sopravvivenza e tutte le promesse di vita eterna della Bibbia sono confermate a partire da lui. Se egli infatti non fosse risorto, sarebbe tutto assurdo.

Intanto Gesù non sarebbe più lui. Essendo evidente che Dio era con lui (dati non solo i suoi miracoli, ma soprattutto la sua santità), allora Dio non poteva lasciarlo morire e basta: tutto ciò che lui ci ha detto risulterebbe falso.

E anche Dio non sarebbe più Dio: apparirebbe o ingiusto o impotente.

E anche noi non saremmo più noi: tutto il senso del nostro vivere andrebbe perduto. A cosa servirebbe fare il bene, se tutto finisse nell'indifferenza, nel vuoto, peggio: nel suo opposto? Noi sentiamo che non può essere così. E non è così, proprio perché la nostra vita non finisce qui. La vita di nessuno di noi. Per questo diciamo con san Paolo che Gesù è

Il primogenito di coloro che sono morti (San Paolo)

Per questo noi sentiamo che siamo già in qualche modo risorti: nella misura in cui siamo uniti a Dio (tramite Gesù), siamo sicuri che non finiremo nel nulla. Da Dio infatti nessuno può separarci.

È risorto ed è presente in mezzo a noi quel Gesù che visse faticò patì per noi.

don Attilio Giovannini

 

 

Per la gioia non credevano ancora

Il brano di Luca, che oggi ascoltiamo, ci consente di rivivere l'esperienza dei discepoli che, mentre sono riuniti, incontrano il loro Maestro, Gesù risorto:

Egli è "in mezzo a loro".

E offre la sua "pace", cioè la pienezza dei beni messianici.

Dona la fede che li porta a poco a poco a riconoscerlo nella gioia.

Apre i loro occhi e il loro cuore per capire le Scritture, che parlano di Lui.

Li invia come suoi "testimoni" a ogni uomo della terra e della storia.

Gesù ha già offerto prove convincenti della sua risurrezione: il sepolcro vuoto, la testimonianza degli angeli, l'apparizione ai discepoli sulla strada di Emmaus. Ma davanti all'insistenza e alla crescente mancanza di fede, Gesù offre prove sempre più tangibili:

appare agli apostoli riuniti, mostra le sue ferite, si mette a tavola con loro.

Gesù ha un vero corpo.

L'Evangelista Luca insiste nell'affermare un reale passaggio dalla morte alla vita, una vita che viene da Dio e afferra l'uomo in tutta la sua concretezza e globalità.

In questo racconto dell'apparizione agli undici soltanto Gesù agisce, parla: saluta, domanda e rimprovera, invita a rendersi conto della sua verità, mostra le mani e i piedi e, infine, mangia davanti ai discepoli. Al contrario, i discepoli sono fermi e silenziosi, tranne il gesto di offrire a Gesù una porzione di pesce. Di loro, però, sono descritti con attenzione i sentimenti interiori: lo sconcerto e la paura, il turbamento e il dubbio, lo stupore e l'incredulità, la gioia.

Sono sentimenti che tradiscono una difficoltà a credere nella risurrezione. Non è facile credere nel Risorto. Persino la gioia - che si direbbe andare in senso contrario - è presentata da Luca come una ragione che, se pure in modo diverso dalla paura, rende increduli.

Una gioia così inattesa e nuova che ancora lascia spazio al dubbio di chi è tentato di dire: "Troppo bello per essere vero!". Dopo la risurrezione l'uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché si trova davanti a un fatto assolutamente insolito, sia perché si imbatte in una sorpresa troppo bella, desiderata ma ritenuta impossibile.

Potrebbe capitare di pensare anche a noi che il Vangelo sia: una specie di fantasma, che si tratti di parole astratte, lontane dalla vita, belle ma impossibili:

e ne abbiamo anche paura perché pensiamo che siano troppo esigenti, che richiedano sacrifici, che propongano rinunce, che pretendano una vita poca felce. Ne consegue che con incredibile facilità le depotenziamo e le infiacchiamo nella loro radicalità perché non ci disturbino troppo.

Ma Gesù torna; torna ogni domenica e dopo il saluto di pace dice a tutti noi: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono io! Toccatemi e vedete; uno spirito non ha carne ed ossa come vedete che ho io".

Mentre parla in questo modo, mostra le mani e i piedi segnati ancora dalle ferite dei chiodi; non propone una lunga e dotta disquisizione teorica sulla risurrezione, e neppure si mette a fare teorie sulla fede.

Gesù mostra la realtà concreta del suo corpo risorto. Le ferite sul corpo, senza dubbio ci dicono che il Gesù di Pasqua è lo stesso Gesù del Venerdì santo, ma la loro permanenza nel corpo del Signore risorto richiama anche la realtà del dolore e del male ancora presente in questo mondo. La risurrezione certo è avvenuta ma deve continuare ancora.

E'iniziata con Gesù, il capo del corpo, si potrebbe dire; ma ci sono tante parti di questo unico corpo che hanno ancora ferite aperte: sono i poveri, i malati, i carcerati, i torturati. i condannati a morte, i paesi in guerra, i colpiti dalle disgrazie e dalla violenza.

Sì, vedere e toccare! Questi sono i verbi della risurrezione: accorgersi di chi ci sta accanto e soffre e non passare oltre. La vittoria sulla nostra incredulità inizia da quest'incontro affettuoso con il corpo ancora ferito di Gesù.

Gesù si trova in una condizione radicalmente nuova rispetto alla sua esistenza terrena: è Lui, ma tutto trasfigurato nella gloria di Dio. C'è identità fra il Gesù terreno e il Gesù risorto.

Gesù torna da loro, dai suoi Apostoli e siede alla loro tavola, segno che li ammette alla sua mensa in qualità di amici, segno che egli li ha perdonati.

In ogni celebrazione eucaristica la prima cosa che sta a cuore a Gesù ed il primo dono che ci fa è assicurarci che Lui è qui con noi, risorto e nella pienezza della vita. La risurrezione di Cristo si inscrive non soltanto nel centro del cristianesimo, ma nel centro stesso della storia.

Con la risurrezione si realizza in Cristo, in anticipo, la sorte che ci attende come nostro futuro: in lui risorto si realizza quella pienezza che ogni uomo e donna cerca nella propria vita.

Luca Desserafino sdb

 

 

Dio lo ha risuscitato dai morti, e di questo noi siamo testimoni…

Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato ci riporta ancora una volta agli avvenimenti della sera di Pasqua. Gli Apostoli, i discepoli e le donne, nel Cenacolo stanno commentando tra di loro, con sempre maggior meraviglia, i fatti accaduti in quella giornata: la tomba trovata vuota dalle donne, da Pietro e da Giovanni, le apparizioni di Angeli che le donne dicono di aver avuto, i due discepoli che rientrano di corsa da Emmaus ed assicurano di aver riconosciuto Gesù mentre spezza il pane, mentre ripete cioè il gesto dell'ultima cena. I commenti sono tanti ed i più disparati! All'improvviso Gesù in persona appare in mezzo a loro, e li saluta con l'augurio di pace. Gli Apostoli ed i discepoli sono "stupiti e spaventati", "turbati e dubbiosi"; pensano di vedere un fantasma. Gesù li rassicura di essere proprio Lui, in carne ed ossa: "Guardate le mie mani ed i miei piedi…Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne ed ossa come io ho". E per dare loro una prova ancora più convincente, si fa dare una porzione di pesce arrostito e mangia con loro.

Gesù è veramente risorto nel suo corpo; ed è lo stesso Gesù della passione, perché ne porta i segni. "Dio lo ha risuscitato dai morti - dirà S. Pietro - e di questo noi siamo testimoni". I dubbi e le perplessità scompaiono dalla mente degli Apostoli, ed una grande gioia invade il loro cuore; non predicheranno altro, nella loro vita, se non Gesù morto e Risorto. Gesù li aiuta a ritornare con la mente alle parole che aveva loro detto riguardanti la sua passione, morte e risurrezione, e che essi non avevano compreso; ora quelle parole si sono tutte realizzate: "Il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme".

S. Pietro, nel suo primo discorso agli abitanti di Gerusalemme, non avrà paura di ricordare le loro responsabilità: "Voi avete consegnato e rinnegato Gesù di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il santo e il giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino (Barabba) e avete ucciso l'autore della vita". Ma Pietro ricorda pure che la bontà di Dio vince sempre la cattiveria e l'ignoranza degli uomini, e sa sempre realizzare il suo piano di amore e di salvezza. "Ma Dio lo ha risuscitato dai morti, e di questo noi siamo testimoni… Dio ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti… Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati". Queste parole non possono non risuonare anche a nostra consolazione! Nonostante tutta la nostra miseria e la nostra cattiveria, Dio non manca di realizzare il suo piano di bontà e di misericordia nei nostri riguardi. Ce ne assicura l'apostolo San Giovanni con le parole che abbiamo ascoltate nella seconda lettura: "Abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma per quelli di tutto il mondo". E la Lettera agli Ebrei afferma ancora che Gesù "è sempre vivo per intercedere a nostro favore". Riprendiamo allora coraggio e rinnoviamo la nostra fiducia nella bontà misericordiosa del Padre che ha sacrificato il proprio Figlio perché noi potessimo ritornare ad essere figli suoi, e chiamarlo Padre.

Maria che, anche nelle ore buie della passione del Figlio, non ha mai dubitato della sua parola, e che perciò è stata la prima a ricevere la consolazione di vederlo Risorto il giorno di Pasqua, ci aiuti a credere nella vittoria che Gesù ha riportato sul male, per risorgere anche noi con Lui da una vita di peccato e di cattiveria, ad una vita di bontà e di grazia.

don Mario Morra sdb

 

 

Risurrezione della carne - Il corpo

Gli episodi salienti del brano evangelico d'oggi sono i seguenti:

* la "frazione del pane", nella quale si esperimenta tangibilmente la presenza di Gesù risorto, che costituisce la sostanza del mistero eucaristico;

* l'apparizione di Gesù con la sua carne gloriosa, che porta ancora i segni della Passione, per indicare che la risurrezione corporale si realizza anche per tutti i credenti in lui;

* la definitiva interpretazione messianica delle Scritture fatta per bocca di Gesù stesso, il quale finalmente può rompere il "segreto messianico" e rivelare compiutamente il senso della sua vita e del suo insegnamento;

* e infine l'invio degli Apostoli nel mondo per testimoniare appunto la sostanza di quanto è avvenuto in Gesù.

Gesù appare con il suo corpo glorioso

(Per designare una certa attrice americana, i giornalisti cinematografici e gli agenti della pubblicità l'hanno definita "il corpo". Sia o non sia dotata d'intelligenza, non è stata chiamata più con il suo nome, non la considerano più come Jean Russel o Mary Mac Donald: è semplicemente "il corpo".

Ora noi pensiamo che cosa avverrà di quel corpo tra alcuni anni, e, più ancora, che cosa rimarrà di quelle carni, dopo l'inevitabile sfacelo della morte!).

Noi vogliamo appunto intrattenerci ora sul destino dei nostri corpi, prendendo l'avvio dall'improvvisa presenza di Gesù nel Cenacolo con il suo corpo risuscitato e ancora piagato, come ce lo presenta il Vangelo d'oggi.

Esaminiamo dunque: 1. La funzione del nostro corpo - 2. La ribellione del corpo - 3. il dominio del corpo.

Il frate... bello

Oltre il suggestivo richiamo della fede, l'episodio di Gesù che vuol far "toccare con mano" d'avere ancora un vero corpo, c'invita a meditare sulla santità da raggiungersi dall'uomo intero e non solo perché anima.

a) Quando san Paolo invoca Dio gridando: "Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (Rm. 7,24) si riferisce alle occasioni di peccato, che sono inerenti alla nostra condizione di eredi della colpa originale, di esseri deboli, di creature indecise e tentate.

Eppure questo corpo si trasforma in strumento di vita e mezzo di perfezionamento, soltanto se noi lo vogliamo, dominandolo e facendolo partecipare alla grazia.

"Glorificate e portate Dio nel vostro corpo", ci esorta San Polo (1Cor. 6,20).

Non dimentichiamo: avremo sempre il corpo anche in Paradiso, dopo la risurrezione finale di tutti i morti.

b) Se non avessimo il corpo, non potremmo praticare le virtù della temperanza, della fortezza, della modestia, della pazienza, della castità, della costanza, della stessa giustizia e della perseveranza.

Se non avessimo il corpo, non potremmo neppure servirci dei Sacramenti, che sono proprio segni sensibili attraverso i quali fluisce in noi la Grazia. Che cosa sono tutte quelle funzioni e benedizioni che riceviamo nel Battesimo, nella Cresima, nell'Unzione degli infermi, se non un potenziamento dei sensi e l'inserimento anche del fisico nell'atmosfera spirituale e soprannaturale?.

Se non avessimo il corpo, non avremmo la somma ventura di ricevere in noi Gesù Eucaristico, non potremmo confessare le nostre mancanze, i sacerdoti non potrebbero consacrare e assolvere, (i coniugi non avrebbero motivo e modo di unirsi e non darebbero al mondo altre creature immortali).

c) Tuttavia non bisogna vivere per il corpo, farne un idolo o dimenticare che esso è in funzione di una vita trasformata.

Il Beato Innocenzo V, prima di essere Papa, quando si chiamava ancora Pietro di Tarantasia, era un giovane bellissimo e così avvenente da divenire oggetto di attrazione nel suo stesso ministero. E il Priore di St-Jacques, a Parigi, doveva lasciarlo uscire il più raramente possibile dal Convento. Ma quando fu sul letto di morte, questo Pontefice chiamò a sé alcuni Cardinali e disse loro: "Quando ero giovane si ammirava il mio corpo come qualcosa di molto bello. Guardate ora come è il mio corpo…" e scoprendo il petto mostrò come il tempo e la malattia avevano ridotto quelle membra così attraenti.

Ma in una visione superiore ogni corpo è sempre bellissimo, perché partecipa anch'esso della Grazia di Gesù.

Un ragazzaccio

Con la fatale caduta del paradiso terrestre i nostri progenitori perdettero il magnifico dono, per cui la ragione, serenamente illuminata e irresistibilmente illuminante, poteva regolare il corpo e le sue passioni.

Anche dopo la Redenzione è rimasta in noi la cicatrice di quella rovinosa ferita; i teologi chiamano "fomite", la cupidigia di quei piaceri fisici, che sono illeciti, perché contro l'ordine della natura stessa e contro la legge superiore dell'uomo nuovo, quale ognuno di noi deve essere.

(Ogni concessione al corpo, ogni esagerata cura del fisico, ogni regalo alla maggior comodità ed al gusto sensibile rappresenta un indebolimento della capacità umana di resistere alle tendenze più animalesche che il corpo pretende pazzamente e sempre.

