“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria...”

“Uno spirito entrò in me”, dice Ezechiele e con ciò presenta una forza interiore che lo spinge ad obbedire all'invito rivoltogli da Dio di mettersi in piedi davanti a lui per porsi in ascolto e in stato di servizio.

Dio non nasconde ad Ezechiele la durezza della missione che gli affida: ”Io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me”; “Quelli ai quali ti mando sono figli testardi dal cuore indurito”; “Sono una genia di ribelli”. Una missione difficilissima, ma che ha in ogni caso un risultato: “Ascoltino o non ascoltino - dal momento che sono una genìa di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Il risultato, che non potrà mancare, è proprio questo: l'annucio che Dio è fedele e che un profeta è stato da lui inviato. Dunque ad Ezechiele viene chiesta una coerenza eroica, una fedeltà eroica, una perseveranza eroica di fronte ad un impari confronto, sostenibile solo con l'assistenza di Dio.

Ministero difficile quello del profeta, che aveva il compito di sanare le tante defezioni dall'Alleanza e orientare costantemente al Cristo, culmine di ogni ministero profetico, Parola suprema di Dio. Cristo, il Verbo incarnato, l'Inviato del Padre, è la Parola suprema del Padre, l'espressione eloquente dell'amore del Padre per il genere umano, e Cristo, obbediente alla missione affidatagli dal Padre l'ha compiuta in dipendenza dal Padre dicendoci le parole udite dal Padre. Non c'è da attendere altro profeta; Cristo è il vertice inarrivabile di ogni ministero profetico, così nel Nuovo Testamento possiede lo spirito di profezia (cf. Ap. 19,10), colui che, in dipendenza da Gesù e nella forza dello Spirito santo, testimonia Gesù, annunciandolo. Colui che annuncia il Vangelo annuncia Cristo, lui stesso, in se stesso Parola del Padre, che ha detto le parole udite dal Padre. Altre parole oltre quelle di Cristo non si danno. Tutte le lettere degli apostoli sono luce dello Spirito Santo illuminante Cristo e le sue parole.

Il carisma profetico di cui parla san Paolo è un dono dello Spirito Santo che riguarda la rivelazione di avvenimenti, di situazioni che stanno per accadere, al fine di premunire i cristiani a sostenerle maggiormente saldi in Cristo, ma anche riguarda intenzioni nascoste che vengono messe in luce al peccatore perché ne veda l'ingiustizia e si converta. E' un dono che rigorosamente opera nell'ambito della testimonianza di Gesù, e il testimone di Cristo non trova la sua forza in se stesso, ma nella grazia dello Spirito Santo. Paolo udiva la voce dell'umano che gli suggeriva che per annunciare nel modo migliore il Vangelo bisognava essere aitante, forte, capace di gestire con determinazione l'altezza delle rivelazioni avute, ma Dio aiutò Paolo a tenere in scacco la voce della carne attraverso l'umiltà. Dalla carne riceveva qualcosa di umiliante. Una spina confitta nella carne da parte di Satana. Una spina che era una martellante agitazione sensuale. Paolo domandò più volte di essere liberato da quella situazione, ma Gesù non lo fece, gli disse, invece, che doveva bastargli la grazia; con ciò, infatti, lo liberava dal tormento inflittogli dall'Accusatore di avere ceduto al peccato, poiché era, invece, in stato di grazia. Paolo allora comprese l'utilità di quella spina: era perché non montasse in superbia davanti a se stesso e agli uomini a causa delle rivelazioni avute.

Un testimone di Cristo sa che quando è debole è allora che è forte. La debolezza lo porta all'umiltà, alla preghiera, alla vigilanza, alla carità che sa comprendere le difficoltà del prossimo, e sa porsi al servizio del prossimo.

Cristo, ci dice S. Paolo, venne a noi nella debolezza (2Cor 13,4), e per questo fu crocifisso. Poteva venire a noi nella forza, poteva essere affiancato da legioni di angeli sterminatori (Mt 26,53), invece no. Nacque in una stalla al freddo, quando tutti pensavano che sarebbe nato in una reggia. Si guadagnò il pane con il faticoso lavoro del legnaiolo, quando tutti pensavano che sarebbe stato servito da paggi e servi. Camminò umilmente a piedi, quando ci si aspettava che sarebbe salito su cocchi e cavalli. Si circondò di discepoli senza cultura, quando invece si pensava che si sarebbe circondato dei dottori del tempio. Morì su di una croce di Roma, quando tutti lo pensavano organizzatore di eserciti vittoriosi su Roma.

Quando andò a Nazaret dovette dire: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Proprio così, un profeta è un uomo al servizio di Dio, la sua forza è Dio, per questo non si ammanta di prestigio, di onorificenze. Gesù era il figlio del falegname, nato in un povero paese, con un'infanzia modestissima e un parentado modestissimo: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. A Nazaret compariva la “debolezza” dei suoi natali, della sua formazione paesana. Dunque, quanto diceva e faceva non poteva essere considerato proveniente da Dio, ciò che viene da Dio, secondo i Nazaretani, doveva avere l'impronta della solennità, del tono d'importanza, del prestigio di una scuola per pochi. Per questo i Nazaretani si scandalizzavano di lui: a loro pareva impossibile che venisse da Dio quanto diceva e faceva. Ciò che diceva parlava d'amore, di umiltà, di accoglienza, di perdono, e ciò non piaceva. Così, l'argomento per confutarlo fu proprio il suo essere disadorno di un alone trionfale: “E che sapienza è quella che gli è stata data?”; e nella negazione di lui finivano anche i suoi miracoli assurdamente pensati come provenienti dal Male (cf. Mt. 9,34; 12,24; Mc. 3,22; Lc. 11,15). Non fece molti miracoli a Nazaret perché non vide che ben poca fede. La fede non poteva entrare in quei cuori perché essi volevano potenza, ricchezza, prestigio, armi. Quante volte gli uomini hanno girato le spalle a Cristo per seguire uomini pieni di boria, di volontà di potenza, di promesse di grandezza terrena. Non dimentichiamoci le folle oceaniche di Hitler. Non dimentichiamo le parate rosse di fronte agli Acciai (Stalin vuol dire acciaio), e via dicendo.

E diciamo anche qualcosa su di noi cristiani. Quando abbiamo voluto ammantarci di potenza terrena illudendoci - colpevolmente - che con essa avremmo diffuso più sicuramente il Vangelo, abbiamo fallito.

Allora non dobbiamo avere paura della debolezza. Quando si tratta di difendere la verità non dobbiamo pensare ad altro che Cristo ci sta assistendo. Se pensiamo che siamo in minoranza, che coloro che ci stanno davanti possono schiacciarci, zittirci, e per questo ci conformiamo a loro, commettiamo un atto di infedeltà verso Cristo e non siamo più testimoni e perciò non abbiamo più coraggio profetico. Noi ci blocchiamo ai quattro beni della terra e siamo incerti e deboli costruttori del futuro, perché in noi c'è difetto dello "Spirito di profezia" di cui san Giovanni parla nell'Apocalisse (19,10). Sempre educati, sempre rispettosi, ma sempre veri. E se siamo sommersi dalla dialettica degli avversari di Dio, non lo saremo in realtà se sapremo essere miti anche di fronte agli arroganti, anche di fronte a quelli che non hanno lo stile dell'arroganza - oggi non di moda, come ieri - ma ugualmente pronunciano parole che sono come “pugnali sguainati”, come dice il salmo (54,22): “Più fluide dell'olio le sue parole, ma sono pugnali sguainati”. Dunque, fratelli e sorelle, diciamo con S. Paolo: “Mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte“. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

padre Paolo Berti

 

 

L’ARTE DI LASCIARSI SORPRENDERE DA DIO

Strano posto Nazaret. Qui ha luogo la fede più grande, quella di Maria, ma qui è anche il posto dell’incredulità e del disprezzo. Qui nemmeno a Gesù riescono i miracoli, ne strappa pochi alla loro boria. Qui persino Dio si meraviglia.

Già, perché se è vero che la nostra fede è un atto autentico che si basa sulla grazia di una virtù teologale ma implica la nostra libera adesione, bisogna prendere atto che Dio non ci impone niente. Perché Dio è amore, e l’amore non forza nessuno, ma solo propone, offre, regala e non obbliga.

E così davanti a Dio noi siamo persone vere e libere, e possiamo accogliere o rifiutare il suo amore. I nostri “sì” sono meravigliosamente efficaci, ma anche i nostri “no”, tragicamente. Allora vale la pena di riconoscere, nel Vangelo di questa domenica, la strada distruttiva del rifiuto verso il Signore.

Cosa appare nel testo? Che Gesù insegna con sapienza sorprendente, ma la reazione dei nazareni non è quella di chi gode di questo regalo, ma di chi si mette a verificare il pedigree: e da dove viene questo? Il principio di causalità vince sulla constatazione della bellezza. Ossia: sarà pure straordinario quel che dici e che raccontano di te, ma hai l’imprimatur? Chi ti ha dato la patente?

E oppongono il loro rilievo fondamentale: noi ti conosciamo, mascherina! Noi sappiamo tutto di te, sappiamo chi sono i tuoi parenti e sappiamo il tuo mestiere. Che ci vieni a raccontare? A noi non ci inganni. Tu sei solo quel che noi già sappiamo di te.

Ed è qui il punto. Uno sguardo umano che ha già capito tutto, dove due più due fa quattro, e c’è poco da inventarsi, è uno sguardo da ciechi, perché non vede l’opera di Dio. È uno sguardo piatto, superficiale, epidermico, che non vede il segreto delle cose.

Avere occhi e non vedere, avere orecchi e non udire.

È pericoloso assolutizzare la propria opinione, e accogliere solo un dio piccolo quanto il nostro cervello, ossia più piccolo di noi. Invece Dio – che crea dal nulla, che nasce da una vergine – è più grande della nostra circonferenza cranica. Se Dio lavorasse con le nostre categorie il mondo sarebbe una noia mortale.

SENZA SORPRESE. Ci sono quelli che assolutizzano la ragione. La ragione è un grande dono, ma è troppo poco per arrivare alla bellezza. Prova a far crescere un bimbo di sola ragione, senza sorprese e senso del fantastico, e crescerai una creatura grigia e infelice.

Un profeta, se è autentico, entrerà sempre in rotta di collisione con il nostro sistema, con la nostra patria, perché porterà sempre qualcosa più grande di quel che abbiamo già organizzato, noi che voliamo rasoterra.

Non va dimenticato che fu la ragion di patria a cercare la morte di Cristo – «È conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50).

Le nostre scatole mentali e istituzionali non riusciranno mai ad accogliere l’opera di Dio, e come potrebbero? Quel che ci serve è imparare l’arte di lasciarci sorprendere e superare dalla sapienza di Dio. Lasciarci destabilizzare.

Fabio Rosini

 

 

Al Vangelo della scorsa domenica, in cui Gesù chiedeva e otteneva la fede, sembra fare da contrappunto il brano di oggi in cui è protagonista l’incredulità stupita della gente di Nazaret. Gesù, nella sinagoga, trova gente che lo ascolta con un pregiudizio invincibile: qui da noi parla e altrove ha compiuto miracoli; qui fa il sapiente e da altre parti agisce; qui dice di essere il Figlio di Dio e là ha agito nel nome di Dio. Anche noi vorremmo avere sempre il privilegio del miracolo, ma ci disturba l’autorevolezza con cui il Signore ci chiede la conversione. Presumiamo di sapere molto – o persino tutto – sul suo conto: sappiamo che è il Figlio di Dio (mi faccia scendere ora da questa croce e crederò in lui!), ma se non ci ascolta gli imputiamo una incomprensibile lontananza dai nostri guai quotidiani; sappiamo che è risorto e vivo (a volte proviamo momenti di singolare intimità affettuosa con lui nella preghiera!), ma spesso dobbiamo cercare il “Dio che si nasconde”, che ci chiede il prezzo della purificazione del cuore, e ci scandalizziamo; ammiriamo la forza con cui ha compiuto la volontà del Padre (la sua croce ha salvato il mondo!), ma quando avvertiamo che, in certe situazioni, la volontà di Dio può avere aspetti ripugnanti, ci ribelliamo... Proviamo dunque l’identico stupore della gente di Nazaret: se Gesù è ciò che dice, dov’è il suo potere, il suo regno, la sua gloria? Come mai le nostre giornate sono sempre faticose e uguali? Ma da che parte sta, se non dalla mia? Io gli crederei anche, ma quanto al consegnargli tutto di me...? Andiamo sì contro la gente di Nazaret, ma con tanta cautela. Ricordiamoci piuttosto che, da quando si è fatto uomo e «ha posto la sua tenda tra noi», siamo noi la “terra” su cui cade il seme buono della sua parola. Questa sua “patria” siamo noi, nell’intimità delle nostre coscienze. Rischiamo però di essere sterili e improduttivi perché di lui riteniamo di sapere già tutto, abbiamo l’idea che lui sia il potente che sta “dalla nostra parte”. Ma in questo modo Gesù è sconfitto dalle nostre “pretese”: quelle che vogliono che sia lui a seguire noi e non viceversa. E in questa situazione Gesù miracoli non ne fa. Nel Vangelo i miracoli a volte presuppongono la fede dei momenti di prova: la morte incombente o una malattia ostinata, come nel Vangelo di settimana scorsa. Per noi vale la stessa regola: sappiamo che aver fede significa consegnarsi interamente alla volontà buona del Padre. Non è solo attesa fiduciosa del miracolo. Altre volte invece, nel Vangelo, il miracolo suscita la fede. Qui però dobbiamo fermarci e chiederci quanti miracoli ci vogliono ancora per convincerci a credere. E quanta “passione” deve ancora dimostrare Dio nei nostri confronti perché ci decidiamo ad amarlo con tutte le nostre forze, perché ci rendiamo disponibili nel suo Spirito a compiere quanto ancora manca al bene del mondo?

don Gennaro Matino

 

 

Chi sono io? Il punto d’arrivo di sette milioni di anni di evoluzione; il mio carattere, la mia individualità, il mio modo di pormi, la mia personalità risentono di una storia precedente quasi infinita, di cui io non sono responsabile. Sono l’educazione ricevuta, il DNA che mi costituisce, le ferite subite, gli sbagli dei genitori, insegnanti, educatori impressi su di me, e compiuti da me stesso. Il risultato di amori falliti. Io sono in fondo ciò che non avrei voluto essere, avessi solo potuto scegliere.

Ma non ci si sceglie; è già molto potersi accettare.

Eppure so, che io non mi risolvo in tutto questo. Non sono solo il risultato di addizioni malate e inconsapevoli, ma anche una Presenza più profonda, che è mescolata nel mio essere più recondito. Sono l’Amore che si è mischiato al mio sangue, lo Spirito che circola nelle mie vene.

Il ‘Dio in me’ sposerà sempre le conseguenze delle mie erranze.  Ama tutti gli esiti delle mie scelte sbagliate (senza per questo approvarle). Ciò significa che dopo il male compiuto, la scelta imperfetta, il peccato commesso, l’Amore non abbandonerà, ma si schiererà sempre dalla mia parte, insufflando in me un Vento di ricreazione, perché io possa rinascere dalle mie stesse ceneri.

Dio è alleato con me contro il potere devastante del male; non mi condannerà mai perché ho sbagliato, ma alla fine frantumerà il male da me compiuto recuperando me che l’ho commesso.

«Lì non poteva fare nessun prodigio…» (v. 5).

Certo, se non si crede al potere dell’Amore, questo non potrà mai manifestarsi.

Fede significa dar credito all’azione del bene in noi. Vuol dire lasciar libero Dio di essere l’insperato, l’amore folle che è. Significa accoglierlo nelle nostre storie malate, e credere che lui sta realizzando il suo sogno: farle diventare parte di sé.

Fede vuol dire che per quanto la nostra umanità possa essere malata, ferita, limitata e bacata, lui ha il potere non di cambiarla, ma di abitarla. E se il Vivente abita la mia vita così com’è, allora «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sl. 23,4).

don Paolo Scquizzato

 

 

Evitare l'«effetto Nazaret»

Rischiamo di essere come i compaesani di Gesù se lui è sì "il salvatore" e tanti bei titoli ma, per noi come per loro, alla fine è solo "il falegname", cioè uno come tanti che non sposta niente nella nostra vita concreta.

Gesù, per i segni straordinari (i miracoli) e l'insegnamento nuovo rispetto a quello logoro e stantio degli scribi e dei sacerdoti, è ormai conosciuto in tutto il territorio del lago di Genesaret. Perciò, quando torna a Nazaret non si aspetta la banda, ma un'accoglienza compiaciuta sì. Invece trova soltanto commenti di fastidio e incredulità: "Non è costui il falegname? Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data?".
Gesù non rimane indifferente, ma "si meraviglia della loro incredulità". È bellissimo questo inciso dell'evangelista Marco che non dimentica mai di aprire spiragli sull'umanità di Gesù, ai quali purtroppo non siamo attenti, e che invece sono importantissimi, perché ci ricordano che Gesù era un uomo vero, perciò da imitare anche come esempio di umanità vera e genuina.

Ma torniamo alla delusione di Gesù di fronte all'indifferenza dei suoi compaesani. C'è un messaggio per noi in questo episodio? C'è, ed è molto impegnativo, perché è un allarme: stiamo attenti a non diventare come i suoi compaesani. Questo accadrebbe se Gesù non suscitasse più in noi nessuna meraviglia, nessuna gioia, nessun entusiasmo; se diventasse per noi quello che per i nazareni era soltanto "il falegname", cioè uno come tanti.

"È possibile che questo accada?". Purtroppo sì. Si verifica quando al posto de "il falegname" ci mettiamo "il Figlio di Dio", "il Salvatore"..., tutti i bei titoli che abbiamo imparato dal catechismo e dalle prediche, ma senza che egli sposti niente nella nostra vita. Cristiani da sempre, la fede in lui non ha più nessuna reale incidenza nella nostra vita concreta di ogni giorno.

Come evitare l'«effetto Nazaret» e come uscire da esso, semmai si fosse realizzato?

Ci risponde la parola di Dio, ricordandoci che siamo profeti, cioè non soltanto gente che crede in Dio, ma che accetta la missione di parlare in suo nome. Battezzati in Cristo, sacerdote, re e profeta, anche a noi il Signore dice: "Figlio dell'uomo, io ti mando ai figli d'Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me... Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro".

Traduciamo "figli d'Israele" con: familiari, colleghi di lavoro, amici, gente che incontriamo ogni giorno per i motivi più diversi, e comprendiamo la differenza tra essere cristiani come i compaesani di Gesù e cristiani con l'impegno e il coraggio di essere profeti.

Purtroppo siamo stati talmente disabituati a pensare la fede come profetismo, da relegare questo compito soltanto ai grandi campioni della fede che la Provvidenza ogni tanto suscita anche nel nostro oggi, come papa Giovanni XXIII, don Primo Mazzolari, don Milani, don Pino Puglisi, don Tonino Bello, e in testimoni particolarmente esemplari come Chiara Luce Badano, Chiara Corbella... Invece per tutti la fede è profezia, perché tutti i cristiani devono essere coloro che disturbano e inquietano tutto ciò che è appiattito sulla mentalità umana, sul conformismo, sull'abitudinario, sul banale, sulla chiusura ai grandi orizzonti di Dio.

Cristiani come Gesù! Egli non è stato un uomo pio, chiuso nelle sue preghiere e nelle sue pratiche religiose. È andato girando di città in città, di paese in paese parlando a nome di Dio, predicando e testimoniando la necessità di vivere la carità, la misericordia, il perdono, la pace, la giustizia.

Pur nella nostra grandissima piccolezza, possiamo essere cristiani come Gesù, accogliendolo con entusiasmo, e imitandolo pur con i nostri limiti.

Non è straordinario anche soltanto provarci?

don Tonino Lasconi

 

 

Proprio vero! Nessuno è profeta in patria. È sapienza antica come vedete e forse risale agli albori della umanità. Il vangelo di oggi ci presenta Gesù oramai circondato da una fama di maestro che insegna con autorità; poi di guaritore che compie miracoli con gli ammalati. Nella scorsa domenica lo abbiamo visto far risuscitare una ragazzina che era morta. Come un incendio questi eventi passano di bocca in bocca e divampano come un fuoco inarrestabile. Per quale motivo gli viene in mente di ritornare a Nazaret? Nostalgia? Voglia di rivedere con occhi nuovi l’ambiente in cui era vissuto per trenta anni? La voglia di rivedere la sua casa ed i suoi? Forse una mescolanza di tutte queste cose e di altre ancora. Sta di fatto che quel sabato entra nella sinagoga dove era andato sempre e si alza ad insegnare. E qui succede un fatto imprevisto: la sua gente lo guarda prima stupita, poi incredula. Non può essere! Quello è il figlio di Giuseppe, il falegname e di lui sanno tutto, vita, virtù e miracoli… Dunque non può essere quello di cui si sente dire tante meraviglie e si scandalizzano di lui. Lo rifiutano. Ed anche Gesù si stupisce e le sue potenze restano bloccate; guarisce solo alcuni malati e poi se ne va altrove.

Su che cosa possiamo fermarci oggi? C’è una parola che ricorre due volte e che ha catturato la mia curiosità. Si tratta della parola “stupore”. Lo stupore, diceva uno dei saggi più grandi della antichità, è l’inizio della conoscenza. O meglio di ogni conoscenza ed anche della fede. L’uomo di fronte alla realtà spalanca i suoi occhi e la sua mente ogni volta che si trova di fronte a qualcosa di meraviglioso o anche semplicemente di nuovo. E se ne stupisce. Poi indaga, ragiona e si decide: accoglie, o…rifiuta. Molte pagine del vangelo ci parlano di stupore di fronte a Gesù. Ben prima degli abitanti di Nazaret si stupiscono Maria e Giuseppe; poi Giovanni battista, gli apostoli ed infine la folla intera: “nessuno parla come lui”, “nessuno compie opere come le sue”.

Ma perché da questa scintilla di interesse si passa al rifiuto e lo stupore si trasforma in chiusura? Le ragioni sono tante. Disattenzione e disinteresse: pensiamo al seme caduto sulle pietre, che genera entusiasmo immediato, ma poi secca perché non ha sostanza. Rifiuto del nuovo in nome di ciò che già sappiamo: è da quando ero un bambino che sento questo vangelo e lo so a memoria. Il rifiuto del cammino scomodo (la conversione!) che la verità scoperta ci richiederebbe. L’attaccamento ai proprii interessi: pensiamo la bravo ragazzo che vorrebbe seguire Gesù, ma se ne va triste perché troppo attaccato alle sue ricchezze. Forse però al di là di tutte queste valide cause, lo scandalo del rifiuto è scritto in quel dono divino della libertà che Dio si impone di mai prevaricare. Quello che è certo è che dallo scandalo e dal rifiuto non sono esclusi i “suoi”, quelli della sua patria, della sua casa: si, noi cristiani.

Visto questo pericolo che ci minaccia e che a volte cogliamo come una tentazione, chiediamoci: come possiamo conservare nel nostro cuore una meraviglia intatta di fronte a questo nostro Dio infinito? Un aiuto essenziale è sempre una profonda attenzione alla sua parola. Possiamo anche saperla meccanicamente a memoria, ma dobbiamo sforzarci di sopprimere il “meccanicamente” per dirci che essa è un dono che mi arriva qui e adesso. La mia vita di oggi non è quella di ieri e tanto meno quella di decine di anni fa. Oggi Dio mi fa il regalo di questa parola perché essa illumini il mio oggi; lo illumini ed in qualche modo lo “ringiovanisca”, lo rinnovi. Il secondo aiuto fondamentale è ancora e sempre la parola di Dio, ma non quella scritta, bensì quella data dagli eventi che la giornata mi presenta. Si ogni giorno non è ma uguale ad un altro, ma il mutare delle cose, delle situazioni storiche e di conseguenza dei miei stati d’animo si schiudono nella mia mente in un caleidoscopio mirabile di novità e di meraviglia. Naturalmente non si tratta sempre di eventi positivi. Ci sono nei nostri giorni anche sorprese amare, che istintivamente generano in noi rifiuto e paura. Dopo il primo momento di apprensione e di un conseguente tentativo di sopprimerli, chiediamoci invece: “Che novità mi porti, Signore? Cosa mi vuoi far capire? Dove mi vuoi portare?”

