Oggi è il giorno del Signore, Signore dei giorni. Oggi il giorno della santa convocazione dove il popolo di Dio si raduna per celebrare la cena del Signore e ascoltare la sua Parola e per fare memoria È il giorno che celebra il Cristo risorto e vivente, il Cristo Signore presente nell’assemblea riunita per l’ascolto della Parola e la cena eucaristica: per questo al centro della visione-audizione di Giovanni sta il Cristo risorto, colui che dice «Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente: Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap. 1,17-18), colui che è presente in mezzo all’assemblea come è presente, in mezzo a noi, nelle nostre assemblee eucaristiche. È importante questa annotazione di Giovanni sul giorno del Signore perché ci testimonia una prassi ormai consolidata: c’è un giorno che la chiesa chiama giorno del Signore. Entriamo in questo giorno con la fede della chiesa che così prega, ascolta, invoca, intercede. Ci facciamo aiutare dai fratelli più saggi ed esperti ed illuminano la strada.

O Padre, togli il velo dai nostri occhi…

La santa Chiesa in questo giorno, quattordicesima domenica del Tempo ordinario, ci orienta sulla via per la comprensione del mistero che si celebra. Ci orienta con una richiesta ben precisa: Padre, togli il velo dai nostri occhi.

In antico Mosè, sul monte, doveva velarsi gli occhi per udire la voce di Dio. Ora, invece la chiesa chiede che sia tolto il velo dai nostri occhi.

Di quale velo si tratta?

Marco, l'Evangelista che ci fa da guida nell'anno "B", ci dà chiavi per scorgere la risposta.

La santa Chiesa, madre e maestra, conosce quel velo che può essere l'ignoranza, cioè la non conoscenza del Figlio di Dio, che può essere la dimenticanza di ciò che Dio ha operato nella storia personale e soprattutto il comando: "Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da un'estremità dei cieli all'altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi? Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n'è altri fuori di lui. Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti; sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito le sue parole di mezzo al fuoco. Perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro posterità e ti ha fatto uscire dall'Egitto con la sua stessa presenza e con grande potenza".(cf Dt, 4)

Certo che il togliere il velo dagli occhi è potatura delicatissima del Padre. Nella liturgia di oggi il Padre è al lavoro per togliere il velo, antico e nuovo.

"Ma guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli." (cf Dt 4)

Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Ed ora seguiamo Gesù, sta ritornando nella sua Patria.

Se al popolo ebraico è detto di non dimenticare, Gesù che compie le Scritture, non dimentica certo di fare memoria degli anni vissuti in quella patria.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga: è sabato, Gesù entra nella sinagoga e insegna, ha tra le mani la Torah.

La Torah è la melodia sulla quale il bambino ebraico fa i primi passi nella vita. Egli cresce giorno dopo giorno al ritmo della lettura cantilenata dei testi sacri, che a suo tempo imparerà a leggere e a memorizzare. Io sono nato in una famiglia ebraica fedele alle tradizioni d'Israele - testimonia André Chouraqui. Fin dalla mia nascita ho sentito cantare il Poema dei poemi sui ritmi antichi che hanno ispirato il canto gregoriano. Ancora bambino, ogni venerdì ero penetrato dal fervore che riempiva la nostra bella sinagoga all'ufficio della sera, quando sfociava nella recita del Poema, introduzione alle liturgie dello Sabbat. Gli uomini, le donne, e i fanciulli cantavano questo testo o l'ascoltavano come in un'estasi.

A ogni tappa della sua crescita, il fanciullo ebreo attinge la preghiera direttamente dalle Scritture, che egli approfondisce ascoltando i commenti dei Maestri, letti nella sinagoga.

Preghiera e studio convergono in un'attuazione della Parola al fine di una conversione al Dio d'Israele rinnovata ogni giorno.

Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, ricorda il salmista, non indugia nelle vie dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti, ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte (cf Sal 1).

Origene si basa su Genesi 24 per dimostrare che è necessario essere fedeli ogni giorno all'ascolto della Parola se vogliamo che questa porti frutto. Ogni giorno Rebecca veniva ai pozzi, ogni giorno attingeva acqua; e poiché ogni giorno andava ai pozzi, per questo poté essere trovata dal servo di Abraham ed essere unita in matrimonio ad Isacco. Pensi che siano favole, e che lo Spirito Santo nelle Scritture racconti delle storie?

Questo è un ammaestramento per le anime e una dottrina spirituale, che ti insegna e ammaestra a venire ogni giorno ai pozzi delle Scritture, alle acque dello Spirito Santo e ad attingere sempre, e a portare a casa il recipiente pieno, come faceva anche la santa Rebecca. Essa non avrebbe potuto sposare Isacco, un patriarca tanto grande.

E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose?

Ora la Scrittura si può spiegare solo con la Scrittura, ci aiuta certamente Luca. Nel suo Vangelo racconta.

Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore.

Stupiti e scandalizzati. All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.

Anche Gesù rimane scandalizzato, perché i suoi uditori non credono, anzi tengono consiglio per farlo morire.

Un velo scende nei loro occhi. Dice bene Marco: Poi domandò loro: è lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla? Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: Stendi la mano! La stese e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Ma Gesù disse loro: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.

Ad introdurci nel mistero dello stupore- scandalo ci orienta l'esperienza del profeta Ezechiele, che già aveva parlato nella prima lettura.
Ezechiele dice: Gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato. Ecco io ti do una faccia tosta quanto la loro e una fronte dura quanto la loro fronte. Come diamante, più dura della selce ho reso la tua fronte. Non li temere, non impaurirti davanti a loro; sono una genia di ribelli.

Cristo Gesù, uomo Dio ancora ripercorre le strade dell'umanità, entra nelle profondità della cecità e della violenza, accosta il dramma e lo trasfigura annullando il male. E noi osiamo ancora farci invocazione cosi: Padre, donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell'umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione.

 

 

Oggi è il giorno del Signore, Signore dei giorni. Oggi il giorno della santa convocazione dove il popolo di Dio si raduna per celebrare la cena del Signore e ascoltare la sua Parola e per fare memoria È il giorno che celebra il Cristo risorto e vivente, il Cristo Signore presente nell’assemblea riunita per l’ascolto della Parola e la cena eucaristica: per questo al centro della visione-audizione di Giovanni sta il Cristo risorto, colui che dice «Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente: Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap. 1,17-18), colui che è presente in mezzo all’assemblea come è presente, in mezzo a noi, nelle nostre assemblee eucaristiche. È importante questa annotazione di Giovanni sul giorno del Signore perché ci testimonia una prassi ormai consolidata: c’è un giorno che la chiesa chiama giorno del Signore. Entriamo in questo giorno con la fede della chiesa che così prega, ascolta, invoca, intercede. Ci facciamo aiutare dai fratelli più saggi ed esperti ed illuminano la strada.

O Padre, togli il velo dai nostri occhi…

La santa Chiesa in questo giorno, quattordicesima domenica del Tempo ordinario, ci orienta sulla via per la comprensione del mistero che si celebra. Ci orienta con una richiesta ben precisa: Padre, togli il velo dai nostri occhi.

In antico Mosè, sul monte, doveva velarsi gli occhi per udire la voce di Dio. Ora, invece la chiesa chiede che sia tolto il velo dai nostri occhi.

Di quale velo si tratta?

Marco, l'evangelista che ci fa da guida nell'anno "B", ci dà chiavi per scorgere la risposta.

La santa Chiesa, madre e maestra, conosce quel velo che può essere l'ignoranza, cioè la non conoscenza del Figlio di Dio, che può essere la dimenticanza di ciò che Dio ha operato nella storia personale e soprattutto il comando: "Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l'uomo sulla terra e da un'estremità dei cieli all'altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi? Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve n'è altri fuori di lui. Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti; sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito le sue parole di mezzo al fuoco. Perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro posterità e ti ha fatto uscire dall'Egitto con la sua stessa presenza e con grande potenza".(cf Dt 4)

Certo che il togliere il velo dagli occhi è potatura delicatissima del Padre. Nella liturgia di oggi il Padre è al lavoro per togliere il velo, antico e nuovo.

"Ma guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli." (cf Dt 4)

Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Ed ora seguiamo Gesù, sta ritornando nella sua Patria.

Se al popolo ebraico è detto di non dimenticare, Gesù che compie le Scritture, non dimentica certo di fare memoria degli anni vissuti in quella patria.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga:

è sabato, Gesù entra nella sinagoga e insegna, ha tra le mani la Torah.

La Torah è la melodia sulla quale il bambino ebraico fa i primi passi nella vita. Egli cresce giorno dopo giorno al ritmo della lettura cantilenata dei testi sacri, che a suo tempo imparerà a leggere e a memorizzare. Io sono nato in una famiglia ebraica fedele alle tradizioni d'Israele - testimonia André Chouraqui. Fin dalla mia nascita ho sentito cantare il Poema dei poemi sui ritmi antichi che hanno ispirato il canto gregoriano. Ancora bambino, ogni venerdì ero penetrato dal fervore che riempiva la nostra bella sinagoga all'ufficio della sera, quando sfociava nella recita del Poema, introduzione alle liturgie dello Sabbat. Gli uomini, le donne, e i fanciulli cantavano questo testo o l'ascoltavano come in un'estasi.

A ogni tappa della sua crescita, il fanciullo ebreo attinge la preghiera direttamente dalle Scritture, che egli approfondisce ascoltando i commenti dei Maestri, letti nella sinagoga.

Preghiera e studio convergono in un'attuazione della Parola al fine di una conversione al Dio d'Israele rinnovata ogni giorno.

Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, ricorda il salmista, non indugia nelle vie dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti, ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte (cf Sal 1).

Origene si basa su Genesi 24 per dimostrare che è necessario essere fedeli ogni giorno all'ascolto della Parola se vogliamo che questa porti frutto. Ogni giorno Rebecca veniva ai pozzi, ogni giorno attingeva acqua; e poiché ogni giorno andava ai pozzi, per questo poté essere trovata dal servo di Abraham ed essere unita in matrimonio ad Isacco. Pensi che siano favole, e che lo Spirito Santo nelle Scritture racconti delle storie?

Questo è un ammaestramento per le anime e una dottrina spirituale, che ti insegna e ammaestra a venire ogni giorno ai pozzi delle Scritture, alle acque dello Spirito Santo e ad attingere sempre, e a portare a casa il recipiente pieno, come faceva anche la santa Rebecca. Essa non avrebbe potuto sposare Isacco, un patriarca tanto grande.

E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose?

Ora la Scrittura si può spiegare solo con la Scrittura, ci aiuta certamente Luca. Nel suo Vangelo racconta.

Si recò a Nazareth, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore.

Stupiti e scandalizzati. All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.

Anche Gesù rimane scandalizzato, perché i suoi uditori non credono, anzi tengono consiglio per farlo morire.

Un velo scende nei loro occhi. Dice bene Marco: Poi domandò loro: è lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla? Ma essi tacevano. E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell'uomo: Stendi la mano!. La stese e la sua mano fu risanata. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Ma Gesù disse loro: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua.

Ad introdurci nel mistero dello stupore- scandalo ci orienta l'esperienza del profeta Ezechiele, che già aveva parlato nella prima lettura.

Ezechiele dice: Gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me: tutti gli Israeliti sono di dura cervice e di cuore ostinato. Ecco io ti do una faccia tosta quanto la loro e una fronte dura quanto la loro fronte. Come diamante, più dura della selce ho reso la tua fronte. Non li temere, non impaurirti davanti a loro; sono una genia di ribelli.

Cristo Gesù, uomo Dio ancora ripercorre le strade dell'umanità, entra nelle profondità della cecità e della violenza, accosta il dramma e lo trasfigura annullando il male. E noi osiamo ancora farci invocazione cosi:

Padre, donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell'umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione.

È lo Spirito Santo che introduce alla piena comprensione del Mistero che la Chiesa ci vuol far vivere oggi Domenica XIV del tempo Ordinario, Pasqua settimanale.

Appendice

Come può recarsi in un luogo Colui che è in ogni luogo?

Donde esce e dove entra colui che non è contenuto, non è racchiuso in alcun luogo? In quale patria si reca colui che ha creato e possiede l’universo? … ma non per  sé, bensì per te, per tuo vantaggio, Cristo esce ed entra, in attesa di introdurre te, che sei stato scacciato, di richiamarti dall’esilio, di ricondurti e riportarti, dato che eri stato respinto (cf Gn 3,8; Sal 23,1; Mt 9,13; 18,11; Lc 15,4) (Pietro Crisologo, Sermoni 49,1)

Ostacoli alla grazia di Dio

[Cristo] offrì l’efficacia delle sue guarigioni al punto che, riferendosi ad esse, l’evangelista così ebbe a concludere: Egli guarì tutti i loro malati (Mt 8,16; Lc 4,40), presso altri però l’abisso senza limiti dei suo benefici venne bloccato al punto da dover essere sottolineato questo limite: Gesù non potè compiere presso di essi alcun prodigio a causa della loro incredulità (Mt. 13,58; Mc. 6,6). Ne deriva così che la larghezza di Dio si uniforma pure alla capacità della fede dell’uomo, al punto di dire ad uno: Ti avvenga secondo la tua fede (Mt. 9,26), a un altro: Va’, e ti sia fatto come tu hai creduto (Mt. 8,13); e a un altro: Ti sia fatto come tu vuoi (cf Mt. 15,28); e a un altro ancora: La tua fede ti ha fatto salvo (Mt. 9,22; Mc. 5,34; 10,52; Lc .8,48; 17,19) (Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci 13,15)

Il potere dell’incredulità

Se manca la fede nei portatori dei malati e nei malati stessi, Cristo non permette che risulti l’efficacia delle guarigioni nemmeno da parte di coloro ai quali è stato concesso il privilegio del risanamento. (Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci 15,1)

Cari fratelli e sorelle!

Vorrei soffermarmi brevemente sul brano del Vangelo di questa domenica, un testo da cui è tratto il celebre detto «Nemo propheta in patria», cioè nessun profeta è bene accetto tra la sua gente, che lo ha visto crescere (cfr Mc 6,4). In effetti, dopo che Gesù, a circa trent’anni, aveva lasciato Nazareth e già da un po’ di tempo era andato predicando e operando guarigioni altrove, ritornò una volta al suo paese e si mise ad insegnare nella sinagoga. I suoi concittadini «rimanevano stupiti» per la sua sapienza e, conoscendolo come il «figlio di Maria», il «falegname» vissuto in mezzo a loro, invece di accoglierlo con fede si scandalizzavano di Lui (cfr Mc 6,2-3). Questo fatto è comprensibile, perché la familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi. A causa di questa chiusura spirituale, Gesù non poté compiere a Nazareth «nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (Mc 6,5). Infatti, i miracoli di Cristo non sono una esibizione di potenza, ma segni dell’amore di Dio, che si attua là dove incontra la fede dell’uomo nella reciprocità. Scrive Origene: «Allo stesso modo che per i corpi esiste un’attrazione naturale da parte di alcuni verso altri, come del magnete verso il ferro … così tale fede esercita un’attrazione sulla potenza divina» (Commento al Vangelo di Matteo 10, 19).

Dunque, sembra che Gesù si faccia – come si dice – una ragione della cattiva accoglienza che incontra a Nazareth. Invece, alla fine del racconto, troviamo un’osservazione che dice proprio il contrario. Scrive l’Evangelista che Gesù «si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6). Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù. Anche Lui, in un certo senso, si scandalizza! Malgrado sappia che nessun profeta è bene accetto in patria, tuttavia la chiusura del cuore della sua gente rimane per Lui oscura, impenetrabile: come è possibile che non riconoscano la luce della Verità? Perché non si aprono alla bontà di Dio, che ha voluto condividere la nostra umanità? In effetti, l’uomo Gesù di Nazareth è la trasparenza di Dio, in Lui Dio abita pienamente. E mentre noi cerchiamo sempre altri segni, altri prodigi, non ci accorgiamo che il vero Segno è Lui, Dio fatto carne, è Lui il più grande miracolo dell’universo: tutto l’amore di Dio racchiuso in un cuore umano, in un volto d’uomo.

Colei che ha compreso veramente questa realtà è la Vergine Maria, beata perché ha creduto (cfr Lc 1,45). Maria non si è scandalizzata di suo Figlio: la sua meraviglia per Lui è piena di fede, piena d’amore e di gioia, nel vederlo così umano e insieme così divino. Impariamo quindi da lei, nostra Madre nella fede, a riconoscere nell’umanità di Cristo la perfetta rivelazione di Dio (papa Benedetto XVI, Angelus 8 luglio 2012)

 

 

L’incontro di Gesù con i suoi compaesani avviene al termine di un’intensa attività apostolica in Galilea. Nei capitoli precedenti, infatti, Gesù si è progressivamente manifestato e sia nella sua opera di insegnamento sia nei miracoli compiuti la folla ha potuto sperimentare la novità assoluta delle sue parole e la grandiosità dei miracoli. I discepoli stessi incominciano a interrogarsi seriamente sull’identità di Gesù, mentre le folle continuano a seguirlo con entusiasmo. Se l’attività di Gesù suscita speranze e interrogativi, è altrettanto vero che sin dall’inizio è accompagnata da incredulità e ostinazione. Sono i farisei e gli erodiani i primi a complottare contro Gesù, sono i suoi parenti a manifestare seri dubbi sulla sua sanità mentale; ora sono i suoi concittadini a dimostrare diffidenza e incredulità. In seguito gli stessi discepoli saranno coinvolti in questa incomprensione. Insomma c’è una cecità e una chiusura che non risparmiano nessuno. Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme appare davvero sempre più solo, tra avversità e durezze di cuore anche da parte di coloro che avrebbero dovuto comprendere. Il nostro brano crea un forte contrasto con la sezione precedente, dove Gesù ha compiuto grandi miracoli e dove estranei e lontani hanno mostrato una grande fede. Ora, nella patria, tra i suoi, con suo grande stupore non potrà compiere miracoli se non qualche guarigione, proprio a motivo della loro incredulità.

 

v. 1

Gesù trova i suoi compaesani, amici e parenti di Nazaret più chiusi e duri al suo messaggio di tanti altri. Il brano del Vangelo lascia anche intuire almeno uno dei motivi di tale freddezza: il fatto che Gesù non era stato che uno di loro, un carpentiere, un operaio qualunque, uno venuto su con loro, sotto il loro cielo e non dal Cielo, con una vita e una povertà come la loro! Di lui avevano ‑ o meglio credevano di avere ‑ già una esatta conoscenza. Di lui conoscevano anche la madre, i fratelli e le sorelle, che vivevano con loro. Dunque i nazaretani si erano costruiti un’immagine di Gesù. Confrontandola con quella che anch’essi si erano formata del Messia ‑ un Messia glorioso, politico, sfolgorante di cielo ‑ passano dallo stupore allo scandalo, all’incredulità. Non vogliono mettere in discussione i loro schemi, disporsi a una revisione e magari a una conversione e a una fede nuova. Uno dei motivi per cui la parola di Dio  può essere inefficace è dunque la durezza del cuore di chi l’ascolta, l’attaccamento incondizionato ai propri schemi mentali, alla propria opinione, alla propria maniera di vedere e di vivere.

 

v. 2

Le domande che vengono poste sulla natura di Gesù sono domande che lasciano trasparire il ragionare secondo una logica umana. Ciò che scandalizza è frutto di una logica umana. Ciò che scandalizza del Cristo è il fatto che colui di cui si conoscono i parenti più stretti, il mestiere, i legami parentali, si riveli come il Figlio di Dio. Noi difficilmente pensiamo a un Dio che mantenga e crei dei legami. Preferiamo un Dio ‘slegato’. Invece Dio, nel suo Figlio, crea dei legami. Chiediamo per noi e per le nostre chiese di non scandalizzarci dei legami che il Signore vuole vivere con noi e dei legami che siamo chiamati ad avere con gli altri.

Marco in questa prima parte ci tiene a sottolineare l’essere, da parte di Gesù, figlio di Dio. La sapienza data, il “da dove” Gesù trae le cose che dice, i miracoli che compie, che dicono che in fondo lui è il Figlio di Dio, tutte queste cose per gli abitanti di Nazareth sono un inciampo perché non riescono a coniugare come colui che dice e fa tali cose possa essere una persona della quale si sa tutto. Come mai colui che sa, fa, dice tali cose può essere anche chiamato il carpentiere? Qui vengono descritte di Gesù delle cose molto normali: il suo lavoro, i legami familiari, la presenza di persone che hanno con lui dei vincoli. Quante volte siamo riusciti a dividere la divinità di Gesù da tutto questo?

 

v. 3

L’esegesi protestante vede nei fratelli e nelle sorelle di Gesù i figli avuti da Maria e Giuseppe dopo la nascita di Gesù. Nella chiesa greco-ortodossa si segue un’antica interpretazione patristica che si richiama all’apocrifo protovangelo di Giacomo, ove sono identificati come i figli avuti da Giuseppe in un precedente matrimonio. L’esegesi cattolica, partendo dalla fede ecclesiale sulla verginità di Maria, ritiene che i termini fratello/sorella in ebraico e anche in aramaico si debbano intendere come fratelli e sorelle in senso più ampio, biblicamente assai attestato, di parenti, cugini, talora anche compaesani.v. 5

Per certi aspetti si capisce che gli abitanti di Nazareth si siano scandalizzati di Gesù, perché hanno visto, hanno sperimentato l’umanità di Gesù come un impedimento alla fede; in fondo farà la stessa fine anche Pietro, perché la prima volta che Gesù ha parlato della sua sofferenza e della sua passione Pietro si è scandalizzato, ha cercato di convincere Gesù a pensare diversamente, a immaginare un cammino diverso, non il cammino della debolezza, della sofferenza, ma piuttosto quello della gloria, dell’affermazione di sé. Invece il nostro Dio è un Dio così: un Dio che si fa piccolo, debole, sottomesso alla morte. Perché questo? Semplicemente perché la sua forza, la sua sapienza la trasforma in amore, e una caratteristica fondamentale dell’amore è proprio questo: il ‘condividere’. La caratteristica dell’amore di Dio è quella che i padri della chiesa chiamavano la ‘condiscendenza’ e cioè la capacità di scendere in mezzo agli uomini per stare insieme con loro. È Dio, ma si fa uomo; è uomo, ma si fa servo e prende su di sé la sofferenza, l’umiliazione, un destino di morte. Questo è lo stupore degli abitanti di Nazaret e questo è il loro scandalo, la loro difficoltà di fede di fronte a Gesù.v. 6

Gesù si meravigliava della loro incredulità. Perché questo meravigliarsi? Perché, in fondo, gli abitanti di Nazaret avrebbero dovuto saperlo che Dio è così. Certamente il mistero dell’Incarnazione era qualcosa di nuovo nella loro esperienza, ma il discorso della condiscendenza di Dio, questo lo conoscevano bene, perché il loro Dio era il Dio che era sceso in mezzo agli uomini, era il Dio che era diventato amico di Abramo e non ha avuto vergogna di diventare il Dio di Israele. Come possiamo immaginare Dio? Lo dobbiamo immaginare come totalmente diverso da noi. Il motivo per cui Dio è totalmente diverso da noi è il fatto che non ha vergogna di farsi piccolo, è il fatto che è capace, pur essendo di natura divina, di farsi uomo e di entrare dentro alla nostra esperienza. Era la Parola eterna di Dio; e si è fatta carne. Era in forma di Dio, ma si è fatto uomo e servo.

