E' proprio Lui!

Il vangelo di oggi, 3ª domenica di Pasqua, è la versione lucana di quello ascoltato domenica scorsa. La variante è data dal ritorno dei due discepoli di Emmaus che raccontano agli apostoli quanto vissuto con il pellegrino Gesù incontrato per strada. Durante questo racconto, il Signore Risorto si manifesta tra loro (Lc. 24,36). In questo modo l'evangelista vuole dirci che l'esperienza del riconoscimento del Risorto avviene dopo un lungo cammino in cui ogni discepolo vive lo scacco davanti allo scandalo della croce, fintanto che Gesù stesso non lo soccorre andandogli incontro per “sbloccarlo” laddove si è arrestato (Lc. 24,17). Dunque l'esperienza della resurrezione non è per i pigri e i creduloni, ma è qualcosa di faticoso e di molto sofferto che impegna il discepolo a una ricerca continua dove non si può evitare il fallimento e il conseguente smarrimento. Tuttavia, per chi non desiste, è riservata la scoperta di Gesù, il “Dio delle sorprese” (papa Francesco).

E' sempre interessante notare i termini della fatica di credere: sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma (Lc 24,37). Si indica qui un coinvolgimento totale dei sensi dei discepoli alla presenza del Risorto che solleva paura e dubbi su chi veramente si sta vedendo. Gesù stesso deve invitare a uscire da quello stato per entrare in un maggior contatto che rassicuri gli astanti (Lc. 24,38-40). Addirittura chiede qualcosa da mangiare e consuma davanti a loro una porzione di pesce arrostito (Lc. 24,41-43 ). Perché? Come è possibile che il contatto con Gesù Risorto generi queste reazioni? E perché mai lo stupore e la gioia possono ostacolare il credere? Poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore... (Lc. 24,41). E' evidente che una risposta “logica” a queste domande non c'è. Bisogna saper rimanere e pregare nel Mistero per accettare il limite della nostra comprensione della resurrezione, cioè lasciare che la sua stessa infinita novità si spieghi nel tempo, senza aver fretta di ottenere una risposta.

Se si può non credere per la cocente delusione (come i discepoli di Emmaus), si può anche non credere per paura di un'illusione, come quando si dice davanti a qualcosa che ci stupisce oltremodo: “troppo bello per essere vero!” Ma il mestiere di Dio è proprio realizzare l'opera impossibile che all'uomo sembra assolutamente incredibile! Come quella di far tornare un morto alla vita. Ma non alla vita di prima, perché si tratta di una vita che ha superato/vinto sulla morte! E che un essere umano risorga vivo e vittorioso dalla morte è, per noi cristiani, segno inconfondibile della sua divinità. Qualche ultima osservazione. Gesù invita i suoi amici a guardare le sue mani e i suoi piedi. I luoghi corporei dove la morte ha posto il suo (apparente) sigillo di vittoria, sono diventati il segno della sua sconfitta. Gesù in questo modo rassicura i discepoli che non si ingannano: il Risorto è proprio colui che avevano crocifisso, non è un fantasma. C'è in questo focus un intenzionale invito a dare grande risalto alla corporeità di Gesù. Quel corpo a loro presente è lo stesso corpo appeso prima in croce, poi deposto in un sepolcro, poi assente dallo stesso sepolcro. Questo evento della storia di Gesù tra noi diventa perciò la chiave di lettura di tutte le Scritture: solo a partire dalla spiegazione che il Signore fa di questo evento possiamo avere accesso alla comprensione di quanto leggiamo nella Bibbia (Lc. 24,44-45): inoltre, il crocifisso risorto ci offre una immagine assolutamente inedita di Dio che si dona a tutti perché è amore e misericordia per tutti. Nel suo nome, i discepoli dovranno annunciare questa meravigliosa notizia di un nuovo volto di Dio che è salvezza per l'uomo e promessa di una vita immortale (Lc. 24,46-47).

don Giacomo Falco Brini

 

 

Solo l'Amore

"Il Signore fa prodigi per il suo fedele" (Sl. 4,4). Il versetto del Salmo illustra bene ciò che il Risorto fà per i suoi discepoli: dona la forza per seguirlo (la fede) e la capacità di riconoscersi bisognosi del Suo amore (conversione). Sia la fede che la conversione, conducono l'uomo verso la vera vita, quella eterna. Per intraprendere un tale cammino, è opportuno rimanere in silenzio, e lasciare che il Signore entri nel nostro cuore: le Sue parole e i Suoi gesti aprono "la mente verso la comprensione" (Lc. 24,45) del disegno di salvezza di Dio per noi. Tacere di fronte al dubbio, non significa che l'uomo rimane un semplice recettore passivo della grazia divina, oppure che non è capace dell'Altro; ma, denota che egli, da solo, non riesce a trovare una risposta di senso alla sua esistenza. Ecco allora che il Dio rivelato a pasqua si mostra dolcemente alla creatura quale Vivente nel Padre. San Luca organizza questo progressivo avvicinamento e riconoscimento del Signore risorto all'uomo, narrando la Sua apparizione ai discepoli. Questi, nonostante i preannunci della risurrezione del Salvatore (vv. 30-31), e persino dopo che Egli è apparso loro risorto (vv. 37), continuano a non capire (v. 41). Quindi, il Maesto comincia a spiegare (togliere il velo) ai discepoli ogni cosa che si riferiva a Lui nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi (v. 44). Ora, i discepoli intuiscono che la Scrittura trova compimento nella passione, morte e risurrezione di Gesù di Nazaret. Essi, infatti, leggendo gli indizi della risurrezione alla luce del progetto divino annunciato nelle Scritture, comprendono, e divengono testimoni, che la storia dell'uomo è unita con quella di Dio. In Cristo risorto, la storia umana diviene storia redenta, l'opportunità per l'uomo di risollevarsi dalle cadute (v. 47), incontrare il Signore e non vagare nelle tenebre di una ricerca infruttuosa della verità.

Ma, a che punto sta la nostra comprensione e la nostra apertura ai doni pasquali?

San Giovanni, a riguardo, nella seconda lettura, ci dà un criterio di discernimento assoluto per fare il punto sulla nostra comprensione: "in Lui l'amore di Dio è veramente perfetto" (1Gv. 2,5). Certamente, non bisogna ridurre questa perfezione al semplice aspetto morale. Il Redentore ama l'uomo, tanto da offrirsi come cibo a noi. Nella Sua carne, la creatura ha ritrovato la comunione con il Creatore: "toccatemi" (Lc. 24,39), cioè offro la mia vita, il mio corpo per stare vicino all'uomo.

Dunque, solo l'Amore, concreto, da toccare, sincero, che fa la volontà del Padre, dà inizio al nostro itinerario di fede, e dà senso al nostro essere cristiani: qui ci parla il Risorto, e qui inizia il discepolato.

Gaetano Salvati

 

 

Stupore

Sono davvero strani i discepoli di Gesù: almeno così ci pare leggendo il Vangelo di domenica (Lc. 24,35-48). Prima «stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma»; poi «per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti». Prima hanno paura, e credono di vedere qualcosa, ma non sanno bene cosa; poi sono pieni di gioia, e però ancora non credono a quello che stanno vedendo. Sì, sono strani questi discepoli: sono confusi, tentennanti, indecisi; passano – in un baleno – da un sentimento all'altro.

Non dobbiamo però meravigliarci troppo: saranno un po' strani questi discepoli; ma anche noi spesso siamo così. Infatti accade anche a noi di passare da un pensiero all'altro, da uno spavento ad una gioia, da un affetto ad un rancore... E anche noi spesso ci ritroviamo confusi ed indecisi davanti alle scelte che ogni giorno ci vengono richieste.

Accade anche a noi, è vero: e non dobbiamo preoccuparcene, perché tale è la nostra condizione umana. Peggio è quando tutto questo non accade: quando cioè siamo incapaci di spaventarci come di gioire, incapaci di amare come di odiare. Peggio è quando siamo avvolti dal torpore, quando siamo bloccati dall'immobilità di una vita che pensa di aver già visto tutto quello che si poteva vedere. Peggio è quando dormiamo per la tristezza, rassegnati al nostro destino, come già successe ai discepoli nell'orto degli Ulivi.

Ma alla sera di quel primo giorno della settimana non dormivano più i discepoli. Certo, magari erano un po' confusi: ma c'era stupore nei loro occhi. Erano infatti stupiti – racconta il Vangelo: erano stupiti sia nello spavento che nella grande gioia; erano stupefatti, colpiti al cuore da quell'evento inatteso.

E lo stupore dei discepoli fu tanto grande che essi non seppero poi raccontare con chiarezza quanto avevano visto e udito. L'incontro con il Risorto non fu infatti un incontro come gli altri: non fu certo come quegli incontri della vita abituale dai quali si esce identici a come si era prima. Dall'incontro con il Risorto i discepoli uscirono cambiati, convertiti. Non che fossero cattivi prima, ma erano increduli: ed era proprio l'incredulità che li aveva resi immobili e tristi, rassegnati al loro destino. Ebbene, il Risorto quella sera venne per guarirli dallo loro incredulità.

E dunque quella sera non accadde soltanto qualcosa davanti ai loro occhi, qualcosa che poi non avrebbero saputo raccontare con chiarezza: ma accadde quella sera soprattutto qualcosa nel loro spirito. Ed essi compreso come esattamente questo accadimento interiore era ciò che soltanto contava. La presenza e il gesto esteriore di Gesù risorto si limitavano a strappare un velo: poi non erano più importanti. Strappato il velo, bastavano i suoi gesti e le sue parole di prima: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi...». Strappato il velo, bastavano le cose di prima, quelle cose scritte su di lui nella Legge, nei Profeti e nei Salmi.

Ecco, anche per noi sarebbe sufficiente che si strappasse il velo: anche per noi basterebbero i gesti e le parole di sempre se si strappasse il velo della nostra incredulità. Davvero, basterebbero i gesti e le parole di sempre: magari anche quei gesti tentennanti e quelle parole confuse che a volte ritroviamo nelle nostre giornate.

Sì, basterebbero i gesti e le parole di sempre, se soltanto non pensassimo di aver già visto tutto e imparassimo – invece – a stupirci ogni giorno da capo.

don Elio Dotto

 

 

Convertitevi!

La lettura è parte del discorso (3,11-26) che Pietro tiene al popolo per spiegare il miracolo della guarigione dello storpio alla porta Bella del tempio (3,1-10). L'apostolo vuole rispondere alla implicita domanda (si fa esplicita solo in 4,7): "in virtù di quale potere lo storpio è stato risanato?". La risposta si trova al v. 16, omesso nella pericope liturgica: per la fede in Gesù. Perché questo Gesù è nella gloria di Dio, lo stesso Dio che gli israeliti adorano. Naturalmente a questo punto si deve rilevare una contraddizione stridente: voi adorate un Dio che ha in onore quel Gesù che avete invece rifiutato e ucciso. A lui, guida verso la vita nuova, di cui vi è prova vivente lo storpio risanato, avete preferito un assassino, un portatore di morte. Ma Dio si è servito della vostra ignoranza per realizzare il suo progetto. Voi infatti non vi siete resi conto di quanto avete fatto. Adesso però che tutto questo è chiaro, la contraddizione va risolta e l'ignoranza superata. Riconoscete Gesù come il santo e giusto, servo-figlio di Dio e Messia, e ristrutturate la vostra vita intorno alla nuova immagine di Dio che emerge dalla sua vicenda pasquale e dalla sua parola.

E' evidente che questo invito è rivolto anche a noi. Fare il peccato è sempre scegliere morte al posto di vita. E persino nella nostra accoglienza della luce si annida sempre ancora un po' di tenebra: se continuiamo a camminare ancora un po' ce ne accorgiamo. Dobbiamo sapere che siamo sempre in qualche misura nell'ignoranza, e quindi oggetto di misericordia: "Padre, perdonali, perché non sanno quel che fanno" (Lc. 23,34), riguarda tutti. Proprio questo apre uno spazio per la salvezza, perché se il nostro rifiuto fosse pienamente consapevole, allora la conversione sarebbe impossibile, e la perdizione definitiva, come è per i "prìncipi di questo mondo" (1Cor. 2,8). Anch'essi si sono dimostrati infatti ignoranti, non hanno capito fino in fondo che cosa stava succedendo nella passione del Signore. Se l'avessero capito "non avrebbero crocifisso il Signore della gloria", perché in questo modo hanno operato la loro stessa detronizzazione.

Come si vede, anche la loro ignoranza, come la nostra, è stata usata da Dio per perseguire il suo progetto di vita. Il male, prodotto dall'uomo o dagli spiriti maligni, non ha mai l'ultima parola. Esso viene inserito da Dio sempre in un più vasto quadro, che alla fine corrisponde al disegno concepito da nessun altro che da Dio. Il male, anche se si crede dominatore, è in realtà sempre dominato. Anche se si vuole ultimo, rimane penultimo. Questa è la grande meraviglia dell'azione di Dio, e rimane sua assoluta prerogativa. Noi non possiamo né dobbiamo fare altrettanto. Da parte nostra si tratta di accogliere e seguire la luce non appena e nella misura in cui si manifesta; e di sapere che siamo sempre un po' nell'ignoranza, quindi oggetto di misericordia e invitati a conversione. Il che diventa anche norma nei confronti del prossimo che sbaglia e non capisce: la longanimità che Dio dimostra con me la devo a mia volta usare con l'altro.

don Marco Pratesi

Stabile come il cielo

 

 

Missionari di un Vangelo vivo

Il brano del Vangelo di Luca è nella struttura molto semplice.

Il Signore risorto appare ai discepoli, si fa riconoscere, mangia con loro, li istruisce e si congeda da loro.

Ma se si analizza il brano dal punto di vista dei discepoli, si scopre un autentico cammino di fede che sfocia in una fede matura e consapevole.

Gesù appare ai discepoli e si fa riconoscere, poiché lo pensano un fantasma.

L'invito a toccare i segni della passione, significa che è la stessa persona, anche se in una condizione diversa.

I discepoli sono a metà tra la meraviglia e l'incredulità.

Li invita a mangiare del pesce per proseguire quella comunione tra il Maestro e i discepoli.

Gesù è ancora in relazione con i discepoli, anche se le modalità di relazione sono diverse.

Davanti all'incredulità, Gesù li vuole istruire.

Ripercorre le tappe della prima alleanza e la sua attività pubblica.

Parte dalla vita, dalla sua realtà, per ritornare alla Parola.

Gesù li invia in missione.

Gesù non apparirà totalmente come Messia se non quando il Vangelo e la salvezza siano portati a tutti gli uomini.

Tra l'istruzione di Cristo e la predicazione degli apostoli non vi è alcuna differenza.

Il dono dello Spirito sarà per i discepoli la forza per iniziare tale testimonianza a partire da Gerusalemme.

Provo ad attualizzare il testo.

1) La vera maturazione della fede avviene solo nella dimensione missionaria della Pasqua.

Ogni uomo è destinatario di tale salvezza.

Il primo preoccupato della missione è Cristo stesso e la Chiesa è la mediatrice di tale salvezza.

Per questo la salvezza opera anche al di fuori della Chiesa, perché il Risorto agisce silenziosamente nel cuore di ogni uomo.

Compito della Chiesa non è quello di creare la salvezza, ma far sì che i germi che lo Spirito suscita siano portati a pienezza.

La salvezza, infatti, non è mai un fatto isolato, ma si vive in un contesto comunitario.

2) La comunità cristiana è chiamata oggi a irradiare questo grande messaggio che porta gioia e speranza.

Di fronte alla crisi che ci ha investito a tutti i livelli, siamo chiamati a celebrare una salvezza che ha cambiato il nostro modo di vedere la vita.

Diventare autentici testimoni del Risorto, non avendo dei paraocchi, ma affrontando nella gioia del Risorto la dura realtà della vita.

Proprio chi sa gioire delle piccole cose, impara la saggezza del vivere.

Chi sa gioire della presenza del fratello e della sorella che vive accanto, comprende il significato di amare una persona.

Chi sa comprendere la chiesa come esperienza di vita e di gioia, coglie il valore del celebrare ogni settimana la Messa.

Operando nelle piccole realtà quotidiane, nelle pieghe del nostro vissuto, che sono le componenti essenziali del nostro esistere.

La gioia che proviene dal Risorto siamo chiamati a testimoniarla perché Gesù sia il Messia per ogni persona.

Un Messia che ci offre il dono più grande: la Sua salvezza.

don Luigi Trapelli

 

 

Misericordia: fare spazio alla vita dell'altro

Domenica scorsa abbiamo contemplato il volto di Dio come il volto della misericordia. E anche oggi restiamo sullo stesso tema, in quanto la pagina del vangelo di Luca che abbiamo appena ascoltato sottolinea come essere testimoni della risurrezione del Signore voglia dire annunciare la conversione e il perdono. Forse è un tema un po’ dimenticato quello della misericordia, forse desidero insistervi tanto in queste domeniche proprio perché lo dimentico io per primo. Eppure se c’è un dato per così dire certo nella esperienza di fede di ogni credente, è proprio l’esperienza del peccato umano e della misericordia divina. Ed è anche bello che misericordia e perdono siano così legati alla Pasqua in quanto vere e proprie esperienze di Resurrezione, passaggi dalle tenebre alla luce, dalla notte al chiarore del giorno, dalla morte alla vita. Misericordia allora come riflesso della Risurrezione, occasione di conoscenza del volto di Dio, conoscenza non a buon mercato ma al contrario con un prezzo da pagare molto alto: riconoscersi deboli, fragili, miseri, ed è appunto nella nostra miseria che ci sentiamo accolti dal Dio misericordioso.

Questo tipo di contatto con la verità profonda di noi stessi è molto importante per una lettura un po’ pacificata del nostro sentirci dispari: si può leggere la propria vita in modo moralistico e desiderare una perfezione che non arriverà mai, oppure leggerla in modo morale e scoprire giorno dopo giorno che è la misericordia di Dio ad accorciare la distanza che c’è tra noi e Lui. E’ davvero bella l’etimologia del termine misericordia. Tante volte ce la siamo richiamata: il misericordioso è colui che ha cuore per le miserie altrui e questo cuore aperto per ricevere i fratelli richiama molto da vicino quello che il mondo ebraico intendeva per misericordia con il termine rahamim che indica le viscere materne che accolgono la vita che nasce. Le viscere e la misericordia allora indicano lo spazio fatto dentro di sé alla vita dell’altro, è uno spazio di profonda comunione, di sentire con l’altro, di patire con l’altro, di gioire con l’altro.

Proprio per questo, Alberto Mello della comunità di Bose ha scritto in un suo articolo: il termine rahamim può esprimere l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. La misericordia altro non è che il grido di Dio contro l’indifferenza, contro il rifiuto dell’altro in generale. Ecco che la misericordia c’entra con la comunione, con la condivisione e diventa capacità di allacciare rapporti e ricostruire rapporti e relazioni. Dio stesso ristabilisce una relazione con coloro i quali da questa relazione si erano allontanati.

In questo senso le letture che oggi ascoltiamo sono come in un crescendo di misericordia: gli Atti degli Apostoli ci dicono come condizione necessaria per il perdono sia la conversione, Giovanni nella sua lettera ci dice come se qualcuno ha peccato può trovare in Gesù un avvocato, qualcuno che anziché fare il conto di ciò che è stato commesso offre la vita, e la offre non soltanto per chi crede in lui, ma anche per il mondo, cioè per tutti gli uomini (come dicevo qualche tempo fa), anche i più distanti da lui. Il vangelo, come ho accennato prima, lega in modo strettissimo l’essere testimoni del risorto con la predicazione della conversione ed il perdono, dove per conversione non si intende tanto un movimento dettato dall’esterno: devi convertirti perché sei un peccatore, perché sbagli strada… no… sento che il movimento della conversione è anzitutto interiore, come è capitato alla Maddalena quando ha incontrato il Risorto.

Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Mi piace molto questo brano del vangelo di Giovanni, perché mi pare dica veramente in cosa consiste la conversione: Giovanni dice che Maria di Magdala si volta verso Gesù due volte… è già girata verso di lui, che senso ha allora il secondo voltatasi verso di lui? E’ un volgersi interiore, un volgersi dello Spirito, è quel cambiamento che avviene in te e che ti rende capace di riconoscere la presenza nuova del Signore Risorto e di non fermarti alla relazione sensibile perché è la relazione di prima: qualcosa è cambiato. Mi pare che sia questo l’itinerario: per poter ricevere il perdono è necessario orientare la propria vita a colui che ha annunciato, vissuto, dato il perdono. In fondo credo che proprio perché avvenga questo riconoscimento Gesù insiste così tanto nel dire: Sono proprio io! Bellissimo che il riconoscimento avvenga ancora una volta attraverso le ferite che Gesù mostra ai discepoli, ma non solo. Gesù prende del pesce arrostito e lo mangia davanti a loro: con quel gesto Gesù intende rassicurare i discepoli circa l’affidabilità dell’ordinario, del feriale. E’ nell’ordinario e non nello straordinario che possiamo incontrare Dio ed è l’ordinario, la realtà in cui siamo calati il luogo nel quale poter fare, in continuazione, esperienza della Sua misericordia.

don Maurizio Prandi

 

 

Resta con noi, si fa sera

Ci sono momenti nella vita di tutti, in cui "si fa sera": ossia quello che ci succede sconvolge fino ad annullare anche quel briciolo di serenità o di speranza che tutti coltiviamo ed è il sapore della vita. Chi di noi non ha provato questi momenti "tristi", al punto da sentirsi smarriti, come abbandonati, come privi di senso?

E' vero che a volte mettiamo le nostre speranze o certezze su fragilità che crollano davanti alla minima prova.

Oppure, a volte, la nostra fiducia piena la poniamo in persone, come può essere un amico, lo sposo, la sposa, o chi volete, e senza capirne a volte la ragione, improvvisamente, "si fa sera".

Vorremmo incontrare chi ci dà certezze su cui porre la nostra fiducia: certezze che non vengano mai meno e non ci voltino mai le spalle, ma poi quante volte mostrano la loro natura di non essere "certezze"!

Ho sempre davanti agli occhi quella assemblea di giovani, che amano a volte definirsi "branco". Stanno insieme, si cercano, ma sanno in fondo che "si incontrano senza conoscersi, stanno insieme senza amarsi, si lasciano senza rimpiangersi". Invitato ad essere con loro in una assemblea numerosissima: una assemblea dove l'anima era uno spettacolo, da loro messo insieme, con poesie loro, riflessioni loro, e canti tristi...