Naturalmente certi processi di questo tipo non durano qualche ora, ma a volte sono dei veri (e scomodi!) cambi di stagione della nostra vita. Già, nella nostra vita le stagioni non sono quattro, ma…cinque. Oltre l’inverno che segna il nostro tramonto, c’è la nostra divinizzazione nella risurrezione, l’ultima ed infinita stagione, che ci immergerà nel mistero di Dio per sempre.

 

 

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria

Le letture di questa domenica ci fanno riflettere sul dovere che abbiamo di ascoltare la Parola di Dio e di metterla in pratica, e sulle tristi conseguenze che derivano dalla nostra chiusura di cuore. Di questa chiusura parla sia la prima lettura che il Vangelo. Innanzitutto la prima lettura: Dio invia il profeta Ezechiele con queste parole: «Io ti mando ai figli d'Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me […] Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito» (Ez. 2,3-4).

Questa durezza di cuore la ritroviamo nel brano del Vangelo che narra della predicazione che Gesù fece alla sinagoga di Nazareth, la sua patria. I nazaretani non ascoltarono la parola del Signore e si meravigliarono di come poteva essere che Gesù avesse una tale sapienza. Rimasero stupiti, ma non si convertirono: l'avevano visto crescere e vivere umilmente, l'avevano visto lavorare come falegname senza alcun segno di grandezza, e non vollero accogliere la sua parola.

Senza volerlo, gli abitanti di Nazareth ci offrono la più preziosa testimonianza della vita nascosta di Gesù. Furono trent'anni di vita normalissima, fatta di tante azioni ordinarie e ripetitive. Durante quei trent'anni, Gesù santificò il lavoro e si guadagnò il pane con il sudore della sua fronte. Durante quei trent'anni, il nostro Maestro divino visse sottomesso a Maria sua Madre, servendola e proteggendola, soprattutto dopo la morte di san Giuseppe.

Alla luce di questo esempio così luminoso, cerchiamo di apprezzare anche noi la vita di ogni giorno, il lavoro assiduo, il dovere quotidiano, le mille azioni forse monotone che si ripetono sempre uguali. Sarà proprio conducendo questa "vita nascosta" che anche noi ci santificheremo, come hanno fatto tanti nostri fratelli e sorelle, sconosciuti ai più, ma che un giorno conosceremo.

Comprendiamo anche noi che la santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel compiere le azioni ordinarie straordinariamente bene, proprio come ha fatto Gesù in quei lunghi anni di vita nascosta. Questa fu la vita di Maria Santissima, una vita che non si distinse per miracoli e predicazioni, ma unicamente per il suo ardente amore a Dio e al prossimo.

Per Gesù venne poi il tempo della predicazione e dei miracoli, ma a Nazareth non lo vollero accogliere, tanto che il Signore proruppe in questa amara constatazione: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc. 6, 4). Il testo del Vangelo dice addirittura che gli abitanti di Nazareth si scandalizzarono a motivo di quella predicazione inaspettata.

La cosa più brutta fu che il Signore non poté compiere nessun prodigio, se non qualche guarigione, evidentemente concessa a qualche anima umile che aprì il suo cuore alla grazia di Dio (cf Mc. 6,5). Gesù si meravigliò della incredulità dei più, e andò a predicare in altri villaggi.

Da questo episodio impariamo una triste realtà: la nostra mancanza di fede paralizza in un certo senso l'Onnipotenza di Dio. Spesso anche per noi Gesù non può compiere grandi cose, proprio a motivo della nostra incredulità. Vogliamo dunque rinnovare la nostra fede e chiedere al Signore che la dilati sempre di più.

Un giorno Gesù disse a santa Faustina che pregare è un po' come attingere acqua da un pozzo. Quanto più il secchio è grande, tanto più abbondante sarà l'acqua che si riuscirà ad attingere. Ebbene, il pozzo simboleggia il Cuore di Gesù, la fune raffigura la nostra preghiera, e il secchio rappresenta la nostra fiducia: quanto più la fiducia è grande, tanto più numerose saranno le grazie che riceveremo dal Cuore sacratissimo del nostro Redentore.

Quando la nostra preghiera è fiduciosa diventa molto potente e può ottenere tutto ciò che è veramente utile. Per questo motivo, san Claudio de La Colombiere affermava che la preghiera è l'Onnipotenza di Dio nelle nostre mani. Per questo motivo, san Massimiliano Maria Kolbe scriveva: «Sii un'anima di preghiera e di umiltà, e vedrai anche i miracoli, se sarà necessario». La nostra preghiera sarà sempre ascoltata nella misura della nostra umiltà, fiducia e perseveranza.

padre Mariano Pellegrini

Il settimanale di padre Pio

 

 

L’Onnipotenza invisibile … per alcuni

“E lì non poteva compiere nessun prodigio”.

Gesù che qualche giorno prima aveva ridato vita ad una fanciulla morta e restituito la salute ad una donna per il solo contatto con il mantello (Vangelo di Domenica scorsa), è nell’impossibilità di compiere prodigi proprio nella sua patria. Addirittura Gesù, che in altri momenti mostra di conoscere cosa passava nell’animo degli uomini, si meraviglia lui stesso della loro incredulità, come a dire che neppure lui poteva immaginarsi una durezza di cuore così grande.

Il problema sembra essere l’eccessiva ordinarietà delle sue origini e delle mansioni svolte fino a poco tempo prima. I Vangeli non lo dicono ma tutto fa intendere che Gesù abbia svolto fino a circa trenta anni lo stesso mestiere del padre Giuseppe, carpentiere. Dunque, da dove veniva quella sapienza e quella potenza?

Tocchiamo con mano in questo brano lo scandalo che ha sempre accompagnato la fede cristiana, il credere cioè alla possibilità che Dio si riveli e si faccia “toccare” nell’uomo, Gesù di Nazaret, e tutte le realtà umane da lui istituite e volute (i Sacramenti, l’insegnamento degli apostoli tramandato oralmente e nelle sacre scritture, la gerarchia della Chiesa).

In fondo si scandalizzavano di Gesù perché non sembrava possibile la manifestazione di Dio in un contesto così umile e ordinario. Eppure è proprio così. La via di Dio è non solo quella dell’incarnazione, ma ancor più quella di scegliere la piccolezza, la semplicità, potremmo dire l’assenza di ogni forma di potere e autorità umana. Se una gran parte di Israele attendeva un Messia restauratore dell’autorità giudaica in Palestina o della giustizia sulla terra, non poteva che trovarsi imbarazzato di fronte alle modeste origini e pretese del nazzareno.

 Dai Vangeli sappiamo che Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me» (Mt. 11,2-6).

A chi chiede conto della sua autorità e della sua missione, Gesù offre semplicemente la costatazione dei suoi gesti, perché alla sua sapienza è stata resa giustizia dalle sue stesse opere. A noi solo l’onestà del cuore per cogliere la sorprendente corrispondenza tra l’insegnamento e la vita di Gesù con le più profonde aspirazioni e domande di senso della vita. Pur in tempi così difficili, beati i nostri occhi che vedono ciò che noi vediamo!

fra Damiano Angelucci da Fano

 

 

NELLA DEBOLEZZA, LA POTENZA DI DIO 

Riconoscere Gesù. E’ il “problema” che oggi la liturgia pone alla nostra riflessione di credenti.

La fatica di questo riconoscimento…la presenza di Dio è sempre, infatti, una presenza mediata e l’Incarnazione di Dio, nella corposità storica di Gesù di Nazareth, è stata di per sè luogo “spesso”, “opaco”, che necessitava dello scatto della fede e dello sguardo penetrativo di chi si fa capovolgere dalla Parola.

Gli abitanti di Nazareth sono paradigmatici di questa fatica e dei suoi esiti spesso negativi. Dinanzi a Gesù ed alla sua concreta umanità, alla sua “notorietà”, vorrei dire alla sua ordinarietà, essi non riescono a volgere lo sguardo all’oltre…sì, iniziano col farsi domande (che è un buon inizio…ed oggi tanti neanche se ne fanno più domande!) ma poi non portano a pienezza il loro mettersi in discussione, il loro interrogarsi ed interrogare la storia…

L’ordinarietà di Gesù per loro è troppo forte: E’ il carpentiere…addirittura lo chiamano Il figlio di Maria! Questa è un’espressione del tutto desueta sulle labbra di qualsiasi ebreo perchè per designare una persona si citava sempre e solo il nome del padre; E’ il figlio di Maria è espressione che manifesta, oltre allo sconcerto che suscita la sua pretesa insieme alla sua ordinarietà, un pensiero malevolo; un richiamo ad una serie di dicerie “paesane” sulla paternità di Gesù…E’ il figlio di Maria…dobbiamo immaginare questa frase pronunziata tra risolini ironici e ammiccamenti; insomma è un insulto bello e buono: è ordinario, strano, “chiacchierato” e figlio di gente “chiacchierata”. Lo spessore dell’Incarnazione è qui con tutto il suo peso; l’Incarnazione è uno scandalo duro da portare e soprattutto duro da attraversare.

Il cuore della fede cristiana è lì ed è duro…è il grande scandalo che o si prende sul serio o si vede svanire ogni autentica fede cristiana; infatti, quando si dimentica (o si vuol mettere tra parentesi) l’Incarnazione, il suo scandalo, la sua ordinarietà, si finisce per dimenticare l’uomo, la storia, la fatica di essere uomini, la fedeltà alla terra, la fedeltà alla “carne”; e quando si dimenticano queste dimensioni il cristianesimo si “spiritualizza”, si fa vacuità, precettistico, deresponsabilizzante. Sì, deresponsabilizzante perchè, se si dimentica la carne, si smarrisce la responsabilità della carne dei nostri fratelli, dei loro bisogni, delle loro ferite, del loro concreto…e si cominia a parlare non più di uomini ma…di anime!

Inoltre, chi non accoglie l’ordinarietà della carne di Gesù di Nazareth rende “impotente” Dio! Lo rende incapace di compiere segni efficaci a raccontare il suo vero volto ed il vero volto dell’uomo. Non vi potè operare nessun miracolo…dice Marco; Gesù lì a Nazareth non può compiere quei segni messianici che avrebbero raccontato Dio; non lo può perchè i suoi concittadini non sono disposti a vedere la presenza di Dio in quell’uomo noto, ordinario, “chiacchierato”…non sono disposti a portare alle estreme conseguenze quella domanda che si ponevano al principio…domande bloccate sul “banale” perchè se avessero risposte vere quelle domande impegnerebbero a cambiare opinioni, vie, pareri; sarebbero obbligati a mutare le loro “chiacchiere” in parole di verità e di compromissione, sarebbero costretti a gettarsi alle spalle i loro pregiudizi.

Questa via dell’ ordinario, verrebbe da dire questa via dell’ opacità è via da percorrere ancora oggi perchè la presenza di Dio, oggi, deve essere narrata da qualcosa di ancora più opaco dell’ordinaria umanità del Figlio di Dio…la sua presenza ed il suo vero volto oggi possono essere narrati solo dai credenti, dalle chiese di Cristo sparse sulla terra…e quanta opacità, quenta ordinarietà, quanta “chiacchierabilità” nella Chiesa di Cristo.

Eppure il mistero di Dio, della sua presenza e della sua vicinanza è racchiusa lì e solo lì è visibile ed esperibile.

Certo questo non ci esime come credenti a lavorare sulle nostre opacità, ci impegna a lottare a che queste addirittura non divengano “dighe” o “deserti” invalicabili…ma bisogna sapere che le opacità restano; chi vive nello spazio della fede ed all’interno di comunità ecclesiali questo deve assumerlo e deve imparare a sperimentare su quel terreno della fragilità e dell’opacità la misura della propria fede. Noi crediamo, infatti, in un Dio che, in Cristo, si è esposto alla fragilità offrendosi nella fragilità; in un Dio che continua ad esporsi nella fragilità dei credenti, nella fragilità delle Chiese con tutto il loro carico di storia e di santità e di peccato.

Nella Pasqua il Cristo fu riconoscibile attraverso le sue ferite e, dice il quarto evangelista, che i discepoli gioirono a vedere il Signore (cfr Gv 20, 20) … anche oggi bisogna esser capaci di riconoscere il Cristo anche in quelle ferite di peccato, di opacità, di mediocrità e di storie cariche di contraddizioni a volte dolorose e vergognose, a volte causate da povere debolezze e da mancanza di vero coraggio evangelico.

Le pagine della Scrittura di questa domenica ci fanno un doppio invito: lottare per rischiarare le nostre opacità e lottare per riconoscere Cristo nelle vite delle Chiese nonostante queste opacità, o forse proprio in queste opacità. E’ una grande sfida.

D’altro canto il testo paolino che oggi ascoltiamo, tratto dall Seconda lettera ai cristiani di Corinto, ci parla di una debolezza in cui si manifesta la potenza di Dio! Se le Chiese fossero il Regno, potrebbero pensare di essere esse stesse causa di salvezza; le opacità che permangono, le spine nella carne, ci “convincono di peccato” e ci fanno guardare alla sola causa di salvezza: la Grazia di Dio manifestatasi a pieno in Cristo Gesù. Quella Grazia che si manifestò nella sua carne di uomo vero, ordinario, quotidiano, di abitante d’un piccolo paese pieno di chiacchiere inutili e cattive…la Grazia fu tutta lì, nell’Uomo Gesù! Lo straordinario del cristianesimo è proprio in questa ordinarietà!

 

 

E’ quando sono debole che sono forte

Certamente Dio è grande, ma spetta solo a Lui decidere come mostrare questa sua grandezza: i modi che Dio sceglie non sono mai coincidenti con le nostre visioni ristrette, scontate e “religiose”…

La pagina evangelica di oggi continua a farci riflettere sull’unico accesso possibile a Dio, la “porta” della  fede. La narrazione di Gesù, rifiutato dai suoi a Nazareth, è una pagina che non ci vuole solo raccontare delle difficoltà di Gesù nel suo paese (sarebbe banale!); essa è soprattutto conferma di come l’uomo si comporti dinanzi a Dio!

Marco è attento a non usare per Nazareth la definizione di paese, adottando invece il termine patria, poiché più carico di impliciti richiami affettivi, storici, concreti e “carnali….in fondo Marco ci sta mostrando cio che Giovanni dirà nel suo Evangelo: «Venne nella sua casa e i suoi non l’hanno accolto» (cf. Gv. 1,11).

Il termine patria ci aiuta ad uscire dagli stretti confini di Nazareth facendoci travalicare la piccola storia del rifiuto di Gesù da parte del suo paese, e conducendoci su un terreno rischioso anche per noi. Gesù è tra i “suoi”, e questi lo rifiutano: è la storia del rifiuto di Dio, che tutta la vicenda di Israele tragicamente testimonia, quando Dio si presenta all’uomo non come l’uomo vorrebbe…e Dio fa sempre così!

Il problema, allora, è sempre l’immagine di Dio che noi ci siamo fatti; il problema è sempre lo stesso: siamo noi a voler plasmare Dio secondo i nostri canoni comodi e le nostre visioni, e non vogliamo assolutamente lasciarci plasmare da Dio, nè da quello che Lui è nè dalle vie che Lui intraprende nella storia.

Come può Dio venire nel falegname, nel figlio di Maria? Un uomo qualunque, uno segnato anche da maldicenze e da nascita incerta…

E’ infatti molto offensivo dire di un ebreo di quel tempo che è “figlio di sua madre” e non di suo padre; di Gesù si doveva dire “ben Joseph”, “figlio di Giuseppe” e mai “figlio di Maria”: questa sottolineatura è certamente malevola ed irridente.

Nei nazaretani sono conviventi stupore e rifiuto, stupore e scandalo: lo stupore è solo l’atteggiamento iniziale con cui essi osservano ciò che esce dalla bocca e dalle mani di Gesù; le parole e i gesti di Gesù stupiscono, ma altra cosa è affidarsi a quelle parole e a quelle mani. I nazaretani non sono disposti a fidarsi…lo scandalo impedisce loro il passaggio, lo scandalo è inciampo, è ostacolo alla fede; lo scandalo è generato dai pregiudizi e dalla volontà di incasellare Dio, le sue parole e i suoi gesti in schemi precostituiti e rassicuranti!

Capiamo bene che qui si parla di noi!

Dinanzi a Gesù, l’uomo deve lasciarsi interpellare e, per lasciarsi interpellare davvero, deve deporre le sue visioni e le sue potenze.

Leggevo in questi giorni un testo di Oscar Wilde il quale, alla fine della sua vita, approdò ad una vera fede cristiana di cui, in fondo, era sempre stato impregnato: egli dice proprio del rapporto con Cristo, un rapporto inevitabile, e così scrive: «Questo è il fascino di Gesù Cristo in sintesi […] non pretende di insegnare niente a nessuno, ma basta essere portati alla sua presenza, che si diventa qualcosa. E tutti siamo destinati a comparire davanti a Lui. Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus».

E’ vero: bisogna trovarsi davanti a Lui, e lì si prende posizione…o lo scandalo o la fede.

Una chiave per leggere questa esigenza dell’Evangelo ci è data dal passo straordinario della Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto che oggi si legge: perché dimori in me la potenza di Cristo è necessario vantarsi delle proprie debolezze…

Questo è il vero terreno di confronto con il Cristo, qui è la reale possibilità di riconoscere la potenza delle Sue parole e delle Sue mani; «E’ quando sono debole che sono forte», scrive Paolo! L’Apostolo riesce a scrivere queste parole con coraggio perché le ha sperimentate nella sua carne, nella sua vita.
Paolo ha dovuto deporre le sue forze, le sue precomprensioni di Dio, i suoi “incasellamenti” di Dio; Paolo ha dovuto lasciarsi sconvolgere dal “falegname”, dal “figlio di Maria”, da Colui che è venuto nel nascondimento di una carne “qualsiasi”, da Colui che è venuto per una via scandalosa, esposto al rifiuto fin dall’inizio della sua vicenda terrena, e rifiutato fino alla fine, e «fino alla morte e alla morte di croce» (cfr Fil 2, 8).

Paolo ha dovuto girare le spalle a se stesso ed accettare lo scandalo di Cristo. Questo ha significato per lui accettare lo scandalo della sua debolezza e fragilità, lo scandalo di quella spina che permane nella sua carne.

Questa non è un’operazione teorica o meramente speculativa, questa è operazione concretissima che espone al rischio ed al rischio mortale della fede. Espone ad una fede che non ha nulla di “ragionevole” nel senso mondano del termine; sì, perché non è “ragionevole” farsi discepoli di un crocefisso, di un fallito, di uno che, per la storia degli uomini, è finito non male ma malissimo. Solo la fede in questo Dio scandaloso apre, però, all’oltre di Dio.

Scrive Marco che Gesù a Nazareth non poté operare miracoli (in realtà subito dopo corregge il tiro, e dice che anche lì ha avuto compassione di alcuni malati!), e questo perché i miracoli sono suscitati dalla fede, non generano la fede: nessuno crede grazie ai miracoli, ma Dio può operare cose straordinarie in chi crede.

Qui dobbiamo sottolineare che i miracoli non sono tanto i prodigi che sovvertono le leggi di natura, ma sono, in massima parte, quel rendere possibile ciò che all’uomo è impossibile; sono quei sovvertimenti di vita, quelle conversioni, quei mutamenti, quel bene che pensiamo precluso a noi per i nostri limiti, debolezze e infermità del cuore che poi in Dio, in Cristo, nella forza dell’Evangelo divengono improvvisamente reali.

Miracoli sono quei sì che pare che mai il nostro cuore possa dire…eppure se ci si consegna, se ci si vanta delle proprie debolezze, quei terribili ed inamovibili no divengono dei sì dolcissimi e belli.

Certo costosi, ma che ci rendono spalancati al mondo perché spalancati a Dio.

padre Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

«Gesù profeta disprezzato»

Il Vangelo di Marco è molto efficace nell'illustrare e documentare la situazione in cui Gesù di Nazaret si trovò a operare in ragione della sua stessa missione di inviato del Padre. La presenza e l’azione di Gesù assai spesso hanno costituito per alcuni una fonte crescente di gioia, per altri un motivo di rifiuto. Il secondo Vangelo ne da conto in molte pagine: mentre si rivelava il mistero di Dio nella persona del Giovane Rabbi cresceva il conflitto.

La Parola di Dio di questa domenica presenta Gesù di Nazaret come un “Sapiente disconosciuto”, un “Profeta disprezzato” un “Medico ridotto all’impotenza”. E quel che è peggio proprio da parte dei suoi compaesani. Egli era arrivato “nella sua patria” -  scrive Marco - il paese dove aveva trascorso trent’anni della sua vita, dove viveva il suo parentado e dove era conosciuto da tutti.

La pericope evangelica odierna, infatti, registra stupore, meraviglia e incredulità su due fronti:

1. Lo stupore degli abitanti di Nazaret che hanno visto Gesù tornare come un Profeta dopo la sua esperienza a Cafarnao e «ascoltando, rimanevano stupiti». Ovviamente lo stupore rifletteva la loro risposta riguardo alle parole di Gesù. Tuttavia la gente di Nazaret mentre si è dimostrata soddisfatta della sapienza del Giovane Rabbi, non fu disposta ad aprirsi a tale sapienza e ad accoglierla.

2. Lo stupore di Gesù che «si meravigliava della loro incredulità», tanto che non poté «compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì».

Gesù aveva fatto ritorno a Nazaret dove l’aveva preceduto la fama del suo operato; ci si sarebbe potuto aspettare una accoglienza favorevole; ammettere la sua straordinaria sapienza, la sua capacità di guarire e di compiere miracoli. E invece no: anzi, il contrario. I suoi concittadini hanno ascoltato con stupore il suo insegnamento, ma, ben presto, la meraviglia si tramutò in incredulità. Gli abitanti di Nazareth furono tutti d’accordo: questo Gesù fa delle cose fuori dal comune, le sue parole lasciano a bocca aperta, i suoi prodigi sono portentosi, nessuno mai aveva operato cose del genere, eppure…

Eppure no!

Gli abitanti di Nazaret, i compaesani di Gesù non sono stati capaci di accettare il mistero di Dio presente in una persona conosciuta fin da fanciullo. Per poter parlare di Dio Gesù sarebbe dovuto essere diverso da loro! E Invece di meditare l’insegnamento di Gesù ascoltato nella sinagoga, hanno sollevato la questione della provenienza, della sapienza e della sua potenza, e perfino dell’identità della sua famiglia. Essi attendevano il Messia e non sono stati capaci di capire che il mistero dell’incarnazione era avvenuto proprio a Nazaret. Essi non sono riusciti a capire il mistero che avvolgeva la persona di Gesù.

Non poteva essere Lui il Messia! Lui è il figlio di Giuseppe il falegname. Anche Maria: una bravissima ragazza! Ma il Messia avrebbe sicuramente scelto un’altra famiglia! Scrive Marco: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?

Gli abitanti di Nazaret non sono stai capaci di aprirsi a Gesù, il Cristo Messia, perché sono restati caparbiamente attaccati al ritratto che si erano fatto di lui: «E si scandalizzavano di lui».

