Veramente il Signore è Risorto: è apparso.

Dopo la risurrezione, Gesù appare ai discepoli, comprese le donne. Apparirà poi a più di cinquecento persone prima di incontrare Paolo sulla via di Damasco, e questi, pentito del suo passato di persecutore della comunità cristiana, si paragonerà ad un aborto (1Cor. 15,8).

Proprio l'esperienza di Paolo è utilissima a descriverci il fenomeno delle apparizioni come un dato di attendibilità della risurrezione di Cristo, come qualcosa che inequivocabilmente ci dà la certezza che egli è Vivo e non più relegato al sepolcro.

Anche Luca si avvale di questa verità, poiché esclama categoricamente: "Davvero Gesù è risorto ed è apparso a Simone!" e adesso descrive un'esperienza significativa della presenza del Risorto "in mezzo ai suoi". Gesù, nella versione di Luca infatti "sta in mezzo a loro", cioè interagisce, comunica, parla e soprattutto reca loro la "pace", quella condizione di benessere e di gioia spirituale che non si trova nel mondo, ma che solo Dio può concedere.

Certamente egli si mostra nella vera umanità e deve anche darne un saggio concreto agli increduli discepoli che stentano a riconoscerlo: mostra loro le mani e il costato, li rassicura e consuma una porzione di pesce arrostito in mezzo a loro. E' necessario ricorrere a tutte queste manifestazioni esteriori, poiché i suoi interlocutori, straniti e inebetiti, credono di vedere un fantasma. La credenza dei fantasmi non doveva essere un fatto nuovo presso i contemporanei di Gesù, visto che non è la prima volta che il loro Maestro viene confuso con una figura spettrale: anche quando egli camminava sulle onde marine i discepoli, guardando quella strana apparizione in mezzo ai flutti, pensavano ad un fantasma e in quell'occasione Gesù dovette dir loro "Coraggio, sono io, non temete." (Mt. 14,22-36). Essa non è neppure estranea nella Bibbia, visto che nonostante il divieto da lui stesso imposto al suo popolo, il re Saul in incognito si reca da una negromante perché gli evochi lo spirito di Samuele, che di fatto appare (1Sam. 28,7). La credenza nei fantasmi e degli "spiriti", forse anche proveniente da qualche cultura limitrofa', era evidentemente relativa al regno dei morti, ai trapassati che non avevano più nulla da spartire con coloro che ancora erano in vita. Gli increduli apostoli di conseguenza vedendo quella strana immagine che "sta in mezzo a loro" pensano ad un trapassato, ad un estinto che non potrà dare loro più nulla e che nulla potrà apportare a parte lo spavento e lo sbigottimento.

Tuttavia Gesù non è un fantasma e non appartiene al regno dei morti "che non hanno più parte in questa vita" (Salmo 90,14). Egli sta in mezzo ai suoi come il Vivente, il trionfante sul peccato e sulla morte, il cui corpo non è più paragonabile a quello di cui disponeva prima della crocifissione, ma è un corpo glorioso e indistruttibile, non più soggetto alle intemperie e alle necessità somatiche comuni a tutti gli uomini. Gesù si mostra loro effettivamente "in carne ed ossa", quindi nella pienezza delle fattezze umane e mostra anche le mani e i piedi (Giovanni dirà mani e costato) ma ciò non toglie che il suo corpo non è più quello del Crocifisso, ma del Crocifisso Risorto, che è passato dalla morte alla vita. Un corpo insomma glorioso destinato a conoscere la vita per sempre.

Gli apostoli subito dopo probabilmente se ne rendono conto, visto che passano dalla paura alla gioia: essi continuano a non credere perché avvinti dalla gioia, che impedisce loro di accettare che quello stano figuro sia proprio Gesù. Forse vorrebbero credervi, ma non ci riescono. Solo dopo che Gesù mangia davanti a loro il pesce comprendono che colui con il quale stanno conversando non è il lugubre esponente del regno dei morti ma il Cristo che con la risurrezione ha reso inesistente il regno dei morti per affermare il Regno di Dio. Ma ciò che agli apostoli si rimprovera è la mancata rammentazione delle Scritture, le quali dal canto loro parlavano espressamente della morte e della risurrezione del Messia e Salvatore e avrebbero potuto essere già di prima oggetto della loro meditazione e della loro comprensione.

L'episodio narrato fa seguito all'incontro con i discepoli sulla via di Emmaus, che avevano riconosciuto Gesù allo spezzare il pane e che avevano avvertito in cuore una certa arsura mentre questi, camminando con loro in incognito, spiegava loro le Scritture su quanto si riferiva a lui. E proprio gli stessi discepoli sono presenti ora, mentre avviene la comparsa del presunto "fantasma".

Sia quel che sia, per mezzo delle sue apparizioni Gesù offre una certezza della sua resurrezione perché procura dei testimoni credibili del suo messaggio. Gli apostoli, primo fra tutti Pietro, potranno garantire con la loro personale testimonianza che davvero il Signore è risorto e che per questo è tempo di novità e di vita piena e indefinita.

Paolo renderà testimonianza del Signore risorto con la sua testimonianza che è già sufficiente a rendere ragione del suo messaggio e della motivazione della sua missione. Tuttavia, sulla scia di quanto il maestro ha insegnato, arringando il popolo dei Giudei, non trascurerà di illuminarlo intorno alle prefigurazioni della Scrittura, le quali avevano preannunciato la morte e la risurrezione del Messia.

La frase più eloquente dell'apostolo Pietro è che i Giudei avevano ucciso "l'autore della vita", ma che Dio lo ha ora risuscitato perché la vita avesse davvero l'ultima parola sulla morte.

E tale è la conclusione che anche a noi ci si prospetta sulle apparizioni del Risorto: il trionfo della vita e il fatto che per noi adesso il vivere è Cristo e il morire è un guadagno (Fil. 1,21), poiché il morire cristiano è il vivere per sempre. E comporta la necessità che non ci ostiniamo, con il peccato e con le brutture di sempre, a cercare fra i morti colui che è vivo.

padre Gian Franco Scarpitta

 

 

Troppo bello…

Gesù è risorto, veramente risorto, finalmente risorto!

Inutile cercare fra i morti uno che è vivo, inutile celebrare un cadavere con rispetto e mestizia, come a volte facciamo durante le nostre celebrazioni. Gesù non è un cadavere rianimato, è davvero lui ma fatichiamo a riconoscerlo.

Forse anche a noi è successo di avvicinarci al Signore, di superare la diffidenza verso una Chiesa che, a volte, non è trasparenza del vangelo ma ostacolo, di sentire il cuore allargarsi davanti alla notizia della presenza del Signore.

I discepoli ascoltano il racconto dei due di Emmaus e, mentre questi parlano dell'incontro col misterioso viandante, Gesù appare.

Quando annunciamo il Cristo, Cristo stesso si rende presente.

Che bello!

Io, come voi, ho iniziato il mio cammino di ricerca, molti anni fa, ascoltando la testimonianza convinta ed entusiasta di un discepolo.

La reazione all'annuncio, però, è inattesa.

Luca, invece di descrivere una situazione di euforia e di gioia, annota che i discepoli sono spaventati e pieni di dubbi.

Troppo bello per essere vero…

Dubbi

Come Tommaso, anche i discepoli sono storditi, pieni di dubbi, spaventati…

Buon segno.

Un fede che non attraversa momenti di dubbio, un'adesione al vangelo che non sia faticosa e sanguinante, è pericolosa. Quando incontriamo il Signore, durante un pellegrinaggio, in una'esperienza forte, rischiamo di essere travolti dalle emozioni, dall'entusiasmo, proprio come è successo agli apostoli, salvo poi crollare nei pressi del Golgota.

Il mondo ha senso, Dio ha un progetto di salvezza su di noi e ci chiede di collaborare a tale progetto. Il mondo è in piena battaglia fra i figli della luce e quelli delle tenebre ma sappiamo che il Cristo risorto si ergerà alla fine dei tempi. La nostra vita, ogni vita, è preziosa agli occhi di Dio. Dio mi ama e mi chiede di collaborare al suo progetto di salvezza.

Bello, vero? Troppo.

Vediamo, attorno a noi, i segni del disfacimento di questo mondo e non capiamo perché l'uomo, vertice della creazione, passi il suo tempo a distruggere ciò che Dio gli ha donato. È davvero salvo il mondo? Dove? E la Chiesa, caparra del Regno, che vive spesso dilaniata fra diverse partigianerie, come può essere credibile?

Segni

Ai discepoli dubbiosi e a noi Cristo mostra le mani e i piedi.

Vuole essere riconosciuto dalle ferite dei chiodi, non dal volto, come avviene normalmente. Cristo ci dice che lui ha combattuto e lottato per inaugurare il Regno, Regno che, sempre, attraversa la contraddizione della croce, la fatica della battaglia incruenta, del dono di sé.

A noi, come al dubbioso Battista in attesa di essere giustiziato, Gesù non offre facili soluzioni, né certezze assolute. A lui e a noi, Gesù chiede di crescere nella fiducia, nella fede. Dobbiamo aspettarne un altro? No, dice il Nazareno, guardatevi attorno: i ciechi recuperano la vista, gli storpi saltellano, i poveri gioiscono perché a loro è annunziata la buona notizia.

In questo tempo di mezzo, fra Cristo e il suo ritorno alla fine dei tempi, siamo noi a realizzare la sua presenza: noi che ora vediamo, noi che abbiamo superato la paralisi dell'egoismo, noi che abbiamo la pace nel cuore, noi che annunciamo il vangelo del perdono dei peccati e della riconciliazione.

Beati noi che crediamo senza avere visto, beati noi che scriviamo mille altri vangeli con le nostre piccole vite.

Luci

Nel faticoso percorso della fede Cristo ci dona lo Spirito che ci insegna a leggere e ad interpretare la Scrittura. Apre le nostre menti all'intelligenza della fede, ci permette di capire, di far risuonare Parola e vita, di illuminare le nostre scelte.

La Parola che celebriamo ogni domenica ci aiuta a capire.

Il pane che condividiamo e che è la presenza reale di Cristo, è il cibo che ci permette di andare avanti, nonostante tutto.

Eccoci, Maestro.

Tuoi fragili discepoli, riempiti di fede, oltre ogni dubbio.

Troppo bello per essere vero, forse.

Ma bello. E vero.

Paolo Curtaz

 

         

 

Le vie del Risorto

Questo vangelo è simile a quello di domenica scorsa dove c’erano le due apparizioni, una con Tommaso e l’altra senza di lui. Prima di questo vangelo c’è l’episodio molto conosciuto dei due discepoli di Emmaus. I due discepoli raccontano la loro esperienza e gli apostoli che il Signore è apparso anche a Pietro.

Allora: i due discepoli di Emmaus arrivano dalla loro incredibile esperienza e raccontano di come loro lo abbiano visto e riconosciuto; anche Pietro racconta un suo incontro con il Signore, ma quando Gesù arriva loro rimangono perplessi e stupiti. Non vi pare strano? Perché? Cosa ci vuol dire tutto questo?

E’ chiaro quello che vuol dire Lc: l’esperienza del Signore Risorto, cioè il sentirlo vivo, presente nella tua vita, è un’esperienza che ciascuno deve fare per sé. E infatti Gesù dice: “Toccatemi, guardate le mie mani, i miei piedi”. Si tratta cioè di toccare, di percepire, vedere con il cuore, di rendersi conto che davvero Lui è vivo, che Lui c’è, che Lui agisce.

Non basta che gli altri mi raccontino. Non basta che io sappia che alcune persone hanno rivoluzionato la propria vita. Non basta che io veda la luce negli occhi di chi lo sente vivo o la passione nell’anima di chi ce l’ha dentro. Non basta che io veda le persone guarite dalle loro malattie solo perché Gli hanno dato fiducia. Non basta che io veda la felicità negli occhi di chi non l’ha mai avuta dopo l’incontro con Lui. Non basta nulla se io non ho il coraggio di toccare, di lasciarmi coinvolgere, di mettermi in gioco io. Tutto non basta se io dubito.

La gente dice: “Sarà!? Sarà anche vero, ma… Sì, sì, belle parole… Fortunato lui! A me certe fortune non capitano!… Mi piacerebbe che fosse così… dev’essere anche vero ma io non sento niente!”.

E perché la gente dubita? Perché non ne ha fatto esperienza, perché non l’ha incontrato, perché non l’ha toccato, perché non si è lasciata coinvolgere. Perché quando una cosa l’hai vista, sentita, quando ti ha cambiato la vita, ti ha fatto guarire, ti ha fatto riscoprire la tua bellezza, la gioia dell’amore, la felicità, quando tu torni a sentirti vivo e a sentire la vita dentro di te dopo aver vissuto come un morto e con la morte dentro, o peggio ancora con la disperazione, allora non ci sono più dubbi, tu lo sai per certo: “Lui è vivo”.

La fede è un’esperienza e un incontro. Altrimenti rimane un’ipotesi, una possibilità, un dubbio.

Ricordo un uomo che diceva: “Io non ho dubbi. Io so che lui c’è. Io volevo uccidermi. Ho tradito mia moglie, ho avuto un figlio con un’altra donna; mi sentivo perso, disperato, nell’abisso. Che senso aveva ancora vivere? Ma poi ho incontrato Lui che mi ha detto: anche se hai sbagliato io ti amo ancora, anzi di più”. Ho creduto a quelle parole e mi sono trasformato.

Il dubbio non nasce a caso. E’ come trovarsi per al prima volta di fronte al mare. Allora ci sono due possibilità: dubitare o sperimentarlo. Il dubbio inizia a dire: “E se poi è troppo freddo? E se è troppo caldo? E se non ti piace? E se ci sono le meduse? E se arriva un’onda anomala? E se viene un vortice? E poi non so nuotare. Chissà se mi piace! Ma cosa sarà poi di così eccezionale il mare!”.

Poi inizi a dirti: ”Ma sì posso starne anche senza; posso farne anche a meno”, ma la realtà è che ne hai paura. E concludi: “Ma sì, in fin dei conti, non mi piace neanche tanto; a me non serve”. Alcune persone dicono: “Io non sono fatto per queste cose! Cose belle, ma non per me!”. Ma se non ci hai neppure provato!

Se poi il dubbio è forte ci aggiungi: “Non capisco chi va al mare; è proprio stupido; detesto il mare”. Non è che lo detesti, è che hai avuto paura e non ci hai neppure provato.

L’altra voce dice: “Ma buttati in acqua!”. Buttarsi in acqua vuol dire entrarci, sentirla, sentire l’effetto che ci fa', scoprire che il mare è bello, scoprirne i pericoli e le potenzialità, scoprire che ci piace; un po’ alla volta, andandoci io, passo dopo passo, ecc. Se vuoi sapere cos’è il mare ti devi bagnare! Se vuoi sapere cos’è la vita, devi vivere. Se vuoi sapere chi è Dio, lo devi toccare. Altrimenti hai idee su Dio, sulla vita e sul mare. Ma solo idee. E con l’idea del cibo non si mangia: si muore di fame!

Il dubbio non si lascia coinvolgere. Il dubbio è la pigrizia (o la paura) che blocca. Siccome vivere, sperimentare, mettersi in gioco è coinvolgente, uno preferisce dubitare. Finché uno dubita, finché uno pensa, finché uno si fa tutte le “pare” del mondo intanto non agisce. Dubitare è avere tanti pensieri, è un bel modo per non lasciarsi coinvolgere, per non volerlo toccare.

Lc descrive la difficoltà degli apostoli di credere: non credevano ai loro amici; non credevano a Gesù – e ce l’avevano davanti! -, non gli credevano neppure dopo aver visto le sue ferite e dopo che aveva mangiato con loro; facevano fatica a credergli anche quando Gesù spiegava loro il senso di tutte le cose.

In questa difficoltà Lc esprime che la fede è un cammino, una strada, un itinerario, una gradualità, un passo dopo passo, un divenire lento. Noi siamo quelli del “tutto e subito”, del “detto e fatto”. Ma non funziona così per le cose dell’anima o del cuore. Noi vorremmo essere come il telecomando della tv o il pulsante che accende il computer: basta schiacciarlo e in un secondo tutto si apre. Ma non funziona così! Tutto è graduale nell’anima. Ed è importante che sia così. Ma che motivazione ci sarebbe se in un attimo potessimo credere? La gradualità, la perseveranza, l’evolvere giorno dopo giorno, dice quanto vogliamo una cosa (quanto cioè siamo motivati) e ci permette di gustare giorno per giorno ogni cosa, ogni passaggio, ogni situazione.

“Ma quanto tempo ci vorrà? Ma è difficile! Ma ci vuole tempo! Io vorrei essere già là!, già arrivato; ma io sono indietro! Io non ci arriverò mai! Ma, mi fa male! Ma, ho paura!”. Tutte frasi che dicono che non abbiamo tanto voglia di compiere questo cammino, che vorremmo evitarci la fatica e l’impegno personale del cammino.

Ma Lc descrive anche le strade per arrivare al Signore. Il vangelo dice che “Gesù apparve in mezzo a loro”. Solo una volta, a Maria Maddalena, Gesù appare alla singola persona. Nelle altre apparizioni c’è sempre un contesto comunitario. Ci sono, cioè, più persone. Ciò che qui si descrive è ciò che dovrebbero essere le nostre comunità e le nostre famiglie.

La prima strada, come domenica scorsa, è l’incontro con le proprie ferite. Gesù mostra ai discepoli le mani e i piedi feriti. Le mani e i piedi erano il segno della sofferenza (a Tommaso domenica scorsa aveva mostrato anche il costato, il cuore trafitto).

Le mani rappresentano il fare, l’agire, il costruire, il realizzare. Molte persone credono che “non ci sia più niente da fare che tutto sia compromesso, ormai!”. Ma non è vero!

Una donna, cinquant’anni, ha detto: “Padre, mi sento finita. Sento di non aver realizzato nulla e ciò che è peggio è che ormai è troppo tardi per tutto”. Ma non è vero. Le tue mani ferite possono guarire.

Certo, se inizi a dire: “Troppo tardi; alla mia età?; ma se non ci sono mai riuscita!”, allora è davvero la fine.

Molte persone hanno delle cose che vorrebbero fare, ma dicono: “Come mi sarebbe piaciuto fare quella cosa lì nella mia vita!”. E cosa aspetti ad iniziare?

Conosco un sessantenne che ha cominciato a suonare il piano dieci anni fa. Certo non sarà mai Ludovico Einaudi ma suona in chiesa, lo chiamano ai matrimoni e soprattutto lui si sente realizzato.

Una donna ha iniziato a studiare psicologia a quarantacinque anni. E si è laureata! E, cosa ancor più incredibile, ha pure trovato lavoro!

Certo, se tu inizi a dire: “Ma che ci faccio in mezzo a tutti questi ventenni? Ma mi vergogno!”, allora è la fine.

Il papà di una mia amica ha cambiato lavoro a cinquant’anni. Non è meraviglioso? Certo, se tu inizi a dire: “Ormai è troppo tardi; ormai ciò che è fatto, è fatto!”, allora veramente non si può fare più niente.

In una parrocchia un uomo, sessant’anni, confessandosi ha detto: “Padre, io non ho mai realizzato niente di buono nella mia vita. Ho vissuto per me; ho accumulato soldi e gli ho sperperati malamente. Mi rendo conto di non aver fatto nulla di buono. Non ho passioni e non so fare nulla. Non ho hobbies e non ho amici. Ma vorrei dare un senso, almeno un significato alla mia vita”. Sapete cos’ha fatto? Organizzava viaggi, pellegrinaggi e settimane per gli anziani. E tutti lo cercavano e lo ringraziavano per ciò che faceva. Non è mai troppo tardi, a meno che tu non abbia deciso che lo sia!

Perché se neppure io do voce ai miei desideri, alle mie aspirazioni, a ciò che mi piacerebbe fare o vivere, chi lo farà? Perché dovrebbero farlo gli altri? Perché lamentarmi che sono infelice, che il mondo fa schifo (tradotto: la mia vita) se non faccio nulla? Perché dire che “è troppo tardi” solo perché ho paura di iniziare, solo perché mi vergogno della mia età?

Per me è una forza incredibile vedere che le mani ferite, che l’incapacità di realizzare, di costruire, di fare qualcosa, se mi fido del Signore, possono diventare mani gloriose, risorte, sanate. Io posso creare; io posso fare; io posso iniziare; io posso realizzare.

I piedi feriti sono l’incapacità di stare in piedi con le proprie gambe, di camminare, di fare la propria strada, di diventare se stessi, di fare dei cammini dello spirito o dei viaggi interiori.

Le tre frasi tipiche delle persone sono: “Se avessi tempo!; quanto tempo ci vuole?; ormai!”.

Un ragazzo a quarant’anni si è reso conto di essere ancora “il figlio di mamma e papà”. Si è reso conto di aver vissuto sempre in funzione loro: abita con loro, non si è sposato, non ha un suo pensiero, è insoddisfatto.

Se ascolti il dubbio o la mente è la fine perché ti dice: “Ormai!; hai fallito!; vita sprecata”.

Ma Iddio non ha paura: fidati e inizia a riprenderti la tua vita. E’ uscito di casa e adesso convive con una ragazza. Non tutto è semplice ma finalmente si sente protagonista della sua vita.

