Il racconto evangelico è semplice e scarno. Il ministero di Gesù in Galilea si conclude con un fallimento, col rifiuto da parte dei suoi concittadini. Eppure l'inizio era stato buono. Lo stupore di fronte alla sapienza e ai miracoli di quell'uomo, che credevano di conoscere tanto bene, aveva portato gli abitanti di Nazaret a porsi la domanda giusta, che avrebbe potuto condurli alla fede: "Donde gli vengono queste cose?". Sarebbe bastato che si ricordassero di ciò che era stato annunciato da Mosè: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto" (Dt 18,15). Per parlare agli uomini, normalmente Dio sceglie delle persone che sono loro vicine. La fede degli abitanti di Nazaret, invece, si arresta proprio davanti al carattere consueto e familiare della presenza di Gesù: non è così che essi immaginavano un uomo di Dio, un profeta.

Anche Gesù rimane sorpreso: di fronte al loro scetticismo, si trova come disarmato, incapace di fare miracoli... Questo racconto può insegnarci due cose. In primo luogo, che si può paralizzare una persona, ridurla all'impotenza, semplicemente non dandole fiducia, buttandole addosso il peso di un giudizio preconcetto. Quante energie soffocate, quanti scoraggiamenti, quanta gioia distrutta dai nostri giudizi decisi e inappellabili su coloro che crediamo di conoscere!

Troppe volte, nello sguardo che rivolgiamo agli altri, non c'è posto per la speranza... Ma c'è un altro insegnamento che dobbiamo raccogliere. Anche per parlare a noi, Dio non si serve di gente fuori dal comune, ma di persone qualsiasi, in cui dobbiamo riconoscere la presenza imprevedibile del suo inviato. L'ospite, il vicino, l'ammalato, lo straniero, l'amico, il nostro prossimo insomma: l'incontro con l'altro può essere un momento di grazia, se il nostro cuore è aperto e disponibile. Per manifestarsi, davvero Dio ha bisogno degli uomini.

"Vienna International Religious Centre"

 

 

Un falegname faccia il falegname che pretesa credersi dio!

Non esiste uomo che non sia morto o che non muoia. Gesù è morto come tutti, quindi non è Dio. Vero o falso?

Quel falegname di Nazaret chiamato Gesù

+ Davanti a un grande profeta come Ezechiele, tutti si tolgono il cappello. Davanti a un Giovanni Battista, anche. Senza parlare di Mosé, di Aronne, di Giosuè, di Davide...

+ Ma davanti a un falegname che già da "bambino non ha mai rivelato niente di speciale e che nel suo campo non ha prodotto o inventato nulla di nuovo, come per esempio una macchina moderna super-accessoriata di falegnameria, come dargli retta quando sembra voglia dichiararsi figlio di Dio? MA CHI SI CREDE?

+ Avesse almeno tanti soldi, tanti eserciti, tanto potere militare da far fuori Roma e l'imperatore... Niente! Quindi non è quello che si crede. Sì, parla bene, dice Luca; ma tra il dire e il fare, ecc...

+ E poi il suo albero genealogico non ha nulla di araldico. Peggio ancora!

+ Però di sabato nella sinagoga, non soltanto legge LA PAROLA, ma si mette in cattedra come IL MAESTRO DI ISRAELE. Nessuno nega che sappia parlare da esperto. Ma... è uno di noi, come noi e basta. Cioè, torni a sedersi tra i banchi.

Reazione di Gesu:

"SI MERAVIGLIAVA DELLA LORO INCREDULITA'".

Qualcuno, in seguito, gli darà fiducia, fino a credere pienamente che oltre ad essere uomo-falegname-ebreo, è prima ancora FIGLIO DI DIO. Parlo degli Apostoli e di un acerrimo nemico: PAOLO di Tarso, che scopre il proprio "niente", ma anche una forza divina proprio grazie a quel falegname. Con il noto seguito.

Chi ha ragione: i popolani di Nazaret, increduli, o i pescatori del lago e il convertito Saulo di Tarso?

Se hanno ragione i secondi, poveracci i primi.

Se hanno ragione i primi, i secondi sono dei fanatici.

OGGI, nel nostro PAESE

- I seguaci del Nazareno sono in calo, e meno ancora sono i suoi servitori che vogliano fare i suoi ministri-sacerdoti.

- Non parliamo degli anziani che han capito pochino del suo messaggio e che si accontentano - non tutti! - di un discepolato di facciata, senza anima, senza "innamoramento" di quel Gesù.

- Se parliamo di giovani e persino di ragazzi, le cose peggiorano. Primo: perchè non c'è più tempo. Secondo, perchè la capacità di ricerca è tutta rivolta alla scienza per il guadagno, non alla ricerca del senso ultimo del nostro vivere quotidiano come pure della ruota della vita. Sembra di essere tutti in treni Alta Velocità, sempre in aumento, ma non si conosce la stazione di partenza, peggio ancora quella d'arrivo. Si finirà tutti insieme sotto ... "un treno"?

EBBENE...

+ Quel falegname è FIGLIO DI DIO! Per questo parla tanto bene e con autorità. Fa tanti miracoli perchè è Dio, non un super-man o un prestigiatore, un mago, un imbroglione.

+ Quel falegname è superiore ad Ezechiele, a Mosé, a Davide... e si dichiara Creatore e Signore. Le cose sono due: o lui è un esaltato, o noi siamo degli incoscienti creduloni! Meglio non entrare nel discorso, non schierarsi da qualche parte.

+ Per arrivare ad una conclusione, c'è un problemino da risolvere: i Nazaretani conoscono Gesù, ma non lo amano. Si limitano alla sua anagrafe, ma rifiutano la fede, il mistero, il piano di Dio che si mette a nostra disposizione con AMORE.

Eppure Dio si autolimita nell'umano, si riduce al terreno, si condensa in un tempo e in un luogo. Che motivo ha avuto per farlo?

Risponde Paolo, che cade a terra, non tanto dal cavallo, ma dalla sua superbia: riconosce di essere debole, un soffio, un niente, mentre dall'altra parte quel Gesù che perseguitava gli infonde quell'energia misteriosa che portava dentro il proprio umano: "Mi vanto delle mie debolezze... perchè dimori in me LA POTENZA DI CRISTO; quando sono debole, è allora che sono FORTE!".

Paolo arriva alla grande scoperta: QUEL NAZARENO

+ ha un valore universale: è Signore di/per tutti;

+ ha un valore assoluto: è SIGNORE PER SEMPRE.

Gesù non accetta di essere il mago che ci risolve tutti i problemi contingenti della vita. Vuole essere IL SIGNORE. Gesù non è da mettere in fila con guru, saggi, maghi, filosofi, moralisti che di "etica" non ne sanno nulla, ma molto di soldi! Tanto meno è un politico, un banchiere, un Presidente.

E' FIGLIO DI DIO, è FIGLIO DI MARIA, è Cristo, è Signore. TUTTO!

Non mi resta che piegare non tanto le ginocchia, quanto la mente, per entrare in un rapporto profondo-intimo con LUI, che dichiaro mio Maestro, Salvatore, Giudice, Re nel REGNO.

Cristo lo trovi in Chiesa, nell'Eucaristia, nella tua stanza! Non fare lo "gnorri" come i Nazaretani! Adoralo e seguilo!

 

 

E' solo un falegname?

I titoli di studio un tempo valevano moltissimo per la propria immagine. Forse oggi la nuova generazione li tiene meno in conto, perchè l'importante è essere innovativi. E l'innovazione vale se rende in soldoni, in titoli bancari.

Dove aveva studiato Gesù se passava tutta la giornata nella falegnameria di suo papà Giuseppe? Non c'erano scuole serali. E poi a Nazaret non c'erano scuole specializzate per creare rabbini, maestri della legge. Quindi Gesù - il falegname - era un abusivo. Certo parlava bene, sapeva spiegare bene la Sacra Scrittura, Mosé e i Profeti; certo, diceva cose nuove straordinarie. Ma era un semplice artigiano falegname.

Un giorno ebbe il coraggio di affermare che quello che stava leggendo si riferiva direttamente a LUI. Si decise di buttarlo giù per il noto precipizio di Nazaret, 40 metri! Strano, miracolo o no, sgusciò fuori dalla folla inferocita e si salvò. Quindi Gesù avrebbe fatto miracoli anche per se stesso...

Il Vangelo di Marco è molto più succinto di Luca in questo avvenimento. Ma la conclusione è la stessa: è un semplice falegname. Bisogna punirlo severamente per la sua arroganza!

"E Gesù si meravigliava che quella gente non avesse fede in Lui", dice Marco. Chissà, forse era un autodidatta, ma non un "teologo" con titolo. Quindi non era "credibile". O forse quella gente non voleva essere "credente"?. Ecco il punto!

Papa Giovanni Paolo II sì che era credibile con la sua pastorale oceanica e d'alto livello pubblicitario! Benedetto XVI è un semplice e marginale teologo, con scarsa credibilità!

Ma di questi discorsi se ne possono sentire in tutte le salse, dimenticando la problematica che sottende: c'è sempre un motivo plausibile pur di non credere e impegnarsi a cambiare vita radicalmente. Il papa polacco non è responsabile della storia attuale. I responsabili sono coloro che credono di avere titoli per guidare l'umanità, ma non si sono convertiti. Del resto il polacco era un polacco! Gesù "mediatico" era pur sempre un falegname. Insomma le scuse per non credere ci saranno sempre.

Davvero Gesù non aveva "titoli"? Se davvero è il Messia, la Bibbia gli dà una lista di titoli incredibile, e San Gregorio di Nissa ce li presenta riprendendo Antico e Nuovo Testamento:

. Il Gesù falegname è Cristo, forza e sapienza di Dio.

. E' pace e luce . E' espiazione e redenzione . E' Gran Sacerdote . E' la nostra Pasqua . E' salvezza nostra . E' splendore del Padre. E' gloria ed immagine della Divinità.

. E' creatore di tutto. E' cibo e bevanda spirituale. E' pietra angolare. E' acqua viva. E' immagine del Dio invisibile. E' sommo Dio. E' capo del Corpo-Chiesa. E' principio della nuova creazione. E' primizia di coloro che si sono addormentati. E' esemplare dei risorti. E' primogenito fra molti fratelli. E' mediatore fra Dio e gli uomini. E' Figlio unigenito coronato di onore e di gloria. E' signore della gloria e principio di ogni cosa. E' re di giustizia. E' Re di un regno universale ed eterno. E' figlio di Davide. E' il Messia Profeta. E' Colui che ci battezza in acqua e Spirito. E' Parola di Dio. E' grazia e olio... E' Sacerdote Pontefice. E' il Buon Pastore. E' il germoglio spuntato da Davide e sarà-è RE che regnerà da vero re ed eserciterà il diritto e la giustizia su tutta la terra.

Dice Gregorio che la lista sarebbe più lunga. Ma noi oggi - come i Nazaretani di allora - facilmente lo riduciamo a un semplice e sconosciuto falegname. Non sarà per questo che sta scuotendosi la polvere dai calzari in Italia e in Europa, per "percorrere altri villaggi", stati, continenti?...

C'è da offendersi se un predicatore oggi ci trattasse con i titolacci di Ezechiele contro Israele! "Razza di ribelli! - Figli testardi e dal cuore indurito". Cioè.. bastardi! (Ez. 2,2-5).

Paolo era uno di loro prima. Ma un giorno si "scontrò" proprio con LUI, il Cristo falegname. E ne divenne apostolo strenuo, tanto che nell'apostolato soffriva di un "male" profondo: secondo me la sua spina era l'incredulità degli Ebrei che lo rifiutavano, l'oltraggiavano, lo perseguitavano, lo facevano soffrire. Sicuramente Paolo non aveva - a volte - tutta la dolcezza che la gente si aspettava. Si irritava a vedere tanta diffidenza verso di lui, verso Cristo, verso la Chiesa... E gli dispiaceva. Cristo lo confortava: la presenza di Gesù nel suo cuore era la sua forza. Non le sue idee, la sua oratoria, del resto scarsa! Non il corso da biblista alla scuola di Gamaliele. Il falegname Gesù, detto il CRISTO, ora lo dominava. Anzi, gli chiese una testimonianza radicale: la decapitazione. E il Saulo persecutore divenne IL DEBOLE PAOLO forte di Cristo.

I cristiani oggi non dovrebbero più nascondere la propria identità, soprattutto nella vita familiare e sociale. Noi non ci vantiamo di titoli, ma di Gesù Cristo. La forza non ci viene dalle "nostre idee", percorsi, progetti, ma dal Cristo presente in noi, mediante la Parola e l'Eucaristia. Il vero cristiano lo si incontra per le strade. Si nota subito quando è "abitato" da Cristo! Nonostante i testardi nazaretani di oggi, sempre più "pride"- orgogliosi e numerosi. Ancora per poco...

padre Tiziano Sofia sdb

 

 

Nella presentazione dell'evangelista la visita di Gesù a Nazareth termina una prima tappa del suo ministero pubblico: lo stupore delle masse per il suo insegnamento ed autorità cede il passo all'incredulità delle loro convinzioni. Si intravede qui un fatto storico che Marco eleva a legge universale: la conoscenza di Gesù non conduce necessariamente al suo riconoscimento come Cristo e Figlio di Dio; la familiarità con la sua persona non porta sempre alla fede; quelli che più sanno su Gesù non saranno testimoni dei suoi portenti; conoscerlo troppo li ha impossibilitati a sperare meraviglie da parte sua. La cosa peggiore sarebbe che quanto succedette ai suoi vicini stia succedendo ai suoi credenti. Immaginarsi un Gesù troppo normale, la stessa cosa concepire un Dio troppo divino, può farci perdere l'unico vero Dio, quello che si manifesta attraverso Gesù da Nazareth. Farsi un'idea di ciò che si può sperare di Dio è rifiutarsi di vivere sorpresi, ammirati, trasognati. Ed è, realmente, una pena.

1. LEGGERE

Dopo aver predicato in parabole e guarito senza preferenze di persona, Gesù ritorna alla sua terra, sempre accompagnato dai suoi discepoli. I suoi concittadini si meravigliano non per quello che hanno sentito di lui, bensì di ciò che stanno ascoltando durante la preghiera nella sinagoga. Risulta più che logica la loro incomprensione; precisamente perché sanno da dove viene, dove essi vivono, chi è la sua famiglia e con chi convive giornalmente -, non possono più che, sbalorditi, chiedersi dell'origine di tanta saggezza. Il narratore insiste che l'insegnamento di Gesù viene discusso ripetute volte dai suoi compaesani.

Se, scandalizzati, discutono è perché non possono negare l'evidenza: il loro compaesano sa molto! Solo Gesù spiega quanto succede; la sua affermazione trabocca di buonsenso, ma la conseguenza è deleteria. L'eccessiva familiarità ostacola la fede; un conoscente, per profeta che sia, non è un profeta ben accettato. E dove non c'è fede, non possono farsi miracoli.

E se Gesù permetterà qualche guarigione, sarà prova della sua compassione per alcuni e non per la fede di tutti. Guarisce non perché c'è fede tra i suoi compaesani bensì perché il guaritore è buono. Curiosamente, Gesù si allontana per questa mancanza di fede dai suoi compaesani; sperava, senza dubbio, un'altra accoglienza. E li lascia, perché se non credono in lui non lo meritano, anche se sono abituati a stare con lui. Il non conoscere porta a credere meglio.

2. MEDITARE

Oggi il vangelo ci ha ricordato un fatto della vita di Gesù al quale normalmente ci riferiamo molto: Gesù che aveva abbandonato la sua casa e la sua famiglia, il suo paese e le sue occupazioni, per predicare il regno di Dio, ritorna un giorno ai suoi. Non ritorna solo, è circondato da uomini che condividono con lui vita e la predicazione. Ritorna al suo paese, quello sì, come un uomo famoso; quanto faceva e diceva aveva causato scalpore in Galilea ed è sicuro che era arrivata, agli orecchi dei suoi concittadini, la fama dei prodigi che realizzava.

È più che naturale che i suoi compaesani che credevano di conoscerlo bene perché lo conoscevano dalla sua infanzia, rimanessero sorpresi per la saggezza che Gesù mostrava loro quando, nella celebrazione del sabato, si mise a spiegar loro la Scrittura; trasognati, non potevano spiegarsi come uno di essi sapesse tanto di Dio né riuscivano a credere che avrebbe realizzato prodigi: credere in lui risultava loro difficile, perché credevano di saper tutto su di lui; diffidarono, dunque, perché lo conoscevano bene: aveva lavorato tra di loro, la sua famiglia viveva ancora tra di loro. E non poterono credere a ciò che vedevano i loro occhi: mani che facevano miracoli ed una bocca che insegnava con saggezza. E siccome non potevano credere, Gesù non poté fare nessun miracolo davanti ad essi.

Tanta incredulità causò stranezza allo stesso Gesù e si consolò pensando che 'solo tra i suoi un profeta è sottovalutato'. A noi, tuttavia, può capitare che anche ciò non arrivi a sorprenderci. Ci sembra logico che chi meglio ci conosce meno ci creda; la convivenza e la vicinanza lasciano scoprire con maggiore facilità le mancanze e gli eccessi di qualunque persona. Compreso Gesù. Per quel motivo ci sentiamo inclinati a comprendere ed a scusare i suoi concittadini. Gesù non fece così ma si allontanò a causa della loro mancanza di fede. La meraviglia è che non comprendiamo bene perché non seppero stimare Gesù, per bene che lo conoscevano. La cosa peggiore del caso è che anche a noi ci capita di fare qualcosa di simile con Gesù come quello che succedette ai suoi compaesani.

Anche noi crediamo di sapere ogni cosa di Gesù ed anche noi non ci lasciamo sorprendere per niente di ciò che dice. E benché il suo insegnamento ci attira richiamando qualche volta l'attenzione per il suo radicalismo, continueremo a rispondere a noi stessi che niente di nuovo può dirci qualcuno che conosciamo a memoria. È vero che ci sorprendono quei miracoli che altri hanno ricevuto dalle sue mani; ma il fatto che non li ripeta con noi, gli toglie la credibilità; non possiamo credere che delle mani di lavoratore, di uomo normale, mani come quelle nostre, facciano quello che noi non possiamo. Solo perché crediamo di conoscerlo molto bene, non riusciamo a credere in lui. A noi, cristiani veterani, ci capita, dunque, quello che capitò ai vicini di Gesù: la nostra familiarità con Gesù, il nostro sapere tanto su di lui, sta togliendoci le ragioni per fidarci di lui. E come essi un giorno, paghiamo la nostra incredulità con l'assenza di portenti nella nostra esistenza cristiana.

Per quel motivo, precisamente, viviamo la nostra vita cristiana senza emozione, con routine, senza sorprese, perché crediamo che Dio ci ha detto già tutto quello che doveva dirci e ha fatto per noi tutto quello che ci aveva promesso; Dio non ci sorprende più, perché crediamo di sapere tutto su di Lui. E se ci dicono qualcosa di Lui che non conoscevamo ancora, rispondiamo, come i compaesani di Gesù, con apprensione e sfiducia; quello che non possiamo capire, non possiamo neanche crederlo; quanto non possiamo darci, non l'aspettiamo neanche da Lui. E benché capiamo l'importanza che Gesù ha per altri, quello che Dio dice ancora a loro, di quanto ha fatto per essi, ci interessiamo poco a ciò che significa per noi, perché sappiamo molto su di Lui e non dover cambiare la nostra idea su Dio.

Per darlo per scontato, non riusciamo a conoscerlo meglio. Per esserci abituati a Lui, non riusciamo ad avere una migliore esperienza. Ce lo crediamo familiare e non lo cerchiamo mai. E per non cercarlo, non ci sentiamo uniti a Lui. Ci stiamo privando di Dio, come i compaesani di Gesù, solo perché crediamo che Dio non può essere migliore con noi, né diverso da come lo crediamo. Pensiamo di essere tanto abituati a stare con Lui che non ci lasciamo né sorprendere né speriamo cose migliori da Dio. Un Dio che diamo per conoscente non riesce a sorprenderci; un Dio del quale si sa tutto non ci piace.

E la nostra vita cristiana si riempie di sfiducia: Dio ci defrauda, solo perché lo crediamo alla misura del nostro sapere. Le sue mani non fanno miracoli per noi, solo perché non gli permettiamo che tocchino il nostro cuore: perché non riusciamo ad immaginarci qualcosa di più grande di quello che abbiamo nella testa, migliore del nostro cuore, non gli diamo posto né nella nostra testa né nel nostro cuore. Rimpiccioliamo Dio, perché non osiamo imparare qualcosa di nuovo su di Lui tutti i giorni; ed un Dio piccolo non può entusiasmare. Un Dio conosciuto può essere maneggevole, ma risulta poco affascinante; non dà fastidio, ma neanche sorprese. In fondo, come nuovi compaesani di Gesù, non abbiamo sufficiente fiducia, perché ci eccede l'autosufficienza; né si merita fiducia, perché ci risulta troppo familiare.