Appendice

         Non fece molti miracoli a causa della loro incredulità. Queste parole ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti, poiché a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza (Mt 25,29) mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo. Fa’ attenzione, infatti, a queste parole: Non poté compiere alcun miracolo; difatti non ha detto: Non volle, bensì: Non poté, perché si sovrappone al miracolo che sta per compiersi una collaborazione efficace proveniente dalla fede di colui su cui agisce il miracolo (Origene, Commento al vangelo secondo Matteo).

 

Non soltanto lui, che è il capo e il Signore dei profeti, è stato disprezzato, ma anche Elia, Geremia e gli altri profeti che hanno abitato nella loro patria come in città straniere (Beda il Venerabile, Commento al vangelo di Marco).

 

Il movimento della Chiesa al di là dei suoi confini verso i fratelli cristiani, gli ebrei e i non cristiani, potrebbe essere il movimento della autoespropriazione di Dio e di Cristo. Lo sarebbe se i cristiani non aspirassero a facilitazioni per sé, o ad approcci diplomatici come facilitazioni per gli altri, ma alla cosa più difficile: l’esposizione di sé indifesa, disinteressata. Questo è il compito fine a sé stesso, mentre tutti gli altri compiti sono relativi rispetto ad esso: buoni, in quanto promuovono il compito principale, non buoni in quanto lo oscurano. Una Chiesa disinteressata cerca soltanto l’onore del suo Signore e non il proprio, perché anche il Signore non ha mai cercato il proprio onore, bensì quello del Padre. Essa cerca nella Scrittura le parole che le insegnano l’obbedienza più completa. Nella sua liturgia non cerca la soddisfazione della comunità, bensì l’adorazione del suo Signore e l’investitura della sua forza per il proprio compito. Nei rapporti coi cristiani separati cerca di osservare il comandamento pressante del suo Maestro: unione come amore. Cerca nel mondo profano che le sta attorno la sua missione: essere lievito che agisce scomparendo  (H.U. von Balthasar, Chi è il cristiano?, 257-258).

 

“Dio con noi” significa molto più che: Dio sopra o accanto a noi, davanti o dietro a noi, più del legame più intimo e attivo che il suo essere divino può comunque avere con il nostro essere umano. Qui, al centro del messaggio cristiano e in rapporto all’evento di cui questo messaggio parla, ´Dio con noiª significa che Dio stesso si è fatto esecutore della propria volontà redentrice… Significa che Dio si è fatto uomo per assumere in questa umanità (ma con divina sovranità) la nostra causa. In questo atto di inconcepibile misericordia si realizza dunque effettivamente l’irresistibile volontà di Dio, ma ciò non significa che Dio ignori arbitrariamente e lasci aperta la lacerazione che la nostra colpa ha prodotto tra lui e noi, non significa che egli superi artificialmente, colmi alla meglio e nasconda questa rottura e questo abisso, ma significa che veramente li elimina. Dio colma questo abisso con se stesso: egli diventa ed è l’uomo nel quale la pace è realtà. Proprio al punto in cui noi, offendendo e provocando Dio, siamo sconfitti e rinunciamo, al punto in cui rendiamo impossibile la nostra esistenza davanti a lui e così perdiamo la nostra vera destinazione, calpestiamo la nostra dignità, scadiamo dal nostro diritto, perdiamo la nostra salvezza, compromettendo così irrimediabilmente il nostro stato di creature, proprio a questo punto Dio interviene facendosi uomo. Egli è Dio, perciò è in grado di essere non soltanto Dio, ma anche questo uomo (K. Barth, Dogmatica ecclesiale, 318-319).

 

Difficile parlare di Vangelo e di fede con i colleghi di lavoro o studio, con i vicini di casa, con le persone del quartiere, persino all’interno della parrocchia o delle mura di casa; c’è una resistenza, una strana opposizione, un rifiuto non ragionato, un meccanismo forse di difesa, di separazione, di allontanamento. Non è facile andare nel profondo del rapporto con le scritture e con Dio nelle proprie relazioni con coloro che ci conoscono; e non è facile nemmeno accettare un ruolo sui temi della nostra fede da persone che conosciamo. Quella componente della fede che non è riconducibile all’intelletto di ciascuno, ma che è profezia, che è azione dello Spirito, essa risulta difficile da digerire se non diamo agli altri un enorme credito: che ci possano dire di noi qualche cosa che ancora non conosciamo. Se ci si conosce “bene” emergono le antiche ruggini, le rivalità, l’orgoglio. Qui in OPG è paradossalmente più facile, perché ci sentiamo tutti sullo stesso piano umano e tendiamo a concedere agli altri una considerazione maggiore, anche in virtù della condizione di debolezza impostaci. Ma questa debolezza non la volevamo, di questa fragilità non abbiamo voglia di compiacerci. E per noi uomini non è così spontaneo “farsi bastare” la grazia di Dio, rinunciando a contare su noi stessi, su un senso umano della dignità e della giustizia. Ma forse per conoscere cosa è giusto o chi è il Giusto, bisogna finire per trovarsi dalla parte di chi è nell’ingiustizia (Gruppo O.P.G.).

Passi biblici paralleli

Confronta: Mt. 13,53-58; Lc. 4,16-30.

v. 1

Mt. 2,22-23: Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: “Sarà chiamato Nazareno”.

Lc. 2,51-52: Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Gv. 1,45-46: Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Natanaèle esclamò: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”.

Mt. 21,10-11: Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: “Chi è costui?”. E la folla rispondeva: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”.

Gv. 18,4-5: Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.

Mc. 14,66-67: Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: “Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù”.

Mc. 16,6: Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.

 

v. 2

Mt. 4,23: Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Lc. 4,16-19.22: Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:  Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione,  e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione  e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”.

Gv. 7,14-15: Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e vi insegnava. I Giudei ne erano stupiti e dicevano: “Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?”.

Mc. 1,21-22.27: Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. (…) Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!”.

Gv. 18,19-21: Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: “Io ho parlatoal mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto”.

At. 9,20-21: (Saulo) rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: “Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?”.

 

v. 3

Gv. 1,11-12: Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero inlui. Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

Mt. 12,46-50: Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: “Ecco di fuori tua madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti”. Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”.

At. 1,12-14: Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui.

Gal. 1,18-19: Inseguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.

Gc. 1,1: Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù disperse nel mondo, salute.

Gd. 1,1-2: Giuda, servo di Gesù Cristo, fratello di Giacomo, agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo: misericordia a voi e pace e carità in abbondanza.

Mc. 15,40-41: C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Mt. 11,4-6; Gv. 6,56-62; Mt. 26,30-35.

 

v. 4

Nm 12,1-10: Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata; infatti aveva sposato una Etiope. Dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?”. Il Signore udì. Ora Mosè era molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra. Il Signore disse subito a Mosè, ad Aronne e a Maria: “Uscite tutti e tre e andate alla tenda del convegno”. Uscirono tutti e tre. Il Signore allora scese in una colonna di nube, si fermò all’ingresso della tenda …

Ger. 11,21-23;12,6: Perciò dice il Signore riguardo agli uomini di Anatòt che attentano alla mia vita dicendo: “Non profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra”; così dunque dice il Signore degli eserciti: “Ecco, li punirò. I loro giovani moriranno di spada, i loro figli e le loro figlie moriranno di fame. Non rimarrà di loro alcun superstite, perché manderò la sventura contro gli uomini di Anatòt nell’anno del loro castigo. Perfino i tuoi fratelli e la casa di tuo padre, perfino loro sono sleali con te; anch’essi ti gridano dietro a piena voce; non fidarti di loro quando ti dicono buone parole.”

Lc. 4,23-28: Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno.

Mc. 3,20-21: Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di sé”.

Gv. 7,2-5: Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne; i suoi fratelli gli dissero: “Parti di qui e và nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!”. Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui.

Gv. 4,43-45; Mt. 23,34; Mt. 23,37; Lc. 24,18-20; Gv. 16,1-3; At. 14,1-2; At. 18,4-6.

 

 

«DEL PROFETA DISPREZZATO IN PATRIA»

Questa domenica il Signore è contemplato in un altro episodio della sua Vita pubblica, ricordando sempre che dal Padre è battezzato con lo Spirito Santo e consacrato come Profeta per l’annuncio dell’Evangelo, come Re per compiere le opere della Carità del Regno, come Sacerdote per riportare tutti al culto al Padre suo, e come Sposo per acquistarsi la Sposa d’Amore e di Sangue. Adesso si presenta ad insegnare come Profeta e Maestro divino la Dottrina del Regno di Dio, ma nell’umana incomprensione e nell’aperto rigetto. Le letture di oggi mettono in forte risalto una costante nell'opera salvifica di Dio: la sua potenza si rivela pienamente nella debolezza.

Il profeta Ezechiele è inviato ad un popolo di ribelli e di peccatori, da solo contro gente indurita, dunque umanamente destinato al fallimento (I lett).

L'accettazione dei propri limiti e della propria debolezza consente che si esprima, in tutta la sua forza, la potenza di Dio; quando l'apostolo Paolo è debole ed infermo, allora è veramente forte (II lett.).

Gesù non viene accettato nella sua patria, perché i suoi compaesani non ritengono che la potenza di Dio passi attraverso un uomo comune, pari a tutti loro (Evangelo). La progressiva manifestazione di Gesù ai discepoli, tracciata nelle sezioni precedenti – 3,7-5,43 – contrasta subito con l'incomprensione di coloro che gli sono più vicini umanamente: i parenti (cfr. Mc 3,2130-35).
Dio propone la sua salvezza, invita gli uomini ad uscire dalla loro mentalità, non facendo leva sui mezzi impressionanti, perché così egli imporrebbe la sua chiamata. Attraverso vie umili, normali, deboli passa la sua potenza di salvezza: così da una parte non dipende dalle dimensioni dei mezzi umani, ma solo dalla iniziativa potente e gratuita di Dio; dall'altra, la risposta dell'uomo non viene sollecitata dalla logica delle seduzioni umane, ma dall'intima e personale adesione, in tutta libertà, della sua fede in Dio.

I lettura: Ez 2,2-5

Le parole del profeta suonerebbero sprezzanti per il popolo, se Ezechiele non avesse condiviso la sorte dei ribelli: deportato come loro, parla loro a nome dello Spirito, che ha preso possesso di lui. Testimone, ma anche attore: in nome della sua missione, egli s'impegna nella stessa avventura dei suoi interlocutori, come farà un altro «figlio dell'uomo», ugualmente investito dallo Spirito, che pagherà con la morte la sua libertà di parola.

II Signore sollecita il Profeta ad ascoltare la sua Parola (Ez 2,1, non si sa perché oggi espunto dalla lettura). Allora lo Spirito del Signore prende possesso di Ezechiele, gli conferisce energia e sollecitazione e lo pone in condizione di ascoltare il Signore che parla (v. 2). Le prime parole sono di missione.

Con inesauribile amore, nonostante le delusioni, il Signore ancora invia i suoi messaggi al suo popolo diletto, e qui sceglie uno dei suoi figli, il sacerdote Ezechiele, eletto anche come Profeta. Il suo invio sta sotto il segno del dramma e del fallimento, poiché gli Israeliti sono ribelli, e in quel momento in stato di rivolta contro il loro Signore. In questo essi seguono in modo ostinato il comportamento dei loro padri antichi, in un peccato che dura fino ad adesso (v. 3). Questa lunga linea ininterrotta di peccato è il segno del malessere spirituale e morale che nel popolo resta invincibile. Il Salmista nella sua umiltà e compunzione di cuore riconosce questo, quando confessa la tremenda situazione:

«Noi peccammo con i padri nostri, compimmo ingiustizia e perpetrammo perversità» (Sal 104,6).

Questo lamento che è confessione delle colpe, è pentimento e manifestazione di conversione del cuore, risuona a lungo nell'A. T., sulla bocca di Salomone quando inaugura il tempio (1 Re 8,47), di Esra al ritorno dall'esilio (Esr 9,6), di Nehemia nella medesima condizione (Neh 1,6-7; 9,19), di Giuditta che prega nel pericolo di Betulia assediata (Gdt 7,19), del profeta Geremia (Ger 3,25; 14,20), del popolo dopo la catastrofe nazionale che è la distruzione di Gerusalemme e la deportazione in Babilonia (Lam 3,42), di Baruk nella medesima condizione (Bar 2,12), di Daniele in esilio a Babilonia (Dan 9,5).
Il Signore preavverte Ezechiele, ma in modo strano, poiché Ezechiele come sacerdote aveva assistito da sempre ai grandi riti di espiazione dei peccati che si officiavano nel tempio anno per anno nel grande giorno del Kìppùr (Lev 16) e poi anche giorno per giorno (Lev 1-7). Egli lo invia tra gente dal volto indurito dalla protervia di chi si riconosce giusto davanti a tutti, anche davanti al Signore, e così ha il cuore arido e indurito per la mancanza dell'avvio a stare con Lui (v. 4). Tuttavia il Signore deve ancora parlare al suo popolo, e perciò pone sulla bocca del suo Profeta il messaggio autorizzato dalla formula: «Così parlò il Signore!» (v. 5). E l'invio è irreversibile e sempre valido, qualunque sia la reazione del popolo, che ascoltino, fatto poco probabile, o che non ascoltino, fatto quasi certo. Il popolo è una stirpe di rivoltosi impenitenti contro il Signore, il Signore lo sa meglio di tutti e tuttavia invia il suo Profeta affinché si sappia che egli sta in mezzo a questo popolo, che esso non è abbandonato, che il Signore ha costante misericordia per esso, e chiede solo che questa sia accettata (v. 6).

Gesù non aveva ancora annunciato l’Evangelo nella sua città. Egli vi suscita le stesse contraddizioni che aveva sollevato altrove: alcuni si stupiscono della sua saggezza, altri sono sconvolti e lo rifiutano. Marco vede in ciò il segno che l’Evangelo esige una scelta e delle rotture. La famiglia di Gesù, i suoi, la sua patria e la sua casa, non sono i conterranei o i parenti, ma coloro che credono. Il Battesimo e l'Eucaristia rendono anche noi parte di questa famiglia.

Il racconto evangelico è semplice e scarno. Il ministero di Gesù in Galilea si conclude con un fallimento, col rifiuto da parte dei suoi concittadini. Eppure l'inizio era stato buono. Lo stupore di fronte alla sapienza e ai miracoli di quell'uomo, che credevano di conoscere tanto bene, aveva portato gli abitanti di Nazaret a porsi la domanda giusta, che avrebbe potuto condurli alla fede: «Donde gli vengono queste cose?».

Sarebbe bastato che si ricordassero di ciò che era stato annunciato da Mose: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto» (Dt 18,15). Per parlare agli uomini, normalmente Dio sceglie delle persone che sono loro vicine (cf profeta Ezechiele nella I lettura). La fede degli abitanti di Nazaret, invece, si arresta proprio davanti al carattere consueto e familiare della presenza di Gesù: non è così che essi immaginavano un uomo di Dio, un profeta. Anche Gesù rimane sorpreso: di fronte al loro scetticismo, si trova come disarmato, incapace di fare miracoli...

Questo racconto può insegnarci due cose. In primo luogo, che si può paralizzare una persona, ridurla all'impotenza, semplicemente non dandole fiducia, buttandole addosso il peso di un giudizio preconcetto. Quante energie soffocate, quanti scoraggiamenti, quanta gioia distrutta dai nostri giudizi decisi e inappellabili su coloro che crediamo di conoscere! Troppe volte, nello sguardo che rivolgiamo agli altri, non c'è posto per la speranza...

Ma c'è un altro insegnamento che dobbiamo raccogliere. Anche per parlare a noi, Dio non si serve di gente fuori dal comune, ma di persone qualsiasi, in cui dobbiamo riconoscere la presenza imprevedibile del suo inviato. L'ospite, il vicino, l'ammalato, lo straniero, l'amico, il nostro prossimo insomma: l'incontro con l'altro può essere un momento di grazia, se il nostro cuore è aperto e disponibile. Per manifestarsi, davvero Dio ha bisogno degli uomini. Così ci dispone nella divina liturgia nell’antif. d’ingresso:

Antifona d'Ingresso Sal 47,10-11 (CS)

Ricordiamo, o Dio, la tua misericórdia

in mezzo al tuo tempio.

Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode

si estende ai confini della terra;

di giustizia è piena la tua destra.

La risposta dell’uomo che accoglie l’abbondanza della misericordia divina è giubilo immenso festoso, che si estende sino ai confini della terra e la lode investe anche la generosità del Signore la cui Destra è sempre ricolma di delizie per i suoi fedeli radunati alla sua presenza.

Canto all’Evangelo Cf Lc 4,18

Alleluia, alleluia.

Lo Spirito del Signore è sopra di me:

mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.

Alleluia.

Ecco la misericordia dello Sposo per la sua sposa: è la proclamazione iniziale del Signore alla sinagoga di Nazaret, di possedere lo Spirito del Signore per il ministero messianico, che è l’Evangelo, la redenzione e l’Anno giubilare del perdono universale delle colpe operato dallo Spirito Santo

La breve relazione di Marco sulla visita di Gesù alla sua patria non si accorda, per il tempo, con quelle degli altri due sinottici, perché mentre Luca, per motivi programmatici, la pone all'inizio del ministero galilaico (cfr. Lc 4,16-30), Matteo la ricollega al discorso delle parabole (cfr. Mt 13,53-58). Quasi certamente Gesù fu a Nazaret non una sola volta; altrimenti i suoi concittadini non avrebbero avuto ragione di meravigliarsi dei suoi miracoli (v. 2), non avendo avuto occasione di conoscerli se non per sentito dire.

Esaminiamo il brano

v. 1 - «Partì di là»: la frase iniziale di Marco è molto vaga e strettamente non comporta alcun collegamento cronologico con l'episodio precedente. Il libro liturgico fa iniziare infatti il brano col generico «In quel tempo ...». Come d'abitudine, Gesù non resta mai a lungo nello stesso posto. Sempre accompagnato dai suoi discepoli che lo seguono, "esce di là", cioè dalla casa di Giairo. Marco ce lo mostra mentre arriva nel suo paese. Bisogna supporre che Gesù sia a Nazaret? In ogni caso è nella sinagoga a insegnare, in giorno di sabato (cf. 1,21). Un insegnamento che suscita stupore (cf. 1,22) negli uditori. Tutto sembra ricominciare come in 1,21-28. Per il significato del brano in se stesso va rilevato il contrasto tra la fede dei protagonisti degli episodi precedenti e l'incredulità dei Nazaretani, che trova riscontro solo nell'atteggiamento della gente presente nella casa di Giàiro (5,40).

v. 2 - «Venuto il sabato»: Annotazione necessaria per preparare la menzione della sinagoga. Il sabato, infatti, era il giorno dedicato alla preghiera e all'istruzione religiosa, che si svolgeva normalmente in sinagoga. Gesù approfittava volentieri di questa occasione per portarvi il suo messaggio (1,21.39; 3,1), avvalendosi della facoltà che ogni uomo aveva di prendervi la parola. Questa scena è narrata con i particolari da Lc 4,14-30, dove rivela appunto che lo faceva come «suo costume abituale» (Lc 4,16). Gesù legge Is 61,1-3, sullo Spirito donato al Servo e Profeta e Re messianico. Nell'omelia Gesù applica la scrittura a se stesso: «Oggi è (da Dio) adempiuta questa Scrittura nelle orecchie vostre» (Lc 4,21). Marco narra l'insegnamento di Gesù omettendone però i testi.

«nella sinagoga»: Il ministero pubblico di Gesù in Marco comincia con l’insegnamento nella sinagoga (1,21-22), dove poi egli scaccia un demonio (1,23-28); poi continua il suo lavoro di proclamazione e di esorcista nelle sinagoghe (1,39) e sempre nella sinagoga guarisce un uomo con la mano atrofizzata (3,1-6). Dopo la contestazione nella sinagoga di Nazaret, Gesù non mette più piede in una sinagoga.

«Donde gli vengono queste cose?»: le tre domande dei Nazaretani sono complessive e riguardano tutta la figura di Gesù e non solo il suo insegnamento di quel sabato. Essi conoscono il loro concittadino, sanno della sua attività e probabilmente sono stati testimoni di qualche suo miracolo. Si meravigliano per quanto di straordinario scoprono in lui; ma, incapaci di risalire al fondo delle cose, la loro reazione non va oltre l'espressione di un semplice stupore (cfr. 5,20). Sono i tipici rappresentanti di coloro dei quali è stato detto che hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non intendono (4,12).

«Che sapienza è mai questa che gli è stata data?»: Nel passivo che suppone Dio come autore si sottolinea come quella sapienza e quei poteri non vengano dalla carne o dal sangue, non sono quindi frutto di una eredità familiare, ma sono dati direttamente dalla potenza di Dio. Lo «scandalo» della gente sta proprio nel rifiuto di credere che la manifestazione divina accetti di passare attraverso vie così comuni. È lo scandalo dell'incredulità. Questa è l'unica volta che Marco usa il termine «sapienza» (sophia). Questa domanda è una reazione naturale all'insegnamento di Gesù; la seguente invece, riguardo ai suoi prodigi, sembra fuori luogo dal momento che si è parlato solo di insegnamento. La forma della domanda, tuttavia, ci ricorda che in precedenza Marco ha già messo i prodigi insieme con l'insegnamento (1,21-28). Nell'A.T. la sapienza è sovente associata alla potenza:

1. sapienza e potenza/forza come attributi divini (Dn 2,20; Is 10,13; Ger 10,13.16) che vengono dati al profeta Daniele (Dn 2,23);

2. l'attività creativa di Dio si realizza mediante la sapienza e la potenza (Ger 10,12; 51,15);

3. e la persona saggia possiede anche potenza (Dn 2,23; 7,14; Qo 7,19).

La domanda degli ascoltatori di Gesù, mentre può essere una sottile allusione all'accusa di 3,22 (di essere posseduto dal demonio), esprime anche il punto di vista del narratore che Gesù è uno che è dotato del potere e della sapienza di Dio (vedi 1 Cor 1,21).

«E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?»: L'originale greco di questa terza domanda presenta qualche difficoltà sintattica ed alcune varianti testuali. La lettura preferita da alcuni autori contiene un hina («di modo che») per cui la traduzione risulterebbe: «... di modo che le sue mani compiono tali prodigi?». I «prodigi» (dynámeis) è uno dei termini del N.T. tradotti con «miracoli». La frase è costruita in modo tale da far pensare che la forza principale che sta dietro le opere prodigiose è Dio e che Gesù è l'agente incaricato dell'esecuzione. La dizione «dalle sue mani» ricorda la potente azione della mano di Dio nel liberare il popolo dall'Egitto. Si veda in particolare la professione del credo di Dt 4,34: «O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un'altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso... come fece il Signore vostro Dio» (vedi anche Dt 5,15; 7,19; 9,26; Es 7,4; 32,11). In Gdc 6,36 Gedeone dice a Dio: «Se tu stai per salvare Israele per mia mano...». L'espressione prepara anche ironicamente alla descrizione di Gesù come uno conosciuto per il lavoro che fa con le sue mani (v. 3).

v. 3 - «il carpentiere»: traduce téktōn, che normalmente è reso con «falegname», ma si riferisce anche a chiunque lavora con le proprie mani materiali duri (es.: costruttore edile o scalpellino). Nella maggior parte dei manoscritti principali è Gesù stesso che è il falegname, ma esistono alcune letture varianti, probabilmente per assimilazione con Mt 13,55: «Non è costui il figlio del falegname?». Celso, un oppositore del cristianesimo del secondo secolo, lo derideva per avere come suo fondatore un lavoratore (vedi Origene, Contra Celsum 6,34.36). L'attività di artigiano non si opponeva per sé al ruolo di rabbino colto e autorevole; i rabbi normalmente praticavano un mestiere manuale. L'attività che rendeva un uomo autonomo era stimata e raccomandata; «colui che non insegna un mestiere a suo figlio è come se gli insegnasse a fare il brigante» era una massima conosciuta e ricordata.