Una ragazza ha sentito che lei, pur attratta dalla vita matrimoniale, di coppia e dalla maternità, era chiamata a vivere in maniera diversa. Lei vive per essere “un’anima che risveglia le anime”. Non fa niente di eccezionale o di straordinario. Ha dei gruppi, li tiene, ed emana un’energia grande che aiuta le persone; è un riferimento per molti.

Se avesse ascoltato la mente e tutte le voci: “Ma sei matta!; ma perché vuoi essere diversa da tutti!; ma sposati, e fa’ dei figli come tutte; cosa dirà tua madre!”, non sarebbe così felice. Non è sempre semplice, perché altri desideri li sente, ma sente anche di viaggiare nella sua strada e di percorrere il suo cammino.

Un uomo, alto, grosso e forte, non è mai riuscito in vita a dire di “no” a qualcuno. Lui non ha mai deluso nessuno (o per lo meno ci ha provato). E’ chiaro che agisce così per non essere rifiutato. Ma è ancor più chiaro che è alla mercè di tutti; tutti ne approfittano e lui lascia fare. Non è autonomo. Ma adesso si è stancato; adesso alla mattina quando si fa la barba e si guarda allo specchio si dice: “A questo mondo ci sono anch’io!”. E ha iniziato. Non è fantastico? Non è “resurrezione” vedere, constatare che si può vivere, che si può farsi rispettare, che possiamo plasmare e dare una forma e una direzione alla nostra vita?

Se avesse ascoltato la mente e i dubbi non avrebbe avuto scampo: “Ma così deludo le persone!; e se mi rifiutano rimarrò da solo?; ma faccio male agli altri!”.

Il cuore trafitto è l’amore che viene ferito. Molte persone si sentono in croce, impotenti di fronte alla loro situazione affettiva. C’è chi sente di non amare più il partner e ci sta insieme lo stesso perché ricominciare non è possibile, quindi meglio andare avanti. C’è chi sente di non amare più nessuno, di essere arido, di essere addirittura inacidito o di non credere più nell’amore e nella fiducia.

Una donna mi ha detto: “L’amore non esiste, sono tutte balle che la gente si dice!”. Forse il tuo amore non esiste! Ma quanto soffrirà una persona così?

C’è chi sente di avere il cuore legato, imprigionato dai fatti della vita.

Una donna “ne ha prese così tante” da suo padre che non si concede mai, non si da mai a nessuno del tutto e dentro di sé, ovviamente, si sente sola. Vorrebbe tanto parlarne, ma non appena inizi, piange e si dispera, per cui ha concluso: “Se devo solo piangere e basta, tanto vale la pena di lasciare stare!”.

Un uomo, invece, prova una rabbia feroce ma la comprime dentro di sé. Non sa il perché ma sente che è così (è chiaro che un motivo c’è ma lui ancora non lo percepisce). Il suo terrore è di esplodere con i figli: ha paura di diventare uno di quelli che parlano in tv che ogni tanto “danno di matto” e fanno qualche strage. Chiaramente stare vicini ad uno così compresso è veramente difficile: scatta con niente, ha sempre da dire, è sempre insoddisfatto e nervoso, non sta mai fermo. Lui crede “di essere così e che non ci sia nulla da fare”. Ma non è vero! Si può!

C’è chi sente che vorrebbe lasciarsi andare, amare, riprovare a innamorarsi, riprovare ad essere vivo o fare delle scelte. Se ascolti la mente e tutti i suoi fantasmi è la fine: “Alla tua età? Cosa dirà la gente? Ma non ti vergogni? E i tuoi figli, cosa penseranno di te? E se sbagli ancora? Ma se non ci sei mai riuscito?”.

Il Risorto vuole che tocchiamo il suo cuore trafitto perché possiamo credere che anche il nostro cuore trafitto può guarire e da lui può sgorgare vita vera, intensa e luminosa.

La seconda strada è l’amicizia, la donazione. Gesù mangia con gli apostoli. In vita aveva mangiato tante volte con loro e con tante altre persone. Enzo Bianchi ha intitolato un suo libro su Gesù: “Il Rabbì che amava i banchetti”. Gesù amava stare a tavola, non tanto per “riempirsi la pancia”, ma perché a tavola si creavano legami di amicizia, di confidenza, di intimità fra le persone. Adesso lo rifà come allora e gli apostoli lo ri-sentono vivo come allora.

Possiamo sentire vivo e chiaro Il Risorto, percepirlo in maniera forte, quando noi tra amici, riusciamo ad aprirci e ad aprire il nostro cuore. Quando parliamo delle nostre cose più intime, quando riusciamo a raccontarci nelle nostre cose più profonde e siamo accolti. Allora ci sentiamo amati, sentiamo la forza della vita pulsare dentro di noi; allora iniziamo a non vergognarci più di quello che siamo; allora troviamo fiducia in noi e in ciò che siamo; allora ci sentiamo interiormente forti.

Ma se ascolti la mente che inizia a dire: “Non gliene frega niente a nessuno!; chissà cosa penseranno di te; ma non ti vergogni a dire certe cose!; questa cosa non dirla: non vedi quanto è orribile; se gli altri sapessero; se sapranno questa cosa non ti considereranno più come prima, ecc”, allora è davvero la fine.

Ma se noi riusciamo a costruire gruppi di persone dove ci si può spogliare, dove si può piangere, essere vulnerabili o semplicemente se stessi, dove si viene accolti non per quello che si nasconde e per quello che si mostra ma per quello che si è, allora noi sentiremo la forza del Risorto, la forza della Vita, la forza che le persone provavano in quei banchetti. In quei banchetti la gente cambiava vita: ma non per quello che mangiava, ma perché trovava la forza di essere se stessa e si sentiva accolta.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”: letteralmente è “dove due o tre cantano, sono in sintonia, io sono in mezzo a loro”. Quando noi ci possiamo liberamente aprire e lo stesso avviene dall’altra parte, allora sentiamo che le nostre anime si riconoscono, si uniscono, si incontrano. Allora possiamo percepire chiaramente che Dio è presente, qui, in mezzo a noi, con noi e fra di noi.

Queste sono le comunità del Risorto, quelle che Lui vuole.

La terza strada per incontrare il Risorto è la comprensione e la comprensione delle Scritture. Gesù spiega agli apostoli la sua vicenda, cos’è successo e cos’è accaduto. Noi abbiamo bisogno di comprendere la nostra storia, di comprendere il filo rosso che lega le nostre giornate, perché allora troviamo un significato, un senso, un collegamento. Trovare un senso al nostro vivere è fare esperienza del Signore Risorto: si scopre che nulla è per caso ma che tutto ha un senso ben preciso, che tutto avviene per un motivo e che ogni situazione ci parla e parla a noi.

E quando si ha un senso per vivere qualunque situazione è affrontabile.

Ma Gesù spiega agli apostoli anche le Scritture, la Legge, i Profeti e i Salmi.

Noi abbiamo bisogno di capire il vangelo e la Bibbia. C’è molta ignoranza a riguardo. S. Girolamo diceva: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo” e il cardinale Martini auspicava che il libro del terzo millennio fosse la Bibbia. Fino al concilio non si poteva neppure leggere!

Così oggi c’è ancora chi crede all’esistenza storica di Adamo ed Eva, di Caino e di Abele o dei patriarchi così com’è scritto nella Bibbia. Gesù lo si crede nato a Betlemme (invece di Nazareth), il Magnificat è stato cantato da Maria, l’angelo è fisicamente apparso a Maria nell’annunciazione e così gli altri angeli nell’infanzia di Gesù. I miracoli di Gesù sono dovuti al suo potere soprannaturale perché se Lui voleva, poteva guariva tutti (e perché non l’ha fatto?); le apparizioni sono fisicamente degli incontri con il Signore. Quando si racconta che episodi come la moltiplicazione dei pani sono episodi un po’ “pompati” dai vangeli o che la trasfigurazione è un evento interiore o che la guarigioni più che da Gesù dipendevano dalle persone che cambiavano di fronte a Lui, le persone vanno veramente in difficoltà. Si crede tutt’ora che il vangelo sia la narrazione filmata di quanto Gesù dicesse o facesse, come se ci fosse un giornalista che ne riportasse pari pari ciò che avveniva.

Allora io ho bisogno di comprendere, di capire, di andare in cerca della verità.

Dobbiamo costruire comunità fondate sul vangelo e non sulla creduloneria; dobbiamo costruire comunità dove la gente crede per adesione dell’anima e per ricerca personale; dobbiamo annunciare la storia di Gesù e dire che nei secoli è stata un po’ fraintesa e resa confusa. Non dobbiamo temere di scandalizzare qualcuno o che qualcuno ci dica: “Ma cosa ci avete insegnato finora?” (il che è anche vero!) perché dove c’è buio, ignoranza, ottusità, lì non si può costruire nulla.

La verità vi farà liberi, anche se a volte vi farà male e vi mostrerà un mondo diverso da come lo pensavate.

Tornare al vangelo e a Gesù è esperienza del Risorto. Perché il Gesù del vangelo ti infiamma l’anima, ti appassiona il profondo e ti riscalda il cuore. Perché il vangelo non è un libro da leggere ma una persona da incontrare e da far entrare dentro di te.

Pensiero della Settimana

Meglio oggi

Domani non avrà più nove anni.

Domani non lo potrai più abbracciare e stringerlo forte forte,

e cosa non faresti!

Domani non ti chiederà più di rotolarti sull’erba, e lo vorresti così tanto! Domani non verrà più a dormire sul letto con te, ed è giusto così! Domani uscirà con un’altra donna e non sarai più tu l’unica,

ed è bene così!

Domani non gli racconterai più le storie dei maghi e delle fate.

Domani non vorrà più fare i compiti con te,

anche se a volte è così pesante!

Domani non ci sarà più in casa ad aspettarti quando esci,

e te ne starai sola!

Domani non ti chiederà più di preparargli i dolci

per la festina di compleanno, perché se ne andrà in pizzeria.

Domani non lo chiamerai più “il mio bambino”,

perché non sarà più “bambino” e neanche “tuo”.

Domani? Forse non ci sarà.

Domani? Forse non ci sarai tu.

Domani? Forse non ci sarà lui.

Domani? Meglio oggi!

Abbraccialo, sorridi, canta, sporcati, oggi.

Quello che devi fare: meglio oggi.

Quello che gli devi dire: meglio oggi.

Quello che puoi vivere: meglio oggi.

Perché ciò che è perso, è perso.

Così domani non avrai rimpianti e lo lascerai andare.

Così domani vivrai il domani perché oggi vivi l’oggi.

Domani? Meglio oggi.

don Marco Pedron

 

                   

 

Cosa faceva Gesù da risorto?

Volete sapere cosa faceva Gesù da risorto? Com'era la sua vita in questa nuova “veste”nei quaranta giorni che rimase ancora sulla terra? Pensate che si aggirasse gloriosissimo e luminosissimo, etereo e quasi evanescente dando benedizioni spirituali? Ma neanche per sogno! vi sbagliate in pieno. Doveva fare di tutto e mettercela tutta per convincere i discepoli che non era un fantasma e per far questo chiese loro addirittura da mangiare e mangiò una porzione di pesce davanti a loro. Mai saputo che i fantasmi mangino, questo gesto dev'essere stato il più convincente e il più adatto a fugare i loro dubbi. Ma credete che avesse fame? Ma neanche per sogno! Il corpo risorto non è più tributario delle esigenze biologiche del corpo non risorto essendo sganciato da ogni condizionamento materiale. E allora perché mangiò? Ma per dimostrare che non era un fantasma e che era proprio Lui in persona, anche se con la persona risorta.

• Primo giorno di vita gloriosa

Il brano di Vangelo di questa domenica ci mostra la finale del capitolo 24 di Luca, dove si narra l'incontro con i discepoli di Emmaus. E' dunque il primo giorno della vita gloriosa di Gesù sulla Terra che, anche da risorto, si fa pellegrino e viandante che va ad incrociare le strade dei discepoli scoraggiati e sfiduciati. Talmente sfiduciati che lo credono appunto un fantasma, lo credono defunto e così non lo riconoscono. Ma poco a poco, ascoltando la Sua voce, il loro cuore diventa incandescente. E Lui continua a camminare con loro tutto il giorno, fino a sera. Perché l'uomo è proprio questo: una realtà in cammino, o meglio, "l'uomo è una povertà in cammino verso la divina pienezza" (Don Michele Do). I due discepoli di Emmaus per un po' hanno avuto la grazia insigne di camminare con QUELLA pienezza, senza però riconoscerla. La riconobbero solo dopo e allora, il cuore ardente fece loro riprendere il cammino per tornare a Gerusalemme ad annunciarla.

• Perché non lo riconoscono?

Ma perché non l'hanno riconosciuto subito? Perché lo credevano lontano, fuori dal loro orizzonte e dalla loro vita. E quand'è che noi non Lo riconosciamo? Quando siamo convinti che sia lontano, che non si occupi di noi, che non si interessi alla nostra vita. Allora, come i discepoli, diventiamo tristi, sfiduciati e scoraggiati. Eppure se ci pensiamo bene, quante volte anche noi l'abbiamo incontrato, ma solo dopo l'abbiamo riconosciuto. Quanti luoghi dell'incontro che ognuno potrebbe enumerare, dove Lui ha attraversato la nostra vita, ha incrociato i nostri passi e ci ha rivelato il senso del nostro andare e del nostro cercare. E ci ha dato nuovo coraggio per riprendere il cammino. E ogni giorno ci sarà per noi un nuovo "Emmaus" dove Lui ci aspetta per affiancarci nel cammino. Tocca a noi riconoscerlo e scoprire la fiamma che aveva già acceso nel nostro cuore.

 

 

Chi era l'altro discepolo?

Due uomini percorrono la strada che va verso Emmaus: forse tornano al loro paese dopo aver assistito ai fatti tragici appena accaduti a Gerusalemme. Coi piedi danno calci alle pietre, nel cuore hanno il buio pesto e nella mente solo più un "E' tutto finito! Noi speravamo, ma ormai non c'è più niente da sperare". Sguardo basso, passo stanco e nella mente il ricordo del grande masso che scivola sul sepolcro e mette la parola "fine" a tutte le loro speranze. Lungo la via ricordano il loro Rabbi, ripensano ai giorni lontani, alle tempeste sedate e non sanno più a chi rivolgersi per sedare la tempesta che hanno nel cuore. E non si accorgono neanche dello sconosciuto che li affianca e non alzano nemmeno lo sguardo quando egli chiede il perché di tutta quella tristezza. Raccontano solo i fatti, meravigliandosi che il pellegrino non conosca Gesù di Nazaret e tutto ciò che gli è appena successo. E Cleopa con un sospiro conclude: "Noi speravamo che avrebbe liberato Israele, ma ormai è morto: sì alcune donne hanno visto il sepolcro vuoto, ma lui, Gesù, nessuno l'ha visto!"

A undici km da Gerusalemme

Allora lo sconosciuto inizia a spiegar loro per filo e per segno i fatti successi, lungo tutto il cammino, fino a sera, finché cominciano a intravedere le bianche case di Emmaus. Il Pellegrino vuole proseguire, ma Cleopa lo trattiene: "Resta con noi perché si fa sera". Allora egli entra in casa, prende un pane, lo benedice, lo spezza e lo porge loro. A quel gesto lo riconoscono, ma Lui è già sparito. Nel momento in cui i loro occhi si aprono, Lui sparisce dalla loro vista. Ma ormai hanno il cuore ardente e senza indugio, anche se è notte fonda, riprendono il cammino ripercorrendo gli undici km che li separano da Gerusalemme per annunciare ai fratelli che l'hanno visto risorto. Stanchezza dileguata, mente leggera e speranza rinata. Nonché tempesta del cuore sedata.

Il discepolo sconosciuto

I discepoli erano due; di uno ci viene detto il nome: Cleopa, ma l'altro chi era? Ho letto una pagina molto interessante della beata Caterina Emmerick, alla quale il Signore rivelò tante cose della sua vita e della sua Passione. Premetto che io non seguo mai le rivelazioni private, ma Caterina è già stata beatificata dalla Chiesa che garantisce così l'autenticità dei suoi scritti (altrimenti mi guarderei bene dal citarla). Ora la beata dice che l'altro discepolo era Luca ed è molto verosimile che sia lui per almeno due motivi: primo perché il fatto di Emmaus viene raccontato solo dall'evangelista Luca, non c'è negli altri vangeli; secondo perché ne fa un racconto così dettagliato e ricco di particolari, da poter essere raccontato solo da chi l'ha vissuto in prima persona. E anche perché chi scrive non si nomina mai: Giovanni ad esempio si definisce sempre "l'altro discepolo".

Grazie a chi l'hanno riconosciuto?

Ma perché non l'hanno riconosciuto subito? Perché lo credevano morto e non risorto. Ma a un certo punto qualcun altro, un personaggio invisibile questa volta, si affianca a loro e lo riconoscono. Chi era questo personaggio? Ma era nientemeno che lo Spirito Santo: hanno potuto riconoscerlo perché ora sono in tre, c'è anche lo Spirito Santo: è Lui che fa l'aggancio tra noi e Dio. Non illudiamoci di pregare e di incontrare il Signore se prima non abbiamo invitato lo Spirito Santo. La preghiera funziona solo allora: solo allora sentiamo che c'è la corrente che passa ed è avvenuto il contatto. E avremo il cuore ardente. E saremo pronti a ripartire in piena notte per andare ad annunciarLo ai fratelli.

Wilma Chasseur

 

 

A tutte le genti... cominciando da Gerusalemme

Il brano del Vangelo riporta l'incontro di Gesù Risorto con il gruppo dei discepoli a Gerusalemme. L'incontro con il Risorto non è facile. Gli apostoli passano da un atteggiamento all'altro: stupiti, spaventati, turbati, una grande gioia..., ma «ancora non credevano». Non è facile credere per chi ha visto Gesù catturato, condannato, messo a morte sulla croce. Non è facile credere dopo gli avvenimenti drammatici che sono accaduti. Ecco perché Gesù appare ai suoi, ecco perché lui stesso dice, mostrando loro le mani e i piedi: «Toccate e vedete».

Gesù è preoccupato che lo stupore e loro spavento dei discepoli non diventino devianti, non li portino su una strada sbagliata. Egli non è un fantasma. Ha carne e ossa e può mangiare il pesce che gli viene offerto. E' preoccupato dal fatto che i suoi discepoli non riescano a comprendere bene il suo mistero di morte e risurrezione. Già coi discepoli di Emmaus aveva dovuto ripercorrere le Scritture per spiegare loro il significato del suo mistero pasquale. Ora Gesù riprende lo stesso argomento e mostra come la Parola di Dio avesse profetizzato sia il suo mistero di morte e risurrezione, sia la missione della predicazione alle genti, la loro conversione e il perdono dei peccati, cioè la salvezza di Dio.

No, non è un fantasma quello che appare loro. Non è un miraggio, un'illusione quello che stanno provando. È proprio Gesù, quel Gesù che avevano ascoltato, che avevano visto agire, compiendo gesti straordinari di bontà, di guarigione, di liberazione, di perdono. È una persona viva quella che stanno incontrando, la stessa persona con la quale erano stati per tre anni, la stessa persona che avevano seguito per le strade della Palestina e che avevano tanto amato.

Ciò che è accaduto è troppo bello perché possano crederci subito. Comunque Gesù non fa delle sue apparizioni un momento di ricordi, di ritorno al passato, a ciò che hanno vissuto insieme. Tutt'altro! Una volta che li ha convinti della sua risurrezione, una volta che ha ripristinato con loro un contatto vivo, Gesù li spinge decisamente in avanti. In che modo?

Attraverso le Scritture, perché vi trovino una luce nuova che permetta loro di cogliere in profondità il senso di ciò che è avvenuto. La sua passione, morte e risurrezione è un compimento: c'è un disegno, dunque, un progetto che si è realizzato e questo progetto non si ferma qui. Ecco dunque una missione, un impegno che viene affidato a loro e a quelli che verranno dopo di loro: predicare a tutte le genti «la conversione e il perdono dei peccati».

Ma... ne saranno capaci questi uomini fragili che sono tutti scappati via al momento della cattura di Gesù? Il compito è troppo grande perché possano farcela solo con le loro forze. Per questo viene donato loro lo Spirito Santo, perché li guidi, li sostenga, infonda loro coraggio ed energia. La strada, però, non dovranno dimenticarlo, è la stessa di Gesù: è fatta di passione, di morte e di risurrezione...

L'incontro con Gesù può essere anche oggi, a distanza di duemila anni, un incontro con un «fantasma», con il Gesù che ci siamo fabbricati a nostro uso e consumo. E' la Scrittura, la Parola di Dio che ci strappa questo inganno; è la partecipazione all'Eucarestia, il mangiare con Gesù, che ci tiene uniti al popolo di Dio che cammina lungo la storia. E la prova che siamo autentici discepoli del Risorto è che non ci chiudiamo nel nostro piccolo cerchio di amici, ma ci apriamo continuamente agli altri, al mondo, realizzando la missione di Gesù che è diventata la nostra stessa missione: andare a tutte le genti.