Ma Gesù Cristo era impegnato nella sua opera di evangelizzazione e non si fermò neppure di fronte al rifiuto di quanti lo conoscevano e della sua gente. Anzi: egli sottolineò proprio il rifiuto da parte di coloro che meglio e più degli altri l’avrebbero dovuto accogliere come profeta, come colui che parla a nome di Dio. Gesù non ne fece mistero e respinse le perplessità e il rifiuto dei compaesani, paragonando la sua sorte a quella dei profeti, e disse: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Una frase che sembra un vecchio proverbio dei nostri paesi. Ma che qui raggiunge una profondità drammatica.

1.   In primo luogo, e come fa in altre occasioni, il Vangelo di Marco sembra spiegare, prima di tutto ai cristiani perché Gesù sia stato ignorato o respinto. Era in gioco la difficoltà della fede di coloro che non avevano mai visto Gesù. Il caso dei suoi più vicini ricordava a loro che la vicinanza fisica non è sufficiente per credere.

2.   In secondo luogo, questa frase interpella i credenti di oggi. Soprattutto i credenti che si dedicano in modo assiduo alla pratica religiosa. E' vero che ci sono credenti non praticanti. Ma ci possono anche essere molti praticanti che non credono. La vicinanza al culto non rende automaticamente contemplativi. Dio non voglia che Cristo venga ignorato e emarginato. Sarebbe una perdita di gravi conseguenze, umane e spirituali.

3.  In terzo luogo, le parole di Gesù rispecchiano esattamente ciò che sta accadendo oggi con la Chiesa e il suo messaggio. I paesi di antica tradizione cristiana hanno splendide cattedrali. In molte famiglie sono maturate vocazioni sacerdotali e religiose. Le persone sanno o pensano di conoscere la dottrina e la vita cristiana. Ma hanno deciso di respingerla. Sono i vicini sono increduli.

Sono passati duemila anni e le cose non sembrano essere cambiate.

In questa nostra epoca, in questo spaccato di storia sono molti i paesi con una lunga e antica tradizione cristiana in cui aumenta la non credenza. Questo fenomeno è attribuito a molte cause. Tra esse anche agli scandali che a volte provocano coloro che dicono di credere. La gente sembra stanca di credere. E preferisce dedicarsi alla ricerca di risposte pragmatiche e soluzioni immediate. L’uomo d’oggi sembra aver scoperto che i problemi della vita non possono essere risolti dalla fede. Il vero miracolo non lo produce la fede, ma la tecnologia moderna. “La cultura europea dà l'impressione di una «apostasia silenziosa» da parte dell'uomo sazio che vive come se Dio non esistesse” (Ecclesia in Europa 9).

Per gli uomini e le donne del nostro tempo pare essere sempre più complesso e faticoso giungere alla fede in Gesù e quindi alla salvezza che egli offre. Molti i preconcetti, le disaffezioni, la vera fatica del credere. E non ci si prende il tempo per riflettere, per ponderare a fondo la figura di Gesù, prendendo in considerazione quanto ha detto e quanto ha fatto. In realtà la catechesi sta diventando la cenerentola della teologia pastorale e la catechesi dei giovani e degli adulti è pressoché inesistente!

L’episodio evangelico di questa domenica è un invito a conoscere Gesù, l’uomo di Nazareth, il Cristo della fede; un invito a conoscere il suo Vangelo. Oggi si corre il pericolo di abbandonare la fede per ignoranza, per non voler ponderare seriamente la persona di Gesù e l’insegnamento del suo Vangelo.

Di fronte a questa bellissima pericope evangelica occorre chiedersi da che parte stare, quale svolta dare alla propria vita? Infatti non è più possibile una fede vissuta per convenienza, o per convenzione, o per tradizione. La fede in Cristo esige per sua natura una scelta responsabile, una presa di posizione personale, e lo esige soprattutto nelle condizioni del tempo presente.

La prima conversione, la prima accettazione della parola di Dio deve avvenire in noi. Quanta fatica a passare dallo stupore e dalla meraviglia alla fede! La fede è soprattutto un atto di fiducia che esige l’abbandono e l’uscita dal proprio egoismo per riporre la nostra fiducia in un altro. Noi non crediamo in un altro quando lo strumentalizziamo per i nostri interessi. La fede è comunque un salto nel vuoto.

Ma solo accettando la Parola di Dio è possibile essere profeti di Dio, portatori del Vangelo di Gesù, anche se questa è stata sempre una missione ardua. Il profeta autentico non è mai un auto-candidato, ma un chiamato da Dio che lo invia. E nonostante tutte le difficoltà egli non deve mai lasciarsi prendere dalla paura di essere criticato; deve sentire la necessità, ogni giorno, di trovare un tempo per nutrirsi della Parola di Dio, per poi viverla ed annunciarla.

Sì: annunciare Gesù Cristo è il compito del cristiano.

Disse il beato papa Paolo VI: “Gesù Cristo: voi ne avete sentito parlare, anzi voi, la maggior parte certamente, siete già suoi, siete cristiani. Ebbene, a voi cristiani io ripeto il suo nome, a tutti io lo annunzio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l'alfa e l'omega. Egli è il re del nuovo mondo. Egli è il segreto della storia. Egli è la chiave dei nostri destini. Egli è il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo; egli è per antonomasia il Figlio dell'uomo, perché egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico. Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annunzio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra, e per tutti i secoli dei secoli”. (Manila, 29 novembre 1970)

O Padre, togli il velo dai nostri occhi

e donaci la luce dello Spirito,

perché sappiamo riconoscere la tua gloria

nell'umiliazione del tuo Figlio

e nella nostra infermità umana

sperimentiamo la potenza della sua risurrezione.

mons.Tommaso Stenico

 

 

Profeti destinati a non essere accolti

La liturgia della parola di questa domenica ci propone una riflessione su un aspetto alquanto singolare nel panorama biblico che è diventato anche un proverbio di uso comune, ovvero il fatto che nessuno è profeta in patria, o come dice il vangelo di oggi (Mc. 6,1-6) «un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua», un’affermazione ancor più pesante a causa dell’aggravante del disprezzo che si insinua fino nelle relazioni primarie, in casa propria.

Questo potrebbe essere frutto della constatazione che tutti i profeti non hanno avuto vita facile, basterebbe pensare a Geremia (cf. Ger. 20,1-3), ad Amos (cf. AM. 7,12), allo stesso Ezechiele nella prima lettura di oggi (Ez. 2,2-5), oltre alla descrizione riportata in Ebrei 11,32-38, che elenca in una lunga lista tutte le traversie degli inviati di Dio. La domanda di fondo è perché sia, o meglio debba, essere così. Questa opposizione potrebbe essere ascritta al comportamento di coloro che sono chiusi a Dio, alla sua parola, ovvero gli infedeli, i miscredenti... in realtà si può notare che questa reazione nasce dall’interno del popolo di Dio: Egli manda i profeti (e lo stesso suo Verbo) ai suoi, ma i suoi non lo accolgono (cf. Gv. 1,11), atteggiamento quasi strutturale nell’intero messaggio biblico.

Non essendo uno storico delle religioni non so se ve ne sia qualcuna che preveda un tale esito al suo interno; penso siano previsti ammonimenti o maledizioni per chi non accoglie il messaggio, esortazioni al combattimento da parte dei pochi o tanti rimasti fedeli.

Nella Bibbia non è così, il popolo di dura cervice è quello stesso a cui il profeta è inviato e che è già in relazione con il Dio dell’Alleanza, per quanto in crisi possa essere quest’ultima. Questo è un messaggio gravido di conseguenze, di una novità inaudita: innanzitutto perché fa piazza pulita di facili classificazioni fra chi è dentro e chi è fuori, chi è giusto e chi è peccatore, e se è pur evidente che vi sia una tale differenza, la linea di confine non si coglie a occhio nudo. Poi che è Dio stesso che mette in crisi il suo proprio progetto (o meglio, le codificazioni di questo progetto che gli uomini si danno mediante le loro strutture) proprio perché non può accettare che esso venga reso un puro impianto culturale senza una relazione viva e coinvolgente con lui, anche a costo di scontri e tensioni: «venite e discutiamo, dice il Signore» (Is. 1,18).

Non per nulla Cristo stesso passerà da sovversivo agli occhi delle autorità religiose proprio perché richiama tutto questo, la fallacia di una confidenza magica nel tempio (cf. Mc. 13,2), l’impostazione autoreferenziale del culto (cf. Mt. 5,23), l’ipocrisia di atteggiamenti svuotati di significato (cf. Mt. 6,5). I profeti non compiono semplicemente un’opera di restauro, la correzione di una devianza, perché spesso i più strenui oppositori ad essi sono proprio i custodi della tradizione, per cui il richiamo al ritorno ad una relazione viva e coinvolgente è percepito come una novità inaccettabile. Ed è forse per questo che, quando Gesù parla, al contrario, dei potenti di questo mondo, nota che si fanno chiamare benefattori (cf. Lc. 22,25) e probabilmente possono essere perfino percepiti come tali, ben rivestiti nei loro privilegi che sembrano assumere controvoglia, di fronte a masse spesso plaudenti, soddisfatte nelle proprie illusioni .

I profeti che Dio manda nella Chiesa e nel mondo sono spesso disarmati e sognatori, a volte spigolosi e scorretti, ma sono come una brezza fresca nella cappa oppressiva del secolo presente.

don Enzo Pacini

 

 

Stupirci di Cristo per seguirlo

1) Stupore e scandalo.

Con gli occhi delle mente e del cuore immaginiamo di contemplare la scena del Vangelo di oggi per stupirci anche noi alla vista del volto santo di Cristo e all’ascolto delle parole della Parola (Cristo) di Dio fatta carne.

Lasciamoci sorprendere dalla presenza suggestiva del Figlio di Dio, senza scandalizzarci come hanno fatto alcuni dei suoi compatrioti, di cui parla il Vangelo di oggi.

Perché alla gioia dello stupore in alcuni (oggi come duemila anni fa) subentra l’irritazione per lo scandalo? Cosa ci si scandalizza di Cristo? Perché quello che Cristo manifesta di sé non corrisponde al concetto (sarebbe meglio dire al preconcetto) che ci si è fatti di lui.

E’ un paradosso che viene da lontano. Il paradosso di un Dio che nasce da una semplice, povera e giovane donna in una grotta. Il Redentore del mondo è uno che ha per discepoli ed amici dei pescatori, che guarisce i malati, risuscita i morti. Un Maestro che insegna cose profonde ma annuncia una liberazione non politica e muore come un ladrone qualsiasi inchiodato ad una croce. Era evidentemente troppo per gli ebrei del suo tempo. Era, ed è, un segno importante un segno di contraddizione.

Quindi non c’è da meravigliarsi se il Vangelo di oggi narra che i compaesani di Gesù dallo stupore passano allo scandalo e dicono: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?” (Mc. 6,3).

Di qui lo scandalo, parola che indica un ostacolo alla fede, qualcosa che impedisce di credere. Ciò che impedisce agli abitanti di Nazareth di credere è proprio la persona di Gesù, che loro pensano di conoscere perché l’hanno visto crescere tra di loro. Ne conoscono le umili origini, il suo modo non appariscente di stare tra di loro. L’hanno visto persino giocare con i loro figli. E’ comprensibile la difficoltà degli abitanti di Nazareth di riconoscere nel loro compaesano il Messia. La presenza di Dio dovrebbe essere più luminosa, più incisiva. Come è possibile che un inviato di Dio si presenti nelle vesti di un falegname?

Il rifiuto può trovare la sua ragione persino nel desiderio di difendere la grandezza di Dio: così, appunto, fanno gli abitanti di Nazareth, che stupiscono Cristo con la loro grande incredulità, come l’evangelista Marco annota: “E si meravigliava della loro incredulità”. Per il Vangelo l'incredulità non è soltanto la negazione di Dio (non è questo il caso dei nazaretani), ma l'incapacità di riconoscere Dio nell'umiltà dell'uomo Gesù, il suo appello nella voce di un uomo che sembra essere troppo uomo. Dio è certamente grande, ma spetta a lui scegliere i modi di manifestare la sua grandezza.

2) Sorpresi da una presenza che si propone.

Il Vangelo di oggi ci mostra che gli ascoltatori di Gesù passano dallo stupore iniziale allo scandalo. Lo stupore è un atteggiamento di partenza, l'atteggiamento di chi resta colpito e quindi costretto ad interrogarsi, ma è un atteggiamento che può sfociare sia nella fede sia nell'incredulità. La sapienza delle parole di Gesù e la potenza delle sue mani suscitano importanti interrogativi: qual è l’origine di questa sapienza e di questa potenza? Chi è quest'uomo?

La risposta ovvia: quest’uomo è il Figlio di Dio. Ma questa risposta ovvia è impedita da una constatazione che va in senso contrario: “Non è costui il falegname?”.

Di qui lo scandalo, parola che viene dal greco e che indica un ostacolo alla fede, qualcosa che impedisce ragionevolmente di credere. Ciò che impedisce ai nazaretani di credere è proprio la persona di Gesù, la sua concreta fisionomia, le sue umili origini, il suo modo umile di apparire fra noi. Comprendiamo la difficoltà degli abitanti di Nazareth: la presenza di Dio non dovrebbe essere più luminosa, più importante? Come è possibile che un inviato di Dio si presenti nelle vesti di un falegname?

Come si vede, il rifiuto può trovare la sua ragione persino nel desiderio di difendere la grandezza di Dio: così, appunto, gli abitanti di Nazareth. È invece il segno di una profonda incredulità, come l’evangelista Marco annota: “E si meravigliava della loro incredulità”. Secondo il il Vangelo l’incredulità non è soltanto la negazione di Dio (non è questo il caso degli abitanti di Nazareth), ma è l’incapacità di riconoscere Dio nell'umiltà dell'uomo Gesù, il suo appello nella voce di un uomo che sembra essere troppo uomo.

Gesù, il Figlio di Dio, è grande, ma non vuole imporre la sua grandezza. Lui vuole proporre il suo amore. Per non fare violenza alla nostra libertà Cristo si propone con delicatezza, perché chi “ha fatto te senza te, non salverà te senza te” (Sant’Agostino d’Ippona).

Purtroppo, le sue umili origini, il suo modo umile di essere stato con loro per trent’anni è ciò che impedisce agli abitanti di Nazareth di credere. L’obiezione a credere è proprio la persona di Gesù, che loro pensano di conoscere bene.

Come è possibile che il figlio del falegname del villaggio sia il Messia? Come si vede, il rifiuto può trovare la sua ragione persino nel desiderio di difendere la grandezza di Dio: così, appunto, capitò agli abitanti di Nazareth.

Se dunque vogliamo essere dei veri credenti che, stupiti da Cristo e sorpresi dalla gioia che porta con e per amore, dobbiamo credere che Lui nell’apparente banalità della sua persona porta a noi un amore che redime. E la croce, non solo quella del Calvario, ma quella della banale, normale vita quotidiana, è manifestazione d’amore e l’amore umile di cristo è la vera potenza che si rivela proprio in questa apparente debolezza.

Per gli ebrei, come ricorda l’Apostolo Paolo, la Croce è skandalon, cioè pietra di inciampo: essa sembra ostacolare la fede del pio israelita. Per loro (ma spesso anche per molti di noi) la Croce contraddice l'essenza stessa di Dio, il quale si è manifestato con segni prodigiosi. Dunque accettare la croce di Cristo significa operare una profonda conversione nel modo di rapportarsi a Dio.

Per i Greci, cioè i pagani, insegna sempre San Paolo, la Croce è moría, stoltezza, letteralmente insipienza, cioè un cibo senza sale; quindi più che un errore, è un insulto al buon senso.

Per i primi il criterio di giudizio per opporsi alla Croce è una fedeltà alla Bibbia, non ben interpretata, per i secondi è la fedeltà alla ragione, usata non come finestra aperta sul mistero d’Amore, ma come misura angusta che non può né accogliere né misurare l’infinità dell’amore misericordioso di Cristo

Nella prospettiva portata da Cristo l’onnipotenza di Dio si manifesta passando per la debolezza dell'umile, che sconfigge la morte con la Croce che è non più chiave d’entrata alla tomba dove restarvi per sempre, ma chiave per aprire la drammatica porta di questa tomba ed entrare nella vita vera che è fatta di amore donato, condiviso.

Dio è amore e l’amore non può essere che umiltà. Cristo rivela questa umiltà di Dio incarnandosi e dimorando tra gli uomini come colui che serve. L’umiltà di Cristo rivela l’amore di un Dio che si dona totalmente per l’uomo, per la sua redenzione. Il Figlio di Dio sceglie per se il silenzio, l’ultimo posto: la croce. Si fa “niente” perché l’uomo sia tutto. E ciò accade ancora ogni volta che Cristo si fa presente nella Messa sotto le specie del pane e del vino per farsi cibo e bevanda per noi.

Cristo è umile perché è l’amore che si svuota di sé per donarsi, perché l’amore è dono. Il Figlio di Dio si rivela all’uomo e si fa presente donandosi al punto tale di “perdersi” in ciascuno di noi che Lui ama umilmente e infinitamente. Se possiamo conoscere e capire l’umiltà del Cristo nella sua nascita a Betlemme, nella sua passione e morte, lo possiamo capire, conoscere e farne esperienza soprattutto nell’Eucaristia. Nell’Eucaristia è l’umiltà di un Dio che, amandoci, si annienta e si dona tutto a noi per essere la nostra vita, ora e per l’eternità.

3) Le Vergini consacrate e l’umiltà.

Il Figlio di Dio – umiltà si incarna per essere lo sposo che si dà tutto alla sposa. Il disegno divino si realizza nell’alleanza. Dio si fa uomo per donarsi a tutta l’umanità, a ciascun uomo e donna. 

Un esempio eminente di risposta a Cristo umile sposo è quello dello vergini consacrate che a Lui si donano totalmente e sponsalmente, facendo proprio l’insegnamento di Santa Chiara di Assisi che in una sua lettera a Sant’Agnese di Praga scriveva: “Felice certamente colei a cui è dato godere di questo sacro sposalizio, per aderire con il profondo del cuore [a Cristo], a colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli, il cui affetto appassiona, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia, la cui soavità ricolma, il cui ricordo risplende soavemente, al cui profumo i morti torneranno in vita e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. E poiché egli è splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia, guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno… In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera quarta: FF, 2901-2903).

La vergini consacrate sono chiamate a vivere l’umiltà di e con Cristo, accettando l’abbassamento, per lasciarsi portare dall’Amore. Attraverso la vita umile sono testimoni credibili di Cristo fino al dono totale di se, diventando “ostie” che imitano l’unica ostia pura, senza macchia e a Dio gradita, che è Cristo. 

Lettura patristica

Origene - Comment. in Matth., 10, 17-19

Circa l’esclamazione: "Donde gli viene tanta sapienza?" (MT. 13,54), essa mostra chiaramente la sapienza superiore e sconvolgente delle parole di Gesù, che si è meritata l’elogio: "Ed ecco che qui vi è più di Salomone" (Mt. 12,42). E i miracoli da lui compiuti erano più grandi di quelli di Elia e di Eliseo, persino più grandi di quelli, più antichi, di Mosè e di Giosuè figlio di Nun. Mormoravano stupiti, perché non sapevano che egli era nato da una vergine, oppure non lo avrebbero creduto neppure se glielo avessero detto, mentre supponevano che egli fosse il figlio di Giuseppe, l’artigiano: "Non è egli figlio del falegname?" (Mt. 13,55). E pieni di disprezzo verso tutto ciò che poteva sembrare la sua parentela più prossima, dicevano: "Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?" (Mt. 13,55; Mt. 13,56). Lo ritenevano dunque figlio di Giuseppe e di Maria. Quanto ai fratelli di Gesù, taluni pretendono, appoggiandosi al cosiddetto vangelo «secondo Pietro» o al «libro di Giacomo» [apocrifi], che essi siano i figli di Giuseppe, nati da una prima moglie che egli avrebbe avuto prima di Maria. I sostenitori di questa teoria vogliono salvaguardare la credenza nella verginità perpetua di Maria, non accettando che quel corpo, giudicato degno di essere al servizio della parola che dice: "Lo Spirito di santità scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo poserà su di te la sua ombra" (Lc. 1,35), conoscesse il letto di un uomo, dopo aver ricevuto lo Spirito di santità e la potenza discesa dall’alto, che la ricoprì con la sua ombra. Da parte mia, penso che sia ragionevole vedere in Gesù le primizie della castità virile nel celibato, e in Maria quelle della castità femminile, sarebbe in effetti sacrilego attribuire ad un’altra tali primizie della verginità...

Le parole: "E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?", mi sembrano avere il seguente significato: la loro sapienza e la nostra, non certo quella di Gesù, e nulla vi è in loro che sia a noi estraneo, la cui comprensione ci rimanga difficile, come in Gesù. È possibile che, attraverso queste parole, affiori un dubbio circa la natura di Gesù, che non sarebbe un uomo, bensì un essere superiore, poiché, pur essendo, come essi credono, figlio di Giuseppe e di Maria, e pur avendo quattro fratelli, come pure alcune sorelle, non somiglia ad alcuno dei suoi prossimi e, senza aver ricevuto una istruzione e senza maestri, ha raggiunto un tale grado di sapienza e di potenza. Difatti, dicevano altrove: "Come fa costui a conoscere le Scritture, senza avere studiato?" (Jn. 7,15). È un testo simile a quello qui riportato. Tuttavia coloro che parlavano in questo modo, pieni di un tal dubbio e di stupore, ben lontani dal credere, si scandalizzavano a suo riguardo (Mt. 13,57), come se gli occhi della loro mente fossero asserviti (Lc. 24,16) da potenze di cui egli avrebbe trionfato (Col. 2,15) sul legno, nell’ora della sua Passione...

È venuto il momento di illustrare il passo: "Colà, egli non fece molti miracoli, a causa della loro incredulità" (Mt. 13,58). Queste parole ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti, poiché "a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza" (Mt. 25,29), mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo. Fa’ attenzione, infatti, a queste parole: "Non poté compiere alcun miracolo"; difatti, non ha detto: "Non volle".... bensì: "Non poté"... (Mc 6,5), perché si sovrappone al miracolo che sta per compiersi una collaborazione efficace proveniente dalla fede di colui su cui agisce il miracolo, e che l’incredulità impedisca tale azione. Di modo che, è il caso di sottolinearlo, a coloro che hanno detto: "Per quale motivo non abbiamo potuto scacciarlo?", egli ha risposto: "A causa della vostra poca fede" (Mt. 17,19-20), e a Pietro che cominciava ad affondare, fu detto: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Mt. 14,31). L’emorroissa, al contrario, senza aver neppure richiesta la guarigione, diceva tra sé semplicemente che "se avesse potuto toccare solo il lembo del suo mantello" (Mc. 5,28), sarebbe guarita, e lo fu all’istante (MT. 9,22; Lc. 8,47); e il Signore riconobbe quel modo di guarire, quando disse: "Chi mi ha toccato? Perché ho avvertito una potenza uscire da me" (Lc. 8,46; Mt. 5,30). E come taluni, quando si tratta dei corpi, esercitano una specie di attrazione naturale sugli altri - sul tipo di ciò che avviene tra la calamita e il ferro o tra la nafta e il fuoco -, così una fede del genere attira forse il miracolo divino; ecco perché egli ha anche detto: "Se aveste fede quanto un granello di senapa, direte a questo monte: «spostati da qui a là", ed esso si sposterà" (Mt. 17,20).