Oggi si bada più allo spazzolino da denti che non ai sacramentali, più ai bagni di mare che non alla mondezza interiore, più all'igiene e alla cultura fisica che alla virtù ed alla formazione spirituale. Le conseguenze sono evidenti).

Nel 1671 un insigne domenicano, il venerabile de la Haye diceva: "Diffido del mio corpo tanto oggi che ho 68 anni, come quando ne avevo 25: esso è un ragazzaccio, e temo sempre che si ribelli, mi tradisca e mi attacchi e per questo l'ho sempre trattato male e alimentato peggio".

Del resto si dice che S. Alfonso, ormai ottantenne e reso curvo dai reumatismi al punto che il mento aveva scavato una piaga sul suo petto, affermasse un giorno:; "Ho ancora le stesse tentazioni, di quando ero giovane e studente all'Università di Napoli".

E' pazzesco il culto che invece il mondo moderno rende all'estetica e l'odio che proclama ad ogni mortificazione. Se vogliamo renderci conto del reale peggioramento dei costumi sociali del nostro tempo, basta che osserviamo le edicole dei giornali: il dio a cui si sacrifica più volentieri è sempre il nudismo, il corpo scoperto ed eccitante al male.

A questo proposito sarà bene ricordare ciò che notava Giovanni Papini. Diceva: "Il primo sintomo di pazzia furiosa è sempre quello di scoprirsi e di buttare via gli abiti". Se è così, dovremmo concludere che sono davvero molti i… pazzi furiosi e soprattutto le… pazze furiose… che si aggirano in questo mondo.

In una lettera pastorale del 1952, Mons. Sebastiano de Rezende, Vescovo di Beira nell'Africa Orientale, scriveva: "Non molto tempo fa noi domandavamo ai negri di vestirsi come i bianchi: oggi dobbiamo predicare alle bianche di vestirsi per lo meno quanto le negre! Osservando gli spettacoli di nudismo delle nostre spiagge, dei balli e di molte riunioni in società, si ha l'impressione di trovarsi a un mercato di carne umana esposta per attrarre i compratori, come usavano fare gli antichi mercanti di schiavi".

Sembra proprio che il Demonio abbia ritrovato il suo dominio sull'umanità incatenandola con le lusinghe, le attrattive e le ribellioni del corpo.

Tra due estremi

Quando siamo in grazia di Dio, la risurrezione della carne si effettua già qui in terra; ci conformiamo ad imitazione del corpo glorioso di Gesù risorto, e non abitiamo più nel corpo come in un cieco carcere, secondo l'espressione di Platone, ma ne facciamo un irraggiamento dell'anima, come il fuoco che contiene la luce e ne è la proiezione.

Per giungere a stabilire un duraturo equilibrio nella nostra vita spirituale, dobbiamo guardarci da due eccessi: l'angelismo e l'epicureismo.

Scriveva Paul Claudel: "Il nostro corpo fa parte di noi stessi: siamo nel corpo non già come un cavaliere sul suo cavallo o come un marinaio nella sua barca, ma come l'operaio nel suo lavoro e come la fiaccola nel suo lume.

D'altra parte, dobbiamo però evitare di metterlo nell'occasione di cadere in peccato. E per far questo bisogna allenare il corpo ad essere anch'esso un buon servitore di Dio. Allora potremo sentirci veramente beati,. lieti nel nostro corpo e innestati nel corpo Mistico di Gesù.

Senza ricorrere a nessuna forma di masochismo, ma nell'austerità che caratterizzava gli anacoreti del deserto, tutti i Santi misero le briglie alla loro carne. San Francesco d'Assisi, pur innamorato com'era della bellezza e della vita, chiamava "Frate Asino" il suo corpo e lo trattava come tale.

A Torino, nell'atrio della cappella presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza, si possono vedere ancor oggi gli strumenti di mortificazione che servirono a San Giuseppe Benedetto Cottolengo per divenire "il padrone a casa sua", come diceva lui.

Guido Negri, costretto ad intervenire ad un ballo poiché era Ufficiale dell'Esercito, portava il cilicio sotto l'uniforme.

Le stesse infermità e malattie sono spesso da considerarsi come un regalo che Dio manda all'uomo perché custodisca bene il tesoro del suo corpo, santuario dello Spirito.

Attraverso la malattia e la sopportazione della carne piagata, Giobbe fu giustificato, e mille santi meritarono il premio progredendo in ogni virtù.

Ma se mancasse la sofferenza che giunge a purificare il corpo, non tralasciamo di provocare volontariamente la "crocifissione senza chiodi", come la definì il piccolo Pacelli.

Imitiamo San Paolo il quale diceva: "… Castigo il mio corpo e lo riduco in schiavitù" (1Cor. 9,26). E la salute fisica allora? Ha già risposto Pio XII: "Mi riposerò un'ora dopo la morte".

don Severino Gallo sdb

“Repertorio omelie” (+)

 

 

1ª lettura: At. 3,13-15.17-19

Ecco un modello di predicazione della Chiesa delle ori- gini.

Viene sempre ricordato l'evento pasquale, e poi, senza girarci tanto intorno, viene lanciato l'appello urgente: "Cambiate vita!".

Ascoltare, conoscere le Scritture, accogliere il progetto di Dio, voltare pagina: è l'unico sistema per evitare il ba- ratro. Questo a livello cosmico e a livello personale.

Il rifiuto di Cristo, in ogni epoca della storia, ha sempre generato catastrofi, mentre l'accoglienza del suo messaggio ha sempre cambiato le steppe in giardini.

Vangelo: Lc. 24,35-48

Siamo invitati oggi a sostare in meditazione sulla se- conda parte del grande capitolo 24 di Luca, che andrebbe letto in blocco, per cogliere l'intento dell'evangelista di presentarci il grande giorno, il giorno unico, senza tra- monto, il giorno che ha fatto il Signore, che parte dalla Mor- te-Risurrezione e si prolunga senza conclusione. Tutti gli eventi del capitolo 24 appartengono a un solo giorno: la presenza del Risorto blocca la notte, che non arriva più. È una pagina grandiosa, un trattato sulla Chiesa, in cui Luca, con arte, fa confluire i suoi temi, come in un gran finale sinfonico.

Domina il tema del "viaggio" verso Gerusalemme, che i due discepoli fanno al contrario, e per questo sono tristi, delusi. Il rimprovero, dolcissimo e tremendo, di Gesù è il rimprovero biblico per eccellenza, perché la generazione di Massa e Meriba continua nei secoli, la tentazione di scle- rocardia (durezza di cuore) è sempre in agguato in ogni epoca. Quello "stolti e tardi di cuore" (anóetoi = senza testa; brade˜?s t¯e kardía = pesanti nel cuore, cioè nella volontà) riguarda il credere alle Scritture: e per Luca questo è un tema di fondo. La chiesa di Luca, la chiesa del duemila, manca di "ascolto"; manca la parte "buona" (agathèn) di Maria di Betania, per questo la missione è sterile. La figu- ra "tipo" di Maria di Nazareth, che "conserva nel cuore ogni parola", è una lezione perenne di lectio divina.

È durante la lectio divina che il cuore dei discepoli di Em- maus s'infiamma, fino al culmine dello "spezzamento del pane" in cui si aprono gli occhi. Ed ecco che allora ritorna la gioia ed essi diventano annunciatori, partendo "senza indugio", altra parola cara a Luca: è la fretta di Maria che va da Elisabetta, è il "senza indugio" dei pastori che cor- rono a Betlemme, è la fretta di Zaccheo che scende dal- l'albero. Il resto del capitolo è come un gran finale che crea entusiasmo, nostalgia e grande pace.

Il "Presente" fa la Chiesa, "spezza il pane" con i suoi e li manda, dopo aver loro spiegato le Scritture, dopo aver fatto capire le cose scritte su di lui nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, dopo aver fatto capire la "necessità" del patire per entrare nella gloria. Ed ecco apparire solen- ne il kérygma: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e ri- suscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati cominciando da Gerusalemme".

La conversione è parte essenziale del kérygma secondo Luca, come apparirà dalla prassi degli Atti (1ª lettura). "Di questo voi siete testimoni". Testimoni si diventa per una forza (dünamis) che scende dall'alto; per questo, Gesù or- dinerà loro di non partire da Gerusalemme prima della di- scesa dello Spirito Santo (Atti 1,4). Il rischio di saltare la Pentecoste è in agguato in ogni epoca della Chiesa. Luca ci mette in guardia con insistenza in tutti i suoi scritti, po- nendo come modello unico e insuperabile la figura di Ma- ria di Nazareth. Lei è la prima discepola del Cristo, la ve- ra immagine-matrice della Chiesa, l'anticipatrice dei tem- pi dello Spirito.

Può essere testimone solo chi "conosce" il Signore. Il verbo "conoscere", secondo il senso biblico, indica rap- porto di intimità, di amore. L'osservanza dei comanda- menti, di cui parla la seconda lettura, è frutto della "co- noscenza" del Signore, e dunque è esigenza d'amore. Il vero testimone ha scritto negli occhi qualcosa di inespri- mibile: "Chi ha visto ne dà testimonianza" (Gv. 19,35).

Domenico Macchetta

“Le luci del sabato”

 

 

"Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me"

Le letture bibliche di questa terza domenica di Pasqua, come del resto quelle delle domeniche successive, vogliono aiutarci a penetrare sempre di più nel mistero pasquale.

E il "mistero" pasquale è tale non solo per la grandezza incommensurata di amore e di potenza dimostrata da Cristo sia nel donarsi alla morte per noi sia nel risorgere, per virtù dello Spirito, dai morti, ma anche per altri risvolti sorprendenti di questa quasi incredibile storia.

Ad esempio, questo: com'è possibile che un crimine, religioso e politico nello stesso tempo, una sopraffazione violenta e spietata come di fatto è stata la morte di Cristo, abbia potuto diventare un gesto di salvezza? Ed accanto a questo se ne profila subito un altro: in che senso tutto questo può rientrare nel "disegno" di Dio?

Sono degli interrogativi che rendono più denso il "mistero" ed a cui hanno tentato di rispondere, più che con uno sforzo di ricerca teologica, con il desiderio di penetrare e di gustare più in profondità il "dono di Dio", già i primi annunciatori del Vangelo. Le letture bibliche della presente Domenica mi sembra che si muovano, almeno in parte, su questa linea.

"Dio ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete ucciso"

La prima lettura (At. 3,13-15.17-19) ci riporta parte del discorso di Pietro, pronunciato in occasione della guarigione dello storpio davanti alla porta "bella" del tempio.

Per allontanare da sé e da Giovanni il fanatismo della folla, egli rivela loro che è la "potenza" del Cristo risorto che ha operato il prodigio, di cui essi sono stati spettatori. In tal modo Dio "ha glorificato il suo servo Gesù, che vi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo... Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" (At. 3,13-15).

Si noti la contrapposizione violenta che san Pietro fa tra i Giudei che lo stanno ascoltando ("voi avete rinnegato... e ucciso l'autore della vita") e Dio, che dà un esito completamente diverso all'assassinio da quelli così freddamente premeditato ("...ma Dio l'ha risuscitato dai morti").

Ci sono in gioco come due volontà che tendono ad elidersi a vicenda: una volontà di odio, quella dei Giudei, che tende alla distruzione; una volontà di amore, quella di Dio, che tende non solo alla riparazione del male, ma addirittura alla "glorificazione" dell'oppresso mediante la risurrezione e la manifestazione della sua potenza attraverso il miracolo adesso operato dagli apostoli. Il che significa che Dio, pur non annullando la cattiva volontà degli uomini, la fa servire per il suo superiore disegno di amore e di salvezza. È quanto Pietro proclama solennemente al termine della presente lettura: "Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto" (vv. 17-18).

Tutto questo, come abbiamo sopra accennato, rende più "denso" il mistero pasquale, ma lo rende anche più luminoso ed affascinante: l'amore di Dio, invece che essere scoraggiato dalla malvagità umana, ne viene come stimolato e provocato a manifestazioni sempre più radiose!

"Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?"

Il brano di Vangelo, che praticamente è la parte conclusiva dell'intero Vangelo di Luca (24,35-48), riprende alcune di queste idee situandole in una prospettiva anche più larga.

Se si pensa che il presente brano viene subito dopo il racconto dell'apparizione ai discepoli di Emmaus, come ricorda espressamente il versetto iniziale (v. 35), e che proprio a loro, che ritornano a Gerusalemme, gli undici annunziano: "Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone" (v. 34), si rimane piuttosto sorpresi nel vederli in preda alla paura e al dubbio, proprio mentre Gesù appare a loro tutti insieme per la prima volta. "Stupiti e spaventati, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi" (24,37-40).

Come si spiega tutto questo? Inabilità narrativa di Luca che non avrebbe disposto nel debito ordine i fatti? O non piuttosto una precisa situazione "obiettiva", che dimostra come non era facile neppure per gli apostoli accettare sia il fatto, sia le modalità della risurrezione? Crediamo senz'altro che per uno scrittore così raffinato come Luca sia ammissibile solo la seconda ipotesi.

Nel raccontare le diverse "cristofanie" egli ha delle precise finalità teologiche da raggiungere, per proporle alla riflessione dei suoi lettori che provengono dal mondo ellenistico. Così, ad esempio, per dei cristiani che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l'anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che il Cristo risorto non era uno "spirito" immortale senza corpo: si noti che il termine che noi abbiamo tradotto per "fantasma" di fatto nel testo originale è pnèuma, cioè "spirito". Perciò san Luca vuol prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è "veramente" risorto, perché adesso vive di nuovo con il "suo" corpo, quel "corpo" che era stato dato alla morte sulla croce: "Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho" (v. 39).

Tanto è "vero" il suo corpo, che egli può addirittura mangiare del cibo come tutti noi! È l'ultima sfida che lancia ai suoi apostoli, ancora stupefatti e disorientati: ""Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro" (vv. 41-43).

Proprio per questo, anche nel libro degli Atti san Luca ritornerà sul tema degli apostoli che "hanno mangiato e bevuto con lui", dopo che il Cristo era risorto dai morti.

"Sono proprio io! Toccatemi e guardate"

D'altra parte, tutto questo dimostra non solo la "realtà" del suo "corpo", ma anche la "identità" del corpo risorto con quello che essi avevano veduto martoriato sulla croce: "Guardate le mie mani e i miei piedi. Sono proprio io! Toccatemi e guardate" (v. 39). Con queste parole Gesù intende certamente alludere alle sue mani e ai suoi piedi "perforati" dai chiodi, proprio come aveva chiesto Tommaso secondo il racconto del quarto Vangelo: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi..., non crederò" (Gv. 20,25). Era questo il "segno" della sua "identità"! La "gloria" del Cristo risorto sta tutta nel gesto della sua donazione alla morte: la risurrezione è precisamente l'esaltazione della sua morte di croce, le cui "stigmate" doloranti permangono ancora nel suo corpo glorioso.