"A tutte le genti, cominciando da Gerusalemme". Il modo di portare avanti la missione a tutte le genti, non deve essere fatto di parole e vaghe aperture al mondo "lontano", ma deve essere un modo molto concreto: non fermarci e accontentarci della preghiera, della messa, ma fuori della chiesa, aprirci agli altri, andare agli altri, salutare, offrire amicizia discreta, ma vera; andare agli altri cominciando dai vicini, vivere con semplicità, rispetto, amore, cercare e instaurare relazioni di fraternità. C'è qualcuno che chiama tutto questo "la santità dei rapporti" o spiritualità di comunione, come ci ha indicato Giovanni Paolo II. Andare agli altri cercando solo il loro bene, nulla per noi, evitando ogni forma di proselitismo; cercando di leggere, stimare, valorizzare il bene che le persone già vivono e fanno nella loro ricerca di onestà e poi cercando noi e loro in Gesù Cristo e nel suo vangelo il senso pieno della vita e la salvezza terrena ed eterna. Nelle case, nelle

strade, nelle scuole, negli ambienti di lavoro e del tempo libero, nei luoghi della sofferenza siamo chiamati a realizzare il volto missionário della parrocchia. Sarebbe molto bello avere davanti agli occhi i tanti esempi che ci sono in questi campi, per non ridursi sempre a dire "ma è difficile...", ma per guardare con fiducia alle persone e alle situazioni della vita sociale e portare nel cuore quel fervore che sa dare lo Spirito del Signore.

don Roberto Rossi

 

 

L'annuncio pasquale continua oggi a risuonare nella nostra assemblea liturgica, ancora nuovo e fresco come la prima volta sulla bocca di Pietro, quando disse al popolo: "Gesù Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni" (At. 3,15: 1ª lettura). Una notizia bomba a cui non si può fare l'abitudine e che non si può riascoltare restando ciò che eravamo. Pietro infatti conclude: "Pentitevi dunque e cambiate vita perché siano cancellati i vostri peccati". In ogni celebrazione eucaristica siamo noi quel popolo che ha il dono di ricevere l' "incredibile" notizia. Che effetto ci fa? Siamo come i discepoli di Gesù che, riuniti insieme, ascoltano l'annuncio pasquale e l'esperienza dei due testimoni provenienti da Emmaus (Lc. 24,35-36: Vangelo).

Come reagiamo?

Nello stesso tempo Colui che viene annunciato lo percepiamo presente: "...Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: Pace a voi!". Ma solo la fede è in grado di riconoscerlo. I discepoli scambiano la loro esperienza per una apparizione di un fantasma e sono presi dalla paura. Ciò che era accaduto, cioè la tragedia spaventosa della passione, incatena e paralizza ancora i loro occhi e il loro cuore. Inoltre, Gesù si trova in una condizione radicalmente nuova rispetto alla sua esistenza terrena: è Lui, ma tutto trasfigurato nella gloria di Dio. Ciò spiega i loro dubbi e la loro esitazione. Allora Gesù moltiplica i segni per farsi riconoscere: "Sono proprio io!" C'è identità fra il Gesù terreno e il Gesù risorto. Poi sottolinea con tre argomenti la sua realtà corporea: "Toccatemi e guardate...E mangiò davanti a loro". L'evangelista descrive lo stupore dei discepoli che ancora non riescono a credere. Con una finissima annotazione psicologica li scusa (cfr. pure Lc. 22,45), individuandone le ragioni nella "grande gioia" che comincia a invaderli. Una gioia così inattesa e nuova che ancora lascia spazio al dubbio di chi è tentato di dire: "Troppo bello per essere vero!". Tale gioia è motivata, oltre che dal rivedere il Signore, dall'esperienza del perdono e della comunione rinnovata con Lui. Se, infatti, Gesù torna da loro e siede alla loro tavola, è segno che li ammette alla sua mensa in qualità di amici, è segno che li ha perdonati.

In ogni celebrazione eucaristica la prima cosa che sta a cuore a Gesù e il primo dono che ci fa è assicurarci che Lui è qui con noi, risorto e nella pienezza della vita. Nello stesso tempo, mentre ci dona la "pace" ("Pace a voi"), mostra nelle mani e nei piedi le ferite "gloriose" quale espressione permanente di quell'amore che lo ha spinto ad accettare la passione e che è la sorgente della "pace" stessa.

A questo punto Gesù si appella al suo insegnamento e alla S. Scrittura (v. 44). La fede è suscitata dalla testimonianza della Scrittura. Questa infatti contiene e manifesta il disegno di Dio, secondo il quale il "Messia" doveva soffrire "per entrare nella sua gloria" (Lc. 24,26). Per questo il Risorto "aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture". In tal modo viene eliminato lo scandalo della croce: la sofferenza inaudita di Gesù era prevista nel piano di Dio come via obbligata alla risurrezione.

Ogni volta, però, che il Risorto incontra i suoi, lì "manda". Il tema fondamentale di questo testo è appunto la missione dei testimoni. Il contenuto della missione è "predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati". Ecco lo scopo dell'annuncio, fatto con la bocca e con la vita: provocare la conversione, che ottiene il perdono di Dio e quindi la comunione piena con Lui. La missione, però, è essenzialmente testimonianza: "Di questo voi siete testimoni". Il testimone si fa garante di ciò che dice, con tutta la sua esperienza, con tutta la sua vita personale.

Il Risorto tratteggia anche in qualche modo l'equipaggiamento dell'inviato-testimone.

- Il primo requisito è l'intelligenza delle Scritture alla luce di Gesù risorto (v. 45). Abbiamo e coltiviamo una conoscenza della Sacra Scrittura nel senso che sappiamo cogliervi la centralità di Gesù e sappiamo vedere come tutto nelle Scritture è finalizzato a Lui e converge su di Lui? "Ignorare le Scritture è ignorare Cristo" (s. Girolamo).

- Il secondo requisito è l'intelligenza dell'annuncio fondamentale che è la morte e risurrezione di Gesù (v. 46). Ovviamente non si tratta tanto di una conoscenza teorica, ma di una assimilazione vitale di questo annuncio, anzi di un rapporto esistenziale col Risorto. Soltanto chi lo ha veramente incontrato e vive di Lui e con Lui può annunciarlo in modo efficace.

I destinatari di tale annuncio sono "tutte le genti, cominciando da Gerusalemme". Il libro degli Atti mostrerà come gradualmente di tappa in tappa si è realizzato il programma missionario del Risorto, enunciato in questo testo e più esplicitamente affidato ai discepoli prima dell'Ascensione (At. 1,8). "Di questo voi siete testimoni". La consegna missionaria costituisce il contenuto delle ultime parole di Gesù. Essa definisce il compito e la coscienza della Chiesa nella storia. La Chiesa, e in essa ogni cristiano, esiste e opera per testimoniare a tutti Gesù risorto. Testimoni "di queste cose". Quali sono? L'evento della morte- risurrezione, ma anche "le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi". Cioè tutto l'insegnamento di Gesù impartito durante il suo ministero pubblico e che è contenuto nei Vangeli. Ma pure le Scritture che in Gesù e nella sua Pasqua si sono compiute, come mostrano i Vangeli.

Il brano di Luca, che oggi ascoltiamo, ci consente di rivivere l'esperienza dei discepoli che, mentre sono riuniti, incontrano il loro Maestro, Gesù risorto. Egli è "in mezzo a loro". E offre la sua "pace", cioè la pienezza dei beni messianici. Dona la fede che li porta a poco a poco a riconoscerlo nella gioia. Apre i loro occhi e il loro cuore per capire le Scritture, che parlano di Lui. Li invia come suoi "testimoni" a ogni uomo della terra e della storia.

E' facile notare la convergenza sostanziale col brano evangelico della scorsa domenica (Gv. 20,19ss.), pur con accenti e interessi diversi. Luca sottolinea il compito della testimonianza e le condizioni che la rendono efficace: conoscere le Scritture, incentrate su Gesù, e l'annuncio pasquale. Tale conoscenza, esistenziale e vitale, è legata alla sua presenza fra noi. Presenza che viene favorita dalla conversione personale a Lui e dalla nostra concordia fraterna.

"Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: Pace a voi! ...Sono proprio io!...Di questo voi siete testimoni!".

Proviamo ogni tanto a riascoltare lentamente una a una queste parole, facendo quanto ci suscitano dentro.

mons. Ilvo Corniglia

 

 

Ri-conoscere Gesù Risorto

Con il Vangelo di oggi, ci congediamo dai cosiddetti “racconti di apparizione”, vale a dire quei brani di Vangelo che raccontano le varie esperienze di incontro con Gesù Risorto vissute dai discepoli nei giorni immediatamente successivi all'annuncio della tomba trovata inspiegabilmente e incredibilmente vuota. Sono narrazioni particolari, molto diverse tra loro: talmente diverse da farci comprendere in maniera abbastanza immediata che non esiste un elemento storico comune tale da narrarci come siano andate le cose dopo la morte in croce di Gesù. Se, infatti, sulla vita di Gesù abbiamo elementi comuni che permettono di ricreare una base storica abbastanza documentata, non possiamo dire lo stesso sui fatti avvenuti dopo la sua morte, in modo particolare l'episodio della Resurrezione, al quale nessuno ha assistito di persona per poterne fare una cronaca. Certo, molti sono anche gli elementi che giocano a favore della storicità della Resurrezione di Gesù, due in modo particolare.

Il primo, riguarda proprio la diversità delle narrazioni di apparizione da parte dei discepoli: se il gruppo dei suoi seguaci avesse voluto “inventarsi” la storia del Maestro che risorge da morte, sarebbero stati più credibili creando una storia “a tavolino”, narrando fatti precisi, tra loro concordi e soprattutto il più possibile convincenti. Come sappiamo, invece, niente di tutto questo, anzi: viene spesso narrata la fatica, l'incapacità a riconoscere Gesù vivo, e comunque prevale sempre l'aspetto personale dell'incontro con il Risorto. Il secondo riguarda il cambiamento radicale di questa piccola comunità di discepoli dopo l'esperienza dell'incontro con il Risorto, in particolare dopo il compimento di questa esperienza, rappresentato dalla Pentecoste: il passaggio da un gruppo di persone impaurite a una comunità di gente coraggiosa, pronta a testimoniare la potenza del messaggio di Gesù fino, in molti casi, al sacrificio della propria vita, non può essere altrimenti spiegato se non per via di una forte esperienza diretta, concreta, reale, che ha cambiato l'esistenza di queste persone. Una truffa organizzata o un'allucinazione non può aver spinto i primi cristiani a morire per una menzogna.

Certo, come dicevo, rimangono molti interrogativi proprio legati alla diversità delle esperienze di incontro con il Risorto. Qualche elemento in comune a tutti i racconti di apparizione, tuttavia, c'è: in modo particolare uno, ossia l'incapacità a riconoscere in maniera immediata Gesù Risorto. È un elemento che ha dell'incredibile: com'è spiegabile che un gruppo di persone che per almeno tre anni ha vissuto a stretto contatto, possiamo dire “H24”, con una persona che è stata non solamente un conoscente, un collega o un compagno di viaggio, ma una guida, un maestro, un punto di riferimento fondamentale, com'è spiegabile - dicevo - che non possa riconoscerlo visivamente dopo soli pochi giorni di assenza dalla loro vista? Anche da morta, una persona amata ci fa battere ancora il cuore solo al vederne la fotografia! Spavento per l'apparizione di un morto? Paura per la convinzione di vedere un fantasma? Ma qualche momento prima (a volte giorni prima) c'era già stato l'annuncio della tomba trovata vuota, quindi anche solo psicologicamente potevano essere preparati a incontrare faccia a faccia Colui che “non era da cercare tra i morti”, come anche altre testimonianze avevano riportato... Perché allora i discepoli non riconoscono immediatamente Gesù Risorto e vivo?

Anche qui, non credo che si possa tirare in ballo la scientificità, se non immaginando l'incontro con il corpo e il volto di una persona sfigurata dal dolore e dalla morte violentemente subita. Ma il punto non è questo: è come se il Risorto avesse una nuova identità, per cui il rapporto che essi avevano con il Gesù terreno deve andare su un altro livello, attraverso un cammino di riconoscimento che, di fatto, è un itinerario di fede. Da un “vedere” basato unicamente sulla vista esteriore, devono passare a un “vedere-comprendere-credere” basato sull'accettazione interiore di questa novità sconvolgente che è la Resurrezione. Questo riconoscimento comporta il passaggio dal dubbio alla certezza, dalla paura alla fiducia, dal turbamento dello spavento alla gioia dello stupore.

Questo cammino lo vediamo molto bene nel racconto dei discepoli di Emmaus (i quali tra l'altro sono già loro stessi in cammino, e Gesù si fa non più loro guida, ma compagno di viaggio, mettendosi quindi al loro livello) e nel racconto che ne consegue - quello della Liturgia di oggi - quando cioè i discepoli di ritorno da Emmaus stanno raccontando l'accaduto agli altri rinchiusi in casa a Gerusalemme, e Gesù Risorto si presenta a loro e si mette “nel mezzo”, ovvero non nella posizione di guida e di maestro, ma come uno di loro, uno che sta in mezzo a loro, che condivide la loro stessa condizione. E notare che il cammino di riconoscimento di Gesù ricomincia nuovamente da capo! Diamine, almeno i due di Emmaus che l'hanno visto poco prima saranno stati capaci di riconoscerlo! Macché: anch'essi turbati, credono di vedere un fantasma! E allora, ricomincia il lento processo di riconoscimento di Gesù, sullo stile di quello di Emmaus, ma effettuato al contrario: se a Emmaus tutto inizia con la spiegazione delle Scritture che si riferivano a lui e termina con il cibo condiviso, qui Gesù inizia a farsi riconoscere mangiando insieme a loro per poi “aprire loro la mente per comprendere le Scritture”. Poco importa l'ordine delle cose: il cammino di riconoscimento di Gesù Risorto è fatto di questo due elementi, di Pane e di Parola, di Eucarestia e si Bibbia, di studio delle cose di Dio e di comunione con i fratelli.

C'è poco da fare: o di fronte al Risorto fai un cammino di conversione, di cambiamento di mentalità che porta dall'incredulità alla testimonianza, oppure la Resurrezione rimarrà un bel racconto, una bella storiella che non sarà capace di cambiarti la vita. Gesù non è un libro di ricordi, un album di foto da mettere nella vetrinetta del soggiorno: Gesù è vita, e siccome lui è vita, vuole che lo sia anche tu, testimoniando vita in tutto ciò che fai.

Un cantante latinoamericano molto conosciuto in quel continente scrisse, anni fa, una canzone dal titolo accattivante: “Gesù è un verbo, non è un sostantivo”, ossia Gesù non è un'affermazione statica, ma una realtà dinamica, in movimento, in azione, come un verbo, appunto, che descrive e dà il via a un'azione. Non per nulla, egli è il Verbo fatto carne: ora tocca alla nostra carne, alla nostra vita, farsi “verbo”, azione, testimonianza.

 

 

Altro che Quaresima… la conversione inizia adesso!

Ogni volta che ascolto o leggo i testi evangelici delle apparizioni pasquali di Gesù, all'inizio rimango meravigliato della difficoltà che i suoi discepoli hanno nel riconoscerlo vivo. Soprattutto, cerco di immaginarmi cosa abbiano provato in quei momenti, anche perché spesso le narrazioni cercano di descrivere i loro atteggiamenti. Solamente nel brano di oggi, ne contiamo quattro, e non certo omogenei tra di loro: sconvolgimento, paura, gioia e stupore. Mi chiedo come possa una persona o un gruppo di persone provare sentimenti così contrastanti tra di loro in un lasso di tempo tanto ristretto (pochi secondi, o qualche minuto al massimo, credo...).

Ma mi chiedo soprattutto come potessero continuare a dubitare che egli fosse vivo... Stiamo anche solo al Vangelo di Luca, che abbiamo letto oggi. Le donne del gruppo erano andate al sepolcro di buon mattino e l'avevano trovato vuoto, con la gigantesca pietra rotolata via dall'ingresso, e addirittura avevano avuto la visione di due uomini in ambito sfolgorante (due angeli?) che affermavano loro che il Signore era risorto! Ma sai, quelle erano donne, si saranno lasciate suggestionare o prendere la mano dai sentimenti o dallo strazio che il dolore provoca dentro, e avranno avuto le traveggole... e poi, con il poco che contava la donna e la sua testimonianza a quell'epoca, vi lascio dire quanta credibilità potesse avere il loro racconto!

Se comunque la loro testimonianza era poco credibile, di certo un po' più degna di nota era la testimonianza di Pietro, che corre di persona al sepolcro, verifica che, in effetti, le donne non si erano inventate nulla, ma in realtà torna senza certezze perché Lui, vivo, non l'ha visto: solo i teli della sepoltura lasciati per terra. È proprio il caso di dire che "non crede ai suoi occhi", a ciò che ha visto e neppure a ciò che ha udito dalle donne! L'unico modo per credere è quello di potersi incontrare con il Maestro vivo...

Cosa che avviene, per due di loro, di ritorno da Gerusalemme a un villaggio di nome Emmaus, a una decina di chilometri dal capoluogo, dove la Vigilia di Pasqua avevano assistito alla morte di Gesù in croce. Eppure, nemmeno durante le tre orette di cammino in sua compagnia riescono a riconoscerlo (nonostante le belle parole da lui ascoltate) se non quando, seduti a tavola, spezza il pane per loro ripetendo il gesto dell'Ultima Cena. Troppo tardi! Il bello di gioire per averlo visto nuovamente in vita e lui sparisce dalla loro vista! Via di corsa a Gerusalemme, presumibilmente all'imbrunire, ad avvisare gli altri del gruppo!

Arrivare di notte, farsi aprire le porte di un luogo in cui stavano ben rifugiati per paura delle rappresaglie dei capi del popolo, e cercare di essere convincenti nel testimoniare di aver visto il Signore era davvero una bella impresa... Grazie a Dio, mentre cercano affannosamente di raccontare cosa era avvenuto, il Maestro si presenta in mezzo a loro e li saluta: "Pace a voi!". Beh, di più di così...impossibile non riconoscerlo! E invece avviene l'impossibile: "Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma". Come se altre volte avessero avuto esperienza di cosa fosse un fantasma, ammesso che esistano...

Ma insomma, cosa ci vuole per riconoscere il Signore vivo, il Maestro con cui hanno condiviso giorno e notte perlomeno tre anni della loro esistenza?

Cosa ci vuole... Ci vuole un po' di coraggio, anzi, parecchio coraggio: e soprattutto tanta fede. Ma la fede non ti viene così per caso, anche se sempre ci hanno insegnato che è un dono, una fiamma che riceviamo nel cuore e che dobbiamo alimentare con la speranza. Forse per poter credere al Maestro risorto e vivo occorre prima aver creduto nel Maestro morto, ovvero aver creduto alle sue parole, aver accettato che quand'egli parlava della sua morte e la preannunciava, sempre e simultaneamente preannunciava pure la sua resurrezione, per cui si crede a una cosa nella misura in cui si crede e si è vissuta l'altra...

Ma se la morte del Maestro non l'hai vissuta, perché non l'hai vista, te l'hanno narrata, perché tu sotto la croce non c'eri, te n'eri andato...beh, allora nemmeno la sua resurrezione per te sarà evidente! Capisce la Resurrezione chi capisce la Croce: e capisce la Croce chi la vive, non chi la fugge!

Credono al Cristo risorto, tornando dal sepolcro vuoto, le donne e Giovanni, perché loro, sul Calvario, sotto la Croce, c'erano per davvero! Il Maestro sa bene questo: e allora, a tutti gli altri increduli, si mostra come colui che è morto in Croce, mostrando mani e piedi con gli evidenti segni della sua crocifissione.

Qualcosa comincia a muoversi, e il dubbio e la paura lasciano spazio all'incredulità tipica di chi riceve l'annuncio di una gioia grande, insperata, come quella di due anziani genitori per una figlia lasciata libera dopo quattordici mesi di ostaggio e dura prigionia.

Non ci siamo ancora del tutto...dai segni di morte occorre passare ai segni di vita. Nulla di più efficace che mangiare qualcosa davanti a loro, alimentarsi, mostrare la propria umanità fatta di carne e ossa e di voglia di vivere.

Poi, però, è bene che i discepoli ascoltino tutti quanti la lezione di Emmaus, questa volta non dalla bocca dei due viandanti di ritorno, ma dalla bocca stessa del Maestro: "Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture".

L'ultimo passo è quello della testimonianza. Non basta aver incontrato il Risorto, occorre annunciarlo, occorre esserne diretti testimoni. Gesù smette di apparire, stando sempre al Vangelo di Luca. Dopo queste parole, infatti, esce con loro verso Betania, e da lì ritorna al Padre, dando il via alla Storia della Chiesa.

Certo, per fare questo occorrerà la forza dello Spirito, da lui promesso in quello stesso istante. Ma prima ancora, occorre rifare il cammino di Emmaus all'inverso, tornando al cenacolo, tornando alla mattina del giorno dopo il sabato, quando la tomba fu trovata vuota dalle donne, tornando alla sepoltura, al Calvario; tornando, in definitiva, alla croce. Se non ti converti e non cambi vita, e non ammetti che l'Autore della vita sia stato crocifisso dalla tua indifferenza e dalla tua mancanza di fede, nemmeno lo splendore del giorno di Pasqua riuscirà a fare luce sulle tenebre che ricoprono il tuo cuore.

Il cammino di conversione, che pensavamo terminato con la Quaresima, in realtà è solo all'inizio...

don Alberto Brignoli

 

 

Gesù il catechista dei suoi discepoli

La terza domenica di Pasqua ci presenta una nuova apparizione di Gesù agli apostoli. Si tratta dell'apparizione successiva a quella identificativa del Maestro, operata dai discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù nello spezzare il pace. Chiaro riferimento alla celebrazione eucaristica che era ed è il segno distintivo di comunità cristiana all'inizio dell'attività apostolica della Chiesa, che nasce dalla Pasqua di Cristo.