La cosa triste del caso è che, anche come quei compaesani di Gesù, stiamo rischiando di non vedere i suoi prodigi. Impossibilitiamo Gesù ad operare meraviglie davanti a noi, - e nel nostro intimo che è la migliore cosa che potrebbe farci -, perché sentendolo parlare sorprende più per la sua saggezza che per la nostra necessità. Semmai, ci domandiamo com'è possibile che dica tali cose e non tanto perché li sta dicendo; a forza di interrogarci da dove gli viene tanto sapere, non notiamo che sa tutto su di noi e che conosce tutti i nostri mali. E siccome non gli crediamo, neanche egli ci fa vedere il suo potere di guarigione: un Dio potente è un Dio garante.

È una pena che Gesù continui oggi, come in quei giorni, a fare più miracoli tra gli estranei che tra i suoi conoscenti, convertendo più facilmente chi l'ignorava e non gli amici. I 'cristiani veterani', i credenti di sempre, sono tanto abituati al loro Dio che hanno perso il rispetto e la venerazione; siamo tanto abituati a quanto si è detto di Cristo che non ci sforziamo di sperimentarlo personalmente. Prendiamo come seria avvertenza quanto accadde coi suoi compaesani: credere di sapere molto su Gesù può essere un ostacolo per credere nella sua persona e per accettare i suoi insegnamenti; darlo per conoscente può privarci di conoscere i suoi miracoli e sperimentare il suo potere. Non per il fatto di essere cristiani siamo sempre meglio preparati ad essere credenti. Sarebbe una pena che, come i più vicini a Gesù un giorno, perdessimo la fede solo perché non la apprezziamo sufficientemente. Sarebbe una pena che ci lasci soli, solo perché lo conosciamo già bene.

Juan Jose Bartolome sdb,

(traduzione: don Nino Zingale sdb)

 

 

La chiesa oggi chiama tutti a essere profeti coraggiosi e audaci, senza farsi prendere dallo scoraggiamento se si viene rifiutati e senza paura per i propri limiti. Così si sono comportati i grandi profeti dell'antico testamento, così hanno fatto Paolo e lo stesso Gesù, profeta del Padre.

La parola di Dio

Ezechiele 2,2-5. il racconto della vocazione del profeta Ezechiele, scelto per una missione difficile tra gli ebrei in esilio. Dice Iahvè: "Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro".

2 Corinzi 12,7-10. Nonostante il suo zelo e la sua passione apostolica, l'apostolo Paolo riconosce le proprie debolezze e i propri limiti. Ma il Signore gli dice di non temere, perché la sua forza si manifesta pienamente proprio attraverso la sua debolezza.

Marco 6,1-6. Gesù insegna nella sinagoga di Nazaret, tra i suoi compaesani. Essi, pur ammirati da ciò che dice e dai miracoli che fa, non accolgono la sua testimonianza, perché conoscono lui e la sua famiglia e questo è per loro motivo di scandalo. Ma Gesù si meraviglia per la piccolezza della loro fede.

Riflettere...

o Nel primo e secondo capitolo del libro di Ezechiele, il profeta ha una visione straordinaria e fantasiosa della divinità. Dio gli manifesta la sua gloria in un turbine di fuoco. Ezechiele sente la voce di un uomo che lo manda a quelli della sua terra, figli testardi e dal cuore indurito. È la narrazione della vocazione del profeta, che si trova con la sua gente in terra di esilio.

o Nel capitolo successivo, il Signore al momento di mandarlo gli fa mangiare il rotolo di un libro, che Ezechiele trova per la sua bocca "dolce come il miele". Il Signore lo prepara in questo modo ma, quasi per consolarlo delle difficoltà che incontrerà, gli dice di non preoccuparsi, l'importante è che sappiano che in mezzo a loro c'è un profeta.

o Ezechiele il profeta viene chiamato per più di 80 volte "figlio dell'uomo", termine che sarà caro a Gesù per definire se stesso, dichiarando nello stesso tempo la sua incarnazione e la sua vocazione di messia-profeta.

o Ezechiele può contare sull'assistenza e la forza di chi lo manda. Gli dice Iahvè: "Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere. Non impressionarti davanti a loro" (Ez. 3,8-9). Ed Ezechiele non rifiuta la missione ricevuta, né cerca di evitarla, come fa invece Geremia, che si scusa dicendo di essere troppo giovane per un compito così difficile.

o Nella seconda lettura Paolo dichiara con realismo e umiltà i propri limiti e le proprie debolezze. Ma sente di avere con sé la potenza di Cristo, che si manifesta meglio proprio nella sua debolezza. "Quando sono debole", dice Paolo, "è allora che sono più forte".

o Il vangelo presenta lo strano e impressionante episodio del rifiuto della predicazione di Gesù da parte dei suoi compaesani.

o Gesù viene rifiutato non tanto perché il suo messaggio non sia convincente e valido. L'evangelista Luca, nel passo parallelo, riferisce che "nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui" (4,20). Essi riconoscono la sua sapienza e l'autorevolezza del messaggio che proclama; ma sono diffidenti e si domandano da dove provengano.

o Rifiutano di dargli fede. Sono semplicemente incuriositi, ma incapaci di fare il salto e di riconoscere la vita nuova che ora fa di Gesù un profeta. Mentre loro sono disorientati, perché conoscono bene la sua parentela, le sue umili radici.

o A riflettere bene, la loro difficoltà ad accogliere Gesù è più grande della nostra. Noi di Gesù conosciamo molto di più, soprattutto la sua risurrezione e la storia filtrata dalla fede degli apostoli e da duemila anni di storia della chiesa. Essi invece sono colti dalla novità e dalla rottura che rappresenta la nuova vita di Gesù, quella che è iniziata con il battesimo di Giovanni. E tuttavia Gesù "si meraviglia della loro incredulità".

o Sta di fatto che quello di Nazaret è un clamoroso caso di fallimento dell'attività profetica di Gesù. È il messia e lo fa capire. Si stacca apertamente dalla vita vissuta finora. Ciò che dice e i prodigi che compie sono significativi, convincenti, apprezzabili, ma non fino al punto da far scattare la fede tra i suoi compaesani. Gesù lo dice chiaro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua".

o È il mistero dell'incarnazione che si manifesta in tutto il suo realismo. "Venne tra i suoi e i suoi non l'hanno accolto" (Gv. 1,11).

Attualizzare

* Come è avvenuto per Ezechiele e agli altri grandi profeti dell'antico testamento, ogni cristiano è un testimone e un profeta in forza del battesimo e la chiamata alla vita cristiana. I cristiani sono inviati dallo Spirito, così come ha fatto con Pietro e gli altri apostoli dopo la Pentecoste. È lo Spirito che li ha riempiti di certezza e ha infuso su di loro l'entusiasmo.

* È profeta non solo chi ha una vocazione specifica orientata a un ministero, ma chiunque abbia preso sul serio Cristo e la sua parola. Il Signore chiama tutti, giovani e anziani, persone di alta cultura e gente del popolo: ognuno ha una vocazione specifica nell'ambiente in cui vive, tra coloro che frequenta.

* Il Signore ai profeti non chiede risultati: domanda semplicemente di parlare nel suo nome, non altro. I risultati non dipendono più dal profeta. Nessuno può far penetrare a forza la parola di Dio: l'accoglie chi vuole e la responsabilità della risposta positiva o del rifiuto diventa di costui, oppure rimbalza su Dio, che può aprire il cuore di chi ascolta.

* Così, quando un cristiano, un testimone, un profeta hanno fatto ciò che possono, hanno fatto tutto. Questa anche la convinzione di Paolo, che sa che la sua predicazione poggia prima di tutto sulla potenza di Cristo, e non sulle sue forze.

* Per questo un profeta non può disprezzare nessuno, non può essere arrogante di fronte a chi alcune cose non le capisce o non le accetta. Non solo, perché anche lui si ritrova debole, anche la sua fede non è sempre così ferma.

* Ma come insegna Paolo, nessuno dovrebbe spaventarsi dei propri limiti, delle proprie inadeguatezze. Tanto è vero che Paolo è stato di una generosità e di uno zelo senza misura. Mentre oggi la profezia dei cristiani è troppo debole, troppo poco visibile. "Quando suona la campana, suona per te", ha detto Martin Luther King. La campana suona ogni giorno per chi ha ricevuto il dono della fede.

* Il Signore nella storia si è servito spesso di persone semplici e umili per fare cose grandi. La testimonianza cristiana non è riservata ai santi da altare, agli eroi, ai superdotati. Anche chi fa fatica a vivere di fede e di amore, chi si sente schiacciato dal proprio temperamento e dai propri difetti, chi è ammalato o bloccato da chissà quali difficoltà è chiamato ad annunciare - così come gli è possibile nella sua condizione - una verità che lo ha affascinato. Perché è proprio del dono di Dio ricevuto, l'esigenza di passarlo ad altri.

* Al funerale di Madre Teresa di Calcutta, le sue suore al momento dell'offertorio hanno portato tra le offerte una matita. Madre Teresa si sentiva una matita nelle mani di Dio, un piccolo strumento con il quale Dio poteva scrivere nel cuore degli uomini. Diceva: "Se Dio avesse trovato uno strumento più piccolo di me se ne sarebbe servito".

* La storia della chiesa ci dice che anche i santi hanno avuto limiti e difetti. Abbiamo già ricordato Paolo, ma non mancano molti altri esempi, anche clamorosi. La perfezione non è possibile a nessuno. È noto, per esempio, che san Giovanni Maria Vianney, il santo parroco di Ars, aveva difficoltà nello studio, aveva un temperamento particolare, dovuto anche a certi stati d'animo e a scelte ascetiche che oggi non tutti accetterebbero. Ma ha trasformato il cuore degli abitanti della sua piccola parrocchia, e al suo confessionale giungevano da tutta la Francia.

* Il messaggio da trasmettere non è propriamente nostro e ci supera, ma possiamo metterci del nostro, soprattutto la gioia nel trasmetterlo. "Chi non sa sorridere, non apra un negozio", dice un detto popolare. La stessa cosa la devono ricordare i cristiani: il sorriso è contagioso e accompagna con naturalezza il messaggio di gioia del vangelo.

* Ma si direbbe che non c'è niente di più difficile che parlare di Gesù agli uomini d'oggi. C'è troppa indifferenza, troppa ignoranza religiosa di base e quindi impreparazione a ricevere un certo tipo di messaggio. Anche se in molte persone il vuoto delle proposte può lasciare nostalgia verso qualcosa che dia respiro alla vita. Gesù può certamente esercitare un fascino senza misura in ogni tempo. "Se un uomo come Gesù è vissuto, allora vale la pena che noi viviamo" (Dietrich Bonhoeffer). La sua parola, solo sua parola, può dare all'uomo di ogni tempo il senso finale della vita.

* Dobbiamo essere profeti, ma anche "ascoltare" i profeti. Quelli che ci precedono nella virtù e nell'entusiasmo. Ma anche quelli che si presentano in tutti i loro limiti, sacerdoti, consacrati o laici. Senza scandalizzarci - come hanno fatto quelli di Nazaret - perché li conosciamo bene, troppo bene, magari anche nelle loro inadeguatezze fisiche e morali.

* La profezia scuote sempre ed è spesso accompagnata dal sapore del nuovo. La profezia quasi sempre anticipa i tempi e ha il profumo del futuro. Con la sua predicazione Gesù si è presentato profondamente nuovo e questo ha scandalizzato la sua gente. Gesù ha proclamato qualcosa che usciva dagli schemi e rompeva con le tradizioni più consolidate e pietrificate… Così appare spesso il profeta. Che proprio per questo va incontro a non poche opposizioni, spesso anche da persone tremendamente per bene.

La profezia di Gesù

"Gesù ha dato la sua vita per la giustizia. Ha cercato il dialogo con i potenti, oppure ha rappresentato per loro un elemento di disturbo. Si è schierato dalla parte dei poveri, dei sofferenti, dei peccatori, dei pagani, degli stranieri, degli oppressi, degli affamati, dei carcerati, degli umiliati, dei bambini e delle donne. Chi si comporta così dà fastidio. Chi interviene al fianco degli uomini, e li riunisce rendendoli consapevoli, diventa pericoloso agli occhi dei potenti. I cristiani che adottano "l'opzione a favore dei poveri" di Gesù devono ancor oggi aspettarsi persecuzioni" (Carlo Maria Martini).

Umberto de Vanna

"Giorno di festa" - anno B

 

 

Conoscere Dio

Essere scandalizzati. Essere stupiti e offesi da Dio. Aspettarsi un certo suo comportamento e trovarne un altro. Chiedergli conto di ciò e non ricevere risposta.

Succede qualche volta anche a voi? Beh, è successo a quelli di Nazareth... è successo a San Paolo... è successo a quelli di Gerusalemme al tempo della deportazione...

Dio dimostra ogni volta di non coincidere con l'immagine che ci siamo fatta di lui. Dio è sempre "altro", sempre al di là della nostra concezione.

Per trovare il Dio vero si richiede l'ascolto diretto. Per trovare l'ascolto si richiede il distacco da noi stessi, dalle nostre urgenze, dalle nostre sensibilità. Per trovare il distacco si richiede il silenzio, far tacere le nostre pretese, arrestare i fiumi di richieste per lo più egoistiche con cui annoiamo Dio, e guardare verso di lui. Allora egli potrà mostrarci il suo volto e noi lo potremo conoscere per come è.

E nel suo vero volto potremo rifletterci, per vedere il nostro vero volto. Solo quando trovo Dio, trovo me stesso, perché sono fatto a immagine sua.

Certo l'immagine è un dato e un compito, un dono e una responsabilità: a me tocca rendere perfetta l'immagine progettata, tocca passare - come si suol dire - dalla immagine alla somiglianza, conformandomi sempre più al Figlio di Dio, unico modello.

E il Figlio di Dio mi è presentato nelle Scritture.

I suoi compaesani non lo hanno riconosciuto, perché non sapevano leggere le Scritture. In esse riuscivano solo trovare la conferma alle loro idee di Dio e ai loro desideri di potenza. Così non videro e mai avrebbero visto nel carpentiere figlio di Giuseppe il Figlio di Dio.

Il vero scandalo però i compatrioti di Gesù lo troveranno nella sua crocifissione: il preteso liberatore che perde se stesso; il profeta di Dio non soccorso da Dio; il Figlio di Dio che Dio non ascolta. Chi può credergli?

Scandalo insormontabile, ma scandalo necessario. Come scoprire l'amore di Dio senza il suo farsi schiavo? Come imparare la carità senza il perdono dei peccati? Come entrare nella figliolanza senza accettare la volontà del Padre fino alla morte?
La croce di Cristo è indispensabile per uscire da noi stessi e incontrare colui che è sempre "altro". Allora: la mia preghiera sarà valida se mi metterò in contatto diretto con questo Dio; se cercherò di ascoltare questo Dio prima di essere ascoltato; se nell'ascolto troverò la fiducia in questo Dio.

Così ha fatto san Paolo, che è passato dall'implorazione (di essere liberato dal suo male) alla resa (mi basta la grazia). E in questa nuova conoscenza di Dio ha raggiunto una nuova conoscenza di sé. Egli si percepiva come l'apostolo sulle cui spalle gravavano le chiese, e dunque doveva essere forte, capace di affrontare ogni fatica e lotta. Trovandosi in una certa debolezza, si rivolse al Dio da cui aveva ricevuto il mandato, perché intervenisse. E il Dio che ha detto: "Io sono con te"; il Dio che ha assicurato: "Nel mio nome caccerete demoni, guarirete i malati..." poteva non rispondere al suo servo che lo pregava con fede?

Eppure Dio non adempie la sua richiesta. Gli risponde con una parola misteriosa:

* Ti basta la mia grazia. La forza si manifesta nella debolezza.

Paolo deve accettare di conoscere un altro volto di Dio, e un'altra identità di sé.

Il Dio che agisce nella sua debolezza è esattamente il Dio della croce, che adesso riconosce come il Dio e Signore che si manifesta nella sua debolezza, e a cui deve cedere la realizzazione della sua santità.

L'apostolo che non si vergogna più della sua debolezza, è il vero portatore della grazia. Nella sua impotenza e nel suo vuoto può lasciare espandere tutta la misericordia e la forza del Padre.

Ci vuole davvero una fede assoluta per vantarsi della propria debolezza. Quella fede che solo un'autentica preghiera ci permette di raggiungere.

 

 

La sua pátria

Senza dubbio Gesù si è ritrovato dalle parti di Nazaret con una certa emozione. Da quando era partito per accorrere al Giordano, alla convocazione di Giovanni il battezzatore, e di lì si era poi lanciato nell'annuncio del Regno attraverso la Galilea, forse non era più passato da casa. E in questo tempo ne erano successe di cose…

Rivedere la sua gente, ritrovarsi al sabato tutti alla sinagoga per cantare gli inni e sentire il rabbino, poi scambiare le notizie, aggiornarsi sugli ultimi avvenimenti nel villaggio… erano dolci momenti di vita.

In effetti al suo arrivo sarà stato un accorrere a salutarlo, a chiedergli cosa stava facendo, a raccontarsi le novità… Poi al sabato nella sinagoga, tra grandi sorrisi, lo si invita nel mezzo, gli si mette il rotolo in mano e gli si chiede di dire un pensiero sulla lettura. Si fa un religioso silenzio, che qualcuno infrange con una battuta di incoraggiamento in clima cordiale, e Gesù attacca.

Ma, come il discorso si inoltra, l'attenzione si fa acuta e a poco a poco il clima si fa teso. Si riaffaccia il conflitto non risolto con la sua gente, soprattutto con la sua famiglia. Egli se n'era andato di casa, parlando di una chiamata divina, che nessuno aveva capito. Ai tentativi dei suoi di riportarlo a casa, aveva opposto un duro rifiuto e si era arrivati alla rottura. Al punto che Gesù aveva come rinnegato i legami di sangue e vi aveva esplicitamente contrapposto una "nuova" famiglia: quella dei suoi discepoli, quella dei credenti che fanno la volontà del Padre.

Ora qui nella sinagoga, egli non smorza i toni, non cerca una conciliazione, non fa un discorso un po' vago di pii commenti ai profeti. Egli rilancia senza sconti il suo discorso sul Regno che viene, la sua visione di un intervento prossimo di Dio a riguardo del suo popolo. E i più cominciano ad ascoltarlo tra il divertito e l'imbarazzato. Ma cosa gli ha preso? Ma dove ha tirato fuori queste cose? Ma chi si crede di essere?

Già! Chi si crede di essere. Ciascuno di noi può essere speciale per tutti, eccetto che per quei di casa sua, che conoscono tutta la sua storia, le sue disavventure, le sue debolezze… Questo disincanto inevitabile non gioca però sempre a favore di una buona oggettività. Può anche costituire un pregiudizio. C'è il rischio di non vedere più la peculiarità della persona.

Per quanto riguarda i compaesani di Gesù tuttavia, non è solo questo. Scatta qualcosa d'altro, di più profondo. Dietro lo scandalo delle sue modeste origini sta anche la difficoltà… di aprirsi a Dio. La difficoltà che impedisce al 90% delle gente di essere davvero credente.

Non è facile accettare la presenza di Dio nel tessuto della vita quotidiana. Fin che si tratta di atti formali come la messa la domenica, non ci sono problemi. Ma se si tratta di vivere da cristiani lungo la settimana, la cosa è diversa. Scegliere ogni giorno di non farsi gli affari propri, ma di prendersi carico dei fratelli più deboli che ci importunano; scegliere di rispettare la giustizia anche quando costa; scegliere di dire la verità anche quando ci svantaggia; scegliere di rinunciare a soddisfazioni che sminuiscono la nostra dignità umana anche se lo fanno tutti; scegliere di pregare… Oddio, andare a un matrimonio o a un funerale e far finta di pregare una volta, va bene a tutti, ma pregare sul serio ogni giorno per poter fare la volontà di Dio, è un'altra cosa. Dare un'offerta ogni tanto fa fine, ma offrire la nostra vita al Signore è un'altra cosa. Dichiararsi cristiani è normale, lo facciamo volentieri, ma testimoniarlo evangelizzando è un'altra cosa.

Insomma, anche noi, come gli abitanti di Nazaret, troviamo mille ragioni per stare sulle nostre, per criticare chi ci invita a dare una svolta vera alla nostra vita e illuderci di essere credenti. Anche noi non possiamo arrestare il Regno di Dio, ma rallentarlo sì.

don Attilio Giovannini

 

 

A te alzo i miei occhi

Una costante del Vangelo di Marco è l'atteggiamento di incomprensione e di rifiuto nei confronti di Gesù da parte delle più diverse categorie di persone: dall'ostilità crescente e sempre più aperta della clase dirigente all'incomprensione dei parenti stessi, all'abbandono della folla che, dopo l'entusiasmo iniziale, prende le distanze da Lui, alla "durezza di cuore" dei discepoli.

Tutto questo dà un colore particolarmente drammatico alla vita e all'attività di Gesù. Quando Dio si impegna più intensamente in favore degli uomini, e in Gesù si coinvolge al di là di ogni misura e previsione, essi rispondono con una risposta il più delle volte fallimentare e deludente.

L'evangelista qui non intende semplicemente mostrare l'umanità vera di Gesù, ma nella sua reazione emotiva ci fa intravedere la reazione di Dio. Un Dio-Padre che non rimane e non è indifferente alla risposta degli uomini, un Padre che non è insensibile al fatto che si prenda sul serio il suo amore oppure no, lo si svii.