«il figlio di Maria»: per la mentalità ebraica si usava indicare una persona sempre con il nome del padre, per cui l'espressione appare strana. Gli studiosi ipotizzano:

1. all'epoca dell'episodio Giuseppe doveva essere morto;

2. l'evangelista ha voluto mettere in risalto la concezione verginale di Gesù (non narrata da Marco, ma da Mt 1,18-25 e Lc 1,26-38).

Ambedue le spiegazioni sono possibili, sebbene vada tenuto presente che qui sono i Nazaretani a parlare e che, quindi, le loro parole potrebbero avere un valore dispregiativo.

«il fratello di Giacomo, di loses, di Giuda e di Simone»: Dei quattro fratelli nominati qui solo due (Giacomo e Giuda) compaiono in altri passi del N.T.

«E le sue sorelle non stanno qui con noi?»: Le sorelle di Gesù non hanno nome. L'accenno alla professione di Gesù e ai suoi fratelli e sorelle serve a sottolineare la sua ordinarietà, che costituisce la fonte dello scandalo.

«Ed era per loro motivo di scandalo»: Il verbo «scandalizzare» (skandalízō), derivato da skandalon («una pietra che fa inciampare»), significa che i familiari e gli amici di Gesù non riuscivano a superare i propri pregiudizi fino al punto di accettare il comportamento e l’insegnamento di Gesù (vedi 3,20-21.31-35). Essi diventano come «quelli che sono fuori» di 4,10-12 per i quali l'insegnamento di Gesù era un enigma.

Se Gesù è proprio colui che essi conoscono, allora nulla di ciò che possono vedere o sentire da lui riuscirà a convincerli di qualcos'altro rispetto a ciò che già sanno. Si rammenti qui la frase di Lutero: «E molto meglio per te che Cristo venga attraverso l'Evangelo. Se entrasse ora dalla porta si troverebbe in casa tua e tu non lo riconosceresti!». Ora, per la gente del suo paese, Gesù è entrato dalla porta, la porta della sua casa, della sua officina di carpentiere, la porta delle case dei suoi vicini. Attraverso quelle porte è difficile intendere la Parola. Non ne arriva che l'eco, deformata dalle chiacchiere e dal fatto che si conoscono fin troppo bene le storie di quella famiglia.

v. 4 - «Un profeta...»: Gesù cita un proverbio molto diffuso e comune. Il destino di Gesù è quello di tutti i profeti, i quali, come Geremia (11,18-23; 12,6), erano costretti a riconoscere di essere osteggiati perfino dai fratelli e tra i membri della propria famiglia, oltre che tra i concittadini»

v. 5 - «non potè farvi alcun miracolo»: mancava la condizione indispensabile, ossia la fede, che Gesù richiedeva sempre, almeno come apertura del cuore a intendere il suo messaggio (cfr. Evangelo di Dom. scorsa).

v. 6 - «si meravigliava della loro incredulità»: nota realistica di Marco (omessa da Matteo) che mette in evidenza l'eccezionalità dell'ostinazione dei Nazaretani, la quale era tanto forte da suscitare la meraviglia dello stesso Gesù. La «meraviglia» (thaumázō) è la normale (e positiva) reazione della folla alla dimostrazione del potere di Gesù. Per Gesù è usata soltanto qui e rappresenta una paradossale controreazione all'incredulità. Matteo omette questa reazione di Gesù coerentemente con le altre modifiche apportate a quei passi di Marco che potrebbero dare l'idea di voler sminuire il potere o la dignità di Gesù. Anche se il termine «incredulità» è usato soltanto qui e in 9,34 («aiuta la mia incredulità»), esso rispecchia per Marco la netta alternativa tra fede e il suo contrario e tra comprensione e incomprensione. Qui ha anche una funzione simile alla bestemmia contro lo Spirito Santo in 3,29, ossia di un cattivo uso della libertà umana che nella persona chiude la porta all'azione di Dio. Matteo attutisce le drastiche alternative di Marco descrivendo i seguaci di Gesù come «gente di poca fede» (Mt 6,30; 8,26; 14,31; 16,8). Nel disegno di Marco l'episodio segna una svolta nell'attività di Gesù, che da questo momento non metterà più piede nelle sinagoghe.

L'episodio di Nazaret mette in luce con molta chiarezza il metodo di cui Dio invariabilmente si serve per ricondurci a sé. Ci rivolge il suo invito, ma attende la nostra apertura; bussa alla porta, ma non entra se non siamo noi ad aprirgli; ci chiama, ma la sua chiamata non avrà seguito se noi non lo vogliamo. Per questo Gesù manifesta le sue opere rivelatrici soltanto a coloro che lo accolgono con fede. Il che non significa assolutamente che la fede sia una specie di condizione che egli richiede per distribuire i suoi favori, come un sottile ricatto. La fede è un 'apertura del cuore che egli attende dall'uomo, per essere sicuro che quelli che cercano Dio lo cercano secondo verità e con una fiducia almeno iniziale in un amore che hanno cominciato ad intuire. Non si può andare al Padre se non per mezzo di lui, ma non si può andare a lui se non superando, in un modo o in un altro, quella soglia che l'uomo di buona volontà incontra sempre davanti a sé: l'apertura all'altro nell'impegno leale per una verità che si cerca di «fare» insieme.

abbazia santa Maria di Pulsano

 

 

1. Seconda lettura: la forza e la debolezza.

- Paolo racconta, in questi p ochi versetti della seconda lettura odierna, una sua esp erienza che è di cap itale imp ortanza p er chiunque. Egli chiede a Dio rip etutamente di rimuovere da lui “una sp ina nella carne”, qualcosa che gli p rocura p rofonda sofferenza; ma Dio non lo esaudisce. Gli rivela però che quella debolezzache Paolo sp erimenta è imp ortante p er lui; ed egli imp arerà ad accettarla. Per “debolezza” non si deve intendere il p eccato; questo non va mai accettato, ma combattuto. La debolezza è quella fragilità insita nella condizione umana, che fa p arte del nostro essere soggetti a problemi, sofferenze, tentazioni. È qualcosa che ci piacerebbe togliere di mezzo, p erché ci imp edisce di gestire le cose come noi vorremmo; che anche ci impedisce di realizzare al meglio – così pensiamo – la stessa op era di Dio. Tutti siamo soggetti alla debolezza, alla fragilità; siamo sottop osti alla tentazione, a forme di precarietà fisiche, psicologiche, spirituali. Non sempre, o quasi mai, ci sentiamo “in forma” anche soltanto dal p unto di vista sp irituale; ci sentiamo sp esso in p ericolo p er quanto riguarda la fede. Vorremmo avere in genere p iù forze di quanto ne p ossediamo, in tutti i camp i. E con il p assare degli anni sentiamo aumentare il p eso della nostra debolezza. Il mondo consiglia di nascondere la debolezza ad ogni costo, perché è ritenuta una vergogna. Così occorre la palestra, il lifting, e quant’altro; occorre mostrarsi forti, in salute ed efficienti. L’assioma della nostra ep oca può essere descritto con una esp ressione usata dagli emp i in Sap 2,11: «La debolezza risulta inutile!».

Allora è molto p reziosa l’esp erienza di Paolo il quale è arrivato a cap ire che invece la nostra debolezza è il luogo dove Dio agisce; il luogo dove Dio manifesta la sua forza. Occorre p erciò, come Paolo, imp arare ad accettare la nostra realtà di debolezza, p erché è p rop rio in tale realtà che si sperimenta la forza di Dio. Ed è di questa forza che noi abbiamo bisogno.

- Affinché la potenza di Dio, cioè lo Spirito Santo, dimori in noi occorre accettare la debolezza, la nostra precarietà, incapacità, inutilità. Non per compiangerci narcisisticamente, ma per alzare gli occhi a Colui che ha il potere di realizzare ogni cosa, di renderci forti con Lui. Cristo stesso si è fatto debole all’estremo e non ha usato la forza umana per realizzare i suoi scopi. E nella sua debolezza la potenza di Dio si è manifestata al massimo grado.

«Egli fu crocifisso p er la sua debolezza, ma vive p er la p otenza di Dio» (2Cor. 13,4).

- “Affinché non mi insup erbissi” (v. 7). Le grazie che Dio ci dà in funzione della vita cristiana e della missione possono farci montare in superbia e perderci; sperimentare la debolezza ci salva da questo pericolo. Conoscere la nostra debolezza ci salva dal metterci in situazioni di rischio. Chi si crede forte, chi presume di saper dominare se stesso, le situazioni p ericolose, cadrà come un fesso nelle mani del demonio. Le carceri e i cimiteri sono p ieni di gente che p ensava di essere forte, di sap ere dominare se stesso. Per questo p ossiamo cap ire l’affermazione: «Quando sono debole è allora che sono forte» (2Cor. 12,10). Chi ha l’esatta cognizione della p rop ria p recarietà starà attento a non mettersi in p ericolo; starà semp re unito a Colui da cui solo gli può venire la forza. Allora anche lui, come san Paolo, potrà dire: «Tutto p osso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4,13), p erché con Dio tutto è possibile.

2. Il Vangelo

- Chi è Gesù? Che il tema centrale di M c sia quello riguardo l’identità di Gesù appare di nuovo nell’episodio del brano di Vangelo odierno in cui i suoi concittadini ritengono di sapere bene chi lui sia.

E tuttavia quell’elenco di cinque domande che essi si pongono davanti al loro comp aesano servono al nostro evangelista – non senza una venatura ironica – per mettere in luce tutta la loro difficoltà.

Continua così la sfida di Mc. nel richiamare i suoi lettori ad interrogarsi seriamente su questo personaggio davanti al quale, pur pensando di conoscere, forse invece si è ancora ciechi. Chi meglio ritiene di conoscere Gesù p iù facilmente rischia di sbagliarsi nei suoi riguardi. Quando p ensiamo di conoscere bene qualcosa è p rop rio allora che forse ci fermiamo soltanto all’ap p arenza e manchiamo di coglierne tutta la p rofondità. È come quando ascoltiamo un p asso biblico che conosciamo a memoria e che, p rop rio p erché lo conosciamo, ci p assa sop ra senza dirci p iù nulla. Cristo non p uò mai diventare una p ersona ovvia, scontata, che ormai conosciamo e che quindi non ha p iù niente da dirci.

La sap ienza e il p otere di Cristo (v. 2). I concittadini di Gesù commentano con una serie di affermazioni domande di tono beffardo quanto hanno sentito dire da lui o su di lui. Gesù è uno che ha vissuto molti anni facendo un lavoro artigianale (e quindi non intellettuale), un lavoro manuale che sicuramente non gli ha p ermesso di dedicarsi allo studio della scienze p rofane e teologiche. I suoi comp aesani lo sanno bene, p erché lo conoscono. Perciò p er loro egli è uno che p retende di essere qualcosa che non gli sp etta. Che sap ienza p uò mai avere? Che p retesa ha di insegnare e commentare le Scritture? Uno che agisce in questo modo non p uò che essere uno squilibrato, come i suoi p arenti avevano detto in M c 3,21. Se tale sap ienza è contraffatta allora significa che anche i suoi p rodigi, i suoi miracoli devono essere fasulli. Nell’Antico Testamento sap ienza e p otenza vanno sp esso insieme (Ger 10,12; 51,15; Dn 2,20.23; 7,14; cfr. anche 1Cor 1,21)

. Perciò la “falsa” sap ienza di Gesù lo qualificherebbe come “falso” op eratore di miracoli. Così risentiamo imp licitamente quella calunnia manifestata dagli scribi in M c 3,22 p er cui egli op ererebbe miracoli p er mezzo del p rincip e dei demoni. Dunque le domande riguardo a Gesù sono la manifestazione dell’incredulità nei suoi riguardi. La p retesa di conoscere l’identità di Cristo diventa un ostacolo insup erabile, uno skandalon (v. 3) che ci imp edisce di accogliere la sua sap ienza e la sua p otenza, di conoscer e la volontà di Dio

che egli, in quanto p rofeta, è venuto a farci conoscere. Ciò significa che davanti a Gesù chiunque di noi, anche chi può sostenere di conoscerlo meglio di tutti, ha bisogno di mettersi in un atteggiamento di umiltà p er lasciare che Dio stesso ci illumini sulla sua vera realtà.

- “E lì non p oteva comp iere nessun miracolo” (v. 5). L’incredulità imp edisce a Gesù di compiere miracoli, p rop rio nella sua patria.

Non di rado chi è p iù vicino a Cristo, chi p iù p ensa di conoscerlo – perché è un cristiano p raticante – corre il rischio di sp erimentare meno di altri la p otenza di Cristo. Egli ha p otere di sanarci, di guarirci dalle nostre infermità (i.e. i nostri p eccati). Ep p ure forse non lo si crede veramente. E mentre altri che sono p iù lontani vengono magari guariti, noi che siamo suoi vicini rimaniamo semp re nella nostra mediocrità.

- Il profeta rifiutato. Gesù è resp into, non è creduto, dal suo ambiente familiare (la sua patria, i suoi p arenti, la sua casa: v. 4). In questo si realizza la sua missione di p rofeta. Egli dovrà essere rigettato comp letamente, con la sua morte in croce, dal suo ambiente familiare, in tutte le sue forme. Egli realizza così in p ieno la figura del servo di Jahvè descritta in Is. 53,3: «Disp rezzato e rifiuto degli uomini...». Attraverso di questo rifiuto tuttavia genererà una discendenza (Is 53,10). Dal rifiuto dei suoi familiari, Gesù realizzerà la nuova famiglia dei credenti in lui, di coloro che sono suoi fratelli e sorelle p erché comp iono la volontà di Dio (M c 3,35), quei discep oli che verranno come lui inviati (vangelo della domenica p rossima) p er continuare la sua missione p rofetica nel mondo.

Il rifiuto del Vangelo non imp edisce a Cristo (e ai suoi discep oli) di continuare la sua missione fra gli uomini (v. 6). Cristo p resente nella Chiesa continua la sua missione fino alla fine dei temp i nonostante il rifiuto e le persecuzioni che semp re si manifesteranno; «ascoltino o non ascoltino, sap ranno che un p rofeta è in mezzo a loro» (prima lettura).

don Marco Ceccarelli,

 

 

“…ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7). Il Signore chiede al profeta di aprire la bocca e di ingoiare un rotolo scritto. La sua missione sarà nel porsi totalmente al servizio di questa comunicazione. Sarà uomo della Parola, chiamato a stare in ascolto e a ridire con la sua vita la parola accolta ad altri. Ma la sua disponibilità si scontra con la chiusura e l’indifferenza, sino al rifiuto. La parola del profeta destabilizza, ha una funzione critica di fronte ad ogni pretesa di rinchiudere la parola di Dio in un sistema di pensiero o di religione. Ingoiare il rotolo scritto è segno che indica la forza critica del suo annuncio e l’appello ad un cambiamento mai concluso della vita: il profeta è l’uomo della fede. Alla testimonianza dei profeti, che richiamano al cuore della fede si contrappone l’atteggiamento della durezza di cuore.

Uno degli aspetti dell’attività di Gesù che colpì i suoi contemporanei fu certamente il suo stile profetico, al punto che nei vangeli troviamo tale titolo di ‘profeta’ come uno dei modi di esprimere la sua identità. Ai suoi compaesani fa problema che Gesù sia uno come loro, del loro paese: ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3). Non possono pensare ad una presenza di Dio che si fa vicina a partire dal lor quotidiano. Gesù, di cui si conoscono i vicini e le sue relazioni familiari è rifiutato perché troppo vicino, troppo umano. Si tratta di un rifiuto ad accogliere nelle parole e nei gesti di Gesù la presenza di Dio che si fa vicino nell’ordinario e nella ferialità, nel cammino di relazioni e vicinanza di ogni giorno, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela.

I suoi compaesani si pongono come difensori della distanza di un Dio che non può contaminarsi con il quotidiano e che per questo rimane relegato nelle sfere del sacro e del potere. In tale orientamento mantengono intatti i rapporti di dominio e il prestigio sacrale e politico con cui la presenza di Dio viene identificata. A questa incredulità di fondo Gesù reagisce con il silenzio e lo stupore: ““Gesù disse loro: un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,4-6).

Marco così descrive l’approfondirsi di un rifiuto che coinvolge non solo farisei ed erodiani (Mc 3,6), ma anche i compaesani di Gesù e l’ostilità diviene di tutti. E’ un rifiuto generato dalla chiusura del cuore. La reazione si accentra sulla pretesa di Gesù di comunicare il volto di un Dio che libera. Non si pone nella logica dei ‘nostri’ contro ‘i loro’, ma si fa vicino nelle vicende ordinarie della vita, e sceglie persone che agli occhi umani non hanno prestigio. Capovolge così il modo di pensare dei potenti e dei sapienti. E’ la contestazione radicale di una fede fondata sulla attesa di un Dio della dei prodigi e lontano dalla vita. Per accogliere Gesù, dice Marco, è necessario aprire il cuore, liberarsi dalla pretesa di possedere in qualche modo Dio stesso, lasciarsi cambiare dall’incontro con Gesù, scorgerne i tratti di presenza nella storia.

Alessandro Cortesi op

 

 

L’altra umanità di Gesù

Il Vangelo di questa domenica è imbarazzante e scomodo: Gesù arriva nel suo paese, ma la gente «rimane scandalizzata» di Lui, perché non sa capire come un uomo “normale” sia anche in grado di compiere segni che stupiscono tutti. Faccio fatica ad attualizzare questo brano, perché è facile cadere in una lettura moralistica: i compaesani di Gesù come l’esempio negativo dell’incapacità ad aprirsi alla fede in Lui. Con molta delicatezza, cerco una lettura che sia più fedele al messaggio che questo episodio ci vuole trasmettere.

Gesù si reca nella sua «patria»: cioè nel piccolo paese dove è cresciuto ed ha lavorato fino a trent’anni, e dove vive ancora la sua parentela. Ma non si tratta di una semplice visita a casa: di sabato si mette a «insegnare nella sinagoga». Ricordiamo che Gesù, nella narrazione del Vangelo di Marco, aveva già affermato la necessità di un nuovo rapporto con la sua persona, basato sull’ascolto della parola di Dio che Egli annunciava: «Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse:”Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre”» (Mc 3,34-35). Questo vale anche a Nazaret. E proprio nella sua patria Gesù sperimenta l’incapacità della gente a riconoscere in Lui qualcosa che superi l’essere un semplice «falegname», come era conosciuto da tutti.

Gli abitanti di Nazaret riconoscono in Gesù una sapienza altra e la capacità di compiere prodigi. Non negano, cioè, che sia in grado di compiere qualcosa di straordinario. Soltanto che non riescono a ricondurlo alla normalità e alla conoscenza che hanno di Lui. Conoscono la sua vita, conoscono il suo lavoro, conoscono sua madre, conoscono i suoi cugini e cugine, conoscono…In questo modo lo vogliono ridurre alla loro misura. Per questo restano scandalizzati: “E’ troppo come noi, per essere qualcosa di diverso”. E’ proprio questa conoscenza che costituisce l’ostacolo nel capire il mistero di Gesù. La pretesa di conoscere bene l’altro, di saper già tutto su di lui impedisce quell’apertura che è essenziale alla relazione. E se questo vale tra persone, vale molto di più in rapporto a Dio.
Oggi c’è un’arrogante pretesa di sapere su Dio, oppure anche di non sapere. Anche il non sapere, infatti, è una pretesa; perché tante volte si dice di far fatica a credere, ma perché si vuole ridurre Dio alle proprie misure alla propria sensibilità, che tante volte non si riscontrano nel Vangelo. All’opposto è necessario fare spazio, nella mente, nel cuore e nella vita all’altro, nel suo essere proprio “altro”. Ancor di più se è un “Altro” con la A maiuscola.

Gli abitanti di Nazaret sono chiamati a riconoscere che nelle parole e nei gesti di Gesù abita qualcosa di Altro da quello che essi conoscono bene. Ma questo deve avvenire riconoscendo un altro modo di Gesù di vivere la sua umanità. In Lui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9), non tanto perché fa cose straordinarie, divine, ma perché sa compiere gesti umani ispirati dalla presenza di Dio in Lui: sa dire parole di consolazione e che rivelano l’amore di Dio per l’uomo, sa prendersi cura dei poveri, sa accogliere i più emarginati…Davvero Gesù dimostra un modo diverso di vivere la nostra umanità, fatta sì di quotidianità, ma anche di attesa del Regno. Cioè si tratta di prendere coscienza di un fine che la nostra vita umana ha, quel senso del nostro esistere che è Dio stesso e la sua opera di pace e di bene per l’uomo e la sua storia. E’ tutto questo che ha portato Gesù a un cambiamento di stile di vita, nel quale il lavoro e le normali relazioni familiari e paesane non sono più state il tutto e il fine della sua esistenza: Gesù si è aperto al mondo, ricercando Dio nelle situazioni umane più disparate. Si è seduto a mensa con quelli che venivano considerati solo dei peccatori, è stato a casa anche degli uomini ricchi e importanti, ha incontrato gente di tutti i tipi e in tutti i luoghi dove poteva spostarsi, ha accarezzato i bambini, ha toccato i lebbrosi, ha parlato per strada con le donne, è stato al tempio e nel deserto…In una parola, si è fatto presenza di Dio in tutte le situazioni umane: non giudicando, cercando sempre la relazione, perché l’unica volontà di Dio è la salvezza dell’uomo.
Penso che, alla fine, sia proprio questo che scandalizza i compaesani di Gesù e li porta a rifiutarlo. Non accettano che un uomo, ispirato da Dio, testimoni uno stile diverso di vita: aperto agli altri e gratuito. Quindi un vivere libero dall’individualismo e dalla ricerca solo del proprio tornaconto.
Anche noi, oggi, non possiamo non essere di scandalo ai nostri compatrioti (o almeno a una buona fetta di loro), se ci sforziamo di ascoltare il Vangelo. Oggi si afferma un “realismo” talmente reale, cioè legato alla materialità e all’immediatezza, che finisce con l’essere senza cuore. Si guarda solo al proprio interesse attuale e ai propri diritti individuali. Il Vangelo, invece, ci apre al grande orizzonte del bene di tutta l’umanità, a partire dai più poveri. Perché siamo come un’unica grande famiglia. E, in ogni famiglia, l’impegno e le energie vanno principalmente ai più fragili di essa. Troveremo allora molti vicini di casa che si scandalizzeranno di noi, non a causa di qualche gossip, ma perché testimoniamo davanti a loro che la vita è fatta, prima di tutto, di responsabilità da assumersi in favore degli altri, soprattutto dei più bisognosi. Se la nostra testimonianza sarà semplice ma autentica, temo che saremo sempre più rifiutati, ma così saremo un po’più simili a Gesù. E sperimenteremo la sua vicinanza a noi. Lui che si è sforzato di essere vicino agli altri, e per questo è stato non compreso e anche rifiutato.