Mi sembra che, però, Matteo e Marco abbiano voluto stabilire la netta superiorità della potenza divina, capace di agire anche in mezzo all’incredulità, senza tuttavia dimostrare la stessa potenza che di fronte alla fede di coloro che beneficiano del miracolo; quando il primo non ha detto che "egli non fece miracoli a causa della loro incredulità," bensì che "colà, egli non fece molti miracoli" (Mt. 13,58); quando invece Marco dice: "In quel luogo non poté compiere alcun miracolo", non si limita a questo bensì aggiunge: "tranne che impose le mani su alcuni malati e li guarì" (Mc. 6,5), poiché la potenza che è in lui trionfa, in tali condizioni, della stessa incredulità.

monsignor Francesco Follo

 

 

L’uomo "risponde" a Dio

Dio chiama

Non c’è pagina della Bibbia ove non risuoni, in qualche modo, una chiamata di Dio, poiché tutta la Bibbia è parola di lui. Ma oggi, nella 1ª lettura e nel Vangelo, la chiamata di Dio si fa sentire nella maniera più esplicita, attraverso il profeta Ezechiele e per la voce di Gesù, il Figlio nel quale Dio, dopo aver parlato in molti modi per mezzo dei profeti, ha parlato agli uomini negli ultimi tempi (cf Eb 1,1).

Gli Israeliti devono sapere che è Dio che li chiama. Perciò Ezechiele ci dice d’uno spirito che è entrato in lui, lo fa alzare in piedi, parla mentre il profeta ascolta e riporta l’affermazione pronunciata da Dio due volte: “Io ti mando”, e le parole che Dio stesso gli mette sulle labbra: “Dice il Signore Dio”. Quanto a Gesù, s. Marco riferisce che “insegnava”. Insegnava, leggiamo, “come uno che ha autorità” (Mc 1,22). Perché è il Padre che l’ha mandato (cf Gv. 20,21), perché non solo lo chiamano maestro e signore, ma lo è veramente (cf Gv. 13,13). Altri, meglio disposti che la gente di Nazaret, lo riconoscerà e proclamerà profeta: “Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo” (Lc. 7,16).

Dio chiama tutti e chiama ciascuno. Quando, come in ogni Messa, fa sentire la sua parola, proclamata nelle letture; quando, seguendo l’invito del Concilio, non solo i sacerdoti, i diaconi e i catechisti, impegnati nel ministero della parola, attendono alla lettura assidua e allo studio accurato della Bibbia, ma tutti i fedeli cercano di apprendervi “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8; Dei Verbum, 25). Dio chiama attraverso la parola dei vescovi e dei sacerdoti, che partecipano a un titolo speciale, in virtù del sacramento dell’ordine, all’ufficio di Cristo profeta e sono gli “araldi della fede... i dottori autentici” (Lumen Gentium, 25), “consacrati a predicare il Vangelo” (Lumen Gentium, 28).

“Figli testardi e dal cuore indurito”

Parlando a Ezechiele, Dio non ricorre a mezzi termini per stigmatizzare l’ostinazione degli Israeliti che hanno rifiutato e rifiutano di ascoltare la sua voce: “Popolo di ribelli... figli testardi e dal cuore indurito... genìa di ribelli”. Quello che avviene a Nazaret rassomiglia anche troppo al comportamento che Dio rimprovera ai figli d’Israele. Invece di rallegrarsi della “sapienza” data a un loro concittadino, dei “prodigi compiuti dalle sue mani”, la gente di Nazaret rifiuta di credere e si “scandalizza”, cioè Gesù diventa per loro pietra d’inciampo nel cammino che dovrebbe avvicinarli a Dio: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). “Egli è qui”, aveva predetto il vecchio Simeone, “per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione” (Lc 2,34).
Solo allora? Quanti, anche oggi, non l’ascoltano! Talvolta, anche fra i più vicini, quelli che da sempre l’hanno sentito parlare attraverso la Bibbia, la fede della comunità, l’insegnamento dei pastori. È di moda dar la colpa alla Chiesa, specialmente a questi ultimi: “Non sanno parlare il linguaggio della gente, non s’investono dei nostri problemi, non si rendono credibili perché i fatti non corrispondono alle parole”. Che ci meritiamo spesso questi rimproveri, siamo i primi a riconoscerlo; sappiamo di doverne rendere conto al Signore e lo preghiamo, come quando ci apprestiamo a leggere il Vangelo nella Messa: “Purifica il mio cuore e le mie labbra, o Dio onnipotente, perché possa annunziare degnamente il tuo Vangelo”.

Ma si vorrà dire che Ezechiele non fosse credibile? Che non fosse credibile Gesù? Perciò, mentre il vescovo, il sacerdote deve riconoscere, con s. Paolo, la propria debolezza, gli uditori della parola debbono interrogarsi seriamente sulle loro disposizioni e mettere tutta la buona volontà. È di questa che ciascuno dovrà rendere conto a Dio, che legge nei cuori.

Debole e forte

Le confidenze che fa Paolo scrivendo ai Corinzi valgono per tutti i cristiani. Nessuno può negare d’essere in se stesso debole e bisognoso della forza che viene da Dio. Qualunque sia la “spina nella carne” (per Paolo, molto probabilmente, una malattia non meglio conosciuta), ognuno è chiamato ad affrontare prove e sofferenze, nel corpo e nello spirito. L’apostolo vedeva in questa “spina” un aiuto per evitare il pericolo di montare in superbia a causa della grandezza delle rivelazioni di cui era favorito dal Signore e di cui ha informato i suoi lettori. Anche per noi le sofferenze, le contraddizioni, le debolezze morali, i difetti di carattere, sono un invito ad essere umili, a riconoscerci piccoli, a non crederci, con orgogliosa presunzione, autosufficienti. Sono un invito a pregare. Come nel salmo responsoriale: “A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli... Pietà di noi, Signore, pietà di noi”. La risposta di Dio non è sempre di liberazione dalla croce che ci pesa, ma è sempre un dono di grazia, un aiuto a portare la croce con fede, nella speranza, per amore. In questo senso s. Massimo ha potuto dire: “La debolezza del cristiano è forza”.

Ma vale la pena di prolungare il pensiero espresso qui da Paolo, tenendo presente quanto egli stesso dice altrove, quando ricorda “il dovere di sopportare l’infermità dei deboli” (Rm 15,1). Allorché sperimentiamo nella nostra carne la sofferenza della malattia, costatiamo l’impossibilità di farci valere di fronte a chi ci tratta ingiustamente, sentiamo l’angoscia della solitudine, non dobbiamo chiuderci in noi stessi, ma ricordarci dei fratelli che soffrono come noi e forse più di noi. Dobbiamo, continua Paolo, “avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Gesù Cristo”, accoglierci gli uni gli altri come Cristo accolse noi, per la gloria di Dio (Rm 15,5.7).

Dobbiamo, ricordando che Dio con l’umiliazione del suo Figlio ha sollevato l’umanità dalla sua caduta, pregarlo che ci conceda “una rinnovata gioia pasquale, perché, liberati dall’oppressione della colpa, possiamo partecipare alla felicità eterna” (colletta).

M. Gobbin

“Omelie per un anno 1 e 2 - anno B”

 

 

Un profeta è disprezzato nella sua patria

La vita difficile del profeta

La prima lettura ci dice che il profeta è testimone di una verità con la sua stessa vita. Dio lo pone in ascolto, lo rende capace di andare, lo abilita a dire, lo fa testimone, perché almeno sappiano che c’è un profeta. La difficoltà nasce nel profeta quando si sente prigioniero della sorte toccata alla Parola di Dio in mezzo al popolo, tale difficoltà è superata quando egli vive nella libertà la fedeltà ad una parola che prima di tutto è appello di Dio alla coscienza del profeta. L’apostolo è l’uomo di fede di fronte alla difficoltà interiore. Dio non sceglie il migliore per l’ufficio più alto. I suoi criteri di scelta sono a volte una prova per lo stesso scelto. Dio nei suoi doni è gratuito e all’uomo è chiesto di non appropriarsi di ciò che gli è donato.

Un aiuto mai sufficiente

Davanti alle meraviglie che Gesù annuncia e opera si apre, inevitabile, lo «scandalo» della storia. E in questo sta lo scandalo: il mondo di Dio è considerato sempre in alto e lontano. Gesù, in perfetta coerenza con il cuore pulsante della fede ebraica, è l’ultima Parola di Dio, quella che in modo pieno proclama e attua il cammino opposto che la fede ebraico/cristiana rivela all’umanità: la fede è l’accoglienza di questo Dio che scende nella storia umana, e vi scende fino alle esperienze «ultime», del male e della morte. Ciò che ha vissuto Cristo Gesù non è dissimile dall’esperienza di Ezechiele. Con Ezechiele il popolo si era «rivolto contro Dio» ed era finito ribelle, ma almeno si seppe che c’era un profeta in mezzo a loro. Con Gesù il popolo fa domande in nome del Dio «della tradizione» e finisce nell’incredulità, ma almeno Cristo Gesù continua ad insegnare nei villaggi dei dintorni. Dio fa la storia, l’uomo la rifiuta, ma Dio trova sempre un verso per recuperare, così niente va perduto.

Lo scontro con la fragilità

Il Signore Gesù dona ad ogni figlio la sua grazia; la dona abbondante, perché ogni cuore si trasformi a sua immagine. Questo dono però, immenso e inatteso, trasforma, ma non cancella la fragilità innata del nostro essere creatura. La grazia ci aiuta a riconoscere le nostre debolezze, a chiamarle per nome, non per umiliarci, ma per farne possibilità di salvezza. È importante riconoscerci piccoli dinanzi a Dio per «non montare in superbia», per non fare delle nostre azioni un «nostro prodotto». Con la nostra debolezza compiremo meraviglie, annunceremo la Buona Notizia anche ad «un popolo di ribelli», se riconosceremo Cristo Gesù, Signore che opera nella nostra vita rivestendo quella fragilità, contro la quale a volte tanto lottiamo, con la potenza del suo amore.

Cristo Gesù motivo di scandalo

Ma tutto questo non è semplice. Gesù stesso ricorda – forse con un proverbio popolare – che i profeti hanno sempre incontrato questo rifiuto. Il proverbio pronunziato da Cristo Gesù, svela la tendenza generale a svilire la verità profonda dell’uomo dietro i suoi dati anagrafici. Nel momento in cui si conosce una persona, se ne misconosce il mistero. Conoscendone il nome e l’indirizzo, si pensa che essa non abbia mistero. Ma eliminare il mistero della vita del prossimo vuol dire renderla senza storia, senza appigli a un disegno, vuol dire estromettere Dio, le sue entrate e le sue presenze misteriose dalla storia quotidiana. Notiamo bene che lo scandalo dunque non è provocato da quello che Gesù dice e fa, ma da quello che Gesù è. Siccome è un concittadino comune, non si può accettare quello che dice e fa, come fosse «da Dio», o addirittura «di Dio». Ma, questa non è una «novità» espressa e affermata da Gesù stesso. Egli è in perfetta continuità con tutta la storia e con tutta la grande fede del suo popolo. Lo scandalo, inteso in modo corretto dalla nostra tradizione di fede, è quindi sempre connesso alla «piccolezza». E si compie su due versanti. O ci si scandalizza per il «farsi piccolo» di Dio. O «si scandalizzano i piccoli» dei quali Dio si è compiaciuto, e che ha scelto come luoghi privilegiati della sua presenza. E piccoli sono i poveri, sono i peccatori, gli stranieri. Piccoli, sono gli stessi discepoli. Piccolo più di tutti è infine Gesù Cristo stesso.

don Rinaldo Paganelli

“Stare nella domenica alla mensa della Parola”, anno B

 

 

Nel vangelo di oggi troviamo Cristo che ritorna a Nazareth, anzi Marco dice “nella sua patria” (Mc. 6,1), quasi ad estendere Nazareth a tutta la nazione e a tutto il suo popolo. Di sabato entra nella sinagoga e si mette ad insegnare, come aveva già fatto (cf. Mc. 1,21) ma è solo da Luca che sappiamo il contenuto, solo lui precisa cosa Cristo sta dicendo, cosa insegna.

Ciò che dice colpisce fortemente gli ascoltatori. Quando Cristo ha parlato per la prima volta ha provocato una forte reazione del demonio, di quello spirito immondo che era dentro un uomo che stava lì nella sinagoga. Adesso la reazione veemente proviene direttamente dagli ascoltatori ed è più grave perché siamo già nel capitolo sesto di Marco, Cristo è già entrato nel paese dei pagani, ha già cominciato la liberazione dal male anche tra i pagani, cioè anche dell’uomo come tale, non solo dell’uomo religioso, appartenente all’antica alleanza. Nel territorio di Israele ha guarito l’emorroissa e rianimato la figlia di Giairo, episodi che agganciati simbolicamente al numero 12 ci rimandano a Israele e quindi pare logico che Marco intenda estendere la situazione della sinagoga su tutto il popolo.

Ora troviamo Gesù tra i suoi compaesani e avviene un rifiuto. È una situazione che resiste alla venuta del Messia. Cristo non viene accettato e percepito come Colui che è mandato dal Padre per la salvezza degli uomini ma comanda la religione, l’istituzione religiosa della sinagoga che tiene il popolo in un regime religioso di schemi e dottrina dove l’autorità blocca e punisce ogni slancio verso Cristo. La parola di Cristo li colpisce, questa è la portata reale di quello che viene tradotto con stupore, e li colpisce in modo negativo. Si potrebbe addirittura tradurre con li ferisce, li sciocca. Ma in loro prevale un orizzonte dell’ordine della natura come direbbe Berdjaev, cioè quello del sangue, della parentela, del villaggio dove si viveva insieme e dove perciò si creano delle categorie sugli altri che pretendono di essere esaurienti. Che pretendono di conoscere l’altro.

Li turba che Cristo dica che in Lui si sta compiendo l’attesa, in Lui si sta compiendo la promessa di Dio, che Lui sia l’Inviato, ricolmo dello Spirito, che su di Lui che scende lo Spirito del Signore e lo consacra come Messia, come Salvatore. È ciò che i capitoli precedenti hanno reso semplicemente ovvio ma che non può entrare negli schemi teologici degli scribi e di quelli che li seguono. Perché lungo i secoli l’attesa ha creato una immaginazione certamente grandiosa del restauro del Regno di Davide e ora, proprio a Nazareth, proprio nella zona dello zoccolo duro della discendenza davidica, Cristo sta spaccando questo schema improntato sui criteri di questo mondo, sul potere del mondo. Scandalizza accettare che il tempo messianico e la salvezza avverrà in un modo così quotidiano, così feriale e attraverso un lavoratore, un carpentiere.

Ma il Vangelo insiste proprio che la fede, accoglienza di una vita nuova, si realizza nel quotidiano, lontana dalle dinamiche religiosamente umane che fanno leva su forza e potenza. La fede trasfigura il feriale nella festa nel compimento, la religione cerca le cose straordinarie che diano ragione del nostro sforzo.

A Cristo questo rifiuto costa ma sa che “un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e tra i suoi parenti” (Mc. 6,4). Infatti “È venuto tra i suoi e non l’hanno accolto” (Gv. 1,11).

I suoi sono sicuramente i più vicini, il suo villaggio, la sua gente. Ma non si riesce a cogliere che lui realizza una nuova unione tra gli uomini, non più fondata sul sangue dei genitori ma che sarà parentela del suo sangue, come afferma Cabasilas nella sua teologia sull’eucaristia. Sarà la figliolanza che compie la volontà del Padre il nuovo principio dell’unità dell’umanità (cf Mc 3,35). Ma in questo rifiuto c’è ancora di più, riguarda l’umanità stessa: viene come uomo, come Figlio di Dio e non è accettato proprio perché è venuto come uomo, uomo come noi mentre noi aspettavamo e volevamo qualcosa di speciale.

Se ne parla gettando discredito su di lui, Marco mette in evidenza che si chiedono se sia figlio di Maria (cf. Mc. 6,3) quando in tutta la loro tradizione l’identità della persona si trasmette attraverso la paternità. Sono vicini alla verità e non riescono a comprenderla. Indicarlo come figlio di Maria può voler dire da un lato che ciò che Lui fa non è secondo la loro tradizione, in quanto la paternità rimanda alla continuità della tradizione. Dall’altro lato il fatto che non dicano figlio di Giuseppe maschererebbe l’accusa di interrompere una tradizione, di essere un innovatore e perciò di essere nell’errore. Ma ben più gravemente in questo “figlio di Maria” potrebbe celarsi un dubbio sulla paternità, che, se così fosse, svelerebbe ancora di più la loro “ignara” vicinanza alla verità: perché infatti Lui non è figlio di Giuseppe così come è figlio di Maria.

Lui è il Figlio del Padre e loro non riescono ad arrivarci, sono molto vicini però non arrivano. E questo dice una grossa verità sul cammino del cristiano. La conoscenza, la visione dipende dalla vita nello Spirito e non dalle nostre considerazioni e conclusioni che possono spesso basarsi su una lettura razionale secondo la natura o addirittura sulla menzogna se non a volte addirittura partire da una cattiveria.

Gesù non viene accettato, è rifiutato, mandato via e si stupisce della loro incredulità.

Qui davvero c’è lo stupore, Lui si stupisce di come sono increduli davanti a una verità che risulta palese: “Io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv. 14,11).

Ma non c’è opera che possa scardinare la sclerosi religiosa, non c’è parola che possa smuovere una testardaggine che diventa espressione della cattiveria dell’uomo che necessita redenzione ma non la accoglie, perché per vedere il regno di Dio bisogna rinascere dall’alto, quello che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito (cf Gv 3,1-13). Bisogna avere la vita dello Spirito per capire lo Spirito, la vita puramente biologica non può andare al di là di sé stessa. Bisogna avere una vita che ha una intelligenza relazionale, che considera l’altro, una mentalità dell’alleanza. Infatti già la storia del padre della fede, Abramo, comincia con “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa del tuo padre…” (Gn. 12,1).

padre Marko Ivan Rupnik

 

 

Troppo uno di noi

Il Regno di Dio in Gesù si è reso presente, si è avvicinato all’uomo, ma la sua irruzione non suscita una reazione univoca. Il Regno, nel suo essere nascosto o nel suo manifestarsi in parole e segni, può generare rifiuto o incredulità: come può il Regno, Dio farsi così vicino a noi da essere uno di noi?. Il Figlio di Dio non può rendersi presente con mani di carpentiere, segnato dalla fatica, in una famiglia comune. Questo è uno scandalo della fede perché la potenza di Dio non si può manifestare nella piccolezza della quotidianità e ancor meno nell’impotenza della croce: “Da dove gli vengono queste cose?”

Questa perplessità può però avere varie sfumature: o quella di metterci in una ricerca che chiede di sapere di più, di comprendere e che diventa la base di un cammino di fede e di incontro profondo con il Signore; oppure vi è una perplessità negativa che chiude mente e cuore. La gente di Nazareth vive questa chiusura basata sul credere di conoscere già Gesù e proprio in nome di questo sapere si chiude a tutta la possibilità di comprendere e conoscere un volto inedito di Dio e del suo Regno. Dopo questa esperienza a Nazareth Gesù non insegnerà più nelle sinagoghe, ma lo farà fuori dall’ambiente ufficiale, tra la gente. Gli abitanti di Nazareth non negano la sapienza di Gesù o la sua capacità di compiere prodigi e ne rimangono anche sorpresi, ma non ne accettano l’origine: Dio non può farsi presente in modo così comune, normale. Questo è motivo di scandalo perché sembra mettere in crisi la grandezza di Dio. Nonostante la meraviglia essi non credono, non sono disposti ad intraprendere un cammino per una nuova conoscenza: loro già sanno. Lo scandalo è in quell’essere “uno di noi” di Gesù. Dietro all’atteggiamento della gente di Nazareth c’è tutta anche la nostra fatica ad accettare che Dio si manifesti così, che scelga a tal punto di esserci vicino. La fatica ad accettare che Dio operi e parli nella follia e nell’impotenza dell’amore fatto carne, che abbraccia tutto di noi, che sposa la nostra storia, la nostra realtà fino alla debolezza estrema e scandalosa della croce: “fu crocifisso per la sua debolezza” (2Cor 13,4).

“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” Tutta la storia di Israele è percorsa dalla verità di questo proverbio che trova la sua più grande conferma nella storia di Gesù il Figlio di Dio che ricorderà ai suoi che questa è anche la sorte di chi accetta di seguirlo.

“E lì non poteva compiere nessun prodigio” I miracoli di Gesù sono risposta alla ricerca dell’uomo e non una violenza alla sua vita perché creda. Eppure in mezzo a tanta chiusura Gesù va anche lì a cercare ammalati e sofferenti, i poveri del Regno per imporre loro le mani e sollevarli dalla loro condizione. Anche se rifiutato Gesù si fa guaritore perché l’amore non cessa mai di amare e nello stupore e nel dolore davanti a ciò che tanti cuori rifiutano continua ad inviare segnali della sua vicinanza. “Ascoltino o non ascoltino” (Ez 2) Dio continua a rimanere fedele alla sua scelta di essere con l’uomo, lì accanto a lui, nella vita e nei gesti piccoli di ogni giorno perché Dio non può rinnegare se stesso.

 

 

Dalla prima lettura apprendiamo che Dio parla ma gli Israeliti non sentono che Ezechiele. Dio non lo sentiranno mai direttamente. Dio passa sempre attraverso qualcuno; la sua opera si compie sempre attraverso le parole , le scelte e gli atti di uomini. Dio parla ma noi non sappiamo niente se degli uomini , nella loro fede, avevano scelto di scrivere dei libri della Bibbia. E questi libri sono i loro libri: sono segnati dal loro temperamento, dai loro problemi, dai loro pregiudizi. Per tanto tempo gli uomini biblici hanno dubitato dell’unicità di Dio, e ancor più sulla “vita eterna”.

Dio ha rispettato il loro cammino nella fede. E intanto Dio parla in essi e attraverso di essi. Ecco perché questi libri sono indistintamente di Dio e dell’uomo. Si vede bene come lo schema dell’Alleanza viene realizzato come lo scrive il libro. E lo schema dell’Alleanza (tutto di Dio e tutto dell’uomo) spiega ciò che è avvenuto nella creazione. (Il creatore e la creatura). Ciò si ripercuote in tutta la nostra vita, in tutta la nostra storia: Dio raggiunge l’uomo attraverso l’uomo, Israele attraverso Ezechiele, i pagani attraverso Paolo ecc. E’ per questo che la Bibbia insiste tanto sul personaggio dell’”inviato”, del “testimone”.

“Non è il carpentiere” (terza lettura) Che Dio parli attraverso questo Gesù di cui si conosce l’ascendenza e i legami familiari, di cui si conosce il paese d’origine e il mestiere, ecco cosa è per i suoi contemporanei “uno scandalo”,cioè una causa di caduta. Di che cosa? Della loro fede. Gesù è un caso unico, possiamo dire privilegiato. Un giovane mi disse di essere stupito dal fatto che se non ci fosse stato Andrea non ci sarebbe stato Pietro, se Maria non avesse detto il suo “Fiat” non avremmo avuto l’Incarnazione. Questo stupore è salutare se si trasforma in meraviglia (al contrario può trasformarsi in scandalo). Ciò che stupisce è che Dio non faccia niente senza l’uomo. Nel vangelo di oggi si vede come Gesù “non può compiere alcun miracolo”: Dio è come neutralizzato quando l’uomo,nella fede, non lascia passare e agire la sua potenza di salvezza. Che Dio rispetta l’uomo e la sua libertà: ecco la sorgente della nostra sorpresa. Di più, Dio ci fa liberi, ci chiama alla libertà. E’ per questo che tutto passa attraverso l’uomo.

La forza nella debolezza. (seconda lettura). Ciò che sorprende gli uditori di Gesù è che un uomo ordinario, il carpentiere, il figlio di Maria nello stesso tempo manifesta una potenza divina. Questa potenza divina, rimarchiamolo, la fanno tacere per la loro mancanza di fede. Così tutto rientra nell’ordine:Gesù non è che Gesù.