In questo contesto si colloca l'episodio narrato nel brano evangelico di oggi. Gesù arriva a Nazaret, il paese dove è cresciuto, dove ha trascorso la maggior parte del tempo della sua esistenza. Lo precede la fama di predicatore itinerante ricercato dalle folle e di operatore di prodigi. Di sabato, da buon ebreo, partecipa al culto nella sinagoga e "incominciò a insegnare". Subito si manifesta l'effetto dell'uditorio: "Molti rimanevano stupidi".

L'episodio si apre e poi si chiuderà all'insegna dello stupore. Lo "stupore", di solito, nei Vangeli, è il sentimento che provano quanti hanno assistito a un miracolo compiuto da Gesù e sfocia, quasi sempre, nella lode di Dio. Qui a Nazareth lo stupore parte bene. Di fronte alla sapienza del loro compaesano, che non aveva frequentato le scuole dei rabbini, si interrogano: "Che sapienza è mai questa che gli è stata datta?". Data da Dio, si intende. La loro domanda sembra, quindi, imboccare la direzione giusta. Ma, una volta sfiorata la verità, non proseguono verso di essa, infatti subito si chiedono: "Non è costui il carpentiere?".

Ecco qui la domanda fondamentale, che attraversa tutto il vangelo di Marco. L'intento dell'evangelista è, appunto, portarci a trovare la risposta vera all'interrogativo che riguarda la persona di Gesù: Chi è Gesù? Chi entra in qualche modo in contatto con Lui sente affiorare necessariamente questa domanda sulla sua identità. Spesso però il problema non è tenuto aperto in un atteggiamento di ricerca e di riflessione seria. Le ragioni: superficialità, paura di convertirsi? In ogni modo prevale, quasi sempre, la fretta di dare una risposta.

E ciò avviene nella direzione sbagliata; essi conoscono le sue umili origini, lo hanno visto crescere. Sanno tutto di Lui: è il carpentiere, che ha ereditato il mestiere dal padre Giuseppe. E' un bravo operaio, come altri del villaggio. Conoscono sua madre: "Non è il figlio di Maria?". Conoscono i suoi cugini. Insomma la sua è una famiglia insignificante. E così lo stupore, invece di diventare fede entusiasta, si tramuta in scetticismo incredulo: "Si scandalizzavano di lui".

La radice di tale incredulità è proprio l'incapacità di riconoscere la presenza e l'azione di Dio in ciò che è umile e quotidiano. Lo "scandalo", cioè l'ostacolo a credere, deriva dal fatto che Gesù non rispondeva alla loro immagine di Dio: un Dio che, se si manifesta, deve farlo in modo evidente e spettacolare.

"E non vi potè operare nessun prodigio". Gesù ha come le mani legate. L'incredulità lo blocca. I miracoli non sono gesti straordinari destinati a impressionare la gente e a forzare l'adesione nei confronti di Gesù. Non "producono" la fede. Il miracolo è sempre una risposta alla fede. Il miracolo si può "leggere" soltanto alla luce del credere ed è un appello al credere: un appello rivolto al cuore delle persone. Ecco perché Gesù non opera nessun prodigio, ma guarisce solo pochi malati, nella misura della loro fede. "E si meravigliava della loro incredulità". Gesù prova un disagio e un rincrescimento profondo, rimane, per così dire, "spiazzato".

Lo delude e lo amareggia la falsa religiosità di quanti pretendono che Dio si manifesti soltanto nella potenza e nel trionfo, mentre non accettano che intervenga nella povertà e nella semplicità. Dio con l'Incarnazione penetra nell'umanità fino al limite estremo, attraverso un "carpentiere", un uomo che soffre ingiustamente il rifiuto e muore di una morte ignominiosa.

Che grazia quel giorno per gli abitanti di Nazareth, quando nella loro sinagoga hanno ricevuto la visita di Gesù e hanno ascoltato la sua parola! Che occasione! Ma questa grazia e questa occasione si ripete anche per noi quando ci troviamo riuniti per celebrare l'Eucaristica, qui ed ora, sappiamo, Gesù è in mezzo a noi.

Ai nazaretani non è bastata la conoscenza di Gesù, la vicinanza fisica e la familiarità con Lui per riconoscere il suo mistero. Anche noi potremmo lasciarci giocare dalla falsa presunzione di avere familiarità con Gesù, di sapere tutto di Lui, ma saremo, così, anche noi incapaci di superare i nostri schemi e non essere attenti a cogliere la novità di Dio, che per amore si abbassa donandosi a noi, rivelando al tempo stesso il volto del Padre e nel Figlio la nostra vocazione di figli.

Anche oggi può accadere pure a noi di non saper riconoscere la presenza e l'appello di Dio attraverso le persone che ci vivono accanto, negli avvenimenti che costellano la nostra esistenza. E così ci può sfuggire l'occasione che Dio ci offre per convertirci al Vangelo.

Chi si comporta come gli abitanti di Nazareth, ossia chi non accetta l'autorità di Gesù sulla sua vita, impedisce al Signore di operare. Sta scritto che a Nazareth Gesù non poté operare miracoli; non è che non volle, "non poté".

I suoi concittadini volevano che operassse qualche miracolo, ma non avevano capito che non si trattava di fare prodigi o magie al servizio della propria fama. Il miracolo è la risposta di Dio a colui che tende la mano e chiede aiuto. Nessuno di loro tesse la mano. Tutti semmai avanzavano pretese. Non è questa la via per incontrare il Signore.

Dio non ascolta l'orgoglioso. Volge invece il suo sguardo sull'umile e sul povero, sul malato e sul bisognoso.

A Nazareth, infatti, Gesù poté guarire solo alcuni malati: appunto, quelli che invocavano aiuto mentre passava. Beati noi se, staccandoci dalla mentalità dei nazareni della sinagoga, ci mettiamo accanto a quei malati che stavano fuori e che chiedevano aiuto al giovane profeta che passava.

Luca Desserafino sdb

 

 

La potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza

Il tema di fondo delle letture di questa 14a domenica del tempo ordinario, è sicuramente il tema dell'incredulità, fenomeno non di oggi soltanto, ma che ha le sue manifestazioni già nell'antichità.

La Parola di Dio ci aiuta a scoprirne le cause ed a cercarne i rimedi.

Nell'affidare ad Ezechiele la missione di profeta presso il popolo di Israele deportato in Babilonia, Dio non promette successi e prestigio, anzi "Ti mando, gli dice, ad un popolo di ribelli che si sono rivoltati contro di me. Quelli ai quali ti mando sono testardi e dal cuore indurito"

Noi sappiamo che la storia di Israele è in gran parte una storia di incredulità e di infedeltà, sia nei riguardi dei profeti sia nei riguardi di Dio. S. Stefano, il primo martire cristiano, mentre viene ucciso a colpi di pietra, rinfaccia ai suoi uccisori: "O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo! Quali dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato?"

Il motivo di questo atteggiamento è uno solo: il popolo di Israele non sa entrare nei progetti di Dio, non vuole essergli fedele perché i suoi interessi immediati contrastano con il volere di Dio. Le alleanze con i popoli idolatri gli danno maggiore sicurezza che non l'alleanza con Dio.

Non è forse così anche per noi? Noi manchiamo spesso di fede in Dio, perché troviamo più comodo seguire le suggestioni del mondo, il nostro egoismo, anziché adeguarci ai comandamenti ed al volere di Dio.

Tuttavia, nonostante gli insuccessi, le ostinazioni, le infedeltà, Dio porta avanti il suo piano di salvezza e lo realizza! Ad Ezechiele Egli ricorda: "Ascoltino o non ascoltino, perché sono una genia di ribelli, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro". Dio continua ad inviare i suoi messaggeri al popolo eletto, come segno della sua misericordia, della sua ostinata volontà di salvarlo secondo le sue promesse.

Anche oggi, Dio nella sua infinita misericordia continua ad inviare a noi i suoi profeti, per richiamarci sulla via della giustizia e della fedeltà: noi dobbiamo avere però "orecchi per intendere".

Anche nella pagina del Vangelo di Marco troviamo il tema dell'incredulità. Non però dell'incredulità degli Scribi e dei Farisei, nemici dichiarati di Gesù, ma di quella dei suoi concittadini di Nazareth. Gesù si meraviglia della loro incredulità e per questo non può operare prodigi in mezzo a loro. Essi da un lato ammirano la sua dottrina ed il suo potere di fare prodigi, ma non riescono a dargli credito come Messia, perché lo vedono troppo normale, troppo simile a loro. Di lui conoscono tutto: la sua origine, la sua parentela, il suo mestiere…

Questo ci insegna che noi non dobbiamo fermarci solo all'ammirazione verso il personaggio Gesù, uomo straordinario. Credere in Gesù vuol dire accettare il mistero della sua realtà di Figlio di Dio, nato nel tempo come figlio di Maria, ma vero Dio e vero Uomo, morto e risorto per la nostra salvezza. E solo seguendo il suo Vangelo noi raggiungiamo la nostra salvezza.

Certo non possiamo dire che san Paolo nella sua vita abbia peccato di incredulità o di mancanza di fede. Eppure, come appare dalla 2a lettura, anche lui ha faticato non poco prima di entrare nell'ordine di idee di Gesù e di capire ciò che Dio voleva da lui: realizzare cioè la sua missione attraverso molte tribolazioni e tanti insuccessi. San Paolo ha faticato a capire che "la potenza di Gesù si manifesta pienamente nella debolezza", e che gli sarebbe bastata la grazia del Signore per superare ogni ostacolo. Ma una volta che ha compreso tutto questo, S. Paolo arriva addirittura a vantarsi e a compiacersi delle sue debolezze, delle sue infermità, e degli oltraggi che riceve, perché in loro si manifesta la potenza di Cristo.

Nel fondo del nostro cuore si annida spesso una certa dose di incredulità, o di poca fede, che emerge quando ci sembra che Dio non ci esaudisca come vorremmo, non ci liberi dai nostri mali fisici e dalle nostre angustie spirituali. Alla radice di questa nostra poca fede c'è l'orgoglio, la presunzione che ci impediscono di fidarci di Dio e di abbandonarci a Lui.

Maria, donna di fede, che ha creduto alla parola del Signore e si è totalmente abbandonata a Lui con tanta fede, Avvenga di me secondo quanto hai detto, accresca la nostra fede affinché anche noi sappiamo fidarci pienamente della Provvidenza di Dio.

don Mario Morra sdb

 

 

Lo scandalo del profeta

Alle nostre povere parole di oggi potremmo dare questo titolo: "Lo scandalo del profeta".

Come abbiamo sentito nella prima Lettura, l'esperienza di Ezechiele ci mostra che per il profeta, la difficoltà di farsi ascoltare non è soltanto di oggi, ma è di sempre.

Perché, forse, anche noi di fronte a tante prediche restiamo freddi, insensibili, apatici? Cerchiamo mille scuse: il predicatore non è preparato, usa un linguaggio da iniziati, è troppo enfatico, non sa cogliere i nostri problemi quotidiani…

Secondo noi la "colpa" dell'insuccesso della predicazione è quasi sempre dei profeti, che predicano male oppure predicano bene, ma vivono male. Comunque, difficilmente siamo disposti a mettere in discussione i nostri atteggiamenti interiori di fronte all'annuncio che ci viene fatto.

Orbene, sia dal testo di Ezechiele, sia dal brano evangelico, si deduce un'accusa nettissima e inequivocabile rivolta agli ascoltatori. Essi sono ribelli, testardi, dal cuore indurito, increduli.

La parola di Dio, proclamata dal profeta Ezechiele e da Gesù non viene accolta, perché non ci sono dei cuori disposti ad accoglierla.

Come risulta dalla seconda Lettura, anche l'Apostolo Paolo ha sperimentato incomprensioni, oltraggi, persecuzioni per la parola che egli annunciava.

Ebbene, spesso, come per Ezechiele, per Paolo e per Gesù, anche per noi accade che la parola della predicazione viene seminata in un terreno non preparato a farlo fruttificare.

Ciò non vuol dire che i predicatori non abbiano le loro colpe e non debbano mettere tutto il loro impegno nella preparazione e nell'attuazione della predicazione. Ma il successo della predicazione ecclesiale dipende molto anche dal cuore di chi ascolta.

Nella dottrina della fede noi siamo tutti scolari di Dio. Dio è il nostro maestro, per mezzo dello Spirito Santo. Nella scuola della fede ci sono i principianti, i proficienti, i perfetti. In ogni fase della nostra vita - a 20, a 40, a 60 anni - si acquistano nuove cognizioni di fede.

Dio insegna. Noi dobbiamo lasciarci istruire per mettere in pratica.

Fu detto: "Dio ha fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza"; ma, purtroppo, l'uomo gli ha reso la pariglia! Ha cercato e cerca di fare Dio a somiglianza dell'uomo, delle proprie passioni.

Dobbiamo invece accettare Gesù così com'è, come Dio lo vuole; non come lo vogliamo noi. Rifiutare Gesù: ecco il peccato!

Rifiutare Gesù a causa di pregiudizi. Fu il peccato dei "suoi". Gesù è un disprezzato per motivi religiosi dai suoi parenti, dai suoi concittadini. Gesù è stupito da una simile chiusura d'animo. E' evidente il suo disappunto, la sua amarezza…

Perché la stessa sorte non succeda anche a noi, dobbiamo "revisionare" la nostra fede, perché sia più aperta al suo messaggio, alla sua Persona, alle sue sorprese.

a) Occorre una fede pura, senza pregiudizi. Dobbiamo accogliere Gesù con occhi e cuore limpidi, riconoscerlo così com'è nella sua umanità sofferente, nella sua autorità divina, nella sua profonda contestazione religiosa. Gesù è nemico dell'egoismo "spirituale", dell'autosufficienza ascetica, della superbia. Un cuore superbo non può accogliere Gesù

* Si racconta che una volta un saggio cinese invitò in casa sua un uomo molto istruito e molto superbo. Era superbo, perché aveva imparato tutte le cose. Anzi, era convinto di sapere tutto, proprio tutto.

Il saggio cinese lo fece sedere accanto a sé e gli versò del tè in una tazza, ma fingendo di essere distratto, continuò a versare anche quando la tazza fu piena.

E così molto tè andò sul tappeto e anche sul vestito del suo ospite. Costui fece le sue meraviglie e disse: "Quando la tazza è piena, non c'entra più nulla".

"Hai detto bene", rispose il saggio cinese. "Sappi che anche quando una mente è superba, è come una tazza piena. Non c'entra più nulla, nemmeno il più piccolo pensiero"

Cari Fratelli e Sorelle, quest'avvertimento serve anche per noi, di fronte alla parola di Gesù: manteniamoci umili, e Gesù potrà ancora versare la sua parola in noi.

b) Occorre poi una fede aperta al senso d'umanità. Tutta la contestazione religiosa di Gesù ha come anima "il senso d'umanità del Padre": cioè l'amore concreto per l'uomo, per ogni uomo, sia pagano, o povero, o peccatore…

Chi ha il cuore indurito con Gesù, è perché ha il cuore indurito con l'uomo. Il peccato è rifiutare Gesù come uomo, e l'uomo come figlio di Dio.

Dobbiamo accogliere l'uomo, anche il più povero, anche l'accattone, perché immagine di Dio.

San Benedetto Labre era un autentico… vagabondo… incapace di star fermo, un hippy (diremmo oggi); eppure fu uno dei personaggi più sconcertanti e insieme più suggestivi della santità nella storia della Chiesa.

Fu un autentico accattone sulle strade d'Europa, mendicante alle porte delle chiese di Roma, eppure era capace di affascinare i personaggi più celebri del suo tempo.

Ebbene, San Benedetto Labre, in pieno secolo di Voltaire, era solito ripetere: "Forse io non so niente di Dio, eppure ne sono entusiasta!".

Cari fratelli e Sorelle, e noi, siamo entusiasti di Gesù, siamo ammirati per la sua dottrina?

Nel Vangelo di oggi abbiamo letto che quando Gesù parlava, i suoi ascoltatori restavano a bocca aperta per la meraviglia.

Gesù appariva a tutti come una Persona prodigio. Faceva stupire tutti coloro che lo ascoltavano. Tutto quello che diceva era pieno di verità, di saggezza, di amore. Dove arrivava, bruciava.

A volte qualcuno si turava le orecchie per non udire, si tappava gli occhi per non vedere. Ma chi lo accettava, si trovava con il cuore pieno di bontà e di pace. In ogni caso era impossibile sfuggire al fascino di Gesù.

E' ciò che avviene ancora oggi a chi legge il Vangelo con cuore schietto.

Una ragazza, che ritrovò la fede a 20 anni, esprimeva tutto questo in termini pittoreschi ad un'amica non credente. Le diceva: "Quando tu incontri Gesù, sei fritta. Non sei più tu a manovrare i fili.

Se non vuoi giocarti la tua libertà, non aprire mai un Vangelo. Perché il giorno in cui Gesù ti avrà agganciata, non ti mollerà più".

Chiediamo alla Madonna che spinga Gesù ad "agganciare anche noi"… e sarà gioia di Paradiso… per sempre… perché Gesù non ci mollerà più.

don Severino Gallo sdb

“Repertorio omelie” (+)

 

 

Il piccolo tratto di Ezechiele lancia bene il tema del Vangelo di questa domenica. Il rifiuto dei profeti anticipa il grande rifiuto del Cristo. Il popolo è ribelle, malato di "skl¯erocardía" (durezza di cuore). Gesù a Nazareth insegna di sabato nella sinagoga. Marco nota lo stupore tra gli ascoltatori: "Da dove gli vengono queste cose?". Una sa pienza che non viene dagli studi, dalla cultura, dal con tatto con la società. C'è poi un'espressione inedita, tutta di Marco: "Non è costui il falegname?". Gli altri evangelisti lo chiamano "il figlio del falegname". Forse merita un parti colare indugio di meditazione questa parola preziosa: Ge sù il falegname, il carpentiere (÷ tékt¯on).

Un giovane ormai maturo, tra i venti e i trent'anni, avrebbe potuto intraprendere chissà quali opere apostoli che! Gesù dedica lunghi anni alla vita ordinaria. Gesù la vora. È il lavoro di Giuseppe, che Gesù ha continuato: co struzioni e riparazioni di attrezzi agricoli, aratri, zappe, carri, sedie, porte, mobili..., probabilmente non solo per il piccolo villaggio di Nazareth, ma anche per i villaggi vici ni; c'erano poi in quei tempi grandi lavori di costruzioni in grossi centri come Sefforis e Tiberiade. C'erano i cantieri erodiani. Afula era un centro di smistamento dei materiali per lavorare: chissà quante volte si sarà recato Giuseppe insieme a Gesù ragazzino!

Ma c'è un'altra perla: "Il figlio di Maria"! Normalmen te si indicava la paternità. Sono parole da centellinare, da gustare in palatum cordis. I tesori del Vangelo vengono aperti agli umili, ai "deposseduti", a chi non serve gli ido li del mondo. Gesù dunque esce allo scoperto dopo una vi ta molto ordinaria: lo conoscevano tutti. "E si scandaliz zavano di lui". È lo scandalo dell'Incarnazione, che verrà portato al massimo nella Passione. Su questo siamo invi tati a meditare in questa domenica. Quei lunghi anni di normalità, di silenzio, scandalizzano, come l'"inutilità". È urgente riflettere su questo scandalo, perché ancora og gi la Chiesa lo patisce. È il modo di procedere di Dio che scandalizza, il modo che Dio ha di salvare, di fare "pasto rale". Gesù si meravigliava della loro incredulità. Per cui "lì non poteva compiere nessun prodigio".

Solo i piccoli, gli umili, non si scandalizzano e hanno le antenne per captare i segreti di Dio: "Ti ringrazio o Padre perché ti sei rivelato agli umili...". Gli umili sono rivestiti di saggezza e di forza, conoscono e leggono gli eventi del la storia con acutezza e penetrazione e sondano con com petenza le profondità del cuore umano, perché fissano le cose celesti. È una legge biblica: per conoscere l'uomo, bi sogna guardare Dio. E così capita che quando si è nei pa sticci o si è in preda allo sconforto, si va a bussare ai mo nasteri; quando si è nel groviglio dei problemi del mondo, si bussa alle clausure, si cercano dei contemplativi, zone da cui può partire un percorso di risanamento.

Ma perché avviene lo scandalo? Perché si vorrebbe un Dio diverso. Si scandalizza chi ha già un proprio schema su Dio. Un Dio che piace a me non mi scandalizzerebbe; se mi scandalizza, vuol dire che scompiglia i miei schemi. Quando Dio disorienta, allora spunta la tentazione del
"vitello d'oro": un dio programmabile da noi. Per non scandalizzarsi bisogna essere completamente senza prete se con Dio, cioè poveri, umili, come Maria, Giuseppe, i pastori di Betlemme, i "piccoli" del Vangelo: questi non patiscono scandalo, neanche quando il Figlio dell'uomo è "innalzato da terra", in un apparente fallimento, nella completa inattività.

È lo stile di Dio, che ha condiviso in tutto, eccetto nel peccato, la nostra condizione umana, mandando all'aria i nostri schemi su di lui, scrivendo i suoi pensieri su uno strumento di esecuzione.