Alberto Vianello

 

 

Il fallimento apparente delle opere di Dio è perché quelle sono distrutte dalla superbia umana.

Nazareth nel vangelo non è che un insignificante villaggio. Può forse venire qualcosa di buono da Nazareth? si diceva con ironia. Ed oggi vediamo Gesù giungere a Nazareth, sua patria; ivi era cresciuto, ivi aveva lavorato come falegname o carpentiere. Non compaiono né Giuseppe e il suo laboratorio, ma c’erano la mamma Maria e i suoi parenti, citati indistintamente secondo il linguaggio ebraico, fratelli e sorelle. Tutto il villaggio era in fermento per l’arrivo del loro Gesù, famoso ormai in tutta la Galilea come un rabbi, un dottore. E Gesù arriva quasi in veste ufficiale con cinque dei suoi discepoli.

Stava per concludersi la seconda tappa del ministero di Gesù. Alla giornata delle parabole era seguita una giornata di grandi miracoli: una burrasca si era calmata ad un suo comando, una donna emorroissa era guarita al suo tocco, una giovinetta era stata risuscitata. La sua fama si era diffusa in tutta la Galilea.

La prima reazione dei presenti fu di stupore e di ammirazione: chi gli ha data tanta sapienza? Come valutare i prodigi delle sue mani, pur sempre mani callose da carpentiere? Interrogativi che non avrebbero dovuto sfociare che in un atto di fede e di accettazione del suo essere divino. Invece la meraviglia non si mutò in fede e Gesù lo dice loro, che non avrebbe potuto compiere nella sua città gli stessi prodigi che compiva altrove. A quelle parole la sorpresa si trasformò in ostilità. Come possiamo dargli credito? E lo cacciarono via (secondo S. Luca tentarono di precipitarlo).

Gesù percorreva i villaggi predicando la Buona Novella.

Gesù ha voluto provare il fallimento, l’insuccesso, proprio nel posto più caro e più intimo. Davanti a Maria, sua Mamma, alla cui richiesta aveva compiuto il primo miracolo a Cana; davanti a Maria e i suoi parenti, riferiti come fratelli e sorelle.

Ezechiele fallisce – prima lettura – Non solo non lo ascoltano, ma non lo vogliono neppure riconoscere come profeta.

Paolo fallisce – seconda lettura – e la spina che lo tormenta non gli sarà tolta, “la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Gesù esperimenta tanti altri insuccessi: ricordiamo in Giov. 6,66-68 “Volete andarvene anche voi?”, chiede agli apostoli dopo che la gente se ne era andata: proprio quando prometteva il dono più bello: l’Eucaristia.

Inoltre, la sua morte in croce fu considerata come fallimento: i due discepoli di Emmaus dicono, “Noi speravamo che fosse il Salvatore… ormai sono tre giorni…”

Se Gesù ha voluto sperimentare questi “insuccessi”, vuol dire che il piano della salvezza, che ha operato morendo in croce, è più profondo, più grande della nostra intelligenza. Forse Dio vuole farci capire che solo se scaviamo via dal nostro cuore il nostro io di superbia, possiamo riempire il cuore di salvezza.

Ogni insuccesso, anche nelle cose buone, è togliere sempre di più il nostro io per fare posto a Gesù. Quando il nostro cuore conterrà solo più Gesù, avremo raggiunto la salvezza e la santità. Quando in noi agirà solo Gesù, avremo raggiunto il successo.

Quanti insuccessi nella nostra vita! Se vogliamo essere sinceri, dobbiamo ammettere che tutte le nostre azioni sono o totale insuccesso oppure contengono una parte di insuccesso, perché sempre dobbiamo fare spazio nel nostro cuore, togliendo via il nostro, perché Gesù lo occupi, perché la grazia cresca, perché la santità fiorisca.

Beato Pier Giorgio Frassati e Santa Maria Goretti – commemorazione in questi giorni – appaiono due fallimenti: uno è morto a 24 anni dopo aver appena organizzato una nuova società cattolica in Torino che chiamava “I Loschi” in soccorso dei poveri che vivevano nelle soffitte.; l’altra viene uccisa a 14 anni, prima di cominciare la sua vita terrena. Invece sono due santi: totale redenzione e totale santità e totale successo.

D’altra parte, la vita della Madonna a Nazaret, durante la vita pubblica di Gesù e sul Calvario sembra alla mentalità umana un completo fallimento. Invece è Lei che ha portato la salvezza eterna al mondo intero.

padre Antonio Giordano, IMC

 

 

Invisibile!

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria,

tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4).

«Dio ci ha lasciati soli, si è dimenticato di noi! Non ci parla, non ci apre vie, non ci fa sentire la sua voce…». Quante volte lo abbiamo pensato o, forse, lo pensiamo ancora?

Chiediamo in ogni situazione difficile o un po’ problematica continui segni a Dio, ma poi non stiamo ad ascoltare.

Gli chiediamo di parlare, ma poi scegliamo o preferiamo sempre altro. Il più delle volte, perché troppo bloccati da noi stessi, non riusciamo a riconoscere la sua presenza. La cerchiamo nello straordinario e lui preferisce quel così scontato quotidiano.

Nel suo camminare tra Nazaret e Gerusalemme, Gesù ha riempito quelle terre di una straordinaria normalità, di gesti semplicemente umani. Di eclatante e sconcertante nel suo andare c’era solo la caparbia determinazione di fermarsi davanti ai piccoli, di tendere la mano ai deboli e sofferenti, di ridonare speranza ai disperati, di accogliere gli emarginati, di scuotere i perbenisti, di disorientare i perfettini dalle verità in tasca. Ma gli occhi di chi gli stava di fronte erano incapaci di vedere e riconoscere. Il loro cuore era troppo pieno di sentimenti e atteggiamenti preconfenzionati per riuscire a scoprire ciò che stava accadendo. La loro mente troppo intasata di certezze e convinzioni personali per poter essere libera di vedere e riconoscere. E così quel Dio presente e operante proprio davanti a loro, e a loro vantaggio, è diventato invisibile, nascosto dalla loro stessa voglia di vederlo. Assurdo vero?

Eppure capita così anche oggi… anche a noi!

Dio ci sta di fronte, ci tende la mano, ci apre una via… ma noi siamo troppo impegnati a calcolare la sua presenza a partire dalle nostre misure.

Riconoscerti, Signore

Liberaci, Signore,

perché possiamo vedere

la tua mano agire in questa storia.

Liberaci da noi stessi e dalle nostre pretese.

Liberaci dalla convinzione di essere nel giusto

e di conoscere ciò che è giusto.

Donaci quella sana e liberante inquietudine

che ci fa vivere in equilibrio instabile,

per poter ascoltare, per lasciarci stupire,

per scoprirti nell’impensabile.

Amen.

suor Mariangela, fsp

 

 

Il rischio di rimanere senza casa

Il politico abile gestisce sempre con accortezza i rapporti con la struttura religiosa: non la combatte, ma la blandisce, cerca di farsela alleata, perché sa che il suddito religioso è più affidabile e anche il più devoto, se si riesce a convincerlo che sostenere l’ordine stabilito equivale a promuovere il regno di Dio.

Chi detiene il potere si oppone a ciò che sovverte l’equilibrio della società o dell’istituzione; raggiunge il suo obiettivo quando fa recepire l’idea che esiste un’equazione fra ciò che normalmente si pensa e il messaggio evangelico, fra i principi dettati dalla morale corrente e i valori predicati da Cristo, fra le beatitudini del mondo e quelle della montagna.

È una strategia subdola nella quale, spesso in buona fede, molti cristiani vengono coinvolti, ma che porta a snaturare il vangelo. Vi si adeguano a volte le gerarchie ecclesiastiche e anche il popolo, ma mai il profeta, che non è, per costituzione, una persona irrequieta e insoddisfatta, ma uno che ha recepito e assimilato i pensieri del Signore, per questo si rifiuta di porre il sigillo di Dio sui disegni dell’uomo e denuncia le strutture segnate dal peccato. Le sue parole infastidiscono, suscitano irritazione e il destino che lo attende non può essere che l’incomprensione e il rifiuto.

È accaduto a Geremia, minacciato dai suoi compaesani: “Smetti di profetare nel nome del Signore, se no morirai per mano nostra” (Ger 11,21) e messo in guardia da Dio: “Perfino i tuoi fratelli e la casa di tuo padre, perfino loro sono sleali con te” (Ger 12,6).

È accaduto a Maometto quando, alla Mecca, ha voluto scuotere i suoi concittadini dall’indifferenza religiosa, dall’attaccamento all’aldiqua e dall’ingiustizia sociale.

A Nazareth è accaduto anche a Gesù.

Prima Lettura (Ez 2,2-5)

Ezechiele doveva avere una trentina d’anni quando, nel 597 a.C., fu deportato a Babilonia assieme all’ultimo re della dinastia di Davide e agli uomini validi, ai falegnami, ai fabbri e alle persone istruite. Conquistata Gerusalemme, Nabucodònosor aveva lasciato nel paese solo la gente povera, tutti gli altri li aveva portati con sé (2 Re 24).

A questi esiliati, quattro anni dopo, Ezechiele fu inviato da Dio ad annunciare un messaggio duro e sgradito. Essi agognavano all’immediato ritorno nella terra dei loro padri e il profeta fu incaricato di dissipare queste illusioni e convincerli a organizzare la loro vita in terra straniera. Da Gerusalemme, anche Geremia li esortava: “Costruite case e abitatele, piantate orti e mangiatene i frutti; prendete moglie e mettete al mondo figli e figlie. Cercate il benessere del paese in cui siete stati deportati” (Ger 29,5-7).

L’invio di un profeta è il segno che il Signore, come un padre, continua ad amare e a prendersi cura del suo popolo. Non lo abbandona e, anche quando pecca e si rende responsabile della propria sventura, non gli lascia mancare la sua parola di salvezza.

Nel brano di oggi abbiamo una delle migliori descrizioni della vocazione e della missione profetica.

Mentre è prostrato per terra, Ezechiele ode una voce che gli ingiunge: “Alzati, ti voglio parlare” (Ez 3,1). Subito sente uno spirito, una forza nuova e misteriosa che penetra in lui e lo solleva in piedi. La voce continua: “Figlio dell’uomo, ti mando agli israeliti… figli testardi e dal cuore indurito; tu dirai loro: così dice il Signore Dio…” (vv. 2-4).

Figlio d’uomo è un’espressione ebraica che significa semplicemente uomo, essere fragile, comune mortale. Ezechiele era figlio di Busì, un sacerdote del tempio di Gerusalemme, ed era orgoglioso di appartenere a un nobile casato; il Signore si rivolge a lui chiamandolo con un nome nuovo, figlio d’uomo, per ricordargli la sua condizione umile, legata alla terra.

Il profeta non è un angelo, non è un personaggio dotato di capacità misteriose e poteri arcani, ma un semplice uomo, con tutti i difetti, le debolezze, i limiti anche psichici e mentali da cui nessun mortale è esente. Ezechiele aveva una sensibilità particolare: alternava momenti di esaltazione a momenti di abbattimento, era propenso alla depressione e si chiudeva spesso in prolungati mutismi. Dopo la chiamata del Signore – racconta egli stesso – “rimasi per sette giorni come stordito in mezzo ai deportati” (Ez 3,15). Parlava bene, questo sì e la gente accorreva per ascoltarlo, perché la sua parola era come una canzone d’amore: “Bella è la voce – si diceva – e piacevole l’accompagnamento musicale” (Ez 33,32).

Non sono però le doti straordinarie che conferiscono al profeta l’autorità di parlare in nome di Dio, ma il fatto di essere stato chiamato, di aver ricevuto una vocazione.

Scelto dal Signore, Ezechiele è incaricato di una missione. Non gli viene chiesto di predire un futuro lontano e nebuloso, di compiere prodigi e gesti straordinari, ma di svolgere un servizio: trasmettere ai deportati a Babilonia la parola di Dio.

Tutti i popoli hanno conosciuto forme e tecniche divinatorie; si sono affidati agli indovini, agli astrologi e ai negromanti per conoscere i segreti e i progetti degli dèi. Le sibille che pronunciavano oracoli erano comuni in tutto il Mediterraneo, associate in genere a rocce e fonti sacre. Israele ha ripudiato presto questi surrogati della profezia, perché ha compreso che l’unico strumento scelto da Dio per comunicare con gli uomini è il profeta, l’uomo capace di cogliere i pensieri e la volontà del Signore e di trasmetterli fedelmente ai suoi fratelli.

Con ragione i profeti sono soliti introdurre il loro messaggio con la formula solenne: “Così dice il Signore…” (v. 4), perché sono coscienti che ciò che riferiscono non appartiene a loro, ma a Dio.

 A chi è inviato Ezechiele? Alla gente del suo popolo, a “una genia di ribelli” (v. 5). I deportati a Babilonia non erano più peccatori degli altri, si lasciavano solo sedurre da chi alimentava vane speranze, da chi proponeva scelte facili e accattivanti, ma che non conducevano alla vita.

È la sorte di tutti i profeti: inquietano le coscienze, scomodano, suggeriscono scelte impegnative e, per questo, sono rifiutati.

Non si devono scoraggiare per questo. “Ascoltino o non ascoltino… sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”, dichiara Dio a Ezechiele (v. 5). Anche se, apparentemente, la missione di questo profeta risultò fallimentare, un obiettivo lo raggiunse comunque: rivelò le premure di Dio per il suo popolo, mostrò che il Signore non lo dimentica mai e che neppure il più grande peccato può fargli rompere l’alleanza che ha stipulato con l’uomo.

Seconda Lettura (2 Cor 12,7-10)

Il brano è tratto da una lettera polemica nella quale Paolo, per dimostrare di non essere inferiore a coloro che, nella comunità di Corinto, tentano di diffamarlo, elenca i sacrifici sopportati per la causa del vangelo (2 Cor 11,22-29) e le esperienze più o meno straordinarie che ha vissuto. Afferma di aver avuto, da parte del Signore, rivelazioni particolari, di aver udito “parole ineffabili che non è permesso all’uomo di pronunciare” (2 Cor 12,4). Si è trattato certamente non di una visione, ma di un suo rapimento nel mondo di Dio, di un momento di intimità con il Signore, di un’estasi in cui ha percepito verità sublimi.

Potrebbe gloriarsi, di fronte ai suoi avversari, di queste esperienze straordinarie, ma non lo fa. Il suo vanto è un altro, sono le debolezze, le avversità, le angustie, perché Dio è solito attuare i suoi interventi salvifici servendosi di strumenti privi di valore.

Nel presente brano accenna a una difficoltà che lo fa soffrire e lo umilia. Si tratta di una tribolazione molto dolorosa, paragonabile a una spina conficcata nella carne, a un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarlo, perché non si gonfi di orgoglio (v. 7).

Sono state scritte molte pagine per tentare di spiegare il significato di questa “spina nella carne”. La maggioranza dei biblisti ritiene che Paolo si riferisca a una malattia perché, scrivendo ai galati, accenna a una grave infermità che lo ha colpito e che avrebbe potuto suscitare ripugnanza in chi lo avvicinava (Gal 4,14). Ma è possibile che questa “spina” indichi un’altra sofferenza, più intima: l’ostilità nei suoi confronti da parte dei membri del suo popolo che, nella Lettera ai romani, egli chiama “suoi fratelli e consanguinei secondo la carne” (Rm 9,3). In ogni città dove si recava per annunciare il vangelo, essi hanno sempre frapposto ostacoli alla sua predicazione. Più volte, nei suoi scritti, ha ammesso la sua fatica nel sopportare tale opposizione ed è stato tentato di scoraggiarsi.

Con insistenza ha pregato il Signore di essere liberato da questa spina, ma Dio non gliel’ha tolta, non ha miracolosamente risolto la difficoltà, gli ha però dato la forza di superarla (v. 9). Dio non è solito liberare i suoi profeti dalle fragilità legate alla condizione umana, dalle malattie, dalla stanchezza, dai difetti; vuole che, attraverso la debolezza degli strumenti, si manifesti la sua potenza.

Vangelo (Mc 6,1-6)

Vari particolari di questo brano non risultano immediatamente chiari.

Gli abitanti di Nazareth sono stupefatti di fronte ai prodigi compiuti da Gesù (v. 2), ma subito dopo rimangono “scandalizzati” (v. 3). Come mettere d’accordo le due reazioni apparentemente contradditorie? Scandalizzare non significa provocare un banale dissenso, ma essere in totale disaccordo. I compaesani sono stati sconvolti dalle sue parole a tal punto da ritenerle un ostacolo insormontabile, un grave intralcio per la loro fede. Deve quindi aver detto o fatto qualcosa di particolarmente provocatorio.

Non si capisce poi come mai non riesca a compiere miracoli a causa della loro mancanza di fede (v. 5) e sorprende anche la sua meraviglia di fronte all’incredulità dei compaesani. Ha appena affermato che “un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (v. 4), quindi non dovrebbe risultargli strano il loro rifiuto.

Segnaliamo un ultimo dettaglio: Gesù a Cafarnao è stato coinvolto in drammatici conflitti con le autorità politiche e religiose, ha attaccato i formalismi degli scribi e dei farisei, ne ha denunciato l’ipocrisia e la durezza di cuore, ma non ha mai avuto problemi con la gente semplice. Ora invece è il popolo, sono i contadini del suo paese che non lo capiscono e lo rifiutano, non c’è, infatti, alcuna allusione alla presenza di dirigenti religiosi. Come si spiega questa reazione inconsueta?

Dopo aver trascorso alcuni mesi a Cafarnao e aver visitato i villaggi della Galilea, predicando il vangelo e curando i malati, Gesù torna al suo villaggio natale (v. 1).

Qualche tempo prima i suoi parenti hanno cercato di convincerlo a rientrare in famiglia e a riprendere il suo dignitoso lavoro di falegname, ma egli non ha aderito alla loro proposta. Volgendo lo sguardo su coloro che gli stavano attorno per ascoltarlo, ha esclamato: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,31-35).

Ora, di sua iniziativa, torna a Nazaret e non vi torna solo, è accompagnato da un gruppo di discepoli. La sua non è una visita di cortesia alla madre, ai fratelli, alle sorelle, agli amici, ma è un gesto dal significato inequivocabile per chi, fin qui, ha accompagnato le sue scelte di vita. Torna a Nazaret per presentare, all’antica famiglia, la sua nuova famiglia, composta da coloro che hanno risposto alla sua chiamata: hanno lasciato le reti, il padre sulla barca con i garzoni (Mc 1,16-20), il banco delle imposte (Mc 2,13) e lo hanno seguito lungo la via da lui intrapresa.

L’incomprensione nei suoi confronti non si manifesta immediatamente al suo arrivo. Dal racconto di Marco risulta che egli trascorre alcuni giorni in famiglia, senza incidenti; il dissenso esplode solo quando, “venuto il sabato, egli incomincia a insegnare nella sinagoga” (v. 2).

Questo fatto va posto in risalto, perché è significativo. Finché egli rimane tranquillo nella casa in cui è cresciuto, cioè, finché rimane dentro gli schemi tradizionali del suo popolo, finché mostra di apprezzare le convinzioni religiose trasmesse dai rabbini e condivise da tutti, nessuno ha nulla da ridire sul suo conto. I problemi sorgono non appena egli esce di casa e rende pubblica la scelta di costituire una nuova casa, una nuova famiglia.

La reazione dei compaesani è duplice: da un lato rimangono stupiti dalle sue parole e ammirano le opere che compie, dall’altra sono tormentati da molteplici interrogativi.

Educati nella fede dei loro padri, credono nel Signore che ha stretto alleanza con il suo popolo e riserva le sue benedizioni ai figli di Abramo, a coloro che appartengono alla casa d’Israele e siedono ai piedi dei rabbini per ascoltare la Toràh.

Per gli abitanti di Nazareth Gesù rappresenta un enigma insolubile: è cresciuto, come loro, in una famiglia dai solidi principi religiosi, appartiene al popolo eletto, a quella che, per 119 volte nella Bibbia, è chiamata Casa d’Israele. Ora dà l’impressione di non trovarsi più a suo agio in questa casa, pare che la ritenga troppo angusta e la voglia aprire a tutti.

Sanno che, a Cafarnao, ha espresso la sua ammirazione per il gesto di quattro uomini che hanno abbattuto il tetto di una casa per introdurvi un paralitico (Mc 2,4); ha approvato il loro gesto perché era il segno che la Casa d’Israele doveva essere accessibile anche agli esclusi. Ha invitato i peccatori in casa sua e ha voluto che partecipassero con lui al banchetto, simbolo del regno di Dio (Mc 2,15-17). Ha accarezzato i lebbrosi e li ha resi puri, idonei ad appartenere alla sua nuova famiglia (Mc 1,41), a condizione che rimanessero seduti attorno a lui, ascoltassero la sua parola e la mettessero in pratica.

La porta della Casa d’Israele è stata dunque spalancata a tutti. Questo è lo scandalo dei compaesani.

 Con il suo messaggio e con i suoi gesti, Gesù ha rotto gli equilibri, sta demolendo la casa in cui essi hanno riposto tutte le loro speranze. Si sentono interpellati, colgono, nelle sue parole e nella sue scelte, l’invito ad abbandonare le sicurezze offerte dalla religione dei loro padri, ad abbracciare i rischi del regno e a entrare nella sua casa, nella sua nuova famiglia, costituita dai discepoli che hanno creduto in lui.

La serie di domande che si pongono sono giustificate (vv. 2-3).

Che garanzie può offrire “il carpentiere, il figlio di Maria” che, per più di trent’anni, non ha fatto altro che aggiustare porte e finestre, costruire zappe ed aratri e del quale conoscono fratelli e sorelle? Donde gli viene il messaggio che espone? Chi gli conferisce la forza di compiere prodigi?

Il problema che più li intriga non riguarda però il contenuto del suo insegnamento, ma la provenienza di questa nuova dottrina. Non mettono in dubbio la bontà delle sue opere, ma la loro origine. Si chiedono: sono compiute in nome di Dio o, come hanno insinuato gli scribi discesi da Gerusalemme (Mc 3,22), provengono dal maligno?

Concludono: meglio non fidarsi di quest’uomo che propone novità pericolose.

Si noti che non lo nominano, lo identificano con la professione che ha esercitato e, stranamente, con il riferimento a sua madre, forse per sottolineare maggiormente il loro giudizio negativo. Non lo ricollegano con il padre che, in Israele, rappresenta il legame con la tradizione dalla quale egli si è staccato. Preferiscono non rischiare, rimangono aggrappati ai loro antichi costumi e abitudini, non vogliono rinunciare alla vecchia casa e alle sicurezze offerte dall’antica famiglia.

Avviene così il distacco molto doloroso, ma inevitabile, di Gesù dai familiari, dai vicini e dagli amici.

È il destino di tutti i profeti, che non sono disprezzati che nella loro patria, tra i loro parenti e nella loro casa (v. 4).

L’atteggiamento assunto dagli abitanti di Nazareth si ripete anche oggi.

Gesù si ripresenta a coloro che sono convinti di conoscerlo e di appartenere alla sua famiglia e avanza la sua proposta. Chiede, come ha fatto Dio ad Abramo, di lasciare tutto ciò che la casa, la famiglia e la patria rappresentano; invita a riconsiderare le convinzioni religiose, assimilate durante l’infanzia e mai più approfondite e fatte evolvere; esige che si prendano le distanze dai principi della morale corrente, dagli ideali e dai valori proposti dalla società in cui si vive. La risposta che riceve è, nella maggior parte dei casi, la stessa: prima l’incomprensione, poi il rifiuto.