Perciò non è tanto e solo il problema della "identità" del Cristo prepasquale e di quello pasquale che l'evangelista intende affermare, insistendo su questi particolari, ma anche la "continuità" dell'unico e identico evento redentivo che, passando per la croce, si consuma nella risurrezione, come scrive meravigliosamente san Paolo: "Gesù Cristo è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm. 4,15). La risurrezione è come il frutto della sua morte!

Tutto questo, ovviamente, ha un significato vitale anche per noi, che per il battesimo veniamo trascinati nella medesima esperienza di morte e di vita del Cristo: "Se infatti siamo connaturati con lui per una morte simile alla sua, lo saremo pure per una somigliante risurrezione" (Rm 6,5).

"Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me"

La scena evangelica però non si ferma qui. Ci sono ancora altri due elementi da prendere in considerazione e che ci aiutano a comprendere il senso ultimo della risurrezione del Cristo.

Il primo è che essa rappresenta come il punto di arrivo di tutto il disegno salvifico di Dio. È quanto Gesù afferma subito dopo, per aiutare i suoi apostoli a rileggere in questa luce tutto quello che egli aveva fatto e aveva detto quando era ancora con loro: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (v. 44).

La Scrittura diventa così la chiave interpretativa per entrare nel mistero del Cristo. Non sono gli uomini che hanno comandato e determinato lo svolgersi degli ultimi fatti drammatici della vita del Signore, come erano stati tentati di credere gli stessi apostoli vedendo in ciò quasi un segno di fallimento della sua missione: "Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele", commentano addolorati e ormai sfiduciati i discepoli di Emmaus (Lc. 24,21).

Al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, invece, Dio ha realizzato il suo disegno di salvezza, creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di "amare" e di "obbedire". Si ricordino qui solo due espressioni bibliche, che commentano quanto veniamo dicendo. La prima è ripresa dal Vangelo di Giovanni, all'inizio della storia della passione: "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino al segno supremo" (Gv. 13,1). Il "segno supremo" dell'amore è la sua morte di croce, che egli già "sa" da sempre perché l'ha letta nelle Scritture e nel misterioso scambio di "conoscenza" che c'è fra il Padre e il Figlio. La seconda è ripresa da Paolo, là dove egli dice che Cristo "umiliò" se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce" (Fil. 2,8): proprio perché Cristo "conosce" la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di "obbedienza". Egli vive e muore non per sé, ma "per gli altri"!

Nella prospettiva delle Scritture, lette e interpretate in chiave "cristologica", anche lo "scandalo" della croce diventa luminoso, direi quasi "ragionevole", di quella ragionevolezza però che coincide con la "sapienza di Dio nascosta nel mistero" (cf. 1Cor. 2,7) e che scardina tutti i nostri normali modi di ragionare.

Proprio per questo anche noi abbiamo bisogno che Cristo stesso, come fece in quella occasione con i suoi apostoli, ci "apra la mente all'intelligenza delle Scritture" (v. 45); e allora tutto quello che si è verificato in lui ci apparirà nello splendore di un ricamo finissimo, intrecciato con pazienza ed amore infiniti dalla benevolenza del Padre che in Cristo ha amato ed abbracciato anche noi.

"Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati"

Ed è questo il secondo elemento che ci fa comprendere meglio il senso della risurrezione: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni" (vv. 46-48).

Queste ultime parole del Cristo risorto contengono la "missione" che egli affida ai suoi apostoli e sono l'equivalente del mandato anche più noto che leggiamo in Matteo 28,19: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo". È interessante però in san Luca questo intimo collegamento fra la "missione" degli apostoli e il mistero pasquale: il che significa che è il mistero della morte e risurrezione del Signore che essi debbono annunciare e "testimoniare" per portare salvezza agli uomini.

La salvezza però, in concreto, passa per la "conversione" e il "perdono dei peccati", come dicono le parole del Signore.

Che significa tutto questo? È un invito a inserirci anche noi nella dinamica del mistero pasquale, che Dio ha realizzato nel Figlio, ma in lui ha voluto estendere a tutti gli uomini. La mia "conversione" (metànoia), ad esempio, davanti alla contemplazione del Cristo risorto può e deve significare un processo lento di rinascita spirituale, di liberazione mia e dei miei fratelli da quella situazione quasi di morte che ci paralizza davanti alla crisi di disorientamento religioso, morale e sociale che attanaglia oggi molti membri della Chiesa e della società civile. Non c'è proprio nulla da fare, o bisogna rassegnarsi fatalisticamente al peggio? Se siamo già "figli della risurrezione", come si dice nel Vangelo di Luca (20,36), dobbiamo essere i testimoni della "speranza" in un mondo che vogliamo costruire come mondo "migliore".

Non "secolarizzare" la risurrezione!

E se noi saremo i "testimoni" fiduciosi di una "risurrezione" che Dio solo può operare e che trasforma la totalità dell'uomo, "convertendolo" dal di dentro per inserirlo in pieno nel progetto della salvezza universale, riscatteremo lo stesso termine di "risurrezione" dal tentativo, che perfino alcuni cristiani stanno facendo, di una sua interpretazione riduttiva e "secolarizzata".

È quanto ammoniva accoratamente Paolo VI quando invitava a "sciogliere l'equivoco di una parola magica, che incanta e spesso illude chi ne fa uso ristretto ai limiti della fenomenologia temporale... quando per risurrezione s'intende l'impiego di metodi e di forze che non trascendono l'ordine temporale. Nessuno più di chi ama, per le ragioni superiori del Vangelo, gli uomini e la faticosa elaborazione della loro società per un vero progresso della loro convivenza e del loro giusto benessere può godere che di risurrezione si parli per favorire lo sforzo e per conseguire l'esito di una risurrezione, cioè di un miglioramento economico, culturale e sociale, a conforto e a rimedio d'ogni umana sofferenza: ma sarebbe illusione sperare di raggiungere la risurrezione effettiva e trascendente, a cui profondamente ed essenzialmente aspira la vita dell'uomo, se questa fosse privata della "speranza che non delude"; e non fosse edotta dell'inevitabile pericolo che dalla cieca avidità della esclusiva prosperità temporale possa derivare all'uomo una maggiore infelicità generata dalla stessa dilatazione della sua capacità di più desiderare e dalla sua possibilità di più godere".

"Egli è vittima per i nostri peccati"

In questa linea di "liberazione" totale, che parte però dal cuore dell'uomo, si muove anche la seconda lettura, in cui san Giovanni ci esorta a vincere il "peccato" che sempre riaffiora nella nostra vita, senza sfiduciarci: Cristo, "nostra Pasqua" (1Cor. 5,7), è sempre pronto a "risuscitarci" dal male!

"Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo" (1Gv. 2,1-2).

Settimio Cipriani

"Convocati dalla Parola" (+)

 

 

In Gesu' risorto vinciamo il male

Il nostro cammino, l'esperienza quotidiana della nostra vita è fatta di luci e di ombre, di serenità e di oppressione, di trasparenza e di confusione. La signora che ho incontrato ieri sera nella penombra della chiesa era oppressa, confusa, incapace di reagire ad un peso soffocante. Aveva bisogno di liberazione, di ritrovare un'energia, un dono che le consentisse di riprendersi, di ridare un senso ad una vita vuota. La Parola oggi ci conferma e ci rassicura: Gesù risorto è sempre con noi e ci cammina accanto per sostenerci e, quando necessario, risollevarci.

Sono io!

I discepoli nel Cenacolo sono confusi dalla varie voci e testimonianze che si accavallano e riferiscono che Gesù è vivo. Stanno ascoltando la testimonianza dei due appena giunti da Emmaus che riferiscono frementi di aver incontrato e riconosciuto Gesù, di essere certi che egli è vivo. Vorrebbero convincere tutti, ma domina nel gruppo una grande incertezza e il dubbio si insinua, creando turbamento e disagio.

L'atteggiamento interiore di molti tra i discepoli rispecchia le incertezze frequenti e il disagio della nostra esperienza di fede. Sono troppi i "perché", i "ma", le contraddizioni che ci turbano e ci assalgono. A volte siamo indifferenti, a volte sfrontati, a volte pieni di rabbia e di rivalsa nei confronti di Dio. A volte domina l'ebbrezza della nostra reclamata autonomia, a volte gli enigmi oscuri, i pesi insopportabili offuscano ogni riferimento nei confronti di Dio. Ci sono situazioni umane in cui la fede ci appare davvero una contraddizione.

"Sono io!". Gesù vuole rassicurare i suoi e demolire le ragioni della paura, del turbamento, dello sconforto.

"Sono io! Toccami!". E' un invito accorato quello di Gesù. Non mantenerti distante, non cedere alla tentazione di sentirti solo, abbandonato, avvilito. Il tuo Dio ti viene accanto, ti si accosta, vuole che tu lo tocchi, che lo senta vivo. Ti si siede accanto per mangiare con te, per condividere, per lenire, per sollevare.

"Sono io!". Non avvilupparti nel tuo sconforto, non lasciare che la disperazione ti distrugga, che l'oscurità ti soggioghi. Con l'energia di una vita nuova tutto può cambiare in te e la tua ribellione dissolversi.

"Sono io e ti dono la pace!". Come i discepoli ciascuno di noi può incontrare Gesù risorto e sentire che il male, il peccato, la confusione sono annientati. Il dono del Risorto è una pace profonda che trasforma le fatiche del nostro cammino, che ridona fiducia, che ci consente di intraprendere scelte che ci rinnovano dentro, che ci cambiano.

I nostri peccati sono cancellati

Un'eresia antica, quella del monaco Pelagio, sosteneva che l'uomo è fondamentalmente buono e che la sua libertà può dominare il peccato e conseguire da se stessa la salvezza. Anche oggi, nonostante l'imperversare della barbarie e di una violenza dilagante, tanti guardano esclusivamente all'uomo, unico artefice e responsabile di se stesso. Domina uno spirito di emancipazione e di rivendicazione di uomini e donne nei confronti di Dio.

Eppure quanta solitudine, quanta impotenza, quante palesi contraddizioni contraddistinguono il vivere odierno. L'uomo proclama di essere diventato finalmente "adulto" e si ritrova fragile, diviso, impotente.

La Parola annuncia oggi una liberazione che ci viene offerta in dono e che noi siamo incapaci di conseguire. Dio è intervenuto nella nostra storia per liberarci da un male profondo che ci rende schiavi, che ci soggioga: "E' lui (il Cristo) la vittima di espiazione per i nostri peccati, non soltanto per i nostri, ma per quelli di tutti il mondo"

Accettare umilmente il dono della liberazione, non ci diminuisce nella nostra umanità, ma ci realizza come persone. Sentiamo effettivamente di respirare libertà e di essere attivamente collaboratori con il dono, la grazia di Dio. Gesù risorto è la riprova che Dio ci vuole responsabilizzare nella lotta e nella vittoria contro il male.

Un amore perfetto

Siamo costantemente posseduti dal bisogno di amare e di essere amati: l'amore ricevuto e donato è la forza più prepotente che c'è in noi. Ne siamo soggiogati, dominati, al punto che spesso siamo confusi. Ci si può sbagliare, ci si può confondere sull'amore. Per la mancanza o il tradimento dell'amore ci si dispera. Riconosciamo che c'è in noi un profondo bisogno di essere guidati, di essere orientati verso l'amore. Dio che è Amore è il motore del nostro amore. Ignorare Dio vuol dire perdersi, smarrirsi. La Parola ci suggerisce si metterci in ascolto di Dio, di scolpire nel nostro cuore e nella nostra vita le sue "grandi parole", i suoi comandamenti per ritrovarci, per realizzare l'amore nella nostra dimensione terrena "Chi osserva la sua parola, il lui l'amore di Dio è veramente perfetto".

"Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità" (Fëdor Dostoevskij).

don Gianni Mazzali sdb

 

 

Aggiungiamo un posto a tavola

Dunque Gesù appare ai discepoli e dice: "Pace a voi!". Pare che gli apostoli stessero cenando, perché Gesù per convincerli che è davvero lui, risorto, trova normale chiedere loro qualcosa da mangiare. E gli offrono ciò che hanno a portata di mano: una porzione di pesce arrostito.

Possiamo immaginare: forse lo avranno invitato a sedersi con loro, come un tempo. Lo avranno messo a capo tavola, gli avranno offerto acqua, pane, vino.

* Quante volte in passato Gesù aveva consumato così i pasti con i suoi apostoli. Ora che è risorto, ancora dimostra di prediligere l'intimità del convito, il momento famigliare della cena. Pare che Gesù abbia sempre considerato il gesto del consumare insieme i pasti come il più adatto per unire a sé i suoi, e fare gruppo con loro.

Lo sperimentiamo anche noi, con serenità e con gioia, nelle nostre famiglie. Si dà una mano ad apparecchiare, si raccontano i casi della giornata, la mamma ha cucinato te-nendo presenti i gusti di ciascuno, e distribuisce. E si sta bene tutti insieme così.

* Del resto tante volte nel suo insegnamento Gesù aveva valorizzato l'immagine del pasto. L'aveva utilizzata con frequenza e insistenza.

- Nelle parabole aveva descritto il Regno dei cieli come banchetto. Diceva: "Il Regno dei cieli è simile a un re (di solito è il Padre celeste) che diede un grande banchetto...".

- E il giorno prima del suo arresto, in quella circostanza memorabile per gli apostoli, Gesù aveva dato la massima importanza a un pasto del tutto speciale, consumato con loro. Era il Giovedì santo, e l'avvenimento eccezionale era l'Ultima Cena.

* Gli ebrei commemoravano la loro Pasqua, la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. E Gesù nel Cenacolo celebrò con gli apostoli quella solennità, secondo il rito tradizionale ebraico. Insieme consumarono l'agnello pasquale, l'animale docile e mansueto al quale Gesù somigliava tanto.

Poi il Signore aveva aggiunto a sorpresa quel rito dalle conseguenze imprevedibili per gli apostoli, e per noi: l'istituzione dell'Eucaristia, della santa messa, del sacerdozio. "Prendete, mangiate, questo è il mio corpo, è il mio sangue …". E tutto nell'intimità del pasto famigliare consumato con i suoi amici.

NEL VANGELO DI OGGI, GESÙ

Ed ecco il Vangelo di oggi. Gesù, dopo la risurrezione, torna fra i suoi, e di nuovo predilige il momento sereno del pasto. Così essi constatano, vedono che lui è proprio vivo, che è proprio lui. Il passato ritorna, si volta pagina, in qualche modo si ricomincia. Con stupore e gioia.

* Poi gli apostoli non potranno più sottrarsi ai ricordi. Hanno mangiato insieme a lui, nell'Ultima Cena, con il pane e il vino. Con lui celebrato la prima messa, consumato l'Eucaristia. E Gesù aveva detto loro: "Fate questo in memoria di me".