Domenico Macchetta

“Le luci del sabato”

 

 

"Un profeta non è disprezzato che nella sua patria..."

Le letture bibliche di questa Domenica mettono in evidenza due costanti drammatiche dell'agire salvifico di Dio e, di riflesso, anche della Chiesa in quanto ne continua la missione di salvezza: per un verso, l'incomprensione e addirittura l'ostilità degli uomini; per un altro verso, il successo di Dio proprio a motivo di questa situazione di smacco e di apparente "debolezza".

Mi sembra che siano emblematiche al riguardo le parole con cui Gesù commenta, con evidente amarezza, il fallimento della sua predicazione nella città di Nazaret: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua" (Mc 6,4); e anche le parole di Paolo, che sono come uno sguardo in retrospettiva per tentare di interpretare la paradossale vicenda della sua missione apostolica: "Quando sono debole, è allora che sono forte" (2 Cor 12,10).

"Figlio dell'uomo, io ti mando a un popolo di ribelli"

Anche la prima lettura si muove in questa prospettiva, quasi per dirci che la storia è di sempre: Dio non ha mai avuto troppo fortuna con gli uomini!

Il brano di Ezechiele, infatti, ci descrive con molta crudezza l'insuccesso della missione del profeta: "Figlio dell'uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me... Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito" (2,3-4). L'unica rivincita del Signore sarà quella di continuare ad amarli, nonostante le loro infedeltà: "Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro" (v. 5). La presenza di un "profeta" in mezzo a Israele è segno che Dio è ancora fedele al suo patto!

Se poi questo "profeta" è Cristo, vuol dire addirittura che il suo amore è arrivato al vertice più alto. E questo non solo perché Cristo è il "dono" più prezioso dell'amore del Padre, ma anche perché in lui il rifiuto e la "durezza" di cuore degli uomini raggiungeranno il punto più alto di drammaticità e di sofferenza. Amore e infedeltà, purtroppo, si inseguono e si commisurano a vicenda!

"Gesù andò nella sua patria"

È quanto emerge dal brano di Vangelo di Marco (6,1-6) che, con il suo solito stile scarno ed efficace, ci descrive l'insuccesso di Gesù nella sua patria. Una cosa che non sorprende noi soltanto, ma che per primo sorprese lui: "E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità" (vv. 5-6).

L'episodio ci viene descritto, con più ampi particolari, da san Luca già all'inizio della vita pubblica del Signore, probabilmente per delineare lo scopo della sua missione. Non per nulla infatti Luca ci dice che, essendo entrato di sabato nella sinagoga, Gesù lesse il famoso passo di Isaia (61,1-2): "Lo Spirito del Signore è sopra di me... e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione...". E al termine commentò: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura, che voi avete udito con i vostri orecchi" (Lc 4,21).

In Marco, invece, l'episodio assume, insieme alla collocazione diversa, un significato pure diverso.

Posto subito dopo la "sezione dei miracoli" (4,35-5,43), che è una celebrazione della fede salvifica, come abbiamo ricordato la Domenica scorsa commentando la guarigione dell'emorroissa e la risurrezione della figlia di Giairo (5,21-43), e prima della "sezione" successiva (6,7-8,26) che accentua l'incomprensione delle folle e persino dei discepoli, esso si colloca come un brano di "transizione" che mette a fuoco le difficoltà di un autentico "incontro" con Gesù quando la fede non sia trasparente e disarmata nello stesso tempo.

Guardando le cose da un certo punto di vista, si poteva anche pensare che a Nazaret Gesù avrebbe avuto il massimo successo della sua predicazione: data la conoscenza che i suoi concittadini avevano di lui e dato quel certo pizzico di naturale campanilismo per cui, soprattutto nei piccoli centri, una figura che emerge diventa subito gloria "paesana", tutti avrebbero dovuto aderire al suo insegnamento.

E invece fu il fallimento quasi completo! San Luca, che segue una tradizione notevolmente diversa, ma anche convergente, ci riferisce che i suoi concittadini tentarono addirittura di ucciderlo (4,28-29).

"Molti ascoltandolo rimanevano stupiti"

Come spiegare tutto questo? Perché il naturale orgoglio di scoprire un concittadino illustre si tramuta in gesto di ostilità e sordità spirituale?

La cosa diventa tanto più sconcertante se si pensa che, almeno inizialmente, c'è nei riguardi di Gesù meraviglia e attesa benevola: "Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?"" (Mc 6,2). Quello che sorprende i suoi compaesani è quello stesso che aveva sorpreso i suoi apostoli poco prima, in occasione della tempesta sedata (cf 4,41), e più ancora le folle, che così esprimevano il loro stupore: "Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!" (1,27). Erano dunque colpiti dalla sua "sapienza", che essi ben sapevano che Gesù non aveva imparato alla scuola di nessuno, e dai "prodigi" che sembravano uscire con estrema facilità dalle sue mani.

Quello, però, che negli altri suscitava meraviglia e faceva nascere problemi, ponendo sulla via di una ricerca dello strano "mistero" che si profila nel Cristo e aprendo perciò alla fede, negli abitanti di Nazaret faceva nascere, al di là del primo senso di sorpresa, una strana reazione di rifiuto. E questo non tanto per quella sottile forma di "invidia" che può cogliere talora davanti ad una persona della nostra cerchia che incomincia ad emergere, oscurando gli altri, quanto piuttosto perché non si ritrovavano nelle "indicazioni" che venivano fuori dagli strani fatti che essi potevano verificare in Gesù.

"Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?"

Tutto questo, infatti, indicava un particolare rapporto del loro concittadino con Dio, forse lo segnalava come Messia.

Ma era mai possibile che uno come Gesù, di cui essi conoscevano le umili origini e tutti i rapporti di parentela, fosse davvero l'inviato di Dio? È di qui che nasceva tutto il loro "scandalo": ""Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?". E si scandalizzavano di lui" (v. 3).

Ciò che li "scandalizzava" in Gesù non era che egli dicesse e facesse cose grandi, ma che questo avvenisse in uno come lui che i suoi natali, la sua parentela, il suo mestiere, la sua vita di ogni giorno confinavano negli invalicabili confini dell'"ordinario" e del "comune". Non riuscivano, non dico a capire, ma a sospettare che Dio non ha "schemi" prestabiliti davanti a sé e può (anzi vuole) manifestarsi nelle cose e nelle persone semplici.

"La radice dell'incredulità è proprio questa incapacità di accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano, in nome di una sedicente tutela della dignità e del prestigio divini, dove però la dignità di Dio è pretesto per il proprio prestigio. Sarà appunto questa ipocrita pretesa di difendere il prestigio di Dio che porterà il gruppo dirigente giudaico alla condanna di Gesù. Il rifiuto o il disprezzo da parte dei compaesani è solo un anticipo del rifiuto finale. Ma questo corrisponde alla sorte degli inviati di Dio che possiedono lo spirito, i profeti, e Gesù è nella loro linea (cf Lc 13,33-34)".

Questa chiusura e questo sospetto nei suoi riguardi si direbbe che non solo hanno amareggiato Gesù, ma hanno come bloccato ogni sua attività taumaturgica. Infatti egli commenta: ""Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua". E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità" (vv. 4-6).

Dal che si deduce che i "miracoli" non sono da intendere come gesti di potenza per impressionare la gente ed obbligarla, per così dire, a credere, ma piuttosto come "segni" della potenza e della benevolenza di Dio, che soltanto le persone ben disposte possono cogliere nel loro significato di offerta e di amore: più ordinariamente il miracolo presuppone almeno una incipienza di fede.

"La mia potenza si manifesta nella debolezza"

E questo per la ovvia ragione che Dio ama rivelarsi non nello straordinario, ma nell'ordinario, non nella potenza, ma nella "debolezza". Il miracolo più grande, che gli abitanti di Nazaret non hanno quel giorno saputo avvertire, era che Dio si manifestasse nell'umile "figlio di Maria", in quello che fin allora per loro era semplicemente "il carpentiere" del paese (v. 3).

È questa la sfida più grande alla nostra fede, che forse è disposta ad accettare le cose grandi di Dio ma non le piccole, i gesti di potenza di Cristo ma non l'umiliazione e la sconfitta della sua morte di croce.

Eppure tutto il cristianesimo si gioca nell'accettazione di questo paradosso, come ci ricorda meravigliosamente nella seconda lettura Paolo, per il quale pure non è stato facile accettare questa lezione: "Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un messo di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me" (2 Cor 12,7-8).

A prescindere da quello che possa essere "la spina nella carne", e che sembra alludere alle enormi difficoltà incontrate da Paolo nel suo apostolato soprattutto da parte dei Giudei, per noi è interessante la risposta di Cristo alla preghiera implorante dell'apostolo: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (v. 9).

Dar credito a Cristo nella "quotidianità" delle nostre azioni, non "scandalizzarci" di lui se egli ci appare anche oggi nascosto nei segni della povertà e della molta sofferenza sparsa per il mondo, vivere con serenità in una Chiesa che molti credenti contestano perché non saprebbe compiere i prodigi della "potenza" trasformatrice delle situazioni di ingiustizia e di oppressione in cui molti si dibattono, o non offrirebbe segni eclatanti di santità: questa per me è oggi la lezione che tutti dobbiamo ricavare dalla triste e addolorante ripulsa, che circa duemila anni fa i cittadini di Nazaret fecero nei riguardi di Gesù.

Settimio Cipriani

"Convocati dalla Parola" (+)

 

 

A questo mondo capita raramente, in qualunque genere di attività umana, che tutto vada bene: qualche piccolo inconveniente può sempre succedere... Come può succedere di "fare fiasco", come si dice: di non riuscire, di incontrare incomprensione, diffidenza, insuccesso, malgrado le migliori intenzioni e tutta la buona volontà. Sono cose che capitano. Sono cose umane...

Ci viene da pensare spontaneamente che qualora si trattasse non di "cose umane", ma di "cose divine", dovrebbe andare sempre tutto bene: se Dio parla, tutti lo ascoltano; se Dio fa qualcosa, tutti se ne accorgono e lo apprezzano; se Dio comanda, tutti obbediscono... E invece pare proprio di no, a giudicare da quanto dice la Bibbia: dove più volte appare che le intenzioni, le iniziative, le parole e le opere di Dio non incontrano tra gli uomini quell'accoglienza, quel successo, quella rispondenza che ci si potrebbe aspettare. Ma la colpa è sua... Perché invece di comportarsi "da Dio" - cioè nel modo come noi immaginiamo che Dio dovrebbe agire - secondo la Bibbia Dio si serve quasi sempre di persone e cose di questo mondo per dire quello che vuole dire e per fare quello che vuole fare. "Così dice il Signore Dio", affermano i profeti (cf 1ª lettura). Ma la gente sente e vede soltanto un uomo che parla, non Dio. E allora magari alzano le spalle: "Ci sono tanti esaltati e visionari (la Bibbia direbbe: "falsi profeti") in giro...".

Gesù parla alla gente del suo paese. Restano stupiti della sua sapienza e dei "prodigi compiuti dalle sue mani" (cf Vangelo). Ma alla fine dicono: "Dopo tutto, è uno come noi, uno qui del paese, niente di più...". Se Gesù fosse "il Messia" dovrebbe farsi riconoscere in modo chiaro ed evidente; e poi il Messia è un personaggio misterioso che "nessuno saprà di dove sia" (Gv 7,27): non può essere uno che a Nazaret tutti conoscono fin da bambino ("il carpentiere, il figlio di Maria...").

Se Gesù fosse "figlio di Dio" avrebbe dovuto presentarsi un po' più "da Dio", non come un uomo fra tanti altri, sia pure capace di fare miracoli (che poi... mah!...). Figuriamoci poi uno che è finito condannato a morte e crocifisso...

Noi vorremmo che tutto ciò che ha relazione con Dio si presentasse sempre con le garanzie della straordinarietà, con lo splendore del meraviglioso, con l'evidenza dei "segni dal cielo" (Mc 8,11), con la certezza del successo... E invece il Dio della Bibbia e del Vangelo accetta in pieno il rischio dell'incomprensione, del rifiuto, dell'insuccesso, adottando la strada delle "cose umane e terrene" per parlare all'uomo e intervenire nella storia del mondo. È il metodo che Dio segue per non "imporsi" all'uomo, lasciandogli intatta la sua libertà nel cercarlo e nell'amarlo.

Se si vuole, si trovano sempre motivi (o pretesti) per l'incredulità: oggi come ai tempi di Gesù o a quelli di Ezechiele. A cominciare dalle "debolezze" di ogni genere che si possono riscontrare in coloro che in un modo o nell'altro sono chiamati ad essere portatori e interpreti della parola di Dio...

Il regno di Dio si attua pur nell'ambiguità e nelle contraddizioni delle vicende umane: la crocifissione-risurrezione di Gesù ne è l'esempio più significativo. La "potenza" di Dio si manifesta proprio nella "debolezza" della condizione umana, che Dio stesso ha fatto sua nella persona di Cristo; la sua grazia opera proprio attraverso le "infermità, persecuzioni, angosce" (cf 2ª lettura), attraverso le difficoltà e i limiti che fanno parte della normale esperienza umana.

Mosso D.

Vangelo di ieri. vangelo di oggi

 

 

Oggi, in cinque miliardi rifiutano Cristo

Forse conosciamo la vicenda di quel pittore inglese dell'Ottocento, William Holman Hunt, che dipinse un quadro ispirato alle parole dell'Apocalisse: "Sto alla porta e busso". Parole messe sulla bocca di Gesù. Un Gesù, dunque, che bussa a una porta chiusa.

Terminato il quadro, il pittore lo mostrò ai suoi amici, che ne facevano ampi elogi. Ma uno gli fece notare: "Nel tuo quadro c'è un errore. La porta è senza maniglia". "Non è un errore - rispose Holman Hunt -. Quella è la porta del cuore umano, che si apre solo dall'interno".

Qualcosa del genere capita nel racconto del Vangelo: Gesù a Nazaret bussa alle porte, e i suoi concittadini non gli aprono. Dirà esplicito l'evangelista Giovanni: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11).

Il rifiuto dei Nazaretani

Nazaret era il piccolo centro in cui Gesù aveva trascorso quasi tutta la sua vita terrena. Esiste anche oggi, con circa diecimila abitanti, come una delle nostre parrocchie. Allora doveva avere molto meno popolazione. Però era la residenza di Giuseppe e di Maria, e di tanti loro parenti.

Non si può dire che la cittadina godesse di una grande reputazione. Sappiamo dal Vangelo il giudizio poco lusinghiero che aveva formulato Natanaele a suo riguardo: "Può venire qualcosa di buono da Nazaret?" (Gv 1,46). Ma poi, si sa, qualcosa di buono da Nazaret è venuto.

L'episodio narrato da Marco accade quando già da qualche tempo Gesù ha preso ad annunciare il Regno di Dio alle genti. Esponeva la "buona notizia", e accompagnava la predicazione con gesti sorprendenti, guarigioni umanamente inspiegabili. E la gente si meravigliava della sua dottrina e dei suoi prodigi.

Noi, ci aspetteremmo soprattutto a Nazaret un'accoglienza positiva: i nazaretani avrebbero dovuto sentirsi orgogliosi del loro concittadino divenuto vip. Invece ascoltavano il Signore, vedevano i suoi prodigi, e lo rifiutavano.

* Quel giorno Gesù constatò l'incredulità dei suoi compatrioti, e osservò: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti, e in casa sua". Ne è nato il proverbio "Nessun profeta in patria", e lo usiamo ancora noi oggi, con verità.

Il rifiuto di Cristo, oggi

Il rifiuto di Cristo oggi si è reso ancor più acuto. Lo dicono le statistiche, basta poi fare una semplice sottrazione col computer di Pierino. Oggi:

- Popolazione mondiale: 7,3 miliardi.

- Cristani (cattolici, protestanti, ortodossi): 2,2 miliardi.

- Popolazione non cristiana: 5,1 miliardi.

Pierino col suo computer viene a dirci così che se oggi due uomini aderiscono con fede a Cristo, altri cinque lo rifiutano. E non resta che cercar di capire perché.

* Ecco un'ipotesi: per esempio, sovente le verità del Signore sono scomode.

- Gesù parlava di cose sgradite, come per un certo verso possono essere considerate le Beatitudini: beati i poveri, i misericordiosi, quelli che hanno fame e sete di giustizia.

- Gesù esortava a vivere i Comandamenti, tutti e dieci, senza sconti, e non soltanto 6 o 7.

- Gesù richiedeva la conversione del cuore. Chiedeva di cambiare, e cambiare è tanto difficile. Ha osservato un umorista: "Gli unici che desiderano davvero i cambiamenti, sono i bambini bagnati".

- Gesù ce lo siamo trovato così: scomodo. Esigente. Totalitario. Radicale. E allora? Se si vuole Gesù condurre una vita tranquilla, Come se non esistesse. Screditarlo, combatterlo.

E così Ennio Flaiano ha immaginato un cartello appeso alla porta dell'ufficio di un profeta, su cui sta scritto: "Il profeta riceve tutti i giorni, eccetto il Venerdì, in cui viene ucciso".

* Di fatto riescono a rifiutare il Signore anche gli uomini moderni, lo fanno con eleganza e signorilità. Ha osservato lo storico e saggista scozzese Thomas Carlyle: "Se Gesù Cristo venisse tra noi oggi, gli uomini non lo crocifiggerebbero: lo inviterebbero a cena, ascolterebbero quel che avesse da dire, e riderebbero di lui".

* E accade di peggio… Vero è che le Religioni del mondo in genere si rendono solidali con la Chiesa suggerendo e sollecitando - tra i popoli, i movimenti politici sociali, gruppi culturali, e… cani e gatti - la pace, e l'armonia. Ma di recente una voce stonata uscendo dal policromo mondo musulmano ci ha avvertiti che l'Isis (Stato Islamico di Irak e Siria) è "religione di guerra", dove passa semina massacri e rovine. Come sanno i cristiani del MO.

Allora, chi è Gesù Cristo per noi?

Si è indotti a domandarci: chi è Gesù per noi? È chiaro: veniamo in chiesa perché crediamo nel Signore. E lo accogliamo nella nostra vita. Anche se Gesù è amico scomodo ed esigente. E ci stimola, ci pungola, ci mette in questione. A volte non ci lascia dormire.

Ma non sempre abbiamo il coraggio di spalancare per bene, liberamente, dall'interno, la porta del cuore. Quella porta che all'esterno è senza maniglia. A volte magari mettiamo il Signore in concorrenza con le ferie, il weekend, o con gli Azzurri del pallone. Certo si ha fede, ma non sempre si ha la coerenza cristiana.

* Gesù, accettato, può diventare nella vita una presenza meravigliosa, entusiasmante. Compagno di viaggio. Uno di famiglia. E allora per noi diventa un Tu.

Allora il dialogo con lui si fa preghiera. La messa è incontro personale. E poi insieme si abbattono le barriere sociali, si va verso gli altri. Al punto da diventare importanti per loro. Al punto che, come notava François Mauriac, premio Nobel, "Il giorno in cui tu non brucerai d'amore per il Cristo, molti moriranno per il freddo".

A mettersi in ascolto, Gesù ripete all'uomo d'oggi quelle parole: "Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui, e lui con me" (Ap. 3,20).

Enzo Bianco, sdb

 

 

Il brano evangelico di questa domenica è uno dei più famosi e dibattuti. Descrive una normale scena di vita quotidiana di un paesino della Galilea. E' sabato e tutti si ritrovano nella sinagoga. Gesù è reduce dal miracolo della risurrezione della figlia di Giairo, un capo sinagoga. Il fatto viene risaputo. Risuscitare un morto non è da tutti! E' naturale che i responsabili del culto sabbatico invitino Gesù a prendere la parola nell'assemblea. Il paesino è piccolo, la gente mormora e, soprattutto, è gelosa da crepare. Il commento fatto alla Scrittura manda in corto circuito il cervello micragnoso dei conterranei del Signore.

Parte in automatico una raffica di cinque domande:

Da dove gli vengono queste cose?

Chi gli ha dato tanta sapienza?

Da dove sbucano i suoi prodigi?

Ma non è il carpentiere figlio di Maria e fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone?

Le sue sorelle non vivono tra di noi?

Alle prime tre domande non vogliono rispondere: farlo potrebbe rivelarsi estremamente spiacevole a motivo della loro poca fede. Ma le risposte alle ultime due sono scontate e grondanti livore. Già il modo in cui vengono poste suona offensivo. Infatti, non si presenta mai uno identificandolo con il nome della madre, ma con quello del padre. Se lo si fa si lascia trasparire l'illazione che il padre sia uno sconosciuto e che, di conseguenza, l'interessato sia un figlio di buona donna. Traspare tutta la cattiveria dei nazaretani nei confronti della nascita verginale. Ma è il riferimento ai fratelli ed alle sorelle che scatena un autentico putiferio. Si tratta di sorelle e fratelli biologici, figli di Giuseppe e di Maria? La querelle ha dato stura a parecchie lacerazioni nell'ambito della carità con tanto di corollario di molte teste rotte.