L'evangelista Luca ci descrive esattamente come avvenne questo nuovo incontro tra gli sperduti discepoli e Gesù. Loro non aveva ancora compreso nulla di quanto era successo, dopo la morte di Gesù. Non erano pronti a capire il mistero della risurrezione. E Gesù si erge a formatore dei suoi apostoli, ricordando loro quanto già aveva detto in precedenza prima di morire sulla croce. La coscientizzazione della risurrezione di Gesù non ancora c'era stata nella mente e nel cuore degli apostoli, al punto tale che non riconoscono Gesù quando appare loro, hanno paura, pensano di trovarsi di fronte ad un fantasma. Ma Gesù disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi”. A questo punto di convincono tutti che e Gesù. Egli per consolidare questo loro atto di fede e di riconoscimento della sua persona come Risorto, Gesù chiede qualcosa da mangiare. I discepoli gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”. Pane e pesce, i due segni distintivi della celebrazione della Pasqua dei primi cristiani. Segni che sono arrivati a noi con un significato preciso e attinente al mistero dell'eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore.

Poi Gesù cerca di far recuperare la memoria delle cose dette agli apostoli prima che salisse al Calvario: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Solo dopo questo affettuoso e tenero richiamo al loro passato di apostoli vicino a loro maestra, “si aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Dopo la Pentecoste, gli Apostoli fecero esattamente quello che il Signore aveva detto loro, come ci attestano gli Atti, scritti dallo stesso san Luca, in cui sono riportati i primi impegni missionari del gruppo dei Dodici. Ne ascoltiamo una breve relazione nel brano di oggi, prima lettura, di questa terza domenica di Pasqua. E' Pietro, il capo del collegio apostolico a prendere la parola e ad evangelizzare. Segno evidente che l'autorevolezza di Pietro rimane certa nella chiesa e di conseguenza tutti i suoi successori che sono i Romani Pontefici. Nel Vangelo è Gesù stesso che istruisce gli Apostoli, negli Atti e Pietro che trasmette alla gente che lo ascolta il nucleo essenziale e principale dell'annuncio della buona novella, consistente nella morte e risurrezione di Gesù. Da questo mistero deve nascere un impegno per tutti coloro che sono già cristiani o che lo desiderano diventare: bisogna convertirsi e cambiare vita per ottenere la remissione dei propri peccati. Chiaro appello alla conversione dei singoli e della comunità dei credenti.

Una conversione che passa attraverso il cambiamento di mentalità e di stile di vita, come è esplicitato nel breve brano della lettera di San Giovanni, seconda lettura di oggi, nel quale ci viene raccomandato di non peccare. Purtroppo, sappiamo che non è così, in quanto tutti pecchiamo. E allora bisogna disperarsi? Assolutamente no. Ci viene ricordato che “se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”.

La morte e risurrezione di Gesù è avvenuta per la remissione dei nostri peccati, per riprendere un dialogo con il Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, un Dio che è amore e misericordia. A questo Dio dobbiamo manifestare il nostro amore, con un modo semplice: osservando i suoi comandamenti. Siccome l'amore è conoscenza, è relazione, chi dice di conoscere Dio e poi non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c'è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto”.

Lo stretto rapporto tra conoscenza, amore e corrispondenza nella vita è delineato con parole molto semplici ed efficaci.

Non abbiamo altre scusanti, quando diciamo di amare Dio, di avere fede, di essere cristiani, cattolici, se poi non osserviamo con esattezza la legge di Dio, da quella impresa nella creazione e nella natura umana, a quella rivelata nel corso delle varie teofanie che hanno interessato il popolo di Dio e poi la Chiesa, nata dal costato squarciato del Cristo morto sulla Croce e poi risorto e asceso al cielo. Con tutta la Chiesa sparsa nel mondo e che oggi, giorno del Signore, celebra la Pasqua settimanale, vogliamo pregare con questa orazione della colletta: O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, vittima di espiazione per i nostri peccati, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa' di noi i testimoni dell'umanità nuova, pacificata nel tuo amore.

padre Antonio Rungi

 

 

Cerchiamo di mettere a fuoco cosa vuol dire per noi oggi che Gesù è risorto!

Noi stessi siamo la testimonianza vivente della sua risurrezione. Se ancora oggi, siamo capaci di gesti di benevolenza, di condivisione, di vittoria di ciò che è umano, rispetto a ciò che è disumano, vuol dire che è vero che Gesù è risorto. Testimoniamo la vittoria della luce sulla tenebra. Cos'è la tenebra? E' il nulla, l'inconsistente. Gesù è sempre con noi! Ogni vittoria dell'umano sul disumano è una venuta del Cristo. Quando questa umanità avrà raggiunto tutti, quello che è disumano si evapora. La tenebra non va combattuta, occorre accendere la luce!

Il Vangelo si dimostra con la vita! “Quello che abbiamo toccato, visto, esperimentato, noi ve lo comunichiamo” (1 Giovanni 1, seguenti.) Noi rispondiamo a un amore che abbiamo ricevuto. Il problema è che spesso non riusciamo a vederlo perché ci aspettiamo quello che pensiamo essere per noi amore e a volte non coincide col vero bene, e con le occasioni che la vita ci propone. Quindi è bene essere attenti e svegli per esperimentare l'amore di Dio che ci giunge attraverso le creature.

Atti 3,13-15. 17-19

Oggi ci viene proposto un brano degli Atti degli apostoli in cui Pietro dopo aver proclamato apertamente che gli ascoltatori del suo tempo avevano ucciso Gesù, l'autore della vita, ma il Dio che loro stessi veneravano, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio dei loro padri, che ha liberato il popolo ebreo dall'Egitto, l'ha risuscitato. “Voi avete agito per ignoranza, ora convertitevi e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati.”

Nei versetti precedenti a questo brano, si narra che Pietro e Giovanni salivano al tempio e veniva portato un uomo, storpio dal seno materno per chiedere l'elemosina. Pietro dice: “Non ho né oro, né argento, ma quello che ho te lo do. Nel nome di Gesù, cammina. Tutto il popolo quindi vede il segno e si meraviglia.

Un paralitico era un cadavere che respira, rappresenta la comunità pagana e peccatrice, esclusa dall'azione di Dio. Nella tradizione giudaica Dio odiava i pagani. Qui invece si accorgono che l'amore del Dio di Gesù è esteso pure ai pagani! Si supponeva che il paralitico per essere così doveva aver peccato ma non poteva eseguire le tre condizioni per ricevere il perdono: pregare, digiunare e fare penitenza. Gesù ha eliminato questi passaggi, inventati dagli uomini, per concedere il perdono da parte di Dio: per il solo fatto che tu ti avvicini a Dio, tutto il tuo passato ti è completamente perdonato.

L'ignoranza, con cui hanno agito i giudei è un'attenuante, ma non giustifica. Ora occorre convertirsi, ossia cambiare strada, pensarla diversamente (sappiamo quanto è difficile abbandonare le nostre convinzioni sbagliate!) e cambiare vita.

Dal momento che incontro Gesù, devo scegliere, non si può tenere il piede in due staffe contrapposte, se do a lui adesione, tutto il mio passato viene completamente cancellato. E' inutile rimuginare la mia storia e come il Signore fa con me, anch'io perdono gli altri. Se io perdono continuamente gli altri, i rapporti cambiano.

C'è poi la frase: “Dio ha compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire.”

Chiariamo subito che non è Dio che ha voluto che Gesù soffrisse!!!

E' una conseguenza della non accettazione da parte dei capi del messaggio di Gesù.

Era stato annunciato nelle scritture, per esempio da Isaia, quando parla del servo sofferente.

Ma non l'ha voluto Dio. Gesù, nonostante la grossa pena di incontrare tanta durezza di cuore, decide di salire a Gerusalemme, continua il cammino del suo messaggio d'amore, disposto a tutto.

Luca 24,35-48

Il brano del Vangelo secondo Luca che stiamo per leggere è fondamentale per noi! Cerchiamo di cogliere cosa ci vuole dire a noi, oggi.

Innanzitutto parte dall'esperienza dei discepoli di Emmaus, che stavano tornando a casa desolati, schiacciati dagli eventi: “Speravano fosse lui a liberare Israele”. Avevano seguito Gesù con queste attese, che li liberasse dai romani, invece sono passati tre giorni e non è successo ancora niente! Uno straniero si affianca e spiega loro le Scritture poi si ferma con loro e spezza il pane: loro lo riconoscono: è Gesù. Allora “partirono senza indugio”. L'evangelizzatore Luca è uno che ha fretta. La premura è segno di libertà ritrovata, di scioltezza. Tornano a Gerusalemme, dagli undici, che erano riuniti. Il discepolo di Gesù non è un profeta isolato, un inviato in proprio, ma è espressione di una comunità. Il risorto era venuto per far conoscere il Padre agli uomini, per calare nella quotidianità quello che la Bibbia rivelava del rapporto tra Dio e l'umanità.

Tuttavia per i discepoli, la Legge e i Profeti rimanevano parola sacra, staccata dalla realtà di tutti i giorni. Non potevano cogliere l'attualità nella vita di Gesù, un uomo di carne nel quale avevano riposto una speranza di liberazione politica. “Non sia mai!” aveva detto Pietro quando Gesù preannuncia la sua passione. Invece il Maestro era stato sconfitto dai sommi sacerdoti e dai romani e il sogno era finito. Non riuscivano a credere a chi diceva di averlo visto in quello stesso giorno. Rimanevano nella loro delusione, incapaci di lasciarsi raggiungere tanto la loro mente era ottenebrata dalla tristezza!

Ed eccolo in mezzo a loro! Per loro, non può essere che un fantasma e si lasciano prendere dallo spavento. Come se il loro scoraggiamento fosse più reale della presenza della Vita stessa che irrompe là dove essi erano chiusi in pensieri di morte.

Secondo me, ancora noi oggi, crediamo più vera la sconfitta, la tristezza, che l'azione di Dio! L'importante è non rassegnarsi alla sconfitta e sapere che la sua Parola è molto più forte delle nostre incertezze, delle nostre debolezze. I momenti lunghi di angoscia ci sono, ma occorre avere una certezza di una Presenza che sta alla mia porta e bussa!

Gesù non fa nessun rimprovero, si mette in relazione con loro al loro stesso livello: non possono vedere la realtà che hanno sotto i loro occhi. Si fa toccare e chiede qualcosa da mangiare. Un gesto semplice, normale, quotidiano per riportare alla verità, fare uscire dai loro pensieri che riducono la realtà a un unico triste colore. E' come se un campo addormentato della coscienza si svegliasse! E gli apostoli si accorgono che l'uomo che stava mangiando di fronte a loro è lo stesso che tre giorni prima, è stato ucciso sulla croce. La loro mente riempita dal loro modo di vedere è come lavata da questa visione semplice del Maestro in carne e ossa che mangia. Sono ormai capaci di capire che Cristo doveva patire la fatica e il dolore d'ogni uomo per aprire le menti a un'altra dimensione.

Il cammino è iniziato, talvolta il messaggio portato nel nome di Gesù non è liberante, si porta un messaggio che opprime, non è il messaggio di Gesù.

“Così sta scritto: il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati alle genti la conversione e il perdono dei peccati...di questo voi siete testimoni”. Testimoni della resurrezione dunque? Certo, ma non solo anche e soprattutto del perdono dei peccati! Il risorto ri-crea l'uomo, facendolo capace di trasformare il male in Bene con il perdono. Perché allora continuiamo a vergognarci dei nostri peccati, a giudicare quelli degli altri e a temere il giudizio di Dio? Lo Spirito che anima Dio è perdono, noi siamo eredi e testimoni del suo perdono. Cristo ha cambiato il senso della storia: l'uomo può uscire dal meccanismo della vendetta e della paura, perché la morte, conseguenza del peccato, è vinta.

Ora tocca a noi vivere oggi, non chiusi nelle nostre tristezze, ma accendendo la luce, aprendo le finestre, ci accorgiamo che la vita può trionfare se si continua ad amare.

Carissimi, abbiamo molto da fare, con urgenza, con passione: essere attenti al nostro modo di pensare, essere solidali con chi soffre, imparare a soffrire, imparare a morire come il seme nella terra che non si accorge di morire perché germoglia una nuova vita. Per poter fare questo occorre amare senza riserve. Accorgiamoci oggi, cosa chiede a noi la vita? Buona continuazione di Pasqua, testimoniando a tutti l'amore di Dio, colmo di tenerezza.

Carla Sprinzeles

 

 

Dopo la manifestazione di Gesù Risorto a singole persone, il Vangelo di questa domenica mostra la sua presenza nella vita della comunità dei discepoli. Dopo che gli amici del Signore si sono raccontanti gli incontri con Lui; ora Egli si manifesta alla comunità riunita: "Egli stette in mezzo a loro" e la comunità riceve il dono della pace che coincide con la presenza del Signore in mezzo a noi e la nostra comunione con Lui.

Francamente ci saremmo aspettati un altro racconto dei fatti del giorno di Pasqua. I discepoli, al vedere il Risorto avrebbero dovuto immediatamente esultare di gioia! Invece "stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma". Il Vangelo dei fatti pasquali è di un realismo sconcertante: la Maddalena scambia il risorto per un ortolano; le tre donne al sepolcro lo trovano vuoto e piene di dubbio e spavento se ne tornano a casa; i due di Emmaus lo scambiano per un viandante; gli apostoli nel cenacolo, infine, lo credono un fantasma e hanno paura.

Si ripete il problema del "riconoscimento" del Risorto: "Credevano di vedere uno spirito". Per provare la materialità della sua presenza fisica tra i discepoli, il Signore fa vedere loro le mani e i piedi: proprio quelle parti che portano visivamente l'immagine della Pasqua nell'elemento terribile della Passione; questi segni sono la prova del suo amore per loro. L'evangelista Luca insiste molto sulla corporeità del Signore risorto ("Palpatemi e guardate... mostrò loro le mani e i piedi... Avete qualcosa da mangiare?..."), in polemica con l'ambiente ellenistico che credeva nell'immortalità dell'anima, ma non nella resurrezione dei corpi. Invece, proprio nella resurrezione della carne, nella redenzione della nostra storia, si fonda la speranza dell'uomo di superare l'ultimo nemico, la morte.

Dopo la resurrezione, Gesù appare trasfigurato, ma non con i segni della gloria: in qualche modo continua a partecipare alle vicende umane dei suoi discepoli e della sua Chiesa. Anche il Vangelo di questa domenica pasquale ci racconta la resurrezione così, semplicemente, senza commenti. Perché? Per noi. I discepoli, le donne, gli apostoli, videro colui che ci testimoniarono, ma anch'essi, come noi, pur avendolo visto e toccato, devono riconoscerlo e credergli attraverso la sua parola e il segno del banchetto eucaristico.

La Parola e il Pane sono la presenza costante del Risorto nella sua Chiesa. Se la Parola ci spiega il disegno e la realizzazione della promessa di Dio, il Pane dell'Eucaristia ci apre gli occhi e ci mostra Gesù nel completo dono di sé. Se i discepoli contemplarono e toccarono la carne di Cristo anche fisicamente, noi invece la contempliamo e tocchiamo attraverso la loro testimonianza (il Vangelo) e il pane eucaristico. Anche per noi c'è il rischio e la concreta possibilità di non riconoscerlo e di confonderlo con altre persone: in realtà nell'altro – chiunque esso sia – c'è la sua presenza. Così il povero, il malato, il nudo, il carcerato, il disperato, il piccolo... sono sempre Lui. Francesco d'Assisi baciò il lebbroso, Camillo de Lellis carezzò l'appestato, Teresa di Calcutta si chinò mille volte sui moribondi delle megalopoli indiane... tutti incontri col mistero della morte e resurrezione di Cristo.

Il giorno di pasqua Gesù aveva dinanzi il piccolo gruppo degli undici. Sono loro che dovranno evangelizzare tutte le genti testimoniando con la loro vita il Vangelo di Gesù. È un piccolo gruppo, spaventato e dubbioso, ma su di esso Dio conta per fondare la Chiesa. Poteva scegliere il grande impero romano; anche Jahvé poteva scegliere la potenza egiziana... ma non lo fece.

mons. Angelo Domenico Sceppacerca

Agenzia SIR

 

 

Troppo bello per essere vero?

Il giorno di Pasqua, al tramonto, i due discepoli di Emmaus stanno riferendo agli increduli apostoli di avere incontrato Gesù vivo, quando Egli stesso si fa presente mezzo a loro. "Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: ‘Perché siete turbati, perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho'. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: ‘Avete qui qualche cosa da mangiare?' Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro".

Così il vangelo odierno (Luca 24,35-48), in cui viene da sottolineare l'espressione "Per la gioia non credevano". Come dire, troppo bello per essere vero. Ed è forse la ragione per la quale tuttora anche i credenti e praticanti assidui non manifestano l'intima gioia da cui dovrebbero essere pervasi, al sapere di avere riposto la propria vita nelle mani di Uno che è stato crocifisso e sepolto ma poi è risorto, Uno che a chi gli si affida offre di condividere la vita oltre la morte. Anche chi crede fatica a cogliere questa prospettiva come un antidoto alle inquietudini e paure e difficoltà, che tanto o poco affliggono la vita quotidiana di tutti. Cristo è risorto, io risorgerò con lui? Troppo bello per essere vero, pensano forse in molti. Eppure, il senso profondo della fede sta proprio qui: credere all'esperienza degli apostoli, che dopo la croce l'hanno visto, toccato, ascoltato, acquisendo della risurrezione una certezza che sono andati a divulgare nel mondo. E l'hanno sostenuta anche a costo di rimetterci la vita: quella terrena, certi di conseguire così l'altra, senza fine.

Chi segue questa rubrica ricorderà che domenica scorsa si è parlato delle ragioni per credere, indicandone due (l'eroismo dei santi, e l'esistenza della Chiesa). Il vangelo odierno ne richiama altre due: appunto la testimonianza degli apostoli, e un'altra ragione suggerita dallo stesso Gesù, nella seconda parte dell'episodio. "Poi disse: ‘Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi'. Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: ‘Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni'". La prima lettura (Atti 3,13-19) riferisce una circostanza in cui Pietro attuò il comando ricevuto, spiegando la morte e la risurrezione di Gesù a cominciare dai profeti e invitando i suoi ascoltatori a cambiare vita: "Dio ha compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati".

Gesù invita gli apostoli (e ovviamente tutti noi) a leggere e capire bene gli scritti che designa come "la legge di Mosè, i profeti e i salmi", vale a dire l'Antico Testamento, quella parte della Bibbia che è stata scritta prima di lui. A leggerla con attenzione e senza pregiudizi, col vantaggio di essere illuminati dagli eventi successivi, si capisce che quanto è accaduto a Gesù non è stato un incidente di percorso, un fatto imprevisto; tutto anzi era stato predetto. La sua morte e risurrezione fanno parte di un piano concepito da secoli e puntualmente attuato: un progetto d'amore, rivolto a tutta l'umanità; un progetto dell'amore autentico, quello che non mira al proprio vantaggio ma sa donarsi alla persona amata, fino in fondo, se occorre fino alla morte. Tanto, direbbe forse Gesù, credete a me: la morte non è l'ultima parola.

mons. Roberto Brunelli

 

 

Cristiani che narrano esperienze e non chiacchiere

Ancora una volta, in questo tempo di Pasqua, ecco un racconto di una apparizione di Gesù Risorto a coloro che lo hanno visto vivere e morire. Gesù si mostra vivente a quelli che lo considerano oramai morto e sepolto. Infatti è questa l’esperienza che hanno fatto: hanno conosciuto uno che con parole e molti segni ha dimostrato loro di esser un grande amico e un grande maestro di vita e di fede, ma questo poi è stato sconfitto dai suoi nemici e con coraggio ha affrontato la morte. Gesù nella mente nel cuore dei suoi discepoli non c’è più, e non rimane che ricordarlo come personaggio importante ma oramai relegato nel passato. Ecco perché, quando Gesù appare vivente e non morto, è scambiato per un fantasma. Gli amici di Gesù sono impauriti da una cosa che, pur essendo stata preannunciata più volte dallo stesso Gesù, rimane oltre la loro comprensione ed esperienza. Il Vivente fa paura perché obbliga a cambiare mentalità e destabilizza l’esperienza.

Il passo di questa domenica inizia e finisce con un paio di parole che mi fanno riflettere e mi dicono molto su come vivere la mia fede cristiana.

Il Vangelo inizia con i due discepoli che “narrano” la loro esperienza di incontro di Gesù lungo la strada che da Gerusalemme porta a Emmaus. Sarebbe interessante leggere prima questo episodio, e proseguire con questo che segue immediatamente.

I due discepoli narrano la loro esperienza di incontro e conversione.

Questo mi insegna che la fede, ancor prima di esser un fine ragionamento o un insegnamento morale, è “racconto”. Non posso annunciare con convinzione qualcosa che non è nella mia esperienza. Faccio un esempio: tra due persone che mi parlano dell’Africa e della missione, tra quello che ha letto solamente libri e visto documentari sui missionari e uno che ci ha abitato e magari fatto il missionario, sicuramente preferisco e trovo più convincente il secondo.