Era l'ultimo desiderio espresso loro dal Signore. E nella prima comunità della Chiesa quel desiderio fu sentito dagli apostoli e dai primi cristiani come un comando. Nelle loro riunioni presero a ripetere il rito, in forma abituale. Spezzavano il pane, lo distribuivano. Come facciamo anche noi, oggi, qui, ora. Sull'esempio di Gesù, e perché Gesù ce l'ha chiesto.

Proviamo a capire il perché della messa

Proviamo a capire il perché della messa. Almeno un perché.

Prima di salire al cielo Gesù stesso ne aveva spiegato agli apostoli il senso, dicendo: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". Gli apostoli avrebbero potuto replicargli: "Ma come, Signore? Dici così proprio ora che sei sul punto di lasciarci per sempre?". Però essi molto presto avranno modo di comprendere le sue parole: Gesù sarebbe rimasto con loro nell'Eucaristia.

Il papa parroco del mondo?

Di fatto la Chiesa chiede ai suoi sacerdoti di celebrare la messa abitualmente, tutti i giorni. E lo fa anche Papa Francesco. Nella cappellina della Domus Santa Marta, nei giorni feriali, presiede quelle che un tempo erano dette "messe basse", perché celebrate senza sfarzi e senza svolazzo di infule al vento, ma con pochi amici e conoscenti, nel raccoglimento e nell'intimità. Col Papa, una trentina di persone, circa. Dopo il Vangelo il Papa lo commenta a braccio, alla buona. È l'omelia. Il verbo greco "omiléin" da cui omelia, significa parlare in modo spontaneo e famigliare. Ed è lo stile di papa Francesco.

Cose impensabili ai tempi - che so? - dell'austero Pio XII. Un balzo in avanti. E che cosa riserverà il futuro? C'è da scommettere: presto o tardi le televisioni si impadroniranno delle messe basse del Papa, e le proporranno dappertutto in diretta o differita, con traduzione magari simultanea, per tutta la gente. Tutti insieme, a incontrare il Signore.

* Qualche anno fa la televisione ci ha offerto il musical di Garinei & Giovannini, allegro e scanzonato ma a suo modo serio, dal titolo intrigante: "Aggiungi un posto a tavo-la". Sembra idoneo a riesprimere l'invito che Gesù rivolge a ciascuno di noi. Perché lui ancora oggi vuole cenare con noi, come allora. E nell'Eucaristia viene a cercarci, e ci trasforma in amici. Non ci resta che accettare l'invito, e accomodarsi al banchetto di Gesù. Cantavano in quel musical: "Se sposti un po' la seggiola / stai comodo anche tu".

In sostanza, ricordiamolo, 'Eucaristia è l'invenzione di Gesù, è il suo stratagemma, per restare sempre con noi.

Enzo Bianco, sdb

 

 

Una sola verità da proclamare: Cristo è risorto

La liturgia della Parola di questa domenica ci riporta con i piedi per terra ricordandoci che tutte queste chiacchiere e discussioni non sono altro che fiato sprecato piene di niente. Non è la chiesa il fulcro della speranza cristiana, ma è la persona di Gesù. Il cristiano è tale non perché aderisce ad una società di mutuo soccorso in cui può trovare calore umano, sostegno morale o conforto spirituale. La sua fede non lo ancora ad una istituzione, per quanto nobile essa sia, ma lo immerge nella certezza storica della morte e della resurrezione dell'Uomo-Dio. E' Gesù il suo fulcro.

E' il Signore il perno attorno a cui gira tutto il suo vivere ed il suo sperare. Alla base del credere non ci stanno verità costruite sul basamento di un impianto dogmatico a tutta prova, capace di reggere a tutte le obbiezioni possibili, ma il mistero trinitario che può essere colto, come dice l'odierno brano evangelico, solo se le nostre menti, come quelle dei discepoli di Emmaus, vengono aperte dallo Spirito.

E' Lui che ci fa toccare con mano che la nostra verbosità nelle preghiere, che l'ampollosità del nostro culto, che il potere ed i privilegi delle nostre cristiane istituzioni, che la stanchezza della nostra testimonianza, che l'irrilevanza della nostra cultura, che il moralismo della nostra etica, che la non incisività tra i giovani dei nostri valori, sono l'amaro frutto della nostra ignoranza imperdonabile di tutto quanto è legato alla testimonianza ed alla vera predicazione di Cristo. Gesù è venuto ad incarnare nella nostra storia umana un nuovo modo di relazionarci e di essere, ci ha insegnato le leggi che valgono nel Regno dei Cieli, ha fatto della radicale fedeltà a Dio la caratteristica fondamentale di ogni sua azione.

Noi, non vivendo in pienezza tutto questo, lo abbiamo inesorabilmente rinnegato, come dice Pietro nel brano degli Atti, di fronte agli innumerevoli Pilato moderni. Al centro della nostra azione non ci sono più il povero ed il peccatore, ma il potere e l'osservanza formale; il cuore del nostro parlare non è più la giustizia ma il chiacchiericcio adulante ed interessato; il nostro modo di relazionarci smentisce nei fatti quanto proclamiamo dagli amboni. Gesù è sempre disposto a stare in mezzo a noi e a camminare con noi come con i due discepoli smarriti dell'odierno brano evangelico.

Ma ad una condizione, ben evidenziata da Giovanni nelle seconda lettura: osservare i comandamenti con il suo medesimo spirito, ben diverso da quello dei farisei; ascoltare la sua Parola mediante lo studio personale, tramite il silenzio di un cuore che riflette, con il serio ed impegnativo sforzo di uno spirito critico libero, umilmente orientato e guidato dal genuino Magistero che fa della Bibbia uno strumento di autentica liberazione e non un rattoppo giustificativo di un ipertrofico impianto ideologico.

Il cristiano ha una unica verità da proclamare: Cristo morto Risorto. Da questa certezza deriva l'unico suo dovere: tramite la sua persona costruire, Deo adiuvante, relazioni giuste e fraterne con tutti coloro che accettano il credo cristiano radicato nella misericordia ed alimentato incessantemente dalla capacità del perdonare.

 

 

La palla al piede della moderna fede è l'ipertrofia dell'istituzione religiosa. Mai come oggi il mondo ecclesiastico ha goduto di tanta visibilità mediatica. Tutti i mass media hanno celebrato alcuni giorni fa gli ottantacinque anni del papa. Oggi tutti ricordano l'anniversario della sua elezione al soglio pontificio. I recenti viaggi papali sono stati seguiti a dovere. Ogni starnuto, ogni bega, qualsiasi accenno di lotta per il potere che avviene all'ombra del cupolone viene enfatizzato ben aldilà dell' effettiva rilevanza.

Si parla dei lefebriani, dell'Opus Dei, dei Legionari di Cristo e del loro sordido fondatore. Tutti sanno che cosa sia lo IOR. Molti disquisiscono se mantenere o no il celibato dei preti, sull'opportunità o meno di conferire il sacerdozio anche alle donne. In tempo di dichiarazione dei redditi ci si interroga a chi destinare l'otto, o il cinque, per mille. La pedofilia pretina continua a tenere banco. Il finanziamento statale alle scuole private alimenta le discussioni fra clericali ed anticlericali. Ci si accapiglia su tutto: dalla liceità dei concordati alle ricchezze della chiesa; dal riconoscimento del matrimonio gay alla eliminazione di ogni intrusione ecclesiastica nel formulare le leggi che regolano il vivere sociale; dalla necessità del ripartire dal concilio Vaticano II al ritornare alla Tradizione di un tempo con annesso bagaglio pieno di nostalgie del bel tempo che fu.

La liturgia della Parola di questa domenica ci riporta con i piedi per terra ricordandoci che tutte queste chiacchiere e discussioni non sono altro che fiato sprecato piene di niente. Non è la chiesa il fulcro della speranza cristiana, ma è la persona di Gesù. Il cristiano è tale non perché aderisce ad una società di mutuo soccorso in cui può trovare calore umano, sostegno morale o conforto spirituale. La sua fede non lo ancora ad una istituzione, per quanto nobile essa sia, ma lo immerge nella certezza storica della morte e della resurrezione dell'Uomo-Dio. E' Gesù il suo fulcro.

E' il Signore il perno attorno a cui gira tutto il suo vivere ed il suo sperare. Alla base del credere non ci stanno verità costruite sul basamento di un impianto dogmatico a tutta prova, capace di reggere a tutte le obbiezioni possibili, ma il mistero trinitario che può essere colto, come dice l'odierno brano evangelico, solo se le nostre menti, come quelle dei discepoli di Emmaus, vengono aperte dallo Spirito.

E' Lui che ci fa toccare con mano che la nostra verbosità nelle preghiere, che l'ampollosità del nostro culto, che il potere ed i privilegi delle nostre cristiane istituzioni, che la stanchezza della nostra testimonianza, che l'irrilevanza della nostra cultura, che il moralismo della nostra etica, che la non incisività tra i giovani dei nostri valori, sono l'amaro frutto della nostra ignoranza imperdonabile di tutto quanto è legato alla testimonianza ed alla vera predicazione di Cristo. Gesù è venuto ad incarnare nella nostra storia umana un nuovo modo di relazionarci e di essere, ci ha insegnato le leggi che valgono nel Regno dei Cieli, ha fatto della radicale fedeltà a Dio la caratteristica fondamentale di ogni sua azione.

Noi, non vivendo in pienezza tutto questo, lo abbiamo inesorabilmente rinnegato, come dice Pietro nel brano degli Atti, di fronte agli innumerevoli Pilato moderni. Al centro della nostra azione non ci sono più il povero ed il peccatore, ma il potere e l'osservanza formale; il cuore del nostro parlare non è più la giustizia ma il chiacchiericcio adulante ed interessato; il nostro modo di relazionarci smentisce nei fatti quanto proclamiamo dagli amboni. Gesù è sempre disposto a stare in mezzo a noi e a camminare con noi come con i due discepoli smarriti dell'odierno brano evangelico.

Ma ad una condizione, ben evidenziata da Giovanni nelle seconda lettura: osservare i comandamenti con il suo medesimo spirito, ben diverso da quello dei farisei; ascoltare la sua Parola mediante lo studio personale, tramite il silenzio di un cuore che riflette, con il serio ed impegnativo sforzo di uno spirito critico libero, umilmente orientato e guidato dal genuino Magistero che fa della Bibbia uno strumento di autentica liberazione e non un rattoppo giustificativo di un ipertrofico impianto ideologico.

Il cristiano ha una unica verità da proclamare: Cristo morto Risorto. Da questa certezza deriva l'unico suo dovere: tramite la sua persona costruire, Deo adiuvante, relazioni giuste e fraterne con tutti coloro che accettano il credo cristiano radicato nella misericordia ed alimentato incessantemente dalla capacità del perdonare.

Ermete Tessore sdb

 

 

 

«E voi, ora, volete essere vivi della mia diversa Vita?»

Queste pagine di Vangelo post-pasquali sono delle splendide lezioni su ciò che significa essere cristiani. Abbiamo certo imparato – ci è stato insegnato fin da piccoli – che il cristianesimo consiste in alcune precise convinzioni e in alcune precise maniere di agire: la fede e la morale. In tempi passati queste abitudini cristiane erano anche così diffuse che si mescolavano facilmente com il ritmo stesso della vita; ma forse non si coglieva con sufficiente chiarezza quanto in realtà c’è di originale nell’essere seguaci di Gesù Cristo.

Poi, con il cambiare dei tempi, quando a poco a poco i cristiani sono divenuti una minoranza – come credenti e come praticanti – abbiamo sicuramente colto che le differenze tra un cristiano e um non cristiano sono notevoli, determinanti. Ma chissà se abbiamo capito che questa diversità non consiste soltanto nella differenza delle convinzioni – e di conseguenza dei costumi e dei comportamenti – ma della novità strettamente collegata a Gesù risuscitato.

Non abbiamo forse colto questa novità assoluta perché abbiamo vissuto la Pasqua certamente come una grande solennità cristiana, ma non proprio come la radice permanente della vita cristiana.

Nella scena evangelica Gesù annuncia ai discepoli la novità che Lui stesso porta e che desidera sia annunciata a tutto il mondo, e lo fa commentando il passo della Scrittura che di Lui dice: «...il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno; e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme».

I discepoli erano fino a quel momento tristi e impauriti, dominati dal senso della morte, dal vuoto della perdita del Maestro, smarriti e sconcertati per le testimonianze di coloro cui Egli era apparso; per questo Gesù, appositamente, compare a tutti loro riuniti insieme. Al vederlo essi sono sconvolti: «Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma», ma Egli li rassicura, li ammaestra ancora attraverso le Scritture; ed infine affida loro il suo mandato: «Di questo voi siete testimoni». Li vuole strappare dalla paura e dalla timidezza, promettendo loro la potenza che viene dall’alto.

Tutto questo vale anche per noi, ed è possibile – per noi come per gli Apostoli – perché Gesù è presente, di nuovo vivo, a totalmente trasferire il cuore, la mente, l’intelligenza, i progetti di ciascuno in quel nuovo straordinario mondo che si rivela per il fatto che Egli non è quel Crocifisso che essi avevano pianto, ma è il Vivente.

Il Signore li obbliga – e ci obbliga dunque – al più grande cambiamento:

quello dalla morte ad un’altra Vita.

Noi crediamo questo da sempre, ma proviamo ad immaginare che cosa significò un tale evento per gli Apostoli, e soprattutto proviamo ad accettare che questa drammatica esperienza incida profondamente anche sulla nostra vita.

Il mutamento che Gesù porta è immenso: teniamo per mano Colui che è, di nuovo, vivo; e che può dire con estrema efficacia:

«...quando ero ancora con voi», trasformando un ricordo in una presenza perenne e offrendo il conforto di una promessa sicura: «E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso».

Quale cambiamento! Tutto il nostro modo di vivere, tutte lê esperienze, le convinzioni, i progetti, tutto è rimesso in questione, perché il Signore è oltre, è vivo.

Allora dobbiamo accettare che il nostro orizzonte davvero cam- quello di abbracciare il Cristo risorto.

Credere significa davvero stringersi a Gesù, il quale, con quel suo sorriso pieno di comprensione e di amore, viene ancora a dire a ciascuno di noi: «E tu vuoi, adesso, essere con me, vivo della mia diversa vita?». Ed è l’offerta di una presenza perenne.

Il cristianesimo è infatti questa alleanza, già qui sulla terra, che poi diventerà gloriosa nel Regno.

Gesù è vivo adesso: lo incontriamo quando preghiamo, lo accogliamo quando ci comunichiamo con lui, stiamo ai suoi piedi quando ci facciamo perdonare da lui.

E tutto ciò esercita su di noi un’influenza straordinaria. Il cristiano è colui che vive alla presenza di Gesù vivo, lo contempla:

in ogni istante Egli interviene con la sua grazia nella nostra vita e, con la sua presenza in noi, ci fa cristiani.