Alle stato attuale ci sono tre posizioni. La prima sostenuta da Egesippo (I secolo', da Tertulliano (160-220 d.C.), da Elvidio (IV secolo) e, oggi, da molti non cattolici e da alcuni esegeti cattolici quali R: Pesch e J.P.Meier, propende per l'interpretazione biologica: si tratta veramente dei figli e delle figlie concepiti da Maria e Giuseppe.

La seconda posizione viene detta "epifanica": solo Gesù è figlio di Maria, gli altri sono il frutto di un precedente matrimonio di Giuseppe.

La terza teoria fa capo a san Girolamo: non si tratta di fratelli e sorelle, ma di cugini e cugine in quanto generati da una sorella di Maria. Nessuna delle tre posizioni compromette la dottrina del concepimento verginale. Anche nel caso che i fratelli e le sorelle fossero figli naturali di Maria e Giuseppe, avrebbero potuto essere nati dopo Gesù.

Resta indiscutibile il fatto che il Sgnore sia profondamente indigesto ai suoi compaesani: il suo dimostrarsi profeta disturba e provoca reazioni di rigetto e di profondo disprezzo. Gesù ne è consapevole. Dopo essere uscito dalla sinagoga di Nazareth, non entrerà più in nessuna altra, almeno al dire di Marco. Inevitabilmente chi vive la vocazione della profezia nella Chiesa, come Paolo, deve fare i conti con infinite "spine nella carne".

Chi parla in nome di Dio, in una società che come quella di Ezechiele si dimostra ribelle peccatrice testarda e dal cuore indurito, deve mettere in conto l'incomprensione, la sofferenza, la persecuzione, la gogna, l'ostracismo, la condanna. Lo dimostra la lunga lista dei profeti moderni: don Mazzolari, don Milani, don Puglisi, il Rosmini… Predicare la Parola non ha nulla a che fare con la ridondante oratoria o con la rituale esposizione dell'abituale predica tiritera fatta di aria fritta e rifritta. Con la noia, lo sbadiglio, la cultura del nulla, le storielle non si comunica la passione indispensabile per sintonizzarsi sulle lunghezze di Dio.

Il profeta spiazza e stupisce con la sua vita, provoca con la sua parola ed esempio, testimonia un nuovo modo di relazionarsi con le persone e con Dio, crea comunità radicate nell'amore, denuncia i limiti delle istituzioni soffocate da una marea di leggi e burocrazia varia, rispetta la gerarchia di Dio ed è allergico a quella umana.

Per Lui non esiste solo Nazareth ma la sua dimora è il mondo. Chi abbraccia Dio con tutto se stesso vive di libertà, di parresia, di amore e di santità. Noi come ce la caviamo con la nostra chiamata alla profezia? Siamo profeti del bel vivere o del buon vivere?

Ermete Tessore sdb

 

 

Gesù vuole entrare sempre di più nella nostra vita

«Aquanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio» leggiamo in un versetto del Prologo giovanneo che introduce al Vangelo di oggi. È l’espressione più chiara dell’atteggiamento próprio del cristiano in ogni momento della sua vita; e da essa ci facciamo pertanto guidare nella meditazione sulla Parola che la liturgia ci propone.

Il breve tratto del Vangelo di Marco di per sé rappresenta un episodio secondario della narrazione evangelica: Gesù torna nella sua patria accompagnato dai discepoli, ma suscita scandalo, tanto che se ne allontana pronunciando la celebre frase: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria».

Se gli Evangelisti non lo avessero riferito, non ci mancherebbe probabilmente nulla di essenziale, ma questo episodio mette in chiaro il punto critico del nostro rapporto vero, personale ed esperienziale con Gesù, senza il quale non si dà autentica vita di fede.

E tanto più se ne coglie l’importanza se lo si confronta con la seconda Lettura, dove Paolo – a differenza degli abitanti di Nazaret che non Lo hanno accolto – mostra chiaramente come ormai il rapporto con il Signore lo abbia totalmente coinvolto, e sia per lui diventato, si direbbe, il dramma di tutti i giorni, la sua esperienza fondamentale. L’Apostolo infatti ha creduto al Signore quando Egli gli ha assicurato: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza», tanto che può vantarsi delle sue «debolezze» e con forza affermare: «...quando sono debole è allora che sono forte».

È molto confortante quando, parlando a dei credenti, si percepisce che Gesù è per loro un’esperienza che ne sostanzia tutta la vita. Ed il termine esperienza indica un rapporto che coinvolge la totalità dell’essere, più comprensivo del termine conoscenza, che, in genere, interpretiamo in maniera più intellettuale.

Gli abitanti di Nazaret, i quali – potremmo dire – si lasciano «sfuggire» Gesù, lo conoscono bene; in apparenza sanno molte cose di Lui per ragioni di vario genere, di carattere familiare prima di tutto, forse anche di carattere psicologico e morale, ma quando viene l’occasione di superarsi, di guardarlo con altri occhi, di accettarlo come Egli è, reagiscono in modo negativo.

Sappiamo tutti che ogni tipo di convivenza ci si presenta come un sistema organizzato: di ciascuna delle persone che ci stanno intorno abbiamo una certa idea, una certa stima, un certo rispetto, ed è difficile sottrarsi ad un giudizio ormai formato e spezzare l’equilibrio immobile in cui abbiamo in qualche modo chiuso la nostra valutazione.

Gesù rompe questo equilibrio: davanti ai suoi comincia ad essere un altro, non più il carpentiere, il figlio di Maria, l’uomo collocato in una rete familiare ben nota. Egli è ora uno che emerge in maniera forte e che pretende, con dolcezza ma con autorità, di imporsi alla loro attenzione. Come spesso avviene, gli abitanti di Nazaret credono di sapere meglio degli estranei chi Egli veramente è, e così sfugge loro la sua vera, trascendente natura.

«Credetemi!». Egli li esorta; ma essi non accettano questo superamento di un sistema di credenze ormai consolidato. Non ci interessano troppo le loro ragioni, che possono essere varie; sta di fatto che il Gesù a cui erano abituati prima rimane per loro quello che già conoscevano, null’altro: non si interrogano di fronte allá sua «rivelazione» o anche solo alla reazione degli altri.

Per questa cecità e sordità che in qualche modo ci rappresenta tutti, il piccolo episodio, che sembra marginale, diventa ampiamente significativo.

Anche noi, che pure sappiamo di Gesù molto di più di questa povera gente, che sappiamo tutto di Lui, possiamo essere abituati a Lui e non essere più disposti a scoprirne ogni giorno la novità e la forza, non consentendogli di entrare ancora di più nella nostra vita.

L’abitudine, anche quando si applica a realtà in sé buone – la frequenza alla liturgia domenicale, la preghiera quotidiana, l’incontro con la Scrittura – può facilmente insinuarsi nel nostro rapporto con il Signore. Accade anche con le persone che pure amiamo.

E invece occorre riscoprire ogni volta Gesù in una persona sofferente o povera, in un incontro inaspettato, in una parola, un gesto, che lo rivelano in chi ci è vicino.

Ma è soprattutto nella preghiera che il Signore si fa trovare, a volte in modo inaspettato, che non immaginavamo potesse succedere proprio a noi. Accade che qualche giovane venga da un sacerdote a confidargli: «Ho fatto un’esperienza magnifica!». «Quale?». «Domenica sono stato invitato a una cosa che mai avevo fatta e a cui mi hanno un poco trascinato, per la verità. Mi hanno detto: – Vieni, facciamo un giorno di ritiro profondo con il Signore –. Non sapevo neppure bene che cosa fosse. Non ho mai fatta un’esperienza così straordinaria: un incontro con Dio».

Gesù non accetta di essere un’abitudine, nemmeno una «buona» abitudine. Egli vuol essere sempre «nuovo» per noi, una scoperta continua, un’esperienza in crescita, come accade sempre quando c’è di mezzo l’amore. Egli pretende di entrare nella nostra vita non attraverso i nostri eroismi, ma attraverso la nostra debolezza. È il rovesciamento del giudizio del mondo, che solo Dio poteva pensare.

Di fronte agli uomini noi siamo sempre preoccupati di mostrarci nelle migliori condizioni possibili, cercando il loro giudizio positivo; ma di fronte a Dio, che scruta il segreto dei cuori, la nostra povertà è a nudo: ciò che ci vergogniamo di pensare e di essere, anche davanti a noi stessi, tutto gli è aperto. E nel suo amore, nella sua compassione, Egli passa attraverso la nostra debolezza, anzi proprio questa stessa condizione, che Egli trasforma e attraverso cui agisce, è la testimonianza della sua potenza.

Per questo Paolo si gloria della sua debolezza. Il suo discorso è molto forte, sincero: «Quando sono debole, è allora che sono forte». Se non fossimo così deboli, Dio non sarebbe venuto per noi, non lo avremmo conosciuto. È la realtà più grande della nostra vita: quanto la nostra debolezza è un’esperienza quotidiana – se siamo sinceri dobbiamo ammetterlo –, altrettanto in essa diventa esperienza quotidiana la potenza di Gesù Salvatore.

Siamo continuamente «salvati» da noi stessi, perché in ogni momento Dio ci tende la mano.

Egli non esclude nessuna debolezza: non quella fisica... quanti malati ha guarito! non quella psichica e psicologica... quanti indemoniati ha liberato, quante pene ha consolato! non quella morale... quanti peccati ha rimesso!

Quando ci sentiamo impotenti e perduti, Egli bussa alla porta e chiede di entrare. Aquesto punto occorre evitare due grandi errori.

Si può dire «No» al Signore per viltà, perché le nostre debolezze in fondo ci piacciono e non vogliamo essere corretti: non vogliamo la sua mitezza al posto della nostra irascibilità, la sua pazienza al posto della nostra insofferenza, la sua generosità al posto del nostro egoismo. Tutti portiamo in noi delle passioni a cui in fondo siamo legati.

Non è questo che spaventa il Signore: l’essenziale è non rispondergli che non desideriamo cambiare, o addirittura cadere nell’equivoco grave di pensare che le nostre passioni in realtà siano delle doti. Può capitare infatti che ci vantiamo in cuor nostro di quelle che il Vangelo, e dunque Dio, chiama debolezze.

Più diffuso è forse l’atteggiamento dello scoramento, la rassegnazione alle proprie debolezze come se fossero malattie semplicemente inguaribili. Siamo tutti malati in questo senso, ma abbiamo un Medico capace di curarci e di guarirci. Se non ci fosse, avremmo il diritto di dire: «Siamo dei poveri sventurati». Ma Lui c’è!

Non ripieghiamoci dunque tristemente sulla nostra debolezza, pensando che resterà immutabile: ci dispiace, ci pentiamo, cerchiamo il perdono nella confessione, promettiamo di correggerci, ma dentro di noi siamo convinti che non saremo in grado di farlo.

Forse non lo tenteremo neppure, e andremo avanti così sino alla fine della vita.

Paolo conosce la fragilità dell’uomo, ma sa anche che, quando il Signore bussa, viene davvero. Abbiamo sicuramente tutti già fatto l’esperienza di Gesù che ci rende migliori, ci lancia nel bene, e ci fa sentire che possiamo essere capaci di cose belle e giuste.

Questo è il Gesù di ogni giorno, che diventa la nostra esperienza.

Non sempre gli saremo fedeli, ma Egli ha messo in conto anche le nostre infedeltà. Ha chiesto a Pietro di perdonare settanta volte sette, per dire che la sua volontà di perdono è infinita: «Coraggio – ci dice – ricominciate, io sono accanto a voi sino alla fine dei tempi, ogni giorno. La mia potenza e il mio dono di salvezza sono sempre pronti per voi, perché io sono Dio. Il mio nome è Dio salva: io vi salvo ogni giorno».

Perciò abbiamo accolto il Signore, ma lo dobbiamo accogliere di più, dando più credito alla sua grazia, alla sua potenza, alla sua buona ispirazione, all’energia dello Spirito che riceviamo nei Sacramenti, all’aiuto che ci viene pregando, accettando – come Paolo – che la forza per fare questo ci venga da Lui, ma anche mettendo a sua disposizione la nostra buona volontà.

Ecco dunque la nostra risposta: «Signore, noi non faremo di te e della tua parola un’abitudine senza rilievo, scontata e inavvertita: sappiamo che Tu entri nella nostra miseria per santificarci. Ti accetteremo non nei grandi gesti che accadono qualche volta nella vita, ma nella piccola storia quotidiana. Diventeremo così per la tua vicinanza più lieti, più generosi, più puri di cuore, più somiglianti, a Te, che sei il nostro Signore e desideri che siamo tuoi imitatori ». Se c’è un destino stupendo è proprio questo.

Offriamo oggi al Signore il nostro amore, la nostra attenzione, il nostro ascolto, la nostra fiducia e la nostra fedeltà, ma anche le nostre debolezze, perché Egli le trasformi con la sua potenza. E questa preghiera passi per il cuore della Madre, Maria. Anche Lei ha «imparato» progressivamente Gesù: «...serbava tutte queste cose nel suo cuore» dice il Vangelo. Così sia anche per noi.

Pollano G. - Alla mensa della Parola

 

 

"Lei non sa chi sono io "

Una delle grandi preoccupazioni della chiesa di oggi è come annunciare Gesù e come farlo conoscere.  La preoccupazione è rivolta al futuro. Sarebbe ed è stato più facile fermarsi a incolpare il mondo dei suoi mali e infarcire le prediche di rimproveri e di pessimismo. Era lo stile del passato.

Il vangelo di oggi ci dice che non è mai stato facile conoscere Gesù. Anche durante la sua vita terrena e da parte di chi gli stava intorno tutti i giorni. Questi cosiddetti vicini si limitavano alla sua carta di identità umana con i nomi e il mestiere dei genitori e della famiglia, senza mai inoltrarsi e penetrare il profondo segreto del cuore di Gesù. E credevano di sapere tutto di Gesù.

Eppure: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”.

Un filotto di cinque domande più per sminuire e spegnere gli entusiasmi che Gesù suscitava, e non per aprire il cammino della ricerca e della scoperta nei suoi confronti. Eppure Gesù non ha mai detto quello che spesso noi diciamo come vanto o minaccia: “Lei non sa chi sono io!”.

Gesù si adatta, non forza i tempi e viene espulso da Nazareth. Gesù non cerca il successo e se, qualche volta, il successo sembra avvolgerlo, di fatto è sempre momentaneo e soprattutto ambiguo.

La sua parola avvince, parla come mai nessuno, le sue guarigioni smuovono le masse, gli portano tutta la serie delle miserie umane e per questo vogliono perfino farle re. Lo vogliono anzi lo pretendono al loro servizio. Vogliono i doni di Dio non vogliono e non interessa il Dio dei doni.

Vogliono che qualcuno li guarisca miracolosamente, in fretta.  Non vogliono imparare il lento e profondo miracolo della guarigione personale del cuore. Guarigione che può solo avvenire se all’opera di Gesù si unisce la nostra collaborazione, convinta, sincera, fatta di piccoli passi, di cammini sempre ripresi e di conquiste sempre da confermare.

Gesù non vuole stupirci con il gioco delle tre carte e nel suo cilindro non ha nascosto il coniglio o le colombe. Gesù insegna il miracolo della fede nel cuore del credente. Piuttosto se ne va.

Gesù ha conosciuto molti rifiuti. Abbandona Nazareth quando vogliono salvare l’onore della sua famiglia chiamandolo matto. Se ne va quando vogliono farlo precipitare dalla rupe. “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.

Solo quando dal Padre gli è stato chiesto il miracolo dell’amore senza fine, Gesù non è fuggito né si è nascosto.  Era questo il prezzo da pagare per vincere il nostro rifiuto e il nostro abbandono, e lo paga.

Chi coltiva una relazione profonda con Gesù incontra la salvezza. Chi Invece si blinda nella conservazione del presente o del sicuro, vive giorni soffocati e dall’incontro e rimane fuori ed estraneo.

La salvezza portata da Dio ha scelto la via dell’incarnazione.  Gli abitanti di Nazareth non permettono a Dio di agire per mezzo di Gesù suo figlio fatto uomo e preferiscono ingabbiare Gesù nell’etichetta  “figlio del carpentiere”. Si raccomanda a una mamma di non buttare via con l’acqua sporca anche il bambino. Noi invece buttiamo via Gesù e ci teniamo l’acqua sporca.

don Paolo Zamengo

 

 

Nemo prophaeta in patria

Verso l’inizio della sua missione Gesù, ci racconta Marco, salì su un monte e «chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono con lui». Così si costituirono i Dodici (Mc. 3,14). Prima c’erano già state le chiamate improvvise di Simone e Andrea, di Giacomo e Giovanni (Mc. 1,16-20) e di Levi (Mc. 2,13-14). Per questa via si costituisce un gruppo itinerante privo di ogni legame parentale.

La predicazione di Gesù inizia nelle periferiche strade di Galilea a opera di un gruppo di persone senza fissa dimora. Perché il «buon annuncio» arrivasse agli orecchi delle persone occorreva girare; allora si era infatti in un’epoca in cui la voce umana non era nelle condizioni di essere trasmessa da lontano. A differenza di oggi in quei tempi la tecnica non riusciva a far incontrare la sedentarietà con la distanza. La bocca e gli orecchi avevano bisogno delle gambe: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is. 52,7), o il regno.

Nessuno, neppure Gesù in quanto uomo, sceglie il luogo dove nascere. I genitori, i parenti, la città o il villaggio in cui si viene alla luce sono sottratti alla volontà di ciascuno di noi. La scelta comincia a operare quando si esce.

All’inizio della storia biblica ad Abramo fu comandato da Dio di uscire dalla sua terra, dal suo parentado, dalla casa di suo padre (Gn. 12,1). La vocazione implica un andare, un uscire (per impiegare una parola in questi anni ripetuta al punto da rischiare di essere contraddittoriamente ripiegata su se stessa). Se questa è la dinamica di fondo, si comprende perché ogni ritorno al luogo natale, in senso fisico e affettivo, comporti una dinamica differente da quella della missione e della fede.

Il detto divenuto proverbiale «nemo propheta in patria» (cf. Mc 6,4) attesta questa tensione che esiste tra l’inserimento nella famiglia e nella società e una vita posta tutta all’insegna della fede. Il commento di Gesù in questa luce è significativo: «e si meravigliava della loro incredulità (apistia)» (Mc. 6,6). Poco prima e non lontano da lì rivolto alla donna guarita dal flusso di sangue Gesù aveva esclamato: «la tua fede ti ha salvata» (Mc. 5,34); a Nazaret era impensabile che un’ espressione simile uscisse dalla sua bocca.

La persona di cui conosciamo l’origine, l’ambiente familiare, il lavoro è già inquadrata; in questi casi ogni «uscita» è colta come una stravaganza, specie se essa avviene in seguito a una chiamata che prelude a una emarginazione sociale: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda, di Simone?» (Mc. 6,3). Quel che maggiormente importa in questo versetto non è la qualifica di «fratelli e sorelle» vista in relazione ai dogmi mariani, quanto conta è la presenza di un nucleo paesano-familiare che lega una persona in modo vincolante alla sua origine. Questo modo impedisce di dar credito a una missione diretta verso altri e contraddistinta dall’annuncio della «buona novella». Il grumo di incomprensione legato a Nazaret dischiude il senso del versetto posto subito dopo (e che la liturgia avrebbe fatto bene a riportare): «Gesù percorreva i villaggi intorno insegnando. Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro il potere sugli spiriti impuri» (Mc. 6,7). Parlare di «uscita» non è arduo; uscire per davvero comporta invece sempre la lacerazione del distacco.

Piero Stefani

 

 

“E si scandalizzavano di Lui”

oggi entriamo con Gesù a Nazareth, il paese dove il Figlio di Dio visse dall’infanzia ed era conosciuto come “il figlio del carpentiere” (Mt 13,55), “il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone” (Mc 6,3), il paese dove tutti Lo conoscono perché Lo hanno visto crescere, giocare, lavorare nell’umile bottega di Giuseppe, il paese dove ha tanti parenti, parenti che sono molto preoccupati di Lui. Infatti, poche righe prima di parlarci della sua visita a Nazareth, Marco narra di come i parenti di Gesù, preoccupati delle cose che sentivano dire di Lui, erano andati a Cafarnao per cercare di riportarlo a Nazareth, perché lo credevano “fuori di sé” (cfr. Mc 3,20-21). Anche l’evangelista Giovanni fa notare nel suo Vangelo come i “fratelli” di Gesù non credevano in Lui (cfr.Gv 7,5). 

A proposito dei “fratelli” e delle “sorelle” di Gesù, è bene ripetere ogni volta che appaiono nel Vangelo – a pro di coloro che ancora non lo sapessero – che questo termine nella lingua ebraica indica la generalità della parentela e non semplicemente i fratelli e le sorelle carnali. Neanche deve trarci in inganno il termine “primogenito” di Maria (Lc 2,7) a Lui attribuito dall’evangelista Luca, in quanto esso si riferisce al titolo conferito al primo nato della famiglia indipendentemente dal fatto che vi siano successivamente altri fratelli. Gesù è in effetti “il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29) che sono frutto del parto doloroso di Maria sotto la croce quando il Figlio di Dio Le consegnò come figli la moltitudine di coloro che sarebbero rinati a nuova vita per il suo sacrificio redentivo: “Donna ecco tuo figlio… figlio ecco tua madre” (Gv 19,26-27). Ricordiamo poi come Gesù abbia anche voluto precisare che la vera parentela che Lui ha con noi è quella che nasce dall’osservanza della Parola del Padre e non da vincoli di carne e di sangue (cfr. Mc 3,33-35; Mt 12,48-49; Lc 8,21).