Si respirava a pieni polmoni "la sera di questi giovani" in cerca di "giorno". Invitato a salire sul palco, per ringraziarmi della presenza, chiesi perché mi avevano invitato, proprio loro, che mostravano distacco apparente dalla vita di fede. La risposta è di quelle che gelano il cuore: "A noi manca un papà", ossia chi ci voglia veramente bene e ci assicuri che la vita è gioia. "Quando parliamo di papà non ci riferiamo ai nostri padri naturali che forse ci accontentano esteriormente, ma vivono alla superficie della nostra vita interiore, come se non interessasse. Parliamo di qualcuno che ci voglia veramente bene, ci sia vicino nel nostro incerto cammino e ci ascolti".

E' quello che provarono gli Apostoli e quanti allora avevano seguito Gesù nella sua vita tra di noi. Lui dava certezze: a Lui ci si poteva affidare. Forse si vedeva in Lui una certezza "terrena". Ma Gesù era venuto e viene tra di noi non per darci sicurezze terrene, ma quella certezza che va oltre la terra ed è quella offerta nella Pasqua, il Cielo.

Ma Gesù in croce, che non ha opposto alcuna resistenza - e poteva farlo nella sua onnipotenza divina - ma scelse la nostra estrema debolezza fino in fondo, fino a farsi spogliare di ogni dignità e bellezza, fece crollare i sogni che gli apostoli avevano posto in Lui. E alla gioia di seguirLo, si sostituì la paura, quella di essere coinvolti nella condanna per il semplice fatto di averLo seguito, di essere stati amati e scelti da Lui. E fuggono, senza più sapere dove andare e da chi andare. Pare la nostra storia.

Il Vangelo prima narra dei due discepoli che, fuggendo da Gerusalemme, si dirigevano verso Emmaus.

"Ma mentre discorrevano e discutevano insieme - racconta Luca - Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerLo (come capita tante volte a noi). Ed Egli disse loro: Che sono questi discorsi che state facendo tra di voi durante il cammino?

Si fermarono con il volto triste: uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che è accaduto in questi giorni? Domandò: Che cosa? 'Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo: ma i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso...Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele" (Lc 24,13-35).

Gesù li lascia sfogare, solo alla fine interviene: "Stolti e tardi di cuore nel credere alle parole dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui".

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno già volge al declino" Egli entrò per rimanere con loro.

Dovremmo meditare a lungo carissimi, questa delicatezza di Gesù che si fa vicino ai due, nel loro cammino senza speranza, nella loro vita in cui era scesa la sera della delusione. "Noi credevamo". Non si fa riconoscere, ma, con lo stile di Dio, che quando si fa vicino, chiede solo il silenzio e la fiducia dell'ascolto, quasi rispettando il dubbio e quindi la tristezza dei due, si fa voce della certezza, quella dell'amore che a volte pare scomparire nei momenti delle nostre difficoltà, e lo fa per riapparire con quella gioia che era dietro quei fatti tristi, quelle nostre "sere dell'anima", in cui sembra non debba più apparire la luce. E a noi ripete "Stolti e tardi di cuore".

Conosciamo tutti il disagio giovanile, che non è solo la sofferenza degli adulti, dei genitori, della società, ma sopratutto della Chiesa.

E' sempre stato così. C'è un tempo, da adolescenti e giovani, in cui si sogna e spera tanto, magari affidandosi a speranze che hanno il solo compito di fare perdere le tracce della speranza. Era grande il desiderio dell'amato Giovanni Paolo II di essere vicino ai giovani, a cui lui riservava un affetto di eccezione. "Vi ho cercati, dirà prima di morire, e voi siete venuti ad incontrami".

Per questo ci fu un anno che noi vescovi, cercando di accostarci, rispettosamente, ai giovani nel loro cammino, a volte tortuoso, abbiamo scritto una lettera, proprio prendendo l'esempio di Gesù con i due di Emmaus. Ed è quello che oggi, i Pastori pieni di Spirito Santo, i genitori saldi nella fede, la Chiesa tutta, cerca di fare.

Avvicinare, con estrema delicatezza i giovani, ma in genere tutti quelli che sono nella tristezza dei due di Emmaus, la tristezza di avere come perso il senso della vita e quindi la speranza, esercitando la difficile e meravigliosa arte dell'ascolto, camminando con loro e, solo dopo averne avuta la fiducia, aprire il cielo della Verità.

Con quell'amore che non è mai chiasso, ma solo brezza di aria pulita.

Io non so come ringraziare tanti, ma tanti di voi, che con fiducia, accogliendo le riflessioni che offro e che sono la delicata presenza di Gesù, si aprono con le e-mail, raccontando le loro tristezze e a volte gioie e speranze, certi di trovare un amico che ascolta e conserva nel cuore tutto: certi di trovare l'amico con cui condividere il cammino della vita. Grazie per questo.

Ma il racconto di Emmaus non si ferma a quel "Resta con noi perché si fa sera". Alla parola, come nella Eucarestia, Gesù si fa amore donato, "pane spezzato". La parola così diventa Pane di vita. Solo Dio poteva essere così grande nell' amore.

Racconta sempre Luca: "Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e diede loro. Ed ecco si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma Lui sparì dalla loro vista. Ma non trattennero quella gioia. Corsero, come narra il Vangelo sempre di Luca, oggi, a raccontare tutto agli apostoli, rannicchiati nella paura.

E a confermare il loro racconto ci pensa Gesù stesso. "Mentre i due parlavano Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: Pace a voi. Stupiti e spaventati, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa come voi vedete che io ho. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: Avete qui qualche cosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito: egli lo prese e lo mangiò davanti a loro" (Lc 24,35-48).

E' davvero incredibile la bontà del Signore, che, dopo la terribile prova cui sottopose i suoi, andò oltre l'apparire, ma chiese di toccare mani e piedi e, come a confermarli nella fede, chiese da mangiare e mangiò. Poteva Gesù fugare dubbi e paure in modo più grande?

Questa è la Pasqua del Signore. Una meravigliosa storia del Padre, che non è un racconto di duemila anni fa, ma, per chi davvero cerca serenità, speranza nella tristezza, è realtà di oggi. Per tutti noi.

Raccontano le cronache di Pasqua di tanti fratelli nella fede, che per vivere questa compagnia di Gesù e così entrare nella Pasqua, scelsero, non gli svaghi che tante volte sono una fuga dalla vita, ma il silenzio e la preghiera nei monasteri o nella case di spiritualità. Un modo serio di entrare nella Pasqua.

Da queste righe voglio ringraziare i cari giovani della Diocesi di Arezzo, che, come a Natale, vollero accostarsi alla Pasqua ritirandosi per due giorni a La Verna, dove è possibile, sulle orme di S. Francesco, entrare nel meraviglioso mistero dell'amore di Dio. Era un vero dono di Dio vedere quei tanti giovani scegliere il silenzio e la riflessione e la preghiera, per vivere la compagnia di Gesù, come i due di Emmaus. Stando con loro si percepiva la grande luce pasquale. Giovani coraggiosi, che non temono di cercare la compagnia di Chi veramente ama e fa felice, Gesù. Dio certamente li ha riempiti dello stupore suo e a me rimane solo di fare la preghiera dei due di Emmaus: "Resta, Signore con noi perché si fa sera".

mons. Antonio Riboldi

 

 

Sono stanco morto e non ho voglia di tornare indietro....domani si vedrà!

Due persone, Cleopa e compagno (o compagna, o sorella, fratello, o madre o padre...chissà..., non c'è nome quindi può essere chiunque) sono di ritorno da Emmaus. Riassunto veloce: erano tornati a casa loro da Gerusalemme dopo la crocifissione, morte e sepoltura di Gesù. Ovviamente tristi e piangenti, e sulla strada uno sconosciuto si era avvicinato a loro e gli aveva fatto dei complimenti dopo averli ascoltati nel loro piagnisteo su Gesù morto: STOLTI (cioè Stupidi) e lenti di cuore....non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose? Quindi, siccome era buio, lo avevano accolto a casa loro...e mentre questo sconosciuto spezzava il pane avevano riconosciuto in lui Gesù Cristo...e quindi avevano capito perché il loro cuore "friccicava" mentre questi, lungo la strada, gli parlava di Gesù nelle Sacre Scritture profetiche.

Stanchi morti, nonostante gli 11 km di distanza fatti prima (e senza automobile :-)), e nonostante il dramma vissuto nei due giorni precedenti....in barba alla stanchezza trovano una forza dentro per tornare indietro a Gerusalemme.

Proprio mentre tornano indietro fanno il grande passo avanti. Noi, cristiani "moderni" siamo di quelli che guardano sempre avanti. Eppure, talvolta anziché andare avanti ci spostiamo dal centro. Per qualcuno proprio mentre si torna indietro si fa il grande e unico passo avanti. Ho conosciuto giovani che avevano detto "Gesù è il Signore della mia vita" fare davvero dietrofront all'incontro con il Signore dimenticandolo del tutto; ho conosciuto persone così...piene di iniziative e all'avanguardia....finire nel baratro del porcile come il cosiddetto "figlio prodigo". Anche lui, se ci pensate, quando torna indietro va veramente avanti.

Insomma, carissimi, tornare indietro a volte è una vera esperienza di cammino. Sì, perché se Gesù te lo sei lasciato dietro, solo andando indietro lo ritrovi.

E così questi carissimi Cleopa & friend, vanno indietro, senza indugio (senza stanchezze, senza sbuffare, senza rimandare a domani. Ed era notte. Ma, dopo aver capito che Gesù spezzando il pane e sparendo era con loro....era loro apparso...hanno trovato una forza dentro che bisogna andare a dirlo agli apostoli.

Problema nella loro mente (immaginiamo): "saremo creduti? Saremo credibili? O forse ci diranno di essere due pazzi esauriti?"

L'evangelista non si pone il problema, mentre io si. Si, perché sono anche io di quelli che fa troppi calcoli. Eppure quei due, si sono mossi. E quando arrivano sentono che Gesù era apparso anche agli altri.

Ok, direte voi: fine della storia, e tutti felici e contenti! Macché!!! Ci sono quelli che ancora non credono. Ci sono quelli che sono ancora presi dalla tristezza della fine di Gesù. Piangono ancora il morto. E Gesù, apparendogli, risponde a tutte le questioni che erano nel loro cuore e li invita a toccarlo. E perché non lo toccano, Gesù vuole mangiare. Ora, da che mondo è mondo, un morto non mangia. E nemmeno beve. E invece Gesù mangia e beve. Ecco una prova schiacciante della sua presenza.

Se prima c'erano dubbi (anche Cleopa & friend non avevano osato chiedergli chi fosse, anche se poi avevano capito che era Gesù) ora nessun dubbio.

Il primo regalo che Gesù fa a questi è il potere di rimettere i peccati. Sì, perché Gesù sulla croce aveva detto: Padre perdona loro che non sanno quello che fanno. Per cui, il primo dono è proprio la possibilità di togliere quel peccato grande di non aver creduto in Gesù. Lo Spirito Santo alitato su di loro permetterà a questi di poter rimettere i peccati, battezzando. E la storia prosegue negli Atti degli Apostoli in cui si racconta che a tantissime persone questo potere viene applicato ed avviene il miracolo della conversione.

Anche per te può esserci stato questo passaggio: dal peccato alla vita, attraverso un miracolo chiamato "remissione dei peccati".Questo è un grande regalo che la Chiesa ci trasmette attraverso i presbiteri (sacerdoti) e che noi tante volte lasciamo per "autoassolverci". Eh, carissimi, se ci autoassolviamo non otteniamo quello Spirito Santo che attraverso le mani del sacerdote ci purifica davvero rendendoci nuove persone.

Quei discepoli ed apostoli sono nuove persone grazie allo Spirito Santo. Non hanno fatto nulla per meritarlo. Anzi...di per sè non l'avrebbero meritato, visto che sono andati via fuggendo dalla croce e lasciando solo solo Gesù nel momento del bisogno più estremo. (tanti dicono che gli amici si vedono nel momento del bisogno....eppure qui non c'era nessuno, se non la Madre Maria, altre donne...e, a detta dell'evangelista Giovanni, un discepolo che sentiva fortemente di essere amato da Gesù, probabilmente Giovanni stesso).

Carissimo amico o amica che stai leggendo, questi segni sono stati scritti per la tua fede. Ma ora devi fare il passo ulteriore: devi credere non solo per questi segni raccontati e veri (che hanno suscitato tanti martiri nel corso dei secoli) ma devi credere perché tu stesso/a sei stato graziato, sei stato oggetto del suo grande amore misericordioso.

Perciò, non pensare più di non meritarti quel perdono dai peccati anche più scabrosi, di cui hai vergogna e che non riesci nemmeno a raccontare a te stesso...figuriamoci al sacerdote!. Non pensare che quei peccati siano l'ostacolo alla misericordia di Dio: piuttosto, ringrazia Dio che non pensa che i tuoi peccati siano imperdonabili. Dio non vede l'ora di dire anche a te: tocca le mie ferite e le mie piaghe.

Le ferite e le piaghe di Gesù sono vere....e sono vere anche quelle che nell'umanità intera ancora oggi sanguinano. Sanguinano le ferite della povera gente, sanguinano le ferite di chi è solo, sanguinano le ferite di chi è stato oltraggiato, offeso, calunniato e mai riabilitato, sanguinano le ferite fatte a causa dei peccati più scabrosi come l'aborto, come gli omicidi innocenti, come le stragi senza senso. Ma sanguina ancora anche il cuore di Gesù a causa dei peccati tuoi, se questi non hai ancora il coraggio di metterli nelle sue mani sante.

Questa è la vera riconciliazione, altro che "autoconfessione", che tanto spesso è più un indice di paura e di poca stima di sè, oltre che di scarsa e dubbia fede!

Coraggio, fratello, sorella, non temere: Gesù risorgendo ti invita a fare esperienza viva del suo perdono. Abbi solo coraggio.

Non ho altre parole per oggi, ma sono sicuro che più che le parole bisogna passare ai fatti e diventare testimoni coraggiosi di quello che Gesù ha fatto per ciascuno di noi.

don Nazareno

 

 

Stette in mezzo a loro

Agli evangelisti preme sottolineare che Gesù risorto vuole stare ‘in mezzo' alla sua Chiesa. Non ai margini, non sulla soglia, ma proprio ‘in mezzo'. Così afferma Luca, descrivendo la prima apparizione nel cenacolo; così aveva ribadito ben due volte Giovanni, testimone oculare (cf. Gv. 20,19.26).

‘Gesù in persona stette in mezzo a loro' (v. 36). Lo ‘stare' non è cosa scontata. Soprattutto per noi, che viviamo una società liquida e siamo così fluidi nelle nostre relazioni, così incostanti e sbrigativi, così abituati a far scorrere la vita quasi fosse un torrente impetuoso piuttosto che il fiume calmo della grazia descritto da Ezechiele profeta (cf. Ez. 47,5). Nella cultura del ‘mordi e fuggi', chi sceglie di stare va contro corrente. Gesù ne fa uno stile definitivo. Egli, infatti, è risorto e non morirà più. La sua permanenza in mezzo ai suoi è per sempre. Ma non la si comprende come una pura dimensione astratta, quasi che Egli si accontenti di rimanere con noi nel nostalgico ricordo dei tempi passati. Gesù non è un ricordo: è una presenza! Viva, concreta, reale!

Sembra a volte difficile a noi, che non lo abbiamo conosciuto mentre percorreva le strade della Palestina, poterlo riconoscere presente nella nostra epoca cosiddetta post-contemporanea. Ma paradossalmente risultò difficile anche ai suoi compagni di avventure: quando Egli venne e ‘stette in mezzo', rimasero ‘sconvolti e pieni di paura' (v. 37) e successivamente increduli dalla gioia e ‘pieni di stupore' (v. 41). Un turbinio di sentimenti, un trambusto di emozioni, una battaglia interiore. Forse la stessa che afferra ogni persona quando si tratta di entrare in una relazione autentica, senza più maschere né sotterfugi. Tanto più la relazione con Gesù. I suoi, pur avendone condiviso sogni e attese, delusioni e fallimenti, pur avendone visto il dramma dell'amore crocifisso, lo conoscevano solo per sentito dire, come Giobbe! E lo scambiano per un fantasma... o forse, inconsapevolmente, avrebbero preferito che lo fosse... Pare atroce questa idea: ma non succede anche a noi di sperare intimamente che non ci siano troppi scombussolamenti nella nostra esistenza? Non siamo anche noi partitari dello ‘status quo', almeno circa il nostro vissuto personale? E non è forse per questo che, non appena si prospetta un reale cambiamento dovuto a un incontro nuovo con l'altro, preferiamo scappare a altri lidi, per evitare che l'altro ci ‘costringa' al cambiamento?

Come è difficile accogliere la gioia di una buona notizia, quando questa notizia ci cambia la vita!

Gesù invece sta, per davvero. Come è rimasto anche prima. Come è stato per davvero nel grembo della Madre; come è stato per davvero fra la sua gente di Galilea; come è stato per davvero mescolato con le speranze e le fatiche del suo popolo e dell'umanità intera. Gesù è stato sulla croce, e non era un fantasma. Per questo, Gesù risorto sta in mezzo ai suoi, alla sua Chiesa, e con la sua fedeltà indica la via dell'autentica trasformazione.

È proprio così: la sua permanenza, come roccia sicura su cui si costruisce tutto l'edificio, fa della nostra vita e della vita della Chiesa un luogo da abitare. Ma allo stesso tempo, ci interpella a un costante cambiamento. Di fronte alla vita che ha sconfitto la morte, non possiamo più vivere come prima. Le chiusure egoistiche, le comode lamentazioni, le accuse al mondo che è una minaccia e dal quale preferiamo difenderci, non hanno più valore né giustificazione nella logica di Colui che sta, perché è ‘Colui che è, che era e che viene' (Ap 1,8). La vita, il mondo, l'umanità acquistano un nuovo spessore. Non è più lecito trascorrere i giorni come fantasmi, imprigionati in luoghi comuni e schemi ripetitivi, che ci incasellano come marionette e ci separano dalla verità gli uni degli altri.

Gesù sta in mezzo. Non da una parte, non fra gli altri. Gesù rivendica amorevolmente il proprio posto. Come punto di riferimento, anzi come ‘pietra di inciampo'. Chi sta in mezzo, con tutta la sua carne, con tutto il suo peso, che è - in ebraico - la gloria, non può passare indifferente. Gesù non è trasparente ai suoi. Oggi è invisibile agli occhi della carne, ma - come insegnano i maestri dello Spirito - nessuno può scappare dalla domanda su di Lui. Gesù, insomma, dà un po' di salutare fastidio, lì in mezzo ai suoi, alla sua Chiesa. Dobbiamo necessariamente fare i conti con Lui, e con le false immagini che di Lui continuamente ci riempiamo la testa.

No, Gesù non è un fantasma. Per questo non scivola via come una fantasia, ma entra dolcemente e fermamente nella nostra esistenza. Con lo stile che sempre lo ha caratterizzato, e che ora possiamo riconoscere come lo stile inconfondibile di Dio. Si tratta dello stile della mensa condivisa. Gesù sta a mangiare con i suoi, ne condivide tutto il trambusto e lo trasforma in pace attraverso la sua fraterna e semplice presenza. Gesù risorto siede a tavola, si alza e serve, spezza il pane, lo mangia e lo distribuisce, offre il calice del sacrificio e della gioia. E lo fa per l'eternità.

Nel cenacolo avviene un anticipo della pienezza del Cielo. Lì infatti il Figlio continua a vivere da Servo, perché servire è proprio dell'Amore. E a noi, commensali turbati e timorosi, porgerà definitivamente l'alimento di grazia che pregustiamo nel cenacolo delle nostre comunità cristiane. A questa mensa ci viene proposto e offerto di stare, un poco, anche noi. Perché nella frenesia del giorno, nell'ansia della settimana, nella paura di essere solo dei fantasmi, riscopriamo il riposo che ricrea e sperimentiamo la trasformazione che ci restituisce il vero peso della nostra dignità. Siamo ‘spirito, anima e corpo': anche noi chiamati a vivere nella gloria dei risorti, rimanendo come tralci attaccati alla vite.

don Luca Garbinetto

 

 

I corpi nell'unico "Corpo" del Cristo risorto

Il Cristo risorto ci parla per mezzo del Vangelo di Luca e ci rivela la profondità del messaggio sui “corpi” che sono ora il suo unico corpo.

Siamo invitati a custodire nella memoria ciò che avvenne ai discepoli di Emmaus in quel giorno di pasqua. I due discepoli riferirono al gruppo degli apostoli e dei discepoli «ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane». Stranamente non avevano riconosciuto Gesù nel suo corpo fisico, ma lo riconobbero nel suo corpo eucaristico, che si rende visibile anche a noi oggi nel pane spezzato, nell'Eucarestia, nel pane che mangiamo e nel vino che tutti dovremmo bere, nel corpo e nel sangue del Cristo donato per amore.

Ma in quella sera dello stesso giorno di pasqua «Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse «Pace a voi». Apparve con il suo corpo vivente. Quello stesso corpo, che era stato deposto nella tomba, cadavere, come si fa con tutti i morti, era un corpo vivente! Lo stupore e lo spavento sono comprensibili e anche noi, se provassimo a metterci al posto dei discepoli, saremmo stati presi dalla stessa paura e dal credere di stare di fronte ad un fantasma.

Quello fu un miracolo! Superava le leggi della determinazione di un oggetto nel limite del tempo e nello spazio! Come può un corpo apparire all'improvviso, dal nulla, libero di passare pareti e apparire quando e dove vuole, ed essere allo stesso tempo un corpo in carne ed ossa che mangia una porzione di pesce arrostito?

La corporeità del risorto è vera, non è una illusione ottica! In quelle apparizioni di Gesù risorto in carne ed ossa si cela un mistero indescrivibile: la corporeità fisica, umana di Gesù, che si fece carne nel grembo di Maria, che si fece visibile in Gesù di Nazareth, fisicamente presente in quel tempo storico e in quello spazio di terra e di popolo, è per sempre Dio. Il Padre è per sempre segnato dall'umanità vivificata del Figlio, trasfigurata dalla forza del suo stesso amore, dalla forza vivificante dello Spirito Santo.

Il corpo vivificato del risorto ci rimanda al corpo incorrotto di Maria, assunto in cielo e ci fa capire che questo mistero riguarda anche il nostro destino finale: la risurrezione dei nostri corpi.