Questa incredulità ha però sempre conseguenze drammatiche. Gesù è ridotto all’impotenza, diviene incapace di realizzare quei prodigi che la sua parola e il contatto con la sua persona producono ovunque. Egli offre la sua salvezza, ma non la può imporre, perché ama e l’amore rispetta la libertà.

Se nel mondo di oggi non accadono eventi miracolosi, se le condizioni di vita non subiscono trasformazioni radicali, se non si instaurano la pace, la giustizia e la riconciliazione fra i popoli, la ragione è sempre la stessa: gli uomini non hanno il coraggio di accordare piena fiducia a Cristo e alla sua parola.

Si registra, sì, qualche piccolo cambiamento, come a Nazaret è stato curato qualche malato non grave: un po’ di elemosina in più e qualche parola offensiva in meno, ma i grandi prodigi, i segni sorprendenti della presenza del regno di Dio nel mondo non possono accadere dove è carente o manca del tutto la fede.

padre Fernando Armellini

 

 

Disprezzato in patria

Doveva essere un’esperienza straniante per un sacerdote come Ezechiele (Yeezqē’l = “Che Dio renda [il figlio] forte”) ritrovarsi in esilio a Babilonia, lungo il canale Chebar, che si staccava dall’Eufrate a nord della città per scorrere a sud-est attraverso l’antica città sumera di Nippur, per ricongiungersi poi nuovamente col fiume principale. Si trovava a vivere in una delle colonie in cui il popolo ebraico era stato insediato al suo arrivo da Gerusalemme conquistata da Nabucodonor nel 598 a.C.

Scavi fatti a Nippur hanno portato alla luce documenti commerciali recanti nomi ebraici di famiglie del V secolo. La crême del popolo, a partire dal re Yoiachìn e dal suo entourage, si trovò a vivere fuori della terra amata e lontana dal tempio. Nel 586 e nel 572 vi arrivarono altre ondate di esiliati, dopo il saccheggio della città e la distruzione del tempio (586).

Nel suo libro, Ezechiele racchiude la sua attività tra gli esuli fra le date estreme del 593 (“quinto anno della deportazione”, Ez 1,2) e del 571 (“nell’anno ventisettesimo, Ez 29,17). Con ogni probabilità, il suo operato si svolse completamente in esilio, senza dover presupporre una fase iniziale gerosolimitana e un’altra babilonese. I “viaggi” di Ezechiele tra Babilonia e Gerusalemme avvengono “nello spirito”, ma la sua predicazione fu rivolta in primis agli esiliati.

Vidi la figura della Gloria

In Ez 1,1–3,27 viene narrata la vocazione di Ezechiele, con la celebre visione del fantasmagorico «carro del Signore» (1,4-28a), potente simbolo della gloria e della maestà divina inafferrabile di YHWH. Ezechiele si ritrova nello stesso mondo esperienziale di maestà e gloria esperimentata prima di lui dal profeta Isaia (Is 6). Dal contatto col mondo divino, con l’Altro separato dal “profano”, Ezechiele riceve una chiamata ad essere non solo sacerdote appassionato della Torah, della liturgia templare, della varietà dei sacrifici, delle regole di purità cultuale, ma anche, e soprattutto, profeta di YHWH.

Al termine della visione del mirabolante «carro del Signore» e di «una figura dalle sembianze umane» (1,26) ma irraggiante fuoco e circondata dallo splendore tipico dell’arcobaleno (cf. 1,27), Ezechiele confessa in prima persona: «Così percepii in visione la gloria del Signore (CEI; mar’ēh demût kebôd YHWH = visione della figura della gloria di YHWH”). Vidi e caddi sulla mia faccia/wā’er’eh wā’eppōl ‘al pānay e ascoltai una voce che diceva» (1,28b). Ezechiele vede e non vede, percepisce in visione la somiglianza dell’immagine/figura della gloria di YHWH.

L’esperienza della “gloria/peso/kābôd” irraggiungibile e indescrivibile di YHWH è la sorgente infuocata della sua chiamata profetica. All’origine del suo “dire” sta un’esperienza bruciante dell’alterità di YHWH rispetto al mondo degli uomini, alle loro “vie” praticate e ai pensieri che vi stanno soggiacenti (cf. Is 55,8).

La gloria di YHWH non umilia il suo sacerdote, ma lo sovrasta per alterità di sostanza e qualità di pensiero e di vita. A Ezechiele viene spontaneo, immediato, cadere sulla propria faccia, in segno di quella “adorazione/venerazione /gr. proskynesis” che sulla terra ogni uomo deve al suo re. Il volto – e ciò che vi è racchiuso in pensieri, recriminazioni, aspettative e desideri – deve toccare la terra, l’humus di cui è fatto l’uomo, l’umano.

In piedi, ascoltai

La «voce di uno che parlava» (1,28b) comanda a Ezechiele, semplice uomo, appartenente al fragile mondo degli umani/figlio dell’uomo/ben-’ādām, di “stare in piedi/‘ămōd” (2,1), di recuperare la posizione eretta tipica della dignità umana di fronte ad un interlocutore che si degni di “stare alla pari”. La Gloria di YHWH vuole parlare “occhi a occhi”, “ad altezza d’uomo”, con colui che ha scelto come suo inviato al suo popolo. La Gloria di YHWH non trova conveniente “parlare alle orecchie” di un uomo incurvato a terra.

L’uomo deve sì ascoltare la Gloria, ma in piedi. Egli è stato creato a immagine e somiglianza di YHWH e ora la “somiglianza/demût” di YHWH gli vuole parlare. Se dovrà dire qualcosa ad altri che provenga da YHWH, deve prima mettersi in ascolto attento, preciso, “identitario” –“occhio a occhio” – con colui che lo invia.

Chi rimette in piedi l’uomo non è però la sua volontà o la sua dignità “autonoma”, “innata”, ma uno “spirito” che entra in lui: “venne in me uno spirito/wattābō’ bîrûa‘, “quando parlò a me e mi fece stare in piedi/watta‘ămidēnî ‘al-raglāy”. Uno spirito lo fa rialzare in piedi, ma è Ezechiele che si pone in ascolto attento di colui che gli parlava.

Messaggero per ribelli

“Filio d’uomo/Uomo/ben’ādām” – si sente dire Ezechiele, fragile uomo come gli altri –, “mandante/šōlea io (sono) te ai figli di Israele”.

YHWH è colui che invia il suo ambasciatore, il suo messaggero. Lui è la fonte dell’invio, la garanzia sorgiva dell’autorevolezza di colui che parlerà a nome suo di fronte (gr. pro-phēmi >pro-phētēs) al popolo. L’immunità del profeta sarà quella dell’ambasciatore diplomatico. Sarà senza colpe se si manterrà nella perfetta linea di esecuzione delle istruzioni ricevute dal mandante e chiunque lo offenderà, rifiuterà o maltratterà, sarà responsabile di queste gravi violazioni diplomatiche come se le avesse perpetrate contro il mandante in persona.

Nel dossier preparatorio l’ambasciatore/profeta riceve la descrizione dell’ambiente dove si troverà a operare e delle caratteristiche tipiche dei destinatari a cui dovrà rivolgere il suo messaggio. Sono “figli di Israele” ma non sono “israeliti”. Sono “nazioni che si ribellano (in continuazione)/gôyim hammôredîm”.

La “ribellione” è lo stigma che accompagna dalle profondità della storia questo popolo che non è popolo/‘am, ma che assomiglia alle altre nazioni/gôyim (più o meno odiate).

Nel deserto della liberazione dall’Egitto fu gravissima la ribellione degli israeliti di fronte al resoconto degli esploratori mandati in avanscoperta nella terra di Canaan, la terra promessa. Alcuni di essi risposero: «“La terra che abbiamo attraversato per esplorarla è una terra molto, molto buona. Se il Signore ci sarà favorevole, ci introdurrà in quella terra e ce la darà: è una terra dove scorrono latte e miele. Soltanto, non vi ribellate/’al timrōdû al Signore e non abbiate paura del popolo della terra, perché ne faremo un boccone; la loro difesa li ha abbandonati, mentre il Signore è con noi. Non ne abbiate paura”. Allora tutta la comunità parlò di lapidarli; ma la gloria del Signore apparve sulla tenda del convegno a tutti gli israeliti. Il Signore disse a Mosè: “Fino a quando mi tratterà senza rispetto questo popolo? E fino a quando non crederanno in me, dopo tutti i segni che ho compiuto in mezzo a loro? Io lo colpirò con la peste e lo escluderò dall’eredità, ma farò di te una nazione più grande e più potente di lui”» (Nm 14,8-12).

A nome di Giosuè, Fineès e altri dieci capi di Israele rimproverano aspramente le (due) tribù (e mezzo) stabilitesi a oriente del Giordano: «Così dice tutta la comunità del Signore: “Che cos’è questa infedeltà che avete commesso contro il Dio d’Israele, smettendo oggi di seguire il Signore, con la costruzione di un altare per ribellarvi/limrodkem oggi al Signore?… Voi oggi avete smesso di seguire il Signore! Poiché oggi vi siete ribellati al Signore/’attem timredû hayyôm baYHWH, domani egli si adirerà contro tutta la comunità d’Israele”» (Gs 22,116b.18).

Le tribù si difesero dicendo che l’altare costruito era di fattezze uguali a quello delle altre tribù e non destinato a innalzare sacrifici di sorta, e conclusero dicendo: «È una testimonianza fra noi che il Signore è Dio». Finèes riferì a Giosuè, che approvò il loro operato e le loro intenzioni.

Anche il bilancio che lo scriba Neemia farà nella sua lamentazione penitenziale al ritorno dall’esilio è sconfortante. YHWH ha liberato il suo popolo e li ha introdotti in una “terra grassa” e ricca di ogni bene. «Ma poi hanno disobbedito, si sono ribellati contro di te/wayyimredû bāk, si sono gettati la tua legge dietro le spalle, hanno ucciso i tuoi profeti, che li ammonivano per farli tornare a te, e ti hanno insultato gravemente» (Ne 9,26).

La preghiera che Daniele rivolge a YHWH per comprendere la durata dell’esilio babilonese – da porre in realtà in piena atmosfera ellenistica di persecuzione, a metà del II sec. a.C. – contiene un bilancio pressoché uguale: «Abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi, siamo stati ribelli/ûmārādenû, ci siamo allontanati dai tuoi comandamenti e dalle tue leggi! Non abbiamo obbedito ai tuoi servi, i profeti, i quali nel tuo nome hanno parlato ai nostri re, ai nostri prìncipi, ai nostri padri e a tutto il popolo del paese…» (Dn 9,5-6).

La declinazione paradigmatica del sintagma principale “ribellarsi contro/mārad be” illustra bene le espressioni concrete in cui si esplica la ribellione continua degli israeliti. Un florilegio di sordità spirituale, disobbedienza a YHWH e ai suoi profeti, uccisione degli inviati di YHWH, irrisione delle leggi divine, disprezzo e insulto di YHWH in persona. Figli ribelli, adolescenti perpetui, gente senza riconoscenza verso chi li ha liberati dalla schiavitù e che ha donato loro una terra di meraviglie.

Faccia indurita

YHWH avverte preventivamente il suo ambasciatore/profeta che la gente a cui lo invia e ai quali dovrà portare il messaggio del Mandante divino sono “figli pesanti di faccia e forti/duri di cuore/wehabbānîm qešê pānîm weizqê lēb”. Sono imperturbabili e impenetrabili nella loro faccia irriverente e ribelle, tetragoni all’ascolto a causa di un’intelligenza, di una coscienza e di una volontà – cioè il loro cuore/lēb – di durezza non scalfibile da parola alcuna. Ma è ad essi che l’inviato dovrà parlare, ascoltino o no, perché si sappia “che un profeta/nābî’ si trova in mezzo a loro”. Ma essi sono “una genìa/una casa di ribellione/bêt merî” (2,5.6.7), una “casa” in cui la ribellione passa di padre in figlio, a causa di un’educazione non autorevole, intaccata dall’incoerenza pervicace e dalle ricadute intergenerazionali delle disobbedienze commesse, a cui spesso non si fa caso.

“La casa di ribellione” ormai è peggio di un popolo straniero che non parla più la lingua del proprio Dio. Con la differenza sostanziale che i popoli stranieri, numerosi e dalla lingua astrusa, avrebbero ascoltato YHWH se egli avesse inviato loro un suo profeta.

Ezechiele riceverà un libro da “mangiare” prima di profetare (Ez 3,1-15). Dolce come il miele, il suo contenuto profetico risulterà però amaro per i destinatari. YHWH è durissimo nel cercare le ragioni del rifiuto di ascoltare da parte del suo popolo. La verità è più profonda di quel che appaia a prima vista: «… la casa di Israele non vuole ascoltare te, perché non vuole ascoltare me: tutta la casa di Israele è di fronte dura e di cuore ostinato. Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli» (3,7-9).

Il profeta Ezechiele lo sappia, e si sappia regolare di conseguenza. La “casa di Israele” non vuole ascoltare il profeta perché non vuole ascoltare il suo Dio. È una “casa di ribellione”. La casa di Israele è di “fronte dura/izqê-mēa” e di “cuore ostinato/qešê-lēb”, ma YHWH renderà altrettanto indurita la faccia del suo profeta e dura la sua fronte (ma non il suo cuore!). Chi avrà la testa più dura?

Gesù porterà a compimento la promessa di YHWH, prendendo la libera e ferma decisione di salire a Gerusalemme, incontro a quello che il Padre e gli uomini gli vorranno riservare: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione (lett. “indurì la faccia/to prosopon estērisen) di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51).

È prevedibile che a Gerusalemme non lo ascolteranno.

Ma l’ambasciatore plenipotenziario procede deciso nel suo compito.

Toccati

L’evangelista Marco concludeva già con una nota di tragicità il primo grande blocco del suo racconto circa l’attività di Gesù in Galilea. In Mc 3,6 egli annota: «E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire». Anche se l’appunto può essere leggermente anacronistico, ci mette di fronte alla durezza dell’opposizione incontrata dal profeta Gesù proprio negli ambienti che avevano visto i trent’anni della sua “vita nascosta”.

L’evangelista chiude anche la seconda parte del suo Vangelo (3,7–6,6b) che narra dell’espandersi del ministero di Gesù in Galilea, con una nota di rigetto, di mancanza di fede/apistia (3,6a), nei suoi confronti, e questo proprio dai suoi compaesani.

Gesù parte dalle rive del lago di Galilea e, da Cafarnao, si reca nella sua patria. Nella sinagoga, di sabato, insegna spiegando la Torah e l’haftarah (il brano profetico letto dopo quello tratto dal Pentateuco, i primi cinque libri delle Scritture di Israele). Marco non ricorda la causa dello stupore/meraviglia misto a riconoscimento di esser stati “toccati” (exeplēssonto<ek + plēssō “colpire, percuotere, urtare, morsicare, spingere percuotendo”) provato dagli astanti.

In 1,22.27 l’evangelista ricordava però con precisione la causa del loro essere “toccati/colpiti”: Gesù insegnava con “autorità/exousia”. Nel suo commento ai testi biblici, egli non si rifà rabbinicamente ai pareri interpretativi dei colleghi citati con acribia e completezza. Gesù, da vero profeta e ambasciatore plenipotenziario del Padre, interpreta la sua volontà originaria al momento di donare la Torah. Il recupero dell’intenzione profonda del Padre è di ordine religioso, non giuridico-casuistico. Gesù cerca di far accettare ai suoi correligionari il Padre, che segue spesso delle vie paradossali di procedere nel suo progetto di vita piena nei confronti dei suoi figli.

Disprezzato in patria

Ezechiele si troverà a parlare a dei correligionari ribelli, che non comprederanno la sua “lingua” e non lo ascolteranno, perché in realtà non vogliono ascoltare YHWH. I compaesani di Gesù lo capiscono, lo apprezzano, sono toccati profondamente dalla “sapienza/sophia” con cui parla e dai “miracoli/potenze/dynameis” di cui hanno sentito parlare dalla gente del lago.

L’incredulià/apistia (6,6) si genera però a causa dell’abitudine, della lunga frequentazione che gli ascoltatori hanno avuto col clan di Gesù e con l’ambiente in cui è cresciuto. La gente si ferma al già noto, al tradizionale, a ciò che ha visto nei trenta lunghi della “vita nascosta” di Gesù. Non riesce a comporre ciò che vede e che sente con il lavoro di “carpentiere/tektōn” svolto da Giuseppe e assimilato da Gesù nei lunghi anni della sua incarnazione nella cultura, nel lavoro e nella fatica di ogni uomo sulla terra.

Le persone non riescono ad immaginare la vita profonda di Gesù, gli effetti della maturazione spirituale che i suoi anni nazaretani hanno conosciuto. La sua vita interiore, il profondo rapporto col Padre nel contatto con le Scritture e la preghiera diurna e notturna hanno prodotto in lui una vera“ crescita”. «Il bambino cresceva/ēuxanen e si fortificava, pieno di sapienza/lett. riempito (in continuità) [dal Padre!, part. pres. medio-passivo] di sapienza/plēroumenon sophiai, e la grazia di Dio era su di lui», annota l’evangelista Luca (Lc 2,40).

«Ecco io faccio un cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?», aveva proclamato il profeta Isaia a nome di YHWH, prospettando il futuro rientro prodigioso dall’esilio babilonese (Is 43,19a). I compaesani di Gesù sono chiusi in schemi interpretativi della realtà orientati al passato. Non sono aperti alla profondità del presente e alla novità proveniente dal futuro. La loro fede si abbarbica saldamente alle opere e alle parole di YHWH compiute e attestate nel passato. La loro coscienza/lēb di fede fa fatica ad aprirsi alla novità di YHWH che si sta compiendo proprio nel loro minuscolo paese di periferia.

Gesù deve riconoscere che il suo destino è simile a quelo del “servo di YHWH” disprezzato/gr. atimos (Is 53,3), insicuro persino tra le pareti domestiche, dove si annidano gli avversari del suo progetto di vita. Era stata l’amara sorte costatata dal profeta Geremia: «Il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; mi ha fatto vedere i loro intrighi. E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me, e dicevano: “Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome”» (Ger 11,18-19).

Il profeta Michea aveva denunciato a sua volta: «… e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua» (Mi 7,6c).

In Mc 3,6 a minacciare a morte Gesù erano stati i farisei e gli erodiani. In piena espansione del suo ministero galilaico ora sono i suoi compaesani a erigergli davanti un muro di incomprensione, di incredulità che li rende incapaci di recepire le grandi opere di Dio in Gesù. Hanno “inquadrato” Gesù nei loro schemi costruiti sul passato, ma il Dio della novità non si lascia “inquadrare” e imprigionare in schemi precostituiti. Li vuol sorprendere con la sua sapienza e le sue “potenze-miracoli”.

Il destino dei profeti si ripete anche per Gesù. Disprezzati, rifiutati in patria, in famiglia, nel loro presente. Salvo ad essere riabilitati con onore e con molti sensi di colpa quando il tempo ha fatto maturare la verità delle loro intuizioni e dei loro sguardi nelle profondità della storia.

Uno sguardo profetico che richiede apertura e docilità di coscienza e di intelligenza/lēb in chi ascolta. YHWH/Il Padre, in fondo, parla la stessa lingua dei suoi figli…

Roberto Mela

 

 

Come sei buono, mio Dio! Come sei buono a presentare la verità a degli induriti, malgrado  il disprezzo che prevedi che faranno di Te! La loro ingratitudine che conosci in anticipo non Ti impedisce di fare loro tutto il bene che li santificherebbe se lo volessero… Come sei buono a sopportare per noi il disprezzo, lo sdegno: «Hic est faber 1» … Come sei buono ad impiegare i Tuoi giorni, a sforzarTi di evangelizzarci!

Presentiamo la verità con fede e con zelo, quando abbiamo la missione per questo, anche a delle anime di cui abbiamo poco motivo di sperare la conversione, e questo per seguire l’esempio di Nostro Signore che l’ha predicata sia agli abitanti di Gerusalemme sia a quelli di Nazareth sia a tanti altri di cui prevedeva l’incredulità, e per seguire il Suo precetto:

«Predicate ad ogni creatura»… Facciamolo tanto più che nostro Signore l’ha fatto benché conoscesse con certezza che si sarebbe stati increduli alla Sua Parola, invece noi  non  abbiamo assolutamente mai questa certezza: aiutati dalla preghiera che può tutto presso Dio, con quella carità che «spera tutto», possiamo e dobbiamo sempre sperare la conversione di ogni uomo vivente; è certo, infatti, che la sua conversione è possibile; non possiamo mai affermare che non accadrà; preghiamo dunque, speriamo, facciamo penitenza per la conversione delle anime, e lavoriamo nella misura in cui Dio ce ne dona la missione… Gettiamoci nell’abiezione, nella povertà, nell’umile lavoro manuale di Nostro Signore. L’amore chiede l’imitazione; amiamo e imitiamo: «Il servo non è più grande del maestro». Siamo piccoli come Gesù…

Gesù ci dice di seguirLo, seguiamoLo, condividiamo la Sua  vita, i suoi lavori, le sue occupazioni, i suoi abbassamenti, la Sua povertà, la sua abiezione, siamo operai, poveri operai disprezzati con Lui!.. Siamo coronati della stessa corona di disprezzo e di sdegno del Nostro Sposo… «Colui che mi segue, non cammina nelle tenebre». Seguiamo, imitiamo, siamo per Lui come dei piccoli fratelli, vivendo in tutto come Lui: «Io sono la via, la verità e la vita». Seguiamo questa via, viviamo della vita di Gesù, facciamo le sue opere che sono verità… «Io sono venuto a salvare il mondo».

Abbiamo lo stesso fine, dobbiamo anche noi, non riscattare il genere umano, ma lavorare alla sua  salvezza; impieghiamo i mezzi che Lui stesso ha impiegato; ora questi mezzi non sono la saggezza umana circondata di fasto e di lustro e seduta al primo posto, ma  la  saggezza  divina, nascosta sotto l’apparenza di un povero, di un uomo che vive del lavoro delle sue  mani, di un uomo saggio e pieno di scienza, ma povero, disprezzato, abietto, che non ha mai studiato nelle scuole degli uomini, ma sotto i loro occhi e conosciuto da essi come uno che vive umilmente di un lavoro vile…

Seguiamo questo divino esempio: siamo le immagini fedeli di Gesù… Siamo veramente, condividendo tutta la sua vita, i  piccoli  fratelli  di  Gesù… Non ci separiamo mai, come il Suo amante San Paolo, dal Suo lavoro, dalla sua abiezione, dalla Sua imitazione: «Siate miei imitatori come io sono l’imitatore del Cristo»… Siamo sempre, sempre i piccoli fratelli, i veri fratelli  di  Gesù,  entrando  completamente nella sua vita, praticandola in tutto, essendoGli indissolubilmente  legati! 

Santa Vergine, San Giuseppe, Santa Maddalena, San Giovanni Battista, San Pietro e San Paolo, San Francesco d’Assisi, Santi solitari, così poveri davanti agli uomini, e  così ricchi davanti a   Dio, ottenetemi questa grazia, in Nostro Signore, con Lui e per Lui, nella misura in cui è la  Sua Santissima Volontà.