Anche Paolo è un uomo ordinario, non un superuomo: soffre di questa famosa scheggia nella carne che non può essere che ciò di cui parla alla fine della lettura. Gesù stesso finirà per subire la maggiore contestazione manifestando la sua suprema debolezza. E Dio ci parla attraverso di essa: attraverso di essa ci dice che fa opere di potenza. Ciò che soggiace ai nostri testi è: chi è Gesù? E per conseguenza: Chi è Dio? Ma qual è l’onnipotenza che si manifesta nella debolezza? E’ la potenza creatrice perché creare è eclissare la propria potenza per lasciare all’altro uno spazio in cui possa esistere. Dio non occupa il posto dell’altro; non è una potenza occupante: è una potenza liberante.

Gesù si stupisce. Lo stupore di Gesù corrisponde allo stupore degli uditori. Dio si stupisce davanti alla condotta umana. Lo stupore degli uomini non è altro che il rifiuto della fede. Lo stupore di Dio viene da ciò che l’amore si stupisce sempre di non essere creduto, di non essere compreso. Ancora una volta siamo lontani da un Dio impassibile e immutabile dei vecchi catechismi, “il Dio dei filosofi”. Dio reagisce e si modifica a seconda di ciò che sceglie l’uomo cosa fare. Dio si stupisce della nostra scelta della morte, ma la sua reazione è la Resurrezione.

mons. Giuseppe Mani

 

 

La terza lettura narra del passaggio, per i concittadini di Gesù, dall’ammirazione al dubbio, al rifiuto e all’ostilità: come avverrà a Gerusalemme al termine della vita pubblica. Siamo dunque di fronte a masse di gente che non conoscono Gesù e non lo sanno accettare come messia e figlio di Dio. Come mai? Costoro sono stati suoi ammiratori finché hanno sentito narrare le meraviglie da lui operate nelle altre città; ma quando lo hanno avuto in mezzo a loro, uomo tra uomini, che ha scelto per sé un’umilissima condizione, non lo riconoscono più. Le sue umili origini fanno da velo, a causa della loro superbia; il suo lavoro quotidiano «da carpentiere» è un ostacolo alla fede, perché i Nazaretani si attendevano un Messia a modo loro, con manifestazioni spettacolari. Iddio invece si fa conoscere nell’umile realtà quotidiana.

I battezzati sono oggi invitati a meditare sulla loro conoscenza di Gesù. Non lo conoscono quanti non pensano affatto a lui, e credono di doversi applicare a cose più importanti; oppure lo negano e bestemmiano. Anche i credenti e i «praticanti», ne hanno una vera conoscenza?

Quanti profeti osserva Gesù, sono passati accanto ai loro contemporanei, sconosciuti e contestati!

Non si deve cercare il Signore nei miracoli e nelle manifestazioni straordinarie, ma nell'umile dovere quotidiano, fatto in silenzio obbedendo a Dio.

Marco afferma addirittura che, nella sua patria, Gesù «non pote operare nessun prodigio». Il miracolo che i nazaretani attendevano era uno sfoggio di potenza, non un «segno» del divino. Per questo, Gesù non «pote operarlo»: egli si rifiuta di adattarsi a tali mentalità: così si comporterà anche di fronte ad Erode, vedendo in lui la mancanza di disposizione ad accogliere il «segno» di Dio.

«Gesù si stupiva della loro incredulità» dice ancora Marco: ecco uno spiraglio sui sentimenti che provava la santa umanità di Gesù: nota di tristezza e monito anche per noi.

Perché la parola di Dio operi e porti frutto, è necessaria docilità di spirito: così insegna la prima lettura. Ezechiele, all’inizio della sua missione, è incoraggiato da Dio, e invitato a parlare, benché si tratti di un popolo «ribelle, testardo e con il cuore indurito». Il profeta non deve tacere, prescindendo dall’esito della sua predicazione: «ascoltino o non ascoltino». La sua parola ha in sé capacità di salvare e dimostra, se c’è ancora la presenza Del profeta in mezzo a loro, che Dio non li ha abbandonati. E’ facile applicar questo all’ascolto della Parola di Dio anche oggi.

Merita una particolare attenzione la seconda lettura con le confidenze di Paolo ai fedeli di Corinto. Dopo aver ricordato gli insigni favori che Iddio gli ha concesso (visioni e rivelazioni), con tutta umiltà e sincerità egli confida in linguaggio velato e metaforico le prove cui è sottomesso, veramente insopportabili se egli pure con tanta capacità dì soffrire, ne chiede al Signore la liberazione. Forse si tratta di qualche noiosa malattia o, come credono i più, di violente opposizioni e contraddizioni al suo ministero, che molto lo ostacolavano e amareggiavano.

Il Signore lo ha esaudito, ma in senso diverso dalla sua richiesta: com la grazia di Dio, sopportare! Nella sua debolezza si manifesterà la potenza di Dio. Paolo comprese la lezione di Dio: oltraggi, persecuzioni e angosce non gli mancheranno più; saranno la sua debolezza, perché in esse appaia la forza e la potenza amabile di Dio.

don Luigi Bono

 

 

Un nuovo capitolo, una nuova scena all’orizzonte. Il brano lo ritroviamo nei tre vangeli sinottici. Si tratta del ritorno in patria di Gesù. Nel passo parallelo di Luca (4,16-30) conosciamo meglio il contenuto di questa presenza di Gesù in patria.

Gesù osserva che la gente ascolta con stupore il suo insegnamento, ma, ben presto, questo stupore si tramuta in incredulità. Una chiusura che sembra essere preannunciata nelle parole che Dio rivolge al profeta Ezechiele.

Il brano fa da cerniera tra l’istruzione sulla Parola e sul battesimo (cc. 4-5) e quella sull’eucarestia (6,6b-8,30). Mostra la mancanza della fede, causa della morte di Gesù, e l’incredulità blocca ogni opera salvifica e fa peccare contro lo Spirito Santo.

Il punto però sta proprio qui. Gesù è il seme della Parola, gettato sotto terra, che diventerà pane di vita, spezzato per tutti noi.

Meditare

v. 1: Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Gesù lascia Cafarnao e fa ritorno “nella sua patria”. La patria è la terra degli antenati. Marco però non dice che Gesù venne a Nazaret, perché la patria per Gesù è l’adamah, la terra, l’adam, l’uomo. La patria per Gesù è il popolo giudiaco, la Galilea.

Gesù non ci torna per visita, ma con i suoi discepoli, nella sua qualità di Maestro e Messia.

v. 2: Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga.

Il far ritorno a casa non è ferie ma continua il suo rapporto con Dio - com'era suo solito - di sabato entra nella sinagoga per la preghiera e la liturgia della Parola. Il sabato era il giorno dedicato alla preghiera e all'istruzione religiosa, che si svolgeva normalmente nella sinagoga. Gesù approfitta volentieri di questa occasione (qui è la seconda volta) per annunziare il suo messaggio (1,21-39; cf. Lc. 4,16-30).

Questa sinagoga rappresenta tutte quelle della regione, dove Gesù ha esercitato la sua attività (1,39).

E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?

A differenza di Luca (cf. Lc. 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. Lo stupore dei compaesani è lo stesso degli scribi (1,22-27). La profondità dell'insegnamento di Gesù e le opere che compie colpiscono e confondono perché non si capisce la fonte di così grande saggezza e di tanto potere. Non si riesce a cogliere in Gesù la condizione divina, perché gli scribi hanno detto che in Gesù c’è una condizione diabolica, loro devono credere quello che le autorità impongono di credere. La questione è aperta sull'origine divina di Gesù.

v. 3: Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

La domanda ha una sottolineatura dispregiativa e suona più o meno cosi: "Come mai questo falegname viene a parlarci in nome di Dio”. In questo versetto ci sta un rifiuto della paternità di Gesù. Non perché non si conoscesse, ma per disprezzo. Gesù, infatti, viene avvicinato a sua madre Maria e non al padre. Dire che qualcuno è il figlio di una donna significa che la paternità è dubbia e incerta. Quindi passano alle offese e passano alla realtà, elencando i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare.

Ed era per loro motivo di scandalo.

Come ieri, anche oggi ognuno di noi, in base all’esperienza vissuta o a quanto ha imparato, vive il suo “motivo di scandalo”, facendosi una propria idea su Dio e aspettandosi che Lui si comporti in una determinata maniera. Dio invece è sempre imprevedibile e prima o poi si presenta a noi con modalità inaspettate. Gesù dirà “beato chi non si scandalizzerà di me” (Mt. 11,6). Nonostante quanto di straordinario vedono in Gesù, i nazareni non sono capaci di credere che Gesù è l’inviato di Dio perché, guardando alle sue umili condizioni familiari, non possono credere che Dio “a uno simile” gli abbia conferito tanta autorità e dignità.

La beatitudine di Gesù è indirizzata a quanti lo accoglieranno così come Egli è.

v. 4: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Gesù si presenta come profeta, cioè come ispirato dallo Spirito di Dio. L'episodio va al di là del rifiuto di un piccolo paese della Galilea: prefigura il rifiuto dell'intero Israele (cf. Gv. 1,11) e anche dell’umanità oggi. Tutti in qualche maniera rifiutiamo un Dio la cui sapienza e potenza è la follia e l’impotenza è l’amore.

Quante volte vogliamo un Dio diverso a nostra immagine e somiglianza? Che risponda alle nostre sofferenze o domande della vita solo quando soffriamo?

Dio è dalla parte dei profeti, eppure i profeti sono sempre rifiutati; gli uomini di Dio, i giusti, sono sistematicamente tolti di mezzo, salvo poi costruire loro sepolcri e monumenti tardivi (cf. Lc. 11,47-48).

Bene profetizza in merito il profeta: “gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato. Ecco io ti do una faccia tosta quanto la loro e una fronte dura quanto la loro fronte. Come diamante, più dura della selce ho reso la tua fronte. Non li temere, non impaurirti davanti a loro; sono una genia di ribelli” (Ez. 3,7-9).

Se avessero ricordato le antiche parole rivolte a Mosè: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli un profeta pari a me; a lui darete ascolto” (Dt. 18 15), avrebbero accolto non solo le parole ma lo stesso Gesù come inviato di Dio.

v. 5: E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

Anche qui possiamo cogliere come il miracolo è legato alla fede. Se Gesù compie qualche miracolo, lo fa come risposta alla sincerità dell'uomo che cerca la verità e non la soddisfazione del proprio bisogno. Diversamente dagli uomini, Dio non usa la violenza per imporre i propri diritti. E neppure fa miracoli per permettere agli uomini di esimersi dal rischio e dalla fatica del credere.

I Pochi malati guariti sono coloro che nonostante la sofferenza, cercano Dio e il seme della Parola, viene accolto da loro e produce frutto.

v. 6a: E si meravigliava della loro incredulità.

Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù. Per Gesù rimane oscura la loro chiusura di cuore, impenetrabile. Gesù è la trasparenza di Dio, in Lui Dio abita pienamente. Eppure la gente non ha fede in Lui.

Il non aver fede e come un campo mai irrorato, irrigato, vangato. È come un corpo privo dei suoi arti. Di questo Gesù, trovandolo, si meraviglia. Forse è la prima volta.

Qui la conclusione amara di Gesù che fa eco a quello che c’è scritto nel vangelo di Giovanni “Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

v. 6b: Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando.

Qui una prima icona di Gesù: che percorre le strade, le città, che insegna. Egli cerca i luoghi dove la gente abita. Cerca le persone, le incontra, le ascolta,le guarisce, le provoca.

Gesù è Colui che non ha luogo dove posare il capo (Lc. 9,58), la strada è la sua casa. Egli non demorde. Il suo percorrere infaticabilmente i villaggi è espressione del suo amore che cerca tutti e lascia l’esempio ai discepoli: “vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv. 13,15).

Il suo andare per i villaggi dell’uomo è in vista di un insegnamento. All’uomo non resta che lasciarsi ammaestrare, accogliendolo come Maestro divenendo “discepolo” del Signore.

La Parola illumina la vita e la interpella

▪ Quante volte vogliamo un Dio diverso a nostra immagine e somiglianza?

▪ Sono consapevole che Dio opera ancora, anche attraverso i profeti che vivono accanto a me? Mi lascio mettere in discussione da loro, provocare dalle loro parole e dai gesti che operano nella fedeltà di Dio?

▪ La Parola che ascolto riesce a smuovere la mia fede? Rischio di dire: so tutto di Gesù? e non mi lascio convertire? Quale incidenza ha sulla mia vita quotidiana? Riesco a passare dall’ascolto alla fede?

▪ Sono cosciente che il mio essere cristiano significa essere altro Cristo che con amore cerca tutti?

fra Vincenzo

 

 

La pagina evangelica di questa domenica ci narra la visita di Gesù alla sua città natale. È la prima volta che Gesù, dall’inizio del suo ministero pubblico, fa ritorno nella sua patria. A Nàzaret «era stato allevato» (Lc. 4,16) e aveva trascorso i primi trent’anni della sua vita (cf. Lc. 3,23), conducendo un’esistenza segnata dall’ordinarietà e dalla condivisione del comune destino dei suoi abitanti. Gli evangelisti non ci dicono pressoché nulla di questi anni di vita ‘nascosta’ e noi non possiamo far altro che prendere atto di questo riserbo rispettando un silenzio che, forse, la dice lunga sulla ‘serietà’ di quel mistero che noi chiamiamo incarnazione.

Possiamo immaginare la curiosità e l’animazione dei nazaretani nel rivedere un loro concittadino diventato tanto ‘famoso’ negli ultimi tempi (già dopo il primo miracolo a Cafàrnao si dice che «la sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea»: Mc. 1,28). Una curiosità che si tramuta in stupore appena cominciano a sentirlo parlare nella loro sinagoga, nella consueta celebrazione liturgica sabbatica. «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data?...» (vv. 2-3). L’evangelista accumula qui una serie di ben cinque domande per dare corpo a tutta la meraviglia degli abitanti di Nàzaret: come è possibile che quest’uomo parla in questo modo e compie tali cose? Lo conosciamo bene tutti: è uno di noi...! E così lo stupore iniziale cede subito il passo a un atteggiamento di scetticismo e di incredulità: «Ed era per loro motivo di scandalo» (v. 3b). È lo sconcerto di chi non riesce a mettere insieme una sapienza e una potenza che si reputa non possano venire altro che da Dio con le modeste e umili origini di colui che è conosciuto come «il falegname, il figlio di Maria» (v. 3a). Come può il divino conciliarsi con un umano così ‘umano’? Come può Dio manifestarsi in una realtà così quotidiana e familiare? La presunta conoscenza di Gesù da parte dei nazaretani è l’ostacolo più grande alla loro apertura di fede, a una fede che si apre a un ‘oltre’ che travalica l’immediatezza della propria esperienza quotidiana, pur non negandola. «La meraviglia è un pochino sempre a doppio esito: c’è la meraviglia che vuol capire, che si lascia educare a capire. [...] E c’è invece la meraviglia che non nasce dall’intelligenza, cioè dalla volontà dell’uomo di capire, di piegarsi e di incontrare la verità o comunque ciò che gli si manifesta: ma è la meraviglia della ragione, che conduce a misurare questa cosa secondo il metro che sono io. Questa meraviglia conduce all’incredulità e al rifiuto, mentre la prima conduce all’ammirazione, si lascia educare dall’avvenimento, si lascia piegare» (G. Moioli)

È significativo che a questa meraviglia incrédula faccia eco l’amara meraviglia di Gesù: «E si meravigliava della loro incredulità» (v. 6a). Gesù non riesce a capacitarsi che si possa arrivare a un tale livello di incredulità. E proprio tra i suoi parenti, nella sua casa, nella sua patria... Sembra una costante nella storia della salvezza, ma proprio i più vicini, coloro che dovrebbero conoscere meglio l’inviato di Dio, che vantano con lui una certa familiarità, sono quelli che meno accolgono il suo messaggio, che più si chiudono alla sua azione. Ne sono testimonianza le parole disincantate che il profeta Ezechiele riceve da parte del Signore: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli... Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito...» (Ez. 2,3-4; prima lettura). Il detto popolare, citato da Gesù, sul profeta disprezzato tra i suoi (cf. Mc. 6,4) è una conferma di questo atteggiamento di ‘ribellione’ del popolo al quale Dio manda i suoi messaggeri.

Si potrebbe dire che Gesù è sì stupito e sorpreso di questo rifiuto, ma non impreparato: conosce, infatti, la sorte di tutti i profeti che lo hanno preceduto.

In questo clima di incredulità Gesù non può compiere alcun miracolo. La non-fede degli abitanti di Nàzaret ha il triste effetto di ridurre all’impotenza Gesù («E lì non poteva compiere nessun prodigio»: v. 5a); al contrario della fede della donna emorroissa e del capo della sinagoga Giàiro (cf. Mc. 5,21-43), che permettono a Gesù di sprigionare tutta la sua potenza salvifica, capace persino di risuscitare i morti! La fede può tutto (cf. Mc. 9,23), l’incredulità invece rende impossibile ogni opera di Dio. I gesti e i prodigi che Gesù compie sono sempre in vista della fede e in risposta a essa; per questo non ha alcun senso un miracolo fuori dall’‘ambito vitale’ in cui solamente esso può avvenire.

Tuttavia, prima di lasciare la sua città, Gesù riesce a compiere qualche guarigione (cfr. v.

5b), segno che il rifiuto non è stato totale: qualche barlume di fede si è trovato anche lì, tra i suoi compatrioti. L’insuccesso sperimentato non ferma la ‘corsa’ del vangelo: a dispetto di tutto, Gesù continua a percorrere i villaggi della Galilea portando a tutti la sua parola di vita. Anche da profeta inascoltato e disprezzato continua a diffondere con fiducia il seme del vangelo.

Un’ultima osservazione circa la ‘parentela’ di Gesù. Già in Mc. 3,33 Gesù chiedeva ai suoi ascoltatori: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Conosciamo la risposta che lo stesso Gesù dà subito senza aspettare la reazione dei suoi interlocutori. Qui a Nàzaret, dove Gesù giunge con i suoi discepoli (la sua ‘nuova famiglia’), si fa ancora più acuto il contrasto tra parentela ‘carnale’ e parentela ‘di fede’. La prima non è negata, né disprezzata, ma, ai fini della comunione con il Signore, deve sfociare nella seconda. Perché il solo legame che rende ‘familiari’ del Figlio dell’uomo è l’obbedienza della fede e l’ascolto sincero della parola di Dio.

 

 

Conosco i miei polli! Gli effetti collaterali del pregiudizio

Diventiamo sordi alla voce del testo, quando non

siamo consapevoli dei nostri pregiudizi (Gadamer)

Quando mia mamma avverte che sto cercando di nasconderle qualcosa o che sto cercando di prenderla bonariamente in giro, mi invita sempre coloritamente a ricordarmi che è lei che mi ha fatto! Mi conosce così bene che percepisce il mio stato d’animo dal tono della voce.

Purtroppo però chi ci conosce tende a volte a non lasciarsi più sorprendere da noi.

Le relazioni infatti possono diventare scontate.

Può accadere nella vita coniugale, quando ciascuno considera l’altro come prevedibile. Ogni gesto innovativo viene visto con sospetto, un mazzo di fiori improvviso viene riletto al più come il tentativo di farsi perdonare qualche misfatto.

Ma può accadere anche con i figli. Succede infatti che li etichettiamo e pretendiamo che per tutta la vita rispondano a quell’idea che ci siamo fatti di loro.

Avviene così anche nella vita religiosa: il padre maestro che ha conosciuto i suoi confratelli da novizi rischia molto spesso di continuare a vedere quei confratelli, diventati ormai adulti, come eterni novizi che non crescono mai.

Chi ci ha conosciuti da piccoli, con i nostri capricci e i nostri goffi tentativi di crescere, fatica ad apprezzare quello che siamo stati capaci di costruire.

Lo sa bene chi si allontana dal proprio paese, dal proprio contesto, e poi vi torna dopo molto tempo. Accade spesso di non sentirsi più a casa, di non sentirsi riconosciuti nella novità della propria vita, come se non ci fosse data la possibilità di cambiare.

Mettere etichette è un principio di economia: ci permettere di non spendere energie per riformulare la nostra idea sugli altri e su Dio. Viaggiamo in un certo senso con il pilota automatico sulla strada delle relazioni.

Mi sembra che Gesù, tornando in Galilea, viva un’esperienza simile: è visto come il figlio del falegname, i suoi legami sono conosciuti, la sua parentela è nota, come può dunque avere la pretesa di insegnare qualcosa di nuovo?

Potremmo pensare anche all’idea che noi ci costruiamo di Dio. Un’idea familiare a cui non vogliamo rinunciare. Dio diventa un Dio scontato. Ed è proprio per questo che non gli diamo più la possibilità di sorprenderci. Paradossalmente più siamo esperti di Dio più facciamo fatica a liberare Dio dai nostri schemi.

Ci aspettiamo che Dio sia dove lo abbiamo sempre trovato, ma a volte capita che ci accorgiamo che stiamo contemplando un contenitore vuoto. Nel frattempo Dio si sta rivelando altrove.

E così, come è capitato ai concittadini di Gesù, impediamo a Dio di operare nella nostra vita.

Per Gesù, questi primi versetti del cap. 6 di Marco, inaugurano quella che gli studiosi chiamano la crisi galilaica: Gesù non si sente capito, percepisce che qualcosa non ha funzionato nella sua comunicazione, c’è stata un’interpretazione distorta o parziale del suo messaggio. Questo passo rappresenta perciò anche per noi un’opportunità per interrogarci, ovvero per chiederci: cos’è passato del messaggio che volevamo trasmettere? Vale per noi pastori, predicatori, educatori, ma vale in generale nella vita. Vale per chi è chiamato a chiedersi cosa è passato del proprio programma pastorale, ma vale anche per ogni uomo che può chiedersi: cosa è passato del messaggio che avrei voluto dare con la mia vita?

Gesù ha il coraggio di prendere atto del suo fallimento apostolico e di chiedere un riscontro, accetta il tempo della verifica. Noi, in genere, andiamo avanti tralasciando di metterci davanti alle nostre responsabilità. La storia va avanti e copriamo un fallimento con una nuova iniziativa.

Marco ci aiuta a riconoscere che il fallimento può intervenire nella vita. Il modo per affrontarlo però non è il silenzio, ma la ricerca dei motivi che lo hanno generato. Può capitare di non sentirci riconosciuti e capiti, ma quell’incomprensione non può rappresentare la fine del viaggio. Io non sono la tua incomprensione!

 

 

La liturgia di oggi spiega il legame d’amore di Dio con il suo popolo attraverso la figura dell’inviato, del profeta che è inviato al popolo perché torni all’alleanza con il suo Dio. Gesù si sposta da Cafarnao a Nazaret, cittadina dove era stato allevato e dove tutti conoscevano lui e la sua famiglia. La sua venuta però non suscita grandi entusiasmi e si conclude con una grande delusione: la sua gente non gli fa fiducia, prende le distanze. A dire il vero non si comprende bene come si passi da uno stupore iniziale a una specie di rivolta nei suoi confronti. I passi paralleli di Matteo e Luca ci possono aiutare a comprendere meglio.

Matteo colloca l’episodio di Nazaret a conclusione delle parabole del regno dove il senso generale si risolveva in questo: per il regno di Dio i legami di sangue contano poco (i suoi familiari non lo capiscono) mentre valgono i legami di fede (coloro che ascoltano la parola di Dio sono i nuovi familiari di Gesù). I suoi concittadini restano diffidenti, preludio al rifiuto finale dei capi e dell’autorità religiosa con la condanna alla crocifissione. Il Testimone comunque dell’amore di Dio per il suo popolo resta lui, anche se non accolto.