Possiamo anche domandarci come questo sia possibile. Lo è perché Gesù è l’autore della vita, come afferma Pietro nella prima Lettura. Il termine greco significa il principio, l’origine stessa della vita: Colui dal quale sgorga tutto il vivere, anche il nostro. L’autore della vita vive in modo perfetto, e può quindi modificare quelle interpretazioni della vita stessa che noi possiamo aver dato.

L’autore della vita – Colui che gli uomini hanno ucciso – è risorto, e ci offre la sua stessa vita. Accoglierla significa appunto essere cristiani, dolcemente, ma pure con fierezza.

Gesù viene a noi, ci strappa al nostro presente, ci invita ad uma conversione continua, che è il segreto del suo restare tra noi. Potremmo leggere il suo «Quando ero ancora con voi» come un invito:

«Adesso che sono ancora con voi e voi siete con me, fatelo questo piccolo passo, che è la fede, che è l’amore. Dite: – Ti vogliamo seguire, ti vogliamo somigliare –. Allora vivrete in maniera rinnovata; potrete guardarvi indietro, in quel passato dove si pecca, dove si fa tutto, e pure non si fa niente. Potrete, con me, vivere già di Dio».

Spetta ora a noi, nella fede e nell’amore, riconoscere questa presenza, e renderla centrale ed efficace per la nostra vita.

Se pensiamo così, il cristianesimo diventa davvero avventura, perché non viviamo più come prima. Molte volte l’uomo vecchio cerca di ritornare in noi: è la tentazione cui dobbiamo, con l’aiuto della grazia, far fronte.

Ci sono momenti in cui ci sembra tanto più facile vivere come prima, e purtroppo forse non sappiamo evitare le cadute: sappiamo mentire, anche se abbiamo conosciuto la Verità; essere cattivi, anche se abbiamo incontrato la Bontà; essere avari ed egoisti, anche se abbiamo ricevuto il Dono. Possiamo ancora vivere alla maniera vecchia – secondo la carne, dice la Bibbia –, ma possiamo, invece, già vivere nella maniera nuova – secondo lo Spirito –; possiamo «vivere nel mondo, ma non essere del mondo», come dice la Lettera a Diogneto.

Una prospettiva che non si finisce mai di accogliere, nella fede.

In Gesù Cristo possiamo essere domani un po’ meglio di oggi. Ma non è una gara che facciamo con noi stessi: vogliamo assomigliare di più all’autore della vita, perché in questo modo soltanto essa prende senso e non appare più come tremenda vanità.

E ora Egli ci dice: «Quand’ero con voi ho sentito il peso di come eravate, e ho offerto al Padre la mia vita per pagare la vostra.

Adesso, però, voi potete essere con me: l’innocenza, la bontà, la verità, il mio stile vi sono già dati, perché siete miei tralci; voi siete il mio corpo».

La Pasqua è un grande mistero. Che cosa possiamo fare noi se non accettare, ancora una volta con cuore disponibile e grato, la presenza pasquale di Gesù?

«Quando ero ancora con voi»..., ma Egli è sempre con noi, e se chiama la Chiesa sua sposa, è proprio perché la vorrebbe tutta, sempre, in consonanza con Lui. Ed è pronto al perdono per tutte lê fragilità e le debolezze degli uomini che la compongono.

Dobbiamo ravvivarci in questa convinzione. Ciascuno di noi non può che concludere con la preghiera: «Signore, non sono ancora abbastanza cristiano» o anche: «Signore, lo sono e ti ringrazio, ma credo che ci sia ancora tanto da migliorare in me, per essere veramente tuo fedele: ti prego – in nome dell’Eucaristia che è buono – di donarmi di essere un poco più cristiano domani rispetto a oggi. La vita, lo comprendo, mi è data per questo».

Preghiamo così, oggi. Ciascuno ha un suo punto a cui è già arrivato e ha un punto a cui deve giungere ancora; ciascuno sa di poter ogni volta cadere di nuovo, ma anche di poter chiedere ogni volta perdono, e di riceverlo, per ricominciare il cammino là dove Egli è già vivo, per essere un poco di più nella sua verità e nella sua gioia.

Fatevi dei piccoli programmi, e credete di essere capaci di realizzarli.

E non lasciatevi scoraggiare dalle esperienze negative, ma affidate i vostri propositi al Signore attraverso il cuore di Maria:

«Signore, voglio essere più cristiano per amor tuo». Siate certi d’essere ascoltati.

Che ogni Eucaristia, dunque, ci ravvivi così: un poco più di Pasqua nei nostri cuori, per il bene nostro, ma anche per il bene di molti altri.

Pollano G. - Alla mensa della Parola

 

 

 

"La parola e il pane"

Il percorso di fede dei discepoli nella risurrezione di Gesù non è stato né immediato né facile. Gesù appare e poi scompare o riappare di nuovo, prima a uno solo poi a due e in fine a tutti quando sono riuniti insieme. Spesso era già presente ma nessuno lo aveva riconosciuto e, se anche lo avevano riconosciuto, nessuno osava credervi per paura o per una strana imbarazzante gioia.

Poi, una parola o un gesto familiare e gli occhi si aprono finalmente: il Signore è vivo, è risorto. Gli apostoli avevano vissuto così le prime settimane, combattuti tra lo scoraggiamento e una dolce evidenza che li aveva inondati.

Erano stati lenti a credere. Non si erano fidati delle parole delle donne e nemmeno alle testimonianze di alcuni fra di loro. Tommaso passa alla storia addirittura con il soprannome di incredulo e tutti, ma proprio tutti, avevano attraversato un loro travaglio prima di credere.

Cercavano prove.  Tommaso le aveva chieste esplicitamente. Nel brano del vangelo di oggi Gesù le offre: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!”. E poi: “Avete qualche cosa da mangiare?”

Perché Gesù chiede da mangiare? Se Gesù ha fame e mangia è perché è ancora un uomo come loro, in carne e ossa. Vivo. Gli apostoli non dimenticheranno e parleranno di questa cena improvvisata e frugale sulla spiaggia come una prova del suo ritorno alla vita: “Noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione”.

Gesù non aveva bisogno di nutrirsi perché il suo corpo, risorto, non era più soggetto alle esigenze della corporeità. Il suo era un corpo glorificato. Gesù mangia con i discepoli per sconfiggere la loro paura. Mangiare insieme è il segno chiaro di un legame rinnovato, di una comunione ritrovata e dell’autenticità della sua presenza. “Non sono un fantasma”.

Gesù lo dice anche a noi, oggi. Dio non è una emozione fugace, un brivido di luce per i momenti di angoscia, non è neppure un rito settimanale. Gesù è il presente e il futuro, è parola fatta carne che si fa cibo, pane fragrante e vino profumato.

Dopo la risurrezione Gesù si veste di umanità, assume tutti i volti della terra e abita ogni vita. L’umanità è il nuovo corpo di Dio. La sua carne è affidata a ognuno di noi. Tuttavia, coloro che meglio lo “incarnano” sono i poveri e i sofferenti. In loro è possibile toccarlo e accarezzarlo.

Straordinaria esperienza, questa successione di presenza e di assenza, di stupore e di esitazione. È iniziata a Pasqua e da allora non si è più fermata. Anche tutti noi facciamo parte di questa avventura che tanto ha scosso gli apostoli facendoli stare sempre in bilico tra la gioia e i loro dubbi.

Il suo corpo visibile è scomparso, provvisoriamente, ma ce ne ha lasciato il sacramento, la presenza reale nell’eucarestia che possiamo non solo toccare ma anche mangiare, consumare tutte le volte che lo desideriamo, prima di tutto per essere guariti ma anche per vivere per sempre. “Se uno mangia di questa pane, vivrà in eterno”.

Ci ha lasciato la sua Parola sempre a nostra disposizione, ispirata e abitata dallo Spirito. Da quando è sceso nella Pentecoste lo Spirito ci ricorda le parole di Gesù e ci conduce alla loro piena verità. È questo Spirito che ci fa ardere il cuore ogni volta che Gesù ci spiega le Scritture lungo il cammino (Lc 24,32).

don Paolo Zamengo

 

 

Prima lettura: Atti 3,13-15.17-19

Questo brano fa parte della catechesi su Gesù che Pietro rivolge ai suoi uditori di origine ebraica. L’autore degli Atti degli apostoli ha raccolto questa catechesi in una serie di «discorsi» e li ha collocati nella prima parte della sua opera (capitoli 2-4). È importante sottolineare gli elementi che caratterizzano questa catechesi.

Innanzitutto emerge la continuità tra l’agire di Dio nell’Antico Testamento e ora nella risurrezione di Gesù: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù». La risurrezione di Gesù non va considerata come un corpo estraneo nella Bibbia. Essa si inserisce pienamente nel progetto di salvezza che Dio ha pensato per l’uomo, un progetto che passa misteriosamente attraverso la croce e culmina nella gloria della Pasqua. Questo progetto era già anticipato nei «Canti del Servo sofferente del Signore» (vedi Is 42; 49; 52-53), nei quali si delineava chiaramente la «logica» di Dio: il Servo sofferente sarebbe divenuto il Messia glorificato, grazie all’intervento decisivo di JHWH. Ai suoi uditori, che conoscevano bene la Bibbia, Pietro propone questa «logica», ricorrendo alla stessa terminologia di Isaia: «Dio ha glorificato il suo Servo Gesù».

L’entrare in questa «logica» esige però un cambiamento di mentalità e una conversione nei confronti di Gesù. L’espressione «io so che voi avete agito per ignoranza» vuole sottolineare quanto sia difficile comprendere la vita, la morte e la risurrezione di Gesù nella «logica» che è propria di Dio. Il termine «ignoranza» (in greco, àghnoia) indica la difficoltà di comprendere in questo modo tutta la vicenda di Gesù. Questa «ignoranza» è da collocare alla base del processo condotto contro Gesù: «Voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato… avete rinnegato il Santo e il Giusto… Avete ucciso l’autore della vita». Infatti nessuno era stato in grado di comprendere il progetto di salvezza di Dio, che doveva passare attraverso la croce e la sofferenza. Solo dopo la risurrezione di Gesù, gli apostoli vengono illuminati e comprendono in pienezza l’agire di Dio. La predicazione di Pietro e degli altri apostoli, testimoni della misteriosa «logica» di Dio, offre la possibilità di convertirsi al progetto di Dio, portato a compimento da Gesù in un modo e in una forma che la mentalità degli uomini non è riuscita a comprendere

Seconda lettura: 1 Giovanni 2,1-5

Questo breve brano presenta una nuova esortazione per il cristiano, che è quella di osservare i comandamenti. Precedentemente l’autore aveva esortato i destinatari del suo scritto a pentirsi dei peccati e a riconoscerli davanti a Dio, per entrare nella pienezza della salvezza offerta da Gesù. A queste esortazioni seguiranno quelle di guardarsi dal «mondo» (inteso come tutto ciò che si oppone al vangelo) e dagli «anticristi» (il riferimento è ad alcune eresie che già hanno preso piede nella comunità cristiana a cui scrive Giovanni).

«Abbiamo un Paràclito presso il Padre»: il termine greco paràkletos («avvocato», «intercessore», «consolatore») è caratteristico di Giovanni, che lo riferisce allo Spirito Santo (vedi i seguenti testi del suo vangelo: 14,16.26; 15,26; 16,7) e, in questo passo della prima lettera, a Gesù. Esso designa una persona amica, che sta vicino a chi è accusato e condotto in tribunale (il verbo greco parakalèo significa anche: «chiamare accanto») e ne sostiene le ragioni o ne mitiga la sentenza, qualora questa risultasse sfavorevole.

«Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo»: il verbo «conoscere» va inteso nel suo significato globale, come è usato nella Bibbia. Questo è il verbo che significa sapere chi è Dio e ciò che egli vuole. Significa conoscere il modo di porsi di Dio nei confronti dell’uomo e significa l’imitazione di questo stesso comportamento di Dio da parte dell’uomo. Non è quindi un verbo puramente astratto, teorico, ma è un verbo con una forte accentuazione pratica ed etica.

Il richiamo all’osservanza dei comandamenti è motivato dal fatto che l’eresia gnostica — sviluppatasi all’epoca di questo scritto — sosteneva che la salvezza dell’uomo era possibile solo attraverso la conoscenza teorica di Dio (ma senza alcuna implicanza etica). Questa conoscenza — chiamata con il termine greco ghnòsis — portava a considerare il corpo dell’uomo, con le sue passioni e i suoi peccati, come irrilevante nel conseguimento della salvezza. Ciò significava un totale disinteresse per la morale, che per il cristiano non è tanto un insieme di leggi o di divieti, quanto piuttosto la conoscenza della volontà di Dio e il conformarsi ad essa, compiendola ogni giorno. Infatti per il cristiano non vi può essere separazione tra anima e corpo, tra conoscenza di Dio e pratica cristiana, tra religione e morale, tra vangelo e vita quotidiana.

Vangelo: Luca 24,35-48

Il brano proposto conclude l’episodio che ha come protagonisti i due discepoli di Emmaus, e contiene un nuovo racconto di apparizioni, che gli esegeti chiamano «apparizione di riconoscimento». Mediante alcuni segni/gesti che Gesù compie — come il mangiare, il lasciarsi toccare, il mostrare le mani e i piedi —, egli vuole eliminare negli apostoli il sospetto che si tratti della visione dello spirito di un morto («un fantasma»), vanificando così l’esperienza più vera della Pasqua.

Per i cristiani che provenivano dall’ambiente greco, infatti, era comune credenza che lo spirito vivesse separato dal corpo dopo la morte. Era perciò necessario precisare che Gesù risorto non è uno spirito senza corpo e che non appartiene più al regno dei morti, come gli spiriti. Per questo, nel racconto di apparizione, si insiste sul vedere, mangiare, toccare.

Ma anche l’ambiente ebraico incontrava grandi difficoltà nel comprendere e nell’accettare la risurrezione di Gesù. Accettarla significava, infatti, che ormai si era davanti all’intervento definitivo di JHWH nella storia, che erano iniziati gli ultimi tempi e che ormai erano giunti il mondo nuovo, il Regno di Dio e la risurrezione finale e definitiva, promessa dai profeti (vedi Ezechiele). Per questo l’evangelista colloca l’evento della Pasqua di Gesù nell’insieme delle Scritture: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno».

«Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma»: lo spavento ha origine dal fatto che Gesù appare all’improvviso. Il termine «fantasma» traduce il greco pneuma («spirito»). Secondo la concezione greca, dopo la morte lo spirito era separato dal corpo e non si riuniva più ad esso. Nella concezione cristiana, invece, corpo e spirito costituiscono la persona, e la risurrezione fa di questo nostro corpo non un fantasma, ma un corpo «glorioso», «glorificato», come quello di Gesù.