Charles de foucauld

meditazione n. 198

 

 

Dopo le autorità che vogliono uccidere Gesù, ora sono i concittadini e i suoi parenti a rifiutarlo. Il dubbio ha contagiato persino i credenti in Lui. Il mistero di Gesù è scandalo e follia per ogni uomo che, fuori dalla fede, è cieco. Senza la fede Gesù non compie i segni, i miracoli, meravigliandosi egli stesso di tanta sfiducia nei suoi confronti.

Lo scetticismo incredulo non concepisce la presenza di Dio in Gesù di Nazareth, figlio del carpentiere. L'effetto di tale atteggiamento è l'insoddisfazione atea (la grande eresia dello gnosticismo), allora come oggi: la persona di Gesù non ha a che fare con Dio. Eppure oggi come allora, chi crede e si fida di questo Dio esulta perché proprio questo carpentiere svela la potenza, la prossimità e l'amore di Dio. Gesù è il crocifisso risorto, rivelazione di Dio nella storia umile e concreta dell'uomo. La fede salta l'inciampo dello scandalo.

A Nazareth passa il solco che separa quelli che rifiutano da quelli che si lasciano incontrare e cambiare da Gesù. Il discrimine della fede cristiana, prima ancora che sul messaggio e sulle opere di Gesù, avviene intorno alla sua persona. Gesù non fonda una religione, perché è Lui il Signore, il Figlio del Dio vivente.

La prima eresia non fu la negazione della divinità di Cristo, ma quella che si scandalizzò della sua umanità e che nella sua debolezza crocifissa non vide la salvezza per tutti. Certo occorre la fede per adorare quella carne venduta per trenta denari, il prezzo di un asino o di uno schiavo. Nessun ebreo avrebbe mai messo in dubbio la grandezza di Dio. Ma davanti alla persona di Gesù tutti si chiedono: come può Dio esser disceso nella piccolezza? Uno scandalo che porterà Gesù alla Croce. L'accusa che lo condannerà a morte sarà la bestemmia di dirsi figlio di Dio.

Commentando questa pagina di vangelo, papa Benedetto disse: "L'uomo Gesù di Nazareth è la trasparenza di Dio, in Lui Dio abita pienamente. E mentre noi cerchiamo sempre altri segni, altri prodigi, non ci accorgiamo che il vero Segno è Lui, Dio fatto carne, è Lui il più grande miracolo dell'universo: tutto l'amore di Dio racchiuso in un cuore umano, in un volto d'uomo".

mons. Angelo Sceppacerca

 

 

Le scelte che Dio compie sono connotate dalla fragilità e anche dalI'ambivalenza; per questo possono dar luogo a “doppia interpretazione”.

L’origine, l’evoluzione, la natura dell’universo e la nostra presenza in esso possono essere spiegate mediante la tesi “evoluzionista”, cioè il passaggio per evoluzione, vale a dire che tutti i viventi, compreso l’uomo, scaturirono mediante processi di trasformazione innestati dal mutamento naturale.

Oppure interpretati alIa luce della fede (tesi creazionista) che pone come fondamento il concetto teologico della creazione “dal nulla” e “nel tempo”, affermando con queste espressioni la totale ed esclusiva subordinazione dell'Universo al Dio creatore, come dichiarato nel credo Niceo-Costantinopolitano: “Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra”.

Anche la morte e la risurrezione del Signore Gesù sono aperti a differenti interpretazioni.

La morte in croce del Messia favorì alcuni a credere che quelI'uomo era Dio, come avvenne per il centurione che osservava la scena ai piedi della croce (cf. Mt. 27,54), mentre altri negano la divinità del Cristo interpretando quella fini ingloriosa come un fallimento.

Altresì la risurrezione del Signore Gesù dischiude almeno due spiegazioni.

I Vangeli non narrano “come” Cristo è risorto ma fanno riferimento unicamente a un "sepolcro vuoto"; ciò non significa necessariamente che chi si trovava all'interno sia risorto. Eppure, questa è il fondamento principale della nostra fede come afferma san Paolo: “Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede” (1Cor. 15,17).

Noi crediamo e professiamo che nell'ostia consacrata è presente il Signore Gesù.

Alcuni sono certi, e speriamo anche noi, che Lui è lì, vivo e vero, in quel pezzo di pane dopo le parole della consacrazione pronunciate dal sacerdote.

Altri notano unicamente del pane che non ha subito nessuna trasformazione.

Anche la Chiesa possiamo classificarla con una doppia interpretazione.

Dai vangeli apprendiamo che Cristo ha accordato all'apostolo Pietro all'interno del gruppo dei dodici l'ufficio primaziale nella Chiesa che sarà ricoperto dopo di lui dai suoi successori.

Come pure che la Chiesa è stata fondata dal Signore Gesù con la finalità di proclamare a tutti gli uomini il suo messaggio di salvezza. Però la Chiesa

è costituita da persone fragili, a volte incoerenti, che spesso hanno offuscato I'Assoluto con l’incoerenza della loro vita.

Per questo, l’ottica puramente umana, ci mostra persone vulnerabili e peccatori oscurando il Papa come Vicario di Cristo e pastore della Chiesa universale (cf. CCC cann. 331-335), il vescovo come successore degli apostoli, il sacerdote come mediatore tra l’uomo e Dio a seguito di una particolare consacrazione.

Di esempi sulla “doppia interpretazione” ne possiamo evidenziare molteplici. I connotati dall’ incertezza umana e razionale, determinano l’adesione o il rifiuto del messaggio evangelico, poiché Dio non costringe l'intelligenza ad acconsentire ma sempre coinvolge la libertà dell'uomo, e di conseguenza, anche le sue decisioni negative.

L'invito del Vangelo di questa domenica è di oltrepassare la “dimensione umana” adottando criteri diversi di lettura, superando i limiti imposti dalla razionalità, passaggio che non seppero compiere i compaesani di Gesù: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone?”.

Il nostro atteggiamento di fronte al Cristo dovrebbe essere simile a quello che adottiamo quando ammiriamo un quadro.

Alcuni lo valutano con particolare sensibilità per attenzione e cultura; qualcuno si ferma alla contemplazione unicamente estetica; altri lo osservano con meraviglia per i colori, le espressioni dei personaggi, I'armonia dei movimenti.

A qualcheduno, infine, non dice nulla.

Tutto dipende dalle modalità di accostamento e dalla propria capacità di vedere e di capire.

Anche la figura di Cristo sarà compresa unicamente da coloro che lo “osservano” nella giusta prospettiva, cioè si sforzano di instaurare un’autentica comunione con Lui essendo importante non tanto conoscere il Messia a livello intellettuale e culturale ma a livello relazionale come affermò papa Benedetto XVI nell’enciclica “Deus caritas est”: “All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1).

I compaesani del Cristo, avendo eluso questo passaggio hanno anticipato il rifiuto di Israele e di molti nel corso della storia. Non solo non lo accolsero ma gli rinfacciarono: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?”.

Addirittura “si scandalizzavano di lui”. Non lo capirono perché non lo frequentarono; avevano unicamente udito, raccontato da altri, che aveva compiuto dei miracoli e dei prodigi straordinari.

Una conclusione per la nostra quotidianità.

Unicamente dalla comunione vitale ed esperienziale con il Signore Gesù sgorga la fede e la certezza che Egli è il Figlio di Dio anche se questa deduzione fu ostacola a Nazaret da alcune evidenze: I'essere vissuto fino a poco tempo prima nel loro paese esercitando la professione di carpentiere, la conoscenza della sua famiglia... Sono le difficoltà che anche oggi ostacolano ragionevolmente di credere.

Un’ annotazione importante: la fede non rimane allo stesso livello per tutta la vita.

Diminuisce quando vengono meno il contatto con Lui e l’intensità della vita spirituale. E il passaggio al "non credere più" e alla lettura unicamente umana e superficiale della Sua persona è breve come quello tra l’abbandonare la preghiera quotidiana e conseguentemente la partecipazione alla messa domenicale ritenendo l’Assoluto irrilevante per la propria esistenza.

Unicamente una fede matura ci permette di oltrepassare i segni per conoscere il Signore Gesù in profondità. ‘Rabbì, dove abiti?’ Disse loro: ‘Venite e vedete’. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui” (Gv. 1,38-39).

don Gian Maria Comolli

 

 

In questo brano tocchiamo l’unicità della fede cristiana; la fede cristiana non è una dottrina, non è un’illuminazione, non è una morale, non è un’etica, non è una legge, non è una norma, non è un costume, non è una cultura; la fede cristiana esattamente riguarda la carne, il corpo, lo scandalo del cristianesimo è che Dio è “corpo”. Protagonista del Vangelo è il “corpo di Gesù dato per noi” e l’ultimo miracolo di Gesù nella sinagoga a Cafarnao è la guarigione della mano; la mano serve per toccare.

E abbiamo visto che la fede è toccare questo corpo, ma si può anche schiacciare, questo corpo; e il valore della corporeità è disprezzato, ma la prima eresia cristiana è dire che Gesù è Dio, ed il corpo non conta: l’importante è che lui è Dio. Invece non è vero che Gesù è Dio, mi spiego per chi lo sentisse per la prima volta. Gesù è il soggetto, il soggetto è ciò che non si conosce, Dio lo conosciamo bene, quindi applichiamo a Gesù, facciamo di Gesù l’attaccapanni di tutte le nostre idee, ideologie su Dio: questa si chiama idolatria.

E normalmente fanno così anche i cristiani.

Mentre è vero il contrario: Dio, nessuno l’ha mai visto, quel che lo rivela è la carne di Gesù, l’uomo Gesù: la sua umanità. Quel Dio che nessuno ha mai visto, ci si è rivelato, per la prima volta, in quest’Uomo, sulla croce; in questo corpo che è “dato per tutti”, dove il corpo stesso è puro dono, all’altro, quindi è puro martirio, testimonianza assoluta di amore.

Mentre noi vogliamo essere come quel Dio che pensava Adamo, e da qui nasce tutto il male del mondo, perché cerchiamo di imitare il Dio potente, che giudica, condanna, sta sopra la testa degli altri, il nostro Dio è in tutto uguale a noi; essendo uguale a noi ha dovuto scegliere di essere una persona, ma in quella persona ha toccato tutto il mondo perché è una persona come tutti e Gesù si è sempre chiamato soltanto il “Figlio dell’uomo”.

Il “Figlio dell’uomo”, perché se tu prendi un uomo e gli togli tutto quello che ha d’intelligenza, di bontà, di bellezza, di ricchezza, ecc.. chi è? È un figlio di uomo.

Quindi comune a tutti gli uomini. E Lui ha assunto la nostra umanità nel suo aspetto più comune e più nostro; la carne è limite, è materia: l’ha assunta totalmente e ha fatto del limite e della materia il luogo della comunione e del dono.

Molti cristiani in realtà non sono cristiani, ma sono docetisti, la prima eresia, cioè è un’apparenza il corpo, importante che lui è Dio, lo so anch’io, era Dio poteva far tutto; no, no, è il suo corpo che rivela Dio, non le altre cose: le altre cose sono le nostre idolatrie proiettate su di lui.

Quindi vedremo questo aspetto che è fondamentale ed è lo scandalo. “Caro salutis cardo”, dicevano gli antichi, caro è la carne, che è il cardine della salvezza, perché se non avesse assunto la nostra carne, la nostra carne non avrebbe valore, siccome noi siamo carne, siamo corpo, il corpo non ha valore. Invece è nel corpo che tutto viviamo.

Va bene, allora vediamo questo testo.

Prima di commentare il brano, il contesto immediato: vi è il discorso sulla fede che è toccare, ma prima della fede c’erano le parabole, la Parola che spiega il mistero del seme che cade sotto terra e muore e così produce frutto e, prima delle parabole, c’erano i suoi, i familiari di Gesù che erano andati per prenderlo, perché dicevano: “É buono, quest’uomo, Gesù, lo conosciamo bene, però è matto; lo curiamo un po’ in modo che taccia e non dica parole strane e poi, coi prodigi che sa fare, ci risolve tutti i problemi; però bisogna portarlo a casa, perché non dice cose giuste”. È già prospettato il rifiuto dei suoi e qui lo rifiuta tutto il paese e dietro il rifiuto dei suoi è profilato sia il rifiuto del suo popolo, Israele, sia di quei suoi che sono i suoi discepoli, sia di quei suoi che siamo noi,  che sempre ci troviamo davanti a questo scandalo, che si racconta  in questo testo, dove non si mette in discussione quel che lui fa, e quel che lui dice “è mirabile, è da Dio”, ma “come mai è quest’uomo?”.

E allora vediamo i primi due versetti, anzi il primo e la prima parte del secondo:

1E uscì di lì e giunge nella sua patria, e lo seguono i suoi discepoli. 2E, venuto il sabato, cominciò a insegnare nella sinagoga;

Questo capitolo muove da questa indicazione di Gesù, che esce di lì, quel “lì” indica la casa di Giairo, dove Gesù ha fatto risorgere la figlia del capo-sinagoga, è come se venisse un po’ sottolineato il legame con il brano precedente, non è solamente un’indicazione logistica, ma è quasi un invito a tener presente quanto verrà adesso narrato con quello che ci ha appena  raccontato, con quello che è avvenuto nella casa di Giairo e anche nell’incontro con l’emorroissa.

Ed esce di lì, e giunge nella sua patria. Questo è da dove parte Gesù, dalla casa di Giairo e dove arriva, Gesù. Gesù arriva nella sua patria, arriva a Nazareth, cioè arriva nel luogo dove ha vissuto trent’anni, la sua vita. Allora in un certo senso, uno può anche chiedersi come Gesù torna nel luogo dove è stato, dove è cresciuto, dove ha coltivato le sue relazioni, dove è conosciuto e dove conosce. Allora questo fatto di Gesù che torna lì è già un fatto ricco di per sé, chissà con quale spirito arriva lui, chissà con quale spirito sarà accolto nella sua patria.

E arriva con i suoi discepoli: lo seguono i suoi discepoli, quei discepoli, anche nel capitolo terzo erano stati indicati da Gesù come, di fatto, la sua nuova famiglia “chi è mia madre, chi sono i miei fratelli” di fronte a tutti i suoi che lo chiamavano da fuori, dice: “questi! Questi che ascoltano”, come dire che Gesù torna nella sua patria, di fatto, con una “sua famiglia”, nuova, che è costituita da questi discepoli e che, in un certo senso, potrebbe allargarsi ai suoi compaesani, non è che sono in alternativa, la possibilità è offerta a tutti, così com’è stata per i discepoli sarà offerta anche ai suoi compaesani di Nazareth.

Adesso proviamo a ritradurre questo, noi più o meno siamo cristiani, siamo suoi compaesani, lo conosciamo io da più di trent’anni, anche voi, chi ha più di trent’anni Lo conosce da più di trent’anni, se venisse qui, cosa diremmo? Probabilmente lo manderemmo via. Già state leggendo il Vangelo, cose serie. il problema non è conoscerlo, è riconoscerlo. Il vangelo è stato scritto perché lo conoscessimo, in modo tale che quando torna, lo riconosciamo.

Lo riconosceremo quando riconosceremo in ogni uomo il “Figlio dell’uomo”. E adesso vediamo lo scandalo perché qui si ritrovano questo, che hanno sempre conosciuto, in un paese che non è un grande, quanti saranno? Erano 2/300 persone, o meno, quindi si conoscono tutti bene.

Voi pensate: aver conosciuto per trent’anni Dio che era lì con te che lavorava, che giocava, che scherzava, dice: “no, impossibile!”. Che viveva da normale, imparava, andava a scuola, andava alla sinagoga, ha imparato a conoscere la Parola di Dio, assimilarla, a identificarsi, a viverla, ha imparato a balbettare prima con sua mamma, tutte queste cose semplici.

È interessante come alcuni vedono anche in alcune parabole, per esempio la donna del levito, come dire: avrà visto sua madre, avrà visto delle signore, anche per poi parlare del Regno, utilizzerà le cose comuni, di ogni giorno, anche nel linguaggio.

Gesù arriva a Nazareth e poi si dice che: “venuto il sabato” richiama già un sabato precedente, in cui, all’inizio del capitolo III,  ha operato una guarigione dell’uomo dalla mano inaridita e hanno deciso di ucciderlo, ma anche questo fatto “venuto il sabato”, certo, si sta aspettando il sabato, perché il sabato è il giorno in cui ci si reca nella sinagoga, ma dice anche, dalla parte di Gesù, questo fatto: non è uno che è preso dalla fretta, attende che arrivi quel giorno, “venuto il sabato”. Sa attendere il giorno giusto e comincia a insegnare nella sinagoga; come diceva Silvano, questo ambiente in cui è nato, la sinagoga, che lui ha frequentato, lì, arriva – la sua parrocchia, dove andava a “catechismo”, e quante cose gli hanno insegnato!– e non si dice nemmeno qui, come in altri luoghi, che cosa dicesse Gesù, ma, di fatto, coincide la sua persona con l’insegnamento, che avviene adesso nella sua sinagoga, dove lui è cresciuto e perciò la sottolineatura che faceva Silvano di dire: “Se Gesù entrasse adesso”, perché nazaretani lo siamo un po’ tutti, abbiamo una certa frequentazione, per lo meno, con Gesù, almeno per quello che conosciamo di Gesù, il rischio è, appunto, di “sapere già”; Gesù, però, entra in questa sinagoga e insegna.

Pensate alla sorpresa, no, quello che noi riconosciamo come Figlio di Dio, fosse tua sorella, che ti scoccia, tuo cugino: ed è così. Il regno di Dio verrà quando noi riconosceremo il Figlio di Dio in qualunque persona, ognuno sarà “il Messia” per l’altro, ognuno sarà il “Figlio di Dio” per l’altro, allora saremo tutti Figli di Dio, che avremo lo stesso amore del Padre per tutti, quindi non è a caso che Gesù si è fatto uomo concreto, poi non aveva fratelli, per cui erano fratelli tutti gli altri un po’. Pensare che Dio è uno di noi, ecco quando riusciremo a pensare questo, che ognuno di noi è figlio di Dio, ma realmente, allora abbiamo capito qualcosa di noi e degli altri e di Dio, ma così come siamo, non perché siamo più bravi o perché facciamo volare via gli uccellini di argilla.

Vediamo la seconda parte del secondo versetto:

e molti, ascoltandolo, erano scossi dicendo: Donde a costui queste cose? E quale sapienza data a costui? E codesti  prodigi  operati  dalle sue mani?

Allora questa è la reazione di fronte a Gesù che insegna, appunto molti che lo ascoltano e rimangono scossi, rimangono colpiti, è qualcosa che colpisce e, ne sono ben consapevoli  di  questo, ma quello di cui non riescono a rendersi consapevoli è appunto che queste cose vengano dette da questa persona, che loro conoscono bene: “costui“.

Mi meraviglia che quella persona che conosco sia intelligente: no, impossibile, lo conosco! C’è da dire che abbiamo già catalogato tutto! Dove la meraviglia non è in quello che dice o in quello che fa, ma che sia “costui”, che conosco, no, impossibile! L’assurdo è che sia questo che conosco io, non so se è chiaro.

Tra l’altro la parola colpiti, scossi, meravigliati indica sempre la meraviglia: Marco usa solo mille vocaboli, quindi pochissimi, ma usa otto vocaboli diversi, usati trenta volte per indicare la meraviglia, cioè che resti colpito, scosso, perché c’è qualcosa di nuovo, però qui la novità è pervertita, cioè quel che dice “no è impossibile, come mai proprio Lui che conosco”, non so se intuite, proprio Lui, figlio di Dio; proprio io, proprio tu, sarà un altro, ma non noi, e invece no! Proprio Lui, e in quell’uomo tocca ogni uomo ed è  lì il principio del cristianesimo, che ogni uomo poi realmente, non solo è chiamato, è realmente figlio di Dio, questo è il senso dell’incarnazione, il nostro corpo è corpo di Dio, tempio dello Spirito, per questo risorgiamo; non è un modo di dire e per questo Dio ci ha fatti, per essere come lui, suoi figli, quindi lo scandalo è proprio il principio di tutto questo scandalo, e noi invece lo dimentichiamo, perché mettiamo Gesù con tante aureole, con tanti fronzoli, angioletti, per cui non è più nessuno di noi, e Gesù non è mai stato così, è “costui”; e poi sì, è vero, fa queste cose, i prodigi, la sapienza, ma come mai?

Infatti, mi viene in mente che noi a volte abbiamo un po’ queste attese: quando arriva Gesù lo riconosciamo di sicuro, come  in certi film in cui non può essere che lui, poi c’è la musica di sottofondo, quando arriva è lui, oppure pensiamo che vada in giro con l’aureola, per cui appena si muove, no! Perché, di fatto, i suoi compaesani, non è che sono scossi, sono scandalizzati dalle cose, dalla sapienza, ma che sia Lui, a fare quelle cose lì, questa persona qui. È questo che rende appunto incredibile la faccenda, di fatto qui avviene lo scandalo, quando si diceva che si potrà riconoscere anche in ogni persona il figlio di Dio. Quasi a dire che io ho già i miei schemi, conosco già come deve essere Dio, allora dico: è impossibile che sia quella persona, ed invece di lasciarmi mettere in questione da quella persona, da quello che dice, da quello che fa, – e la conosco bene– io la metto in questione, è impossibile, le sue mani, si dirà nell’altro versetto, le mani di un falegname, i prodigi operati dalle sue mani. Quello che fa scandalo è che sono le “sue mani”, quando si parlava prima del corpo, adesso sono le mani di questa persona.

Fossero state le mani di un taumaturgo, di un mago, che faceva magie già da piccolo, o di un violinista, di un pianista, non c’era allora il piano, allora capisco, no, le sue mani, e – spiegherà dopo – di falegname.

È come se la nostra attesa di Dio avesse bisogno sempre di qualcosa di sensazionale, di inspiegabile, e quello che è straordinario, che è veramente divino, è che il Signore arrivi come uno di noi, questo è veramente opera di Dio.

E che ognuno di noi, poi, è come lui, non solo è chiamato figlio, ma è realmente figlio, se ascolta questa parola, se accetta il suo limite come luogo di comunione, e la sua quotidianità,  e  accetta l’altro come figlio di Dio, come suo Signore, è il regno di Dio, e finalmente c’è il paradiso sulla terra. La stima infinita di ognuno, anche dell’ultimo degli uomini, anche di quelli che si credono  grandi, poverini, anche loro sono figli di Dio, l’unica cosa che hanno di grande e non lo sanno.

Vediamo la seconda parte di questa obiezione che è il versetto 3:

3 Non è questi il falegname, il figlio di Maria e fratello di Giacomo e Giuseppe e Giuda e Simone? E le sue sorelle non sono qui tra noi? E si scandalizzavano di lui.

Faccio un passo indietro, prima ancora, ma è lo stesso, no, che se “costui” fosse stato figlio del sommo sacerdote o almeno di una persona potente, o possibilmente del divino Cesare Augusto, o anche di Erode, non importa, e di Salomè, non importa, purché fosse una persona eccezionale l’avremmo anche accettato, invece che sia proprio “costui”, le sue mani, le sue mani, scusa è quello che mi ha fatto il manico della zappa l’altro ieri

Che il Figlio di Dio, che è il Messia, sia il falegname del mio paese – che non era il falegname della Brianza – proprio diventa, per queste persone, il motivo di scandalo. Gente che appunto frequenta la sinagoga, potremmo dire noi, che ci troviamo a leggere le Parola, ad andare in chiesa, questo scandalo, colpisce proprio queste persone, che in un certo senso, possono avere lo svantaggio di presumere di conoscerlo, e quando arriva, non lo riconoscono.