Luca invece colloca l’episodio all’inizio della predicazione di Gesù, subito dopo il racconto delle tentazioni nel deserto. La scena è solenne, Gesù entra in sinagoga e legge la Parola, probabilmente il brano della liturgia di quel sabato e lo commenta. Si tratta del passo di Isaia 61,1-2, che riporta il testo di consacrazione di un profeta: “Lo Spirito del Signore è sopra di me …”. Gesù si applica quel passo confermando che in lui si compie quello che il profeta Isaia aveva annunciato. Di fronte allo stupore e alla perplessità degli ascoltatori, rammenta gli episodi biblici della vedova di Zarepta al tempo del profeta Elia e della guarigione di Naaman il siro al tempo del profeta Eliseo. In pratica Gesù richiama l’adesione alla fede di Israele da parte di due pagani. Sembra che i suoi concittadini non abbiano accolto di buon grado il ricordo della preferenza dei pagani da parte di Dio e così contrastano la predicazione di Gesù, come gelosi dei doni di Dio.

Anche la prima lettura del libro di Ezechiele, che riporta la grande visione della Gloria di Dio in terra straniera tra i deportati a Babilonia, sottolinea che comunque Dio invia i suoi profeti, sebbene non siano ascoltati. Non viene mai meno la premura di Dio per il suo popolo. Se in terra di Israele il luogo per eccellenza della visione è il tempio, in terra straniera è il cielo, a mettere in evidenza che sempre Dio è con il suo popolo. La visione del profeta, che lo consacra come inviato, non fa che mettere in luce il fatto che la storia di Dio con il suo popolo continua, continua sempre, che Dio non si stanca mai di inseguire, di venire a cercare. E il salmo responsoriale traduce in supplica quello che il popolo potrà capire, anche se confusamente: “A te alzo i miei occhi … finché abbia pietà di noi”.

Così, l’episodio della predicazione di Gesù a Nazaret va letto nella premura di Dio per il suo popolo. La scena è racchiusa da due identici sentimenti di valore però diametralmente opposti. Si apre con la meraviglia, sospettosa, diffidente, che si tramuta poi in ostilità da parte degli ascoltatori presenti nella sinagoga e si chiude con la meraviglia, dispiaciuta, di Gesù che si vede costretto a fuggire: “E si meravigliava della loro incredulità”. Una meraviglia, quella di Gesù, però, che non si tramuta in ostilità con la sua fuga, bensì in tenacia e immaginazione per creare nuove occasioni, fino alla fine, come il resto del racconto evangelico proverà, perché i cuori finalmente si aprano all’amore del Padre testimoniato da lui e dalla sua attività ovunque.

Noi non ci accorgiamo che spesso la nostra incredulità nasconde una cattiva idea di Dio. A dire il vero non si tratta realmente di una mancanza di fede, ma di diffidenza, di riserva mentale. Come per i concittadini di Gesù descritti da Luca 4,16-31: gli ascoltatori della sinagoga si sentono offesi quando Gesù ricorda loro che Dio non ha disdegnato i pagani, come se questa preferenza comportasse un’accusa ai suoi figli. Così è per noi: è vero che ci accorgiamo che Gesù insegna cose belle, cose degne della massima stima, ma essere disposti ad accoglierlo e seguirlo nella sua rivelazione di Dio e nel suo servizio agli uomini non ci è agevole.

La liturgia ci invita allora a cogliere il nodo essenziale della vita: la salvezza è data dalla potenza di Dio ma ha bisogno di essere accolta con fede, senza riserve mentali. Il problema più o meno può essere posto così: perché la grazia non compie tutto ciò che promette? Pensiamo al perdono che domandiamo a Dio per i nostri peccati. Perché, pur chiedendolo sinceramente e ottenendolo, non agisce in profondità da trasformarci completamente? Forse che Dio vincola il suo perdono? Non sarebbe morto per noi! Pensiamo alla richiesta di una virtù: “Signore, fammi umile”. Perché dopo la richiesta restiamo ancora in preda all’orgoglio e all’egoismo? Forse che Dio è geloso dei suoi doni? Non ci avrebbe dato il suo Figlio! Ecco dunque la meraviglia di Gesù: la nostra incredulità.

Dio non si stanca però della nostra incredulità perché sa che il nostro cuore ha bisogno di tempo per cedere, per arrendersi, per sciogliere le sue paure, le sue resistenze, le sue ambiguità. L’importante è non lasciare mai il Signore, lasciarsi sempre riaccostare da lui tanto che, come dice la colletta: “sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione”. Il movimento suggerito dalla preghiera è appunto quello di imparare a vedere la gloria, cioè lo splendore dell’amore del Padre per gli uomini, proprio nell’umiliazione del Figlio che si consegna agli uomini perché sappiano quanto lui ama il Padre e quanto è grande il suo amore per noi. Il che significa riconoscersi dentro una provvidenza di bene per noi, stando solidale con i sentimenti di Dio, in favore dei fratelli. Così facendo, potremo sperimentare la potenza della vita che viene da Dio accogliendo in pace le infermità e le afflizioni della nostra storia perché non ci allontanano dalla comunione con Colui che il nostro cuore cerca e di cui potente è la salvezza.

 

 

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria

La parola illuminante di Dio è assicurata al suo popolo, ma con la mediazione dell’uomo, del profeta a ciò espressamente deputato da Dio stesso.

Il profeta, l’apostolo, personalmente, rimane sempre fragile, talché meglio risalta la potenza divina che agisce in lui.

Il popolo non sempre ascolta, tuttavia la presenza del profeta è importante, affinché chi è ben disposto ne possa usufruire.

Tale è pure l'esperienza di Cristo, proprio nel suo paese. 

Dal villaggio di Giairo (probabilmente Cafarnao o un paese vicino), del quale ha risuscitato la figlia dodicen¬ne, Gesù risale le colline della Galilea sino a Nazareth, che l’Evangelista denomina “sua patria” (nonostante sappia sia nato a Betlehem) perché Maria e Giuseppe sono di Nazareth e soprattutto perché qui egli ha vissuto sino al momento in cui ha iniziato la sua predicazione peregrinante.

Il particolare dei “discepoli che lo seguono” come rabbì, ormai eccezionalmente apprezzato, mette in luce sia l’importanza della sequela sia, per contrasto, il ripudio proprio dei conterranei.

E’ sabato, giorno festivo da santificare con il riposo assoluto é la partecipazione alla riunione di lettura e meditazione della Bibbia, nella sinagoga. Gesù, da buon ebreo, certamente partecipa ogni sabato. Ma questa volta – ovviamente, secondo la consuetudine, su invito del responsabile della sinagoga, l’arcisinagogo, al quale spetta la direzione dell'assemblea – prende la parola ed “insegna”, cioè non si limita, come altri sono soliti fare, a proporre delle riflessioni o esortazioni, ma si pronuncia con autorità, tanto che molti “ascoltandolo, rimangono stupiti”. Infatti dimostra di fruire d’una sapienza che soltanto un rabbi, che abbia frequentato una apposita scuola può avere, mentre Gesù, lo sanno bene, non si è mai allontanato da Nazareth in tutta l’adolescenza e la giovinezza; come Giuseppe, ha fatto soltanto il “carpentiere” artigiano (fabbro-ferraio-falegname-muratore). Si meravigliano della sua sapienza straordinaria ed anche dei “prodigi, compiuti dalle sue mani” nei paesi vicini. Si chiedono: “non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e Simone? E le sue sorelle non stanno tra noi?”. Marco annota che, in base a queste considerazioni, i Nazaretani “si scandalizzano di lui”, restano contrariati, si indispettiscono, si irritano. Solitamente, nell’ambiente contemporaneo, le persone vengono denominate in riferimento al padre e non alla madre: se qui Gesù è detto dall’Evangelista soltanto “figlio di Maria” ciò può significare che Giuseppe all’epoca dei fatti è già morto o anche che voglia richiamare la nascita verginale di Gesù. Per quanto attiene ai “fratelli” e alle “sorelle” di Gesù, occorre ricordare che i vocaboli non significano sempre, necessariamente, consanguineità fraterna in senso stretto, ma un vincolo di parentela (cugini, zii, nipoti, ecc.) o di appartenenza ad una stessa tribù o anche un particolare rapporto di amicizia, di benevolenza; in particolare si sa che Simone e Giuda sono imparentati con Gesù tramite Cleofa, fratello di Giuseppe. Non si conosce il nome della loro madre. La madre di Giacomo e Joses si chiama Maria, ma non è la madre di Gesù. Non si può escludere che Giuseppe, il padre putativo di Gesù, sia morto piuttosto presto, lasciando Maria e Gesù affidati alla parentela, secondo le consuetudini dell’ambiente.  A tutto ciò è da aggiungere che è opinione comune, in questo tempo ancora, che il Messia, quando verrà non si saprà da dove venga né chi sia. Una ragione di più per “scandalizzarsi” se l’insegnamento di Gesù è volto a dimostrare che egli, appunto, è il Messia. Gesù reagisce, servendosi di un proverbio: “un profeta non è di-sprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Il che fa capire che tra gli “scandalizzati” c’erano pure dei parenti, come attesta pure Giovanni (Gv 7,3-5).

La spocchiosa incredulità dei Nazaretani è ostacolo al compimento di miracoli da parte di Gesù, nel senso che manca la disponibilità ad accoglierli. Egli allora si limita a beneficare quei “pochi” che, invece, sono disponibili alla sua azione: i sofferenti. Li guarisce.  La “meraviglia” di Gesù per l’incredulità dei conterranei sottolinea la loro ingiustificabilità: non hanno scusanti. Per questo Gesù si allontana e va “attorno per i villaggi vicini, insegnando” a quanti, privi di orgoglio spirituale, sono disposti ad accogliere il suo messaggio.

Giulio Venturini

 

 

Lo scandalo e l’incredulità

Una vera e propria battuta d’arresto quel giorno nella sinagoga di Nazaret. Nulla lasciava presagire una tale prospettiva, circondato com’era da una folla che stupita assisteva ai segni di Dio all’opera. Dopo i giorni in cui in maniera insperata Gesù aveva registrato aperture e accoglienze da persone da cui non ce lo si sarebbe aspettato (ultimi il capo della sinagoga e la donna affetta da perdite di sangue), l’opera di Dio conosce un vero e proprio impedimento là dove invece Dio dovrebbe essere di casa, nella sinagoga, il luogo in cui si proclama ogni sabato quello che Dio ha compiuto per il suo popolo.

Venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto, commenterà anni dopo l’evangelista Gv. A Nazaret, tra i suoi, non c’è spazio per quel modo inedito di rivelarsi di Dio nella persona di Gesù. Dio ridotto all’impotenza: e lì non poteva compiere nessun prodigio. C’è uno spazio che Dio non può superare: quello della mia incredulità. Nazaret in questo caso è prototipo di un atteggiamento alquanto comune: quello di chi mai si lascia educare e interpellare da ciò che accade ma tutto riduce alla misura del proprio io.

Deve aver patito non poco lo scarto tra la sua proposta e la non accoglienza dei suoi compaesani, se sulle labbra di Gesù Mc pone una affermazione amara e sofferta: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. Un vero e proprio frammento di antievangelo perché traduce la chiusura ostinata di chi ha la pretesa di conoscere e gestire le cose di Dio, di chi sa come e quando è Dio. Non a caso di lì a poco diranno: costui bestemmia.

E si meravigliava della loro incredulità. Gesù non riesce a capacitarsi di come si possa arrivare a tanto proprio tra i suoi parenti, nella sua patria.

Cosa gli contestano i suoi? Troppo feriale per essere Dio. Troppo ordinario: si presenta nelle vesti di una persona comune di cui si conosce l’appartenenza sociale e familiare. Davvero un Messia della porta accanto che ha nulla di sacrale perché cancella ogni separazione con l’umano. Se Dio è Dio, invece, il suo mondo è senz’altro alto e lontano. Che razza di Dio è quello che sceglie di entrare nella storia proprio come uno di noi? Che fine fa tutto quel sistema culturale che va sotto il nome di religione costruito per raggiungere il distante mondo di Dio? Ci si scandalizza di un Dio così: a scandalizzare, peraltro, non è quello che Gesù dice o fa ma per quello che è: non è il figlio del carpentiere?

Un Dio così scandalizza, cioè fa inciampare, chi ha intrapreso ben altro sentiero modulato secondo i criteri dello spettacolare e del misterioso. È uno scandalo che Dio non confermi il nostro immaginario su di lui. E dallo scandalo si passa all’incredulità: che credito si può offrire a questo modo “quotidiano” assunto da Dio per manifestarsi? Quale salvezza per l’umano là dove finalmente non giunge un Deus ex machina a rovesciare le sorti di una trama fin troppo ingarbugliata? Può mai venire salvezza dall’umano?

Ma cosa c’è concretamente in questo voler tutelare la dignità e il prestigio di Dio? Non è forse il pretesto per la difesa di un proprio schema mentale? Non c’è forse la convinzione che dalla condizione umana non si può uscire? Non c’è forse la sicurezza di possedere la verità degli altri tanto da non sopportare chi ci costringe ad assumerne una diversa che destabilizza il nostro abituale modo di vedere le cose? Non sarà questo il motivo per cui le autorità giudaiche arriveranno alla condanna stessa di Gesù?

Il paradossale e il tragico sta nel fatto che persino la sinagoga – nondimeno le nostre chiese – possono diventare luoghi nei quali si impone il silenzio a Dio, per ascoltare soltanto il pigro rimuginare dei nostri pensieri o ciò che suggerisce una logica di alleanze tra compari a difesa di un ordine sociale in cui non c’è più spazio per Dio e per i poveri. Per rendere culto a Dio (quale Dio?) si finisce per zittirlo e metterlo a morte.

Là dove non c’è accoglienza, Gesù non si scoraggia e per questo sceglie un altro ambito di attività: ai margini, alla periferia dell’istituzione. L’insuccesso registrato tra i suoi non arresta la corsa del vangelo. Dio va altrove.

Lo ammettiamo: ci è difficile pensare che Dio ci raggiunga attraverso l’umano, il nostro umano, attraverso persone come noi. La fede non è altro se non credere che Dio mi visiti così, per una via accessibile, la mia. Da sempre Dio non si smentisce e ci raggiunge non per altre vie se non per una parola/evento (l’altro per come si presenta a noi) che invece dell’immobilismo chiede trasformazione, invece dell’attaccamento chiede conversione, invece della rigidità chiede adesione al nuovo modo in cui egli si rende presente.

 

 

Gesù, la sua famiglia e la sua gente

Quando leggiamo i Vangeli e pensiamo al rapporto tra Gesù e la sua famiglia, ci vengono subito in mente alcuni episodi che dicono il profondo affetto che li legava: pensiamo all’apprensione per il bambino “perduto” nel Tempio, e ritrovato dai suoi genitori, come racconta Luca; pensiamo a Giuseppe, il padre putativo di Gesù, che premurosamente lo protegge da Erode che vuole ucciderlo, secondo il racconto di Matteo; oppure alla madre di Gesù che, a Cana, e poi sotto la croce, si trova sempre vicino al figlio, secondo la tradizione del Quarto Vangelo. Ma se invece ci soffermiamo sul Vangelo più antico, quello di Marco, la situazione si presenta in modo diverso, e in tensione con quelle appena presentate.

Già nel capitolo terzo del suo libro, Marco racconta un episodio che ci permette anche di comprendere il testo di oggi. Gesù, scrive l’evangelista, «entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di sé”» (Mc. 3,20-21). Significative sono le parole di Gesù in risposta all’arrivo dei suoi: «Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”» (Mc. 3,34-35). Comunque si cerchi di attenuare questi enunciati, magari con una legittima lettura spirituale, non possiamo però negare il tentativo da parte di Gesù di smarcarsi dalla sua famiglia. «Sua madre e i suoi fratelli non costituiscono più la comunità basilare in cui egli vive. Con i legami di sangue interrotti, il posto della famiglia è ora occupato da quanti siedono attorno a lui e […] da coloro che rispondono positivamente a quanto egli loro dice sul regno di Dio» (B. Van Iersel, Marco).

In questo modo Gesù risponde perfettamente alla sua vocazione di figlio prediletto del Padre. Ricordiamo che nel giorno del suo battesimo, Gesù sente la voce che proprio così lo chiama, e che – se passiamo ora al Vangelo di Luca – già lo aveva chiamato facendogli dire che doveva stare «nelle cose del Padre suo» (cfr. Lc. 2,49), nel Tempio, a studiare la Legge, per poterla poi interpretare ed annunciare a tutti.

Ma Gesù risponde anche alla sua vocazione umana. Come ogni uomo, per obbedire alla Legge deve lasciare suo padre e sua madre, secondo quanto scritto nel Genesi. Lì si parla di una vocazione per il matrimonio, quella di Gesù è una chiamata per il Regno dei cieli; ma se i termini cambiano, la condizione previa è la stessa. «L’uomo deve lasciare suo padre e sua madre (cf. Gen 2,24). In quanto essere di relazione, l’uomo si umanizza se sa rompere, staccarsi da ciò che è simile. Così supera la relazione filiale, per cui dipendeva dai genitori fin dalla nascita e aderisce a sua moglie. In questo modo passa dal legame filiale alla relazione coniugale. La capacità di sposarsi sta in questo abbandonare. Qui viene dato il motivo per cui l’uomo e la donna nel momento in cui si uniscono per formare una famiglia devono lasciare la famiglia d’origine. È necessario uno stacco netto con il proprio padre e la propria madre, per permettere all’uomo e alla donna di iniziare liberamente una nuova vita. In altre parole, il legame tra marito e moglie deve essere più forte del vincolo tra genitori e figli. Così si realizza il passaggio da uno stadio infantile a un livello adulto della vita. L’uomo giunge a un’autentica unione con la propria donna fino a costruire con lei una sola carne, quando lascia la casa dei genitori. La sessualità coniugale esige la rinuncia della protezione dei propri genitori» (F. Manns, «Il matrimonio nella Bibbia», Dizionario di Spiritualità Biblico-Patristica). Ecco allora che Gesù, a chi lo vuole seguire, potrà poi dire, ricco della sua esperienza: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc. 14,26).

A riguardo dell’incomprensione da parte della gente della sua patria, però, c’è da dire altro. La prima questione riguarda il modo in cui Gesù viene definito da chi crede di conoscerlo, ovvero come il “Figlio di Maria”. Per alcuni studiosi ci sarebbe qui un velato riferimento alle accuse di nascita illegittima di Gesù – che magari Matteo risolve attraverso la citazione di donne che nella sua genealogia sono incorse in analoghe critiche (come ad es. Tamar o Racab; cf. Mt 1,1-17 ). Ma non è provato che riferirsi a qualcuno con un matronimico fosse, nel contesto in cui nascono le tradizioni sui vangeli, un’offesa; per altri studiosi l’espressione sarebbe semplicemente un’allusione al fatto che Giuseppe era morto. Gesù poi viene definito come “figlio del carpentiere”.

Gesù non è semplicemente il figlio di Maria o il figlio del carpentiere. Infatti, doveva essere, secondo la visione di chi crede di conoscerlo, il “carpentiere”, ma non lo è. Tra l’altro, l’espressione «figlio del carpentiere» (il modo in cui il vangelo di Mt cambia la dizione di Mc) nell’uso rabbinico significava «persona esperta e istruita» o, meglio, «istruito figlio di un istruito» (J. Neusner): se è noto che gli scribi e i rabbi, al tempo di Gesù, dovevano conoscere e praticare un mestiere (come il fariseo Paolo, che fabbrica tende, o come rabbi Shammai, che era egli stesso un carpentiere), i carpentieri erano considerati come persone particolarmente competenti, al punto che è documentato il detto «Non c’è nessun carpentiere tra noi, o un figlio di carpentiere, che possa risolvere questo problema?».

Gesù non è semplicemente figlio di Maria: al battesimo Gesù ha sentito una voce che l’ha proclamato come figlio del Padre. Addirittura una tradizione antica, risalente all’antico apocrifo Vangelo degli Ebrei, citato da diversi padri, dice che Gesù al battesimo avrebbe provato anche un’altra maternità, ricordando quanto accaduto, e dicendo: «Mi ha appena preso mia madre, lo Spirito Santo, per uno dei miei capelli e mi ha portato sul grande monte Tabor».

In conclusione, colui che doveva essere e rimanere, nelle attese dei nazaretani, un carpentiere, o il figlio di Maria, ora sta facendo tutt’altro: il maestro e il profeta. Ma nessuno può esserlo nella sua patria, tra i suoi.

Forse abbiamo spiegato perché Gesù afferma di non poter essere profeta tra i suoi. Scegliendo la propria strada, ciascuno ha un prezzo da pagare. Quello di Gesù – ma questo forse vale per molti o per tutti – è che i suoi parenti non lo capiscono più, perché egli non rientra nelle categorie nelle quali era stato inquadrato. Colui che doveva essere e rimanere, nelle loro attese, un carpentiere, ora sta facendo tutt’altro: il maestro e il profeta. Ma nessuno può esserlo nella sua patria, tra i suoi. «Essi lo conoscono e non vogliono lasciarsi mettere in discussione. I nazaretani sono rappresentanti di tutti coloro che riducono la persona al suo stato civile e sociale, coloro che vogliono imprigionare il mistero sul piano della percezione. Essi sanno: la presunzione è il loro peccato» (M. Grilli). Gesù sperimenta così il suo secondo fallimento, dopo quello con i farisei e gli erodiani, che – come la sua gente – non lo ascoltano e decidono di toglierlo di mezzo (Mc 3,6). Ma non si scoraggia, e continua sulla strada che il Padre gli ha segnato, e che egli ha scelto liberamente. Lo troveremo subito dopo, superata la meraviglia dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6), mentre affida il suo Vangelo ai Dodici.

Giulio Michelini

 

 

“Dio cammina con noi”

Il vangelo di questa domenica ci mostra la difficoltà di molti degli abitanti di Nazareth di riconoscere nel falegname Gesù il Messia atteso; ritengono di sapere tutto di lui e si scandalizzano non riuscendo a comprendere da dove gli arrivi questa sapienza. Anche nel testo della prima lettura, il profeta Ezechiele si trova inviato ad un popolo “dal cuore indurito”, “una razza di ribelli” (Ez. 2,3). La stessa avversione, nei confronti adesso di Gesù, è riscontrato adesso dall’evangelista negli ambienti religiosi, la sinagoga, dove per ben tre volte viene rifiutato in un crescendo di ostilità.

Gesù ha lasciato Cafarnao, la casa di Giairo, con i suoi discepoli per fare ritorno “nella sua patria”: Marco non specifica che si tratta di Nazareth, ci dice soltanto che entra nella sinagoga a insegnare, nella sua qualità di Maestro e Messia, in giorno di sabato (cf. 1,21). Gesù approfitta volentieri di questa occasione per annunziare il suo messaggio (1,21-39; cf. Lc. 4,16-30): un insegnamento che suscita stupore (cf. 1,22) negli uditori.

Marco narra l’insegnamento di Gesù omettendone i testi ma mettendo in evidenza la reazione dell’assemblea che lo ha ascoltato. Lo stupore dei compaesani è lo stesso degli scribi (1,22-27) perché l’insegnamento di Gesù è profondamente differente da quello dei rabbi. La profondità della dottrina di Gesù e le opere che compie colpiscono e confondono perché non si capisce la fonte di così grande saggezza e di tanto potere. Gli abitanti di Nazareth rimangono sconvolti che Cristo stia mostrando loro un Messia diverso dalle loro attese, lontano dall’immagine del potere di questo mondo e vicino a noi, alla nostra quotidianità. Per gli scribi questo implica che in Gesù c’è una condizione diabolica perché non è possibile che la manifestazione della divinità avvenga secondo modalità cosi feriali, comuni. Da dove dunque gli deriva questa sapienza? La folla, vittima degli insegnamenti degli scribi, sentenzia implicitamente che Gesù opera sotto l’influsso di Belzebù, proprio perché insegna l’esatto contrario di quanto affermano gli scribi. Anche i prodigi da lui compiuti vengono attribuiti alle sue mani, quasi ad insinuare che Gesù sia un mago. Da qui l’interrogativo: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

La domanda ha una sottolineatura dispregiativa: si ironizza sulla sua professione, ma è soprattutto il definirlo il “figlio di Maria” che costituisce un’offesa grave, perché nel mondo ebraico il figlio era attribuito al padre quindi, o non è degno di portare il nome del padre o peggio ancora è considerato senza padre. Quindi passano ad elencare i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare e quindi implicitamente ad affermare la sua ordinarietà.