Per la vita di ogni giorno quel che vale è coltivare uno sguardo positivo e di stupore per il nostro corpo. Dallo sguardo interiore della nostra anima, abbandonata nella misericordia del Padre, per mezzo del Figlio amato, Gesù nostro fratello, che ci dona il suo Spirito, lo Spirito di vita e di pace, il nostro corpo, con suoi occhi, con il suo toccare, con le sue mani, con i suoi piedi, può diventare irradiante l'amore divino, corpo luminoso contagiante pace e rispetto, gioia e speranza, rivelante il dono della liberazione dai nostri peccati, la nostra salvezza, la comunione. Ma tutto dipende dallo sguardo della nostra anima! Ci vuole una adesione confidente, ci vuole una conversione. Convertirsi, cambiare vita, come ci invita la Parola di Dio, è una questione di sguardo della nostra anima: non più rivolta al nostro io e alle sicurezze degli idoli, che ci siamo fatti con le cose o persone di questo mondo, quelle che ci danno sicurezza, a cui confidiamo tutte le nostre energie. Convertirsi è la scelta libera del nostro cuore alla ridondanza del dono di gratuità che ci rivela il corpo di Cristo crocifisso.

Ecco allora un altro corpo, che si rivela in quel corpo apparso ai discepoli: è il corpo del crocifisso! È il corpo segnato per sempre dalla croce, i cui piedi e le mani sono segnati dalle ferite dei chiodi. Il miracolo delle apparizioni del Cristo risorto nella sua vera corporeità fu un dono esclusivo riservato solo per pochi. Ma il nostro sguardo di cristiani convertiti, che hanno rischiato di consegnarsi a Dio e non più al proprio egoismo, è uno sguardo fisso, oggi e sempre, al corpo del crocifisso. Non è a caso che ogni chiesa, ogni altare rechi l'immagine di un crocifisso. Non è a caso che ogni cristiano dovrebbe essere orgoglioso di portare un crocifisso appeso al collo. La Parola di Gesù risorto oggi ci invita a sostare davanti al corpo del crocifisso e pregare con riverenza e stupore: «Anima di Cristo, santificami. Corpo di Cristo, salvami. Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, confortami. O buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe nascondimi. Non permettere che io mi separi da te.»

E da questa preghiera di contemplazione del crocifisso, e al tempo stesso dell'Eucarestia ci rendiamo conto che oggi Cristo non ha le sue mani che si vedono, ha soltanto le nostre mani, per fare le sue opere di misericordia. Cristo non ha i suoi piedi che si vedono, ha soltanto i nostri piedi per andare ad annunciare il Vangelo a tutti. Cristo non ha la sua bocca che si vede, ha soltanto la nostra bocca per proclamare le sue parole di pace, di salvezza per tutti. Cristo non ha il suo corpo glorioso che si vede, ha soltanto il nostro corpo per toccare, condividere, consolare, sanare, camminare insieme, liberare, stare con chi soffre il martirio del proprio corpo.

Il nostro andare con il nostro corpo luminoso diventa un andare misterioso, ma vero, verso un altro corpo, il corpo di Cristo, la carne di Cristo, presente nei poveri del mondo, nei servi sofferenti di casa nostra, in quei corpi poco poetici, ma drammaticamente sofferenti, corpi di Cristo.

Ecco dunque la rivelazione dei nostri corpi, testimoni del Risorto per le strade del mondo, testimoni del Risorto negli ambienti esistenziali della nostra vita quotidiana, in famiglia, a scuola, al lavoro, al campo sportivo, in un sentiero di montagna, sempre e dovunque, corpi testimoni, corpi irradianti l'amore di Dio in noi veramente perfetto, perché abbiamo osservato questa Parola di Dio, che oggi ci rivela il mistero dei corpi nell'unico corpo: il Corpo di Cristo risorto. Non siamo soli, non siamo testimoni isolati, non siamo una somma di corpi irradianti la pace e la vita dello Spirito Santo, ospite del nostro corpo! Siamo Corpo di Cristo, siamo in comunione, siamo comunione, siamo membra del Corpo di Cristo che è la Chiesa.

Certo, il nostro corpo non sempre riesce ad essere così luminoso e coerente. Il maligno dei nostri istinti egoistici, il maligno delle forze negative del mondo, risultanti dalle conseguenze dei peccati di tutta l'umanità, il maligno della nostra libertà malata di autonomia assoluta, illusione di libertà da tutto e da tutti, che fa dello sguardo della nostra anima uno sguardo ristretto, uno sguardo di dominio delle cose, uno sguardo di uso delle cose e delle persone solo per la nostra utilità, spegne la luminosità del nostro corpo, perché fatichiamo a osservare i comandamenti del Signore risorto e la verità dell'amore è soffocata, non predomina più in noi.

Ma siamo corpo di Cristo! La comunione dei santi ci salva. Nella nostra fragilità e difficoltà di essere irradianti e testimoni dell'amore di Dio, siamo sorretti e rialzati dalla consapevolezza che non siamo membra isolate del Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Siamo in comunione. E allora, contemplando il corpo crocifisso, accogliendo in noi il corpo di Cristo nel Pane di vita, ciascuno di noi può completare la sua preghiera dicendo: «Dal nemico maligno difendimi. Nell'ora della mia morte, chiamami. E comandami di venire a te a lodarti con i tuoi santi nei secoli dei secoli. Amen»

Vito Calella

 

 

Gerusalemme punto di partenza

La pagina evangelica si apre con il ritorno dei due discepoli a Gerusalemme e precisamente nel luogo (da presumere il cenacolo) dove gli undici sono riuniti. In questo contesto l'evangelista Luca colloca, sempre riferendosi allo stesso giorno della risurrezione, la seconda apparizione di Gesù.

Gerusalemme… è il simbolo del ritorno alle radici e diventa il centro della speranza e della comprensione di tutti gli eventi. Allontanarsi da questa città significa andare incontro alla disperazione e alla desolazione, camminare o viaggiare verso un luogo che esiste nell'immaginazione ma non nella realtà. Lontano dalla "Città Santa" tutto diventa utopia. Dopo l'incontro con il Risorto i due "fanno marcia indietro" e raccontano agli altri che il significato pieno del Mistero Pasquale è legato indissolubilmente alla Croce. L'immagine più eloquente di Dio è sulla croce… "Non bisognava che…". Nel presunto fallimento si svela la grandezza di Dio… come nello scoraggiamento e nella delusione della vita abbiamo sempre accanto qualcuno che ci invita ad aprire gli occhi della fede.

Mentre tutti sono intenti ad ascoltare l'esperienza fatta dai due discepoli, ecco che Gesù, secondo le modalità già a noi note, fa il suo ingresso nella stanza e si presenta con il saluto della Pace. Ma prima di tutto è interessante la precisazione:

"Gesù in persona"... questa dicitura mette in risalto ed in evidenza la realtà e la concretezza della persona, non appare un fantasma ma è veramente e realmente Gesù. L'uomo che è stato crocefisso ora è risorto e sta in mezzo ai discepoli. All'evangelista preme marcare come la risurrezione di Gesù è un evento storico nel vero senso della parola…. E non una mera illusione. Ecco perché ci sono tutti quei richiami ai segni causati dalla crocefissione. Inoltre, come già successo per i due, il Risorto avverte la necessità di una istruzione o richiamo alle scritture, per cui offre a tutto il gruppo delle briciole di catechesi bibliche.

"…sono queste…". La risurrezione è il compimento di tutta la legge e i profeti… il richiamo alla Scrittura è sicuramente un'esortazione a fare della Parola il centro delle nostre catechesi. Gesù avverte l'impellenza di istruire i suoi a partire dalla Parola, ad improntare la nostra vita individuale e comunitaria sulla Parola. Bisogna chiedersi quanto spazio riserviamo alla Parola sia come studio sia come meditazione. Forse dobbiamo dirci chiaramente che il nostro rapporto con la Parola è superficiale e affrettato. Come si proclama la Parola? Forse alcune volte, amara constatazione, non sappiamo leggere e pretendiamo di proclamare… si arriva all'ultimo minuto e ci si presenta all'ambone… Vogliamo spiegarla e non ci prepariamo… vogliamo predicare e siamo bravi ad improvvisare etc. ciò non depone a nostro favore, non edifica né la comunità né forma le persone che ne fanno pienamente parte….

Gesù ci sollecita ad essere testimoni e non sappiamo che cos'è la testimonianza…

"Di questo voi siete testimoni…". I cristiani siamo chiamati a ripercorrere nella vita le stesse tappe che Gesù ha percorso nella sua vita terrena… la testimonianza inizia con un'esortazione a cambiare vita. La conversione è un cambiamento che deve toccare la propria vita per trasformare l'esistenza degli altri.

Inoltre non deve essere un fenomeno settoriale o di èlite. Ma deve poter abbracciare tutti in una forma indistinta. Non bisogna mai assolutizzare una realtà ecclesiale, ma è opportuno collocarsi sempre in un contesto di Chiesa. Si assiste alcune volte ad una catechesi elitaria che è differente da una catechesi per fasce di età.

Altro elemento costitutivo della testimonianza è il perdono… atto emblematico di carità cristiana, ma anche virtù da praticare per essere credibili. Gesù è ritornato su questo argomento più di una volta e la sua vita è stata interamente improntata sulla manifestazione della misericordia di Dio… il perdono per essere perdonati.

Di tutte queste realtà iniziali dobbiamo essere testimoni.

don Alessio De Stefano

 

 

NESSO TRA LE LETTURE

Il nucleo del MESSAGGIO di questa terza domenica pasquale lo troviamo nel vangelo.

"Le profezie dovevano avverarsi". Cioè, tutto quello che era stato scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, circa il Messia, le sue sofferenze e la sua morte, doveva trovare pieno compimento in Cristo (Vangelo). Nella prima lettura, Pietro mostra la continuità tra il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe e il Dio che ha glorificato Gesù. Nessuna interruzione tra le promesse fatte da Dio e la realtà attuale; al contrario: un compimento esatto e perfetto del piano di Dio, del suo patto d'amore con gli uomini portato fino all'amore estremo (prima lettura).

Grazie alla morte di Gesù e alla sua resurrezione abbiamo il perdono dei peccati. Egli è "vittima di espiazione per i nostri peccati" ci dice san Giovanni (seconda lettura). Lì dove si annuncia il mistero di Cristo, il mistero della sua morte e della sua resurrezione, si deve annunciare il perdono dei peccati e la necessità della conversione. Così, dunque, ci troviamo davanti ad un MESSAGGIO con una doppia valenza: da un lato la gioia di sapere che tutte le profezie si sono realizzate in Cristo Gesù, nella sua morte e nella sua resurrezione; dall'altro, la necessità di pentimento e di conversione per i nostri peccati.

MESSAGGIO DOTTRINALE

1) Dio è fedele alle sue promesse

In questa domenica leggiamo il testo del secondo discorso di Pietro, nel quale l'apostolo annuncia la resurrezione del Signore. La resurrezione di Gesù ci dice che Dio è fedele alle sue promesse. La resurrezione è il culmen verso il quale tendeva dall'inizio la storia della salvezza, si tratta del compimento pieno della rivelazione divina di Dio e del suo amore, e la liberazione definitiva prefigurata nella liberazione dalla schiavitù dell'Egitto.

Nel vangelo, san Luca dice che Cristo risorto "aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture". "Aprire la mente" significa comprendere che tutta la storia d'Israele trova il suo significato quando culmina nella passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Abramo e Mosè, David e i profeti, la speranza e l'esilio, a ogni cosa è assegnato il giusto posto e tutto si inquadra, alla luce del mistero pasquale di Cristo. Dio ha realizzato tutto il suo piano di salvezza e l'ha compiuto in un modo misterioso che va oltre tutti i nostri calcoli umani.

Dio che aveva fatto l'uomo per amore, vuole restituire all'uomo la vita che questi aveva perso col peccato. Dio vuole restaurare nell'uomo l'immagine primitiva. Per realizzare quest'opera di redenzione, di restaurazione, sceglie una strada lunga e penosa: la sua incarnazione, la sua nascita, la sua vita, la sua passione, morte e resurrezione. Dio ha voluto salvare l'uomo mediante il mistero imperscrutabile dell'incarnazione. Meraviglioso mistero di Dio, che ci ha riscattato facendosi uomo e incorporandoci alla natura divina!

Con parole belle e profonde, dice san Gregorio di Nissa: "Ciò che è eterno non prende su di sé la nascita carnale perché ha bisogno della vita, bensì per richiamarci nuovamente dalla morte alla vita. Dato che era opportuno che si realizzasse la resurrezione di tutta la nostra natura, (Cristo), tendendo la mano al caduto, e guardando al nostro cadavere, si avvicinò tanto alla morte quanto suppone aver assunto la mortalità e aver dato alla natura il principio della resurrezione, avendo resuscitato col suo stesso potere tutto l'uomo" (Or. Cat. XXXII, PG 45, 80 A; ns. trad.).

Perciò, che la fedeltà di Dio alle sue promesse e il suo amore per l'uomo sia ciò che ci dà sicurezza durante il tragitto. Il Signore non ci ha abbandonati. Potesse una madre dimenticarsi di suo figlio, Dio non si dimenticherà di noi, perché in suo Figlio morto e risorto ci ha dato tutto. Ci ha dato il suo amore.

2) Pentimento e conversione dei peccati

Cristo resuscitato annuncia ai suoi apostoli che nel suo nome saranno predicati la conversione e il perdono dei peccati. Anche questo era contenuto nelle Scritture. E così, vediamo Pietro stesso davanti a Israele predicare questo pentimento e questo perdono. E così, ascoltiamo Giovanni proclamare nella sua prima lettera che, se qualcuno pecca, sappia che ha un avvocato davanti al Padre, Cristo il Signore. Le feste pasquali sono un momento di riflessione per fare una conversione nella vita. Chi ama Dio non può continuare a peccare. Chi conosce Dio non può continuare a peccare.

Forse cadrà per fragilità, ma tra lui e il peccato è in corso una lotta che non conosce fine, perché il peccato porta alla morte, alla seconda morte, alla perdita definitiva di Dio. "Nella sua amorevole disposizione al perdono, Dio è giunto al punto di donare se stesso al mondo nella Persona del Figlio, il quale è venuto a recare la redenzione ad ogni individuo ed all'intera umanità. Di fronte alle offese degli uomini, culminate nella sua condanna alla morte di croce, Gesù prega: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc. 23,34). Il perdono di Dio è espressione della sua tenerezza di Padre.

Nella parabola evangelica del "figliol prodigo" (cf. Lc. 15,11-32), il padre corre incontro al figlio appena lo vede tornare a casa. Non gli lascia neppure presentare le scuse: tutto è perdonato (cf. Lc. 15, 20-22). L'intensa gioia del perdono, offerto ed accolto, guarisce ferite insanabili, ristabilisce nuovamente i rapporti e li radica nell'inesauribile amore di Dio" (Giovanni Paolo II, MESSAGGIO per la pace, 1 gennaio 1997).

Sia questo l'invito che a tutti noi oggi rivolge la liturgia pasquale.

SUGGERIMENTI PASTORALI

1) Perché siete turbati? Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? La pace di Cristo

Dobbiamo confessarlo: dei dubbi sorgono nel nostro cuore. Dubbi sul mondo e la sua bontà; dubbi sull'uomo e la sua fragilità verso il bene; dubbi su se stessi: sul senso della propria vita, del proprio compito, della propria vocazione. Infine, a volte, ci sorgono dubbi su Dio e sul suo piano. Ma Cristo risorto anche a noi ripete, come a quegli apostoli spaventati: "La pace sia con voi! Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?

Sono proprio io!".» necessario fare esperienza di Cristo risorto per camminare senza esitazioni per questa vita. Sebbene essa sia afflitta dai dubbi, da dolori intimi e insospettabili, tuttavia, è anche una vita che merita di essere vissuta. La recente testimonianza della vita intima di Madre Teresa di Calcutta è molto istruttiva. Lei, che era l'immagine della carità e della gioia, che predicava a tutti che bisogna servire Dio nel prossimo con amore e con un sorriso sulle labbra, proprio lei, sperimentava una profonda oscurità nella sua anima - molti dubbi venivano ad assillare il suo cuore, riguardo l'amore di Dio.

Quale notte sarà calata in quell'anima che non era altro che carità! Ora capiamo meglio cio che dice santa Teresa di Gesù circa le aridità e le oscurità dell'anima: "non conviene all'anima rifugiarsi in se stessa, né abbandonare le sue opere di carità; al contrario, che continui a donarsi e ad arrendersi che Dio saprà trarre vantaggio da ciò per lei e per le sue anime". Perciò, davanti ai dubbi dentro di noi: che siano la pace e la carità di Cristo a prevalere nel nostro cuore e a procedere nella fede, perché l'eternità è alle porte.

2) Predicare la conversione e il perdono dei peccati

Predicare il perdono e la conversione dei peccati è compito irrinunciabile del sacerdote, ma non solo suo. Ogni cristiano è apostolo, inviato alla missione, e ha una precisa responsabilità a collaborare per stabilire il Regno di Cristo. Ogni cristiano deve annunciare con le sue parole e con le sue opere che Dio ci ha perdonati in Cristo, e che tutti dobbiamo convertirci. Come far questo? Le strade sono molteplici, quando l'interesse è vivo.

Menzioniamo solo qualche esempio:

- il consiglio saggio e prudente. Di fronte al mistero del tempo e dell'eternità, il cristiano sa dare consiglio prudente a chi glielo richiede. Consiglio riguardo ad una vita morale, ad una scelta difficile, alla malattia, alla morte, a una disgrazia personale... Tutte queste sono situazioni che devono rammentarci la necessità della conversione e dell'amore di Dio che perdona i nostri peccati. Esaminiamo tutto alla luce dell'eternità.

- la catechesi. Questa è di molti tipi.

Esiste la catechesi nella propria famiglia, dove si trasmettono la fede e i valori; c'è la catechesi della parrocchia, dove gli adulti e i giovani possono fornire un insostituibile aiuto al parroco; esiste la catechesi degli adulti e qui bisogna dire che i movimenti suscitati dallo Spirito Santo fanno un bene incalcolabile. Ma esiste anche la catechesi attraverso Internet, le riviste, i giornali, le associazioni giovanili e i congressi di vario tipo. Tutto questo è anche catechesi, e deve essere nostra responsabilità primaria.

- la fuga dalle occasioni di peccato.

Questo è un tema di grande importanza, cui non si presta molta attenzione. La conversione del peccato ci impone di rifuggire dalle occasioni di peccato. Nessuno può ingenuamente ritenersi sicuro, se si espone a un'occasione di peccato. Formiamo una coscienza delicata, che sappia scoprire con precisione ciò che offende Dio e possa ripetere con Domenico Savio: "meglio morire che peccare". Questa convinzione ci porti a vivere rimanendo vigili, alla presenza di Dio.

 

 

In questo brevissimo brano di vangelo, si può dire che è contenuta tutta la annosa questione del rapporto tra ragione e fede.

Infatti, non appena letto il brano della liturgia di oggi, mi sono ritornate alla mente due espressioni, una proveniente dalla cultura umanistico-psicologica e l'altra dalla spiritualità.

Eccole entrambe: “Il modo in cui scegliamo di vedere il mondo crea il mondo che vediamo”, e:

“Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo”.

Senza stare troppo a “pensare” come mai queste libere associazioni avessero stimolato la mia mente, sono passato subito a ricordare quanto una della acquisizioni della scienza psicologica sia diventata universalmente riconosciuta e cioè quanto il “pensiero” che ci si fa di un evento (l'interpretazione di un evento) possa influenzare addirittura uno stato emotivo e poi, di conseguenza, il comportamento susseguente.

Quando si “pensava” che la terra fosse una tavola piatta, ecco la paura pronta a bloccare viaggi oltre le “colonne d'Ercole”...

Un'altra considerazione: mi impressiona sempre quanto certe persone troppo attaccate alle proprie idee si meraviglino (e talora si indispettiscano) di fronte ad altre persone altrettanto attaccate alla proprie!

Più o meno dovette essere accaduto questo agli Apostoli, quel giorno dopo la Risurrezione, quando si trovarono davanti Gesù in carne e ossa dopo averlo visto morto. “Sconvolti e pieni di paura” scrive l'evangelista Luca.

Ma quale “pensiero” soggiaceva allora a queste emozioni di spavento? Quali idee avevano in testa capaci di ostacolare l'accettazione di una realtà che avevano davanti ai loro occhi?

Facile la risposta.

“Non credo ai miei occhi”... sarebbe stata forse l'esclamazione più consona alla spiritualità del momento... ed invece... “Oddio, un fantasma!”

Ed allora cosa insegna a noi oggi questo “evento” unico e che, come tale, diventa indicativo dell'unico modo di relazionarsi con le “strategie” misteriose di Dio?

Insegna soprattutto una cosa semplicissima, quella di non pensare troppo (patologia dell'uomo post-illuminista ubriacato dal suo stesso pensare...) e di contemplare di più.

Insegna a verificare con umiltà la veridicità di quel che si pensa, insegna a non fidarsi troppo della propria intelligenza razionale.

Insegna quindi a vivere il momento degli eventi a mente libera, pacificata (Gesù infatti, non appena apparso in mezzo ai suoi, li saluta con quel “pace”... che tradotto per noi equivale a “tranquilli”), senza appesantirla di sospetti, paure, turbamenti, congetture, interpretazioni...

Il modo di agire di Dio non delude mai, non spaventa, non impaurisce... a meno che noi lo si “pensi” capace di ciò!

Gesù, che ha imparato tutto dal Padre, fa altrettanto in versione umana ed è capace solo di dare la quiete del cuore, la pace dell'anima, l'igiene e la pulizia della mente... e talvolta anche la salute del corpo.

Se veramente si vuole applicare alla quotidianità questo insegnamento, occorre ascoltare più attentamente le parole di Gesù anziché il frastuono autocompiacente del proprio pomposo pensare.

Senza dire dei pregiudizi che spesso e volentieri rifiutano, negano o addirittura uccidono la verità.

Ricordava Einstein: “E' più facile dividere un atomo che distruggere un pregiudizio”.

Gigi Avanti

 

 

Sono passate due settimane da Pasqua, fratelli e sorelle.

Se Gesù risorto apparisse ora in mezzo a noi e ci dicesse "Pace a voi!" forse anche noi, come i discepoli, rimarremmo stupiti e spaventati...

Già da due settimane nella nostra comunità cristiana risuona questo annuncio: il Signore è veramente risorto! E noi che cosa ne abbiamo fatto di questa notizia?

Pasqua è passata, il lavoro e la scuola sono ricominciati a pieno ritmo; alcuni di noi, come ogni anno, nelle prossime domeniche saranno invitati a feste di Prime Comunioni, Cresime, Matrimoni... la vita è ripresa regolarmente e l'estate si avvicina...

Possibile che l'annuncio che il Signore è risorto, la notizia inaudita che la morte è stata definitivamente sconfitta, che la nostra vita non finisce, che già qui, su questa terra, siamo dei risorti, possibile che questa notizia si sia già persa nella routine quotidiana?