Non lo riconoscono, perché lo conoscono, è il falegname: è Gesù che viene identificato col mestiere che fa: il falegname.

È bello: la sua identità è il suo lavoro: calzolaio, falegname

Così viene identificato e poi viene identificato nel suo lavoro, nella sua professione e nella Sua rete di relazioni: conosciamo la madre, conosciamo i fratelli, le sorelle, i parenti vicini, le sorelle stanno qui da noi, come dire, abbiamo la situazione sotto controllo  e non riescono a tenere insieme le due cose: di fronte alla sapienza e ai prodigi e di fronte alla conoscenza delle relazioni, della persona, prevale questa.

Anche perché se accetto che quello è il Messia e poi capiremo che è il Figlio di Dio, allora vuol dire che chiunque di noi è come lui, non è un uomo eccezionale, è “l’uomo”, e basta. È il Figlio dell’uomo, che è il senso di ogni uomo. Per questo è la salvezza di ogni uomo, Gesù. Fosse stato il “grande profeta”, che fa cose strabilianti, invece, ha fatto per trent’anni il falegname, lo conoscono tutti.

Tra l’altro è bello,  trent’anni sono una vita, in fondo. Quindi  la sua vita è stata una vita ordinaria ed è il riscatto dell’ordinarietà di ogni vita: ha pianto, ha riso, ha fatto pipì, popò, ha imparato a balbettare, ha succhiato il latte, poi è cresciuto, ha giocato, si è graffiato, avrà anche litigato un po’ – spero proprio – carattere del sud anche lui, è vivace, certamente non era un tipo spento, cioè che tutta la nostra vita è riscattata ed è divina e non c’è frazione della nostra vita che sia insignificante.

Come se, a volte, possiamo avere la tentazione di dire: ma, io non credo però se io vedessi il Signore allora sì, gli credo, se mi appare qui, gli credo. I nazaretani pensavano di credere in Dio: quando gli è apparso: no, non è Lui. Ne aspetteranno un altro, perché è impossibile che Dio sia così, come se noi ci aspettassimo sempre un Dio che ci allontana dalla nostra condizione, mentre lì si accorgono di avere davanti un Dio che sposa completamente la nostra condizione, non ci porta fuori dalla nostra realtà, ma ci dona di vivere la nostra realtà con un altro spirito.

Per questo è salvezza del corpo, dell’umanità, e non è una religione, una legge, una dottrina.

È proprio il corpo di Gesù, che appunto siamo chiamati a riconoscere, in questo modo.

Ha detto: “il corpo di Gesù”: i Vangeli sono nati attorno all’Eucaristia, per spiegare cosa sono le parole: “prendete e mangiate, questo è il mio Corpo, dato per voi, mangiate, assimilate questo Corpo”.

Per paradossale che sia, il Signore diventa lo scandalo della fede, si scandalizzavano di lui, non delle cose che dice o dei prodigi che ha fatto, ma di “lui”, è lui che fa problema, quello che dovrebbe motivare la nostra fede, il Signore, diventa motivo di scandalo della nostra fede, si inciampa su questo, ma in questo modo, sottolineando ancora di più, come diceva Silvano all’inizio: “che cos’è, la nostra fede?”.

Che non vogliamo un Dio che sia come noi, che sposa i nostri limiti, la nostra fragilità, la nostra debolezza, e fa di questi il luogo di comunione, cioè il luogo di Dio, dell’amore; vorremmo che fosse qualcosa che ti tira fuori dal limite, che ti fa andare in delirio, insomma, come sono tutte le persone che vogliono essere come Dio, che vogliono essere importanti: sono deliranti.

C’è un’espressione di una preghiera eucaristica che dice: “ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione umana”. L’ha condivisa in tutto.

E il peccato è non condividere la condizione umana, tra  l’altro, è dividersi dagli altri.

Per cui potremmo dire: non c’è condizione umana che non abbia, vicino a sé, la presenza di questo Signore. Che l’ha condivisa in tutto. Un’espressione di Paolo VI diceva che l’umanesimo cristiano non è quello dell’uomo che si fa Dio, ma del Dio che si fa uomo, cioè il processo è esattamente il contrario di quello che ci aspetteremmo, appunto quello dell’incarnazione.

Guardate che noi cristiani mediamente a queste cose non ci crediamo: sì, ci crediamo, forse, però se arriva lo mandiamo via, Lo mandiamo dalla Caritas; passi un’altra volta, adesso non ho qui gli spiccioli. È vero, confesso il mio peccato, ma è vero, è così!

Anche mi fa venire in mente adesso, il problema della Caritas, quando Matteo nella parabola del Giudizio dirà: “Quando mai ti abbiamo visto?” Come? “Assetato, affamato, nudo, in carcere, malato, forestiero, eccetera”. Lì lo vediamo. Cioè chi impara a riconoscere in questo Gesù, il Signore, impara a riconoscere il Signore in ogni persona, possiamo vederlo, allora la questione non è che il Signore non ci sia, ma che non lo sappiamo riconoscere.

Anche in chi dice che gli altri.. no?

Anche in quelli!

Anche in quelli! Figli di Dio anche loro, anche noi, allora!

Anche noi. Questo è il punto. Allora, come dire, capiamo bene che in quella sinagoga, allora, c’è la presenza del Signore, e possono scoprire che quella presenza c’è già stata. Cioè la presenza lì di Gesù in quel momento, consente, o dovrebbe consentire a queste persone, di rivedere indietro tutto quello che è stato e dire: ma il Signore era qui e noi non lo sapevamo. Questa è la sorpresa dei nazaretani, questa è la nostra sorpresa.

Era quel bambino bisognoso, quell’adolescente discolo, magari, era quello e poi sarà quello in croce, perché non Lo vogliamo accettare.

Appunto o si parte dalla pretesa di conoscere già questo Signore, ma allora diventa davvero, come si diceva l’attaccapanni, di quello che noi pensiamo, gli mettiamo addosso tutto – le ideologie cristiane sono tremende, peggiori di tutte – oppure accogliamo la rivelazione di Dio che Gesù ci fa.

E sapete che Gesù, il nostro Dio, è stato ucciso per bestemmia, dalle persone religiose, perché questa sarebbe una bestemmia, e invece è il progetto di Dio, che vuol essere tutto in tutti e che ci ha fatti come lui e lui si è fatto come noi, per mostrarci chi siamo noi e chi è lui.

Come se per difendere la grandezza di Dio, noi rifiutiamo Gesù: è impossibile che sia così, Dio è più grande; per  motivi religiosi, si può negare che Gesù sia Dio, che questa persona, che la carne di questa persona, questo falegname di Nazareth, sia il Messia, in mezzo a noi.

Capite che cambia tutti i tipi di religiosità, di relazione con le persone, in casa, fuori casa, tra i popoli, con Dio, e con noi stessi. Conoscere la nostra quotidianità, il nostro limite come luogo del divino, non i nostri deliri.

E di fronte allora ai prodigi e alla sapienza, non dico “come mai è costui?”, ma dirò “guarda che prodigi!”, “guarda che sapienza!”.

Qui si possono dire tante cose, ma è molto bello che il nostro Dio sia “il falegname”. Dove il falegname non era una persona importante come da noi, lì ogni famiglia aveva della terra, solo quando andava in miseria, avendo perso la terra, faceva quei mestieri che un contadino normalmente fa da sé nei tempi morti: quando è inverno si fa lui gli attrezzi, li aggiusta.

Siccome Lui non aveva più terra, la Sua famiglia, allora, faceva questo mestiere, umile. Non era come il “fine intagliatore” di cui parlava Fisichella. Faceva i presepi della Val Gardena o dei crocefissi, un gran commercio.

E guardate è il riscatto di tutta l’umanità, questi trent’anni, quest’essere falegname, queste sue mani di lavoratore.

E anche il fatto che i suoi compaesani possano dire appunto che lo conoscono, conoscono il mestiere, conoscono la madre, conoscono i parenti, le sorelle sono qui, da un lato ci dice che queste persone, di Gesù, conoscono tutto e, in un certo senso, il nostro Dio, non ha nulla da nascondere, non è che ha chissà quale dottrina segreta. Non ha nulla da nascondere, si fa conoscere, non è che bisogna sempre aspettare chissà quali cose, chissà quali misteri, no, nessun mistero, nessuna straordinarietà; semmai lo straordinario è che si rivela così, nella normalità, nella quotidianità, in trent’anni vissuti lì.

E guardate che come criterio del discernimento dello Spirito di Dio, la prima Lettera di Giovanni, capitolo IV versetto 2, se mi ricordo, dice: “Chi non crede nel Figlio di Dio venuto nella carne non è da Dio”. Lo Spirito di Dio ti fa riconoscere la carne, il Figlio ci è rivelato nella carne di Gesù, Dio stesso, il Verbo si è fatto carne, Dio nessuno l’ha mai visto, lui ce l’ha raccontato nella sua carne e la carne di Gesù è l’esegesi di Dio, dice Giovanni, è il racconto di Dio, tutto il Vangelo.

In modo che diventi la nostra carne tutta il racconto di Dio; perché la nostra vita è un racconto, cioè ciò che viviamo è il nostro vero racconto, la nostra storia vera, la nostra identità. E si scandalizzavano.

Inciampano. Gesù diventa qui la pietra in cui inciampa il cammino di queste persone, perché è proprio la sua persona che crea quest’inciampo. Invece di essere la pietra su cui fondare, diventa invece la pietra che scandalizza, che fa inciampare il cammino di queste persone, quelle che sono nella sinagoga, che hanno già i loro schemi, che hanno già le loro attese.

Ripensavo un po’ a quando Paolo dice in 2 Cor 5,16: “se ho conosciuto Gesù nella carne, questo vale niente, devo conoscerla attraverso lo spirito, quella carne” e così Ebrei 2,11, dice “non si è vergognato di chiamarsi nostro fratello”; e dice la sposa del cantico, che è l’umanità, allo sposo, che è Dio: “se tu fossi mio fratello” è il desiderio dell’uomo; ed è nostro fratello, e siccome è nostro fratello, non lo vogliamo! Perché è come noi. È il mistero di ciascuno di noi, riconoscere Dio in noi e negli altri.

Il fatto di non accogliere Gesù così, come dire non accolgo la possibilità che mi è offerta di una vita simile alla sua, di questa possibilità, che viene offerta; perché in un certo senso non devo aspettarmi un’altra condizione, ma mi è data la possibilità già da adesso di vivere da figlio.

Così come sono e col mio carattere, anche se sono bresciano, di Pinzolo, con tutti i limiti che possiamo avere, come gli apostoli, che erano beceri come noi! Non erano gente allevata a becchime di facoltà teologiche.

È bella questa normalità di Dio, che ogni uomo, ogni figlio di uomo è figlio di Dio, e lo standard è questo: non quello che dice, ma quello che fa. È la carne. L’identità.

4 E diceva loro Gesù: Non c’è profeta disprezzato se non nella sua patria e tra i suoi congiunti e nella sua casa.

Adesso vengono riportate le parole esplicite di Gesù, mentre dell’insegnamento non viene riportato nulla, adesso vengono riportate queste parole, probabilmente un proverbio, c’è anche un proverbio dalla sua e, quello che Gesù dice, che appunto questo è il rischio, che ci sia un disprezzo, proprio nella sua patria, tra i suoi congiunti, nella sua casa; in chi appunto ritiene di conoscerlo o di conoscerlo già.

E per noi adesso, al di là della situazione di Gesù, a livello di relazioni personali, se io pretendo, presumo di conoscere una persona, povera quella persona! Perché in un certo senso sarà obbligata a rientrare nei miei schemi, io non vedrò altro che quello che ho sempre visto e non darò mai all’altra persona la possibilità di essere diversa, arriverò a negare l’evidenza, come fanno questi qui. Purché sia confermato quello che io penso, andrò avanti per la mia strada.

La riprova contraria, conoscete persone importanti di cui avete stima? Grande stima. Pensate se quelle persone importanti fossero vostra sorella, vostro fratello, vostro figlio, vostra madre. eh, No, quello no, lo conosco! Se quando non lo conoscete è importante, quando lo conoscete: insomma è come me! È lì la cosa importante da capire, chi siamo noi; non so se mi spiego, disprezziamo la realtàè solo quando una persona non la conosciamo, o c’ha un certo alone, o è apparsa in televisione, oh, è importante! Se no è un povero fesso, quindi un povero Cristo davvero, cui voler molto bene, perché ne ha tanto bisogno.

È come se attraverso anche queste parole Gesù aiutasse i suoi compaesani a prendere consapevolezza, come dire: provate a riflettere anche su questo detto, che c’è e mettetelo in relazione a quello che sta avvenendo, cercate di leggere la vostra situazione, qui non è tanto che Gesù conosca un calo dell’autostima, perché quelli non lo riconoscono. Il problema non è suo; il problema è di chi, non riconoscendo Lui, non scopre neanche le proprie possibilità, questa è la questione.

È come me, quindi Lo disprezzo. Ah, ho capito che apprezzamento hai di te! E lui vuole alzare la stima che abbiamo di noi: siamo come lui, cosa vuoi di più?

È il disprezzo della condizione umana, il rifiuto della nostra condizione, che buttiamo all’esterno.

Anche i razzisti, chi detesta qualcuno è perché disprezza se stesso, se uno apprezza se stesso, l’altro è uguale a lui; se lo disprezza siccome è uomo, in realtà, disprezza se stesso.

5 E lì non poteva fare nessun prodigio, solo, imposte le  mani  a  pochi infermi, li curò.

Siccome non c’era fede non ha potuto far prodigi; e qui c’è una cosa che i prodigi, non li fa Gesù, è la tua fede che ti ha salvato,  i prodigi li ha fatti la fede, così dice a Giairo: “continua ad aver fede” e sarà la fede di Giairo che risusciterà la figlia. Quindi il prodigio lo fa la fede.

E qui vorrei fare un racconto, che mi diceva già mia mamma da piccolo, poi l’ho trovato su san Bernardo.

C’era una volta un cane, che si chiamava Boninforte, un bel cane, grosso; una coppia che viveva in campagna, aveva  questo cane fedelissimo, dovevano andar fuori, hanno lasciato lì la culla del bambino, col cane vicino, così erano tranquilli, poi non succede mai nulla. Poi tornano e vedono la culla rovesciata e il cane gli viene incontro correndo, e vede che è insanguinato.. “oddio, ha mangiato il bambino!”. Allora aveva lo spiedo, dice “e prese e lo ancise”, e lo uccise, all’istante, il cane Boninforte. Poi va lì, vede la culla rovesciata e vicino un grande serpente, contro il quale il cane aveva lottato e aveva ucciso il serpente e allora, pentito, fa la tomba sul ponte che porta alla chiesa, per il suo cane “a Boninforte” e gli metteva i fiori; poi morto lui, continuano le donne a mettere i fiori e poi, pensando che fosse un santo, continuavano a mettere fiori e siccome lo pregavano, faceva miracoli. Faceva veramente i miracoli; “et era uno cane” dice san Bernardino! Non è mica lui, il cane, è la tua fede! Per quelli che cercano miracoli, ha fatto questo bel racconto, è bellissimo: “et era uno cane”.

Capite l’importanza della fede? Perché Dio esiste: se tu hai fiducia lo accogli, se lo respingi, è chiaro che non può far nulla. Se tu consideri l’altro fratello, davanti a te, figlio di Dio, ma questo è il grande miracolo! È cambiato tutto nella vita, sua e tua;  ma questo lo fa la mia fede, mentre noi andiamo in cerca dei prodigi che magari mi fa spuntare un orecchio nuovo, no dei capelli!

Mi viene in mente, proprio sul fatto della nostra fede, che qui, al versetto primo si diceva: “uscì di lì”, cioè nella casa di Giairo, dove, perché Giairo, appunto, ha continuato ad aver fede, Gesù ha resuscitato, invece si dice qui: “e lì”, cioè nella sinagoga, “non  poteva fare nessun prodigio”, tra un luogo e l’altro, tra un “lì” e un “lì”, quello che cambia, appunto, è l’atteggiamento di chi è con Gesù. Gesù è Lo stesso: era Lo stesso nella casa di Giairo, è Lo stesso qui; non è cambiato, nel tragitto; quello che è cambiato nel tragitto è che là c’era un capo-sinagoga, Giairo, che ha accolto la parola di Gesù: “continua ad avere fede”, qui invece, appunto, questo non è possibile, e Gesù si rivela in quella che è la sua, possiamo chiamarl,a “debolezza”: “non poteva fare nessun prodigio”, non poteva! Lui è onnipotente, no, non può. I compaesani riescono a far questo: a impedirgli di fare appunto i prodigi, questi prodigi. Ed invece “a pochi“, quelli che avranno fede, questa “imposte le mani”, tornano ancora i prodigi e le mani, che citavano, sono le mani di Gesù. C’è questa relazione, c’è questo incontro.

Ed è la nostra fede che ammette l’incontro, se tu lo respingi, non può. Insomma, piove, se tutti apriamo l’ombrello, ecco, nessuno si bagna, va bene; ma se la pioggia fosse la grazia di Dio, come lo è, noi apriamo tutto l’ombrello delle nostre difese.

Invece è accogliendo l’“uomo”, l’altro, che accolgo il Signore e allora nasce il prodigio.

Vuol dire che anche appunto i prodigi non sono dei tentativi in cui il Signore forza, no ci sono se c’è la fede delle persone. Gesù non è uno che viene a fare chissà quali numeri, non è questo che è in gioco l’abbiamo visto nel capitolo precedente, con l’emorroissa, con la figlia di Giairo.

6a E si meravigliava della loro non fede.

Qua Gesù si meraviglia – al versetto 2 erano gli altri che erano scossi per la sua persona – qua è Gesù che si meraviglia di qualcosa che appunto lo colpisce che è la loro non fede; qualcosa che, Gesù non conosceva ancora. La meraviglia di Gesù riguarda da un lato la nostra non fede o la nostra fede; in un caso o nell’altro è qualcosa che mette in evidenza quella che è la parte della nostra libertà, che meraviglia il Signore quando c’è e lo meraviglia quando non c’è.

È bello questo, che siamo la meraviglia di Dio, perché è tale il rispetto della nostra libertà. Credere è un atto di libertà somma:

uno può non credere e si meraviglia: “Come? Come non crede?”. “Scusa, viviamo di fiducia, se non crede, questo non vive..” e quindi si meraviglia, dice: “Come mai non c’è?”. E quando trova la fede, dice: “Oh, che bello!” che meraviglia!” cioè è sempre meravigliato perché è una cosa inedita, ciò che noi facciamo, della nostra fiducia, se vogliamo aver fiducia o non averla; siamo liberi di credere o non credere, tutti uguali. E questi sono i suoi, che sarebbero i credenti, per sé, i suoi, di fatto, la sua famiglia, quelli che gli appartengono, che non credono; quelli che credono di credere, e di conoscerlo bene. E siamo la meraviglia di Dio, sia quando crediamo, sia quando non crediamo. Si sorprende perché è l’atto supremo della nostra libertà.

Questa non fede, che rispetto al capitolo precedente, richiama ancora con più forza la parola dell’emorroissa, la sua fede e la fede di Giairo. Dove era stata presente questa fede, si presenta la vita; cioè il frutto di quella fede, che non è un’adesione così a chissà quale dottrina, ma è che la gente riprende a vivere, come l’emorroissa, come la figlia di Giairo: il frutto è quello. Per cui, di fatto, impedendo questo, queste persone impediscono a loro stesse di vivere.

Non è solamente una questione di presa di posizione di fronte a Gesù.

Tra l’altro questo brano, nel parallelo di Luca, finisce in modo anche abbastanza più cruento: decidono di buttarlo giù dalla rupe del villaggio. Quindi la prima predica che fa a Nazaret è col lancio del predicatore dalla rupe: bel risultato!

Ecco, e l’incredulità, come la cura, Dio? La cura esattamente con la nostra incredulità: lui finirà in croce, perché non gli abbiamo creduto, come bestemmiatore e malfattore e proprio il suo finire in croce è la medicina omeopatica, che ci salva; cioè mostra che anche se lo uccidiamo, lui ci ama, allora puoi aver fiducia, dà la vita per noi, allora veramente è Dio, perché Dio è uno che dà la vita, non uno che la toglie.

Dio è Uno che ama senza condizione, allora posso aver fiducia, Dio non è quello che pensava Adamo, che è uno che ti vuol fregare e giudicare, no, Dio addirittura si è fatto totalmente uguale a noi, per dirci che anche noi siamo come Lui.

E guardate che incarnare il cristianesimo in questa quotidianità, nella carne, è proprio il cristianesimo della liberazione dalla falsa immagine di Dio e di uomo ed è la divinizzazione dell’umanità e del mondo.

E noi facciamo eucarestia, tutta la nostra liturgia, eucarestia, per ringraziare di che cosa? Di questo corpo dato per noi e noi mangiamo, nel senso che ci alimentiamo, viviamo di questo corpo, attraverso la parola che ce lo fa conoscere, in modo di essere  questo corpo.

questo corpo che abbiamo preso, perché ognuno di noi l’ha preso, rendiamo grazie, ringraziamo perché ce l’ha dato, e siamo capaci di donarlo a nostra volta e questo è il circolo della vita: prendere come dono d’amore e sapere dare per amore, questa è la vita stessa di Dio, che viviamo nel corpo, siamo il tempio di Dio, il corpo di Dio.

P. Silvano Fausti

 

 

Ed era per loro motivo di scandalo

Prima lettura   Ez. 2,2-5

«Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro». Si può anche scegliere di non prestare ascolto alla voce del profeta ma ognuno è responsabile delle sue scelte, dei suoi si e dei suoi no. Una cosa è certa: la parola del profeta che è parola di Dio, è vangelo si realizza sempre. Il profeta viene per dire che il Signore è pronto alla riconciliazione, a condizione che ci si converta e si ritorni nell’alleanza. In Ezechiele il Signore vuole essere ancora una volta misericordia, bontà. Ma ormai il popolo è troppo inoltrato nel male. Questo è divenuto la sua stessa natura. Perché allora il Signore manda il profeta? Perché sempre qualcuno potrebbe ancora pentirsi. Non ci accada di chiudere l’orecchio alla Parola del Signore.

Seconda lettura: 2Cor. 12,7-10

Mi vanterò delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Il Signore aveva rivestito San Paolo di tanti doni, di un grande zelo per il Vangelo e la missione apostolica. Per tutti questi doni potrebbe insuperbirsi. Ognuno potrebbe cadere in questo gravissimo peccato. Nella superbia Dio si ritira e l’uomo rimane nudo con la sua miseria spirituale. Il Signore non vuole che Paolo da strumento di vita, per la sua superbia si trasformi in strumento di morte. Per questo permette che sia tormentato da una spina nella carne. Qual è questa spina? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che San Paolo per tre volte prega di esserne liberato. Ogni spina provoca dolore e fastidio. Gesù lo rassicura: la sua grazia basta per sopportare la spina quindi la dovrà portare con se per tutta la durata dell’esistenza terrena.