«Lo prese e lo mangiò davanti a loro»: con questa frase, più che insistere sulla realtà inconfondibile del corpo di Gesù, l’evangelista vuole evidenziare la vittoria di Gesù sulla morte, simboleggiata dalla rinnovata partecipazione alla mensa con i suoi discepoli, come avveniva prima della morte. L’espressione «davanti a loro» (in greco, enòpion autòn) si potrebbe tradurre anche: «a mensa con loro». È un’espressione che ricorre anche in Lc 13,26: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza (in greco, enòpion sou, «alla tua mensa»)» e probabilmente con essa si vuole esprimere la continuità tra il Gesù prima della Pasqua e il Gesù risorto.

«Nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi »: è la suddivisione di tutta la Bibbia secondo il canone ebraico. È curioso, qui il rilievo dato ai Salmi, dal momento che la Bibbia ebraica chiama la terza parte della Scrittura, con il termine generico «Gli Scritti». Probabilmente i Salmi vengono nominati perché costituiscono la parte più abbondante degli «Scritti». Non

va neppure dimenticato che nel Nuovo Testamento i Salmi vengono citati con frequenza sia nei vangeli sia negli Atti degli apostoli come profezie della risurrezione di Gesù.

Meditazione

Il Vangelo di questa domenica ci narra ancora una volta i fatti del gior­no della resurrezione. L’insistenza non è casuale: la Chiesa continua a ricordarci che ogni domenica è Pasqua, il giorno in cui Gesù vince la morte e incontra nuovamente i discepoli. Gli incontri di Gesù con i suoi discepoli sono diversi. Quello che ci narra il Vangelo di questa Domenica capita nel cenacolo, dove sono radunati i discepoli. Gesù —racconta l’evangelista Luca — entra nel cenacolo mentre i due discepo­li, tornati in fretta da Emmaus, stanno ancora raccontando quello che è accaduto loro lungo la via. Gli apostoli al vedere Gesù, «in persona», venire in mezzo a loro sono presi da stupore e spavento. E, come già altre volte era accaduto, anche ora pensano sia un fantasma. Ancora una volta — domenica scorsa abbiamo constatato lo scetticismo di Tommaso — il Vangelo di Pasqua sottolinea l’incredulità degli apostoli. Vengono in mente le parole del prologo di Giovanni: «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto». Gli amici più stretti stanno par­lando di lui, si riferiscono tra loro le varie apparizioni, potremmo dire che sono ormai quasi convinti della sua risurrezione, tanto che dicono: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34). Eppure, appena Gesù entra in mezzo a loro pensano sia un fantasma, una figura astratta, irreale. Si spaventano, persino. Eppure, Gesù glielo aveva detto e spiegato.

Ebbene, bisogna partire proprio da questa inaccoglienza, vestita di stolto realismo, per comprendere l’odierna pagina evangelica. Siamo anche noi assieme ai discepoli quella sera di Pasqua, stupiti e spaventa­ti. Anche noi pensiamo tante volte che il Vangelo sia una specie di fantasma, ossia che si tratti di parole astratte, lontane dalla vita, belle ma impossibili a vivere; e ne abbiamo anche paura perché pensiamo che siano troppo esigenti, che chiedano sacrifici, che propongano rinunce, che pretendano una vita poco felice. Ne consegue che con incredibile facilità le infiacchiamo nella loro radicalità perché non ci disturbino troppo. Ma Gesù torna; torna ogni domenica e dopo il saluto di pace dice a tutti noi: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che io ho». Mentre parla in questo modo, mostra loro le mani e i piedi segnati ancora dalle ferite dei chiodi. Gesù mostra la realtà concreta del suo corpo risorto, ma ancora ferito. E forse l’ultima ferita — questa volta tocca l’anima — gliela stanno infliggendo proprio in quel momento i discepoli con la loro inaccoglienza.

L’evangelista sembra però indicare una via per superare questa distanza; una via non teorica e astratta, ma molto concreta. Potremmo chiamarla la via dell’incontro con le sue ferite. Gesù, per vincere i dubbi dei discepoli, dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi; sono proprio io! Toccatemi e guardate». Poteva chiedere che toccasse­ro e guardassero qualsiasi altra parte del corpo. Ma perché ha voluto specificare quelle parti ancora segnate dalle ferite dei chiodi? Perché Gesù insiste che proprio quelle parti ferite debbano essere guardate e toccate? Le ferite sul corpo, senza dubbio, ci dicono che il Gesù di Pasqua è lo stesso Gesù del Venerdì Santo, ma la loro permanenza nel corpo del Signore risorto richiama anche la realtà del dolore e del male ancora presente in questo mondo. La resurrezione certo è avve­nuta, ma deve continuare ancora. È iniziata con Gesù, il capo del corpo che è la Chiesa e l’umanità intera, ma ci sono tante parti di que­sto unico corpo che hanno ancora ferite aperte: sono i poveri, i malati, i carcerati, i torturati, i condannati a morte, i paesi in guerra, i colpiti dalle disgrazie e dalla violenza. E l’elenco può continuare ancora più a lungo.

Queste ferite debbono entrare «di persona» in mezzo a noi, perché con esse entra realmente il Signore, e attraverso di esse continua a dirci: «Toccatemi e guardatemi… sono proprio io!». I poveri e i deboli non sono fantasmi di cui aver paura o da cui fuggire, sono il corpo ferito del Signore che chiede e attende di essere toccato per risorgere. «Toccatemi e guardate!». È la preghiera, spesso il grido, che oggi milio­ni di disperati rivolgono al mondo dei sani e dei ricchi: guardateci e toccateci! Essi infatti sono spesso totalmente dimenticati e ancor meno toccati. Dietro questo invito di Gesù ci sono oggi milioni e milioni di bambini, di vedove, di orfani, che continuano ad attendere aiuto e dav­vero pochi «guardano» e ancor meno si incamminano per «toccare». Sì, guardare e toccare! Questi sono i verbi della risurrezione: accorger­si di chi ci sta accanto e soffre e non passare oltre come fecero quel sacerdote e quel levita. La vittoria sulla nostra incredulità inizia da quest’incontro affettuoso con il corpo ancora ferito di Gesù.

Immediatamente dopo, nota l’evangelista, Gesù «aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture. Fu necessario che i discepoli ascoltassero nuovamente il Vangelo e si lasciassero toccare il cuore. Non basta ascoltare una volta o alcune volte le Sante Scritture. Il credente deve risco-prire la gioia di frequentare ogni giorno le Sante Scritture. Ogni volta che si apre una pagina della Bibbia è Dio stesso che parla a noi. I Santi Padri amavano dire che la Santa Scrittura è la Lettera di amore di Dio agli uomini. Come non leggere e rileggere questa lettera? Gesù con i due discepoli di Emmaus non fece altro che spiegare loro le Scritture e i due si sentirono scaldare il cuore nel petto. Ogni domenica Gesù torna e parla a ciascuno di noi, come fece con quelli di Emmaus. Dalla Pasqua perciò inizia un ascolto che non termina più: quella Parola proclamata e predicata è la linfa della vita di ogni discepolo e dell’intera comunità. Senza di essa saremmo senza nutrimento, senza pane. La carestia sarebbe tremenda; e non solo per i discepoli ma per il mondo intero. Ogni domenica perciò il Signore ci raccoglie, apre la nostra mente all’intelligenza delle Scritture e riscalda i nostri cuori. Di questo Vangelo — dice Gesù ai discepoli di ogni tempo — «voi siete testimoni».

Jesùs Manuel Garcìa

http://www.catechistaduepuntozero.it

 

 

Sono proprio io

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] 35. narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

La pericope del Vangelo di questa domenica, terza di Pasqua, è il seguito dell’episodio dell’apparizione ai due discepoli di Emmaus. Gesù si era fatto riconoscere da loro nel momento dello spezzare il pane. Essi erano poi andati di corsa a Gerusalemme (benché fosse notte) per annunciare il fatto agli apostoli. Nell’apparizione narrata nel brano odierno, Luca sottolinea che Gesù non è un fantasma, ma è il Vivente, il Risorto, sempre presente in mezzo ai suoi. Ma, per capire questo straordinario evento, è necessaria la conoscenza delle Scritture.

La prima comunità cristiana, all’inizio, si difende dalle critiche esterne circa la risurrezione di Gesù, raccontando le apparizioni del Risorto. Palesa anche la propria la fatica di credere, affinché tutti capiscano che i discepoli del Signore non sono persone ingenue e credulone.

Contro gli attacchi interni circa le funzioni e gli incarichi comunitari, Luca afferma che il mandato della predicazione viene direttamente dal Signore, dalla sua autorità e dal suo preciso ordine.

36.   Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

Il verbo usato da Luca indica che Gesù è già in mezzo ai discepoli. Non viene in quel momento da un altro luogo, ma è già in mezzo a loro: deve solo farsi vedere e loro devono solo riconoscerlo.

“Pace a voi!”: (“Shalom ‘aleikhem!): è il saluto abituale per i giudei, ma quella sera risuona con una forza particolare; è il saluto più frequente di Gesù risorto, è il saluto biblico che indica la pienezza dei beni messianici promessi dai profeti.

Quando si rivolge ai discepoli, Gesù non li redarguisce per essersi dati alla fuga al momento del suo arresto; non rimprovera Pietro per il triplice rinnegamento; non chiede perché sono solo Undici. Niente di tutto questo! Egli dona la Pace e li conferma nella fede.

37.   Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?

Questi versetti presentano la situazione dei discepoli: sono spaventati come le donne  quando vedono gli angeli. I termini molto forti usati da Luca sono: “ptoeo”: spavento che provoca terrore;“emphobos”: impaurito, intimorito, spaventato; “tarasso”: verbo che indica un animo simile ad un mare in tempesta, da quanto è agitato e sottosopra.

La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria”. Per riconoscerlo è necessario un atto di fede, che è difficile, faticoso. Occorre andare oltre quello che la ragione consente di capire. La fatica di credere dei discepoli è la garanzia che la risurrezione di Gesù non è una loro invenzione, ma un evento che li ha spiazzati.

“Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?”: Gesù rimprovera i discepoli che stanno vivendo uno stato d’animo permanente di dubbio; non è soltanto un passeggero timore. Il dubbio e la perplessità (dialoghismos) hanno preso dimora nel loro cuore e aumentano sempre più. Sono sconcertati di fronte all’apparizione di Cristo, scambiato per uno spirito, un fantasma, un’apparenza, un inganno. Sono come spettatori di fronte ad una scena spaventosa. Non riescono a credere. Non riescono ad identificare il Gesù di Nazareth con Gesù Risorto.

39. Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Gesù invita a guardare, con uno sguardo che va oltre. Non basta vedere, bisogna avere l’intenzione di superare quello che gli occhi colgono e capire la realtà profonda.

“Toccatemi e guardate” (idete): il Signore viene incontro al bisogno dei discepoli di capire e di credere. Ordina di toccare la sua corporeità, la sua fisicità: carne e ossa. La risurrezione è risurrezione di tutta la persona, corpo ed anima. Non ha nulla a che vedere con la teoria dell’immortalità dell’anima, insegnata dai greci.

“Mostrò loro le mani e i piedi”: il Cristo che si fa vedere ai discepoli è lo stesso Cristo che è stato appeso alla croce. Le mani e i piedi portano i segni inequivocabili che identificano il Crocifisso, colui che ha dato la vita per la nostra salvezza e che per sempre, anche da Risorto, porta in modo indelebile le prove del suo infinito amore per noi. La nostra umanità è entrata nell’eternità e nella Trinità con il corpo trafitto e glorioso del Figlio di Dio.

41. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43. egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Luca dice che Gesù invita a toccarlo, ma non dice se i discepoli lo facciano. L’importante è che essi vengono confermati nella loro fede.

“Per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore”: la sorpresa è tanto bella, ma la gioia provata dai discepoli sembra frutto di qualcosa di impossibile. Neanche questa gioia, questa intensa emozione è sufficiente per credere, per giungere alla fede.

Luca esprime bene il fatto che è difficile credere nella risurrezione. Dobbiamo pensare che noi abbiamo duemila anni di cristianesimo, il patrimonio di testimoni che ci hanno trasmesso l’evento per eccellenza. Per i discepoli, invece, è stato difficile credere che un morto sia tornato in vita e che non muoia più, che viva per sempre.

“Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”: il Risorto ha pazienza e offre un’altra opportunità per aiutarli a credere. Gesù aggiunge azioni che aiutino la fede: prima si mostra, poi fa vedere le mani e i piedi, successivamente mangia davanti a loro quanto gli offrono, il cibo che comunemente condividevano mentre vivevano insieme. Ma non basta ancora perché i discepoli credano veramente. Gesù dà ai discepoli dei segni, per aiutarli a credere che il Crocifisso ha vinto realmente la morte. Egli non è un morto che rimane vivo nella memoria per le azioni compiute. È il Vivente, ieri oggi e sempre.

44.    Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

In questo versetto Gesù risorto spiega le parole da lui pronunciate quando era solo Gesù di Nazareth. Con la risurrezione è avvenuto un cambiamento, una trasformazione. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. La Risurrezione non è semplicemente un ritornare alla vita di prima: è andare avanti, è trasfigurazione, è acquisire un di più. I suoi discepoli non lo riconoscono, pur avendo trascorso tre anni accanto a Lui.

Le parole di Gesù, però, illuminano gli eventi e danno conoscenza e certezza della sua presenza.

Ricordiamo che una delle maggiori difficoltà dei primi cristiani era quella di accettare il Cristo crocifisso come il Messia promesso: la legge insegnava che una persona crocifissa era “maledetta da Dio” (Deuteronomio 21,22-23). È importante sapere che la Scrittura aveva annunciato già che “Cristo doveva soffrire e risorgere dai morti il terzo giorno e che nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”.

Gesù concentra nel suo patire e nel suo risorgere il punto di convergenza delle Scritture. Il Risorto, vivo in mezzo ai discepoli, diventa la chiave per aprire il significato totale della Sacra Scrittura. Ricorda loro ciò che era già scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Senza gli eventi della passione e della risurrezione non ci sarebbe stata la salvezza e non sarebbe stato compiuto l’Antico Testamento.

45.   Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture

“Aprì loro la mente (diénoixen autôn tòn noûn) per comprendere le Scritture”: il verbo utilizzato da Luca riguarda l’apertura degli orecchi dei sordi, della bocca dei muti, degli occhi ai ciechi.

Gesù guida i suoi discepoli alla fede. Non basta che Egli si faccia vedere, toccare, mangi davanti a loro se la loro intelligenza non comprende la realtà dei fatti. Gesù è l’oggetto dell’intelligenza e, nello stesso tempo, colui che permette di capire, grazie al suo dono esclusivo. Lo Spirito Santo, con la sua potenza, apre la mente alla comprensione delle Scritture. Avviene finalmente il miracolo, i discepoli credono.