* Che cosa è cambiato nella nostra vita dal giorno di Pasqua?

Vedete, il Vangelo di domenica scorsa ci narrava di un discepolo, prima incredulo e poi pieno di fede nella persona di Cristo, definito alla fine proprio da Tommaso "mio Signore e mio Dio"; il vangelo di oggi ci narra dei due discepoli di Emmaus (dal capitolo 24, l'ultimo capitolo del vangelo di Luca, se volete poi rileggere il brano a casa per intero), due discepoli – dicevo - che tornano sui loro passi, tornano da Emmaus a Gerusalemme e raccontano ai compagni di aver incontrato il Signore risuscitato dai morti e di averlo riconosciuto allo spezzare del pane.

Ora, mentre raccontano, di nuovo Gesù in persona appare in mezzo a loro. Poiché sono stupiti e spaventati Gesù vivo mostra le mani e i piedi con i segni della crocifissione e poi si fa offrire del pesce arrostito. Ma non è tanto questo particolare del pesce mangiato da Gesù che deve destare la nostra attenzione, quanto le sue parole: Cristo ricorda ai discepoli che lui stesso in vita più volte aveva preannunciato la sua morte e la sua resurrezione e aggiunge che nel suo nome, cioè nel nome di Gesù, a tutte le genti verrà annunciato il Vangelo.

* A tutte le genti: cioè non solo a noi, ma anche a chi oggi non c'è a questa celebrazione, a chi è battezzato ma non pratica o non crede più; a tutte le genti: cioè a chi è di un'altra religione, nazione, razza, lingua... a tutti – dice Gesù - devono essere annunciati la conversione e il perdono dei peccati.

* Alla fine il Signore aggiunse: DI QUESTO VOI SIETE TESTIMONI. E i discepoli ricordarono bene questo mandato, questa missione che Gesù aveva loro dato e arrivarono dappertutto, annunciando l'amore di Dio per tutti, in Cristo Gesù morto e risorto per ciascun uomo. E non solo giunsero dappertutto, ma arrivarono anche a rimetterci la pelle, pur di rimanere fedeli alla missione affidata loro da Cristo Risorto.

* E la nostra Pasqua? La nostra missione di testimoniare l'amore di Dio che fine ha fatto? L'annuncio pasquale ci ha reso testimoni di pace, dentro e fuori di noi? Testimoni coraggiosi dei diritti del più debole sul più forte, della superiorità della croce sulla superbia, dell'onestà sul raggiro, della verità sulla menzogna, del primato della vita sulla cultura della morte?

* Dove è finita la nostra Pasqua?

A volte, fratelli e sorelle, possiamo cedere alla tentazione di tranquillizzare la nostra coscienza facendo ogni tanto l'elemosina o partecipando a qualche iniziativa di beneficenza per genti lontane, cose anche giuste e sacrosante, ma che da sole non ci permettono di dirci cristiani, di dirci risorti con Cristo.

* E lo specifica Gesù stesso dicendo ai suoi discepoli quando dà loro la missione di testimoni: "incominciando da Gerusalemme", cioè incominciando da dove vivete, dal padre, dalla madre, dal marito, dalla moglie, dai figli, dai parenti, dai vicini rompiscatole, dai colleghi o capi di lavoro, dagli inquilini del nostro palazzo, dal nostro quartiere... ma se spesso non li conosciamo nemmeno!

* Solo allora sarà stata veramente Pasqua: se cominceremo a testimoniare con coraggio la verità e l'amore di Cristo e se sapremo essere cristiani veri dappertutto, cominciando da dove abitiamo e lavoriamo.

don Nello Crescenzi

 

 

Nella 1ª lettura è riportata una delle prime predicazioni dell’apostolo Pietro dopo la Pasqua del Signore. In essa c’è una strana tensione, tra la franchezza e, quasi, la veemenza dell’accusa che Pietro fa ai giudei, e poi quasi una giustificazione con cui egli stesso al loro operato: “voi avete agito per ignoranza”. Ci facciano pensare, queste parole, che il Crocifisso è segno di che cosa l’uomo è capace di fare dell’altro uomo, di quanta violenza, anche inconsapevole, siamo capaci gli uni nei riguardi degli altri. Il crocifisso ci insegna chi siamo, che cosa si nasconde dentro un essere umano. La franchezza di Pietro è capace di smascherare anche noi, nelle possibilità del male da cui anche noi siamo abitati. E anche del male inconsapevole che spesso compiamo, pensando di essere dalla parte del giusto, ciechi sui nostri limiti o i nostri errori, ma con la presunzione di saper individuare il male presente negli altri. Quanto male fatto per la nostra ignoranza, per la nostra cecità!

La terza lettura, quella evangelica, ci narra di un Cristo che sempre e di nuovo va incontro ai suoi, che pure sono quelli che sono scappati, che lo hanno tradito, che vinti dalla vigliaccheria lo hanno lasciato solo (e non è questa un’altra forma di violenza che Gesù ha subito?). Eppure Egli li cerca, si fa vedere, li aiuta a ricominciare. E chiede da mangiare, ricreando una convivialità che era quella prima della fuga, e come allora anche ora è lui che prende l’iniziativa, si fa vicino, crea l’occasione. Del resto anche dopo la Pasqua i discepoli sono ancora persone piene di paura e di incredulità. La risposta di Dio all’incredulità e alla inconsapevolezza è l’offerta dell’incontro. Sempre di nuovo. La condiscendenza di Gesù verso i suoi amici traditori, è davvero un riflesso dell’umiltà con cui Dio, di fronte al nostro peccato, sempre di nuovo ci cerca, e prova a far ricominciare il nostro cammino. Il turbamento e il dubbio dei discepoli è certo quello suscitato dal mistero della Risurrezione, ma è anche quello di chi si vede amato e cercato di nuovo anche dopo il tradimento. Il maestro ricostituisce la sua comunità, cercando coloro che hanno detto di non averlo mai conosciuto per non compromettersi. Dio agisce così, e questo provoca dubbi e turbamento, proprio come dice il vangelo di oggi. Da quel turbamento, nel cuore del peccatore che si scopre amato, può nascere un pentimento sincero, anche per noi.

E qui forse può nascere per noi una terza riflessione: a creare l’occasione di questo nuovo incontro, di questo nuovo pasto attorno al quale può rinascere la fraternità che era stata infranta, è una richiesta di aiuto di Gesù: “Avete qualcosa da mangiare?”. Gesù chiede, il Risorto, che dona la vita all’universo, e sta creando il mondo nuovo, è Colui che chiede da mangiare! Come se donare e chiedere non fossero in contraddizione tra loro, ma anzi fossero strettamente collegati. Chiedere è sempre donare, donare all’altro la possibilità di farsi soggetto di amore, la possibilità di risvegliare dentro di sé le possibilità dell’amore. E anche donare, ha a che fare con la richiesta, con la domanda, perché il dono chiede di essere accolto, cerca una casa, diventa un appello alla libertà dell’altro. Il Risorto è colui che dona la vita senza fine, ed è colui che chiede di essere nutrito da chi può accogliere, se vuole, la vita che è venuto a portare a tutti.

Del resto Gesù, mentre era presente fisicamente e viveva nella sua comunità percorrendo la Galilea e la Giudea, spesso così aveva iniziato i suoi incontri: “dammi da bere”, aveva detto alla samaritana, “ospitami a casa tua”, aveva detto a Zaccheo, e così fa ancora dopo la resurrezione. A creare gli incontri sono sempre coloro che osano il proprio bisogno davanti al fratello, senza paura, senza volontà di mostrarsi forti a tutti i costi. Condividere i bisogni, fa ricominciare sempre! Imparare l’arte del dono congiunto alla domanda, dell’amore che cerca il suo equilibrio nell’attesa della risposta, ci fa fare un’esperienza pasquale autentica nella trama delle nostre relazioni.

Gianni Caliandro

 

 

Testimoni del Risorto con lo stupore dei bambini

Non sappiamo dove sia Emmaus, quel nome è un simbolo di tutte le nostre strade, quando qualcosa sembra finire, e si torna a casa, con le macerie dei sogni. Due discepoli, una coppia, forse un uomo e una donna, marito e moglie, una famigliola, due come noi: «Lo riconobbero allo spezzare del pane», allo spezzare qualcosa di proprio per gli altri, perché questo è il cuore del Vangelo. Spezzare il pane o il tempo o un vaso di profumo, come a Betania, e poi condividere cammino e speranza.

È cambiato il cuore dei due e cambia la strada: «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme». L’esilio triste diventa corsa gioiosa, non c’è più notte né stanchezza né città nemica, il cuore è acceso, gli occhi vedono, la vita è fiamma. Non patiscono più la strada: la respirano, respirando Cristo. Diventano profeti.

Stanno ancora parlando e Gesù di persona apparve in mezzo a loro, e disse: Pace a voi. Lo incontri e subito sei chiamato alla serenità: è un Signore che bussa alla mia vita, entra nella mia casa, e il suo saluto è un dono buono, porta pace, pace con me stesso, pace con chi è vicino e chi è lontano. Gesù appare come un amico sorridente, a braccia aperte, che ti accoglie con questo regalo: c’è pace per te.

Mi colpisce il lamento di Gesù «Non sono un fantasma» umanissimo lamento, c’è dentro il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da stringere con slancio, da abbracciare con gioia. Non puoi amare un fantasma. E pronuncia, per sciogliere dubbi e paure, i verbi più semplici e più familiari: «Guardate, toccate, mangiamo insieme!» gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni.

Lo conoscevano bene, Gesù, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. E mi consola la fatica dei discepoli a credere. È la garanzia che la Risurrezione di Gesù non è un’ipotesi consolatoria inventata da loro, ma qualcosa che li ha spiazzati.

Il ruolo dei discepoli è aprirsi, non vergognarsi della loro fede lenta, ma aprirsi con tutti i sensi ad un gesto potente, una presenza amica, uno stupore improvviso.

E conclude oggi il Vangelo: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gli fiorisce dagli occhi. La bella notizia: Gesù non è un fantasma, è potenza di vita; mi avvolge di pace, di perdono, di risurrezione.

Vive in me, piange le mie lacrime e sorride come nessuno. Talvolta vive “al posto mio” e cose più grandi di me mi accadono, e tutto si fa più umano e più vivo.

padre Ermes Ronchi

 

 

Allora come oggi, i discepoli riconobbero il risorto nello spezzare il pane, segno del dono della sua vita, del suo amore infinito per ciascuno di noi: Ecco il suo recapito: l'amore. Perché Dio è amore (A. Comastri). Subito dopo scomparve dalla loro vista per ricomparire nel cenacolo, di domenica, dove erano tutti riuniti, prima di ascendere al cielo. Ma anche dopo l'ascensione, lui rimane lì, non se ne va: diventa solo invisibile, dando però la certezza di poterlo incontrare sempre, specialmente quando a messa ascoltiamo la Scrittura e partecipiamo allo spezzare del pane consacrato.

Sì, lì incontriamo il Risorto, insieme alla comunità: a messa quel pane spezzato è comunione con il Signore e ci unisce tra noi che vi partecipiamo, rendendoci un solo corpo. Ma che tristezza vedere a messa facce serissime e tristi, espressioni e musi da museo delle cere; oppure chi guarda ansiosamente l'orologio, chi conta le piastrelle o contempla il soffitto; o chi arriva sempre in extremis e parte di corsa alla fine, dove la benedizione conclusiva equivale al “pronti-partenza-via” delle gare di corsa... A volte più che incontrare il Risorto sembra che incontriamo il “Ri-morto”. Coraggio, a messa c'è Gesù che ci parla, che ci nutre, che ci comunica la sua vita! Riscopriamone insieme la grazia!

Allora Gesù aprì loro la mente per comprendere le Scritture, che rilessero alla luce della sua risurrezione: leggono dunque e capiscono tutta la sua vicenda con un'altra luce. Se ricordate all'inizio i discepoli di Emmaus se ne stavano andando perché leggevano tutti pessimisticamente e negativamente: avevano le loro idee sballate su Dio e sulla sua volontà. La croce era un non-senso, la sofferenza qualcosa di sbagliato e inutile, la morte di Gesù una sconfitta.

Ora invece leggono tutto illuminati dallo Spirito: la morte di Gesù è la vittoria dell'amore, che si dona fino in fondo e risorgendo vince anche la morte; la sofferenza è segno d'amore per Dio e gli altri; la croce diventa strumento di salvezza.

Ecco, questo è quello che fa lo Spirito: ci dona occhi nuovi per leggere in chiave provvidenziale la nostra vita. Nel nome del Signore ti dico: non buttare via niente della tua vita; ti chiedi: perché mi è successo? Sappi che c'è una grazia in tutto, ma forse non l'hai ancora scoperto! Dio può trasformare tutto in bellezza; non sprecare ciò che vivi: Dio o pera nella tua storia, la tua storia è benedetta. Dio ti vuole bene, non ti molla. Non importa essere forti, ma essere alleati con il forte. Ci son cose che ci fanno soffrire: servono, son utili, se le userai per imparare ad amare e a capire chi hai accanto!

Che il Signore ci aiuti a farne esperienza, per invitare tutti alla comunione con lui, facendosi perdonare i peccati e convertendo la nostra vita al Vangelo.

 

 

La categoria del cammino rende bene in Luca l'itinerario teologico di quel percorso di grazia che interviene negli eventi umani. Giovanni prepara la via al Signore che viene (Lc 1,76) e invita a spianare le sue vie (Lc. 3,4); Maria si mette in cammino e va in fretta verso la montagna (Lc. 1,39); Gesù, via di Dio (Lc. 20,21), cammina con gli uomini e traccia la via della pace (Lc. 1,79) e della vita (At. 2,28), percorrendola in prima persona con la sua esistenza. Dopo la risurrezione continua il cammino insieme ai discepoli (Lc 24,32) e resta il protagonista del cammino della Chiesa che si identifica con il suo (At 18,25). Tutta la ragion d'essere della Chiesa è in questo cammino di salvezza (At 16,17) che conduce a Dio (At 18,2). Essa è chiamata a viverlo e ad indicarlo a tutti perché, ciascuno, abbandonata la propria via (At 14,16), si orienti verso il Signore che cammina con i suoi.

v. 35. In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. L'esperienza dell'incontro con la Vita permette di tornare sui propri passi. Non è il ritorno del rimorso né il ritorno del rimpianto. È il ritorno di chi rilegge la propria storia e sa di trovare, lungo il percorso fatto, il luogo del memoriale. Dio si incontra in ciò che accade. È lui che viene incontro e si affianca nel cammino spesso arido e brullo del non compiuto. Si fa riconoscere attraverso i gesti familiari di un'esperienza assaporata a lungo. Sono i solchi del già consumato che accolgono la novità di un oggi senza tramonto. L'uomo è chiamato a cogliere la presenza nuova di Dio sulla sua strada in quel viandante che si fa riconoscere attraverso i segni fondamentali per la vita della comunità cristiana: le Scritture, lette in chiave cristologica, e la frazione del pane (Lc 24, 1-33). La storia umana, spazio privilegiato dell'azione di Dio, è storia di salvezza che attraversa tutte le situazioni umane e lo scorrere dei secoli in una forma di esodo perenne, carico della novità dell'annuncio.

v. 36. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Luca cuce sapientemente gli eventi per dare fondamento e continuità alla storia della salvezza. I germi annunciati fioriranno e l'atmosfera di novità che aleggia nelle pagine di questi eventi fanno da sottofondo allo svolgersi in una memoria Dei che si ripropone di volta in volta. Gesù torna dai suoi. Sta in mezzo a loro come persona, per intero, come prima anche se in una condizione diversa in quanto definitiva. Si manifesta nella sua corporeità glorificata per dimostrare che la risurrezione è un fatto realmente avvenuto.

v. 37. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. La reazione dei discepoli sembra non raccordarsi bene con il racconto precedente dal momento che essi credevano già nella risurrezione di Gesù sulla parola di Pietro (v. 34). La loro perplessità comunque non riguarda più la convinzione che Gesù è risorto, ma la questione della natura corporea di Gesù risorto. E in tal senso non c'è contraddizione nella narrazione. Era necessario per i discepoli fare una esperienza intensa della realtà corporea della risurrezione di Gesù per svolgere in modo adeguato la loro futura missione di testimoni della buona notizia e chiarire le idee sul Risorto: non credevano che fosse Gesù in persona, ma pensavano di vederlo solo in spirito.

vv. 38-40. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Il Gesù del vangelo di Luca è quasi un eroe che affronta la sua sorte con sicurezza e le poche ombre che rimangono servono semplicemente a comprendere e sottolineare la sua piena realtà. Luca aveva ricordato le umili origini e la genealogia, del tutto comune e spoglia di figure prestigiose, una folla di individui oscuri da cui scaturiva la figura del Cristo. Nel turbamento e nel dubbio dei discepoli dopo la risurrezione appare evidente che Gesù non è il Salvatore dei grandi, ma di tutti gli uomini, stupiti o spaventati che siano. Egli, protagonista del cammino della Chiesa, percorre i sentieri umani dell'incredulità per sanarli con la fede, e continua a camminare nel tempo, mostrando le mani e i piedi nella carne e nelle ossa dei credenti.

vv. 41-42. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da mangiare?". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Ogni invito a mensa nasconde il desiderio dell'intimità, è un rimanere, un condividere. La risurrezione non toglie a Gesù di presentarsi come il luogo della condivisione. Quel pesce arrostito, mangiato per anni insieme ai suoi, continua ad essere veicolo di comunione. Un pesce cucinato nell'amore, l'uno per l'altro: un cibo che non smette di rassicurare la fame nascosta dell'uomo, un cibo capace di sfatare l'illusione di un qualcosa che finisce tra le rovine del passato.

v. 44. Poi disse: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". I momenti di ansia, di commozione, di pianto per la propria nazione (Lc 19,41), la fatica del salire a Gerusalemme, le tentazioni avevano demarcato quel confine perennemente presente tra umiliazione-nascondimento e affermazione-gloria focalizzato nelle varie fasi della vita umana di Gesù attraverso la luce del volere del Padre. Amarezza, oscurità e dolore avevano nutrito il cuore del Salvatore: "C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!" (Lc 12,50). Ora è pienamente visibile e propositiva l'opera della grazia perché ad opera dello Spirito l'eschaton già attuato in Cristo e nel credente crea un'atmosfera di lode, un clima di gioia e di pace profonda, tipiche delle cose compiute. La parusia segnerà la fine del cammino salvifico, tempo di consolazione e di restaurazione di tutte le cose (At 3,21).

v. 45. Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture. La fede apostolica nella risurrezione di Gesù costituisce la chiave ermeneutica per l'interpretazione delle Scritture e il fondamento dell'annuncio pasquale. La Bibbia si adempie in Cristo, in lui è unificata nella sua valenza profetica e acquista il suo pieno significato. L'uomo non può da solo capire la Parola di Dio. La presenza del Risorto apre la mente alla comprensione piena di quel Mistero nascosto nelle parole sacre dell'esistenza umana.

v. 45-47. Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. In Luca la salvezza tocca tutte le dimensioni umane attraverso l'opera del Cristo che salva dal male, che libera dalle tenebre (At 26,18) e dal peccato (Lc 5,20-26; At 2,38), dalla malattia e dalla sofferenza, dalla morte, dall'incredulità, dagli idoli; che realizza la vita umana nell'essere comunità di Dio, fraternità lieta di amore; che non lascia orfani ma si rende presente incessantemente con il suo Spirito dall'alto (At 2,2 ). La salvezza radicale dell'uomo è nel liberarsi dal suo cuore di pietra e nel ricevere un cuore nuovo il che comporta un dinamismo che liberi da ogni forma di schiavitù (Lc 4,16-22). Dio dirige la storia; è lui che opera l'evangelizzazione e guida il cammino dei suoi. L'evangelista dei grandi orizzonti - da Adamo al regno, da Gerusalemme ai confini della terra - è anche l'evangelista della quotidianità. È in atto il processo storico-escatologico per il quale la storia concreta si compie trascendendo la storia umana e Gesù continua a offrire la salvezza mediante il suo Spirito che crea testimoni capaci di profezia che diffondono la salvezza finché nel ritorno del Cristo (Lc 21,28) si renderà manifesta la piena liberazione dell'uomo. In At 2,37 si trova riassunto tutto l'iter salutis che qui è accennato: accogliere la parola, convertirsi, credere, farsi battezzare, ottenere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito. La parola di salvezza, parola di grazia, dispiega la sua potenza nel cuore che ascolta (Lc 8, 4-15) e l'invocazione del Nome del Salvatore suggella la salvezza in colui che si è convertito alla fede. C'è complementarietà tra l'azione di Gesù per mezzo dello Spirito, attuata senza la mediazione della Chiesa (At 9, 3-5), e quella compiuta mediante la Chiesa alla quale egli stesso rinvia come nel caso della chiamata di Paolo (At 9, 6-18).

v. 48. Di questo voi siete testimoni. Chiamata a tracciare nella storia umana il cammino della testimonianza, la comunità cristiana proclama con parole ed opere il compimento del regno di Dio fra gli uomini e la presenza del Signore Gesù che continua ad agire nella sua Chiesa come Messia, Signore, profeta. La Chiesa crescerà e camminerà nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo (At 9,31). È un cammino di servizio, volto a far risuonare agli estremi confini della terra (At 1,1-11) l'eco della Parola di salvezza. Pian piano il cammino si allontana da Gerusalemme per dirigersi nel cuore del mondo pagano. Nell'arrivo a Roma, capitale dell'impero, Luca porrà la firma ai suoi passi di evangelizzatore. Nessuno davvero sarà escluso nel percorso. Destinatari della salvezza sono tutti gli uomini, in particolare i peccatori per la conversione dei quali c'è grande gioia in cielo (Lc 15,7.10). Come Maria che per Luca è il modello del discepolo che cammina nel Signore, i credenti sono chiamati ad essere trasformati interamente per vivere la maternità messianica, nonostante la propria condizione "verginale", espressione della propria povertà di creatura (Lc 1,30-35). Il sì del Magnificat è la via da percorrere. Camminiamo portando in noi la parola della salvezza; camminiamo nella fede, fidandoci di Dio che mantiene le promesse; camminiamo nell'esultanza di Colui che ci rende beati non per merito ma per umiltà di vita. Sia l'itinerario di Maria il nostro itinerario: andare, portati dallo Spirito, verso i fratelli avendo come unico bagaglio la Parola che salva: Cristo Signore (At 3,6).

iii) Riflessione:

Gesù nell'incontro personale con gli uomini ha offerto la sua presenza benevola, e atteso che i semi della parola e della fede germogliassero. L'abbandono degli apostoli, il rinnegamento di Pietro, l'amore della peccatrice, la chiusura dei farisei non lo hanno scandalizzato né turbato. Sapeva che non sarebbe andato perduto ciò che aveva loro detto e proposto… e infatti dopo la Pentecoste gli stessi uomini vanno davanti al sinedrio senza timore per affermare che è necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, Pietro predica apertamente fino a morire su una croce come il suo Maestro, le donne sono mandate come testimoni della risurrezione agli apostoli, e un fariseo figlio di farisei, Paolo di Tarso, diventa apostolo delle genti. 