Vangelo Mc. 6,1-6

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

In ogni cosa Dio è creatore dell’uomo. Dal nulla lo crea e ogni giorno lo fa grande. Anche Gesù è stato fatto grande dal Padre. È stato Lui a colmarlo di Spirito Santo. È stato Lui ha riversare nel suo cuore tutti i suoi doni divini. Tutti lo ascoltano e tutti si stupiscono. Nonostante ciò che sentono e vedono si fermano all’umano, alle origini umili. Ma perché, Dio non può fare ciò che vuole con chi vuole? La storia ci insegna che si serve degli umili per rovesciare i potenti, si serve dei piccoli per confondere i grandi. Questa verità mai dovrà essere dimenticata. Qualsiasi persona il Signore potrà raccogliere dalla polvere della sua pochezza e farne uno strumento della sua gloria. Anzi è proprio dall’umiltà che il Signore agisce. La Madre di Gesù non canta al Signore la sua umiltà? Non dice Lei che il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva e per questo ha fatto grandi cose per Lei l’Onnipotente? Gesù non costituisce suoi apostoli gente semplice, umile, senza alcuna ricchezza materiale?

don Francesco Cristofaro

 

 

Prima lettura: Ezechiele 2,2-5

Nei capp. 1-3 del libro di Ezechiele troviamo raccolte alcune visioni avute dal profeta Ezechiele: la visione del «carro del Signore», che indica la mobilità di Dio che segue il suo popolo dovunque, anche in terra di esilio (1,4-28; 3,12-16) e la visione del libro, che sottolinea come le parole dette dal profeta sono in realtà parole di Dio (2.1-3,11). Si ritiene che la visione del libro fosse quella inaugurale, legata cioè alla visione di Ezechiele (nel 593 a.C.). La nostra breve I Lettura contiene appena gli inizi di questa suggestiva scena programmatica, in cui il Signore ordina al profeta di mangiare e assimilare il libro, ossia la sua Parola.

Questi quattro versetti (vv. 2-5) andrebbero integrati nell’insieme della visione, per meglio coglierne la valenza profetica.

— Nella loro brevità, contengono preziose indicazioni sulle tre fondamentali coordinate di ogni missione: il mandante, il mandato, i destinatari.

Mandante, colui che manda Ezechiele («io ti mando», v. 3) è il Signore Dio. Qui il profeta non lo contempla direttamente ma attraverso alcuni segni della sua presenza: uno spirito (= ruah) o forza divina che lo solleva e lo rende capace di ascolto (v. 2), la parola o voce (v. 3), una mano tesa contenente un rotolo (v. 9). Segni che velano la vera identità di Dio e ne sottolineano il mistero, la trascendenza.

Mandato è il profeta, caratterizzato frequentemente (più di 90 volte) qui e altrove, come Figlio dell’uomo, figlio di Adamo tratto dalla terra, e pertanto essere debolefragileeffimero. Nonostante questa sua condizione di estrema debolezza, il profeta è abilitato a parlare in nome di Dio, a riferirne le parole: Dice il Signore Dio (v. 4). Il fatto che il profeta è mandato ed esercita la sua missione («un profeta si trova in mezzo a loro», v. 5) dimostra — di per sé e indipendentemente dall’ascolto che avrà («ascoltino o non ascoltino») che Dio è presente nella storia del suo popolo e veglia sul suo piano salvifico. Il fatto stesso della presenza di un profeta prova l’interesse di Dio per il suo popolo.

Destinatari della missione sono gli Israeliti, storicamente gli esuli delle 10 tribù del nord ed il resto del regno di Giuda. La storia lunga della loro infedeltà, considerata sia nel passato («i loro padri») che nel presente («di me fino ad oggi», v. 3) è caratterizzata come storia di ribelli non contro una legge o un patto, ma «contro di me» (cf. v. 5).

Tre espressioni caratterizzano l’infedeltà degli israeliti:

- si sono rivoltati contro di me (v. 3), per la precisione si tratta del gesto arrogante con cui il suddito rifiuta il vassallaggio al proprio sovrano;

- hanno peccato (v. 3), cioè hanno trasgredito precisi obblighi e statuti che avevano con me;

- figli testardi e dal cuore indurito (v. 4). Alla lettera: impudenti di faccia e duri di cuore. Il peccato si traduce in un duplice indurimento, interiore (cuore) ed esteriore (faccia), che solo un cuore di carne (cf. Ez 36,26) potrà eliminare.

Seconda lettura: 2 Corinzi 12,7-10

Ci troviamo all’interno della terza sezione della 2Cor, rappresentata dai capp.  10-13. È una sezione particolare che si può definire globalmente Apologia di Paolo (come fa la Bibbia di Gerusalemme) dai toni violenti e sferzanti: l’Apostolo difende il suo ministero contro alcuni «falsi apostoli» (11,13) che lo accusano e lo screditano davanti alla comunità di Corinto. L’Apostolo parla anche di se stesso, facendo in certo qual modo il proprio elogio. La lettura odierna rappresenta un momento importante di questa confessione autobiografica (11,22-12,13), riconoscendo che dietro la sua debolezza agisce la potenza di Dio (12,7-10).

Siccome precedentemente ha parlato di favori e rivelazioni, Paolo parla ora di una prova particolare destinato a evitare che egli monti in superbia (v. 7).

Il breve brano presenta alcuni punti, che vanno chiariti. Consideriamo le seguenti espressioni:

a) una spina nella carne, termine enigmatico, variamente interpretato nella storia dell’esegesi: malattia cronica, persecuzioni (padri latini e greci), tentazioni contro la castità (Gregorio Magno), ecc. Oggi si tende a vedere nella «spina» una malattia che poneva intralci e ritardi al ministero di Paolo.

b) un inviato di Satana, inteso in senso metaforico, esprime la convinzione ebraica secondo cui prove, disgrazie, sofferenze, vengono non da Dio, ma da Satana. È la stessa concezione che troviamo nel libro di Giobbe (cf. Gb. 2.6).

c) mi vanterò, mi compiaccio (vv. 9.10), sono verbi che dovrebbero avere come oggetto realtà gloriose: vittorie, virtù, imprese, ecc. Paradossalmente qui hanno come oggetto delle condizioni di cui umanamente ci si vergogna: «debolezze», «infermità», «angosce», ecc.

d) quando sono debole, è allora che sono forte (v. 10). Altro noto paradosso.

Questi paradossi esprimono questa convinzione di Paolo: è la potenza salvifica di Cristo che opera in lui quando è debole. Ecco perché non solo accetta le prove, ma addirittura si vanta e si compiace in esse.

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Dopo una serie di prodigi culminati nel racconto di una risurrezione (c. 5) si direbbe che Mc comincia a preparare il destino di condanna e di morte, cui Gesù va incontro, narrando le reazioni di scetticismo e di rifiuto che egli affronta nella sua stessa patria (6,1-6), cioè a Nazaret. È questo il brano del Vangelo di questa domenica.

— Lo stupore, in senso scettico, che l’insegnamento di Gesù desta nei suoi compatrioti, si esprime in una serie incalzante di cinque domande (vv. 2-3). Esaminiamone distintamente il senso:

a) Prima domanda: Da dove gli vengono queste cose? (v. 2), «queste cose» sono le cose che insegna. L’insegnamento di Gesù potrebbe avere diverse origini, ed il dove? varie risposte: dal cielo o dagli uomini (cf. Mc. 11,30), da Satana (3,22.30), ecc. Il fatto che, pur conoscendone il nome, i suoi compatrioti lo indichino ripetutamente dicendo «costui» esprime distanza e dubbio.

b) Seconda domanda: dietro l’insegnamento c’è un certo tipo di sapienza che secondo gli ascoltatori egli non possiede da sé, ma gli è stata data. Questo passivo esige un completamento, un agente: sapienza data da chi? Le risposte possono essere due: o da Dio (passivo «divino»), o da Satana (passivo «diabolico»). Il fatto che i compatrioti si scandalizzino di lui (v. 3) indica che essi pensino alla seconda, non alla prima, possibilità.

c) Terza domanda, relativa ai prodigi cui si assiste (vedi cap. 5). Se i prodigi avvengono attraverso le mani del taumaturgo, la domanda che ci si pone è: chi opera questi fatti tramite Gesù? Se si esclude che egli sia il Messia, non resta altra risposta che questa: non Dio, ma il diavolo opera questi strani miracoli.

d) Quarta e quinta domanda, partono dall’origine di Gesù, nota a tutti, per affermare che non può essere il Messia, che invece — secondo la tradizione ebraica — non sarebbe stato conosciuto da nessuno, date le sue origini misteriose. Di Gesù si indica prima la nota professione personale, il falegname (non «il figlio del carpentiere» come in Mt. 13,55), e poi le persone della sua parentela: figlio di Maria (probabilmente è avvenuta già la morte di Giuseppe), con «fratelli» e «sorelle» (congiunti) a tutti noti.

— Ed era per loro motivo di scandalo (v. 3). «Scandalizzarsi» propriamente designa una caduta provocata da un inciampo (skándalon). Nel Nuovo Testamento spesso questo termine lo si indica in senso religioso, un’occasione di peccato, una seduzione all’apostasia e all’incredulità. Gesù diventa occasione di scandalo per i suoi compaesani, perché in certo senso ne provoca la caduta (peccato di incredulità) con il suo insegnamento e le sue azioni.

— Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria (v. 4). Indirettamente e senza grosse polemiche, Gesù reagisce enunciando il principio del profeta disprezzato in patria; e non solo nel suo paese natio, ma anche tra i suoi parenti e nella sua stessa famiglia. Marco accentua questi due ultimi termini (parentela, famiglia) radicalizzando così il rifiuto che Gesù ha trovato tra i suoi (vedi 3,21). Dicendo «un profeta» e attribuendo a sè tale detto, in qualche modo Gesù rivendica la dignità e le prerogative del profeta escatologico rifiutato dagli altri.

— E lì non poteva compiere nessun prodigio (5a). Frase apparentemente in contrasto con quella che segue: impose le mani a pochi malati e li guarì (5b). In realtà, l’evangelista non vuole assolutizzare il principio che l’incredulità escluda del tutto i miracoli e paralizzi la compassione di Gesù. Con il v. 5b vuole lasciarci un’impressione positiva.

— Si meravigliava della loro incredulità (v. 6). Anche se ha enunciato il principio del v. 4 (un profeta non è disprezzato che…). Gesù prova un certo stupore verso l’incredulità dei suoi. Questo vuol dire che, benché sia di regola così, l’incredulità non è, per lui un fatto scontato, da accogliere con supina rassegnazione.

Meditazione

La pagina evangelica di questa domenica ci narra la visita di Gesù alla sua città natale. È la prima volta che Gesù, dall’inizio del suo ministero pubblico, fa ritorno nella sua patria. A Nazaret «era stato allevato» (Lc 4,16) e aveva trascorso i primi trent’anni della sua vita (cfr. Lc. 3,23), conducendo un’esistenza segnata dall’ordinarietà e dalla condivisione del comune destino dei suoi abitanti. Gli evangelisti non ci dicono pressoché nulla di questi anni di vita ‘nascosta’ e noi non possiamo far altro che prendere atto di questo riserbo rispettando un silenzio che, forse, la dice lunga sulla ‘serietà’ di quel mistero che noi chiamiamo incarnazione.

Possiamo immaginare la curiosità e l’animazione dei nazaretani nel rivedere un loro concittadino diventato tanto ‘famoso’ negli ultimi tempi (già dopo il primo miracolo a Cafàrnao si dice che «la sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea»: Mc 1,28). Una curiosità che si tramuta in stupore appena cominciano a sentirlo parlare nella loro sinagoga, nella consueta celebrazione liturgica sabbatica. «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data?…» (vv. 2-3). L’evangelista accumula qui una serie di ben cinque domande per dare corpo a tutta la meraviglia degli abitanti di Nàzaret: come è possibile che quest’uomo parla in questo modo e compie tali cose? Lo conosciamo bene tutti: è uno di noi…! E così lo stupore iniziale cede subito il passo a un atteggiamento di scetticismo e di incredulità: «Ed era per loro motivo di scandalo» (v. 3b). È lo sconcerto di chi non riesce a mettere insieme una sapienza e una potenza che si reputa non possano venire altro che da Dio con le modeste e umili origini di colui che è conosciuto come «il falegname, il figlio di Maria» (v. 3a). Come può il divino conciliarsi con un umano così ‘umano’? Come può Dio manifestarsi in una realtà così quotidiana e familiare? La presunta conoscenza di Gesù da parte dei nazaretani è l’ostacolo più grande alla loro apertura di fede, a una fede che si apre a un ‘oltre’ che travalica l’immediatezza della propria esperienza quotidiana, pur non negandola. «La meraviglia è un pochino sempre a doppio esito: c’è la meraviglia che vuol capire, che si lascia educare a capire. […] E c’è invece la meraviglia che non nasce dall’intelligenza, cioè dalla volontà dell’uomo di capire, di piegarsi e di incontrare la verità o comunque ciò che gli si manifesta: ma è la meraviglia della ragione, che conduce a misurare questa cosa secondo il metro che sono io. Questa meraviglia conduce all’incredulità e al rifiuto, mentre la prima conduce all’ammirazione, si lascia educare dall’avvenimento, si lascia piegare» (G. Moioli).

È  significativo che a questa meraviglia incredula faccia eco l’amara meraviglia di Gesù: «E si meravigliava della loro incredulità» (v. 6a). Gesù non riesce a capacitarsi che si possa arrivare a un tale livello di incredulità. E proprio tra i suoi parenti, nella sua casa, nella sua patria… Sembra una costante nella storia della salvezza, ma proprio i più vicini, coloro che dovrebbero conoscere meglio l’inviato di Dio, che vantano con lui una certa familiarità, sono quelli che meno accolgono il suo messaggio, che più si chiudono alla sua azione. Ne sono testimonianza le parole disincantate che il profeta Ezechiele riceve da parte del Signore: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli… Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito…» (Ez 2,3-4; prima lettura). Il detto popolare, citato da Gesù, sul profeta disprezzato tra i suoi (cfr. Mc 6,4) è una conferma di questo atteggiamento di ‘ribellione’ del popolo al quale Dio manda i suoi messaggeri. Si potrebbe dire che Gesù è sì stupito e sorpreso di questo rifiuto, ma non impreparato: conosce, infatti, la sorte di tutti i profeti che lo hanno preceduto.

In questo clima di incredulità Gesù non può compiere alcun miracolo. La non-fede degli abitanti di Nàzaret ha il triste effetto di ridurre all’impotenza Gesù («E lì non poteva compiere nessun prodigio»: v. 5a); al contrario della fede della donna emorroissa e del capo della sinagoga Giairo (cf. Mc. 5,21-43), che permettono a Gesù di sprigionare tutta la sua potenza salvifica, capace persino di risuscitare i morti! La fede può tutto (cf. Mc. 9,23), l’incredulità invece rende impossibile ogni opera di Dio. I gesti e i prodigi che Gesù compie sono sempre in vista della fede e in risposta a essa; per questo non ha alcun senso un miracolo fuori dall’’ambito vitale’ in cui solamente esso può avvenire.

Tuttavia, prima di lasciare la sua città, Gesù riesce a compiere qualche guarigione (cfr. v. 5b), segno che il rifiuto non è stato totale: qualche barlume di fede si è trovato anche lì, tra i suoi compatrioti. L’insuccesso sperimentato non ferma la ‘corsa’ del vangelo: a dispetto di tutto, Gesù continua a percorrere i villaggi della Galilea portando a tutti la sua parola di vita. Anche da profeta inascoltato e disprezzato continua a diffondere con fiducia il seme del vangelo.

Un’ultima osservazione circa la ‘parentela’ di Gesù. Già in Mc. 3,33 Gesù chiedeva ai suoi ascoltatori: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Conosciamo la risposta che lo stesso Gesù da subito senza aspettare la reazione dei suoi interlocutori. Qui a Nàzaret, dove Gesù giunge con i suoi discepoli (la sua ‘nuova famiglia’), si fa ancora più acuto il contrasto tra parentela ‘carnale’ e parentela ‘di fede’. La prima non è negata, né  disprezzata, ma, ai fini della comunione con il Signore, deve sfociare nella seconda. Perché il solo legame che rende ‘familiari’ del Figlio dell’uomo è l’obbedienza della fede e l’ascolto sincero della parola di Dio.

don Jesús García Manuel

 

 

Venne nella sua patria

In quel tempo, 1 Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Il brano odierno ci propone di ravvivare la nostra fede in Gesù come Colui che è inviato dal Padre. Egli si presenta a noi nel quotidiano dipanarsi della vita, nella consuetudine dei gesti, del lavoro, delle relazioni. Non offre segni spettacolari, non urla da un palco, non tiene comizi, non ha alcun segno di potere. Si fa vicino, annuncia la Parola, semina guarigione, apre il cuore all’accoglienza, si confonde tra la folla come uno di noi. Dobbiamo scegliere se dargli credito e consegnargli la vita oppure lasciarci plagiare da idee contrarie, propugnate da chi detiene il potere, che influenzano il nostro libero giudizio sulle cose e sulle persone.

L’evangelista Marco dice che “Gesù venne nella sua patria”. Non parla di Nazareth, perché estende a tutta la nazione di Israele l’atteggiamento di rifiuto che Gesù subisce a causa delle autorità avverse a lui: se lo riconoscessero davvero come Dio, perderebbero l’influsso e il prestigio sul popolo.

Gesù ha costituito un gruppo di discepoli che condividono la sua stessa vita e lo seguono nella sua predicazione itinerante, passando di villaggio in villaggio. Con essi fa ritorno in famiglia.

 

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti

“Si mise a insegnare nella sinagoga”: ogni ebreo di dodici anni compiuti (età in cui diventa bar mitzwah, “figlio del comandamento”), ha la possibilità di leggere le Scritture e di spiegarle. Mentre per noi questo compito è riservato al “ministro ordinato”, presso gli Ebrei la funzione è aperta a qualsiasi laico, senza essere un sacerdote o un rabbino riconosciuto ufficialmente. Anche Gesù si alza a proclamare la Parola e a spiegarla, come comunemente avveniva ogni sabato nella sinagoga.

Nel primo capitolo del vangelo di Marco (1,21), l’evangelista narra che Gesù insegnava nella sinagoga di Cafarnao ed aveva ricevuto una grande accoglienza. Tutto diverso nel suo paese, dove, per la seconda volta, entra ad insegnare. Qui la gente, pur rimanendo stupita, lo rifiuta.

Il popolo a cui Gesù si rivolge è un popolo sottomesso alle autorità. Deve pensare come i capi decidono e insegnano. Il rifiuto della persona e dell’insegnamento di Gesù è conseguenza dell’atteggiamento di ripulsa dei responsabili e il popolo non può permettersi di discernere in autonomia. È questo il peccato contro lo Spirito Santo: rifiutare la verità.

 

e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?

I paesani di Gesù si trovano davanti una persona che hanno visto crescere nel tempo, secondo le leggi della natura. Non credono nella sua divinità. Essi attendevano segni straordinari dal Messia che sarebbe venuto a salvarli da una situazione politica di oppressione. Gesù, umile e semplice, che non si impone con la forza, che non esercita violenza, è deriso e offeso. Per quanto operi miracoli, non viene riconosciuta la sua origine divina, né la straordinarietà della sua persona.

Nella sua predicazione Gesù aveva gettato il discredito contro i capi ebrei e questi avevano accusato Gesù di guarire la gente in nome del principe dei demòni. Ora la gente, indottrinata, crede quanto è loro stato detto e dubitano di Cristo.

 

Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di

Il popolo crede quello che è stato loro insegnato dagli scribi e dai farisei e non si aprono alla divinità di Gesù, tanto che non dicono nemmeno il suo nome, ma ne parlano come “il falegname”, disprezzandolo. Il ritorno a Nazaret, dove era vissuto fino ai trent’anni circa, costituisce un fallimento.

 

“Figlio di Maria”: non dicono che Gesù è figlio di Giuseppe, ma di Maria. Un figlio veniva sempre chiamato con il nome del padre, anche nel caso in cui costui fosse defunto. Dicendo che è figlio di Maria offendono Gesù, mettono in dubbio la paternità, la ritengono incerta. Citano anche il clan, elencando il nome dei parenti, per i quali diventa una vergogna, uno scandalo: “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô).

Marco aveva già riferito che i suoi familiari erano andati in Galilea per prenderlo e portarlo via (cfr. Marco 3,21), ritenendolo “fuori di sé” (éxo). Ora anche i paesani, che pretendono di conoscerlo perché ne hanno visto le origini, non colgono la novità di vita che Egli porta, lo disprezzano e lo rifiutano.

 

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Gesù afferma amaramente che il destino dei profeti è quello di non essere creduti, perché aprono ad una conoscenza di Dio più ampia e più spaziosa, mentre le autorità si chiudono nelle loro certezze, nelle visuali anguste, nella precettistica comoda, nel dominio delle coscienze. Gli ebrei rifiutano di riconoscere Dio che si manifesta nella semplicità, nel presente, nella novità. I capi religiosi e politici impediscono loro stessi di riconoscere Gesù come il Cristo, per non perdere l’autorità acquisita e il proprio dominio sulle coscienze.

 

E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. 6. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno,

Si realizza quanto dice Giovanni nel suo vangelo: “Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto”(Giovanni 1,11).

Gesù constata amaramente la diffidenza e l’avversione dei suoi confronti.

Anche se guarisce qualche malato, il passaggio dall’incredulità alla fede non avviene. Proprio perché manca la fede, Gesù non è creduto ed è ridotto all’impotenza. Tuttavia non si arrende: rimane fedele alla sua missione, si reca in altri villaggi, continua a predicare e a compiere il bene, a diffondere la vita.

Il Vangelo di oggi interpella la nostra fede. Le origini di Gesù sono umili: il padre è artigiano, la madre si occupa della casa come fanno tutte le donne del tempo. Egli vive con i membri del suo clan, cresce imparando un mestiere, si guadagna da vivere. Avviene un cambiamento ad un certo punto quando segue la sua vocazione e inizia la predicazione itinerante.

Gesù ha il coraggio di proclamare apertamente (parrhesía) quello che gli altri non osano dire, di pensare secondo Dio e non secondo gli uomini. Insegna cose divine, rimanendo semplice uomo. È Dio e uomo insieme. Non è il Dio che castiga con potenza, ma è il Dio che si piega a lavare i piedi. Non è il Dio che condanna, ma il Dio che salva perdonando. Non è il Dio che distrugge i nemici,  ma il Dio che sale sulla croce per dimostrare il suo amore. Non è il Dio che chiede sacrifici, ma è il Dio che si offre in sacrificio. È il Dio fuori dalle categorie umane pensate fino ad allora. È deriso, perseguitato, condannato, ucciso, ma poi è risorto! La vittoria del bene sul male si realizza in Gesù e per mezzo suo avviene anche in noi.

Possiamo seguirlo come Colui che ci guida al Padre, oppure fermarci a considerare la debolezza del suo essere fragile uomo, proveniente da un oscuro villaggio di Israele, misconoscerlo e ritenerlo solo un personaggio storico. Sta a noi la scelta.

Ecco perché invochiamo lo Spirito Santo: ci aiuti a proclamarlo con Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”, ci aiuti a fidarci di Lui ogni istante della nostra vita e ci renda coraggiosi testimoni della Sua risurrezione.

suor Emanuela Biasiolo