Mi rendo perfettamente conto che quando parlo meno di Dio in modo astratto e libresco, ma mi sforzo di narrare la mia esperienza di Dio così come lo sperimento nella vita di tutti i giorni, sono davvero più convincete e profondo.

I due discepoli di Emmaus, raccontando la loro esperienza non impongono nulla a nessuno, ma hanno dalla loro una esperienza che li rende sicuri e rinnovati interiormente. Questo loro racconto prepara il terreno per una ulteriore esperienza concreta del Vivente. E quest’ultima esperienza sarà a sua volta raccontata e diffusa fino ad oggi a noi che la ascoltiamo.

La domanda allora nasce (forse) spontanea: quand’è che faccio esperienza di Dio Vivente e del Risorto? Ho qualcosa da narrare?

Ecco un buon spunto per fermarsi nella frenesia delle cose da fare, e provare per davvero a pensarci-pregarci su. Tante volte, quando mi fermo a pregare meditando un passo della Parola di Dio, mi si accendono in testa e nel cuore come delle lampadine che mi aiutano a ricordare quando Dio e la sua pace sono entrati nella mia storia. Oppure ci son persone attorno a me che in un modo o nell’altro, con le loro esperienze, spesso diversissime dalla mia, mi raccontano la loro vita piena di Dio.

Sento quindi che è importante saper ascoltare la propria vita e la vita degli altri, in modo da poter anche noi dire “abbiamo incontrato il Signore” ( e non “abbiamo trovato il ragionamento giusto sulla fede!”)

La seconda parola che mi dice come esser cristiano è “testimone”, e si collega molto alla prima.

Un vero testimone, in un processo, è colui che ha visto e che può dire di esserci stato sulla scena del delitto. Non è un buon testimone quello che racconta fatti partendo da chiacchiere di altri e da suoi ragionamenti astratti e non comprovati da esperienza diretta.

Sono “testimone” non di dogmi ma di esperienze, e prima di tutto delle esperienze della mia vita, che “narrate” diventano annuncio del Vivente, che è vivo non solo nelle pagine di un Vangelo, ma lungo le strade della mia esistenza. Da qui la testimonianza di fede non è più un obbligo ma una conseguenza.

don Giovanni Berti

 

 

Toccatemi e guardate!

La fede cristiana non è l'adesione ad un'ideologia o ad un sistema etico, ma è l'incontro con una persona viva che dà senso a tutta la nostra vita: è l'incontro con Gesù, il crocifisso risorto. Ma noi crediamo veramente? Il nostro incontro con Lui è la fonte di una vita nuova? Nella domenica terza di Pasqua, il Vangelo di Luca (Lc. 24,35-48) risveglia la nostra domanda e ci apre il cuore, gli occhi, tutti i sensi, per un incontro vivo con Lui.

Lc. 24,34 ha avvertito il suo lettore che il Signore è apparso a Simone prima di manifestarsi ai due discepoli di Emmaus: "Veramente il Signore è risorto" è la prolamazione che ormai risuona in Gerusalemme, come testimonianza di una esperienza vissuta ("Il nostro cuore ardeva mentre egli conversava con noi e ci spiegava le Scritture") da coloro che l'avevano incontrato nella via e l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Adesso Luca compone una scena che riguarda ormai il tempo della Chiesa, la comunità, oggi la nostra, che continua a gustare quella prima esperienza. Dopo la proclamazione "veramente il Signore è risorto", il soggetto dei verbi non è più "il Signore" o "Gesù", ma semplicemente "Lui" o "Egli", tanto la sua presenza riempie la scena: "egli sta in mezzo a loro". Il motivo dello stare insieme dei discepoli, la logica che regge i loro pensieri, è "Lui" che sta in mezzo a loro, che dona loro la pace. La pace che Egli dona è il segno della presenza operante di Dio nel mondo, quella che cantavano gli angeli alla nascita del Salvatore, quella che Egli augurava ("Va in pace") a chi manifestava la fede in Lui, è una pace nuova, capace di superare ogni ostacolo: la pace del crocifisso è donata alla comunità che crede in Lui, alla quale è chiesto di portarla nel mondo rispondendo ai dubbi e allo scetticismo di coloro che nella sua crocifissione vedono la fine di ogni sogno messianico.

Luca, ai discepoli "sconvolti e pieni di paura, che credevano di vedere un fantasma", a noi che possiamo riconoscerci in loro, rivolge la domanda: "Perché siete turbati e perché fate calcoli nel vostro cuore?" e l'invito: "Vedete le mie mani e i miei piedi: sono proprio io"... La paura, la chiusura in se stessi, il ritorno ad una lettura autoreferenziale delle cose, impedisce di entrare in una visione nuova del mondo. Certamente Luca intende affrontare le obbiezioni alla risurrezione che vengono dalla cultura greca: di qui l'invito a "palpare" e a "mangiare". In modo simile a quello di Giov.20,24-28 (l'incontro con Tommaso), Luca affronta il problema della fede: il risorto non è un'idea, non è un mito, è lo stesso Gesù di Nazareh, proprio Lui, il crocifisso che appartiene al mondo di Dio. È Lui che tante volte si è seduto a mensa con loro, è Lui, il crocifisso nel quale Dio ha raggiunto il vertice del suo Amore, è vivo ed attira tutto il mondo a sé: adesso, non più increduli ma credenti, hanno superato il loro scetticismo e sono pieni di una gioia indicibile. Non rimanere chiusi in se stessi, aprire il cuore e sentire il suo Amore, toccare il suo corpo donato e vedere con occhi credenti e pieni di stupore che lì è il mistero di un Dio che si annienta per dare la vita, è l'esperienza della fede: solo vedendo il crocifisso sperimentiamo il risorto.

Adesso comincia una vita illuminata da una luce nuova: non è un sogno, ma è l'esperienza dell'Amore che illumina e riscalda la concretezza anche drammatica della vita umana. Luca ricorda l'invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli di rileggere le Scritture, la Legge, i Profeti, i Salmi, per entrare nella comprensione piena del mistero della sua morte e della sua risurrezione che illumina gli eventi della storia con la sua luce, e fa di essi la sua memoria viva: il mistero della sua morte e risurrezione si compie nella storia che continua, l'Amore di Dio che si annienta, compatisce, perdona e rigenera, risorge, continua ad essere la forza che cambia il mondo. La conversione, il cambiamento radicale di mentalità, il veder Dio non come l'onnipotente che domina, giudica e condanna, ma come l'Amore che si abbassa, soffre e muore; l'annuncio di un Amore che si dona, perdona, e manifesta la sua onnipotenza nella fragile tenerezza che abbraccia chi si lascia amare

mons. Gianfranco Poma

 

 

Non sono un fantasma!

Mi colpisce il lamento di Gesù, una tristezza nelle sue parole, ma ancor più il suo desiderio di essere toccato, stretto, abbracciato come un amico che torna: Toccatemi. E pronuncia, per sciogliere le paure e i dubbi, i verbi più semplici e più familiari: Guardate, toccate, mangiamo! Non a visioni d'angeli, non a una teofania gloriosa, gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni. Gesù vuole en­trare nella vita concreta dei suoi, esserne riconosciuto come parte vitale. Perché anche il Vangelo non sia un fantasma, un fumoso ragionare, un rito settimanale, ma roccia su cui costruire, sorgente alla quale bere. La bella notizia: Gesù non è un fantasma, ha carne e sangue come noi. Questo piccolo segno del pesce, gli apostoli lo daranno come prova: noi abbiamo mangiato con lui dopo la sua risurrezione (At. 10,41). Perché mangiare è il segno della vita; mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata, che lega insieme e custodisce e accresce le vite, figlio delle nostre paure o delle nostre speranze.

Il Risorto non avanza richieste, non detta ordini. La sua prima offerta è «stare in mezzo» ai suoi, riannodare la comunione di vita. Viene e condivide pane, sguardi, amicizia, parola. Non chiede, regala. Non chiede di digiunare per lui, ma di mangiare con lui. Vuole partecipare alla mia vita e che io condivida la sua. Ma in un sentimento di serenità, di distensione.

Infatti la sua prima parola è: pace a voi! Pace, che è il rias­sunto dei doni di Dio. È la serenità dello spirito che ci permette di capirci, di fare luce nei nostri rapporti, di vedere il sole più che le ombre, di distinguere tra un fantasma e il Signore. Solo il cuore in pace capisce. Infatti, il Vangelo annota: Aprì loro la mente per comprendere le Scritture. Perché finora avevano capito solo ciò che faceva comodo, solo ciò che li confermava nelle loro idee. C'è bisogno di pace per cogliere il senso delle cose. Quando sentiamo il cuore in tumulto è bene fermarci, fare silenzio, non parlare.

Mi consola la fatica dei discepoli a credere, il loro oscillare tra paura e gioia. È la garanzia che la risurrezione di Gesù non è una loro invenzione, ma un evento che li ha spiazzati. Lo conoscevano bene, il Maestro, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro. Perché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è andare avanti, è trasformazione, è il tocco di Dio che entra nella carne e la trasfigura.

 

 

Un Dio che si fa vita quotidiana

«Non sono un fantasma». Il lamento di Gesù giunge fino a me: chi sono io per te? Qualche idea vaga, la proiezione di un bisogno, un’emozione, un sogno troppo bello per essere vero?

Per aiutare la mia fede pronuncia allora i verbi più semplici e più familiari: «Guardate, toccate, mangiamo insieme!». Si fa umile e concreto, ci chiede di arrenderci a un vangelo concreto, di mani, di pane, di bicchieri d’acqua, di briciole; a un Dio che ha deciso di farsi carne e ossa, carezza e sudore, un Dio capace di piangere.

Il primo gesto del Signore è, sempre, una offerta di comunione: «toccatemi, guardate». Ma dove oggi toccare il Signore? Forse lo tocco quando Lui mi tocca: con il bruciore del cuore, con una gioia eccessiva, con una gioia umilissima, con le piaghe della terra, con il dolore o la carezza di una creatura.

La gente è il corpo di Dio, lì lo posso toccare.

«Avete qualcosa da mangiare?». Mangiare è il segno della vita; farlo insieme è il segno più eloquente di un legame rifatto, di una co­munione ritrovata, il gesto quotidiano della vita che va e continua. Lui è l’amico che dà sapore al pane. E mi assicura che la mia salvezza non sta nei miei digiuni per lui, ma nel suo mangiare con me pane e sogni; la sua vicinanza è un conta­gio di vita. Lo conoscevano bene Gesù, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure ora non lo riconoscono. Perché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di prima: è trasformazione.

Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è trasformato, è quello di prima ed è altro.

«Aprì loro la mente per comprendere le Scritture». E il re­spiro stretto del cuore entra nel respiro largo del cielo, se ti fai mendicante affamato di senso, se leggi con passione e intelligenza la Parola. Perché finora abbiamo capito solo ciò che ci faceva comodo. Siamo sta­ti capaci di conciliare il Van­gelo con tutto: con la logica della guerra, con l’idolo del­l’economia, con gli istinti.

«Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono». Il perdono è la certezza che nulla e nessuno è definitivamente perduto, è il trionfo della vita, riaccensione del cuore spento, offerta mai revocata e irrevocabile di comunione.

Cristo non è un fantasma, è vestito di umanità, è sangue vivo dei giorni, è il sangue della primavera del mondo. Ha braccia anche per me, per toccare e farsi toccare; capace, tornando, di rendere la mia speranza amore.

padre Ermes Ronchi

 

 

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate

Le mani e i piedi di Gesù sono segnate dalla morte: le ferite dei chiodi e al costato non sono annientate, cancellate o rimarginate... sono ancora lì e testimoniano il dono di amore del Cristo. "Dio l'ha risuscitato dai morti" (At. 3,15) ma non ha cancellato la sua morte. Gesù non è tornato in vita, lasciando la morte alle spalle, ma è andato oltre la morte. Come le ferite permangono nelle mani e nei piedi di Cristo, così la morte permane nella vita del risorto, ormai soggiogata e vinta "Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm. 6,9).

La morte e la resurrezione di Cristo superano la dimensione dello spazio e del tempo, pur appartenendo alla storia e ad un preciso momento storico; sono un evento permanente e sempre operante, sorgente continua di grazia per noi, gente di ogni luogo e di ogni tempo. Il dono della vita del Cristo non si è esaurito, egli è l'Agnello immolato (Ap. 5,6), il suo è un dono perenne.

Avete qui qualche cosa da mangiare?

Una complessità di sensazioni e di sentimenti prendono gli apostoli: prima erano sconvolti e pieni di paura, poi la gioia e lo stupore prendono il sopravvento, ma non riescono a decifrare il loro sentire, la realtà sembra troppo grande, inavvicinabile, incomprensibile, incontenibile. La sensazione della morte è ancora opprimente e intollerabile, la sua pesantezza è tale da condizionare la sensibilità, da non permettere di vedere e toccare: hanno la sensazione di vedere un fantasma.

Questa, in fondo, è la nostra realtà: la morte sembra condizionare la nostra esperienza, anche la vita ha in qualche modo il sapore della morte che avanza. La nostra esperienza di vita è troncata dalla morte che sembra dividere il tempo in due fasi distinte e separate: l'aldiqua e aldilà; anche il linguaggio ne è testimonianza. Il risorto ci mostra una vita che possiede la morte, l'ha racchiusa, superata e vinta. Il tempo è uno solo e una sola è la vita. Gesù prova a raccontarcelo chiedendo qualcosa da mangiare. Continua ad aver bisogno di noi, condivide le cose che conosciamo bene, il pane e i pesci, per aiutarci a superare i limiti dell'esperienza umana. Non c'è un aldiqua e aldilà, ma un unico tempo nella continuità della vita eterna. Egli ha mangiato davanti a loro mostrando di gradire la nostra piccola offerta perché fossimo in grado di accogliere il suo grande dono.

Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture

La comunione nelle piccole cose è da sempre veicolo per i grandi passi; Gesù ha prima recuperato il senso umano dei rapporti, ha mangiato davanti agli apostoli, ha riavviato la comunicazione per poi aprire i discepoli alla comprensione delle scritture. È ancora una volta il mistero della incarnazione che si rende evidente; il risorto ha bisogno di immergersi di nuovo nella piccolezza e nei limiti dell'uomo per aprirsi al mistero più grande e chiedere a quegli uomini stanchi, impauriti e stupefatti di farsi carico della testimonianza di un evento che travalica l'esperienza umana e la trascende coinvolgendola.

Di questo voi siete testimoni

L'uomo ha bisogno dell'uomo e della sua umanità per poi oltrepassarla, ha bisogno del pane e del pesce arrostito, ha bisogno della condivisione e della comunione per andare oltre, per cogliere la responsabilità di una missione e per andare incontro alla vita che è per sempre, che supera la morte perché la racchiude vincendola.

 

 

Oltre

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate

Le mani e i piedi di Gesù sono segnate dalla morte: le ferite dei chiodi e al costato non sono annientate, cancellate o rimarginate... sono ancora lì e testimoniano il dono di amore del Cristo. "Dio l'ha risuscitato dai morti" (At. 3,15) ma non ha cancellato la sua morte. Gesù non è tornato in vita, lasciando la morte alle spalle, ma è andato oltre la morte. Come le ferite permangono nelle mani e nei piedi di Cristo, così la morte permane nella vita del risorto, ormai soggiogata e vinta "Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui" (Rm. 6,9).

La morte e la resurrezione di Cristo superano la dimensione dello spazio e del tempo, pur appartenendo alla storia e ad un preciso momento storico; sono un evento permanente e sempre operante, sorgente continua di grazia per noi, gente di ogni luogo e di ogni tempo. Il dono della vita del Cristo non si è esaurito, egli è l'Agnello immolato (Ap. 5,6), il suo è un dono perenne.

Avete qui qualche cosa da mangiare?

Una complessità di sensazioni e di sentimenti prendono gli apostoli: prima erano sconvolti e pieni di paura, poi la gioia e lo stupore prendono il sopravvento, ma non riescono a decifrare il loro sentire, la realtà sembra troppo grande, inavvicinabile, incomprensibile, incontenibile. La sensazione della morte è ancora opprimente e intollerabile, la sua pesantezza è tale da condizionare la sensibilità, da non permettere di vedere e toccare: hanno la sensazione di vedere un fantasma.

Questa, in fondo, è la nostra realtà: la morte sembra condizionare la nostra esperienza, anche la vita ha in qualche modo il sapore della morte che avanza. La nostra esperienza di vita è troncata dalla morte che sembra dividere il tempo in due fasi distinte e separate: l'aldiqua e aldilà; anche il linguaggio ne è testimonianza. Il risorto ci mostra una vita che possiede la morte, l'ha racchiusa, superata e vinta. Il tempo è uno solo e una sola è la vita. Gesù prova a raccontarcelo chiedendo qualcosa da mangiare. Continua ad aver bisogno di noi, condivide le cose che conosciamo bene, il pane e i pesci, per aiutarci a superare i limiti dell'esperienza umana. Non c'è un aldiqua e aldilà, ma un unico tempo nella continuità della vita eterna. Egli ha mangiato davanti a loro mostrando di gradire la nostra piccola offerta perché fossimo in grado di accogliere il suo grande dono.

Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture.

La comunione nelle piccole cose è da sempre veicolo per i grandi passi; Gesù ha prima recuperato il senso umano dei rapporti, ha mangiato davanti agli apostoli, ha riavviato la comunicazione per poi aprire i discepoli alla comprensione delle scritture. È ancora una volta il mistero della incarnazione che si rende evidente; il risorto ha bisogno di immergersi di nuovo nella piccolezza e nei limiti dell'uomo per aprirsi al mistero più grande e chiedere a quegli uomini stanchi, impauriti e stupefatti di farsi carico della testimonianza di un evento che travalica l'esperienza umana e la trascende coinvolgendola.

Di questo voi siete testimoni.

L'uomo ha bisogno dell'uomo e della sua umanità per poi oltrepassarla, ha bisogno del pane e del pesce arrostito, ha bisogno della condivisione e della comunione per andare oltre, per cogliere la responsabilità di una missione e per andare incontro alla vita che è per sempre, che supera la morte perché la racchiude vincendola.

don Luciano Cantini

 

 

Nella pagina tratta dagli Atti degli Apostoli, Pietro dichiara, sì, il peccato di coloro che hanno ucciso il Signore; al tempo stesso afferma che all'origine del peccato c'è l'ignoranza.

In altre parole, il peccato è sempre un errore.

Ci insegnano che l'ignoranza della legge non scusa, ed è vero, per fortuna. Ignorare la verità non rende innocenti; tuttavia è anche vero che se loro avessero, se noi avessimo conosciuto tutti gli aspetti della situazione, quei gesti sbagliati non li avrebbero, non li avremmo compiuti; quelle parole di troppo non le avrebbero, non le avremmo pronunciate.

Dio sta sempre dalla parte del perdono, fa di tutto per non condannare, per assolvere e salvare. Questa è la prospettiva positiva, nella quale possiamo/dobbiamo collocare il cammino della nostra conversione. C'è in gioco la nostra pace interiore, che è fondata sulla pace con Dio. Se siamo in pace con Lui, tutto è più facile. Anche la fatica, anche i problemi appaiono sotto una luce diversa, meno pesanti, meno tragici. La pace interiore è la condizione necessaria per costruire pace anche all'esterno, con il prossimo. Al contrario, colui che ha lo spirito inquieto, difficilmente sarà in grado di disporsi alla pace con gli altri. È come se, dovendo scalare una montagna, invece di considerare l'obbiettivo della vetta, calcolassimo il numero complessivo dei passi. Ebbene, soppesare la fatica è una battaglia persa prima ancora di averla iniziata. Vincerà la fatica, e noi perderemo ogni slancio.

A proposito di fatica, ci siamo mai fermati a riflettere sulle fatiche dell'anima? Molti credono che il vero amore non richieda alcuna fatica... "È così bello amare e lasciarsi amare!". E con questa visione, forse un po' troppo irenica dell'amore, si confonde l'amore con l'innamoramento. Dico questo perché la seconda lettura pone in relazione l'amore per Dio e l'osservanza dei comandamenti, ai quali siamo tutti tenuti per fede. "Da questo sappiamo di aver conosciuto Dio: se osserviamo i Suoi comandamenti.". Nel linguaggio biblico, conoscere Dio, conoscere un uomo, una donna, significa amare Dio, amare un uomo, amare una donna.

Dunque, la questione: l'amore possiede uno statuto normativo suo proprio? Potremmo rispondere che, per noi cristiani, lo statuto dell'amore umano si chiama matrimonio. Ma anche l'amicizia è regolata dalle sue leggi. E così, come non tutti i giorni ci svegliamo con il sole, anche in amore non è sempre domenica. La fatica della perseveranza si fa sentire presto; è questo il momento nel quale ci ricordiamo di avere assunto un impegno esplicito, ufficiale, ed è ora di mantenerlo. Non esiste piacere senza dovere; ogni piacere va costruito, e costruire è sempre faticoso. Sto dicendo cose scontate? Perdonatemi.