Se non puoi, uomo, sottrarti al vivere quotidianamente la morte di te stesso, non devi però dimenticare che la risurrezione si cela nelle tue piaghe per farti vivere di lui, fin d'ora. Nel fratello che per te può essere sepolcro di morte e di fango, una croce maledetta, troverai la vita nuova. Sì, perché il Cristo risorto assumerà le sembianze dei tuoi fratelli: un ortolano, un viandante, un fantasma, un uomo sulla riva del lago… Quando saprai accogliere la "sfida" di Pilato che penetra i secoli e non accetterai lo scambio proposto (Gv 18,39-40) perché avrai imparato nelle notti dell'abbandono che non puoi barattare la tua vita di brigante, tu che porti indegnamente il suo nome: Bar-Abba, figlio del Padre, con la vita di Gesù, l'unigenito Figlio del Dio vivente, il Signore della vita e della morte… allora griderai anche tu come l'apostolo Tommaso nello stupore della fede: "Mio Signore e mio Dio" (Gv 20,28), mio Dio e mio tutto, e non tramonterà più all'orizzonte delle tue giornate la bellezza dell'esultanza.

Carmelitani

 

 

Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno

Per la comunità la parola e il pane sono il luogo dell’incontro con il Cristo risorto. È quanto ci scrive l’evangelista Luca nell’ultimo capitolo del suo vangelo, quello dell’incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus dei quali vediamo ora le battute finali. Essi i discepoli di Emmaues, sono tornati a Gerusalemme, si sono riuniti con il resto della comunità e raccontano la loro esperienza che hanno avuto e di come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Luca è l’unico evangelista che nella cena di Gesù, dopo che Gesù ha preso il pane o lo ha spezzato e l’ha dato ai suoi discepoli ha aggiunto le parole “Fate questo in memoria di me”. È nello spezzare il pane che si manifesta la presenza del Cristo risorto, è il significato dell’eucaristia. Gesù, il figlio di Dio, si fa pane, alimento di vita perché quanti lo accolgono e sono capaci a loro volta di farsi pane spezzando la loro vita per gli altri facciano l’esperienza del Cristo risorto e avendo in loro la pienezza della condizione divina.

Mentre si parlavano scrive l’evangelista Gesù stette in mezzo a loro.

Questa era la caratteristica delle manifestazioni di Gesù. Gesù si manifesta al centro della comunità, non davanti, non di sopra, il che significherebbe una gerarchia d’importanza delle persone che gli sono più vicine, ma Gesù è al centro e da lì non assorbe l’energia degli uomini, ma gli comunica le sue e lê manda.

E dice Pace a voi, questo di Gesù non è un augurio, non è un invito. Gesù dice la pace sai con voi, ma è un dono. Quando Gesù si manifesta la sua prima azione è comunicare un dono di pienezza di vita. Sappiamo che il termine ebraico “shalom” indica tutto quello che concorre al bene e al benessere delle persone.

Ma i discepoli, scrive l’evangelista, sono sconvolti e pieni di paura perché credevano di vedere, la traduzione non è fantasma, ma spirito. Perché questo? Per loro la morte era la fine di tutto e non potevano credere che una persona potesse passare indenne attraverso la morte. Allora è Gesù che li deve rincuorare e addirittura Gesù li invita non soltanto a guardarlo, ma anche a toccarlo. Fa vedere le sue mani e i suoi piedi, è lo stesso Gesù che hanno conosciuto, ma con una caratteristica, dice sono io, letteralmente io sono, è il nome divino. Gesù vuole far comprendere ai suoi discepoli che la morte non solo non ha interrotto la sua esistenza, ma ora lo fa manifestare nella pienezza della condizione divina.

Ma loro sono restii a credere questo e Gesù addirittura deve invitarli a mangiare, a dargli qualcosa da mangiare e gli offrirono, scrive Luca, una porzione di pesce arrostito.

Il pesce e il pane ci ricordano l’episodio della condivisione dei pani e dei pesci che anticipava il significato dell’eucaristia. Ancora una volta è nella condivisione generosa di quello che si è e di quello che si ha che si sperimenta la presenza del Signore.

I discepoli credono che Gesù sia uno spirito, ma Gesù si manifesta come una persona che há la condizione divina. Questa non annulla la fisicità, ma la dilata, la trasfigura. San Paolo nelle sue lettere arriverà a parlare di corpo spirituale. Quindi è Gesù reale, veramente, che si manifesta ai suoi.

Poi Gesù ricorda le parole che aveva detto, ma che i suoi discepoli non hanno compreso, dice quando ero ancora con voi, ma Gesù è ancora con loro, solo che è in una maniera ora diversa, più intensa, le cose scritte su di lui nella legge di Mosè nei profeti e nei Salmi.

Questa divisione di quella che è la sacra scrittura, tutta la sacra scrittura parlava di lui. Di cosa parla la sacra scrittura?

Del progetto del Creatore sull’umanità che in Gesù si realizza pienamente. Ma perché questo venga capito occorre, scrive l’evangelista, aprire loro la mente. Una mente chiusa non può comprendere questa novità. Quindi l’azione di Gesù è quella di aprire loro la mente. San Paolo dirà che c’è come un velo sopra la scrittura e questo velo viene tolto attraverso Cristo. Cosa vuol dire questo? La scrittura va interpretata con lo stesso spirito che l’ha ispirata. E qual è lo spirito? L’amore del Creatore per le sue creature.

E poi il mandato finale di Gesù che si riallaccia all’inizio del vangelo con la predicazione di Giovanni Battista togliendo però il fatto del battesimo. Infatti le ultime parole di Gesù, il mandato che dà ai suoi discepoli è che nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli, indica tutti i popoli pagani, quindi il messaggio di Gesù è per tutta l’umanità, la conversione, la conversione significa un cambiamento radicale della propria vita, da non vivere più per sè, ma vivere per gli altri, per il perdono, non e il perdono. È la conversione che cancella, qui il termine perdono dei peccati, per peccati non si intendono le colpe che gli uomini commettono, ma la direzione sbagliata della propria vita che riguarda il passato. Quindi Gesù assicura che quanti cambiano orientamento della propria vita, non vivono più per sé, ma vivono per gli altri il loro passato è cancellato completamente.

E poi c’è un affondo di Luca che scrive cominciando da Gerusalemme.

Gesù li manda ai popoli pagani, ma al primo posto tra questi popoli pagani che devono convertirsi è Gerusalemme, è la sede dell’istituzione religiosa la più bisognosa di convertirsi al vangelo di Gesù.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

Sperimentare il Cristo risuscitato non è una esperienza privilegiata per poche persone, ma una possibilità per tutti i credenti. E’ quello che gli evangelisti intendono trasmetterci con i racconti della Risurrezione.

Nel Vangelo di Luca, dopo l’episodio di Emmaus, i discepoli protagonisti di questa esperienza sconvolgente del Signore, narrano agli altri undici e agli altri, “ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane”.

Questa sarà una caratteristica presente in tutti i Vangeli. L’esperienza del Cristo risuscitato è possibile soltanto nello spezzare il pane, nel farsi pane per gli altri. Quando della propria vita si fa un dono d’amore per gli altri, lì c’è l’incontro con il Signore che si è fatto pane per noi.

Quindi i discepoli di Emmaus raccontano agli altri, agli undici e a quelli che erano con loro, di come l’avessero riconosciuto. Come? L’amore ricevuto si fa presente quando diventa amore donato; quindi l’amore che il Signore ci dona, quando si trasforma in amore comunicato agli altri, rende presente la persona di Gesù.

“Mentre essi parlavano di queste cose” – scrive l’evangelista – “Gesù in persona stette in mezzo a loro”. E’ una caratteristica di tutti i Vangeli, quando Gesù risuscitato appare, si mette sempre in mezzo. Gesù non si mette alla testa di un gruppo, creando una gerarchia di persone che gli sono più vicine e persone che restano ultime, ma Gesù si mette in mezzo. Tutto il gruppo è attorno. Gesù è la fonte dell’amore di Dio che si irradia per tutte le persone che gli sono attorno.

E Gesù, come abbiamo visto anche negli altri Vangeli, disse: «Pace a voi!». Pace, la traduzione dell’ebraico Shalom, indica tutto quello che concorre alla pienezza, alla felicità delle persone, e Gesù può fare questo invito alla felicità perché lui è il responsabile di questa felicità. Ma per i discepoli, abituati alla tradizione religiosa, è difficile percepire che Gesù sia veramente lui, che sia veramente vivo. Allora pensano che sia un “fantasma”.

 La traduzione fantasma non rende bene il greco ‘pneuma’ che significa spirito; cioè non pensano che sia una persona reale, ma un qualcosa di questa persona, un’anima, uno spirito, perché non pensano alla possibilità che la persona possa passare attraverso la morte rimanendo integro.

Gesù non è uno spirito, Gesù è in “carne e ossa”, come l’evangelista ci sta dicendo, una persona che ha la condizione divina; la condizione divina non annulla la fisicità, ma la dilata e la trasfigura. Quindi sono immagini letterarie, quelle che l’evangelista ci presenta, di Gesù che mangia, Gesù che si presenta fisicamente, per far comprendere che la Risurrezione non annulla l’individuo, non annulla la persona, la dilata e la trasfigura.

E Gesù cerca di far comprendere che lui si realizza il progetto del creatore, quel progetto che è stato trasmesso attraverso la legge di Mosè, quel progetto che è stato portato avanti e proposto dai profeti e quel progetto che è stato cantato nei salmi: l’uomo che avesse la condizione divina.

E Gesù cerca di far comprendere loro il significato profondo di questa scrittura e la conclusione di questo brano importantissimo – perché è il mandato che Gesù da ai suoi discepoli, quindi ai credenti di tutti i tempi  – che nel nome di questo Cristo risuscitato, cioè della perfetta realizzazione del progetto di Dio sull’umanità, “saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”. Quindi sarà predicata la conversione per il perdono dei peccati a tutti i popoli. Vediamo ciascuno di questi elementi. Per ‘conversione’ in greco si usano due termini, uno che significa ‘il ritorno a Dio’, quindi il ritorno al culto, il ritorno al tempio, alla preghiera; gli evangelisti evitano accuratamente questo termine, usano l’altro che significa ‘cambiamento di mentalità’ che coincide con un cambio di comportamento nei confronti degli altri.

Allora Gesù dice che nel nome del Cristo Risuscitato sarà predicato un cambiamento. Qual è il significato di questo cambiamento? Orienta diversamente la tua esistenza, se fino ad ora hai vissuto per te, ora vivi per gli altri. Questo ottiene il perdono, cioè il condono – e quindi non dice la conversione E…, ma il testo greco riporta PER…, cioè per il perdono, per la cancellazione dei peccati.

Questo termine ‘peccati’ non indica le colpe abituali degli uomini, ma una direzione sbagliata della propria esistenza. Quando uno cambia vita, quando non pensa più a se stesso, ma orienta la propria vita per gli altri, il passato ingiusto, il passato peccatore è completamente cancellato.

E questo deve essere annunziato a tutti i popoli pagani. Il termine adoperato dall’evangelista, il greco ethne, da cui etnico, indica i popoli pagani, e c’è una sorpresa che l’evangelista ci mette: tutti i popoli pagani cominciando da – e ci aspettiamo quale sarà il primo popolo pagano, bisognoso di questa conversione, sarà la Siria, sarà l’Egitto, quale sarà il primo popolo pagano a cui bisogna proclamare la conversione? -  ebbene, la sorpresa, il primo popolo pagano è Gerusalemme.

Gerusalemme, la città santa, il luogo dove c’era il tempio, equiparata da Gesù a terra pagana bisognosa di conversione. Sono le istituzioni religiose quelle che per prime hanno bisogno di convertirsi.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

1ª lettura: At. 3,13-15.17-19

13-15: Annuncio su Cristo.

In quei giorni, Pietro disse al popolo: 13 «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo;

Lo sguardo si fissa ora su Gesù. L'introduzione è solenne.

Il Dio di Abramo e d'Isacco e di Giacobbe. Si rifà alla rivelazione dell'Oreb (Es. 3,6.15).

È l'inizio della rivelazione al popolo, che nei suoi padri è associato a Dio: il Dio dei nostri padri. Là è l'inizio della sua opera salvifica, qui è il suo compimento. Là Dio «si è gloriosamente glorificato e la sua destra si è glorificata in potenza» (cfr. Es 15,1.6), ora ha glorificato il suo servo Gesù.

Ha glorificato, con la sua risurrezione. Vi è un riferimento a Is. 52,13 LXX: Il mio servo sarà esaltato e sarà molto glorificato.

Il suo servo. È un probabile riferimento ai canti del Servo del Signore che vengono applicati a Gesù nella catechesi primitiva testimoniata dagli scritti del N.T. In questo è particolarmente sensibile Luca.

Gesù, ben conosciuto e di cui si conoscono i fatti che ora l'apostolo richiama. Che voi avete consegnato e rinnegato. «La consegna» è il tradimento e l'espellere Gesù dalla comunità d’Israele, rinnegandolo «davanti agli uomini» (cfr. Mt. 10,33) e consegnandolo pertanto al tribunale romano per la sentenza capitale mentre Pilato aveva deciso di liberarlo. Oltre alla contrapposizione all'azione divina di glorificazione, vi è quella all'azione del giudice romano. Tutto testimonia a favore dell' innocenza e della missione di Gesù Servo di Dio».

 

14 voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, 15 e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni.

Continuano le contrapposizioni tra l'azione di Dio e quella degli ascoltatori. Voi avete consegnato e rinnegato (13b) ... avete rinnegato e avete chiesto (14) ... avete ucciso. Le azioni si succedono con intensità di gravità. Come oggetto delle azioni è Cristo, di cui vengono sottolineati alcuni titoli che accentuano la grave responsabilità del popolo e nello stesso tempo sono il fondamento dell'azione liberatrice di Dio nei confronti di Gesù.

Il Santo e il Giusto. Il Santo richiama la rivelazione al profeta Isaia (6,3) che vide la sua gloria e di Lui parlò (cfr. Gv. 12,41). Egli è il Santo di Dio (Mc. 1,24; Lc. 4,34; Gv. 6,69). Il Giusto è colui nel quale la giustizia è intrinseca e non ha bisogno di redenzione. In Lui si rivela quindi la «giustizia di Dio», come rivelazione dell'iniquità e nello stesso tempo della redenzione da essa. Al Santo e al Giusto viene contrapposto un omicida che è graziato. Questo sottolinea il loro essere omicidi.

È Lui che conduce alla vita e quindi non poteva restare nella morte. Egli è «il primo della risurrezione dei morti» (cfr. Col 1,18) ed è Colui che il Padre, risuscitando, ha riempito della sua stessa vita perché ad essa conducesse tutti gli uomini.

L'annuncio è concluso dalla testimonianza data dagli Apostoli alla risurrezione di Gesù (cfr. 2,32: Predica di Pentecoste).

 

16 E per la fede nel suo nome, ha dato vigore il suo nome a quest'uomo che voi vedete e conoscete; e la fede in esso ha dato a costui la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.

Alla luce di quanto ha annunciato su Cristo ora l’apostolo interpreta la guarigione dello storpio.

Egli si appella alla testimonianza dei presenti: quest'uomo che voi vedete e conoscete.

Sottolinea il rapporto inscindibile del Nome di Gesù e della fede nella frase iniziale: Per la fede nel suo Nome. Questo è come il titolo dell'argomento.

Seguono le due frasi principali del versetto che sono poste in modo chiastico: a costui la fede in Lui ha dato vigore ha dato il nome di Lui a lui la perfetta guarigione.

Le stesse operazioni sono attribuite al Nome e alla fede. Haenchen: «Il nome non è efficace se non c'è la fede in esso; d'altro canto è il nome predicato da Pietro che suscita la fede (Apg 206) (vedi Schneider, o.c., p. 445).

Invito alla conversione (17-21).

 

17 Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi.

Fratelli, in rapporto al «Dio dei padri nostri» e all'opera che Egli ha compiuto in Gesù; per ignoranza, è il misconoscimento del disegno di Dio annunziato dai profeti (3,18; cfr. 2Cor. 3,14-16).

Essa è una scusante (cfr. Lc. 23,34: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»), ma non lo è più quando si conosce quello che si è fatto mediante l'annunzio che toglie l'ignoranza. Una volta scomparsa questa e sopraggiunta la conoscenza, l'uomo non si scusa affatto, anzi piange per quello che ha fatto; questo è il principio della conversione.

I vostri capi, Schneider: «Mentre alla fine i capi procedono all'arresto degli Apostoli (4,1-3), molti degli uditori, pervengono alla fede (4,4)». (o.c., p 448).

 

18 Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire.

Il discorso ritorna sull'azione di Dio.

Dio ha così compiuto. In Gesù, nonostante le apparenze è avvenuto «il compimento delle sue profezie e delle sue promesse dell'A.T. (cfr 1Cor 15,3-4)» (TOB). Ascoltando infatti tutte le profezie si vede la loro concorde testimonianza sulle sofferenze del Cristo.

 

19 Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».

Dalla testimonianza concorde delle profezie, dal segno, che rivela la potenza del suo Nome, deriva l'invito alla conversione, dunque come modo per entrare nell'adempimento della promessa che, «continua nel perdono dei peccati (10,43), nel dono dello Spirito (2,16-21.33), nella predicazione apostolica (13,40s. 46s; 28,25-28) e nel formarsi della Chiesa (15,14-19) e verrà portato a termine dalla venuta gloriosa di Cristo (3,20-21)» (TOB).

Come effetto immediato del pentirsi e del convertirsi il testo registra: perché siano cancellati i vostri peccati.

 

2ª lettura: 1Gv. 2,1-5a

1 Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.

cfr. 3,6: chiunque rimane in Lui non pecca.

Tutte le parole dette precedentemente hanno come scopo di eliminare il peccato e l’agire nel peccato.

Colui che era fin da principio, il Verbo della vita, si è manifestato, ha fatto comunità con gli Apostoli e con noi mediante l’annuncio degli Apostoli e quindi in Lui col Padre. Questo annuncio, sorgente di tutta la vita divina in noi, è Dio è luce e in Lui non c’è tenebra, quindi camminare nella luce è lo stesso che fare la verità cioè: seguire Gesù, amare il fratello, fare comunità gli uni con gli altri per far circolare il sangue di Cristo, che ci purifica, se ci proclamiamo peccatori.

La Parola quindi rimane in noi, noi rimaniamo in Lui e di conseguenza non pecchiamo.

Questa è la strada per giungere a non peccare.

Ma se qualcuno ha peccato, nonostante questi doni e queste grazie (cfr. 1Tm. 1,15), non disperi perché abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto (cfr. Eb 7,20-25). Egli è sommo sacerdote per sempre, in eterno, e può salvare perfettamente coloro che per mezzo di Lui si accostano a Dio, in quella condizione in cui sono, cioè di peccatori, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore.

Gesù, che è nel seno del Padre, ora intercede a nostro favore; essendo vivo ci comunica la vita; essendo luce ci dona la luce e ci toglie dalle tenebre.

Egli è quindi Paràclito, avvocato-consolatore (cfr. Gv 14,16: Lo Spirito Paràclito, Consolatore e avvocato che intercede a favore dei santi Rm 8,26).

 

2 È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

È lui la vittima d’espiazione (cfr. 4,7-10: perché Dio è amore e per primo ci ha amati; in questo si manifesta l’amore di Dio). L’iniziativa è partita da Dio, senza nemmeno che noi ne avessimo consapevolezza anche in seguito. Qui infatti sta il dramma della fede: l’amore di Dio è talmente discreto che non s’impone. Noi lo dobbiamo scoprire; questo è il cammino, che tutti hanno fatto.

Questo discorso lo affronta pure Paolo in Rm 3,21-26. Egli, educato al rigore della Legge, nel momento in cui crede in Gesù, conosce la gratuità della giustificazione proprio perché Cristo è strumento di espiazione nel suo sangue (cfr. Ap 1,5).

Non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (cfr. Gv 4,42: Egli è davvero il Salvatore del mondo; vedi 3,16 e 11,52).

 

3 Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti.

Dopo aver parlato della comunione con Dio, l’apostolo ci dona i segni, attraverso i quali conosciamo che lo abbiamo conosciuto (v. 3) e che siamo in Lui (v. 5).

Osservare i suoi comandamenti, questo è il primo dato indiscutibile: osservi i suoi comandi? Lo conosci, Non li osservi? Non lo conosci.

 

4 Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità.

Conoscere (10,14) è fare esperienza di Dio. Questa esperienza si attua nell’osservanza dei comandamenti.

La verità è in noi solo in questo modo: attraverso l’esperienza, che di Dio facciamo nell’obbedire a quanto Egli ci comanda. Se pur non delimitato, tuttavia Dio è intrinseco al precetto, da Lui scelto come via per conoscerlo e farne esperienza.

Chi non osserva i comandamenti del Cristo non è nella verità e non può conoscere Dio, per cui egli è bugiardo se afferma di conoscere Dio (cfr. 4,20: il comandamento dell’amore come segno della conoscenza di Dio).

 

5 Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

Chi invece osserva la sua parola (cfr. Gv. 14,21-24: la sua parola è comandamento).

L’amore di Dio non dice “la conoscenza di Dio” perché nell’amore sta la perfezione della conoscenza. Come amore intendiamo quello verso Dio e che è in Dio. L’amore, che da Dio è a noi comunicato, fa a noi esperimentare il fuoco puro delle nostre energie passionali non più ripiegate su se stesse e verso le creature ma sublimate incessantemente nella perfezione che consiste nell’essere capaci di amare i nostri nemici. Questo è il segno che nel discepolo l’amore di Dio è veramente perfetto.

Nell’osservare la sua parola, nell’amore perfetto conosciamo, cioé sperimentiamo con tutto noi stessi che: siamo in lui, come subito dice: Da questo conosciamo di essere in lui.