«Ed era per loro motivo di scandalo». La sottomissione acritica all’insegnamento religioso non solo non permette agli abitanti di Nazareth di accogliere l’annuncio di Cristo, ma è causa della loro incredulità, li rende refrattari e ostili. Il termine scandalo rimanda alla pietra d’inciampo ed esprime la crisi, il dubbio che fa perdere la fede.

Gesù, richiamando un famoso detto si presenta come un profeta rifiutato; l’episodio prefigura il rifiuto dell’intero Israele (cf. Gv. 1,11). In nome del Dio della tradizione non si riconosce il Dio che si manifesta nell’oggi.

Gesù, a causa della incredulità dei suoi concittadini, compie in mezzo a loro solo pochi miracoli e lo fa come risposta alla sincerità dell’uomo che cerca la verità. Allo stupore dei compaesani che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù davanti alla loro incredulità. Da questo momento non entrerà più nelle sinagoghe, perché Dio ci rivolge il suo invito, percorrendo le nostre strade, ma non ci forza, rimanendo in rispettosa attesa della nostra risposta di fede.

Nicole Oliveri

 

 

La prima lettura ci parla di Ezechiele; essendo membro di una famiglia influente, fu deportato assieme ad altri numerosi compagni di sventura a Babilonia. Qui, nella solitudine dell’esilio sulle rive del fiume Chebàr, Dio gli si manifesta e lo manda a parlare al suo popolo che, nonostante l’elezione divina, è “una razza di ribelli”. Ezechiele è chiamato a denunciare il peccato di Israele come violazione dell’alleanza con Dio, che si radica nel “cuore indurito”. Da qui derivano la resistenza e il rifiuto da parte dei destinatari della sua missione. La difficile missione del profeta Ezechiele tra i suoi connazionali viene proposta come lo sfondo adatto per capire la disastrosa esperienza di Gesù nel proprio paese, di cui ci parla il brano evangelico. A Nazaret, dove ha passato gran parte della sua vita, Gesù al sabato predica nella sinagoga suscitando un certo stupore e incontrando allo stesso tempo un ostile rifiuto. Di fronte a questa reazione, Gesù non trova altra spiegazione se non quella che la sapienza popolare ha condensato nel proverbio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Gesù si predispone a percorrere la sorte dei profeti, che nella tradizione biblica sono contestati e rifiutati da coloro ai quali sono inviati. L’esperienza di san Paolo non è stata molto diversa. Ce ne parla egli stesso nel brano della seconda lettura, in cui ci ricorda le difficoltà di ogni genere incontrate nella sua attività di evangelizzatore: oltraggi, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo.

Volendo trarre da questi passaggi un insegnamento valido per tutti noi, possiamo rivolgere la nostra attenzione in modo particolare al racconto evangelico. Uno dei motivi della freddezza dei nazaretani nei confronti di Gesù è il fatto che egli non era stato e non sembrava essere che uno di loro. I concittadini di Gesù si erano costruita un’idea del Messia che non combaciava con quella offerta dal “falegname, il figlio di Maria”. Essi non volevano mettere in discussione i loro schemi mentali. Ecco perché passano rapidamente dallo stupore, allo scandalo e poi alla incredulità. Uno dei motivi per cui la parola di Dio può essere inefficace in noi è la durezza del nostro cuore, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi di pensiero, alla propria visione delle cose, al proprio modo di affrontare la vita. Il nostro orgoglio ci impedisce talvolta di metterci in discussione e quindi di accogliere il messaggio salvifico che ci invita a cambiare di condotta. L’antifona al Magnificat dei Secondi Vespri di questa domenica riprende un versetto del vangelo di san Giovanni (1,11) che parla del prezioso dono che viene offerto a coloro che accolgono il Signore: “Gesù venne tra la sua gente, e i suoi non l’accolsero. A chi l’accoglie, dà il potere di diventare figli di Dio”.

Dio vuole che la verità si imponga per sé stessa, non per i condizionamenti esterni. Egli inoltre si propone come un Dio imprevedibile, che si rivela mediante strumenti e nei momenti più impensati. La sua offerta di salvezza non è legata a formule fisse, e se schemi preferiti ci sono, sono quelli umanamente più fragili, perché si manifesti pienamente la sua potenza (cf. seconda lettura).

Matias Auge

 

 

Signore, aumenta la nostra fede

Il brano di Vangelo di questa domenica descrive la visita di Gesù a Nazaret, città in cui era cresciuto, aveva lavorato, aveva dei parenti. Vi ritorna ora come Maestro, già acclamato dalle folle e preceduto dalla fama di operatore di prodigi; lo segue un gruppo di discepoli che hanno creduto alla sua Parola.

Come al solito, Gesù si reca nella sinagoga, proprio nel giorno di sabato quando gli ebrei la frequentano in gran numero, e comincia a parlare. Marco non riporta ciò che dice ma, quasi certamente, avrà commentato qualche passo della Bibbia, in cui si poteva intravvedere la figura del Messia, promesso e atteso da tutto Israele, come attesta il passo parallelo di Luca (4,14-30). La gente è stupita per le cose nuove e interessanti che Gesù afferma e anche per la grazia con cui si esprime. Si domanda incuriosita: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?» (Mc. 6,2).

A questo punto, la scena si capovolge: dall’ammirazione si passa a una presa di distanza, a una specie di denigrazione, perché i presenti conoscono la sua famiglia, i suoi parenti, persone troppo modeste per pensare che da quell’ambiente possa venire il Messia: «Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo e di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui» (Mc. 6,3). Può davvero un carpentiere essere il Messia? Lo scandalo non significa qui qualcosa di moralmente indecoroso, è ancora peggio: rimanda a una pietra dello scandalo, in cui s’inciampa, che fa cadere, che arresta il nostro cammino. È lo scandalo della fede, che non permette di andare al di là di quel poco che si vede, o si tocca con mano, quasi che il mistero di Dio fosse racchiudibile nei sillogismi del nostro pensare!

Lo stupore iniziale, che faceva intravvedere qualcosa di grande in quel concittadino, si spegne davanti a considerazioni grette che ricollocano Gesù in dimensioni meramente paesane. Quasi che Dio, per manifestarsi, avesse bisogno del lustro esteriore di un imperatore romano. Cristo rimane palesemente contrariato dall’accoglienza dei suoi concittadini e commenta con sconforto: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4). La sua reazione sembra quasi volerli punire, rinunciando ad operare miracoli! Il miracolo, infatti, si pone solo in un contesto di fede, che presuppone fiducia nell’inviato di Dio: mancando queste condizioni, il miracolo si ridurrebbe a mero spettacolo da circo. D’altra parte, Gesù ben sa che i profeti hanno subito quasi tutti un rifiuto e il martirio, lungo tutta la storia d’Israele.

Anche i profeti del nostro tempo sono spesso rifiutati e vittime di persecuzioni. Chiediamo, con la preghiera, che il Signore aumenti la nostra fede per seguire gli insegnamenti che Gesù, attraverso la Chiesa, anche oggi dispensa a ciascuno di noi.

don Gian Franco Brusa

 

 

“Nemo propheta in patria”

La donna emorroissa ci ha offerto un modello straordinario di fede e di libertà. Dal fondo di un’esperienza umana così difficile, minata nella sua capacità di diventare madre, resa impura e quindi inavvicinabile e impedita a partecipare al culto, privata delle sue sostanze dall’incapacità dei medici, con fiducioso abbandono ha cercato un contatto, almeno superficiale, con Gesù e questo ha cambiato la sua vita: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tua male”(Mc 5,34). Subito dopo questo incontro ed aver risuscitato la figlia del capo della sinagoga, Gesù ritorna nella sua patria, a Nazaret.

Il contrasto è stridente: a un incontro che, con coraggio, apertura e libertà aveva riaperto la via della salute e della vita, qui la prevenzione, la forza dell’abitudine e la saccenza, impediscono di riconoscere Gesù e il Regno di Dio che con lui si fa presente. Eppure il suo insegnamento desta meraviglia, se ne constata la sapienza e neppure si negano le cose prodigiose che egli compie… ma non ce niente da fare: non c’è ignoranza peggiore di quella di chi crede di sapere! “Siccome ti conosciamo fin da quando eri bambino, conosciamo la tua famiglia, sappiamo che cosa sai fare e che cosa no, sappiamo perfettamente che cosa possiamo aspettarci da te. Di certo nulla di straordinario e non credere di abbindolarci con questa pretesa sapienza e con questa sospetta capacità taumaturgica. Chissà che trucco c’è sotto”. Più o meno così devono aver pensato e detto i Nazaretani. Purtroppo, convinti delle nostre buone ragioni, anche la noi pensiamo così: il nuovo ci insospettisce, soprattutto se proviene da dove non ce lo aspetteremmo, soprattutto se è celato dentro a ciò che ci è consueto. Le persone accanto a noi possono cambiare a volte in modo sorprendente, essere capaci di cose imprevedibili, ma noi siamo sempre gli ultimi ad accorgercene, se mai ce ne accorgiamo… Così, continuando a pensare di conoscere come stanno le cose e di sapere come vanno a finire, non ci apriamo alla novità che potrebbe raggiungerci e cambiare la nostra vita.

“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E subito dopo: “E lì non poteva compiere nessun prodigio”. La riflessione che si impone è amara, ma salutare. Buoni cristiani, da sempre frequentiamo la parrocchia, la chiesa; abbiamo fatto il catechismo, ci teniamo informati, partecipiamo anche – magari – a qualche incontro di formazione, a qualche corso di introduzione alla bibbia… Come si potrebbe non essere contenti di una tale esistenza cristiana, consapevole e convinta, seppur con le sue inevitabili insufficienze e contraddizioni… Eppure, proprio dove c’è la sicurezza offerta dall’appartenenza può celarsi la sicumera di sapere, il rischio di credersi esperti e detentori di verità. Ed è allora che si può credere di conoscere il Signore ed essere contemporaneamente incapaci di riconoscerlo, perché si è smarrita quella libera apertura al nuovo che permette di incontrarlo autenticamente. Equilibrio sempre delicatissimo, ma fondamentale per un’autentica vita di fede.

I lettori del vangelo sanno bene, se la loro è una lettura credente e non la ricerca di conferme a quello che già credono di sapere o di citazioni con cui dare forza alle loro argomentazioni, che il Gesù che vi si incontra è sorprendente e mai scontato. Ogni volta bisogna cercare di liberarsi delle precomprensioni sedimentate e provare a guardare con occhi nuovi. Proprio quello che i Nazaretani non hanno saputo fare, ed è il pericolo da cui Marco ci mette in guardia. Imparare a poco a poco a leggere il vangelo significa accettare di essere guidati nel difficile cammino del discepolato, significa imparare a poco a poco a non avere paura ed a lasciarsi andare. Significa iniziare a poco a poco a convincersi che tutto è possibile a chi crede, anche se ci sembra così strano, così difficile. Significa scoprire che Gesù solo, e non le nostre presunte certezze, è la fonte di una reale liberazione  e di un’autentica salvezza.

“Quando sono debole è allora che sono forte”. Benché la lettura che stiamo facendo in queste domeniche della seconda lettera ai Corinzi non sia direttamente collegata con quella del vangelo di Marco, tuttavia provvidenzialmente quest’oggi la confessione dell’apostolo Paolo magnificamente commenta l’episodio del ritorno a Nazaret del Signore Gesù e del suo non-riconoscimento da parte dei suoi compaesani. Abbiamo visto che non c’è ignoranza peggiore di quella di crede di sapere, non c’è ostacolo alla fede così forte di chi accampa davanti a tutto le proprie sicurezze, le proprie convinzioni e a partire da quelle giudica tutto, compreso Gesù. Ebbene, Paolo fa una profonda – e misteriosa – esperienza di spogliazione interiore che lo mette nudo di fronte al Signore, la cui forza si manifesta pienamente nella debolezza. Come a dire che la grazia divina ha bisogno, per manifestarsi, di un luogo “debole” in cui entrare, che la logica di Dio è quella che privilegia il mormorio leggero della brezza rispetto al fragore del tuono e del turbine; che “Dio non apprezza il vigore del cavallo e l’agile corsa dell’uomo. Al Signore è gradito chi lo teme, chi spera nel suo amore” come dice il salmo 147.

Paolo ha fatto l’esperienza della sua debolezza, della fragilità della sua vita e proprio lì ha scoperto la presenza trasformante e liberante della grazia del Signore. È un ‘esperienza analoga a quella dell’emoroissa, di Giairo e della sua famiglia, di tanti altri, uomini e donne, che hanno vinto la loro paura e hanno cercato nell’incontro con Gesù vita e salvezza, disposti a permettere che lui cambi le loro esistenze. Proprio quello che gli abitanti di Nazaret non hanno saputo e voluto fare.

 

 

“E si meravigliava della loro incredulitá”

Se la fede è la via maestra per avvicinarsi a Dio ed entrare in contatto con Lui, l’incredulità é l’ostacolo più insormontabile e la voragine più ampia e profonda  che impedisce di raggiungerlo. Il rapporto dell’uomo con Dio si gioca tra questi due atteggiamenti contrastanti, uno di fiduciosa apertura e l’altro di chiusura ostinata nei confronti di Dio; uno di umile riconoscimento dei propri limiti nella consapevolezza che la realtà dell’esistenza sorpassa infinitamente le nostre capacità e l’altro di rifiuto orgoglioso della verità, che non si lascia sottomettere alle nostre idee ristrette e ai nostri pregiudizi.

Giá per mezzo del profeta Ezechiele il Signore rimprovera duramente i figli d’Israele, chiamandoli «testardi e dal cuore indurito». Infatti, pur avendo visto o avendo sentito narrare  gli innumerevoli segni e prodigi operati da Dio in favore del suo popolo, si ribellavano continuamente di fronte a Lui. Ma, alla loro durezza di cuore, Dio risponde mandando ancora una volta un suo profeta in una operazione a rischio: «ascoltino o non ascoltino». Quello che sta a cuore a Dio è di far giungere la sua voce al suo popolo, perché non possano trovare una scusa e dire un domani: “non lo sapevamo”. Il profeta ha appunto il compito difficile di essere testimone dell’invisibile, testimone scomodo e difficilmente ascoltato, testimone di Dio di fronte agli uomini che presumono di poter fare a meno di Dio e di ignorare le sue preziose e salutari indicazioni.

Anche a Gesù è toccato di compiere questa missione a fondo perduto, senz’altra garanzia che la parola del Padre che Egli deve annunciare ai fratelli per la loro salvezza, senza alcuna certezza di riuscita.

Dopo aver ascoltato la toccante pagina della guarigione dell’emorroissa e della risurrezione della figlia di Giairo, dove abbiamo potuto vedere la straordinaria esaltazione della fede che guarisce e dona la vita, oggi veniamo condotti, in un giorno di sabato, nella sinagoga di Nazaret, il paese di Gesù. Qui abbiamo modo di rimanere ammirati di fronte a Gesù, che, come era suo solito, ogni sabato, si recava nella sinagoga per partecipare con tutto il popolo al culto giudaico e ascoltare la parola di Dio. Egli non cerca alcuna scusa per esimersi da questo impegno di fedeltà e di amore. In più, poiché gli era consentito, Gesù spesso si alzava per prendere la parola e spiegare le scritture. Egli non tralascia l’occasione preziosa che gli viene offerta, e, con grazia e potenza, effonde i tesori della sua sapienza al popolo semplice che rimane stupito e affascinato dalla sua dottrina, tanto che si chiede: «da dove gli vengono tutte queste cose?». Quello che la gente intuisce è che in Gesù è all’opera l’azione straordinaria di Dio che dona saggezza ai semplici, perché non ci sono altre spiegazioni plausibili che giustificano la grande conoscenza e familiarità che Gesú mostra di avere con le Scritture. Egli infatti non é andato a scuola dei rabbini per apprendere tutti i possibili insegnamenti che riguardano le scritture sacre degli Ebrei. La sua famiglia non ha nulla di straordinario che possa far supporre una superiore capacità dovuta a Gesù. Tutti sanno tutto di Lui. Sanno che suo padre é Giuseppe, il falegname, e lui stesso è conosciuto come falegname, per la pratica di questo mestiere. Sanno che sua Madre è Maria (non può sfuggire il particolare che, proprio in questo contesto, Giuseppe non viene nominato e si dice semplicemente che egli è il figlio di Maria!) e possono nominare uno per uno i suoi “fratelli” e conoscono pure le sue sorelle. Non c’è proprio nulla che lasci pensare che Gesù possa uscire fuori dai ranghi. Eppure, di fatto è così. La gente, oltre a stupirsi delle cose che Egli dice e della sapienza che “gli è stata data” (il verbo al passivo indica che questa sapienza é un dono straordinario che proviene da Dio), non riesce a capacitarsi di tutti i prodigi che compie con le sue mani. Tutte queste cose le avevano potuto costatare loro stessi, di persona, oltre a tutto quello che avevano sentito raccontare e che Gesù aveva compiuto negli altri villaggi vicini e lontani.

Eppure, mentre in alcuni c’è una ammirazione sincera e gioiosa, la maggior parte della gente di Nazaret non riesce ad accettare che Gesù sia molto di più di quello che loro stessi sanno da sempre. La loro esperienza è selettiva, ma in maniera negativa, è miope, perché accettano di Gesù solo quello che essi sanno ed hanno appreso per la frequentazione con la sua famiglia: egli è uno di loro, è vissuto e cresciuto con loro, lo conoscono da ragazzino come conoscono tutti i membri della sua famiglia. Quindi si sentono autorizzati a rifiutare tutto quello che supera l’ordinario, tutto quello che sembra andare oltre il saputo e lo scontato, pur intuendone la presenza e intravedendone i frutti. Accettare che Gesù è uno di loro non fa problema; ma il solo pensare che in Lui abita la sapienza e la potenza stessa di Dio, é assolutamente inaccettabile e viene caparbiamente rifiutato. Pur guardando non riescono a vedere; pur sentendo non riescono ad ascoltare e la sapienza di Dio si allontana dai loro cuori.

Cosicché, invece di trovare un aiuto per avvicinarsi a Dio, potendo scorgere, attraverso Gesù, la sua gentilezza e la sua incredibile condiscendenza che lo porta ad avvicinarsi sempre più all’uomo, essi, al contrario, ne sono scandalizzati. Gesù diventa un ostacolo per la loro vita religiosa e li mette in grossa difficoltà. Ma, a sua volta, la loro incredulità blocca l’azione misericordiosa e prodigiosa di Gesú, che non può compiere nessun miracolo in mezzo a loro, tranne dove sente che c’è uno spiraglio di accoglienza e di apertura verso quello che viene dall’alto. Infatti, ad onore del vero, Marco segnala che Gesù, anche  a Nazaret, impone la mani su qualcuno e lo guarisce. Lo scenario di Nazaret non è totalmente oscuro, ma anche lí qualche spiraglio resta aperto ed é proprio attraverso questo spiraglio che Gesú entra con la sua gentile ed efficace potenza.

Così, se a Cafarnao la fede semplice e immediata dell’emorroissa e dell’addolorato Giairo creano il terreno fertile che provoca la guarigione della donna e il ritorno alla vita della fanciulla morta; a Nazaret, nella sua casa, tra la sua famiglia e in mezzo alla sua gente, il profeta Gesù non viene accolto e riconosciuto, anzi viene addirittura disprezzato. Infatti apertamente Gesù si lamenta, osservando con amarezza: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Questa durezza di cuore ferisce in maniera profonda il cuore sensibile di Gesú, tanto che Egli «si meravigliava della loro incredulitá».

Questo rifiuto, se impedisce a Gesù di manifestare i segni della potenza e della presenza benevola di Dio in mezzo alla sua gente, non ferma però la sua azione. Egli non si chiude in se stesso di fronte al rifiuto, non sta a leccarsi le ferite e non permette all’amarezza e al risentimento di bloccare la sua missione. Questa infatti é sempre presente davanti ai suoi occhi, perché Egli è venuto per compiere la volontà del Padre, fino in fondo, non badando a se stesso. Marco infatti é pronto a chiudere il racconto con la notazione precisa: «Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando».

Giuseppe Licciardi (padre Pino)

 

 

Un profeta non è disprezzato che nella sua patria

“Arriva Gesù!”: la notizia deve essere approdata a Nazaret con la velocità di un fulmine o - si direbbe oggi - di un sms, rimbalzando dal mercatino dei Cananei, al lavatoio pubblico, alla scuola presso la sinagoga, passando di casa in casa, correndo di bocca in bocca. La fama di maestro sapiente e di potente guaritore, legata al suo nome dilagava ormai da tempo per tutta la Galilea, ma in paese quelle voci erano sempre state rimarcate da sorrisi maliziosi e scrollatine di spalle tra lo scettico e il curioso: come mai in trent’anni nessuno si era accorto di che stoffa era veramente quel Jeshua, il figlio di Maria, che in paese era sempre passato per un comunissimo carpentiere, ma che in giro veniva decantato da qualche tempo come un astro di prima grandezza in fatto di intelligenza, sapienza e potenza prodigiosa?

Quel sabato ci deve essere stato tutto il paese pigiato nella sinagoga e nella piazzetta antistante ad ascoltare Gesù, il quale da quando se ne era andato in giro a predicare per le borgate e i villaggi vicini a Nazaret, non ci aveva rimesso più piede. Ma paradossalmente quello che doveva profilarsi come un successo garantito, si tramutò ben presto in un clamoroso disastro: “e non vi poté operare nessun prodigio", annota amaro e asciutto l’evangelista. La traiettoria del rifiuto è accuratamente e minuziosamente ricostruita da Marco: si parte dall'ascolto (“molti ascoltavano”), si passa allo stupore (“rimanevano stupiti"), quindi allá perplessità (“da dove gli vengono queste cose?"), per finire nel disprezzo ("un profeta non è disprezzato che nella sua patria"). Come mai i compaesani di Gesù saltano dalla meraviglia all'incredulità? L’evangelista ci aiuta a trovare la risposta: perché “si scandalizzavano di lui". Lo scandalo è una pietra contro cui si inciampa e si cade. Dio - secondo i nazaretani - era troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice! È lo scandalo dell’ incarnazione: con Gesù sbattiamo contro l’evento sconcertante di un “Dio fatto carne”, che pensa con mente d’uomo, lavora e agisce con mani d'uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio umano che suda, mangia e dorme come uno di noi. Come è possibile? Noi lo vorremmo sovrumano come un super-man, e ci piacerebbe essere almeno un po’ come pensiamo che sia lui: non accettiamo che lui sia come noi effettivamente siamo. Ecco la radice dell’incredulità. Tutto sommato é facile dire: “questo Gesù è proprio un Dio!"; è molto più difficile riconoscere: "Dio é proprio questo Gesù!”. Noi pensiamo che doveva risultare abbastanza semplice per i suoi concittadini credere in lui, perché se lo vedevano davanti in carne ed ossa, mentre noi dobbiamo credere in lui senza vederlo, e non ci rendiamo conto che a far inciampare i nazaretani è stato proprio l’eccesso di familiarità con il loro concittadino diventato illustre. Appunto perché conoscevano l’umiltà delle origini di Gesù e della sua condizione, gli abitanti di Nazaret si rifiutarono di entrare nella “logica” umanamente così illogica di Dio il quale, per farsi vicino a noi, si è spogliato della sua gloria, “assumendo la condizione di schiavo, e facendosi simile agli uomini” (Fil. 2,7). Così, anziché lasciarsi mettere in questione da Gesù, i suoi paesani mettono in questione lui: perché Dio si dovrebbe rivelare in “costui” e non piuttosto in un altro nostro concittadino, magari più ricco, più nobile o più potente?