Temo tuttavia che tra la gente sia diffusa una serie purtroppo numerosa di equivoci sul significato di parole come amore, emozioni, affetto, piacere, dovere, patto, impegno, fatica, fedeltà... Complici, o, meglio, colpevoli di questa generale confusione intorno al grande tema dell'amore, certa letteratura, certa filmografia e l'infinita rassegna di reality televisivi, dal Grande Fratello in poi... vere e proprie immondizie, pandemie maligne, che nascondono la verità, sotto un'apparenza di verità, neanche tanto verosimile - troppo ben costruita per non puzzare di finzione -; mentre la verità, quella vera, quella integrale, i sentimenti veri, l'impegno autentico a costruire relazioni significative e profonde, vengono tacciati di ingenuità, o, peggio, di stupidità.

Desidero spendere le ultime parole, gli ultimi minuti a disposizione per il Vangelo.

San Luca presenta l'incontro con il Risorto, nel cenacolo, in modo diverso rispetto a quello di Giovanni, che abbiamo ascoltato domenica scorsa. In pratica, il Signore ripete con gli Undici, ciò che aveva fatto con i due di Emmaus: spiega il senso delle Scritture alla luce della sua passione. In questo caso Gesù aggiunge il mandato ad essere testimoni della risurrezione: la testimonianza non consiste solo nell'assistere, ma nel vivere!

Ed ecco la sfida: come si fa a vivere la risurrezione di Cristo? come si fa a vivere da risorti?

Qualcuno propone di lavorare sul versante dello spirito: certo, coltivare lo spirito è un ottimo consiglio... Ma non basta! È un po' come credere che il corpo risorto del Signore, il corpo glorioso di Cristo sia in sostanza un corpo spirituale - ma si può parlare di corpo spirituale? -... Del resto, come avrebbe potuto, Gesù, passare attraverso le porte chiuse? il Risorto può fare questo e altro ancora, perché (dopo la risurrezione) è un puro spirito...

Invece no! e che il Signore non fosse un puro spirito, un fantasma, lo mostra Lui stesso, chiedendo agli apostoli qualcosa da mangiare. "Un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho.". Bene, ora che sappiamo che il Risorto non è un puro spirito, che cos'è?

Io credo che le due domande - com'era il corpo risorto di Cristo, e come si può vivere da risorti - siano in qualche modo correlate.

Testimoniare la risurrezione del Signore, vivendo da risorti, significa innanzi tutto non perdere il contatto con le cose terrene. Ritorna ancora e sempre il principio dell'incarnazione. Cristo risorto non rifiuta le mediazioni materiali tipiche dell'umano, come, appunto il cibo e gli affetti...

Tuttavia non ne dipende più come prima, come noi.

Anche noi, allora, dobbiamo resistere alla tentazione di credere che la fede privilegi la dimensione spirituale, su quella materiale... sarebbe una fede disincarnata! si tornerebbe alla tesi di matrice agostiniana, secondo la quale, il bene, la verità, la santità... non hanno niente a che vedere con la carne. Non rinneghiamo nulla di noi, se non il peccato! Nessuna dimensione dell'umano è intrinsecamente disordinata e dunque (più) incline all'errore. Possiamo peccare con il corpo, ma anche con lo spirito! in verità, colui che commette il peccato è l'uomo tutto intero, spirito, anima, intelletto, corpo... Tutto di noi può essere santo e tutto di noi può essere colpevole!

Nessuna fuga dal mondo, dunque! Nessuna presa di distanza dalla città degli uomini!

La vita può essere vissuta solo attraverso le sue proprie coordinate! Pensare diversamente, cercare altre strade, che non intercettano le dimensioni spazio-temporali, è alienazione bell'e buona!

Molti sono coloro che credono di credere e, in nome della fede, perdono il contatto con la realtà, o comunque vivono la fede - si illudono di viverla - in modo del tutto separato, avulso dalla realtà di questo mondo. E come lo salviamo questo mondo? come lo consacriamo questo mondo?

Quello che doveva fare il Signore, lo ha già fatto! Ora tocca a noi!

fr. Massimo Rossi

 

 

Menù a base di pesce. Certi giorni non si bada a spese

Pescare pesce per un pescatore è l'ambizione che abita ogni sua notte. Quando all'alba succederà di trovarsi con le reti vuote, saranno mattine di mestizia e di pensierose traiettorie: non pescare pesce, infatti, per un pescatore è il fallimento più grande, la miseria di un mestiere che era partito come passione ereditata dai padri. Ce ne sarà uno ancor più grande, ad essere sinceri: quando, dopo una notte di pesca infruttuosa, qualcuno farà finta che tutto vada bene, quando invece il mare è stato avaro e infingardo. D'altronde gettare la rete è roba del pescatore, riempirla è affare del mare: se vorrà, quando vorrà, se gli parrà opportuno. La Scrittura conosce il mare: pure lei gli somiglia assai. Certi giorni tace, altri esagera, sovente tiene in sospeso.

Con lo struggimento delle barche addosso, abbarbicati alle vecchie usanze del mestiere paterno. Con buona pace del vecchio padre che - anni addietro e col dito puntato contro - profetizzò che sarebbero tornati di moda quei vecchi strumenti d'acqua: scafi e remi, barche e sale, il timone e quell'andazzo mattutino dei mercati da imbastire alla bell'è meglio. Gente tornata pratica delle acque del lago dopo l'intermezzo della sequela raminga per la Galilea. Tornati ai vecchi sogni d'un tempo, col ricordo di Lui sempre cucito addosso. Ad ogni piè sospinto, ad ogni giro di boa, ad ogni mattana di pesci: «Sognando da sveglio / davanti al mare immenso / non prendo neanche un pesce. / Non faccio niente? Penso» (poesia di un anonimo pescatore di Camogli). Sulla strada del vecchio paesello natìo, come emigranti di ritorno da un tentativo di fortuna fallato (M. Pozza, L'imbarazzo di Dio, San Paolo 2014)

Erano tornati ai vecchi mestieri di un tempo: abborracciati, nel gesto tipico di chi tenta di dimenticare ciò che è appena accaduto. Di chi, a conti fatti, ha castigato in una parentesi quei tre anni vissuti gomito a gomito con quel Rabbì che li aveva sedotti. Sedotti e abbandonati, pensano loro. Nelle anime pochi sentimenti, per lo più di mesta frustrazione per essersi fatti abbindolare da un Passator poco cortese che li colse - e li trafisse con un gettito di sguardo - mentre erano impegnati nel loro daffare quotidiano. Cafarnao, terra di sorprese, di pesche e di partenze. Una terra che oggi sembra essere stata la partenza di una grande illusione, della più grande tra le illusioni immaginabili: aver trovato Qualcuno che indicasse loro da che parte gettare la rete per pescare la felicità di una vita. Tre anni sono mille giorni e altrettanti inizi: olivi e datteri, zoppi e malfamati, sgualdrine e donne devote. Fiori di giglio e voli di passeri, spighe di grano e alberi di fico. Miracoli, diatribe e spiegazioni lasciate in calce ad ogni minima titubanza. Lui, loro e gli altri: una grande famiglia, con annessi e connessi dello stare assieme. Non s'erano scelti tra loro, non L'avevano scelto loro: s'erano trovati dentro il brogliaccio di una storia che sapeva di buono. E loro, pescatori avvezzi alle improvvisazioni del mare, ci avevano creduto. Gli avevano creduto. Fino alla fine Lui li amò; fino alla fine loro Gli dettero credito. Fino ad un passo dalla fine, a ragione di onestà: sotto la Croce si misero a russare sbadati. Svegliati di soprassalto al rintocco dei chiodi, si diedero alla fuga: morto il Capitano, i prossimi sarebbero stati loro. Pietro, povero cristo, quel gallo lo fece cantare. Chissà se fu solo a nome suo o, da perfetto capoclasse, rappresentasse il sentimento di tutta la ciurma. Poi stop.

Tornati a pescare: gettando la rete mandavano al mare le vecchie immagini di Lui, tirando la rete speravano di cavare lucci e pesci a volontà. In fine dei conti tre anni non son poi così tanti: "E' stata una parentesi" si saranno detti ad oltranza. C'è da giurarci che qualcuno, forse più di uno, ogni tanto lasciasse parlare il cuore: "Sai, pescatore, ogni tanto mi par di vederlo, di sentirlo. Sono attimi nei quali il cuore mi batte all'impazzata". E qualche altro a dar cenno con la testa, come a dire: "Succede anche a me, sai: mi vergognavo a dirlo". Poi all'improvviso un vocabolario familiare: «Pace a voi!». Parole, pane, parole che sanno di pane: è Lui? Non è Lui. Basta illudersi. «Toccatemi e guardate». Non lo toccano, lo guardano solo. E Lui: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». A pescatori colti di sorpresa, il pesce è merce che trovano sempre a portata di mano: «Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro». Era Lui davvero: certi sguardi sono per sempre. Era tornato quel vecchio Amore che pensavano chissà dove: «Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano» (A. Venditti). Torna l'Amore, torna la festa del cuore, riparte la vita: d'ora in poi nessuno più li fermerà. Li ha presi per la gola: un piatto di pesce arrostito per festeggiare la riappacificazione dei cuori. Il Risorto è un Signore, per davvero: se scompare è per poi riapparire. Più credibile, più Amico, per sempre fedele. Loro Gli danno del pesce, Lui dà loro la pace. Pesce e pace: gli ingredienti di ciò che non tradisce.

don Marco Pozza

 

 

La profondità della fede

La prima difficoltà che impedisce la fede nel Risorto è la paura, lo spavento che nasce dall'ignoto. I discepoli si trovano di fronte a qualcosa che essi non possono controllare, che ha a che fare con la presenza stessa di Dio. Questo genera incertezza e timore.

Il dubbio

La seconda difficoltà è quella del dubbio: "Perché sorgono pensieri nei vostri cuori?". Il dubbio che prende i discepoli è che si tratti di un fantasma, di uno spirito. Un fatto paranormale dunque, ma non divino. L'evangelista intende negare decisamente qualunque interpretazione simile della risurrezione, che ne riduca la portata salvifica. Per questo sottolinea i segni che evidenziano la consistenza reale del corpo del Risorto: mostra le mani e i piedi, invita i discepoli a toccarlo, chiede di mangiare e bere con loro.

La gioia

L'ultima difficoltà, paradossalmente, è proprio la gioia dei discepoli che hanno riconosciuto il Maestro. Come può la gioia impedire di credere? Occorre considerare quale tipo di fede abbia qui in mente l'evangelista. La vera fede non si riduce ad un moto di entusiasmo o di trasporto emotivo. Si può riconoscere il Risorto, essere pazzi di gioia, e ancora non credere. La vera fede consiste nell'andare oltre l'apparizione. Nell'essere in grado di assumersi una responsabilità globale.

Una presenza ingombrante

La fede si ha nel momento in cui i discepoli sono in grado di ascoltare le parole del Risorto: "Devono compiersi tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". La fede permette di scoprire il legame tra il Risorto di cui stanno sperimentando la presenza, il Maestro con cui hanno vissuto a partire dalla Galilea, tutta la storia di salvezza testimoniata nelle Scritture di Israele. La fede nel Risorto non si limita alla constatazione della sua presenza, ma comporta il rendersi conto di tutte le sue implicazioni, passate e future.

Sta scritto...

Le parole che Gesù aggiunge sono per certi aspetti sorprendenti. "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire...": queste parole alla lettera non si ritrovano in nessun passo dell'Antico Testamento. Né tantomeno troviamo esplicite affermazioni di una predicazione a tutte le genti. Eppure è questo il senso profondo del complesso delle Scritture. Il Risorto non trasmette informazioni parziali, ma un senso globale, che non si limita al passato, ma comprende anche il futuro dei discepoli, li coinvolge per sempre: "saranno annunziate nel suo nome la conversione e il perdono dei peccati. Di questo voi siete testimoni".

Oltre il dubbio

Ciò che vediamo nel mondo ci fa dubitare del senso della storia. Vediamo dietro di noi secoli di guerre, discordie, violenze, anche da parte di chi si diceva cristiano. Può facilmente insinuarsi nel nostro cuore la sfiducia. Il pensare che in fondo Gesù risorto, ammesso che crediamo in lui, non può fare più di tanto. Spesso il nostro peccato personale ci appare come una realtà insormontabile. Proprio a noi sfiduciati e delusi viene incontro il Vangelo di questa domenica, per rafforzare la nostra fede scossa dall'incertezza, minata dalla frammentarietà a cui ci sentiamo esposti. La Parola di Dio continua ad illuminare le nostre vicende tribolate. La conversione e il perdono dei peccati, che anche noi siamo chiamati ad annunciare fino agli estremi confini della terra, non hanno esaurito la loro carica di rinnovamento. Anche noi possiamo essere testimoni del Risorto.

Prima lettura

Siamo nel contesto del discorso di Pietro, dopo la guarigione del paralitico. Nel libro degli Atti è il secondo discorso pubblico in cui gli apostoli annunciano al popolo la risurrezione. La pericope liturgica individua all'interno del brano, l'annuncio propriamente pasquale.

"Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri...": La caratteristica sorprendente della religione ebraica è che Dio si lega agli uomini, e pertanto può essere chiamato come Dio di Abramo, di Isacco, di Mosè... Dio si fa vicino all'uomo e si manifesta nella storia del popolo di Israele. Pietro prende le mosse del suo discorso proprio da questa conoscenza previa che i suoi interlocutori avevano di Dio.

"...ha glorificato il suo servo Gesù...": viene effettuato il collegamento tra il Dio che gli ascoltatori di Pietro credevano di conoscere e la vicenda di Gesù. Il Dio dei Padri è anche il Dio di Gesù, il Dio che lo ha risuscitato, dando avvio ad una tappa decisiva della storia della Salvezza. Pietro chiede ai suoi uditori un duplice superamento delle loro convinzioni: deve cambiare la loro immagine di Dio, ma deve cambiare anche l'immagine di sé.

"...voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l'autore della vita...": la scoperta del progetto di Dio si traduce immediatamente in constatazione del proprio peccato. Pietro parla con estrema franchezza, senza tentare di addolcire il discorso. Ogni discorso di evangelizzazione porta con sé inevitabilmente la dolorosa scoperta di un peccato che prima non era neppure sospettato. Ogni crescita nella fede porta a rivedere il proprio passato, con la scoperta o la riscoperta di gravi mancanze.

"... so che voi avete agito per ignoranza...": Pietro non calca la mano sul peccato. Il suo discorso non vuole essere denuncia polemica, ma offerta di salvezza. La risurrezione apre la possibilità della conversione, di un cambiamento profondo della vita.

Seconda lettura

"Vi scrivo queste cose perché non pecchiate...": non c'è nessuna rassegnazione al peccato negli scritti del Nuovo Testamento. Domina l'entusiasmo per la salvezza operata da Cristo, e la convinzione profonda che in Gesù si è verificata la vittoria sul peccato e sulla morte, per cui il discepolo può tendere ed aspirare ad una vita libera dalla forza del peccato.

"Ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre...": anche la considerazione realistica che di fatto il peccato fa parte della nostra vita, si apre immediatamente alla considerazione del perdono che Cristo offre. Una vita senza peccato non è possibile per virtù nostra o attraverso lo sforzo personale, ma per l'unione con la morte e risurrezione di Cristo.

"Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati...": si usa qui la terminologia, presa dall'Antico Testamento, della liturgia dell'Espiazione, che dopo l'Esilio era divenuta la festa fondamentale del giudaismo. L'affermazione è nuova e coraggiosa: solo in Gesù si ha una vera

don Fulvio Bertellini

 

 

Cristiani laici: testimoni del Testimone

Il Cristo doveva patire e risuscitare dai morti il terzo giorno

C’è una parola, anzi una frase che è risuonata due volte nei brani delle sante Scritture appena proclamate: è la parola testimoni. La parola l’abbiamo sentita dalle labbra di Pietro, nella sua seconda uscita pubblica, dopo la Pentecoste, quel giorno a Gerusalemme all’ora nona, mentre il paralitico guarito presso la porta del tempio detta Bella continuava a correre euforico e a saltare come un cerbiatto eccitato: “Voi, uomini d’Israele, avete ucciso l’autore della vita - proclama il primo dei Dodici - Ma Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni” (1ª lettura). Quest’ultima espressione l’abbiamo ritrovata pari pari nel vangelo - tranne il cambio del soggetto, dal noi al voi - rivolta dal Risorto agli Undici riuniti nel cenacolo la sera di Pasqua: “Di questo voi siete testimoni”.

1. Questa perfetta comunanza di linguaggio tra il Signore uscito vivo dal sepolcro e il primo dei testimoni, Pietro, è sintomatica: tra i due, infatti, non era stato sempre così, anzi, proprio nel momento in cui Simone di Giovanni era andato più vicino al mistero del Maestro, a Cesarea di Filippo, confessandolo Messia e Figlio di Dio, proprio quel giorno, appena dopo essere stato da lui solennemente dichiarato come la roccia di fondamento della futura Chiesa, il figlio di Giona era stato sonoramente sconfessato con quelle parole terribili, che Gesù non aveva mai pronunciato per nessuno, se non per  il tentatore: “Vattene via da me, Satana!”.

Sappiamo cosa era avvenuto a fare la differenza tra il vecchio Simone secondo la carne, prima della Croce, e questo nuovo Pietro secondo lo Spirito, dopo la Pentecoste. Era accaduto l’evento inattendibile e del tutto inatteso da parte dei discepoli: davvero il Signore era risorto ed era apparso a Simone. Dal giorno di Pasqua di quell’anno 30 d.C. Pietro ha finalmente cominciato a pensare secondo Dio e non più secondo gli uomini. La sua è la storia di un discepolo che diventa testimone. Questa storia oggi ci parla e ci interpella: noi siamo qui per assumerla e farla nostra.

Non possiamo lasciarci sfuggire un’occasione tanto preziosa e davvero provvidenziale, per rimettere a fuoco il profilo del testimone.

Chi è dunque il testimone? È uno che ha visto, che ricorda e racconta. Vedere, ricordare e raccontare sono i tre verbi, che ne precisano l’identità e ne configurano il comportamento. Il testimone è uno che ha visto, ma non da una postazione neutra né con occhio distaccato; ha visto, e si è lasciato coinvolgere dall’accaduto. E perciò ricorda - e i filologi ci informano che il termine greco per dire “testimone”, martys, viene dal sanscrito smarati, ricordarsi - il testimone ricorda, non tanto perché sa ricostruire per filo e per segno la successione materiale dei fatti bruti, ma perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto la polpa interiore sotto la corteccia dei dati nudi e crudi. Allora il testimone racconta, non come un foto-reporter, in modo chiaro e distinto ma freddo e distante, quanto piuttosto come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Racconta prendendo posizione e compromettendosi; parla non in modo spento e ripetiticcio, ma “facendo vedere”, anche a chi non ha visto, quello che i suoi occhi hanno contemplato e le sue mani hanno palpato. Il testimone non dimostra un teorema o una teoria; mostra una storia, facendo cogliere la differenza che in essa è stata prodotta dall’evento testimoniato.

Ecco come il Vaticano II applica questo profilo del testimone ai laici cristiani: “Ogni laico deve essere davanti al mondo testimone del Signore Gesù risorto e vivente” (LG 38). Questo identikit indica l’oggetto della testimonianza laicale, ne richiama una precisa condizione di possibilità, e ne prospetta un duplice paradosso.

2. L’oggetto o contenuto della testimonianza cristiana non è un complesso sistema di pensiero, né un complicato codice di precetti e divieti, ma un messaggio di salvezza, un evento puntuale e attingibile, meglio una persona, il Cristo risorto e vivente. Quindi l’oggetto della testimonianza è in realtà un soggetto: Gesù, Messia crocifisso e unico Salvatore di tutti. Questo soggetto umano-divino può essere testimoniato solo da cristiani che hanno fatto personalmente l’esperienza della salvezza. Insomma tu, fratello, sorella, puoi testimoniare che Cristo è risorto e vivente, solo se è risorto in te ed è vivente nella tua vita concreta, particolare e specifica. Quando sperimenti la sua presenza e la sua consolazione, quando Lui ti dà la forza di ricominciare, di donare e di perdonare, quando ti fa piangere con chi piange e gioire con chi gioisce, allora capisci che è davvero risorto e tu sei in grado di mostrarlo agli altri; allora tu non sei più come uno che informa su di Lui o racconta di Lui, ma ti lasci diventare la persona in cui Lui stesso si racconta. Senza mai dimenticare che il verbo della testimonianza va declinato al plurale: “noi siamo i testimoni”. Solo due o tre cristiani risorti con Cristo e riuniti nel suo nome, possono rendere testimonianza alla sua presenza, oggi. Ma senza dimenticare neppure che i primi destinatari del messaggio non sono i “nostri”, ma i cosiddetti “lontani”. Spetta ai laici, soprattutto ai laici, annunciare il vangelo dappertutto. Ecco la “predica” che non solo tocca ai laici, ma che possono fare solo i laici.

3. A questo punto va assunta la domanda: come è possibile essere oggi testimoni di un evento accaduto duemila anni fa? È vero, la scoperta della tomba vuota avvenne quel 9 aprile dell’anno 30, ma è altrettanto vero che la risurrezione è un avvenimento che, per natura sua, non può essere chiuso e sepolto nel passato. Dire che Cristo è risorto, significa dire che Egli è vivo.