Anche noi cristiani di oggi dobbiamo lasciarci aprire la mente per comprendere la Parola, per interpretare la storia che viviamo alla luce di Dio, per poi agire di conseguenza.

Scrive un padre del deserto: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.

46.   e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47. e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.

Il nucleo della predicazione deve essere la passione e la risurrezione di Cristo. I predicatori sono tutti i discepoli, siamo ciascuno di noi.

I destinatari della missione sono tutte le genti, senza distinzione di nazionalità, sesso, religione, cultura, lingua.

La conseguenza della predicazione deve essere la conversione (metanoia), che si realizza con un cambiamento di vita, per ottenere il perdono dei peccati.

“Cominciando da Gerusalemme”: nella predicazione deve esserci un itinerario ben preciso. La salvezza va offerta prima agli Ebrei e successivamente a tutto il mondo.

48. Di questo voi siete testimoni.

Gli Undici sono coinvolti in prima persona ad annunciare ciò che è avvenuto al loro Maestro e Signore. Devono iniziare da Gerusalemme a predicare la conversione e il perdono dei peccati. Per averne la forza è necessario lo Spirito Santo, che scenderà su di loro. I discepoli che erano scappati, ora sono diventati testimoni. Gesù, con pazienza e fatica, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che devono annunciare: essi stessi per primi hanno sperimentato cosa significhi avere bisogno di misericordia e hanno ricevuto il perdono dal Risorto. Anche ai nostri giorni, prima dell’annuncio, è necessario far sentire alle persone il bisogno di essere salvate, altrimenti la Grazia non può operare.

Tutti coloro che credono in Cristo sono chiamati a diventare come Lui, per formare un mondo nuovo in cui non ci sia più violenza e peccato, ma amore e perdono. Manifestiamo l’amore di Dio che ci accoglie e ci perdona. Egli, Padre Buono, vuole che tutti viviamo uniti come figli e figlie, fratelli e sorelle, amati da Lui di un amore esclusivo e personale.

Noi discepoli di Cristo del terzo millennio, dobbiamo lasciarci aprire la mente dallo Spirito Santo per vivere intensamente il nostro rapporto con il Signore e per divenire annunciatori credibili e testimoni veraci del Figlio di Dio. Egli è la Sola salvezza, la Vittima di espiazione per i nostri peccati, Colui che può ricostruire la nostra umanità nella pace e nella riconciliazione. È il Risorto e il Vivente che ci guida con pazienza nel cammino della fede: oscura luce, buio che abbaglia, attesa certa della visione piena nel Paradiso.

suor Emanuela Biasiolo

 

 

«Aprì loro la mente»

L’episodio, posto in chiusura del Vangelo di Luca, in cui Gesù risorto si manifesta agli Undici, è complementare a quello, immediatamente precedente, dell’apparizione ai due discepoli di Emmaus (Lc. 24,13-35). Lungo il cammino che li porta ad allontanarsi da Gerusalemme, il Risorto spiega le Scritture ai due discepoli; poi quando siede a mensa viene riconosciuto, allo spezzar del pane, da Cleopa e dal suo anonimo compagno (potenziale rappresentante di ogni credente). Gesù però si sottrae subito allo sguardo di chi ha finalmente compreso. I due discepoli comprendono allora che la fede non è un possesso: è una chiamata e subito si rimettono in cammino anche se le tenebre sono già scese. Lungo la via l’interpretazione della Scrittura alla luce della Pasqua è una traccia ancora germinale; dal canto suo il riconoscimento del Risorto sollecita a ritornare a Gerusalemme per condividere con altri la propria fede.

Nel vangelo di questa domenica Gesù risorto appare agli Undici e agli altri che era- no con loro, tra questi ultimi ci sono già anche i due discepoli ritornati da Emmaus. Nella cittadina il Risorto non aveva condiviso la tavola, a Gerusalemme il primo atto da lui compiuto è non solo di manifestarsi ma anche di affermare di essere proprio lui, e non un labile fantasma, con il mangiare pesce arrostito. La fisicità del gesto simboleggia che il Risorto è colui che è stato crocifisso. La chiave per aprire il senso delle Scritture ora coincide con una presenza fattasi concreta. A Gerusalemme il risorto diviene ermeneuta e spiega ai discepoli il senso delle Scritture solo dopo essere apparso. La spiegazione avviene non lungo la via ma in una stanza, segue e non precede la manifestazione. Ora l’apertura della Parola è conferma di un incontro già avvenuto e non già semplice traccia che ci mette sulla via. Da un lato l’incontro con la Scrittura è una strada per giungere a Gesù Cristo; dall’altro l’incontro con Gesù Cristo è una via per acquisire l’intelligenza spirituale (nel senso più autentico e profondo del termine) della Bibbia.

La comprensione delle Scritture implica l’apertura della mente (Lc 24,45): soltanto allora si è in grado di cogliere l’unità nella diversità e la diversità nell’unità proprie degli scritti biblici. Luca elenca con precisione le tre parti della Bibbia ebraica: Legge, Profeti, Salmi (quest’ultimo termine può essere inteso in senso stretto – ed è la tesi più probabile; oppure lo si può vedere come simbolo dell’intera terza parte della Bibbia ebraica chiamata Ketuvim «Scritti»). Si tratta di un insieme di testi diversi, dotati di valore differente (nella tradizione rabbinica il primato spetta alla Torah, Legge); essi però, nella lettura compiuta alla luce della fede pasquale, formano un’unità. Nessuna parte della Scrittura è estranea a Gesù Cristo. Ciò è vero se la Bibbia viene letta in senso spirituale alla luce del Crocifisso risorto e non già se si sostiene che il senso letterale e primo dei testi fosse orientato, fin dall’origine, a preannunciare la Pasqua di Gesù. Si comprende perché Luca non citi mai come prova alcun verso specifico, quanto occorre comunicare è l’orizzonte.
Avulsa dalla parola rivelata nella Legge, nei Profeti e nei Salmi, la fede nel Risorto perde la propria più profonda intelligibilità. Paolo rivolgendosi alla Chiesa di Corinto aveva scritto: «A voi infatti ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor. 15,3-5). Nell’ultimo capitolo del suo Vangelo, Luca fornisce una specie di versione narrativa a questa affermazione di fede. Nella vita spirituale la «fides quaerens intellctu» si esprime innanzitutto nella capacità di dischiudere i sensi contenuti nella Parola: «aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc. 24,44).

Piero Stefani

 

 

“Per la grande gioia non potevano credere ”

Il tempo della Pasqua, sette settimane che, partendo dal giorno della Risurrezione che abbiamo celebrato domenica 16 aprile, conducono fino al giorno della Pentecoste, che celebreremo domenica 4 giugno, è il momento più intenso dei giorni in cui la nostra vita si svolge. È in esso, in questo tempo, che ci è donato di vivere in modo unico l’esperienza centrale della nostra fede: l’incontro con Gesù Risorto. Rivivere la stessa esperienza vissuta dagli Apostoli, così come ci è descritta nel Vangelo.

È una grande, entusiasmante, splendida, bellissima esperienza! È un’esperienza “troppo bella”:   “Per la grande gioia non potevano credere”!

È possibile vivere anche noi questa stessa esperienza, di incontro col Signore risorto? Oppure a noi è dato solo di leggere il racconto di una esperienza altrui? Nel suo nucleo essenziale, cioè appunto l’incontro col Signore, è dato anche a noi di rivivere la pagina del Vangelo.

Certamente: a noi non è concesso di vederLo fisicamente. Ma anche gli Apostoli incontrarono il Signore non a causa semplicemente del fatto che Lo videro fisicamente: quante persone Lo videro nel suo passaggio lungo le strade della Palestina, quanti Lo toccarono, eppure la propria esistenza non cambiò? Vi ricordate quell’episodio di quando Gesù era stretto e toccato dalla folla e Lui disse – meravigliando per questo gli Apostoli –: “Chi mi sta toccando?” (Lc 8,45), perché qualcuno Lo stavo toccando non fisicamente, ma Lo stava toccando dentro, nell’intimo ferendo il suo Cuore divino-umano con una fede sincera, genuina, bella. È il vederLo mediante la fede che ci fa incontrare Gesù Risorto!

LA FEDE NEL RISORTO

 Chiediamoci: cos’è la fede? È qualcosa, magari, che si impara ad avere con molta fatica oppure la fede è qualcosa che c'è o non c'è? La risposta del Vangelo è questa: la fede è un dono del Risorto che chiama la persona ad un cammino graduale di approfondimento. Per questo nella vita di fede ci sono dei gradi, dei passaggi, dei livelli. Nell’incontro degli Apostoli con Gesù Risorto di cui ci ha parlato il Vangelo, possiamo intravedere questi livelli con i loro relativi passaggi.

PRIMO LIVELLO DELLA FEDE

Come comincia il Vangelo? Dove stanno gli Apostoli? In casa, chiusi, dopo quello che è successo hanno paura. Che cosa stanno facendo gli Apostoli? Che  cosa piace spesso anche a noi? Stanno a chiacchierare, parlano. Parlano di quello che è successo alle donne quella mattina, a Maria Maddalena, a Pietro, ai due che sono tornati da Emmaus (cfr. Lc 24,33-35). Parlano di cose accadute ad altri, loro non sono coinvolti, sembra quasi che quelle cose non li tocchino, non li coinvolgano nella loro vita. Questo è il primo livello della fede, lo potremmo chiamare il livello delle parole, o se siamo un pochino meno buoni, lo dovremmo chiamare il livello delle chiacchiere, quello che si fa spesso in televisione o nei salotti, per esempio, quando si parla di Dio. Ed è possibile pure – purtroppo! – che al catechismo si chiacchieri, così anche è possibile che negli incontri dei gruppi delle comunità tante volte si chiacchieri ed io stesso qui, al momento dell’omelia, invece di offrire una meditazione profonda, potrei anch’io darvi solo delle chiacchiere. 

Anche se parliamo di cose grandi e vere della fede, le nostre parole possono essere solo delle “chiacchiere” . Questo è il primo livello e si realizza quando noi siamo fuori da quelle cose di cui parliamo, quelle cose non ci toccano né l’anima, né la carne e nemmeno la pelle.

SECONDO LIVELLO DELLA FEDE

Mentre stanno a parlare, che cosa succede? Arriva Gesù e si fa vedere, fa vedere i segni della passione; si mostra e i discepoli non sanno se crederci o non crederci, sono dubbiosi, dicono: ma sarà Lui, non sarà Lui? Ma è un fantasma! Ma no è Lui! Questo è il secondo livello della fede: il livello della visione. 

A tutti gli uomini sulla faccia della terra, Dio mostra qualche cosa per poterli spingere a credere. Ci sono dei segni per tutti nella vita, segni che ci avrebbero potuto davvero spingere alla fede, che magari ci hanno spinto davvero alla fede. Segni che a volte per altri sono insignificanti e invece per noi sono stati importantissimi. Basta una parola, una intuizione su qualcosa, una pagina del Vangelo o più spesso forse l'incontro con una persona particolare, particolare proprio in questo campo della fede. A tutti Dio mostra qualche cosa per spingerli alla fede. 

Questo vedere però è mescolato ai dubbi: ma sarà vero, ma è proprio così, ma le cose belle che ci ha detto oggi il prete alla Messa, saranno proprio vere? Ma qui nella vita quotidiana le cose sono così diverse! Quelle cose sono tutti fantasmi, tutte fantasie, troppo belle per essere vere!  

TERZO LIVELLO DELLA FEDE

Gesù si è accorto che quel segno della sua presenza non basta, quel farsi vedere non basta.  I suoi amici sono pieni di dubbi.  Che cosa fa allora?  Dice loro: “Sentite amici miei, venite qui toccatemi! I fantasmi hanno un corpo, hanno le ossa?  Anzi, sapete che vi dico: avete qualcosa da mangiare, mettiamoci a tavola, i fantasmi non mangiano! Mettiamoci insieme a tavola, mangiamo insieme!”  E questo è il terzo livello della fede, è quello del rapporto corpo a corpo con il Signore.

Il Suo era un corpo glorioso che poteva entrare a porte chiuse, mangiare senza avere bisogno di mangiare e così via. Il corpo glorioso, è completamente diverso per le sue caratteristiche da quelle che ha il nostro corpo nella sua esistenza terrena, lungo questo pellegrinaggio verso il Cielo. E dov'è oggi il corpo glorioso di Cristo? Dove Lo incontriamo, dove Lo possiamo toccare, addirittura mangiare? Innanzi tutto nel sacramento dell’Eucaristia dove il Risorto ci dice “Venite sediamoci a tavola, toccate con mano quello che Io sono, fate esperienza della mia presenza in mezzo a voi”, ma anche nel sacramento della Confessione dove anche ci incontriamo con Gesù in persona che ci tocca e ci guarisce nella persona del suo ministro.

È bellissimo questo! Questo è uno dei motivi fondamentali per cui il cristianesimo è la religione vera: perché noi possiamo avere con Dio un rapporto corpo a corpo!

QUARTO LIVELLO DELLA FEDE

 È il livello più profondo, quello in cui la fede diventa più vera ed è anche il livello più difficile. Che cosa fa Gesù durante quella Cena, l’ultima cosa che fa? Apre la mente dei discepoli alla comprensione delle Scritture. E qual è la comprensione delle Scritture? Che cosa dice loro Gesù, che cosa c'era scritto in tutta la Bibbia? C'era scritta questa unica cosa: “Bisognava che il Cristo patisse, che il Cristo soffrisse”. E questo verbo “bisognava” nel Nuovo Testamento c'è settantasette volte e la maggior parte delle volte è legato alla passione di Gesù: doveva soffrire, non si poteva fare altrimenti, non c'era un'altra strada per salvare l'umanità, era necessario. 

Qual è dunque il quarto livello della fede? Quello in cui la fede diventa veramente fede è quello in cui impariamo a capire e a vivere la necessità e il valore  infinito della sofferenza, del dolore. Quali sono le persone di fede che davvero ci toccano? Quelle che hanno imparato a vivere la sofferenza abbandonati tra le braccia di Dio. Quelle che anche nei problemi e nelle difficoltà, dentro hanno una pace infinita. Di solito queste persone io le riconosco dal fatto che sono quelle alle quali mi viene istintivo chiedere di pregare per me. Si sente, si tocca con mano chi di noi è a questo livello. Mi rendo conto che io stesso non sono capace di capire tutti i giorni il valore della sofferenza, delle ingiustizie, delle contraddizioni e non tutti i giorni riesco ad unirle alla sofferenza di Gesù Cristo con la consapevolezza che è questo ciò che redime me stesso e l'umanità intera. 