Detto questo cerchiamo di entrare nel Vangelo di oggi, in questa prima visita di Gesù al suo paese di Nazareth dove l’evangelista mette in rilievo la reazione dei suoi compaesani: “si stupirono” e “si scandalizzarono” di Lui. 

Lo stupore nasce nella persona di fronte a ciò che non è previsto, non è programmato, non è inscatolato nelle proprie categorie, a ciò che è fuori schema, a ciò che è diverso da come uno se lo aspetta o immagina. Per i nazaretani Gesù non poteva essere un profeta, non poteva essere il messia, perché Lo conoscevano, conoscevano la sua parentela, Lo avevano visto crescere… era un nazaretano come loro e i nazaretani da sempre erano gente senza importanza, povera, umile, senza prospettive alte.

I nazaretani si stupiscono essenzialmente di due cose: della sua sapienza e dei suoi prodigi, sapienza e operare prodigi sono attributi propri di Dio e quindi dei suoi profeti che parlano e agiscono in nome suo. Essi non accettano Gesù come messia perché secondo loro Dio non poteva scegliere uno di loro come tale. In questo rifiuto dobbiamo leggervi in profondità il rifiuto del mistero dell’incarnazione: il rifiuto di un Dio che si fa uomo assumendone tutta la debolezza escluso il peccato (cfr. Eb 4,15). Il rifiuto che la potenza di Dio si possa manifestare nella debolezza  (Seconda Lettura).

Il cristianesimo deve passare necessariamente attraverso questo stupore, un cristianesimo senza questo elemento di stupore è frutto non di conversione, ma di superficialità, di abitudinarietà, di sentimentalismo fondato su un vacuo senso religioso travisato come fede. 

Il fatto che questo uomo Gesù di Nazareth sia anche Dio non può essere da nessuno accolto veramente senza passare attraverso lo stupore, la meraviglia e quindi la tentazione fortissima di scandalizzarsi di Lui. Una fede cristiana vissuta senza aver superato questa tentazione è pronta a crollare alla prima prova.

Lo stupore porta necessariamente alla scelta di scandalizzarsi o di credere in Lui. Dei nazaretani i più si scandalizzarono di Lui, cioè non poterono ammettere che Dio agisse in quella debolezza, in quel loro compaesano. Alcuni invece credettero, pochi e per quei pochi Egli fece alcuni prodigi.

Ma fermiamoci anche a contemplare un altro stupore, quello di Gesù, Marco infatti ci dice che Gesù si meravigliò della loro incredulità! Entriamo in profondità nel Cuore di Gesù per assaporare la sua amarezza nel non vedersi accolto, accettato da chi più Lui amava. Entriamo nella sua umana domanda che si pone di fronte alla loro incredulità e all’incredulità di tanti oggi: “Perché? Perché non credete? Eppure la mia sapienza vi ha stupito! Eppure avete visto alcuni prodigi! Perché non volete credete?” Alle sorgente di quei primi cuori increduli vi troviamo la convinzione che Dio non possa scegliere la debolezza e l’umiltà.

Dietro quindi il rifiuto di credere in Gesù si nasconde il rifiuto di credere ad un amore di Dio così grande da abbracciare anche la debolezza e l’umiltà. Rifiutare la persona di Gesù significa rifiutare l’immensità dell’amore di Dio che si dona gratis ai poveri, agli umili, ai piccoli, ai miseri e peccatori. Rifiutare la persona di Gesù significa rifiutare un amore creduto troppo grande per essere vero, troppo bello per essere vero, troppo esagerato per essere vero.

Quello che è successo lì in quella sinagoga di Nazareth si rinnova nella storia dell’umanità ogni volta che qualcuno incontra Gesù o si interroga seriamente sulla di Lui identità. Accettare o rifiutare Gesù significa accettare o rifiutare di essere fatto oggetto di un amore troppo grande: “Non è possibile che io, proprio io, sia amato così da Dio! No, non è possibile”. Questo scandalo nasce da un profondo disprezzo, disistima di se stessi, non riuscendo ad amarci, non capiamo come Lui possa amarci a tal punto e così senza motivo, senza tornaconto, assolutamente gratis.

Credere in Gesù allora significa credere alla Potenza di un Amore straordinario, assolutamente non umano presente in un uomo, Gesù, che porta in sé il mistero di essere pienamente Dio (cfr. Col 2,9) e significa altresì credere che la Potenza di questo Amore straordinario Egli ce la regala gratis se Lo accogliamo nella fede come nostro Dio e ce la comunica in virtù del fatto che è uomo come noi, fratello nostro, primogenito di una moltitudine di fratelli (cfr. Rm 8,29).

Credere in Gesù quindi significa credere nella potenza di un amore che amandoci ci fa nuovi (cfr. Ap 21,5) e capaci di amare alla maniera di Dio (cfr. Rm 5,5). È questo in particolare il vero grande scandalo che l’uomo moderno non riesce a superare: la possibilità concreta che la persona umana possa amare come Gesù, dando la vita (cfr. Gv 13,34). 

L’era della tecnica e del progresso, se da una parte porta con sé l’immagine alta di un uomo potente, grande e forte che può tutto nei confronti della manipolazione della natura e delle cose, d’altra parte porta con sé l’immagine di un uomo ben misero e piccolo dal punto di vista etico, incapace di scelte forti, di mantenere i propri impegni di fedeltà e di responsabilità, incapace di dominare se stesso e le proprie pulsioni, un uomo padrone delle cose e nello stesso tempo, schiavo di esse, grande e eminente per la scienza, piccolo e misero per la sua vita morale, capace di andare su Marte, ma incapace di virtù, di eroismo, di santità.

Essere cristiani oggi significa innanzi tutto rifiutare questa visione “umana” dell’uomo e accogliere nella fede la visione “divina” di esso che risplende nell’umanità del Verbo incarnato. Accogliere Gesù significa quindi accogliere un’immagine alta di sé, di ciò che siamo e di ciò che siamo chiamati ad essere in Lui (cfr. Ef 1,4-5). Significa credere alla possibilità reale, concreta di essere diversi (cfr. Rm 6,4; 1Cor 5,7; 2Cor 5,17), capaci di novità di vita, capaci di amare di un amore non umano che supera la comprensione del mondo, che il mondo non può capire perché non proviene da esso, ma da Dio (cfr. 1Gv 3,1b).

Che bello, fratelli e sorelle, che bello sarebbe se tutti noi tornando alle nostre case, nell’ordinarietà del nostro tran tran quotidiano cominciassimo, come Gesù, a scandalizzare le nostre piccoli o grandi Nazareth. Cominciassimo a scandalizzare i nostri parenti, magari i nostri stessi figli, o i nostri coniugi, o i nostri amici e colleghi, i nostri conoscenti perché avendo accolto sinceramente Gesù e la potenza del suo Amore cominciamo a mettere in pratica scelte diverse, alte, belle, forti, esigenti reputate impossibili da tutti, ma non da chi come noi ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).

Pensiamo ad esempio alla scelta gioiosa di stare vicino ad un parente anziano e malato rinunciando ad andare in vacanza… la scelta gioiosa di portare avanti una gravidanza anche se tutti ti prendono per scema… la scelta gioiosa di amarsi nella verginità per prepararsi responsabilmente al matrimonio…  la scelta gioiosa di un impegno più responsabile nel lavoro quotidiano… e altre scelte che scandalizzano questo mondo di oggi e di ieri perché non accogliendo la possibilità di un destino alto dell’uomo e accontentandosi di un orizzonte temporaneo e terreno, si rotola nel fango.

E allora carissimi fratelli e sorelle che aspettiamo per scandalizzare questo mondo? Maria SSma ci aiuti, Lei che non ha temuto di scandalizzare il suo Giuseppe quando lo Spirito la investì e la rese Madre, ci aiuti a presentarci al mondo come Lei, presi dallo Spirito, gravidi di Gesù e totalmente fissati nella e della volontà del Padre.

j.m.j.

 

 

L’impermeabilità può essere un bene e può essere un male. Piove, e hai addosso un impermeabile, un tessuto che non lascia passare l’acqua: quell’impermeabilità è buona; impedisce che tu abbia a bagnarti. Piove, e il terreno è argilloso, impermeabile, non lascia filtrare l’acqua: quell’impermeabilità è cattiva; non permette al terreno di essere fecondato dalla pioggia e portare frutto.

L’impermeabilità degli abitanti di Nazareth, quel giorno, fu del secondo tipo, e fu un male, un grande male. Avevano con sé, tra di loro, Gesù, il salvatore, Dio stesso, che avrebbe potuto arrecare loro doni straordinari di guarigione e di salvezza, e la loro impermeabilità a lui, alle sue parole e alla sua azione impedì al Signore di operare. Il Vangelo ci ha detto che Gesù non poté compiere nessun prodigio, se non imporre le mani a pochi malati.

E sì che gli elementi per lasciarsi permeare dal Signore e dal suo bene, quei nazarethani li avevano tutti! Stavano ascoltando parole di una sapienza mai udita, avevano in mente miracoli e prodigi che Gesù aveva già altrove compito; dicevano tra sé: “Da dove gli vengono queste cose? e che sapienza è mai quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?” Rimanevano stupiti, ma il loro stupore e la loro meraviglia non furono capaci di scalfire i loro cuori. Perché? Come mai?

Le loro menti erano imprigionate entro rigidi schemi: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”, si dicevano. I nazarethani conoscevano Gesù da più di trent’anni, l’avevano visto lavorare, andare in sinagoga; l’avevano incontrato molte volte per la strada, avevano parlato con lui: si erano fatti di lui una certa immagine. Ora il Gesù che avevano davanti sembrava essere tutta un’altra cosa, quasi un’altra persona; non sembrava più lui. Come credergli?

E’ il problema di tutti. Ogni persona nasce, cresce, si forma in un certo ambiente. Esperienze, circostanze, situazioni concrete formano e forgiano la sua personalità. E’ pressoché impossibile che una persona non si crei determinati schemi in mente, un certo modo di pensare, di vedere le cose, di sentire. “Tot càpita, tot sentèntiae”, dicevano gli antichi latini: quante le teste, altrettante le opinioni. Il pericolo è di rimanere imprigionati entro i propri schemi mentali, rimanere chiusi e non aperti al diverso.

Gli antichi greci espressero ciò col celebre mito di Procuste. Procuste era un gigante che viveva solitario. Quando vedeva passare una persona nei pressi della sua caverna, la afferrava e la stendeva su un letto di ferro che egli aveva costruito. Se la persona era più lunga del letto, le tagliava le gambe; se era più corta, la stirava fino a farle occupare l’intera lunghezza del letto. Tutti noi rischiamo di avere dentro di noi una specie di letto di Procuste, tendere a far rientrare tutto entro la propria personale misura. E’ necessario invece rimanere aperti, aperti in un atteggiamento di dialogo e di sincero confronto.

L’apostolo Paolo, scrivendo ai Tessalonicesi, esorta: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1Ts 5,21). Occorre considerare tutto, vagliare tutto, perché da tutto è possibile trarre qualcosa di buono e di utile. Certo, noi conosciamo il criterio ultimo e fondamentale che deve guidarci nel dialogo e nel confronto, nell’esame di ogni cosa: è la verità di Dio, è il Vangelo con i suoi criteri. La verità di Dio è la vera bussola, la bussola sicura, per ogni autentico discernimento.

Ci dia il Signore mente e cuori aperti al dialogo e al confronto, con in mano la luce e la bussola della sua verità.

don Giovanni Unterberger

 

 

Il Vangelo incontra difficoltà. Com’è difficile annunciarlo! Chi cerca di farlo deve inventare stratagemmi per non farsi deridere, per non farsi rifiutare, per rendere il messaggio appetibile da chi ascolta. Così tutti coloro che parlano del Dio dell’amore, così anch’io. Gesù non si preoccupa di tutto questo. Egli ubbidisce al Padre e predica il Vangelo, la notizia buona che dona speranza e illumina i cuori di coloro che lo accolgono. Davanti a quelli che non lo vogliono ascoltare o lo giudicano, egli non insiste. Essere approvato dagli uomini non è sua preoccupazione. Non è sua preoccupazione nemmeno farsi accogliere da coloro che lo hanno sempre conosciuto e amato come uno di loro. Persino dai suoi parenti non si lascia scomporre. Parenti e paesani lo conoscono alla maniera umana, non sanno mettere tra lui e se stessi la presenza di Dio. Solo Dio potrebbe dare alla conoscenza di un’altra persona un valore diverso, nuovo, capace di lasciare sorpresi. Parenti e paesani sanno che Gesù è uno di loro, ma non si accorgono che egli vive nel cuore di Dio Padre e si occupa di stare con lui, nè si accorgono che egli è intimamente unito al Padre, tanto da essere portatore di una sapienza divina.

A Nazaret perciò Gesù non compie molti prodigi: perché questi avvengano è necessaria la fede, e fede non c’è, cioè le persone del suo villaggio non vedono in lui uno strumento di Dio, tantomeno riescono a vederlo come Messia. Ezechiele aveva vissuto la stessa situazione in mezzo al popolo d’Israele, e così era stato profeta per Gesù. A lui Dio rivolse una parola ferma: “Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: «Dice il Signore Dio. Ascoltino o non ascoltino, sapranno che un profeta si trova in mezzo a loro»”. Così gli abitanti di Nazaret e quelli di tutta la Palestina, che hanno visto e udito Gesù e sono stati testimoni di prodigi, sono testardi e, non volendo cambiare vita, vedono in lui soltanto un guaritore. Non vogliono convertirsi, non vogliono accogliere i suoi insegnamenti come Parola di Dio!

La loro situazione è quella di molti di noi, anzi, di tutti noi in svariate occasioni. Sappiamo chi è Gesù, ma non lo ascoltiamo. Lo lasciamo parlare, senza dare importanza alla sua Parola, che diciamo essere Parola di Dio, ma non le diamo importanza. Spesso la sua Parola ci sfugge, perché le nostre opinioni ci sembrano sicure e ci fanno attribuire significati facili e leggeri a quanto lui dice, oppure ci giustifichiamo dicendo che chi pronuncia la sua Parola è un uomo, peccatore come noi o più di noi.

Anche San Paolo pensava che per annunciare il vangelo fosse necessario essere in buona salute, e quando ebbe a soffrire pregò il Signore per essere liberato da quella “spina” che gli pareva “un inviato di Satana per percuotermi”. Ma il Signore gli fece capire: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. A questa Parola l’apostolo rispose con quelle parole che vorrei fossero sempre presenti anche in me, per non lamentarmi di nulla, nè delle sofferenze fisiche, nè delle incomprensioni, nè del rifiuto delle mie belle parole di testimonianza al Signore. “Quando sono debole, è allora che sono forte”: così conclude San Paolo. E perciò l’annuncio del Vangelo continua nel mondo per opera di persone semplici, deboli, malate, peccatrici. E quando qualcuno lo accoglie e cambia vita appoggiandosi sulla testimonianza di Gesù, allora noi dobbiamo riconoscere che non è opera nostra, ma miracolo, opera di Dio stesso. È lui che si serve di noi, ma non della nostra vanità o vanagloria, bensì della umiltà che nasce dalla nostra debolezza e incapacità.

Il Vangelo è sempre un mistero di Dio: egli si fa conoscere come Padre, come Dio dell’amore e della pace, e si serve di noi, della nostra parola e della nostra vita che segue Gesù. Ma noi, che siamo più peccatori dei peccatori cui desideriamo annunciarlo, non dobbiamo arrivare a vantarci di essere strumento dell’amore di Dio. È comunque sempre lui che agisce e opera la trasformazione dei cuori, affinché ricevano il suo Spirito ed entrino in comunione con lui e anche con noi. Egli agisce anche là dove noi vediamo solo una genìa di ribelli! Continuiamo perciò a donare la Parola di Dio in ogni ambiente, senza lasciarci scoraggiare dal rifiuto che essa incontra.

 

 

La prima lettura ci riferisce il mandato conferito al profeta Ezechiele: egli deve annunciare la Parola di Dio al popolo diventato ribelle. La superbia impedisce agli israeliti di ascoltare parole profetiche, parole che comunicano luce e guidano sulla strada della salvezza. Nonostante ciò Dio vuole che si accorgano che egli non li abbandona, che vuole rivolgere loro la parola, che un suo profeta è ancora presente nel mondo.

Dell’esistenza di un profeta si accorgeranno quando Gesù comincerà ad insegnare nelle sinagoghe della Galilea. Ma allora sarà ancora la superbia, camuffata in vario modo, che continuerà ad impedire al popolo di accogliere e di ascoltare la Parola del Padre.

Gesù parla, e il suo insegnamento è riconosciuto sapiente, le sue azioni stupiscono tutti. Eppure, dice oggi il vangelo, proprio a Nazaret, il paese dove egli è cresciuto, quelli che lo conoscono sembra abbiano impedimento a riconoscere che parli Parola di Dio. Essi lo hanno visto lavorare con loro, essi vivono insieme ai suoi fratelli e sorelle, cioè ai membri del suo clan familiare, e conoscono bene sua madre; si ritengono perciò in dovere di non trarre conseguenze da quanto hanno visto e udito. Se quei prodigi li compisse uno sconosciuto, o un estraneo parlasse in maniera così sapiente, essi potrebbero pensare che egli sia il Messia, potrebbero credere in lui. Ma egli è conosciuto, perciò non si piegano umilmente davanti a lui per riconoscerne l’origine divina.

Gesù è meravigliato di questa “incredulità”, e soffre interiormente come si soffre quando si incontra una persona superba. Con le persone superbe non si stabilisce né confidenza né comunione. Ai superbi non si può manifestare la propria ricchezza interiore. Gesù lo sa, tanto che in altra occasione dirà che persino Dio tiene segrete le sue cose a coloro che si ritengono grandi, mentre le manifesta ai piccoli e ai semplici. Oggi egli si limita a ripetere un proverbio, la cui veridicità continua a manifestarsi: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.

La superbia del cuore, molto sottile, trova molte giustificazioni per non riconoscere Gesù. L’orgoglio fa trovare molte scuse per rifiutare gli insegnamenti del Signore, benché ne riconoscano la grandezza e la sapienza! Ho udito più d’uno dichiarare ammirazione per Gesù come per un uomo molto grande, sapiente, degno, ma dei suoi insegnamenti non sa che farsene, non li vuole seguire. La superbia impedisce di incontrare Gesù, di amarlo, di seguirlo, e quindi di esserne beneficato.

La superbia è temuta anche dall’apostolo. San Paolo, scrivendo ai Corinzi, si permette di fare una confidenza personale. Egli attribuisce una malattia, che lo fa molto soffrire, all’amore di Dio per lui. Perché Dio permette che “una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi” lo faccia soffrire tanto? Perché Dio, che molte volte lo ha esaudito, non ha nemmeno ascoltato la sua ripetuta preghiera d’essere liberato da quella sofferenza per poter annunciare senza impedimento il vangelo? Ecco come egli legge questo fatto: “perché non montassi in superbia”, “perché io non vada in superbia”. L’apostolo sa che per l’uomo è facile insuperbirsi a causa dei doni di Dio, anche a causa della predicazione del Vangelo.

Se egli cadesse in superbia sarebbe preda e strumento di Satana, e non potrebbe più operare con frutto nel regno di Dio! La sofferenza della malattia lo obbliga a rimanere umile, bisognoso degli altri, a camminare fidandosi non delle proprie forze, ma solo della grazia del Signore. Sia benedetta perciò anche la malattia che ci rende umili. Se riusciamo a realizzare qualcosa di bello e di divino, non siamo stati noi, ma la grazia di Dio! Dio può far risplendere la sua bellezza, la sua grandezza, la sua potenza proprio grazie alla nostra debolezza e infermità.

Nelle letture odierne Ezechiele e Gesù ci mettono in guardia dalla superbia e Paolo ci offre un esempio pratico di vera e santa umiltà. I grandi asceti del deserto egiziano continuarono l’insegnamento di questo atteggiamento, indispensabile alla vita cristiana. Essi ci dicono che l’umiltà è come la rete che, stesa a terra, fa cadere il nostro nemico! Il nostro Nemico è superbo e non accetterà mai di abitare in un cuore umile. Noi vogliamo perciò ringraziare il Signore delle nostre debolezze, della nostra povertà, anche dei nostri difetti. È lui il Salvatore!