Note

«Nel termine avvocato è molto consolante sapere che Gesù anche dopo la sua glorificazione intercede per noi; tuttavia questa conoscenza è legata al fatto che però non dobbiamo peccare. La sua difesa presso il Padre ci deve aiutare a non peccare in due modi:

1) spezzare le conseguenze che una mancanza fatta porta in noi: ci sono infatti peccati legati tra di loro come una catena. Il pensiero di Lui intercessore spezza questa catena

2) che ci fa prevenire il peccato sapendolo intercessore presso il Padre per noi Non solo perdona i nostri peccati, ma anche quelli di tutto il mondo; prima di tutto perdona i peccati di coloro che gli sono più vicini; è consolante pensare che Egli è intercessore e onorato presso il Padre per loro - inoltre in senso più vasto per tutto il mondo per il quale siamo chiamati a pregare e a intercedere» (d. Giuseppe Dossetti, appunti di omelia).

 

VANGELO Lc 24,35-48

35 In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

Le tenebre sono dissipate e la gioia pervade i discepoli del Signore. Non ci sono più i discorsi tristi del mattino, ma il gioioso annuncio che rende presente il Signore. Questa presenza continua nell’Eucarestia, dove Parola e frazione del Pane sono l’incontro con il Signore risorto e quindi sono il luogo dove Egli apre le Scritture e si fa conoscere nel Pane spezzato.

 

36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

Mentre essi parlavano di queste cose, sebbene in modo ancora imperfetto, la luce della fede non ha ancora dissipato le tenebre del dubbio, Gesù in persona stette in mezzo a loro, non entra e si pone nel mezzo, ma sta in mezzo a loro. Questo suo modo di essere li sconcerta.

E disse:«Pace a voi», questa è la pace, che non è come quella che dà il mondo (Gv. 14,27), è frutto dello Spirito (Gal. 5,22) e toglie i turbamenti e i ragionamenti dal cuore.

 

37 Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma.

Sconvolti e pieni di paura, il terrore e la paura li invadono, ne sono penetrati come di fronte a un'apparizione ultraterrena, infatti credevano di vedere uno spirito (trad.: fantasma). Essi provano quel terrore e spavento che è proprio, nell'A.T., di chi vede un'apparizione divina o di angelo.

Dicono che è uno spirito perché non è mai successo che la carne entrasse nella sfera divina.

 

38 Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?

Ma egli disse loro: Perché siete turbati, così parla come medico che guarisce le malattie del cuore, allontana prima la loro paura, poi aggiunge: e perché sorgono dubbi (lett.: ragionamenti salgono) nel vostro cuore? Dissipa in loro quel tentativo di riportare la risurrezione ad un fenomeno solo dello spirito e che non riguarda la carne per la quale è scritto: anche la mia carne riposerà nella speranza (Sal 16,9).

 

39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma (lett.: uno spirito) non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Guardate le mie mani e i miei piedi dov'è il foro dei chiodi: sono proprio io, lo stesso che è stato crocifisso e messo nel sepolcro. Toccatemi e guardate, attraverso i sensi esterni Gesù dissipa le tenebre che avvolgono i sensi interiori: uno spirito non ha carne e ossa, così Adamo chiama la donna quando si sveglia (Gn. 2,23) per cui l'uomo è colui che ha carne e ossa e in questo differisce dallo spirito, come vedete che ho io.

 

40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Il Signore prende l'iniziativa di rivelarsi nella sua carne e con pazienza, pieno di amore, compie questi gesti per guarire la loro infermità. La sua carne infatti è farmaco di vita eterna.

 

41 Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore,

Ma poiché per la gioia non credevano ancora, vi è la gioia di vedere il Signore e di toccarlo, ma credere è al di là della stessa esperienza di toccare la carne sua di Risorto, è attingere al Verbo della vita come dice l'Apostolo: ciò che era fin dal principio... ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (1Gv. 1,1), ed erano pieni di stupore perché sempre più penetrati dal mistero che li risveglia dal sonno della morte. Crede infatti nel Risorto chi già partecipa della sua risurrezione.

disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

«La cosa che mi colpisce di più che sia il mangiare, che scaturisce dall'incredulità, a stabilire il contatto con il risorto; la mensa del Cristo come nutrirsi di Lui e nutrirsi con Lui dà il vero contatto con il risorto; se non c'è questa comunione di mensa, nell'Eucaristia, il Cristo è per noi un fantasma che è illusione diabolica. Il contatto della mensa toglie da noi il fantasma che è illusione diabolica» (d. U. Neri, appunti di omelia).

 

44 Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi», quelle parole per cui è detto: essi non comprendevano questa parola (9,22); bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi e in tal modo cita tutta la Scrittura distinta nelle tre sezioni.

Poiché tutto si è compiuto ora le Scritture non sono più oscure, il velo è tolto.

 

45 Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture

Ciò che precedentemente era loro nascosto perché non comprendessero (9,22) viene ora rivelato.

Il medico celeste ha guarito i suoi discepoli per comunicare loro il dono che dissipa ogni incredulità: l'intelligenza delle Scritture. Con le parole che seguono dà loro la chiave che apre questa porta.

 

46 e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.

Nel suo Nome saranno predicati a tutti i popoli, perché ogni carne vedrà la salvezza di Dio (3,6), la conversione e il (lett.: nel) perdono dei peccati. I profeti avevano annunziato la conversione e profetizzato il tempo della remissione dei peccati. Anche Giovanni predicava e amministrava il battesimo della conversione, annunciando Colui che ha il potere di rimettere i peccati. Solo dopo la Risurrezione la conversione introduce nella remissione dei peccati.

Questo annuncio parte da Gerusalemme. E questo è il contenuto della missione apostolica e della Chiesa. In questo modo Gesù raggiunge tutte le genti. Egli infatti è il Vivente che è sempre con i suoi.

 

48 Di questo voi siete testimoni».

Sono testimoni di questi avvenimenti riguardanti il Cristo come compimento delle Scritture e danno pure testimonianza che il Cristo risorto li ha guariti dalla loro incredulità e ha dato loro il potere di risanare tutti nell'annuncio della conversione e nella remissione dei peccati.

Note

Benché battezzati, cioè rigenerati come figli di Dio, e consacrati con il crisma, sigillo dello Spirito Santo, e benché più volte ci siamo accostati alla mensa del suo Corpo e del suo Sangue, tuttavia non siamo ancora del tutto morti a ciò che è vecchio per essere totalmente una nuova creatura. In questa condizione ragionamenti salgono nell’intimo nostro che si trasformano in dubbi e Gesù più che apparirci vivo e presente nella nostra vita e nell’umanità stessa, ci appare più come un fantasma, come uno senza contorni, sfumato nelle nebbie dei nostri pensieri e dei nostri discorsi.

Cosa fa il Signore per farci uscire da questa situazione? Convocati insieme, innanzitutto ci dona la sua pace, Egli che è la nostra pace. Pace che ci risana da ciò che dentro ci divide (rancori, gelosie, inimicizie), pace che si comunica al fratello che spezza con noi lo stesso pane, pace che diventa

azione costruttiva ovunque siamo. Donandoci la pace, Egli dissipa i ragionamenti che sono nel cuore e ci rende capaci di esperimentarlo nei segni sacramentali e di comprenderlo nella Parola che viene letta e proclamata.

Corroborati alla mensa dove ci nutriamo del suo vero Corpo e del suo vero Sangue, saremo illuminati dallo Spirito che ci renderà capaci di essere testimoni di quello che abbiamo ascoltato e visto; allora non potremo toccare, dovremo parlare di Colui che è vivo in noi, cioè di Cristo in noi, speranza della gloria (Col. 1,27).

Non taceremo perché «il silenzio non edifica la Chiesa di Dio» (Origene), ma parleremo; come parleremo: secondo la misura della fede che ci è data, come dice l’Apostolo: animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo (2Cor. 4,13).

don Giuseppe Ferretti

 

 

... È pericoloso parlare di Dio con sicurezza. Mi verrebbe voglia - ma non è il caso - di mostrare, sulla linea della storia, come in tutte le epoche in cui si era molto sicuri di Dio, si era molto duri contro l'uomo. I roghi sono stati accesi da credenti che di Dio erano sicurissimi o le loro teologie erano estremamente squadrate, i loro concetti filosofici chiari ... Ma erano spietati contro l'uomo! La loro sicurezza era feroce.

Noi dobbiamo adorare il mistero di Dio, sapere che non lo conosciamo, senza colmare il vuoto con sicurezze artificiali, dimenticando, secondo la parola di un grande teologo evangelico, «che quello che l'uomo dice di Dio è sempre l'uomo che lo dice ». L'adorazione del mistero di Dio è, in un sol momento, rispetto per il mistero dell'uomo, per la diversità dell'uomo, per le possibilità dell'uomo.

Così Gesù ha fatto.

Per i farisei l'adultera era un'adultera; per Gesù non era solo quello, era una possibilità nuova: «Va'; e non peccare più ».

Gesù vedeva nelle creature il loro futuro, la loro possibilità e le restituiva a quelle possibilità, liberandole dall'identità del presente.

Egli rispettava il mistero dell'uomo e sconvolgeva le sicurezze dei tutori di Dio che erano nemici dell'uomo!

 È importante dire queste cose.

E importante quanto meno per coloro che soffrono questo tipo di scandalo.

 Ognuno ha un tipo di scandalo a cui è esposto.

 Non ci sono scandali identici per tutti.

Anche in questo è la nostra diversità.

Ma questo scandalo - che io ho sempre sentito forte - della iniquità degli uomini che credono in Dio, me lo posso spiegare solo col Vangelo.

Furono gli uomini sicuri di Dio a mettere in croce Gesù Cristo, non i nemici di Dio e gli atei del tempo (se ce n'erano): gli uomini sicuri!

Gesù ci apre ad un'immagine di Dio non chiusa in concetti rigidi ma nascosta nel mistero del nostro futuro.

La fede è consustanziale alla speranza. Io non so, non so quello che saremo. Lo sapremo, lo saprò; e questo mi porta a sorpassare, ad attraversare il mistero della vita, le incongruenze della vita, in cui la Provvidenza sembra assente, e che lasciano inesauditi gli interrogativi che restano dentro di me.

Essi sono una specie di conto aperto che io presenterò a Dio: «ho creduto in Te, o Padre, nonostante i forni crematori, nonostante i terremoti, nonostante gli scandali avuti dai tuoi uomini, da quelli che mi parlavano di Te e agivano contro la Tua Parola. Ho creduto in Te».

È il mio conto aperto. Il giudizio universale non è la grande scenografia delle fantasie medievali: è, sì, un mio render conto a Dio ma è anche un Dio che rende conto a me. Ho troppe cose da chiedere.

Non è tutto chiaro.

«Come è possibile questo », disse Maria a Nazareth, «come è possibile questo?» Interrogativi del genere restano sospesi nel mio dialogo con Dio, nella mia preghiera. Non sono chiusi.

Nessuno venga a dirmi: « Lei che crede in Dio, mi spieghi ». lo non so spiegare nulla! Aver fede non vuol dire aver la cifra per spiegare. Il mio non è il Dio dei filosofi, il Dio della teodicea con cui spiega che questo è il migliore dei mondi possibili. Una fede come quella di cui parlo non si traduce mai in dottrina.

Essa si comprova nel rispetto per il mistero dell'uomo e nella dedizione all'uomo al di là di tutte le sue diversità.

Gesù non ha mai discriminato gli uomini!

E non lo ha fatto per tolleranza di tipo illuministico.

Non ha tollerato. Anzi, Egli non tollerava: la sua Parola è terribile.

 La sua Parola fa violenza al cuore dell'uomo. Ma non ha mai discriminato. Anzi ha combattuto contro le discriminazioni. «Le prostitute e i pubblicani vi giudicheranno ».

La predicazione di Gesù è uno sconvolgimento costante delle identità rigide su cui il potere degli uomini fonda la propria stabilità. Profondo insegnamento di cui oggi riscopriamo l'importanza.

Ogni qualvolta rinasce il fanatismo, noi possiamo combatterlo col Vangelo. Esso non ci insegna la pericolosa tolleranza che equipara il bene ed il male, il vizio e la virtù. Questa tolleranza è offensiva, non rispetta i timori, i tremori, le ansietà delle coscienze. Essere buoni è fatica.

Non mi rispetta colui che dice che osservare o no la legge morale è lo stesso.

Non mi rispetta, non rispetta la mia fatica per evitare il male.

 E cosi la tolleranza che equipara tutte le idee, è offensiva.

Quello evangelico è precisamente un atteggiamento opposto. Io non so che saremo, non so che sarà dinanzi a Dio colui che passa per nemico di Dio; anche colui che a mio giudizio agisce male. lo non equiparo il bene al male: chi agisce male agisce male.

Ma io proietto la sua vita verso un futuro in cui egli apparirà., nella luce di Dio, come uno strumento del suo Regno.

Quella del mistero dell'uomo è una verità da recuperare, non perché nel buio del mistero i conti tornano sempre appunto perché è buio, ma perché in quel mistero sono custodite le possibilità che non si definiscono.

È in questo modo che si superano anche le rigide definizioni ideologiche dell'uomo. Le ideologie feroci, le conosciamo!

 I roghi non li hanno accesi solo i teologi ma tutti gli ideologi che erano del tutto sicuri che cosa si dovesse fare per il bene del futuro dell'umanità.

La mitezza evangelica immunizza anche le ideologie, di cui pure si ha bisogno per cambiare il mondo. Ovvero, le contrassegna di relatività e ricorda che tutte le ideologie sono per l'uomo e non l'uomo per le ideologie, per tradurre in termini moderni l'antica parola di Gesù.

Se tutto questo è vero, le occasioni in cui i conti non ci tornano più, sono occasioni di sapienza.

Noi ne dobbiamo approfittare non solo per aprire la nostra anima alla pietà verso i fratelli sofferenti, ma per riprendere ancora una volta, una giusta posizione in questo mondo, per provare la nostra fede in una operosa pietà per l'uomo. E questa la via di conoscenza.

Come dice Gesù: «lo conosco perché dò la vita ».

È nella dedizione della propria vita ai fratelli che si apparirà, nella luce di Dio, come uno strumento del suo Regno.

Quella del mistero dell'uomo è una verità da recuperare, non perché nel buio del mistero i conti tornano sempre appunto perché è buio, ma perché in quel mistero sono custodite le possibilità che non si definiscono.

È in questo modo che si superano anche le rigide definizioni ideologiche dell'uomo. Le ideologie feroci, le conosciamo!

I roghi non li hanno accesi solo i teologi ma tutti gli ideologi che erano del tutto sicuri che cosa si dovesse fare per il bene del futuro dell'umanità.

 La mitezza evangelica immunizza anche le ideologie, di cui pure si ha bisogno per cambiare il mondo. Ovvero, le contrassegna di relatività e ricorda che tutte le ideologie sono per l'uomo e non l'uomo per le ideologie, per tradurre in termini moderni l'antica parola di Gesù.

Se tutto questo è vero, le occasioni in cui i conti non ci tornan più, sono occasioni di sapienza.

Noi ne dobbiamo approfittare non solo per aprire la nostra anima alla pietà verso i fratelli sofferenti, ma per riprendere ancora una volta, una giusta posizione in questo mondo, per provare la nostra fede in una operosa pietà per l'uomo. È questa la via di conoscenza.

Come dice Gesù: «lo conosco perché do la vita». È nella dedizione della propria vita ai fratelli che si avvera la cognizione di Dio e la cognizione dell'uomo.

La conoscenza teorica ci mantiene estranei all'uomo: lo descrive, ma non entriamo nel suo mistero. Solo quando ci sacrifichiamo per l'altro, entriamo nella sua verità.

padre Ernesto Balducci

“Il mandorlo e il fuoco” vol. 1 – anno A

 

 

Credere alla parola del Signore

Il vangelo di questa domenica racconta un altro evento, dopo la visita all’alba delle donne alla tomba vuota (cf. Lc. 24,1-11), la corsa di Pietro al sepolcro (cf. Lc. 24,12), la manifestazione del Risorto “come un forestiero” (Lc. 24,18) ai due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc. 24,13-35). 

Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc. 24,1), il giorno unico della resurrezione, ma alla sera, i due discepoli tornati a Gerusalemme sono nella camera alta (cf. Lc. 22,12; Mc. 14,15), a raccontare agli Undici e agli altri “come hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane” (cf. Lc. 24,25). Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Non consegna loro parole di rimprovero per la loro fuga al momento del suo arresto, non redarguisce Pietro per il rinnegamento, non dice nulla sul fatto che essi non sono più Dodici, come li aveva chiamati e costituiti in comunità (cf. Lc. 6,13; 9,1), ma solo Undici, perché il traditore se n’è andato. No, dice loro: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, saluto abituale per i giudei, ma che quella sera risuona con una forza particolare. Questo saluto, rivolto ai discepoli profondamente scossi e turbati dagli eventi della passione e morte di Gesù, significa innanzitutto: “Non abbiate paura!”. 

La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, reso “altro” nell’aspetto, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria” (cf. Lc 24,26), e può solo essere riconosciuto dai discepoli attraverso un atto di fede. Quest’atto di fede è difficile, faticoso: gli Undici stentano a viverlo, a metterlo in pratica… Non a caso Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito”, allo stesso modo con cui i discepoli sul cammino di Emmaus credevano di vedere un pellegrino. Allora Gesù li interroga: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Nel dire questo, mostra loro le mani e i piedi con i segni della crocifissione. Sì, il Risorto non è altro che colui che è stato crocifisso! Questa ostensione da parte di Gesù delle sue mani e dei suoi piedi trafitti per la crocifissione è un gesto che chiede ai suoi discepoli di incontrarlo innanzitutto nei segni della sofferenza, del patire e del morire. La carne piagata di Cristo è la carne piagata dell’umanità, è la carne del povero, dell’affamato, del malato, dell’oppresso, della vittima dell’ingiustizia della violenza! Senza questo incontro realissimo con la carne dei sofferenti, non si incontra Cristo, e la stessa resurrezione resta un mito.

Eppure, nonostante queste parole e questo gesto, i discepoli non arrivano a credere, malgrado un’emozione gioiosa non giungono alla fede. È vero, noi esseri umani approdiamo facilmente alla religione, ma difficilmente arriviamo alla fede; viviamo facilmente emozioni “sacre” o religiose, ma difficilmente aderiamo a Gesù Cristo e alla sua parola. Nella comunità degli Undici dobbiamo leggere la vicenda delle nostre comunità, nelle quali si vive la fede e la si confessa, ma si manifesta anche l’incredulità. Eppure il Risorto ha grande pazienza, per questo offre alla sua comunità una seconda parola e un secondo gesto. Chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, ed essi gli offrono del pesce arrostito, il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea. Ricevutolo, Gesù lo mangia davanti a loro! Noi siamo persino stupiti di fronte a questi gesti di Gesù, ma stiamo attenti: sono solo “segni” per dire che la resurrezione di Gesù non è immortalità dell’anima e perdita totale del corpo, non è “la continuazione della sua causa” anche se egli è morto, non è una memoria che si conserva senza che colui che è morto sia veramente vivente. Gesù dà ai discepoli questi segni, che in verità contengono verità indicibili, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte. Il suo corpo crocifisso è un corpo ora vivente, “un corpo spirituale” (1Cor 15,44), cioè vivente nello Spirito, dirà l’Apostolo Paolo.

Luca stesso scriverà all’inizio degli Atti degli apostoli che Gesù “si presentò viventi ai suoi discepoli con molte prove” (At. 1,3), che non sembravano però sufficienti per condurli alla fede. Infatti i discepoli restano in silenzio, muti! Allora Gesù, per renderli finalmente credenti, riprende la sua predicazione, l’annuncio del Vangelo da lui fatto fino alla morte. Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro, perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare, così come doveva trovare compimento tutto ciò che era stato scritto su di lui, il Messia, nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi, cioè nelle sante Scritture dell’antica alleanza. Ed ecco che, mentre il Risorto ricorda e spiega la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, opera il vero miracolo: “aprì loro la mente (diénoixen autôn tòn noûn) per comprendere le Scritture”. 

Il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cf. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cf. Lc. 24,31). Qui indica l’operazione compiuta nella potenza dello Spirito santo, l’apertura della mente alla comprensione delle Scritture. I discepoli, così “aperti”, possono ora credere e quindi essere costituiti testimoni della resurrezione di Gesù. Gesù si fa insieme a loro esegeta, interprete delle profezie che lo riguardavano, ricorda anche le sue parole consegnate durante la predicazione in Galilea, mostrando la necessitas del compimento, della realizzazione nella sua vita nella sua morte. Non aveva forse conversato con Mosè (la Legge) e con Elia (i profeti) proprio su quell’esodo pasquale che doveva compiere a Gerusalemme (cf. Lc. 9,30-31)? La fede pasquale scaturisce dalla fede e dalla conoscenza delle sante Scritture, come ancora professiamo nel Credo: “Morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture (cf. 1Cor 15,3-4)” (resurrexit tertia die secundum Scripturas). I discepoli hanno capito che il disegno salvifico di Dio si è compiuto nella passione, morte e resurrezione del Signore, e che questo è il fondamento della fede cristiana, dal quale scaturisce l’annuncio del perdono dei peccati, della misericordia di Dio per tutte le genti della terra: non solo per il popolo di Israele, ma per tutti…

Con tanta fatica Gesù ha reso nuovamente credenti quei discepoli che erano venuti meno durante la sua passione, li ha resi testimoni della sua morte e resurrezione, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che essi devono annunciare, in virtù del loro essere stati i primi a ricevere il perdono dal Risorto. C’è un detto di un padre del deserto che mi sembra commentare mirabilmente questa pagina evangelica: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.

 

 

Credere alla parola del Signore

Il vangelo di questa domenica racconta un altro evento, dopo la visita all’alba delle donne alla tomba vuota (cf. Lc. 24,1-11), la corsa di Pietro al sepolcro (cf. Lc. 24,12), la manifestazione del Risorto “come un forestiero” (Lc. 24,18) ai due discepoli in cammino verso Emmaus (cf. Lc. 24,13-35).

Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc. 24,1), il giorno unico della resurrezione, ma alla sera, i due discepoli tornati a Gerusalemme sono nella camera alta (cf. Lc. 22,12; Mc. 14,15), a raccontare agli Undici e agli altri “come hanno riconosciuto Gesù nello spezzare il pane” (cf. Lc. 24,25). Ed ecco che, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Non consegna loro parole di rimprovero per la loro fuga al momento del suo arresto, non redarguisce Pietro per il rinnegamento, non dice nulla sul fatto che essi non sono più Dodici, come li aveva chiamati e costituiti in comunità (cf. Lc. 6,13; 9,1), ma solo Undici, perché il traditore se n’è andato. No, dice loro: “Shalom ‘aleikhem! Pace a voi!”, saluto abituale per i giudei, ma che quella sera risuona con una forza particolare: “La pace sia con voi! Non abbiate paura!”.