Ma questo evento continua ad accadere oggi, a condizione che lo lasciamo accadere in noi; se permettiamo a Cristo di risorgere in noi, di continuare a lottare contro il male che c’è dentro e fuori di noi. Se noi risorgiamo da una vita trascinata, da una fede languida, da una speranza spenta, da una condotta incolore, inodore, insapore, noi diventiamo i testimoni credibili e convincenti del Signore risorto. Ma se non ci riprendiamo da questo borghesismo che ci ha infiacchito tutti, se non ci decidiamo ad uscire dai nostri cenacoli, se non sappiamo intercettare le domande di vita e di senso dei poveri più poveri, quali sono i poveri di fede, come possiamo mostrare che il Risorto è con noi ogni giorno e continua ad “operare in sinergia con noi” (cf. Mc. 16,20) per la salvezza del mondo?

La nostra testimonianza allora non può non apparire segnata da due paradossi: il primo è quello di tenere insieme unite radicalità e quotidianità. Il credente sa di non poter fare sconti al messaggio che deve proporre, perché il vangelo che comunica non viene dall’uomo e non si può piegare ai gusti del mondo: di qui la radicalità. E il cristiano sa pure che il vangelo non è una proposta eccezionale per persone eccezionali. Il testimone del Risorto non si isola in un limbo dorato, né si astrae in un cielo intatto e intangibile. La vera esperienza del fuoco di Cristo ci riunisce nel cenacolo, ma per legarci alle cose, per inserirci nella storia, per accostarci agli altri. Quello che fa capire che siamo passati attraverso il fuoco dell’Amore, non sarà il nostro modo di parlare di Cristo al mondo, ma sarà il nostro modo di parlare come Cristo, con “fatti di vangelo”, al mondo.

Legato a questo, è un secondo paradosso, quello che fa rimare perfettamente, a rima baciata, franchezza con dolcezza. La franchezza nel testimone deriva dalla coscienza di verità del vangelo: se si crede sinceramente che solo nel Signore crocifisso e risorto c’è salvezza, allora - come Paolo - non si può non dire coraggiosamente: “Io non mi vergogno del vangelo”. Si deve essere sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, ma questo va fatto “con dolcezza” (1Pt. 3,15). La testimonianza della fede infatti è un richiamo, non una pressione, e il vangelo non si impone mai, si propone, e “non con la spada, ma con la croce” (don A. Santoro).

Forse questi caratteri della testimonianza cristiana si possono esprimere più semplicemente con un racconto dei chassidim di M. Buber:

Mio nonno era paralitico. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro, il grande Baal Shem. Allora raccontò come il santo Baal Shem, mentre pregava, avesse l’abitudine di saltare e di ballare. Mio nonno si alzò e raccontò; la storia lo eccitò a tal punto da mostrare, saltando e ballando, come avesse agito il maestro. Da quel momento egli fu guarito. Questo è il modo di raccontare storie.

Questo sia il nostro modo di raccontare, da testimoni, la storia di Gesù risorto, speranza del mondo.

mons. Francesco Lambiasi

"Il pane della Domenica"

 

 

Questo brano segue immediatamente quello dei discepoli di Emmaus. Questi, dopo aver riconosciuto Gesù nello spezzare il pane, ritornano di corsa a Gerusalemme per raccontare agli apostoli l'accaduto. Qui vengono a sapere che Gesù è già apparso a Pietro. Segue dunque il racconto dell'apparizione di Gesù a tutti loro, il brano che leggiamo oggi.

In questo brano si insiste molto sulla corporeità di Gesù risorto, non è un fantasma. Un altro elemento, che si coglie anche nel brano dei discepoli di Emmaus, è la spiegazione delle Scritture e la loro importanza per comprendere pienamente la vicenda di Gesù, morto e risorto.

Lectio

In quel tempo, i due discepoli che erano ritornati da Emmaus 35narravano agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane.

Questo brano inizia con il versetto finale dell'episodio dei discepoli di Emmaus. E' un piccolo riassunto che ci ricorda quanto era accaduto. La cosa importante di questo racconto è che Gesù si era fatto riconoscere dai due di Emmaus nello spezzare il pane.

 

36 - Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

Per dire il farsi presente di Gesù Luca non usa verbi di movimento, come “venire” o “entrare”, ma il verbo “stare” che non suppone alcun cambiamento di luogo. Il risorto non “viene” ma è già lì in mezzo ai suoi discepoli. Deve solo rendersi visibile. Egli li saluta con lo shalom ebraico, l'insieme di tutti i beni messianici annunziati dai profeti.

 

37 - Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?

Dei discepoli si sottolinea lo stupore impaurito e la perplessità. Per dire lo stupore e lo spavento si usano addirittura tre parole dal significato molto forte. Ptoeo : spavento che atterrisce. Emphobos : impaurito, intimorito, spaventato. Di fronte al Risorto i discepoli sembrano spaventati esattamente come le donne di fronte alla visione degli angeli (Luca 24,4). Lo spavento e la paura sono due annotazioni dell'evangelista stesso. Tarasso: il turbamento e l'agitazione sono un rimprovero che Gesù rivolge direttamente ai discepoli: “Perché siete turbati”. Gesù intende un turbamento profondo (il verbo tarasso significa l'animo agitato, sottosopra, quasi come un mare in tempesta) e non si tratta qui di un turbamento passeggero, ma fermo (il verbo infatti è al tempo perfetto), non un'agitazione di superficie ma profonda. Oltre che di agitazione e turbamento, il rimprovero di Gesù parla anche di dubbio e perplessità: dialoghismos. Questo verbo esprime molto bene l'atteggiamento di sconcerto di chi si trova inaspettatamente di fronte a un fatto o a una parola che suscita perplessità e dubbio e fa problema: una perplessità che invade tutta la persona (il vostro cuore) e che non soltanto sopravviene, ma sale come qualcosa che invade e aumenta sempre più.

La ragione di tanto spavento, agitazione e perplessità sta nel fatto che i discepoli “immaginavano di vedere uno spirito. Il vocabolo spirito (pneuma) qui usato dice genericamente qualcosa di fluttuante, inconsistente, come può essere un fantasma, o come può essere un'apparenza ingannevole che pare reale, ma che di fatto non lo è.

Theorein (vedere) è lo sguardo dello spettatore che assiste a uno spettacolo, lo osserva attentamente, anche a lungo ma non necessariamente interessato ad andare oltre ciò che appare sulla scena.

 

39 - Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

I discepoli pensavano di vedere ma non vedevano. il loro sguardo si ferma all'apparenza. Il risorto li invita a guardare diversamente idete, non come si guarda uno spettacolo, ma una cosa materiale, che si può toccare Guardate e toccate. Sono proprio io, ma bisogna guardare le mani e i piedi.

 

40 - Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Non si dice che i discepoli abbiano veramente toccato Gesù risorto. Il verbo toccare è detto solo una volta, ma poi Gesù stesso lo lascia cadere. Si insiste piuttosto sul guardare.

 

41 - Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Per rendere visibile e credibile la sua identità e la sua realtà, Gesù moltiplica i segni: mostra le sue mani e i piedi, si fa vedere come una persona in carne e ossa, persino mangia davanti ai discepoli una porzione di pesce arrostito. Questa progressività nell'offrire segni convincenti rivela un'indubbia preoccupazione apologetica. In questa apparizione Gesù soltanto agisce e parla. I discepoli sono fermi e silenziosi. Di loro sono descritti però i sentimenti interiori: lo sconcerto e la paura, il turbamento e il dubbio, lo stupore e l'incredulità, la gioia. I sentimenti dominanti tradiscono la difficoltà a credere nella risurrezione. L'evangelista sa che non è facile credere nel risorto. Persino la gioia è presentata come un ostacolo alla fede (per la gioia non credevano ancora). Di fronte alla risurrezione l'uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché si trova davanti a un fatto assolutamente insolito, sia perché si imbatte in una sorpresa troppo bella, desiderata ma ritenuta impossibile.

 

44 - Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei salmi».

Gesù ricorda ora quello che aveva detto ai suoi discepoli durante la sua vita terrena. L'espressione “quando ero ancora con voi” ci ricorda che ormai la sua presenza e la sua compagnia sono cambiate. Non sono cambiate però le sue parole. Il Signore risorto ricorda e spiega la parola del Gesù terreno. C'è stato un compimento. Pleroo indica un percorso che giunge alla conclusione, un'opera che è finita, un vuoto riempito. Il verbo è usato nella forma passiva. Non è l'uomo che ha portato a compimento, ma Dio.

Tutte le cose, ma Gesù si concentra su una cosa sola: il suo patire e il suo risorgere. E' un evento in cui convergono tutte le strade che percorrono le Scritture (Mosè profeti e salmi). Senza la croce il cammino di Gesù sarebbe rimasto incompiuto, ma con esso anche le Scritture.

 

45 - Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture

Senza l'azione di Gesù risorto non si comprendono le Scritture e senza l'intelligenza delle Scritture non si comprende chi Egli sia e il significato del cammino da lui percorso. L'intelligenza delle Scritture è un evento Cristologico: Gesù è al tempo stesso l'oggetto di questa intelligenza e Colui che ne fa dono. Tutto questo è esplicitamente contenuto nel testo che stiamo leggendo. Ma il discorso può essere coerentemente allargato. Senza l'intelligenza delle Scritture la storia dell'uomo, e non solo la storia di Gesù, resta oscura.

La prima comunità di Gerusalemme persevera nell'istruzione degli apostoli, cioè nella spiegazione delle Scritture e delle parole di Gesù. Si tratta di un ascolto assiduo e sistematico della parola, per poi interpretare alla sua luce i fatti che accadono e operare di conseguenza.

 

46 - e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47 e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.

Gesù include nella “divina necessità” anche la predicazione a tutte le genti. La predicazione fa parte dell'evento Cristologico. Passione, risurrezione e missione costituiscono un solo evento, tutte e tre all'interno della medesima “divina necessità” e all'interno delle Scritture. Il compimento è la morte/risurrezione predicata. Solo Luca colloca la missione a tutte le genti così strettamente all'interno dell'evento salvifico.

Non si specifica chi siano i predicatori. Destinatari sono tutte le genti: l'universalità è inclusa nell'evento di Gesù e ne caratterizza la missione. Non c'è vera missione senza universalità.

Il contenuto della predicazione è la conversione e il perdono dei peccati. Metanoia è la conversione della mentalità. Perdono di Dio è più grande dei nostri peccati. Il perdono rigenera nuovi rapporti tra noi impone una direzione diversa alla nostra esistenza.

L'annuncio segue un protocollo preciso: prima è necessario far sentire agli uditori, ebrei e pagani, il bisogno di una salvezza. L'aggancio avveniva partendo dal desiderio di salvezza spirituale, assai diffuso nel mondo greco-romano e nello stesso ebraismo, due popoli delusi dall'astratta sapienza dei filosofi, da una religione ufficiale priva di slancio, e dagli ideali politici ormai in dissoluzione. Dopo aver messo in evidenza il bisogno di salvezza, i primi missionari presentavano subito la figura del Cristo, morto e risorto per noi, invitando alla conversione e proponendo un cambiamento del modo di vivere.

48 - Di questo voi siete testimoni.

C'è un cammino di salvezza in cui gli Undici sono direttamente coinvolti. Sono loro i testimoni che andranno a predicare in tutto il mondo ciò che è successo al Cristo. Sono loro che predicheranno la conversione e il perdono dei peccati cominciando da Gerusalemme, cioè dal luogo in cui si trovano ora. Però il mandato ha bisogno ancora di una cosa: la discesa dello Spirito Santo. Ecco perché nel v. 49 Gesù ordinerà ai suoi di non allontanarsi dalla città fino a che non sarebbero stati rivestiti di potenza dall'alto.

monastero domenicano Matris Domini

 

 

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!

Se c'è un brano nel quale è chiaro il perché Gesù dopo la sua risurrezione si fa vedere ai suoi discepoli, è proprio quello che ci viene offerto dalla liturgia di questa terza domenica di Pasqua. I discepoli, infatti, credevano di conoscere Dio. Educati nella fede sin dall'infanzia, alla scuola della tradizione dei padri, essi conoscevano a memoria le sacre Scritture e gli insegnamenti dei saggi d'Israele... Ma la morte di Gesù smentì ogni loro convinzione, al punto di dover riconoscere che di Dio, fino a quel momento, non avevano compreso assolutamente nulla.

Già nelle parole dei due di Emmaus (il brano che precede quello di oggi) è chiaro che chi aveva seguito Gesù era convinto che Gesù era il Figlio di Dio, il Messia atteso, il consacrato di Dio, che avrebbe riportato il regno di Dio in mezzo agli uomini. Ma il suo arresto nel Getsemani aveva convinto i discepoli ad abbandonarlo, Pietro non riconosceva più il suo maestro e Giuda si era perfino spinto a consegnarlo alle autorità, forse sperando che davanti a loro Gesù avrebbe alla fine rivelato la sua identità. Gli eventi tragici della passione e della morte facevano di Gesù un maledetto, abbandonato da Dio. Sulla croce, appeso a quel legno non sarebbe mai potuto finire il Figlio di Dio. Era ora di riprendersi da quella brutta storia, avevano riposto nell'uomo sbagliato le loro attese e ora non restava altro che trovare la forza di ricominciare, ritornare a vivere dopo una profondissima delusione. Ma, quando già qualcuno aveva trovato il coraggio di ritornare alla propria vita, il fantasma dell'eroe che miseramente aveva finito i suoi giorni, ricompare sulla scena.

Che fatica per Gesù convincerli che non era un fantasma, ma un uomo, in carne ed ossa, ritornato alla vita o, se vogliamo dirla tutta, un uomo che aveva attraversato la morte con l'unica forza che nemmeno la morte può distruggere, la forza dell'amore che proprio nel suo morire aveva dimostrato tutta la sua vitalità.

Cose da pazzi! Sì, sembra una follia e così appare ancora oggi. La follia di un amore che si perde continuamente a servizio della vita e si leva dalla morte solo per continuare a morire per amore, per essere per sempre servo per amore.

Poveri discepoli: il maledetto, appeso al legno della croce, mostrava di essere più vivo che mai e non c'era possibilità di errore. Le ferite sono le sue, quelle di chi ama fino alla morte ed è pronto a morire fino a quando l'ultimo uomo della terra non è convinto che la croce è la rivelazione massima e definitiva dell'amore e che Dio ha il volto di Cristo Crocifisso.

don Luca Orlando Russo

 

 

Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno

Questo primo discorso di Pietro dopo la Pentecoste - che possiamo considerare la prima omelia della storia cristiana - è un passaggio nel quale siamo messi in maniera drammatica ed esplicita di fronte alla nostra responsabilità collettiva per la morte di Gesù. Certo, Pietro nel parlare si rivolge ai giudei del suo tempo, e probabilmente, tra le persone che lo ascoltavano, ce n'erano alcune che qualche settimana prima avevano gridato a Pilato: "Crocifiggilo, crocifiggilo!". Ma anche se non siamo gli attori storici dell'uccisione di Gesù, anche se non abbiamo contribuito direttamente alla sua crocefissione, siamo solidalmente responsabili con tutta l'umanità, con tutti gli uomini e le donne di tutti i tempi, della morte del Giusto, del Figlio di Dio. Se Gesù apparisse oggi di nuovo agiremmo anche noi come fecero i suoi contemporanei. Nella celebre leggenda del grande inquisitore ne I fratelli Karamazov, Dostoevskij dice che se Gesù ritornasse oggi sulla terra, di nuovo non sarebbe riconosciuto e di nuovo sarebbe crocifisso. Sì, ancora oggi la durezza del nostro cuore resta la stessa che incontrò Gesù tra i suoi contemporanei. La nostra resistenza all'azione di Dio nella nostra vita e nella storia resta la stessa. Se non percepiamo sempre questa resistenza è perché essa appare solo quando Dio appare. Solo la luce di Dio manifesta il nostro peccato. Quindi anche noi siamo solidalmente responsabili della morte di Gesù. Lo siamo perché faremmo la stessa cosa se Gesù apparisse, ma lo siamo anche perché ciò che ha ucciso Gesù è stata proprio questa opposizione all'azione e alla presenza di Dio nella storia, questa paura di ciò che Dio può cambiare nelle nostre vite: paura delle sue esigenze, paura soprattutto della sua novità, del modo nel quale si presenta a noi, che non corrisponde all'idea che noi ci facciamo di Dio.

Le frasi che utilizza Pietro sono molto pesanti: Avete rinnegato il Santo e il Giusto; avete graziato un assassino; avete ucciso l'autore della vita. Se però Pietro insiste così pesantemente sulla gravità del peccato - il peccato in tutte le sue forme, il peccato di tutti i tempi, il nostro peccato, il peccato di ciascuno di noi- è per poter proclamare in maniera ancora più eloquente la grandezza del perdono di Dio, la grandezza del cambiamento che è stato introdotto nella storia: Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Neanche il nostro peccato sfugge all'azione e alla provvidenza di Dio. Non sfugge all'azione e alla provvidenza di Dio neanche la nostra resistenza al suo intervento nelle nostre vite. Non possiamo ostacolare l'azione di Dio. Nessun peccato è stato più estremo di quello che è consistito non solo nel rifiutare una parola di Dio, come nel caso della predicazione dei profeti, non solo nel disubbidire a un ordine di Dio, come era successo costantemente nella storia di Israele, ma addirittura nell'uccidere il figlio che Dio aveva mandato - nell'uccidere - come dice Paolo - "l'autore della vita". Nessun peccato può essere concepito di più grave, e soprattutto nessun rifiuto dell'azione e dell'intervento di Dio nella nostra vita e nella nostra storia può essere considerato più radicale. Ma il paradosso è che un rifiuto così totale era necessario proprio per mostrare fino a che punto arrivasse l'onnipotenza di Dio. La sua uccisione, il rifiuto totale del suo intervento nella storia e nelle nostre vite è stata per Dio l'occasione di manifestare nel modo più straordinario possibile il suo amore e soprattutto la sua determinazione, al di là e contro ogni resistenza umana, di salvare l'uomo. Anche il rifiuto più totale di Dio da parte dell'uomo non dissuade Dio. Non solo, ma proprio il rifiuto più totale di Dio conduce alla salvezza più efficace. Insistendo così fortemente sul nostro peccato, quindi, è un messaggio di speranza quello che Pietro vuole darci. Il messaggio di speranza è che non c'è peccato, per quanto grave, per quanto totale, che possa resistere, che possa sorpassare la grazia ancora più grande che Dio mette a nostra disposizione, che Dio dispiega nella resurrezione di Cristo. Resurrezione di Cristo vuol dire proprio questo: grazia più potente, più grande del nostro peccato. E' quello che conferma Giovanni nella sua lettera quando dice: Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito (un consolatore, un avvocato) presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È' lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Colui che intercede per noi è proprio colui che noi abbiamo ucciso e rifiutato. Ma lui è vivo, è ritornato alla vita, per diffondere questa vita più grande e più forte della morte. E la conseguenza di tutto questo è che Pietro può proclamare: Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati. Convertitevi vuol dire - lo sappiamo - "rigiratevi, cambiate di direzione, cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati". Risurrezione vuol dire dunque questo: possibilità di cambiare vita. Cambiare vita adesso è possibile, perché la potenza di Dio vince sulla nostra ignoranza. La potenza di Dio vince sul nostro rifiuto sulla sua azione che in fondo è una incapacità di credere alla grandezza del suo amore per noi. Una incapacità di percepire Dio come colui che vuole la nostra salvezza. E' possibile adesso cambiare vita, perché la colpevolezza che ci opprime non è più invincibile, perché il peccato che ci conduce lontano da Dio non è più un ostacolo. Abbiamo un Paraclito, un difensore, un avvocato, un consolatore presso il Padre, abbiamo lo Spirito Santo, abbiamo il Risorto, che è con noi. Cambiare vita, adesso, è possibile: questo, Gesù lo proclama quando appare in mezzo ai suoi discepoli, questi discepoli increduli, che non vogliono credere alla sua resurrezione. Il rifiuto di credere alla resurrezione di Gesù è un rifiuto di credere che sia veramente possibile cambiare le nostre vite, che sia veramente possibile che nella storia sia stata introdotta una novità radicale. Siamo tutti un po' fatalisti, un po' cinici, un po' disillusi - un po' o forse molto. Vedendo il ripetersi ciclico di tutte le ingiustizie, il ripetersi di tutti i mali nelle nostre vite e nelle nostre società, siamo condotti a credere che non sia veramente possibile il cambiamento. Questo è il rifiuto di credere alla risurrezione del Signore! Quando rifiutiamo di credere che la potenza della grazia, malgrado tutta l'evidenza contraria, sia incapace di cambiare la storia, siamo come questi discepoli che in presenza di Gesù - pur vedendolo, pur toccandolo, pur vedendolo mangiare davanti a loro - ancora non vogliono credere che la morte non sia l'ultima parola, che lui sia veramente vivo, vivo in modo nuovo. Non vogliono credere che colui che era stato così barbaramente soppresso, che avevano visto crocifisso, del quale avevano visto il corpo esanime, che era stato messo in un sepolcro, adesso di nuovo è ritornato alla vita. Ed è facendosi vedere, facendosi toccare, conducendoci piano piano a credere in questa novità, nella possibilità che ha Dio di introdurre questa novità nella storia, che anche Gesù (come Pietro, come Giovanni) proclama la possibilità - non soltanto la necessità, ma la possibilità - della conversione: Convertitevi! Nel nome di Gesù saranno predicati a tutti i popoli la conversione ed il perdono di tutti i peccati.