 

 

Le letture di oggi ci fanno riflettere sulla nostra difficoltà ad ascoltare la sapienza di Dio. Come mai gli insegnamenti, così belli e utili alla vita e al nostro vivere insieme, trovano resistenza in noi? Che cosa c’è nel nostro cuore, quali pensieri pesano nei nostri ragionamenti, quali forze sono entrate nei nostri sentimenti da portarci a resistere alla Parola di colui che ci ha creati e meglio di chiunque altro sa dove sta la fonte della nostra gioia? Il profeta Ezechiele riferisce quanto ha udito: “Io ti mando… a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me… Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito”. Parlava degli israeliti, ma oggi questa parola è risuonata ai nostri orecchi: siamo così anche noi? Erano così ai tempi di Gesù e nel suo paese. Siamo diversi da loro? Con ogni probabilità possiamo trovare dentro di noi le stesse resistenze. Non pensiamo a coloro che qui nemmeno vengono, perché non sanno apprezzare la parola del nostro Dio e Padre, pensiamo invece a noi stessi. Che facciamo quando viene annunciata la Parola? Qualche volta sbadiglio, altre volte penso a cose o persone che ho lasciato a casa, o ad occupazioni che mi attendono, talvolta ascolto, ma appena finito di udire non so cos’è stato letto o detto. E poi, quando realizzo la Parola del mio Dio? In qualche occasione certamente si, ma quando mi chiede o propone di correggere le abitudini o di cedere a qualche presunto diritto, allora resisto, allora divento come gli israeliti rimproverati da Ezechiele.

I Nazaretani, nonostante ammirassero Gesù per la sua sapienza e fossero strabiliati per i prodigi che avevano udito, non gli credono: non vedono in lui l’inviato di Dio e non ascoltano la sua parola come Parola di Dio. Egli si meraviglia e non gli resta che andarsene e lasciare le persone da lui amate nella loro durezza di cuore e nella loro tristezza. Gesù passa, Gesù si fa presente, Gesù parla e dà i segni della sua divinità. Io lo lascio passare, lo lascio parlare e chiudo i miei pensieri senza includere i suoi.

Accanto a queste letture la Liturgia oggi pone la confidenza dell’apostolo Paolo. Sappiamo quanto egli fosse innamorato del Signore, tanto da ascoltarlo e ubbidirgli fino al punto da essere perseguitato dagli altri ebrei, dai farisei stessi che egli aveva servito e anche rappresentato. Eppure, nonostante la sua ubbidienza a Gesù, eccolo che deve soffrire tanto da essere persino impedito nella predicazione del vangelo. È per lui questo un motivo per non ascoltare più il Signore? No, anzi! Egli si rivolge a lui con fiducia. E rinnova la sua richiesta più volte. Come mai il Signore non ascolta il suo fedele servitore? Come mai a lui che aveva chiesto e ottenuto la guarigione di molti malati e anche dello storpio di Listra, non viene concessa la sua stessa guarigione? No, San Paolo non si ribella, non chiude gli orecchi. Egli ode nel suo cuore la risposta, e l’accoglie con riconoscenza. Egli non viene ascoltato da Dio e dal suo Signore Gesù Cristo “perché io non monti in superbia”. Il pericolo della vanagloria e della superbia c’è anche per l’apostolo. Le tentazioni sono sempre in agguato per tutti, e con più intensità per le persone maggiormente in vista nella Chiesa e maggiormente utili al Regno di Dio. A Paolo Gesù dice perciò: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. La forza di Dio si manifesta nella debolezza dell’uomo, la forza dell’amore è visibile quando siamo circondati dalla tenebra dell’odio e del rifiuto. Paolo continua ad ascoltare Gesù, non si lascia distrarre da difficoltà, da oltraggi degli altri, da debolezze proprie, da angosce interiori, da persecuzioni esteriori. “Quando sono debole è allora che sono forte”: non esiste lo scoraggiamento, esiste solo la volontà di ascoltare la voce di quel Dio che ci ma e ci conosce e ci vuole adoperare per quel regno dove trovano luce e vita tutti quelli che vi entrano.

Non mi allontanerò dalla Parola del Signore. L’ascolterò, e se mi accorgo che non so ascoltare, mi eserciterò, continuerò a lasciarla entrare negli orecchi, e da essi nel cuore, per guidare e orientare la volontà. Non voglio meritare il rimprovero uscito dalla bocca di Ezechiele e nemmeno voglio stupire Gesù come si è stupito a Nazaret.

“A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni. Come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi”.

Fraternità Gesù Risorto

 

 

Troppo normale per essere Dio

Accadde quello che tutti, a Nazareth, stavano attendendo col naso all'insù: il Messia s'era fatto evidente. Il Bambino-prodigio, nato tra le strade del paese, un giorno rincasa, dopo essersi fatto grande altrove. Capitò, esattamente in quella città che fu per lui catacomba di silenzio trentennale, che i paesani di Nazareth non lo accettassero. Roba da cappottarsi dalle risate: l'attendevano tutti, Lui s'era fatto uno di loro, non fu accettato nella piazza del suo paesello natìo: «Da dove gli vengono queste cose? Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» Si erano infastiditi per quelle-cose che andava dicendo: che la persona viene prima della legge, che il sabato è stato fatto per l'uomo e non viceversa, che Iddio non gode affatto della morte del reo ma è tutto tronfio del suo pentimento. Cioè, in paese, aveva sparso voce che a Dio non gli si poteva più chiedere di professare ad alta voce le formule tristi del loro vecchio catechismo sbiadito. Mica capirono, loro, il nuovo annuncio che si stava spargendo per le strade di Palestina: frequentare il Mistero non è riempirsi di formule – aver studiato, essere buoni, bravi – ma solo il fatto di non essere all'altezza, saperlo, starci lo stesso. Fu per questo che nel suo paese tornò con la ciurma discepola al seguito: i primi che Lo seguirono seppero riconoscere la sua eccezionalità come fosse la cosa più semplice e naturale di questo mondo. I paesani, invece, pagarono dazio del fatto d'essere cresciuti alla luce degli stessi lampioni, battendo le stesse strade, annusando la medesima aria della sera. Non seppero riconoscere, non vollero affatto farlo, l'annunciazione del Cielo all'umanità: «La più grande eresia – scriveva Charles Péguy in Véronique - è negare quell'incontro meraviglioso, unico, del temporale nell'eterno, e reciprocamente, dell'eterno nel temporale, del divino nell'umano e mutuamente dell'umano nel divino». I discepoli, a quell'incontro, il Cielo li colse impreparati: un miscuglio di ignoranza, freschezza e stupore. I paesani erano in uno stato di sospetto: troppa esperienza invecchia lo stupore. Smarrisce Dio.

Tornò a Nazareth, forse, per un gesto di riconoscenza: come di chi, diventato famoso in terre foreste, torna alle casa natìa per renderle omaggio, per debito di riconoscenza. Per spartire prima di tutto con loro che, d'ora innanzi, se vorranno potranno vedere la Bellezza che cammina per quelle loro stesse strade. E' certo che la grande promessa sarà nell'aldilà, il Paradiso: è pur certo – pare tornato a dire esattamente questo, Cristo – che nell'aldiqua, per chi Gli darà credito, sarà possibile fare un'esperienza di paradiso-anticipato, di stupore: precario, ma pur sempre stupore reale. Nella trama semplice e disarmante del quotidiano: «Tutto per me si è svolto nella più assoluta normalità – continua Péguy in Véronique - e solo le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operale facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva, e mi accade, davanti agli occhi». Una grande esistenza nascerà sempre dall'incontro con una grande occasione: questo volle donare ai suoi paesani il Cristo-profeta. Questo, i suoi paesani, non l'accettarono: Gli fecero capire che per loro, cervelli omologati dall'infatuazione per una legge morta, era meglio continuare a vivere nell'attesa piuttosto che imbattersi nell'incontro con quella Presenza ardente.

Loro si stupirono al punto tale da indignarsi. Anche Cristo si stupì, della loro incredulità. I primi, per ripicca verso di Lui, fecero muro contro, soffiarono vento-contrario. Lui, non compiendo nessun miracolo, lasciò però socchiusa la porta per loro: «E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il Respinto non li respinse, a rifiuto non oppose rifiuto: seppe sostare nell'attesa di un loro possibile ritorno. Era consapevole del fatto suo:«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti, in casa sua». Prima di partire, aveva calcolato di fallire: per questo restò in piedi.

Per credere basta poco: c'è solo da guardare. Da lasciarsi guardare (da Il Sussidiario, 7 luglio 2018).

don Marco Pozza

 

 

La progressiva manifestazione di Gesù contrasta con l’incomprensione di coloro che gli sono più vicini umanamente: i parenti prima (3, 21. 30-35), i compaesani dopo. In questi primi versetti del capitolo 6 vediamo gli abitanti di Nazaret, che lo conoscono come un loro concittadino, col suo aspetto di uomo comune inserito nella vita di tutti i giorni e la sua provenienza da una famiglia umile e non riescono a comprendere quanto fa e dice.

ANDO’ NELLA SUA PATRIA (1)

Gesù va nella sua “patria”. Per “patria” allora si intendeva la città degli antenati, quindi per Gesù Betlemme, e anche il luogo della residenza abituale, che per Gesù era Nazaret. Di Nazaret appunto parla Marco Gesù non ci torna per visita, ma con i suoi discepoli, nella sua qualità di maestro e Messia.

DI SABATO.. NELLA SINAGOGA (2)

Il sabato era il giorno dedicato alla preghiera e all’istruzione religiosa, che si svolgeva normalmente nella sinagoga. Gesù approfittava volentieri di questa occasione per annunziare il suo messaggio (1,21-39).

STUPITI (2)

Lo stupore de compaesani è lo stesso degli scribi (1, 22-27). La profondità dell’insegnamento di Gesù e le opere che compie colpiscono e confondono perché non si capisce la fonte di così grande saggezza e di tanto potere. La questione è aperta sull’origine divina di Gesù.

DONDE GLI VENGONO QUESTE COSE (3)

Le tre domande dei nazaretani riguardano tutta la figura e l’opera di Gesù che era a conoscenza dei compaesani e non solo il discorso della sinagoga. Si meravigliano ma sono incapaci di risalire alla fonte. Anche loro sono catalogabili tra coloro di cui Gesù dice che hanno “occhi e non vedono, orecchi e non intendono” (4,12).

COSTUI IL CARPENTIERE (3)

Il termine greco è “tecton”, quello latino “faber”, termini che indicano un artigiano che lavora tutti i materiali, quindi un falegname o un fabbro o un muratore. Sul mestiere di Gesù nemmeno la tradizione è concorde, ma è molto probabile che fosse quello di falegname. La domanda ha una sottolineatura dispregiativa e suona più o meno cosi: “Come mai questo falegname viene a parlarci in nome di Dio”.

IL FIGLIO DI MARIA (3)

In bocca ebraica questa domanda non è comprensibile, perché si usava nominare una persona sempre con il nome del padre. Si possono fare alcune supposizioni. Viene fatto il nome della madre, perché probabilmente Giuseppe era già morto, però anche in questo caso si continuava a chiamare la persona col nome del padre, oppure Marco cerca di affermare la fede nella concezione verginale di Gesù, oppure le parole di questi paesani hanno una valore dispregiativo.

FRATELLO DI GIACOMO (3)

Di fratelli di Gesù si parla ripetutamente nel Nuovo Testamento. L’antica tradizione cristiana ha visto in questi fratelli e sorelle soltanto dei cugini o dei congiunti a vario grado di parentela. Si parla nel Nuovo Testamento di “fratelli del Signore” come di una categoria di persone che avevano una particolare posizione nella chiesa primitiva. I “fratelli” qui nominati, Giacomo, Giuda e Simone non sono probabilmente gli Apostoli che portano lo stesso nome.

E SI SCANDALIZZAVANO DI LUI (3)

Gesù dirà ” beato chi non si scandalizzerà di me”. Nonostante quanto di straordinario vedono in Gesù i nazaretani non sono capaci di credere che Gesù è l’inviato di Dio perché, guardando alle sue umili condizioni familiari, non possono credere che Dio gli abbia conferito tanta autorità e dignità.

UN PROFETA (4)

L’espressione proverbiale che Gesù pronunzia ha molti riscontri nella verità storica. Molti profeti del Vecchio Testamento e molti missionari del Nuovo hanno fatto esperienza della prevenzione qui indicata.

E NON VI POTE’ OPERARE NESSUN PRODIGIO (5)

Mancava la fede che era la condizione necessaria che Gesù richiedeva sempre per i miracoli che dovevano aprire alla fede, e fare miracoli in mancanza di fede sarebbe stato in contrasto con la missione di Gesù. L’incredulità blocca ogni opera salvifica.

MA SOLO IMPOSE (5)

Qualche miracolo tuttavia lo fa, perché non è che non ne abbia la possibilità, ma si astiene dal far miracoli come rimprovero ai suoi compaesani.

E SI MERAVIGLIAVA (6)

L’ostinazione dei nazaretani è tanto forte da destare meraviglia persino in Gesù.

MEDIAZIONE

INTERROGATIVI DELLA GENTE

Gesù va a Nazaret, la sua patria, e subito la gente si interroga su chi egli sia, dato che insegna nella sinagoga. La prima domanda riguarda il suo insegnamento: «Donde gli vengono queste cose?». La seconda domanda riguarda la sua sapienza: «E che sapienza è mai questa?». Come dire: è una sapienza che viene da Dio o che viene da Satana? Solo se la sapienza di Gesù viene da Dio, egli è il Messia. La terza domanda riguarda i miracoli compiuti da Gesù: i miracoli potrebbero essere fatti con un potere diabolico; oppure sono segni che Gesù possiede un potere da Dio? La quarta e la quinta domanda riguardano l’origine di Gesù: egli è l’artigiano e il concittadino che tutti conoscono, dunque come può essere il Messia? E tutti — commenta l’evangelista — si scandalizzavano di lui, cioè trovavano un ostacolo a credere nella sua messianicità. Gesù reagisce allo scetticismo dei suoi concittadini con un proverbio: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria». Gesù subisce la sorte di molti profeti, l’incomprensione e il rifiuto, l’incredulità. Per questo a Nazaret non fece nessun miracolo, perché i miracoli presuppongono un contesto di fede. Infatti soltanto la fede rende capaci di vedere in un fatto prodigioso la presenza di Dio. Gesù è il profeta e il modello del missionario cristiano, che deve aspettarsi accoglienze e rifiuti, come è avvenuto per Gesù (Antonio Bonora)

GESU MAESTRO

Gesù è maestro, come tale si presenta e come tale è respinto; la meraviglia nasce negli ascoltatori, diviene in essi incredulità attraverso interrogativi successivi, ritorna ad essere meraviglia ma in Gesù, il quale si esprime con un proverbio: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Qual è il senso profondo di questo proverbio? Esso svela la tendenza generale a svilire la verità profonda dell’uomo dietro i suoi dati anagrafici: nel momento in cui «si conosce» una persona, se ne misconosce il mistero; sapendone nome e indirizzo, si pensa che essa non abbia mistero. Ma eliminare o misconoscere il mistero della vita del prossimo (qualunque sia il suo dato anagrafico) vuol dire renderla senza storia, senza appigli ad un disegno; significa estromettere Dio, le sue entrate e le sue presenze misteriose dalla storia quotidiana. La fede però non è adesione a degli articoli astratti, ma capacità di vedere Dio dietro l’ordinarietà del quotidiano. I nazaretani conoscevano tutto di Gesù, le sue caratteristiche anagrafiche e sociali, eppure per loro Cristo rimane un enigma e come tale viene rifiutato (Giuseppe Pasini)

RIDUZIONI

Si può aggiungere che a Nazareth accettano Gesù come uomo, ma non come inviato di Dio. Accettano cioè una parte del mistero della sua persona, ma lo rifiutano nella sua integralità. È una cosa che abbiamo spesso sotto gli occhi. Cristo grande uomo, sì, ma Dio, no. Oppure: Lui sì, ma la Chiesa, no. Oppure: la Chiesa, come comunione sì, ma non la funzione gerarchica al suo interno. E così Cristo è fatto a pezzi. Parziale o totale il rifiuto è sempre tragico: spezza il rapporto vivo della fede. O si accetta tutto, o si rifiuta tutto. Quando poi non si osa rifiutare Cristo e la sua Verità, si cerca di addomesticarla per dare spazio alla nostra debolezza. Si cerca di ridurre il Vangelo a una dimensione “accettabile” edulcorandolo, riducendolo agli schemi della nostra piccola saggezza umana. Ma allora è il sale che non condisce più ed è solo buono ad essere calpestato dagli uomini. Al che il Poverello d’Assisi ribatte che il Vangelo bisogna prenderlo « ad litteram, sine glossa, diligenter »; cioè in altri termini: così come è, senza commenti che ne eliminino il “radicalismo”, e con la capacità di giocare noi stessi su quella parola. Solo così si ha quella piena accettazione del Cristo, che in linguaggio evangelico si chiama “fede” (Giovanni Nervo)

GESU RIFIUTATO

Gesù è rifiutato perché è uno come tutti gli altri. Questo rifiuto non è una novità: è il trattamento riservato ai profeti. Gli ebrei aspettavano un Messia glorioso e “razionalmente” non potevano ammettere che uno che conoscevano e che viveva come un uomo qualunque fosse l’Inviato da Dio. Qualcosa di simile accade anche oggi, quando la gente più che alle virtù o al messaggio di uomini di valore, bada all’aspetto, che i media sanno pubblicizzare. Perché spesso i più vicini sono quelli che capiscono di meno gliinviati di Dio ? I Cristiani dovrebbero capire Gesù, ma talora anche loro per credergli vogliono segni mirabolanti, miracoli, apparizioni. Gesù non compie miracoli a Nazaret, perché non trova la fede. Non vuole forzare il cuore umano, ma vuole la sincerità di chi cerca la verità.

SCENA CHE SI RIPETE

Oggi si ripete questa scena del vangelo. Gesù non è accettato dai suoi né da quelli che sono fuori della Chiesa; è più comprensibile e scusabile la seconda cosa che non la prima. Noi che ci diciamo cristiani abbiamo bisogno di una fede viva in Gesù, perché non possiamo sperare che Cristo faccia meraviglie in noi, nelle nostre attività, nella nostra famiglia, comunità e ambiente, e nemmeno nei sacramenti, per magia e senza la nostra collaborazione e dedizione personale.

PROFETA DISPREZZATO

L’espressione di rimprovero con cui Gesù abbandona la sua patria – «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria…» – ci ricorda il dovere della comunità cristiana tutta di vivere la dimensione profetica, a partire dalla normalità della vita. Dove domina la logica della forza, dell’imposizione, della costrizione, la profezia deve proporre il costume della non violenza, di persuasione proprio di Gesù. Il vangelo induce più a convincere che a vincere. In un contesto dominato dal profitto, dalla ricerca spasmodica di guadagno, fa profezia chi si sforza di vivere la gratuità evangelica. Fa profezia soprattutto chi fa scelte radicali di distacco e di povertà, perché quelle scelte ci costringono tutti a interrogarci sul superfluo e sul necessario. In un mondo caratterizzato dalla caccia al privilegio e alla distinzione, dal corporativismo, è profezia accettare e promuovere l’uguaglianza tra le persone, in linea con la sostanziale dignità di tutti i figli di Dio. E se attenzione privilegiata deve esserci, questa va riservata a chi non ha altri titoli, per farsi valere, che quello della propria umanità sofferente e povera (Antonio Bonora)

VISIONE DEI PROFETI

I profeti vedono alcune cose essenziali alla salvezza quando gli altri non le vedono ancora, oppure quando non le vedono più, e le gridano ai loro fratelli per scuotere le coscienze e aprire anche i loro occhi. I profeti sono sempre persone scomode, per la loro stessa funzione, perché chiedono un cambiamento: perciò c’è il pericolo che siano messi da parte, che sia emarginati. Se sono veri profeti del Signore non si ribellano: soffrono nel silenzio perché sanno che è la croce di Cristo che redime il mondo e che la sofferenza farà germogliare la parola nel tempo di Dio. Ma la comunità che rifiuta il profeta, come è successo a Nazareth e al popolo ebreo che hanno rifiutato Gesù, rimane impoverita di una voce che il Signore aveva mandato per la sua conversione. Anche qui la chiave di soluzione è l’amore: il vero profeta ama e perciò accetta la sofferenza; d’altra parte, chi ama accoglie il profeta. (Ernesto Menichelli)

SCANDALO DELLA GENTE

Lo scandalo dei contemporanei dì Gesù è direttamente paragonabile allo scandalo attuale nei confronti della chiesa. Anche accettando che Dio si sia reso presente nella persona di Gesù, appare tuttavia per molti inammissibile che egli abbia voluto legarsi a questa realtà così fragile e umana. Quante volte abbiamo sentito ripetere l’obiezione, che forse ha scosso talvolta anche noi: «Io credo in Gesù, ma non nella chiesa». Se è vero che, da un certo punto di vista, la fede cristiana non confonde le due realtà e crede propriamente soltanto in Cristo, rimane vero però che le due realtà non sono di fatto separabili; non si da una fede cristiana contro o anche a prescindere dalla chiesa, in quanto essa rappresenta la modalità storica, concreta, con cui Gesù stesso ha voluto rimanere presente – nello spazio e nel tempo – visibilmente nel mondo.