La resurrezione ha radicalmente trasformato Gesù, l’ha trasfigurato, perché egli ormai “è entrato nella sua gloria” (cf. Lc. 24,26), e può solo essere riconosciuto dai discepoli attraverso un atto di fede. Quest’atto di fede è difficile, faticoso: gli Undici stentano a viverlo, a metterlo in pratica… Non a caso Luca annota che i discepoli “sconvolti e pieni di paura, credono di vedere uno spirito”. Allora Gesù li interroga: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Nel dire questo, mostra loro le mani e i piedi con i segni della crocifissione. Sì, il Risorto non è altro che colui che è stato crocifisso!

Eppure, nonostante queste parole e questo gesto, i discepoli non arrivano a credere, malgrado un’emozione gioiosa non giungono alla fede. È vero, noi umani approdiamo facilmente alla religione, ma difficilmente arriviamo alla fede; viviamo facilmente emozioni “sacre” o religiose, ma difficilmente aderiamo a Gesù Cristo e alla sua parola. Ma il Risorto ha grande pazienza, per questo offre alla sua comunità una seconda parola e un secondo gesto. Chiede loro se hanno qualcosa da mangiare, ed essi gli offrono del pesce arrostito, il cibo che abitualmente mangiavano insieme, quando vivevano l’avventura della vita comune in Galilea. Ricevutolo, Gesù lo mangia davanti a loro! Siamo persino stupiti di fronte a questi gesti di Gesù, ma stiamo attenti: sono solo “segni” per dire che la resurrezione di Gesù non è immortalità dell’anima e perdita totale del corpo, non è “la continuazione della sua causa” anche se egli è morto, non è una memoria che si conserva senza che colui che è morto sia vivente. Gesù dà ai discepoli questi segni, che in verità contengono verità indicibili, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte.

Ma i discepoli restano in silenzio: l’evangelista attesta che nemmeno da quei segni e da quelle parole di Gesù è scaturita la loro fede… Infatti Gesù, per renderli finalmente credenti, deve riprendere la sua predicazione, l’annuncio del Vangelo da lui fatto fino alla morte. Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro, perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare, così come doveva trovare compimento tutto ciò che era stato scritto su di lui, il Messia, nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi. Ed ecco che, mentre il Risorto ricorda e spiega la parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, opera il vero miracolo: “aprì loro la mente (diénoixen autôn tòn noûn) per comprendere le Scritture”. Il verbo qui utilizzato (dianoígo) nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: designa l’apertura degli orecchi dei sordi e della bocca dei muti (cf. Mc 7,34), degli occhi ai ciechi (cf. Lc. 24,31). Qui indica l’operazione compiuta nella potenza dello Spirito santo, l’apertura della mente alla comprensione delle Scritture. I discepoli, così “aperti”, possono ora ricevere il mandato per la loro testimonianza e la loro missione. Hanno capito che il cuore del Vangelo è la passione, morte e resurrezione del Signore, e che questo è il fondamento della fede cristiana, dal quale scaturisce l’annuncio del perdono dei peccati, della misericordia di Dio per tutte le genti della terra: non solo per il popolo di Israele, ma per tutti…

Con tanta fatica Gesù ha rifatto credenti quei discepoli che erano venuti meno durante la sua passione, li ha resi testimoni della sua morte e resurrezione, li ha resi capaci di comprendere cosa sia il perdono dei peccati che essi devono annunciare, in virtù del loro essere stati i primi a ricevere il perdono dal Risorto. C’è un detto di un padre del deserto che mi sembra commentare mirabilmente questa pagina evangelica: “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.

 

 

Il vangelo odierno ci presenta un’ulteriore manifestazione di Gesù risorto ai suoi discepoli, quella narrata nell’ultima pagina del vangelo secondo Luca. Come già vedevamo nel brano giovanneo di domenica scorsa, è sempre il Signore vivente che prende l’iniziativa e sorprende gli undici, mentre essi sono intenti a proclamare che il Risorto è apparso a Simone (cf. Lc. 24,34) e ai due discepoli pellegrini sulla via di Emmaus (cf. Lc. 24,35).

Facendosi presente in mezzo ai suoi discepoli, Gesù comunica loro innanzitutto la sua pace – “Pace a voi!” –; egli però conosce i loro cuori e sa bene che in realtà essi non credono alla sua resurrezione: “Stupiti e spaventati essi credevano di vedere uno spirito”. In altre parole, gli undici non credono a una reale presenza di Gesù quale risorto da morte, reale come quando camminava con loro sulle strade della Galilea e della Giudea, ma pensano di essere di fronte all’apparizione dello spirito di Gesù; si ripropone così quanto era avvenuto il giorno in cui Gesù era andato verso i discepoli camminando sulle acque ed essi avevano pensato di trovarsi di fronte a “un fantasma” (Mc. 6,49). Davvero non basta una fede generica, anche se entusiasta, in una sopravvivenza di Gesù o in un ritorno del suo spirito dai morti, e l’evangelista ce lo dice con parole che possono apparire paradossali: “Per la grande gioia ancora non credevano”… La fede nel Signore risorto deve invece essere adesione a una presenza viva, una presenza che può essere spiegata e rivelata solo tramite le Sante Scritture e il ricordo delle parole di Gesù (cf. Gv. 2,22).

Gesù interroga poi i discepoli, mettendo in luce con benevolente comprensione i loro dubbi, e nel contempo mostra loro i segni del suo corpo glorioso; la sua è carne risorta da morte; non un cadavere rianimato né un semplice spirito la cui funzione sarebbe quella di indicare una continuazione della causa di Gesù anche dopo la sua morte: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa come vedete che io ho”. In queste affermazioni è contenuto tutto il realismo della resurrezione, ossia la difesa della fede nella resurrezione del corpo contro quelli che, allora come oggi, sono tentati di sminuire l’evento della resurrezione e di ridurlo a una generica sopravvivenza dell’insegnamento del rabbi e profeta Gesù di Nazaret…

Ma a questo punto il Risorto, facendosi ancora una volta commensale dei suoi discepoli, approfondisce per loro il senso della propria resurrezione: un evento che fa di Gesù il Cristo, il Messia, perché “così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno”. Appare dunque in tutta la sua evidenza il fondamento ultimo della fede pasquale: le parole di Gesù unite a “tutte le cose scritte su di lui nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi”. Sì, la nostra fede è generata dall’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento, rilette alla luce della morte e resurrezione di Gesù: da quel “primo giorno dopo il sabato” (Lc. 24,1), tutte le Scritture e tutte le parole di Gesù sono profezia del mistero pasquale!

Non si dimentichi in proposito quanto si legge in un episodio presente proprio e solo nel vangelo lucano. Nella parabola del povero Lazzaro e del ricco egoista, Abramo si rivolge a quest’ultimo dicendo: “Se i tuoi fratelli non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi e crederanno” (cf. Lc. 16,31). Va detto con chiarezza: senza ascolto delle Scritture non è possibile una fede pasquale autentica; possono esserci entusiasmo, visione dello straordinario, sete di miracoli, ma tutto questo non basta. “Cristo fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,4): la chiesa ha compreso la straordinaria importanza di questa affermazione, al punto da inserirla al cuore della sua confessione di fede proclamata ogni domenica…

A partire dall’esodo pasquale di Gesù, il suo Vangelo deve essere predicato a tutte le genti, affinché si convertano, cioè facciano ritorno a Dio, e accedano alla buona notizia della remissione dei peccati. Nel consegnare ai suoi questa rivelazione, il Risorto già rivolge lo sguardo alla missione della chiesa che si apre in quel giorno, “cominciando da Gerusalemme” e destinata a giungere fino a Roma (cf. At. 28,11-30). Ecco perché egli rivolge agli undici un’ultima parola, che suona come un mandato perenne: “Di questo voi siete testimoni”. Gli apostoli dovranno essere testimoni della morte e resurrezione di Gesù, e a ciò saranno abilitati dallo Spirito santo, potenza di Dio che scenderà su di loro tramite l’intercessione dello stesso Gesù (cf. Lc. 24,49). Questa è anche la testimonianza richiesta a noi, che sulla parola degli apostoli abbiamo creduto alla resurrezione di Gesù…

Enzo Bianchi

 

 

L’apparizione del Risorto ai suoi discepoli (vangelo) è l’evento centrale che caratterizza la terza domenica di Pasqua, domenica in cui l’annuncio pasquale risuona ancora nelle parole del discorso di Pietro tratto dagli Atti (I lettura). La seconda lettura prosegue la lectio semicontinua della Prima lettera di Giovanni che caratterizza le domeniche di Pasqua nell’anno B e presenta il Risorto come colui che ottiene la remissione dei peccati per il mondo intero.

Il vangelo mostra il Risorto che si presenta “in mezzo” ai suoi e fa regnare la pace tra loro (Lc. 24,36). Cristo sta in mezzo ai suoi “come colui che serve” (Lc. 22,27) e il servizio che il Risorto fa alla sua comunità è la pace. L’esperienza della presenza del Risorto nella comunità è esperienza di pace e di comunione, realtà che nello spazio cristiano non sono psichiche, affettive o frutto di compromessi, ma teologali, connesse alla fede.

Il gruppo degli Undici e degli altri che erano con loro (cf. Lc. 24,33), come ogni comunità cristiana reale, unisce confessione di fede (v. 34) e dubbio (v. 38), gioia e incredulità (v. 41). Non basta che Gesù sia visto, ascoltato, toccato e che mangi davanti a loro perché i discepoli giungano alla fede: occorrerà ancora l’apertura della loro mente all’intelligenza delle Scritture. Senza le Scritture non si dà fede pasquale. Non è sufficiente toccare il corpo del Risorto: Cristo deve essere incontrato nel corpo scritturistico e allora nasce la fede pasquale che lo confessa quale realizzatore del disegno di salvezza del Padre. Scrive Ugo di san Vittore: “La parola di Dio rivestita di carne umana è apparsa una sola volta in modo visibile e ora questa medesima Parola viene a noi nascosta nella pagina scritturistica e nella voce umana che la proclama”.

Se le Scritture si sintetizzano nel mistero pasquale e tale mistero è il compimento delle Scritture, in verità anche la missione e la predicazione della chiesa sono vitalmente innestate nella testimonianza delle Scritture, nel Primo Testamento: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc. 24,46-47). Fondata sull’evento pasquale, la chiesa trova nelle Scritture, nell’Antico Testamento, la testimonianza e la profezia di quell’evento e anche del suo stesso essere. “Di questo voi siete testimoni”: di questo e non di altro, si potrebbe aggiungere. Ma essere testimoni del Risorto significa anche essere testimoni delle Scritture. Il termine mártys (testimone) proviene da una radice che significa “pensare”, “ricordarsi”, “essere preoccupato”. Il testimone è anzitutto colui che medita e ricorda la Scrittura che parla di Cristo (“le cose scritte su di me nella Legge…”). Da lì nasce la missione come connotata da richiesta di conversione e annuncio della misericordia di Dio e della remissione dei peccati (cf. Lc. 24,47).

Il Risorto mostra ai suoi discepoli le mani e i piedi, gli arti segnati dalla trafittura, la carne umana ferita. L’incarnazione ha dato a Dio l’esperienza della sofferenza, del patire e del morire. E ormai il Risorto va incontrato nella carne dei sofferenti, toccato nei corpi delle vittime del male. Il Cristo non è uno spirito o un fantasma (v. 37) e il cristianesimo non è un’alienazione o uno spiritualismo quando prende sul serio il dolore del mondo, quando confessa il Risorto mentre cura il bisognoso, quando discerne il Risorto mentre tocca la carne piagata e ferita dell’uomo. “Toccatemi”, dice Gesù, e questo toccare la carne umana ferita per confessare il Risorto, questo incontro del mistero del Risorto con l’enigma del male, rende la fede una ricerca umile, a tastoni, esattamente come la ricerca dei pagani, dei non credenti che cercano Dio “andando come a tentoni” (At. 17,27). Il paradosso del Dio crocifisso diviene il paradosso del Crocifisso in Dio, del Risorto che ha un corpo piagato e segnato dal male subìto. Corpo che può essere incontrato nei corpi dei sofferenti che sono tra noi. È il sano materialismo cristiano.

Luciano Manicardi

 

 

Testimoni

Luca descrive l'incontro del Risorto con i suoi discepoli come un'esperienza fondante.Il desiderio di Gesù è chiaro.Il suo compito non è finito sulla croce. Risuscitato da Dio dopo la sua esecuzione, prende contatto con i suoi per avviare un movimento di «testimoni» capaci di contagiare a tutti i popoli la sua Buona Notizia: «Voi siete miei testimoni».

Non è facile convertire in testimoni quegli uomini sprofondati nello sconcerto e nella paura. Lungo tutta la scena, i discepoli rimangono zitti, in totale silenzio. Il narratore descrive solo il loro mondo interiore: sono pieni di terrore; sentono solo turbamento e incredulità; tutto quello sembra loro troppo bello per essere vero.

È Gesù che viene a rigenerare la loro fede. La cosa più importante è che non si sentano soli. Lo devono sentire pieno di vita in mezzo a loro. Queste sono le prime parole che devono ascoltare dal Risorto: «La pace sia von voi... Perché sorgono dubbi nel vostro cuore?».

Quando dimentichiamo la presenza viva di Gesù in mezzo a noi; quando lo nascondiamo con i nostri protagonismi; quando la tristezza ci impedisce di sentire tutto meno la sua pace; quando ci contagiamo a vicenda pessimismo e incredulità... stiamo peccando contro il Risorto. Così non è possibile una Chiesa di testimoni.

Per risvegliare la loro fede, Gesù non chiede loro di guardare il suo volto, ma le sue mani e i suoi piedi. Che vedano le sue ferite di crocifisso. Che abbiano sempre davanti agli occhi il suo amore donato fino alla morte. Non è un fantasma: «Sono io in persona». Lo stesso che hanno conosciuto e amato sulle strade di Galilea.

Ogni volta che pretendiamo di fondare la fede nel Risorto sulle nostre elucubrazioni lo convertiamo in un fantasma. Per incontrarci con lui dobbiamo ricorrere al racconto degli evangeli; scoprire quelle mani che benedicevano i malati e accarezzavano i bambini, quei piedi stanchi di camminare incontro ai più dimenticati; scoprire le sue ferite e la sua passione. È questo Gesù che ora vive risuscitato dal Padre.

Nonostante li veda pieni di paura e di dubbi, Gesù confida nei suoi discepoli. Lui stesso invierà loro lo Spirito che li sosterrà. Per questo raccomanda loro che prolunghino la sua presenza nel mondo: «Voi siete testimoni di queste cose». Non devono insegnare dottrine sublimi, ma contagiare la loro esperienza. Non devono predicare grandi teorie su Cristo, ma irradiare il suo Spirito. Devono renderlo credibile con la loro vita, non solo con le parole. Questo è sempre il vero problema della Chiesa: la mancanza di testimoni.

 

 

Credere per esperienza propria

Non è facile credere in Gesù risorto. In ultima istanza è qualcosa che può essere intuito e compreso solo a partire dalla fede che lo stesso Gesù risveglia in noi. Se non esperimentiamo mai «di dentro» la pace e la gioia che Gesù infonde, è difficile che troviamo «di fuori» prove della sua risurrezione.

Qualcosa di questo ci dice Luca nel descriverci l'incontro di Gesù risorto con il gruppo dei discepoli. In mezzo a loro c'è di tutto. Due discepoli raccontano come lo hanno riconosciuto cenando con lui a Emmaus. Pietro dice che gli è apparso. La maggioranza non ha avuto ancora nessuna esperienza di lui. Non sanno che pensare.

Allora «Gesù si presenta in mezzo a loro e dice: "Pace a voi"». Per risvegliare la nostra fede in Gesù risorto la prima cosa è poter intuire, anche oggi, la sua presenza in mezzo a noi, e far circolare nei nostri gruppi, comunità e parrocchie la pace, la gioia e la sicurezza che viene dal saperlo vivo, che ci accompagna da vicino in questi tempi che non sono affatto facili per la fede.

Il racconto di Luca è molto realista. La presenza di Gesù non trasforma in maniera magica i discepoli. Alcuni si spaventano e «credono di vedere un fantasma». Nel cuore di altri «sorgono dubbi» di ogni genere. Ce ne sono alcuni che «non arrivano a credere per la gioia». Altri continuano ad essere «attoniti».

Così accade anche oggi. La fede in Cristo risorto non nasce in maniera automatica e sicura in noi. Si va risvegliando nel nostro cuore in forma fragile e umile. All'inizio, è quasi solo un desiderio. Ordinariamente, cresce in mezzo a dubbi e interrogativi: Sarà possibile che sia verità una cosa così grande?

Secondo il racconto, Gesù si ferma, mangia con loro, e si dedica ad «aprir loro la mente» perché possano comprendere quel che è accaduto. Vuole che diventino «testimoni», che possano parlare a partire dalla loro esperienza, e predicare non in qualche maniera, ma «nel suo nome».

Credere nel Risorto non è questione di un giorno. È un percorso che, a volte, può durare anni. La cosa importante è il nostro atteggiamento interiore. Confidare sempre in Gesù. Fargli molto più spazio in ciascuno di noi e nelle nostre comunità cristiane.

José Antonio Pagola

traduzione: Mercedes Cerezo

 

 

Succede solo quel che deve succedere

In questo racconto di apparizione -adesso a tutto il gruppo-, Luca ripete molti temi del passaggio precedente (quello dei discepoli di Emmaus): apparizione improvvisa di Gesú, incapacità per riconoscerlo, rimprovero da parte di Gesú, stupore, gioia...

Per ben tre volte si ripete che "era necessario...", il che ci fa sospettare che le comunità avevano bisogno di una "spiegazione" circa il fatto della croce. Ovviamente, questo "era necessario" non va inteso in maniera letterale, come se fosse esistito un previo disegno divino. Si tratta piuttosto di una lettura "ex eventu", vale a dire, un'interpretazione di qualcosa dopo che è già accaduto.

La nuova catechesi di Luca vuole rispondere a questa domanda: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?" A questo scopo insiste sulla presenza del Risorto -l'allusione al "mangiare" è solo un modo plastico di esprimerlo- e si appella alla Scrittura.

D'altro lato, l'evangelista -come avviene anche in altri racconti simili- unisce l'apparizione con la missione, seppure con un'aggiunta specifica di Luca: "cominciando da Gerusalemme". Per lui, Gerusalemme rappresenta il "centro" del mondo e della storia.

Da un'ottica non-duale, non mi sembra inadeguato dire che questo "era necessario" -mitico- si possa tradurre adeguatamente per "amare quel che è". Solo questo è l'atteggiamento saggio, che ci allinea col reale (il presente) e fa cessare ogni resistenza, liberandoci quindi dalla sofferenza. Chi ama quel che è, scopre quella pace che nulla può togliere.

Ed è disponibile per vivere il dono di sé partendo dalla libertà. E cosa si richiede per amare quel che è? Una sola cosa: far tacere la mente, permettere che quel che è sia. Quando la nostra mente è in calma, quel che vogliamo è quel che è.

 

 

Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesú in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho.” Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?” Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi.” Allora aprí loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: “Cosí sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.”

Dalla paura alla gioia

Nei racconti di apparizioni del Risorto, alla paura iniziale succede la gioia. La prima è associata a chiusura, ripiegamento e buio. La seconda alla presenza innegabile. Cosí innegabile per loro che sentono il bisogno di plasmare la loro certezza in un racconto che -infrangendo tutte le leggi della fisica- presenta il Risorto nell'atto di mangiare, come se di un essere corporeo si trattasse. Era questo il loro modo di insistere sull'intensità con cui percepivano la sua presenza.

Nello stesso modo, dovendo spiegare il fatto che Gesú fosse stato crocifisso da pagani, ricorrono a testi del loro Libro Sacro nei quali tutto ciò sarebbe stato previamente annunciato. Da qui che presentino l'accaduto come qualcosa che rispondeva a quello che “stava scritto”. Si tratta, di nuovo, di un ricorso letterario che aiuti a comprendere lo scandalo della croce.

In quanto catechesi -come tutti i racconti di apparizioni-, il testo legge anche la nostra vita.

Anche noi siamo stati invitati a passare dalla paura alla gioia. Da qualcosa che abbiamo (o possiamo avere: paura) a quello che siamo veramente (gioia, godimento).

“Abbiamo scordato come sarebbe apparso il mondo agli occhi di una persona che non avesse conosciuto la paura”, scriveva Martin Heidegger. Tutti abbiamo conosciuto la paura e ci siamo sentiti estremamente vulnerabili. A partire da questa esperienza, abbiamo probabilmente costruito delle difese, piú o meno artificiose, che ci tenessero in salvo da una sensazione cosí sgradevole.

Tuttavia, finché la nostra identificazione con l'io rimanga, la paura sarà inevitabile.  Oltre alla sua inconsistenza impossibile da dissimulare, l'io possiede un'informazione terribile: sa che, essendo fortunato, è destinato a invecchiare, ad ammalarsi e a perdere tutto quello che ha amato. E che infine morirà. Non è strano che dica che la “vita” è assurda. La paura è una compagna inseparabile dell'io.

Il passaggio alla gioia, dunque, non può compiersi finché questa identificazione  rimane. Potranno pure essere vissute esperienze gioiose e di benessere perché, in realtà, quello che siamo affiora anche nostro malgrado. Ma si tratterà di una realtà sempre accompagnata dal suo polo opposto, la tristezza o la paura.

La Gioia alla quale mi riferisco fa parte della nostra identità  profonda e, come in un abbraccio non-duale, è capace di inglobare sentimenti sia di gioia che di tristezza. Come, nell'oceano, in superficie il movimento delle onde può apparire addirittura minaccioso, ma in profondità permane la calma.

Tutto dipende dalla risposta che, vitalmente, abbiamo dato alla domanda riguardo alla nostra identità. Chi sono io? Se la risposta mi riduce ad un oggetto, gli alti e bassi saranno inevitabili, cosí come la confusione e la sofferenza.

Questa è la risposta che viene dalla mente. Si tratta di una risposta riduttiva e, in questo senso, sbagliata, poiché la mente s'imbatte in due problemi:

. da un lato, è solo una parte di quello che sono, quindi non può dirmi chi sono;

. dall'altro, la mente non può agire altrimenti che delimitando ciò che vuole conoscere, e cioè, oggettivando.

La conseguenza di entrambi i limiti è che, per la mente, sono solo un “io individuale” o ego, un “oggetto” separato dal resto. Dato che dove c'è “io” c'è solitudine, paura e ansia, finché crederò di essere ciò che la mia mente mi dice non ce la farò ad uscire da questo labirinto.

Per questo, l'io si sente spinto a cercare la gioia -la felicità- nel futuro, alimentando il sogno che “piú avanti andrà meglio”. Ma, mentre si imbarca in questo proposito, si dimentica del presente, l'unico luogo della vita e della felicità. Se ne dimentica, si sbaglia ed è frustrato.