CONCLUSIONE

Come vi dicevo all’inizio, queste sette settimane ci sono donate perché accada in noi questo incontro. In vista di che cosa? Ci sono incontri che cambiano la vita, interamente! Ha cambiato la vita degli Apostoli. Può cambiare veramente la nostra vita. In che senso? Le tre letture di oggi insistono tutte sul legame strettissimo fra Risurrezione di Gesù e perdono dei peccati. Ecco il cambiamento! Attraverso i s. sacramenti noi incontriamo il Risorto, e ci sono rimessi i nostri peccati. Con la sua Risurrezione, il Signore ci ha trasferiti dal potere delle tenebre nella luce del suo Regno (cf Col 1,13). 

La celebrazione del mistero pasquale durante queste settimane ci fa capire che cosa è il cristianesimo e che cosa significa essere cristiani. Esso non è una dottrina religiosa e morale insegnataci da una grande personalità ormai defunta e passata: essere cristiani non significa apprendere questa dottrina e impegnarci a viverla! Il cristianesimo è incontrare Gesù Cristo crocifisso e risorto: al centro sta la sua Persona. Ed essere cristiani significa incontrare il Risorto e mettersi al suo seguito, nella vita quotidiana con la forza dello Spirito a lode e gloria di Dio Padre.

j.m.j.

 

 

Alcuni anni fa è stato pubblicato, qui a Belluno, un simpatico volumetto di filastrocche per bambini, utile, per i suoi messaggi, non solo ai piccoli, ma anche ai grandi, agli adulti. Una delle filastrocche porta il titolo: “Il grande cocciuto”, e parla di Gesù che per ciascuno ha “regali d’amore”; regali che egli vuole fare, e che tiene in serbo, attendendo con pazienza che “l’uscio del cuore” dell’uomo si apra ad accoglierli e a riceverlo. Parla di Gesù che “non si dispera per il nostro male”, per il male che vede nell’uomo, ma che ostinatamente considera ogni uomo “un tipo speciale”. Parla di Gesù, “grande cocciuto”, che in tutti coglie del buono “con il suo fiuto”.

Questo ritratto di Gesù si avvicina al Gesù del brano evangelico che abbiamo ora ascoltato: un Gesù “cocciuto”, non nel senso deteriore del termine, ma in senso buono, positivo, come quello della filastrocca; un Gesù, cioè, che non demorde, non si stanca, persevera nel rapporto con l’uomo, per fargli del bene.

Gli apostoli si trovavano riuniti insieme a Gerusalemme la sera di Pasqua. Sul loro animo pesava come un macigno quanto era accaduto al loro Maestro: Gesù era stato ucciso e, per loro, egli era ancora morto. Il Signore si incaricò di toglierli da quella convinzione; e lo fece in tutti i modi. Con ben sei interventi, registrati nel brano, Gesù cercò di convincere gli apostoli che egli era risorto e vivo. Dapprima fece arrivare a loro i due discepoli di Emmaus a dire: “Abbiamo visto il Signore; l’abbiamo incontrato lungo la via!” Poi apparve egli stesso, in persona, in mezzo a loro. In terza battuta, agli apostoli sconvolti e pieni di paura perché credevano di vedere un fantasma, disse: “Guardate le mie mani e i miei piedi”: mostrò loro le mani e i piedi con le ferite della croce. E poi ancora, quarto intervento, disse: “Toccatemi”. Non solo, dunque, vedere, ma anche toccare! Gli apostoli, poi, per la gioia ancora non credevano -dice il Vangelo- ed erano pieni di stupore, per cui Gesù chiese: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”, e prese cibo davanti a loro. E infine, sesto intervento, Gesù cominciò a spiegare loro le Sacre Scritture e a mostrare come l’Antico Testamento parlasse di lui e avesse predetto la sua morte e la sua risurrezione.

Gesù, un grande cocciuto! Egli è così. Continuamente s’interessa di noi, ci cerca, ci chiama, ci parla, ci fa del bene, ci vuole. Ci vuole bene, e per il bene che ci vuole non ci ‘molla’. Noi non vogliamo resistergli. Vogliamo, invece, ‘cedere’ a lui.

E vogliamo essere anche noi ‘cocciuti’ nei suoi confronti; vogliamo cercarlo, ascoltarlo, amarlo, seguirlo. Molte volte durante la giornata ci dimentichiamo di lui; molte volte pecchiamo e ci allontaniamo dal suo amore, dai suoi comandamenti; ma con ostinazione vogliamo ogni volta riprenderci e tornare a lui; ogni volta rialzarci e ricominciare da capo, senza scoraggiarci e senza arrenderci; sempre, e ancora di nuovo, da lui, e con lui! E’ una cocciutaggine buona, questa, che alla fine avrà successo e otterrà vittoria. Papa Francesco nell’omelia alla Messa di domenica scorsa disse: “Sei recidivo nel peccato? Sii recidivo nel rialzarti e tornare al Signore”.

La vita spirituale, in fondo, è fatta così: un continuo perseverante tentativo di amare il Signore e di obbedirgli fatto da creature deboli e fragili che continuamente vengono meno. A fronte del quale tentativo sta la cocciutaggine del Signore, che sempre accoglie, sempre perdona e sempre ancora dice: “Avanti, camminiamo!”.

don Giovanni Unterberger

 

 

Perché Gesù è morto e perché è risorto? Questa domanda non è solo legittima, bensì pure doverosa! La Parola di oggi ce ne dà la risposta!

Il brano evangelico ci presenta un’apparizione di Gesù ai suoi discepoli, spaventati e stupiti. Egli deve anzitutto convincerli che non stanno avendo allucinazioni: per questo si fa dare da mangiare, e mangia davanti a loro quello che gli danno! Dopo aver ricordato le Scritture, finalmente risponde alla nostra domanda: egli è morto e risorto perché possano essere “predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”! Questo è infatti il bisogno più vero di ogni singolo uomo e di tutta l’umanità. Quando Adamo ha rifiutato la Parola di Dio si è allontanato da lui, e quindi ha perso la felicità e la propria soddisfazione. E la distanza da Dio è il peccato! Ogni sofferenza e ogni ingiustizia che opprime gli uomini viene proprio dal peccato.

Ogni uomo ha bisogno di ritornare, di convertirsi e di essere perdonato, e invece è continuamente tentato di allontanarsi dal Padre, di vivere nella solitudine, e così non ha speranza per il futuro, soprattutto per il futuro che seguirà la morte. Gesù, risorgendo dai morti, ci può assicurare che Dio ha intenzione e volontà di perdonarci, di riprenderci con sé, di ridarci la dignità di figli suoi!

Gli apostoli lo hanno capito e predicato in tutti i toni, con parole dolci e con discorsi forti, come Pietro alla folla meravigliata per la guarigione dello storpio. Egli non ebbe paura di affermare: “Avete ucciso l’autore della vita. … Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”! I peccati possono essere cancellati. La distanza da Dio, – questo è il peccato, – può essere annullata. Chi accoglie Gesù, il Figlio mandato dal Padre, accoglie infatti il dono di Dio, rallegrando colui che ce lo offre. Chi accoglie Gesù perciò si trova ad essere non più distante, bensì dentro il cuore del Padre. Gesù è morto perché il nostro sguardo sia attirato da lui, ed è risorto per darci garanzia che egli è proprio colui che viene dal Padre. Noi, pur sapendo che Gesù è risorto, e amandolo come il Vivente, continuiamo ad osservarlo in croce, ad adorarlo nel momento della morte. Morte e risurrezione sono due aspetti dello stesso mistero della nostra salvezza.

Coloro che sono stati battezzati hanno fatto l’esperienza del perdono: dall’estraneità a Dio sono entrati nella sua vita. Chi è stato battezzato da bambino non è consapevole del cambiamento avvenuto col battesimo, perché ha cominciato da subito a vivere nella grazia e nell’intimità col Padre attraverso l’amicizia di Gesù. Sia chi è stato battezzato da piccolo che chi lo è stato da giovane o da adulto, vivendo nel mondo, è circondato da tentazioni, sollecitato a comportarsi come la gente del mondo. Siamo tentati, come Pietro nel cortile di Caifa, di confonderci con le guardie nemiche o indifferenti a Gesù, per scaldarci al loro fuoco! Talvolta anche noi, come Pietro, volutamente dimentichiamo di essere del Signore, per non farci deridere o per godere comodità e piaceri. Questo significa che conosciamo di nuovo il peccato; allontanandoci da Gesù ci ritroviamo in quella distanza dal Padre cui abbiamo rinunciato al momento del Battesimo.

Cosa fare in questo caso? Ci risponde l’apostolo Giovanni nel tratto della sua lettera (2ª lett.): “Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto”. Quando ci accorgiamo di fare qualche passo che ci allontana da Dio, ci rivolgiamo ancora a Gesù. Egli è sempre colui nel cui nome sono predicati la conversione e il perdono dei peccati. Ci rivolgiamo a Gesù presente nella sua Chiesa, che dona il perdona tramite gli apostoli, ministri della sua misericordia.

Comunque, ci raccomanda Giovanni, cerchiamo di non peccare. Non peccheremo se osserviamo i suoi comandamenti, se osserviamo la sua parola. Non ci basterà dire: “Adesso che sono battezzato io appartengo a Cristo Gesù”; è necessario vivere la sua parola, altrimenti questa frase risulta menzognera!

Cerco la tua Parola, Signore Gesù, per viverla, perché la mia vita risulti un’opera tua, plasmata da te, tramite il tuo Spirito che metti in me! Sarò anch’io testimone della tua risurrezione! Grazie, Signore Gesù!

Fraternità Gesù Risorto

 

 

Prosegue l’offerta scritturistica ricca e coinvolgente della Scrittura nella Liturgia pasquale, per approfondire gli episodi della manifestazione del Risorto. O, meglio, la multiforme possibilità di incontrare il Risorto, oppure di come il Risorto scelga di visitare le nostre vite e storie.

Il brano di questa 3′ domenica prosegue direttamente e in modo concitato l’intenso incontro del Risorto con i discepoli di Emmaus (di cui abbiamo già parlato in due occasioni: “Nostro compagno Cleopa” e “Da viandanti a Pellegrino“). Luca presenta una sequenza di tre scene nel quadro di una sola giornata: alla tomba l’annunzio alle donne (24,1-12); sulla strada di Emmaus l’apparizione di Gesù a due discepoli delusi (24,13-35); infine in casa l’apparizione di Gesù agli undici apostoli ed ai loro compagni (24,36-49). Il capitolo si chiude con la separazione di Gesù e dei discepoli e prepara il seguito del racconto negli Atti degli Apostoli (24,50-53), ossia un ritorno sulla strada.

La Parola e lo spezzare del pane mettono i due discepoli pellegrini in comunione con quelli di Gerusalemme. La loro esperienza si confronta ed entra in dialogo anzi in comunione con quella di Simone e degli altri, che ora verrà descritta. Anche Paolo, che incontrò il Risorto sulla via da Gerusalemme a Damasco, tornerà «a Gerusalemme a consultare Cefa», per non trovarsi «nel rischio di correre o di aver corso invano» (Gal 1,18; 2,2). Ogni credente è chiamato a verificare la propria esperienza su quella dei primi, e a unirsi ad essa. Quando essi lo videro, fu anche per tutti gli altri, che, attraverso la loro testimonianza, crederanno, lo riconosceranno e lo ameranno pur senza vederlo (Gv 20,29; 1Pt 1,8; 1Gv 1,1-4).

Con la sua narrazione, però, Luca sembra introdurre con forza un tema affascinante: è nel narrare-testimoniare il proprio incontro con il Risorto da parte dei due discepoli che il Risorto si fa presente nel gruppo degli increduli. E’ una categoria missionaria di tutto rispetto e spessore: l’invito del Risorto ad andare ad annunciarlo in ogni dove, trova il conforto che questa testimonianza pur così umana e fragile è la premessa per l’incontro con il Risorto da parte degli increduli o ignavi. E in fondo la Storia della Chiesa diventa la verifica corretta di questa dinamica da circa duemila anni.

Inoltre, il Risorto, non è un Dio disumanizzato. E’ certamente in una dimensione misteriosa (appare in un luogo chiuso senza bussare alla porta…), ma è “toccabile”, ha i segni inequivocabili della passione: è vero che il Crocifisso è risorto. Ma il vero mistero è che il Risorto è il Crocifisso. Questo è quanto vogliono chiarire i Vangeli, e quanto i discepoli sono da sempre portati a ignorare, o dimenticare… Il Risorto esprime il suo desiderio di riprendere una relazione interrotta bruscamente dalla violenza e dal tradimento: e per questo sceglie di farsi mendicante di cibo e di tempo con i suoi amici. Gesù sazia la sua fame e nello stesso tempo sazia la fame di verità dei suoi amici. E la loro mente si apre… “all’intelligenza delle Scritture” (come diceva la precedente traduzione CEI).

Tommaso da Celano non teme di attribuire questa attitudine a frate Antonio di Padova quando narra il prodigioso fatto accaduto ad Arles, in Provenza, in occasione di una predicazione di Antonio ai frati: san Francesco appare e benedice il gruppo di confratelli.

«Frate Giovanni da Firenze, eletto da san Francesco ministro dei minori in Provenza, aveva raccolto i suoi frati a capitolo. Il Signore Iddio gli concesse, nella sua bontà, la grazia di parlare con tanto zelo da conquistare tutti a un ascolto benevolo e attento. Era presente tra loro un frate sacerdote, di nome Monaldo, illustre per fama e più per la vita virtuosa fondata sull’umiltà, corroborata dalla preghiera frequente e difesa dallo scudo della pazienza; e anche frate Antonio, al quale Iddio diede l’intelligenza delle sacre Scritture e il dono di predicare Cristo al mondo intero con parole più dolci del miele. Ora, mentre Antonio predicava ai frati con fervore e devozione grandissima sul tema: «Gesù Nazareno, re dei giudei», il detto frate Monaldo, guardando verso la porta della sala dove erano tutti radunati, vide il beato Francesco sollevato in alto, con le braccia distese a forma di croce, in atto di benedire i fratelli. E tutti i presenti sembravano essi stessi investiti dalla consolazione dello Spirito Santo, e ripieni di gaudio salutare trovarono assai credibile il racconto dell’apparizione e della presenza del gloriosissimo padre» (Vita prima, 48 : FF 407).

Sempre sant’Antonio, nei suoi Sermoni, usa un’immagine allegorica distante dalla nostra sensibilità ma non per questo meno affascinante: «Infatti Luca scrive: “Poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: Avete qui qualche cosa da mangiare? Allora essi gli offrirono una porzione di pesce arrostito [...]. Il pesce arrostito è figura del nostro Mediatore che subì la passione, fu preso con il laccio della morte nelle acque del genere umano, e arrostito, per così dire, nel tempo della passione; [...]. Quelli che quaggiù vengono, per così dire, arrostiti dalla tribolazione, saranno saziati lassù della vera dolcezza» (Sermone per la Resurrezione del Signore, 2).

fra Andrea Vaona