La conclusione, drammatica, e quella che tira san Giovanni nel prologo al suo vangelo: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto" (Gv. 1,11).

Anche per tanta gente di oggi, che pure si dice cristiana, si verifica una situazione analoga a quella degli abitanti di Nazaret rispetto a Gesù: il vangelo non suscita l’impressione di qualcosa di nuovo e sconvolgente perché si crede di conoscerlo e lo si dà per scontato. Oggi tanti cristiani, quando ascoltano il vangelo, hanno spesso la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di imparaticcio e di risaputo, e così la loro reazione non è più lo stupore, ma lo sbadiglio, non é la meraviglia, ma l’assuefazione; è quello stanco e soddisfatto appagamento delle cose già sentite e risentite, sapute e risapute. Scriveva Giovanni Paolo II: “Tanti europei contemporanei pensano di sapere cos’è il cristianesimo, ma non lo conoscono realmente. Spesso addirittura gli elementi e le stesse nozioni fondamentali della fede non sono più noti. Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse: si ripetono i gesti e i segni della fede, ma ad essi non corrisponde una reale accoglienza del contenuto della fede e un’adesione alla persona di Gesù”.

La conclusione è che “c'è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è battezzato". C’è urgente bisogno di “nuova evangelizzazione". Ma fare la nuova evangelizzazione non è fare un’ evangelizzazione nuova, diversa, bensì è fare nuova - cioè diversamente - l’evangelizzazione. In concreto la questione nodale è: come ridare freschezza all'annuncio a chi crede già di credere? Innanzitutto occorre ripartire dal cuore della fede, che non è una serie di formule da accettare, o di norme da osservare o di riti da praticare, ma é una persona: Gesù Cristo, unico Signore e Salvatore di tutti. Ma perché Gesù - la sua opera, la sua persona - sia davvero una lieta notizia di salvezza, è necessario non ridurlo mai a oggetto o argomento di cui discutere, ma è indispensabile lasciarsi incontrare da lui come soggetto vivente, che “mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20), che mi viene incontro come la via, la verità, la stessa vita. Inoltre occorre non appiattire mai la sconcertante paradossalità del vangelo sul buon senso corrente, altrimenti ne viene fuori un “vangelo modellato sull’uomo” (Gal 1,11). “Non si può parlare di Gesù Cristo in modo ovvio. Il  compimento delle attese umane da parte del vangelo è sempre sorprendente e passa prima per il loro capovolgimento, cosa che è motivo di fede per alcuni e di scandalo per altri. Tutte le religioni dicono che l’uomo deve essere pronto a dare la vita per Dio, ma il vangelo racconta innanzitutto che il Figlio di Dio ha

dato la vita per l’uomo. Il movimento è capovolto. Non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al Signore, questo sarebbe ovvio: ma é il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli, questo è davvero sorprendente. Il capovolgimento operato da Gesù impegna il credente a capovolgere a sua volta il modo di pensare Dio e la sua gloria" (CEI, Questa è la nostra fede). Quanto detto fin qui non si potrebbe realizzare senza la testimonianza viva e concreta, bella e attraente di persone, famiglie e comunità cristiane che vivono “paradossalmente”, secondo criteri che sono in netta antitesi con il senso comune. È il fascino di una vita  nuova che punta su quella che Giovanni Paolo II chiamava la “misura alta" della santità. Ora il Signore Gesù ci viene incontro nel segno povero di un pezzetto di pane spezzato: la sua presenza non è meno vera e intensa di quando egli appariva solo come un semplice uomo tra gli uomini. Beati noi se sapremo  riconoscerlo! Beati noi se sapremo farci riconoscere come suoi discepoli e testimoni!

 

 

Gesù annunciando il suo insegnamento nella sua città suscita contraddizioni; alcuni si stupiscono della sua sapienza, altri la rifiutano. Il suo ministero in Galilea, con questo insegnamento di sabato nella sinagoga, subisce un fallimento totale. Non per nulla nella finale del racconto, Marco annota che Gesù "si meravigliava della loro incredulità". Ora qual'è il motivo di questa chiusura nei suoi riguardi? La si intuisce molto bene dalle reazioni riferite dall'evangelista. "Donde gli vengono queste cose? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo?". Come può insegnare tutto questo? Cosa presume di essere? E' nato da povera gente, niente formazione particolare da un grande rabbì, ha imparato un mestiere nella bottega artigianale di Giuseppe. Tutti l'hanno visto crescere. La conoscenza diretta del suo ambiente familiare impedisce loro di riconoscere in lui un inviato di Dio. Egli rimane sempre per loro soltanto "il falegname". A tutto questo fa eco la famosa dichiarazione di Natanaele: "Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?" Anche se gli stessi nazaretani a mostrano stupore per la sapienza che esce dalla sua bocca. La situazione poi precipita, quando Gesù notando questo forte rifiuto nei suoi confronti, solennemente afferma: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, fra i suoi". Gesù non fa nulla per accattivarsi la loro simpatia. E' troppo importante la scelta di Dio per farne una merce di scambio al fine di ottenere popolarità e consenso. Vale sempre l'agire del Signore: "Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti". Gesù si mette davanti ad ogni uomo con la sua debolezza e con la sua proposta di salvezza: tocca ad ognuno decidere se accoglierlo o rifiutarlo. (Padri Silvestrini) 

MEDITAZIONE

Il giorno di sabato, nella sinagoga di Nazaret, Gesù si alzò a leggere. Aperto il rotolo, trovò il passo di Isaia: "Lo spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato!". Non è semplice caso, ma intervento della divina Provvidenza se Gesù ha aperto questo rotolo e ha trovato nel testo il capitolo che esponeva una profezia su di lui. Se è scritto: "Neanche un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia, perfino i capelli del vostro capo sono contati", è forse effetto del caso se la scelta del libro di Isaia e la lettura di questo testo esprime proprio il mistero di Cristo? È Cristo infatti che ricorda questo testo: pensiamo dunque che nulla si compie secondo i giochi della fantasia, ma secondo i disegni della divina Provvidenza. "Egli mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio", dice il Cristo a coloro che non hanno né Dio, né legge, né profeti, né giustizia, né altra virtù. È per questo motivo che Dio l'ha mandato come messaggero ai poveri, per annunciare loro la liberazione, "per rimettere in libertà gli oppressi". Dopo aver letto ciò e arrotolato il volume, Gesù si siede mentre tutti, nella sinagoga, hanno gli occhi fissi su di lui: ma anche ora, se lo volete, potete pure voi avere gli occhi fissi su di lui. Volgete lo sguardo del vostro cuore verso la contemplazione della sapienza, della verità del Figlio unigenito di Dio, e avrete gli occhi fissi su di lui. Beata assemblea, della quale la Scrittura dice che tutti "avevano gli occhi fissi sopra di lui"! Come vorrei che la vostra assemblea potesse ricevere una simile testimonianza! Che tutti avessero gli occhi del cuore occupati a guardare Cristo che ci parla! Quando lo guarderete, la sua luce renderà il vostro volto più luminoso, e voi potrete dire: "Signore, essa ha lasciato su di noi la sua impronta, la luce del tuo volto" (Origene).

 

 

Pietra d’inciampo o testata d’angolo?

E’ difficile credere al valore di un persona della quale si conoscono le origini modeste. Difficile per gli abitanti di Nazaret credere che questo carpentiere, che conoscono fin dalla sua infanzia, sia un profeta. Difficile per chi ha colto il realismo dell’umanità di Gesù credere che è veramente Dio. Questa difficoltà chiuderà definitivamente la porta alla fede?

La scena che Marco riporta qui è raccontata in maniera analoga da Matteo (13,54-58). Luca invece (4,16-30) la tratta in modo diverso. Ne fa il solenne episodio dell’inaugurazione della missione di Gesù. I suoi concittadini lo accolgono dapprima favorevolmente, poi dimostrano stupore e perplessità, e infine lo respingono con violenza. Questa lenta trasformazione degli abitanti di Nazaret è presentata in luca come il preannuncio dell’accoglienza e poi del rifiuto di Gesù da parte dei suoi, lungo tutto il corso della sua vita apostolica. Come Matteo, Marco riporta soltanto le reazioni di stupore e scetticismo dei concittadini di Gesù. Così pone la questione fondamentale dell’origine di Gesù, della sua saggezza e potenza.

Gesù non può fare miracoli senza la fede degli uomini (vd. 9,14-29: guarigione di un ragazzo posseduto): la salvezza non è imposta, deve essere avvolta nella fede. D’altronde che senso avrebbe il miracolo fuori della fede? Non si tratta di un legame psicologico, quasi che la fiducia del malato condizionasse il successo della sua cura: al di fuori di un contesto di fede un miracolo sarebbe privo di qualsiasi significato e non si potrebbe nemmeno parlare di miracolo. Del resto il potere della fede non si ferma nemmeno alla guarigione dei malati (11,22-24).

Ma Gesù diventa occasione di scandalo! la TOB traduce: “Egli era per loro occasione di caduta”. Questo perché credono di conoscerlo ma rimangono senza fede (v. 6): la “fede in sé stessi” e quanto “sanno” impedisce la fede. Gesù diventa per loro pietra di inciampo contro cui urtano! Gesù pietra di inciampo oppure «pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo» (Mt 21,42)?

Allo stupore della folla (6,2) corrisponde quello di Gesù (6,6); perché, in nome di una pretesa conoscenza, i suoi concittadini rifiutano la potenza divina manifestata dalla sua saggezza e dalle sue azioni? Come riuscire a vincere questo rifiuto e trasformarlo in fede? La cosa che conta è che impossibilitato ad agire a Nazaret, Gesù senza scoraggiarsi parte per andare più lontano. Allo stesso modo raccomanderà ai suoi discepoli di scuotersi la polvere dai piedi prima di partire dalle località che rifiutano di accogliere e ascoltare il suo messaggio.

Come è difficile accogliere la novità anche nel proprio ambiente familiare e sociale. Bibbia francescana ci ricorda come anche Francesco all’inizio della sua conversione profonda fosse oggetto di stupore e perplessità:

«Il nuovo soldato di Cristo [=Francesco] si avvicinò alla chiesa e, mosso a pietà di quella miserevole condizione, vi entrò con timore reverenziale; incontrandovi un povero sacerdote, con grande fede gli baciò le mani consacrate, gli offrì il denaro che recava con sé e gli manifestò il suo proponimento. Stupito, e più di quanto si possa credere meravigliato dell’improvviso mutamento, il sacerdote non volle credere a quello che sentiva e, temendo una burla, ricusò di prendere quei soldi. Infatti lo aveva visto, per così dire, il giorno innanzi a far baldoria tra parenti e amici, superando tutti in vanità. Ma Francesco insisteva e lo supplicava ripetutamente di credere alle sue parole, e lo pregava di accoglierlo con lui per amore del Signore. E finalmente il sacerdote gli permise di rimanere con lui, ma non volle accettare il denaro, per paura dei parenti. Allora Francesco, vero dispregiatore della ricchezza, lo gettò sopra una finestra, incurante di esso quanto della polvere. Bramava, infatti, possedere la sapienza che è migliore dell’oro e ottenere la prudenza che è più preziosa dell’argento» (Tommaso da Celano, Vita prima, 9 : FF 335).

fra Andrea Vaona

 

 

Gesù ritorna nella sua patria a Nazareth dove è cresciuto e di sabato, nella sinagoga, insegna. I suoi concittadini sono stupiti dalla sua sapienza e non riescono ad andare oltre quello che pensano di sapere di lui e così si scandalizzano! Letteralmente in greco lo skandalon è la pietra che fa inciampare il viandante, figura di un dubbio, di un ostacolo a credere.

Qual è questa pietra che fa inciampare i suoi concittadini? Semplice: lo stato di vita di Gesù. Gesù non ha alle spalle una brillante carriera accademica, non appartiene a una famiglia nobile ma al livello sociale più basso e alla quotidianità più comune; sua mamma è una semplice donna di paese; Giuseppe, suo papà non è citato, forse perché già morto; i suoi fratelli e sorelle (termine che nel mondo semitico indica la parentela prossima, i cugini) sono gente comune del paese. Gesù non è sposato, non è un intellettuale ma ha sempre fatto un lavoro manuale, il tekton, cioè il falegname-carpentiere.

Giusto per capirne la considerazione dell’epoca, è curioso notare che nell’antico Egitto esisteva la “satira dei mestieri”: del carpentiere si diceva che aveva le mani rugose come un coccodrillo e puzzava di uova marce di pesce. Insomma, lo spirito sciocco, borghesuccio e invidioso esprime un giudizio banale sulle forme esteriori di quest’uomo considerato secondo la gloria locale. Eh sì: la reazione delle persone superficiali è sempre scontata: si fissa magari sui particolari dell’abbigliamento, sulle chiacchiere delle parentele, sulle piccinerie di paese. Anziché cogliere la straordinarietà delle parole di Gesù, i nazaretani si fissano sull’ordinarietà della sua vita (G. Ravasi) e si chiudono, quasi pensando: ma questo è uno di noi, chi si crede di essere a dirci queste parole?

Peggio ancora i parenti di Gesù, che nel cap. 3 si vergognano di Lui, considerandolo persino un disturbato mentale (3,21). E noi, quante volte rischiamo di fare lo stesso con Dio e con gli altri? Pensiamo di sapere già tutto su Gesù e sulla fede, basandoci magari su errati luoghi comuni, mentre invece Gesù non lo conosciamo proprio. È uno dei più grandi inganni del diavolo: farci credere di credere, mentre invece non crediamo per niente: e infatti non ci scommettiamo la vita sulle Parole di Gesù, perché non abbiamo capito chi sia davvero: Dio!

Oggi vediamo Gesù amareggiato: è l’amara sorpresa di Dio di fronte al rifiuto proprio da parte di quelli che sono stati più con lui, la delusione davanti al vuoto spirituale di chi gli sta davanti. Qui c’è anche un problema più profondo: senza umiltà, riconoscere la bellezza e le capacità dell’altro, o gioire per ciò che Dio sta compiendo nella sua vita, è impossibile!

Chiusi e incentrati sul proprio io, ecco invidia, non accettazione, banalizzazione degli altri per sentirsi meglio. Quante volte mettiamo in croce chi sa fare qualcosa, con battute e occhiatacce, perché ci sentiamo da meno? Non parliamo poi del profeta: il profeta già di per sé è scomodo. Un profeta non è un santone che ti dice il futuro (anzi, non vi fate fregare da chi si spaccia per pranoterapeuta e parapsicologo “medium” con poteri di ogni sorta… l’unico prodigio che fanno è farvi sparire i soldi dalle tasche!), ma il profeta è colui che ti rivela il senso profondo delle cose, che le legge alla luce della volontà di Dio e spinge a conformarsi ad essa.

Molti atteggiamenti critici sono meccanismi di difesa di fronte a scossoni della coscienza. Figuriamoci poi se si tratta di un profeta amico o di qualcuno cresciuto con noi! Comunque, anche se Gesù con quel clima d’incredulità non poté fare segni e prodigi, guarì tuttavia pochi malati, segno di speranza, di quei “piccoli” che sanno vedere oltre e accogliere quel Dio straordinario che si è fatto uomo e si presenta in modo semplice e ordinario. Anche noi vogliamo aprire il cuore a Gesù, l’Emmanuele, il Dio-con-noi!

 

 

Il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci parla dello stupore, e ne presenta due aspetti diversi. Dapprima infatti espone l’atteggiamento stupito dei familiari e compaesani di Gesù davanti alle sue parole e ai segni che compie, e poi, al termine, lo stupore di Gesù davanti alla reazione incredula e diffidente di quelle stesse persone.

I compaesani di Gesù si stupiscono dell’insegnamento che lui espone alla gente radunata nella sinagoga, che probabilmente lo ha visto fin da bambino partecipare alla preghiera, ma il loro meravigliarsi è pieno di fastidio perché il suo pensiero e agire si discosta dalla tradizione del villaggio, dalla sapienza condivisa da tutti.

È la reazione di fastidio per la novità del Vangelo che istintivamente coglie la gente e che spesso accompagna il suo annuncio. Anche noi a volte infatti ci stupiamo di un vangelo che si discosta così paradossalmente dal buon senso e da ciò che è scontato. Il Vangelo infatti non è mai una benedizione acquiescente del già esistente, né tantomeno un aggiustamento di compromesso, e davanti alla realtà esso si pone sempre come un segno di contraddizione e una domanda di cambiamento, e questo suscita stupore.

Ma poi quello stupore diventa fastidio per la pigrizia spirituale del conservatorismo; i compaesano di Gesù non riconoscono più quel figlio della loro terra, e non si riconoscono più nelle sue parole e segni, ma questo è sempre vero per chi ascolta il Vangelo. Esso infatti non è lo specchio che riflette il mondo, la realtà così come è, ma piuttosto è come una lente che cambia la visuale, fa mettere a fuoco tanti dettagli che nella confusione sfuggono e restituisce la visione vera della realtà non più sfocata o deformata dal nostro individualismo egocentrico.

Questa immagine del mondo osservato attraverso la lente del vangelo è più vera di quella che noi sappiamo avere da noi stessi, perché è come Dio lo vede e lo vuole: migliore, abitato da gente più misericordiosa e umana, meno aspra ed egoista, ecc… Davanti a questa immagine però che il Vangelo ci offre del mondo reagiamo stupiti e infastiditi, non la riconosciamo, fino a rifiutarla.

Davanti a questo rifiuto anche Gesù si stupisce: “si meravigliava della loro incredulità.”È la meraviglia piena di tristezza davanti al rifiuto orgoglioso di chi non sa che farsene della salvezza che Gesù è venuto a portare. Sì, quella gente crede di sapere già di cosa ha bisogno, come va la vita e cosa desidera. Possiede la certezza delle proprie idee e convinzioni. Perché dovrebbe accettare un vangelo nuovo, quando ne ha uno che gli si adatta a pennello? Perché cambiare, quando la realtà così come è li soddisfa? A che scopo cambiare idea se si è convinti di sé?

Gesù è stupito davanti a tanta durezza e diffidenza, proprio da parte di coloro che per la familiarità che avevano con lui da lungo tempo avrebbero dovuto fidarsi e lasciarsi toccare dalle sue parole. Ma non basta la familiarità, dice Gesù: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” Spesso anche per noi la familiarità con Gesù, col Vangelo e con le cose della fede ci portano a renderle come delle conoscenze scontate che ormai non ci chiedono più di cambiare. Stravolgiamo la loro natura perché assomiglino a noi, senza sforzarci invece di essere noi ad assomigliare a loro.

L’Apostolo Paolo nella seconda lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato riprende questo tema e fa un’affermazione che risuona paradossale: la debolezza è la sua vera forza. È il paradosso della fede cristiana: Gesù fatto uomo, umiliatosi cioè fino a perdere le prerogative divine, fino a farsi uccidere in croce, è salvezza del mondo, lui che non ha saputo nemmeno salvare se stesso! E la debolezza della carne, a cui Paolo fa cenno, lo rende più vulnerabile al vangelo, meno sicuro di sé e forte delle proprie certezze. È l’atteggiamento del discepolo che, ascoltando il Vangelo si stupisce sì, della sua novità, ma non lo rifiuta e accetta di specchiarsi in quel volto diverso, più umano che esso ci offre di noi stessi.

Invece di essere affezionati a come siamo, lasciamoci attrarre dal volto bello, umano e misericordioso che Dio vuol farci scoprire specchiandoci nel suo Vangelo. Accostandoci con fiducia a Gesù, alle sue parole e ai segni che compie nella storia, scopriamo la bellezza di cambiare e di divenire più simili a lui. Paolo parla di una forza, frutto del riconoscerci poveri e bisognosi e riempiti per questo dalla grazia del Signore che non si fonda sul sangue o sulla consuetudine, ma sul desiderio di essere discepoli suoi e non di se stessi.

 

 

Un profeta non è disprezzato che nella sua patria

1 ‑ Una genia di ribelli ‑ Il profeta Ezechiele è inviato al popolo di Israele, che sta pagando duramente la sua infedeltà alla legge di Dio con l'esilio di Babilonia, perché si ravveda finalmente e torni alla fedeltà verso il suo Signore. Anche Dio sembra scettico sulla possibilità di farsi ascoltare e ubbidire dal suo popolo: ‘Ascoltino o non ascoltino ‑ perché sono una genia di ribelli ‑ sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro’. Per questo il profeta Ezechiele è deportato: per essere in mezzo a loro come testimone di misericordia, di conversione, di salvezza rinnovata. Anche oggi la Chiesa è ‘deportata’ in mezzo all’umanità per rendere possibile a tutti la salvezza.

2 ‑ Da Adamo a Cristo ‑ Allargando lo sguardo al passato che precede Cristo, basta un semplice richiamo alla storia biblica per renderci conto della pazienza illimitata di Dio nei confronti dell'uomo. Esso gli si rivolta contro in modo pervicace, ma ad ogni infedeltà umana Dio risponde con la sua infinita misericordia, che sa dosae anche il castigo : tutta la storia è un ‘fatto di salvezza’. Il Signore rivela sempre più chiaramente la sua volontà attraverso una teoria ininterrotta di profeti, che va dai Patriarchi a Mosè e culmina con Cristo: ‘Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto’ (Deuteronomio 18,15). Questo profeta-pari-a-me non può essere che Gesù Cristo, il Verbo fatto uomo, l’unico Salvatore dell’uomo.

3 ‑ Lo scandalo‑Cristo ‑ Si direbbe che Cristo ‘scandalizza’ in misura proporzionale alla sapienza infinita della dottrina e alla potenza creatrice dei miracoli. Tanto che, un giorno, egli afferma sconsolato: ‘Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua’. Il trattamento riservato a Cristo e ai suoi, da Betlemme al Calvario e dall’Ascensione all’ultimo suo ritorno sulla terra per il Giudizio universale riassume in modo più che eloquente il rapporto di fedeltà dell'uomo verso Dio. La vita di Gesù è certamente scandalosa per ché diametralmente opposta al modo di pensare e di vivere del mondo: umiltà-superbia, verità-falsità, amore-egoismo. Lo scandalo del Vangelo è la conferma della assoluta diversità fra Dio e il mondo del male.

4 - La storia si ripete ‑ Purtroppo, 1'atteggiamento del popolo di Israele verso Cristo non è un incidente storico da rimuovere. Il dopo‑Cristo, i duemila anni della Chiesa, confermano in modo lampante che tutti siamo coinvolti, più o meno, nello scandalo del rifiuto di Cristo. Rifiuto della sua dottrina, del suo stile di vita, delle persone che lo rappresentano; rifiuto a riconoscerlo come Dio e come uomo, rivelatore della volontà del Padre e rappresentante di ogni uomo. Quale è la ragione misteriosa di questo gratuito rifiuto dell'amore di Dio per gli uomini? Solo Dio conosce le vere cause, cause nascoste ed occulte, degli scandali, di cui però si serve per realizzare i suoi fini di salvezza. Comunque ciascuno di noi nel suo intimo avverte che in parte tutto ciò dipende anche dalla sua libera volontà. Per molti è una tentazione irresistibile fare il contrario di ciò che fanno tutti per il solo gusto di distinguersi dagli altri. Tutto questo deriva dalla volontà di non obbedire o di contrapporsi.

5 ‑ Una parola di Gesù – ‘Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo, poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi, se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato, ma ora non hanno scusa per il loro peccato, ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Chi disprezza voi, disprezza me’ (Giovanni 15,18‑24). Quindi tutto è sempre riconducibile alla figura di Gesù: segno di contraddizione; e per questo: ‘Beato chi non si scandalizzerà per causa mia’!

padre Eugenio Cavallari

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