E cade in una trappola sottile. Poiché, come dice André Comte-Sponville, “ci separa dalla felicità la stessa speranza che la insegue”. Nell'inseguirla, non la troviamo nell'unico luogo in cui c'è, nell'Ora.

Ma l'unica risposta riguardo alla nostra identità non è quella che viene dalla mente. Prima ancora di aprirmi a quell'altra risposta, qualcosa comincia a farsi patente: non sono nulla che possa essere osservato -delimitato, oggettivato-, bensí, in ogni caso, Ciò che osserva.

D'altra parte, ho la coscienza di essere soggetto. E il soggetto non può essere conosciuto come oggetto.

È chiaro che la mente non è uno strumento adeguato per dirmi chi sono. Questo vuol dire che non posso conoscere la mia identità né attraverso un processo intellettuale né come risultato di un lavoro di riduzione concettuale.

Ad essa devo avvicinarmi, invece, di un modo esperienziale, non mediato dalla mente, facendo tacere il pensiero. Quando questo accade, quando si fa tacere la mente, posso percepire la mia identità.

Questa identità profonda sa di Quiete, di Presenza, di Pienezza, di Coscienza... Ma non può essere né delimitata né pensata, perché non è un oggetto. Posso solo esserla e, nell'esserla, la conosco.

Sono quello che mi accompagna sempre, come coscienza di essere, presente in ogni momento della mia vita, e che si esprime come “Io sono”, senza aggiunta: la Coscienza illimitata e atemporale.

Dentro di essa, il mio “io” è solo un oggetto in cui quella si esprime in una forma transitoria. L'identificazione con l'io è dovuta soltanto ad un errore di percezione.

Questa coscienza è Godimento, che non svanisce per il fatto che, ad un livello superficiale, compaiano tristezza o paura. È per questo che sopra dicevo che potremo vivere nella Gioia solamente se riusciamo a non identificarci piú con l'io e con le sue inseparabili paure.

È vero che la presenza di paure può richiedere un lavoro psicologico per attenuarle o sradicarle. Ma esiste una paura che è consustanziale all'io e che unicamente la percezione della nostra vera identità può fare scomparire.

Tutto ci rimanda, pertanto, ad un lavoro di autoconoscenza che, in parole di Mónica Cavallé, è “una pratica spirituale”.

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini Legaz

 

 

In poche ore tutto è cambiato: Gesù è risorto ed è apparso a Simone e a due discepoli a Emmaus. Le testimonianze si moltiplicano e confermano che è accaduto qualcosa di grande, eppure i discepoli nel cenacolo sono spaventati e pieni di dubbi. Gesù, che conosce in profondità il nostro cuore, prende l’iniziativa e viene a incontrarci e ad abitare la nostra inquietudine, dicendoci di non avere paura. «Pace a voi», dice il Risorto con una delicatezza carica di amore, per dirci che insieme a Lui tutto è possibile, tutto è attraversabile; come diceva meravigliosamente don Tonino Bello: «Di fronte a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via». Più volte poi nel Vangelo, si parla della necessità del compimento delle Scritture e Gesù stesso in diverse occasioni si ferma a spiegarle e a svelarne il senso. Cosa può dirci questo, oggi? Forse che non può esserci fede autentica senza una profonda adesione alla Scrittura e che quindi siamo chiamati a scegliere tra le tante parole delle nostre giornate quella Parola che parla della vita e alla vita. Dice il Salmo 119: «Lampada per i miei passi è la Tua Parola, luce sul mio cammino»; la Parola, infatti, proietta la sua luce sui fatti della storia, disvelandone il senso, e fa del futuro il tempo del compimento della promessa di Dio e del suo disegno di salvezza. La presenza viva di Gesù rende questo nostro tempo già un tempo di salvezza, anche oggi, mentre andiamo al lavoro, a messa, mentre siamo in famiglia; Gesù non ci lascia mai soli, ma cammina insieme a noi, come il viandante di Emmaus. Per questo, sappiamo che la vita è un’impresa a volte anche dura, ma sempre possibile.

 

Mio Signore e mio Dio, tu mi scruti e mi conosci e bussi alla mia porta per

abitare il mio buio accendendolo di luce. Ti ringrazio poiché ho scoperto che

la Scrittura è la tua Parola quando tante volte l’ho vista all’opera nella mia

vita e nella storia del mondo. Cammina con me e poi fermati a mensa con

la mia comunità, perché si fa sera e la notte è lunga, Signore. Amen.

 

 

Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me

IL Signore ci raduna anche oggi perché, celebrando l’Eucaristia, possiamo riconoscere nella Parola accolta e nel Pane spezzato «l’autore della vita» (1ª lettura), colui che è risorto dai morti e guida alla salvezza eterna. Pur sembrando un paradosso, davvero Dio ha fatto in modo che un crimine, religioso e politico, sia diventato un gesto di redenzione per l’umanità, mostrando così che il suo amore supera ogni logica umana, come quella del corpo morto di Gesù che ritorna alla vita e addirittura mangia di fronte ai propri apostoli (Vangelo).

A Dio nulla è impossibile e all’uomo che confida in lui egli dona la possibilità di scorgere la realtà di ciò che agli occhi scettici appare solo una fantasia assurda. Ciò che conta è comprendere che non si tratta di fermarsi solo a contemplare l’identità del Cristo prima e dopo Pasqua, ma convincersi che in lui abbiamo un unico atto redentivo e che la nostra salvezza perviene dall’accoglienza del suo insegnamento (2ª lettura), dallo sperimentare la sua potenza salvifica nei gesti di misericordia e dalla contemplazione stupita del suo mistero pasquale di morte e risurrezione.

Tiberio Cantaboni

 

 

Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno

Il Signore risorto non appare una volta sola, per tutte: continua a manifestarsi. Trova i suoi discepoli increduli, stupiti, pieni di dubbi, facilmente ripresi dalla vita di sempre. Lo scambiano per un fantasma. Gesù conosce la debolezza della nostra vita, quanto facilmente siamo turbati di fronte al male, all’incertezza, al senso di fine, alle difficoltà. Turbamento e grettezza; paura e aggressività; timore e porte chiuse. I discepoli rivelano di essere uomini realisti, che sanno come vanno le cose: hanno visto, sono stati delusi nella loro speranza, non vogliono più abbandonarsi alla fiducia, si sentono in diritto di vivere così come sono, senza ascoltare più, senza cambiare. È il nostro modo abituale verso tutto e tutti. Quanto facilmente scivoliamo prigionieri della logica delle cose, induriti dalle delusioni, in fondo condizionati dal male che vuole impedire la speranza, che sconsiglia la fiducia! Tutti i discepoli sono agitati dai dubbi, dall’incertezza. Come fare a credere ancora che l’amore vinca in un mondo dove si affermano la furbizia, le armi, il potere, l’arrangiarsi, l’aggressività? Il male indurisce il cuore, consiglia di non farsi prendere da nessuna passione per gli altri, di conservare solo quello che si è e si possiede. Non si è cattivi, ma non si sa volere bene; si giudica senza amore, perché l’amore non c’è più, è finito, si è perso, è stato tolto. Per alcuni dei discepoli, forse, i dubbi di sempre, le durezze, le incomprensioni verso un maestro così diverso dalla loro mentalità, riemergono dopo la sua morte, senza essere contrastate. Forse si rimettono a discutere tra loro, come quando dovevano stabilire chi fosse il più grande!

I due discepoli diretti ad Emmaus erano tornati in fretta a Gerusalemme e stavano raccontando agli altri quello che era successo: un pellegrino si era affiancato, aveva infiammato il loro cuore e finalmente lo avevano riconosciuto. Era Gesù quell’uomo che aveva spezzato il pane per loro, che aveva accolto la preghiera rivoltagli di restare perché il giorno stava per finire. E lui era restato. Il giorno di Pasqua può non finire; le oscurità della notte non prevalgono, la tristezza può trovare gioia e speranza vera. Stavano parlando di queste cose quando Gesù "in persona" si presenta in mezzo ai discepoli e li saluta di nuovo dicendogli "Pace a voi". Gesù non sembra scandalizzato dalla loro incredulità. Dona la pace a chi è confuso, incerto, dubbioso, incredulo, testardamente attaccato alle proprie convinzioni, tardo di cuore. Quanto abbiamo bisogno di questa pace! Pace è comunione, gioia di vivere; pace è un cuore nuovo che rigenera quello che è vecchio; pace è l’energia che ridona vita e speranza alla vita di sempre; pace è qualcuno che mi capisce nel profondo, anche quello che io non so spiegare, che non mi umilia nella mia debolezza e nel mio peccato ma continua a volermi con sé ed a parlarmi; pace è qualcuno su cui posso contare; pace non è il piccolo successo individuale, la soddisfazione dell’orgoglio. Pace a voi, incerti, contraddittori, dubbiosi, testardi. Gesù è la pace che vince ogni divisione; la pace del cuore, che libera dai tanti pesi che lo rendono chiuso e triste. Pace tra il cielo e la terra.

I discepoli sono stupiti e spaventati. Parlavano proprio di lui eppure non lo sanno riconoscere. Sono attaccati ai loro dubbi. C’è una sottile tentazione del dubbio, che diventa la via per non scegliere mai, per mantenersi una riserva interiore. Il dubbio viene da solo; ma coltivarlo, accarezzarlo finisce per fare credere furbi, intelligenti; intristisce. Gesù diventa un fantasma. E un fantasma mette paura, è una presenza lontana, irreale, intangibile. Gesù era già apparso, eppure fanno fatica a credere ed a riconoscerlo vivo e presente in mezzo a loro: resta un fantasma, irreale, virtuale, tutte sensazioni e non un corpo. Gesù "aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture". Solo ascoltando, il cuore comprende; accogliendo, incontrando il corpo di Gesù, si apre la mente all’intelligenza. Gesù non vuole solo liberare i suoi dal timore e dalla paura; non vuole solo mostrare concretamente la forza della sua resurrezione: chiede di essere testimoni, di diventare uomini che sperano e credono che ogni ferita può risorgere. Testimoni, non incerti e prudenti funzionari; testimoni, non paurosi discepoli al chiuso; testimoni, che vivono quello che comunicano e che comunicando imparano a viverlo; testimoni per contrastare la legge dell’impossibile di quelli che sanno tutto ma non hanno la speranza; testimoni che credono nella forza di amore che rende nuovo ciò che è vecchio e richiama dalla morte alla vita.

mons. Vincenzo Paglia

 

 

Tutto per colpa di troppa gioia

La creatura è un marchingegno tarato per la gioia, in versione assoluta: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). Sfornata col fiuto per la gioia addosso, fu mestiere di Lucifero quello di taroccarne la fattezza: «Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri cuori e diventereste come Dio» (3,6). La promessa di gioia è diventata nube di paura: "E se Dio ci stesse per fregare perchè geloso di noi due?" Satana, bandito numero uno dell'armata terrorista, esultò: da quel giorno la gioia si vide costretta a viaggiare a zig-zag in mezzo alle trappole della paura. Del sospetto, che è la paura più gigante, costruita su polvere di nulla. Da allora, finora, sempre alla stesa ora: Uno contro l'altro, eterna partita di ping-pong tra promessa e minaccia. Tra "E' risorto, non è più qui!" e "E' tutta una favola, come fate a crederci?" All'inizio della creazione, come della ricreazione: della Pasqua, che è sberleffo della Vita sulle guance della Morte. Cristo, nel frattempo risorto, «passava attraverso il fragore dei combattimento con la calma di chi passeggia per le strade di un villaggio tranquillo» (P. D'Ors). Il farabutto sbraita, Lui appare in punta di piedi, sottovoce, a bassa-voce. Sa parlare solo chi sa fare silenzio.

Il mondo, il mondo dei suoi, non lo riconobbe affatto. Alla morte ci credettero assai: gambe all'aria, tremore nei polsi, mestizia nel cuore. "Era d'aspettarselo!" mormorò qualcuno imboccando veloce la discesa dal Calvario. Nati per tentare l'assalto al mondo, si arresero giusto quando iniziò la partita. Venerdì santo: "E' stato bello, pazienza. Torniamo a pescare. Fine-corsa". Quando Lui in persona rincasò per tentare di riaccendere quelle facce tutte smunte, trovò cuori-di-talpa rattrappiti: «Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma». Al Dio-morto ci credettero al volo, al Risorto Gli fecero capire che non era il tempo di scherzare oltre. Quant'è buffo l'uomo: gli dai una notizia pessima, ci crede all'istante. Gli rechi un annuncio di novità non ci crede per nulla: "Impossibile che mi succeda questo". Quelli più arditi, accettano con riserva: "Ho paura che duri poco questa gioia". Il Vangelo, roba di cruda verità, ha firmato una diagnosi d'impareggiabile rigore: «Poichè per la gioia non credevano ancora». E' roba da non crederci il non-credere per troppa gioia! Vivere non deve essere faticoso, è vivere male che è molto faticoso: non concedersi il lusso d'accettare che la gioia prenda-casa sotto casa: «Sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come io ho». Ciò che fecero, all'indomani della Pasqua, fu di ricambiare la promessa mantenuta con moneta falsa: «Lo consideravano un estraneo: come si può essere cristiani senza qualcuno che ci consideri estranei e foresti» (P. D'Ors). Risorto, il Cristo si fece ancora apripista: accettò d'essere confuso con un fantasma. Poi mostrò che un fantasma non ama come ama Lui.

Loro l'hanno abbandonato: nell'attimo del bisogno, l'hanno lasciato morire da solo, come un cane. L'Abbandonato, con le cicatrici ancora aperte, all'indomani della risurrezione, tornò da coloro che erano stati solo capaci di abbandonarlo. Li trovò come li aveva lasciati: sospettosi, arrendevoli, titubanti della gioia. Li ri-scelse come suoi testimoni: «Di questo voi siete testimoni» (cfr Lc 24,35-48). Ancora con loro, i soliti, a far dipendere il destino della sua risurrezione dalla fragile fede di chi fu capace solo di lasciarlo andare. Consola, eccome, un Cristo così. Scambiato per fantasma – «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla – bisbigliò la volpe al piccolo principe di Saint-Exupéry - Comprano dai mercanti le cose fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici» - di loro ricorda i momenti di luce, scorda le ombre: rasserena credere che Dio, come un innamorato, conservi tutti i nostri gesti d'amore. I suoi amici, invece, abitano sempre il rischio di perdersi l'appuntamento con la gioia.

Lui, da parte sua, continua ad imbarazzarli con la cordialità. Dio-instancabile (da Il Sussidiario, 14 aprile 2018)

don Marco Pozza

 

 

Gesù in persona apparve in mezzo a loro

Ci troviamo di fronte ad uno degli episodi di apparizione di Gesù Risorto che vengono narrati da tutti e quattro i vangeli, ma in modalità e con destinatari talvolta diversi. Luca, nel capitolo 24, organizza il suo racconto in tre scene successive, che rappresentano l'itinerario progressivo di avvicinamento e riconoscimento del Signore risorto.

Dapprima ci sono le donne che vanno al sepolcro per ungere il cadavere di Gesù, ma trovano la tomba vuota e due angeli che dicono loro: "E' resuscitato"; poi il Nazareno appare a due discepoli in cammino verso Emmaus, che lo riconoscono "allo spezzare del pane" (cf. Luca 24, 30-31); infine c'è l'episodio della liturgia odierna, in cui Gesù non solo appare agli Undici e agli altri discepoli, ma insiste sul realismo della sua corporeità: "Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho" (v.39), e, di fronte al persistente stupore dei discepoli, chiede del cibo e "lo mangiò davanti a loro." (v.43)

E' evidente che all'evangelista Luca stanno a cuore due cose: anzitutto l'identità del Crocefisso con il Risorto (l'invito a guardare mani e piedi rimanda alle piaghe dei chiodi); in secondo luogo egli insiste sull'evento della resurrezione come qualcosa che riguarda tutto l'essere di Gesù e non solo il suo spirito, o anima, come alcuni sostenevano ai suoi tempi; certo, ora si tratta di un corpo non più umano, ma glorificato, che ha la possibilità di comparire in un luogo al di là degli ostacoli materiali, ma si tratta pur sempre di corpo reale.

I discepoli "per la grande gioia ancora non credevano" (v. 41): la vista del Maestro suscita in loro un'immensa gioia, ma essi erano in un certo senso "bloccati" dalla più certa esperienza della avvenuta morte di Gesù; come dire: averlo lì davanti in carne e ossa era troppo bello per essere vero! Questo dice bene la grandissima difficoltà che subito ebbero i seguaci del Nazareno a percepire e ad accogliere l'evento della resurrezione. E così Luca ci fornisce altri due elementi indispensabili per giungere alla certezza: l'iniziativa di Gesù e il ricorso alle Scritture.

E' da notare che il primo annunzio della resurrezione non viene creduto dai discepoli: "Quelle parole (dette dalle donne che erano state al sepolcro) parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse" (v.11) e "Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto" (v.24); l'indizio della tomba vuota non è sufficiente; solo da un intervento diretto di Gesù risorto può nascere la vera fede; e questo vale sempre: anche in ciascuno di noi il Risorto deve intervenire con la sua azione personale perché crediamo in Lui; occorre dunque pregare perché Egli si riveli a noi.

Fondamentale è poi il riferimento alle Scritture. Infatti, dopo aver mangiato il pesce arrostito offertogli, Gesù dice: "Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (v.44); qui Gesù si riferisce a quei preannunci della sua passione, morte e resurrezione che a un certo punto scandiscono il suo cammino nei tre vangeli sinottici, come ad esempio quello contenuto in Luca 18,31-34: "Poi prese con sé i Dodici e disse loro: - Ecco, noi andiamo a Gerusalemme, e tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell'uomo si compirà. Sarà consegnato ai pagani, schernito, oltraggiato, coperto di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno

risorgerà - Ma non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto."

Anche dopo che quei preannunci si sono realizzati, dopo che Gesù è risorto al terzo giorno, e addirittura dopo che Gesù risorto è apparso a loro, i discepoli continuano a non capire.

"Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: - Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati" (vv.45-47). Siamo ad un punto cruciale del cammino di fede:

gli indizi (come quello della tomba vuota) non bastano; occorre leggerli alla luce del progetto divino testimoniato dalle Scritture; e Gesù, come già ai due viandanti di Emmaus (cf. i vv. 25-27), spiega ai suoi discepoli tutto ciò che si riferiva a Lui "nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi" (v. 44): sono i testi che ritroviamo nella predicazione della Chiesa primitiva, quando i discepoli, che finalmente "hanno capito", sotto la guida di Gesù e dello Spirito Santo si fanno a loro volta testimoni e annunciatori della salvezza.

Così, ad esempio, nella Legge di Mosè, cioè nel Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia) troviamo la figura di Isacco (Gn. 22) che, portando la legna sulle spalle per il sacrificio, prefigura Gesù che avrebbe portato la croce sulle spalle verso il Calvario; nel profeta Isaia troviamo la misteriosa figura del Servo di Jahvè "disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire...egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori...con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo" (Isaia 53, 3-8); nei Salmi troviamo le affermazioni: "Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia" (Salmo 2, a.2) e: "non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione" (Salmo 15/16, v. 10).

E' solo nella passione, morte e resurrezione di Gesù che la Scrittura trova il suo compimento, cioè il suo completamento, la sua perfezione e la sua pienezza; l'esito tragico della missione di Gesù non è stato un "incidente", ma la logica conseguenza del suo comportamento coerente e improntato alla verità, in un mondo dove prevalgono invece i malvagi e gli ipocriti. La morte di Gesù è stato un fatto terribilmente tragico, ma dal quale è scaturita la salvezza, la remissione dei peccati e soprattutto quella "vita nuova" che il Risorto ha manifestato in sé e dona a tutti quelli che lo riconoscono e amano come "il Signore".

Ileana Mortari

 

 

Fino in fondo dalla parte della vita

Nei racconti pasquali si rimane colpiti – forse perché è una storia ricorrente… – dall’atteggiamento d’incredulità dei primi discepoli: «Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma» (Lc. 24,37). Sì, continua anche oggi l’esperienza del dubbio, dello scetticismo, degli incontri superficiali con il Signore e la sua Parola: finché non maturiamo un incontro vivo con Gesù – finché, come i discepoli, non ci lasceremo aprire «la mente per comprendere le Scritture» (v. 45) – vivremo una strana e povera religiosità; più ancora, una religiosità sterile.

A volte provo perfino l’impressione che abbiamo paura di fidarci veramente del Signore e di lasciare che la nostra vita si snodi alla sua presenza: temiamo di doverci liberare dalla propensione a giudizi acidi e sprezzanti nei confronti degli altri; temiamo di comprometterci in progetti che non controlliamo fino in fondo; temiamo di dover abbandonare la paralisi interiore che chiude il nostro cuore alle necessità dei poveri. Sentiamolo, allora, rivolto a noi l’invito forte di Pietro, di cui parla la prima lettura: «Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati» (At. 3,19).

PAROLE CORAGGIOSE

Dopo lo smarrimento e la paura, la prima comunità cristiana, rinfrancata dalla presenza dello Spirito di Gesù, esce dalla falsa sicurezza del Cenacolo e rende ragione della propria fede nel Risorto. Lo fa in maniera coraggiosa, con un discorso al centro del quale Pietro afferma: «Voi avete ucciso l’autore della vita» (v. 15). Con la sua parola e le sue opere – fa capire l’apostolo – Gesù non solo ci ha insegnato la via di una vita buona e riuscita, ma ci ha donato la sua stessa vita. Gli uomini, per tutta risposta, si sono voltati dall’altra parte: «Voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto» (v. 14).

Il peccato, in fondo, sta nel rifiuto dell’Autore della vita in nome della pretesa di impostare l’esistenza su logiche ben diverse; porta, quindi, a farsi complici di scelte contro la vita, a volte nascoste nella falsità di una testimonianza inautentica: «Chi dice: “Lo conosco”, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità» (1Gv. 2,4).

Sono scelte che hanno tanti nomi, da quelle individuali (mediocrità, invidie, chiacchiere, contro le quali papa Francesco non si stanca di metterci in guardia) a quelle collettive (disimpegno, irresponsabilità, arroganza e illegalità diffuse nella gestione della cosa pubblica). «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?... Toccatemi e guardate…» (Lc. 24,38-39).

L’incontro con Gesù e il dono dello Spirito trasformano, liberano dalla paura, proiettano in un’esperienza nuova. Quando “tocchiamo” Gesù anche noi superiamo le nostre incredulità e diventiamo nel nostro quotidiano testimoni della vita che non muore.

monsignor Nunzio Galantino