La conversione è dunque possibile. Lo possiamo e lo dobbiamo credere in virtù della nostra fede nella resurrezione di Cristo. Certo, se è vero che, malgrado i nostri propositi di cambiamento di vita, continuiamo a sentire tutta la pesantezza che caratterizza la nostra esistenza e tutta la nostra difficoltà a resistere al peccato, abbiamo questo messaggio di speranza che ci viene dal passaggio letto pocanzi tratto dalla prima lettera di san Giovanni. E' vero, ci è stato chiesto di non peccare, ma Giovanni aggiunge che se qualcuno pecca, abbiamo un Paraclito presso il Padre, cioè un avvocato di prima classe, possiamo dire: abbiamo Gesù stesso che ci ha amati, ha dato la sua vita per noi e costantemente intercede per noi. La nostra salvezza si manifesta nel cambiamento della nostra vita - ma tale cambiamento è possibile solo a condizione di riceverlo costantemente da Dio. Salvezza e cambiamento non eliminano completamente il peccato dalle nostre vite, ma ci permettono di vincerlo, facendolo costantemente perdonare, cancellare da Dio. Più riconosciamo il nostro peccato, più questo peccato è perdonato, e più ritroviamo la libertà di poter avanzare in una vita nuova, in una vita diversa. Riflettiamo, meditiamo su questa equazione: credere nella resurrezione è credere nella possibilità di cambiare le nostre vite. Chiediamo al Signore questa grazia: "Signore, donami la grazia della conversione! Introduci questo fermento di novità nella mia vita. Aprimi gli occhi. Conducimi a percorrere, nella libertà dell'amore, le tue vie".

dom Luigi Gioia

 

 

Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io.

E' la sera di Pasqua: dopo la scoperta della tomba vuota, le prime voci di apparizioni, i dubbi e le sorprese, ecco Gesù in persona apparire nel cenacolo tra i suoi.

Questi lo "toccano" sbalorditi: è proprio lui! Gesù spiega loro il valore salvifico della sua morte in croce, inviando i discepoli ad esserne testimoni per la conversione e la salvezza di tutti gli uomini.

Le relazioni che oggi noi possediamo di quei fatti insistono da una parte sulla loro concreta storicità, e dall'altra spingono ad una prima interpretazione circa i riflessi salvifici che tali eventi - compresi nella fede, cioè obbedendo alle Scritture - hanno per ognuno di noi.

1) LA RISURREZIONE DELLA CARNE

Il primo dato vistoso è questa verifica sperimentale e fisica da cui parte la fede in Cristo risorto. E' un fatto inequivocabile: quel Gesù messo nella tomba, ora è qui vivo, in carne ed ossa, non è un fantasma. "Toccate e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che ho io". Mangia con loro. Anche Tomaso sentirà il bisogno di toccare e vedere. Pietro porterà come punto di forza della sua testimonianza l'"aver mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti" (At 10,41).

A distanza di anni san Giovanni scrive d'aver testimoniato solo ciò che "fin da principio noi abbiamo udito, abbiamo veduto coi nostri occhi, toccato con le nostre mani" (1Gv. 1,1-4). "Guardate le mie mani e i miei piedi - conclude Gesù -: Sono proprio io!".

Questa enfasi sul dato sperimentale - dichiara Luca nel prologo del suo vangelo - è "perché tu ti possa render conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto" (Lc. 1,4), cioè della veracità storica della tua fede.

D'altra parte questo dato proclama con forza la specificità del mistero cristiano circa l'aldilà: la verità della risurrezione della carne. La filosofia greca, come del resto la risposta di ogni altra religione, giunge al massimo alla credenza dell'immortalità dell'anima spirituale. Ma l'uomo è spirito e corpo, l'uomo è un tutt'uno. Cristo è risorto col corpo, primogenito di molti fratelli, chiamati anch'essi ad una medesima risurrezione integrale d'anima e di corpo per l'eternità.

Per cogliere però la connessione tra l'evento di Pasqua e la nostra salvezza è necessario andare oltre i dati sperimentali, e nella fede cogliere il senso profondo dei gesti compiuti da Gesù con la sua morte e risurrezione. La fede è la lettura dei fatti che fa la Parola di Dio. Per questo Gesù si fermò quaranta giorni per "aprir loro la mente alla intelligenza delle Scritture". E' scuola indispensabile quella della Bibbia per capire Dio e il suo disegno su di noi.

Non sono le nostre intuizioni o le ricerche filosofiche a determinare con sicurezza e chiarezza i dati della verità; il contenuto indiscutibile e intrattabile della nostra fede è invece ciò che Dio ha detto e scritto con precisione. Anche perché Dio va ben al di là delle nostre attese e della nostra immaginazione.

2) LA MISSIONE

Ecco allora il contenuto di queste Scritture: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati".

Il primo dato è un disegno superiore di Dio in tutti questi eventi, al di là della pur responsabile partecipazione degli uomini: "Ora, fratelli, - dice Pietro nella prima lettura -, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto".

É morto - aggiunge san Giovanni nella seconda

lettura - "quale vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo". Quindi la morte di Gesù - come poi dimostrerà vistosamente la risurrezione -, non è un incidente imprevisto, ma un fatto voluto, preannunciato, accettato, con finalità precisa, con una valenza salvifica in favore di tutti gli uomini. Per la sua morte è venuto agli uomini "il perdono dei peccati".

Proprio per questo l'invito è alla conversione: "Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano perdonati i vostri peccati" (prima lettura). Proprio perché Gesù ha messo a disposizione il perdono, noi dobbiamo approfittarne, con piena fiducia nella sua misericordia, perché ormai noi "abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto" (seconda lettura). San Giovanni specificherà cosa significhi poi cambiar vita: "Chi dice: Io lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente perfetto" (seconda lettura). Credere e praticare la Parola, ecco tutto il nostro impegno per accogliere anche noi "l'autore della vita".

Questo allora è il contenuto della missione: "Cominciando da Gerusalemme, di questo voi siete testimoni", cioè del fatto della risurrezione, come sigillo della valenza salvifica della croce, a cui aprirsi con la fede e la conversione. Questo è il vangelo, questa è l'evangelizzazione da fare. Il Papa parla spesso di "nuova evangelizzazione". Nuova perché riportata al suo nocciolo biblico e storico dopo che forse molta della nostra fede è stata inficiata di filosofia e buon senso comune, perdendo la specifica provocazione evangelica.

Nuova perché oggi finalmente non si crede più troppo alle salvezze umane, e in mezzo allo scomposto e irrazionale risveglio religioso c'è bisogno di segnalare ancora i fatti decisivi capitati nella storia e voluti da Dio per la nostra più autentica salvezza.

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Facciamo un po' di revisione: crediamo davvero alla risurrezione della carne, cioè del nostro corpo? E quindi siamo gli annunciatori di un destino di vita piena per l'aldilà di ogni uomo?

E ancora: dove attingiamo le certezze fondamentali della nostra vita: dalla parola di Dio, studiata personalmente e nella Chiesa, oppure - come capita - ci troviamo ad essere cervelloni specializzatissimi in materie professionali ma con un patrimonio culturale relativo alla fede rimasto ancora allo stadio di bambino?

Forse la nostra conversione è prima per lo studio e la catechesi, e poi si avrà anche la gioia e la voglia di tradurre il vangelo nella vita!

don Romeo Maggioni

 

 

Quei segni che portano alla fede

Gesù ha già offerto prove convincenti della sua risurrezione: il sepolcro vuoto, la testimonianza degli angeli, l'apparizione ai discepoli sulla strada di Emmaus. Ma davanti all'insistenza e alla crescente mancanza di fede, Gesù offre prove sempre più tangibili: appare agli apostoli riuniti, mostra le sue ferite, si mette a tavola con loro. Con questo l'evangelista rivela un'evidente preoccupazione apologetica, e cioè quella di affermare la realtà e la concretezza della risurrezione. Gesù ha un vero corpo. Il Risorto non è un fantasma, un ideale, ma un essere reale. E forse più di tutti gli altri evangelisti, Luca insiste nell'affermare un reale passaggio dalla morte alla vita, una vita che viene da Dio e afferra l'uomo in tutta la sua concretezza e globalità.

In questo racconto dell'apparizione agli undici soltanto Gesù agisce, parla: saluta, domanda e rimprovera, invita a rendersi conto della sua verità, mostra le mani e i piedi e, infine, mangia davanti ai discepoli. Al contrario, i discepoli sono fermi e silenziosi, tranne il gesto di offrire a Gesù una porzione di pesce. Di loro, però, sono descritti con attenzione i sentimenti interiori: lo sconcerto e la paura, il turbamento e il dubbio, lo stupore e l'incredulità, la gioia. Sono sentimenti che tradiscono una difficoltà a credere nella risurrezione. Non è facile credere nel Risorto. Persino la gioia - che si direbbe andare in senso contrario - è presentata da Luca come una ragione che, se pure in modo diverso dalla paura, rende increduli: «Ancora non credevano per la gioia». Dopo la risurrezione l'uomo resta dubbioso e incredulo, sia perché si trova davanti a un fatto assolutamente insolito, sia perché si imbatte in una sorpresa troppo bella, desiderata ma ritenuta impossibile.

Ma a dispetto del turbamento e del dubbio dei discepoli, nella parte finale del suo racconto Luca traccia le linee fondamentali del vero discepolo, possiamo anche dire i tratti fondamentali della comunità cristiana: il dovere della testimonianza (il Cristo risorto non è solo da annunciare, ma da rendere credibile); il continuo riferimento alle Scritture; la conversione da operare dentro di sé e negli altri; la tensione universale.

don Bruno Maggioni

 

 

Le vesti

I due discepoli di Emmaus riconoscono Gesù mentre spezza il pane. Subito dopo il Risorto sparisce dalla loro vista, ma nell’animo essi sentono un gran desiderio di tornare a Gerusalemme e portare la bella notizia agli Undici e agli altri.

La descrizione entusiasta da parte dei due fortunati però non basta a far riconoscere a prima vista il Signore apparso sùbito dopo nel Cenacolo. “Sconvolti e pieni di paura (gli apostoli) credevano di vedere un fantasma”.

Il fantasma non ha consistenza corporea, è solo una proiezione della mente. Si constatano degli effetti, un rumore, degli oggetti che si spostano, non se ne vede la causa e la si attribuisce ad una presenza evanescente.

Se ci chiediamo come mai l’apparizione del Signore risorto viene scambiata per una manifestazione di questo tipo la risposta sta nel fatto che in mezzo al gruppo degli Apostoli Gesù si presenta improvvisamente, attraversando porte chiuse. Il Risorto non aveva fatto la stessa impressione quando si era accostato per strada ai due sulla via verso Emmaus o ancora prima quando si era mostrato nel giardino del sepolcro a Maria Maddalena.

Dunque la consistenza fisica di Gesù risorto non è eterea e nemmeno sembra tale a prima vista. Gesù è con il suo corpo, non è ancora salito al cielo, solamente si conferma pienamente padrone della sua condizione umana in maniera da farsi toccare e poi di mangiare lui stesso, ma anche di spostarsi velocemente da un posto all’altro e di apparire e sparire in un attimo.

Attraverso le sue apparizioni Gesù non vuole incutere paura, ma dà ai discepoli delle prove certe della sua resurrezione e apre loro la mente a comprendere il significato pieno delle vicende che l’avevano riguardato.

Nella apparente ordinarietà della figura del Risorto al momento delle apparizioni rientra senza dubbio il fatto che Egli portasse delle vesti comuni, forse le stesse della sua vita terrena, rese speciali dalla sua persona, come era successo nell’episodio della Trasfigurazione.

Là sul monte Tabor, come in un anticipo di resurrezione, le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra avrebbe potuto renderle così bianche.

Solennità e semplicità sembrano essere le caratteristiche del modo di vestire del Signore, prima e dopo la Pasqua, e ciò vale per norma della liturgia e in genere dello stile di un cristiano.

Adamo ed Eva nel giardino di Eden non avevano vesti. Dopo il peccato originale, Il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. Vestirsi per la prima coppia umana valse non solo come un atto riparatore o un mezzo di protezione, ma fu il punto d’inizio della cultura e della cura per le cose belle.

L’abito manifesta la persona, nonostante il proverbio che dice il contrario. Attraverso l’abito ci si abitua ad un ruolo sociale e ci si determina a compiere gli atti corrispondenti al proprio abbigliamento.

Un operaio si riconosce dalla tuta blu, un calciatore dai colori della maglia, un pubblico ufficiale dalla divisa.

Anche la celebrazione liturgica ha le sue vesti e le sue suppellettili. Gesù istruisce i suoi discepoli in modo che l’Ultima Cena venga organizzata presso una casa privata ma signorile, “al piano superiore” in “una grande sala con i tappeti” arredata e da preparare con tutto l’apparato necessario per il rito della Pasqua.

Al modo di fare della liturgia che si serve anche di vesti e suppellettili ci si deve abituare un po’ alla volta. Una veste liturgica o un arredo sacro si può considerare come l’incarto di un pacco dono. Sarebbe stupido fermarsi ad esso, ma la sua fattura segnala la preziosità del regalo ivi contenuto e invita ad accogliere il dono con deferenza e a riceverlo con venerazione.

Nella liturgia all’esigenza della praticità e funzionalità si unisce il gusto dell’ornamentazione e la sottolineatura del rispetto di cui circondare il luogo e il momento della preghiera.

Le vesti liturgiche con i loro colori e le loro fogge assolvono dunque alla funzione di marcare come solenni il luogo e il momento della preghiera e di dichiarare sacri cioè provenienti da Dio e riservati a Lui i gesti e le parole di questa preghiera.

Al centro della celebrazione sta Dio che parla e si rende presente nella celebrazione dei Sacramenti. Anche le vesti tuttavia, insieme agli oggetti e al canto contribuiscono a far riconoscere presente in mezzo alla comunità che prega il Signore Risorto e ne celebrano la maestà e la bellezza.

Se la foggia della veste deve cercare di conformarsi il più possibile alla solennità del mistero celebrato, essa non ne deve soppiantare la verità. La semplicità che ha sempre usato Gesù nell’incontrare i suoi discepoli non può non ispirare anche il contegno di coloro che intendono pregarlo. Questo vale sia per i ministri sull’altare che per i fedeli che prendono posto sui banchi.

Alle vesti speciali dei ministri fanno riscontro quelle civili dei fedeli, ma sempre ispirate a compostezza, semplicità, dignità.

La comunità cristiana radunata in chiesa per la preghiera settimanale esprime anche con il contegno e il vestiario contemporaneamente la solennità del mistero celebrato, la gioia di ritrovarsi attorno al Signore risorto per far festa e il rispetto del luogo sacro.

don Daniele Muraro

 

 

In questo brano Luca collega direttamente il nostro conoscere il Risorto con l'esperienza di Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente; noi invece la contempliamo e la tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della loro parola e la celebrazione dell'Eucaristia.

Luca insiste molto sulla corporeità del Signore risorto. E' una necessità nei confronti dell'ambiente ellenistico, che credeva all'immortalità dell'anima, ma non alla risurrezione dei corpi (cfr. At. 17,18.32; 26,8.24). Con la risurrezione della carne sta o cade sia la promessa di Dio che la speranza stessa dell'uomo di superare l'ultimo nemico, la morte (cfr. 1Cor. 15,26).

Chiave di lettura e sintesi delle Scritture è il Crocifisso, che offre la visione di un Dio che è amore e misericordia infinita. Ai piedi della croce cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che egli è da sempre rivolto a noi e ci perdona. I discepoli saranno testimoni di questo (v.48): faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza dell'uomo.

La forza di questa testimonianza è lo Spirito Santo, la potenza dall'alto (v.49). Come scese su Maria, scenderà su di loro (cfr Lc. 1,35; At. 1,8; 2,1ss). L'incarnazione di Dio nella storia continua e giunge al suo compimento definitivo. Dio ha reso perfetta la sua solidarietà con l'uomo: al tempo degli antichi fu "davanti a noi" come legge per condurci alla terra promessa; al tempo di Gesù fu "con noi" per aprirci e insegnarci la strada verso il Padre; ora, nel tempo della Chiesa, è "in noi" come vita nuova.

Gesù ha terminato la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo. In lui e con lui, ci facciamo prossimi a tutti i fratelli, condividendo con loro la Parola e il Pane.

padre Lino Pedron

 

 

 

Missione pasquale è annuncio del Perdono

La storia dei due di Emmaus finì in modo sorprendente! La presenza di Gesù, che accompagnava i due discepoli in cammino verso Emmaus (Lc. 24,13s), si concluse con la scoperta di quel misterioso viandante, che spiegava loro così bene le Scritture, che riscaldava il loro cuore e che ha spezzato il pane... “Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista... Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme” (Lc. 24,31.33). A questo punto inizia il brano odierno di Luca (Vangelo) con gli Undici apostoli e i Due di Emmaus che si scambiano le esperienze circa le apparizioni di Gesù Risorto (v. 34-35). Finalmente, alla fine di quel giorno –il primo del nuovo calendario della storia umana!- Gesù in persona appare a tutto il gruppo e dice: “Pace a voi!” (v. 36).

L’esperienza pasquale dei discepoli, che vedono e riconoscono il Signore risorto, diventa annuncio, anzi si trasforma nel fondamento stesso della missione degli apostoli e della Chiesa di ogni tempo e luogo. Il testo lucano di oggi è tutto un annuncio pasquale e missionario: i Due di Emmaus parlano del loro incontro con il Risorto e gli Undici sono mandati da Gesù a predicare “a tutte i popoli la conversione e il perdono dei peccati” (v. 47).

Gli apostoli non erano dei creduloni, fecero difficoltà ad accettare che Gesù fosse risorto. Luca lo prova con insistenza: dapprima dicendo che erano sconvolti, spaventati, turbati, dubbiosi, lo credevano un fantasma (v. 37-38); e poi, ci tiene a dare prove concrete della corporeità del Risorto. Da parte sua, Gesù insiste nel dire: “Sono proprio io!” (v. 39). E dà prove palpabili che è proprio Lui, lo stesso Gesù in “carne e ossa”: mangia davanti a loro una porzione di pesce arrostito (v. 42), li invita a guardare e toccare mani, piedi, costato (v. 39). Alla fine i discepoli si arrendono e credono: le ferite della passione sono ormai i segni visibili e tangibili che c’è identità e continuità fra il Cristo storico e il Cristo risorto.

Normalmente, salvo circostanze ed esami speciali, le persone vengono identificate dal volto. Gesù invece vuole che i discepoli –Tommaso, in particolare- lo riconoscano dalle mani, dai piedi e dal costato. “Il richiamo è alle ferite impresse dai chiodi e dalla croce, apice di una vita spesa per amore. Anche da risorto, il corpo di Gesù conserva i segni del dono totale di sé... Anche il cristiano verrà riconosciuto dalle mani e dai piedi... L’annuncio della risurrezione di Cristo è efficace e credibile solo se i discepoli possono, come il Maestro, mostrare agli uomini le loro mani e i loro piedi segnati da opere di amore” (F. Armellini).

Le tre letture neotestamentarie di questa domenica pasquale hanno un filo conduttore comune: la conversione e il perdono dei peccati. Ambedue –conversione e perdono- hanno la loro radice nella Pasqua di Gesù e sono parte essenziale dell’annuncio missionario della Chiesa. Pietro (I lettura) lo dichiara nella piazza pubblica il giorno di Pentecoste: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati” (v. 19). E Giovanni (II lettura) esorta amorevolmente i “figlioli” a non peccare, ma se ciò capitasse, c’è sempre una tavola di salvezza: “abbiamo un avvocato... Gesù Cristo il giusto... vittima di espiazione per i peccati di tutto il mondo” (v. 1-2).

Questa bella notizia della salvezza ci viene offerta come dono dello Spirito Santo, che, per Luca e per Giovanni, è collegato al perdono dei peccati. Tale connessione è messa in evidenza anche nella nuova formula dell’assoluzione sacramentale, come pure in una orazione della Messa, dove si invoca lo Spirito Santo, perché “Egli è la remissione di tutti i peccati” (cf preghiera sulle offerte, nel sabato prima di Pentecoste). Da quando Cristo è risorto, la vita è più forte della morte! (*)

Nel Vangelo di Giovanni, l’istituzione del sacramento della riconciliazione per il perdono dei peccati avviene proprio nel giorno di Pasqua: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv. 20,23). Il perdono dei peccati è, quindi, un regalo pasquale di Gesù. A ragione, il grande teologo moralista Bernardo Häring, chiama la confessione il sacramento dell’allegria pasquale. Per Luca “la conversione e il perdono dei peccati” sono la bella notizia che i discepoli dovranno predicare “a tutte le genti”, nel nome, cioè per mandato di Gesù (Lc. 24,47). Sono i segni del Crocifisso-Risorto, i segni della Missione.

padre Romeo Ballan

(*) “Da quando Cristo è risorto, la gravitazione dell’amore è più forte di quella dell’odio; la forza di gravità della vita è più forte di quella della morte. Non è forse questa veramente la situazione della Chiesa di tutti i tempi, la situazione nostra? Sempre c’è l’impressione che essa debba affondare, e sempre è già salvata. San Paolo ha illustrato questa situazione con le parole: “Siamo ... come moribondi, e invece viviamo” (2Cor. 6,9). La mano salvifica del Signore ci sorregge, e così possiamo cantare già ora il canto dei salvati, il canto nuovo dei risorti: alleluia!” (Benedetto XVI - Omelia nella Veglia della Notte di Pasqua, Roma, 11.4.2009)