NON FECE MIRACOLI

“Colà, egli non fece molti miracoli, a causa della loro incredulità” (Mt 13,58). Queste parole ci insegnano che i miracoli si compivano in mezzo ai credenti, poiché “a chi ha sarà dato e sarà nell`abbondanza” (Mt. 25,29), mentre invece tra gli increduli i miracoli non solo non producevano effetto, ma addirittura, come ha scritto Marco, non potevano produrlo. Fa` attenzione, infatti, a queste parole: “Non poté compiere alcun miracolo”; difatti, non ha detto: “Non volle”…. bensí: “Non poté”… (Mc. 6,5), perché si sovrappone al miracolo che sta per compiersi una collaborazione efficace proveniente dalla fede di colui su cui agisce il miracolo, e che l`incredulità impedisca tale azione. Di modo che, è il caso di sottolinearlo, a coloro che hanno detto: “Per quale motivo non abbiamo potuto scacciarlo?”, egli ha risposto: “A causa della vostra poca fede” (Mt. 17,19-20), e a Pietro che cominciava ad affondare, fu detto: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt. 14,31) (Origene)

PERCHE’ NON FECE MIRACOLI

Anche Luca da parte sua riferisce che non fece lí molti miracoli (cf. Lc 4,16-30). Ma, mi direte voi, sarebbe stato naturale e logico farli. Se Gesú aveva la possibilità di suscitare ammirazione – come in realtà avvenne -, per qual motivo non operava miracoli? Sta di fatto che egli non aveva di mira la propria gloria, ma il loro bene. Tuttavia poiché questo bene non si realizzava, Cristo trascurò la propria manifestazione per non aumentare il castigo dei suoi compaesani. Osservate dopo quanto tempo e dopo quale dimostrazione di miracoli egli torna presso di loro: ma neppur così lo accolgono, anzi si accendono piú vivamente di invidia. E perché allora, voi chiederete, Gesú ha operato qualche miracolo? L`ha fatto perché non gli dicessero: “Medico, cura te stesso” (Lc 4,23), e non affermassero che egli era avversario e nemico loro e disprezzava i suoi concittadini; non voleva infine sentir dire: Se avesse operato miracoli, noi pure avremmo creduto. Per questo egli opera qualche miracolo e in seguito si ritira, compiendo, da una parte, ciò che spetta a lui ed evitando dall`altra di condannarli piú severamente, (S. Giovanni Crisostomo)

PREGHIERA

•Padre, che riveli il tuo amore nel volto umano del Verbo fatto carne, vinci la nostra incredulità. Aiutaci a riconoscere in Gesù, l’uomo di Nazaret, la Sapienza venuta dall’alto, il prodigio della nostra salvezza e a comprendere dentro ogni situazione di debolezza e di fallimento la straordinaria possibilità della manifestazione del tuo regno.
•La nostra incredulità affidiamo al tuo cuore amoroso di Padre. Siamo gente testarda e dal cuore indurito, ancorata alla nostra superbia. Fa’ che sciogliamo i nodi del nostro orgoglio ostinato.

•Vogliamo incontrarti, poiché conosciamo che non abbandoni il tuo. popolo, ma sempre lo guidi con mano di Padre, col dono fedele dell’alleanza: il tuo volto d’amore: Gesù. Vogliamo incontrarti nella chiesa che soffre e vive l’amaro destino e la gloria gioiosa di lui, rifiutato e schernito, incompreso ed escluso per sempre dal cuore di chi non accoglie la logica strana del regno, del Dio che si incarna in un uomo, che pone forza e sapienza nella stoltezza del misero, nell’inapparenza del povero, nella mitezza del debole (Suore Clarisse)

•Sia benedetto Dio, amante dell’uomo, che nei poveri rivela la sua ricchezza perché nessuno abbia di che gloriarsi davanti a lui. Si appoggia sui deboli per umiliare i forti. Sceglie gli stolti per confondere i sapienti. Così il granello di senape diventa l’albero che allieta un nuovo paradiso. Le più umili esperienze terrene offrono il nido in cui abita lo Spirito. Il fanciullo, modello del regno, si leva come una bandiera in mezzo alle genti. I pochi pani e i piccoli pesci, che un ragazzo reca nel suo cesto, si moltiplicano a nutrimento delle folle. Pescatori di lago diventano colonne e fondamento per portare il mondo. Una vergine di Nazaret, paese da cui non veniva niente di buono, diventa regina dell’universo. (dal Catechismo degli adulti)

•A te che conosci la nostra debolezza: fa’ che abbiamo a confidare sempre nella tua grazia che manifesta la tua potenza anche dentro i nostri fallimenti.

•A te che comprendi le fatiche del nostro cuore: fa’ che ci apriamo alla verità della tua sapienza che illumina di speranza anche le situazioni impossibili.

•A te che privilegi i piccoli e i poveri: fa’ che ti sappiamo riconoscere nel quotidiano incontro con ogni fratello.

•A te che doni la vita alla chiesa tua sposa: fa’ che amiamo la nostra comunità cristiana, i nostri pastori, i nostri fratelli di fede come il luogo che tu scegli per comunicarti a noi.

•A te che fai di noi una nuova famiglia: fa’ che non ci chiudiamo dentro i nostri progetti, ma, aperti allo Spirito, testimoniamo con gioia “la potenza straordinaria che viene da Dio» e che opera sulla nostra debolezza. (Suore Clarisse)

•Perché abbiamo confinato la tua salvezza alla misura ella nostra consuetudine e dei nostri calcoli meschini, Signore, abbi pietà!

•Perché sei venuto nella nostra casa e ti abbiamo rifiutato, mettendo a tacere i tuoi profeti e facendo dormire la tua parola nelle nostre ceneri, Cristo, abbi pietà!

•Perché ti abbiamo rinchiuso in nomi vuoti d’anima, senza farci sorprendere dalla novità del tuo Spirito, della tua parola e della tua misericordia, Signore, abbi pietà!

•O Signore, Dio nostro, sorprendente nelle tue venute, sii tu il nostro rifugio e la nostra fortezza, e mantienici svegli in attesa del tuo amore (Basilio Caballero).

•Signore Gesù, tu hai conosciuto l’incomprensione e i limiti della condizione umana. Con l’umiltà hai trionfato fino all’accettazione della croce. Insegna anche a noi ad accettare le prove del tempo presente, gli insuccessi, con serenità, affinché anche per noi la debolezza diventi forza, e l’umiliazione vittoria, (C. Berthes)

•Sei la palma di Cades, orto sigillato per la santa dimora, sei la terra che trasvola carica di luce nella nostra notte. Vergine, cattedrale del Silenzio, anello d’oro del tempo e dell’eterno: tu porti la nostra carne in Paradiso e Dio nella carne. Sei lo splendore dei campi, roveto e chiesa bianca sulla montagna….. Noi ti abbiamo ucciso il Figlio, ma ora sei nostra madre, viviamo insieme la risurrezione. (David Maria Turoldo).

 

 

Il Vangelo di questa domenica ci riporta con Gesù a Nazareth. La sua fama si era diffusa ben oltre la ragione nativa e aveva raggiunto Gerusalemme. In molti erano accorsi ad ascoltarlo. Tutti i presenti, nonostante lo conoscessero bene, restarono stupiti delle sue parole. E si ponevano anche la domanda giusta, quella che dovrebbe aprire alla fede: "Donde gli vengono tali cose?". Se avessero ricordato le antiche parole rivolte a Mosè: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto" (Dt. 18,15), avrebbero accolto non solo le parole ma lo stesso Gesù come inviato di Dio. Purtroppo, gli abitanti di Nazareth si arrestarono davanti al carattere ordinario della sua presenza: non era così che essi immaginavano un inviato di Dio; pensavano che un profeta dovesse avere i tratti della straordinarietà e del prodigioso, o comunque quelli della forza e della potenza umana.

Gesù, invece, si presenta va come un uomo normale. Del resto sapevano anche loro che era di condizioni modeste: "non è costui il carpentiere?", si dicevano l'un l'altro. Essere carpentiere non dava una particolare reputazione. Nel libro del Siracide si legge: "Costoro non sono ricercati nel consiglio del popolo, nell'assemblea non hanno un posto speciale, non siedono sul seggio del giudice, non conoscono le disposizioni del giudizio. Non fanno brillare né l'istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali, e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere" (38,33-34). La famiglia di Gesù era una famiglia normale, né ricca né indigente. Non sembrava godere di particolare stima da parte dei cittadini di Nazareth: "Non è il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?" continuavano a chiedersi gli ascoltatori nella sinagoga. Insomma, per i nazareni Gesù non aveva assolutamente nulla che potesse distinguerlo da loro. Gli riconoscevano certamente una notevole sapienza e una rilevante capacità taumaturgica, ma la vera questione era che essi non accettavano che egli parlasse con autorità sulla loro vita e sui loro comportamenti. Ecco perché la meraviglia si trasformò subito in scandalo. "Si scandalizzavano di lui", aggiunge l'evangelista. E quel che sembrava un trionfo divenne un totale fallimento.

Ma qual è lo scandalo? Gli abitanti di Nazareth, potremmo dire, erano orgogliosi di avere un concittadino famoso; era un vanto che Gesù passasse per un oratore travolgente, che facesse prodigi e che portasse lustro alla loro cittadina. Una cosa sola non riuscivano a sopportare: che un uomo come lui, che tutti conoscevano benissimo, potesse però avere autorità su di loro, ossia pretendere in nome di Dio un cambiamento della loro vita, del loro cuore, dei loro sentimenti. Tutto ciò non potevano accettarlo da uno di loro. Eppure è questo lo scandalo dell'incarnazione: Dio agisce attraverso l'uomo, con tutta la pochezza e la debolezza della carne; Dio non si serve di gente fuori dal comune, ma di persone qualsiasi; non si presenta con prodigi o parole stravaganti, bensì con la semplice parola evangelica e con i gesti concreti della carità. Il Vangelo predicato e la carità vissuta sono i segni ordinari della straordinaria presenza di Dio nella storia. L'apostolo Paolo scrive ai Corinzi: "I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò ch'è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò ch'è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò ch'è nulla per ridurre a nulla le cose che sono" (1Cor. 1,22-25.27-28).

Sappiamo bene quanto poco sia accolta dalla mentalità comune (di cui tutti siamo figli) questa logica evangelica. Gesù a Nazareth ne fa esperienza diretta. E con amarezza nota: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua". Se il libro dei Vangeli potesse parlare, senza dubbio lamenterebbe la solitudine in cui spesso è relegato; e avrebbe da accusare "noi di casa" per le tante volte che lo spingiamo ai margini della vita, lasciandolo muto, perché non parli e non agisca. Gli uomini di Dio, i profeti, la sanno bene. "Me infelice! Madre mia che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese", grida Geremia (15,10). Ed Ezechiele ? lo leggiamo nella prima lettura ? si sentì preannunciare lo stesso dramma: "Io ti mando dagli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me". Anch'essi, come Gesù, debbono spesso constatare il fallimento della loro parola. Tuttavia il Signore aggiunge: "Ascoltino o non ascoltino ? perché sono una genia di ribelli ? sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro". Dio è fedele, sempre. La Parola non tace, e il Vangelo sarà sempre predicato. Chi lo accoglie e lo mette in pratica salva la sua vita.

Chi si comporta come gli abitanti di Nazareth, ossia chi non accetta l'autorità di Gesù sulla sua vita, impedisce al Signore di operare. Sta scritto che a Nazareth Gesù non poté operare miracoli; non è che non volle, "non poté". I suoi concittadini volevano che operasse qualche miracolo, ma non avevano capito che non si trattava di fare prodigi o magie al servizio della propria fama. Il miracolo è la risposta di Dio a colui che tende la mano e chiede aiuto. Nessuno di loro la tese. Tutti semmai avanzavano pretese. Non è questa la via per incontrare il Signore. Dio non ascolta l'orgoglioso. Volge invece il suo sguardo sull'umile e sul povero, sul malato e sul bisognoso. A Nazareth, infatti, Gesù poté guarire solo alcuni malati: appunto, quelli che invocavano aiuto mentre passava. Beati noi se, staccandoci dalla mentalità dei nazareni della sinagoga, ci mettiamo accanto a quei malati che stavano fuori e che chiedevano aiuto al giovane profeta che passava.

mons. Vincenzo Paglia

 

 

Dopo aver risorto la figlia di Giàiro, Gesù torna nella sua “patria” in compagnia dei discepoli [1]. La sua città è Nazareth. Qui è conosciuto, e qui ha vissuto gran parte dell’adolescenza e della giovinezza.   È sabato, lo Shabbat degli ebrei. Il giorno del riposo e della liturgia in sinagoga. Insieme con i suoi discepoli, Gesù si reca in sinagoga, dove comincia a insegnare. E molti, ascoltandolo, restano stupiti del suo originale ammaestramento. “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”[2].

L’evangelista chiude la reazione dei concittadini di Gesù per mezzo della frase “E si scandalizzavano di lui”[3].

Ma che vuol dire, l’evangelista, con queste parole? Il verbo skandalizô[4], nella forma verbale eskandalizonto[5] è simile all’italiano scandalizzo, come si evince dal suono di questo termine, ed ha un ampio ventaglio di accezioni. Può significare: mettere una pietra d'inciampo o un impedimento sulla via su cui un altro può inciampare e cadere; oppure incitare a peccare, fare cadere, essere offeso da qualcuno, cioè vedere in un altro quello di cui disapprovo e che mi impedisce di riconoscere la sua autorità, causare dispiacere in qualcuno per una cosa, oppure essere indignato.

Personalmente, credo che i Nazaretani siano scandalizzati da Gesù perché uno come lui è visto ed inquadrato mentalmente, secondo gli schemi precostituiti derivati dal suo passato lavoro di carpentiere e dall’appartenenza ad una semplice famiglia di Nazareth. Quindi, non c’è niente di straordinario o di illustre nelle sue origini. A ciò, aggiungerei anche il fatto  che con la fama propagata con la predicazione ed i miracoli operati nella regione del lago, quindi non molto lontano da Nazareth, Gesù possa aver provocato un sentimento di invidia e di gelosia, nella sua gente.

Invece di guardare al suo mirabile insegnamento, alla Sua Parola che ridona freschezza, vita, ed attualità alle antiche Scritture, i Nazaretani convergono la loro attenzione sulla figura umana di Gesù, sulla famiglia di cui fa parte, nonché sul lavoro di carpentiere che ha svolto prima della Missione. Il termine greco tektôn[6], tradotto con carpentiere, ha una molteplice varietà di contenuti. Può attribuirsi ad un lavoratore in legno, un falegname, un costruttore, o artigiano o lavoratore; ma anche un progettista. È molto probabile che con una qualsiasi di queste categorie lavorative Gesù abbia lavorato, forse anche insieme al padre, Giuseppe, alla costruzione di Sefforis, la città che Giuseppe Flavio definirà come “l’ornamento della Galilea”[7],  e che dopo essere stata distrutta dai romani nell’anno 6 d.C., è stata ricostruita da Erode Antipa, amico dei romani, che l’ha eletta a capitale del suo dominio.

Gesù s’avvede della reazione poco sincera dei Nazaretani, al suo insegnamento, e commenta amaramente: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”[8], lasciando, così, capire che, forse, anche nel suo stesso clan familiare e di parentela, non è accettato.

Il commento dell’evangelista chiude questo brano doloroso con la constatazione che nessun miracolo è operato da Gesù nella sua città. Solo pochi ammalati di Nazareth sono sanati grazie alla Sua Presenza.

Gesù è rimasto male, meravigliato per l’incredulità dei suoi paesani. Un'opposizione a tratti violenta, come racconta, poi, Luca [9] nel suo vangelo, e che si ripercuote, nel contempo, anche nei sentimenti del suo stesso clan.

La fama di Maestro ed operatore di miracoli, che lo ha preceduto in questo suo ritorno a Nazaret, non fa che acutizzare la diffidenza dei suoi, alimentata, forse, dalla loro normale aspirazione a vivere una vita serena e tranquilla, nell'ambiente quotidiano della famiglia e del clan, senza palesi motivi di discussione con gli altri clan che abitano questo villaggio collinare della Galilea.

È forse questo il motivo di fondo della tensione tra Gesù ed il suo parentado? Sarebbe una spiegazione molto verosimile. Si tratta, in fondo, di gente abituata a vivere e lavorare tranquillamente nella quiete delle botteghe o dei campi, e che invece si vede al centro dell'attenzione del villaggio. Gente che teme, nondimeno, un atteggiamento ostile da parte della comunità, se non proprio delle autorità religiose di Gerusalemme.

Per di più, consapevole del modo con cui Gesù si espone pubblicamente, assumendo anche un atteggiamento polemico verso i potenti gruppi religiosi ebraici, il clan è vivamente preoccupato per sé e, nello stesso tempo, per l'incolumità dell’illustre parente.

Ad un occhio attento sembrano proprio questi i motivi di una diffidenza iniziale che coinvolge, in questa tensione, tra Gesù ed il suo clan, la stessa figura della Madre di Gesù. In tale situazione, diventa difficile per qualche studioso trovare la collocazione di Maria[10].  Ma è bene ricordare che la situazione della donna nella società Palestinese è molto diversa da quella di oggi, nella quale la donna vive l’età migliore della sua storia.  Al tempo di Gesù la condizione della donna è diametralmente opposta a quella contemporanea.

Consapevole, allora, del ruolo marginale della donna nella società Palestinese del primo secolo, voglio pensare che Maria si veda costretta, suo malgrado, a subire, nei suoi confronti e verso Gesù, l'influenza severa ed il giudizio, tipicamente maschilista del mondo ebraico, da parte degli uomini del parentado. 

   Solo col tempo, specialmente dopo l’esperienza della Pasqua, la famiglia, e forse anche la città di Nazareth, cambierà gradualmente atteggiamento nei suoi confronti.  E questo sarà un merito della prima comunità cristiana, quella propriamente detta della circoncisione, le cui colonne saranno proprio quei discepoli che attualmente condividono la stessa vita del Maestro.

Gesù riprende il peregrinare tra i villaggi di Palestina, insegnando ed annunciando che il Regno di Dio è venuto. Nel suo cuore l’amarezza del rifiuto, da parte degli abitanti della sua città, e forse da parte degli stessi parenti. Egli stesso, del resto, è umanamente consapevole della difficoltà della missione, resa ancora più dolorosa qui, a Nazaret, dal rifiuto dei suoi “concittadini”. Una predicazione vana, la sua. Un’ostilità accanita, da parte di quella Nazaret che non ha accolto il suo Profeta.

Nonostante questa parentesi dolorosa, Gesù riprende la Missione, annunciando, di villaggio in villaggio, la venuta del Regno di Dio.

I Nazaretani si sono fermati all’apparenza: all’umile carpentiere che è presente in Gesù di Nazareth. Non sono andati oltre. Del resto lo ricordano come un bambino ebreo, cresciuto in mezzo a loro come tutti i ragazzi ebrei. Lo ricordano come adolescente e giovane apprendista, a fianco di Giuseppe. Lo ricordano così, come uno di loro, senza particolari fatti che potessero manifestare qualcosa di questa Persona così simile a loro. Così uguale a loro. Ma forse è proprio l’ordinarietà della vita giovane di Gesù a mostrare in maniera mirabile l’agire di Dio. Di quello stesso Dio che con i suoi divini  discernimenti che si distanziano dalle logiche umane, dieci secoli prima aveva scelto Davide come Re di Israele. Cosa disse Dio al profeta Samuele che si apprestava a scegliere ed ungere un nuovo Re al posto di Saul? “Non guardare al suo aspetto né all'imponenza della sua statura. Io l'ho scartato, perché io non guardo ciò che guarda l'uomo. L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore”[11].

Tutta la vita di Gesù, specialmente la sua giovinezza, è vissuta all’insegna della discrezione, del nascondimento, e dell’umiltà. Una conferma, di questo esemplare atteggiamento di povertà spirituale, tipico degli anawim ai quali ha annunciato le beatitudini del Regno, ci viene dal vangelo di Giovanni, dove leggiamo: “Dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne; i suoi fratelli gli dissero: “Parti di qui e và nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!». Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui” [12].

I parenti che Gesù ha a Nazareth sembrano non comprendere la sua “discrezione”, cioè l'apparente contraddizione tra la sua pretesa messianica ed il ritirarsi dalle folle che lo vogliono re, per cui lo invitano apertamente a manifestarsi come Messia di Israele.

E allora possiamo certamente leggere, nel comportamento di diffidenza ed anche di rifiuto degli abitanti di Nazareth, la loro incapacità di non aver saputo vedere, dietro l’immagine discreta e modesta del carpentiere di Nazareth, il mirabile Disegno di un Dio che “si è fatto carne” [13], non finendo di stupirci col suo Amore e la sua totale appartenenza, “fuorché nel peccato” [14], alla specie umana, volendo essere, fino in fondo, come tutti noi. L’umanità di Cristo, spesso trascurata a favore della sua Divinità, merita di essere riletta, per un annuncio vivo ed una catechesi sempre più ancorata alla verità del vangelo.

Solo col tempo, quando Pietro lo riconoscerà solennemente come Cristo, a Cesarea  di Filippo, Gesù mostrerà i caratteri della sua messianicità, lasciando comprendere di non essere venuto per essere un Messia in potenza, ma insegnando, ai suoi discepoli, che “il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” [15].

 

[1] Mc. 6,1-6.

[2] Cf. Mc. 6,2-3.

[3] Cf. Mc. 6,3.

[4] σκανδαλζω.

[5] ™skandal…zonto.

[6] tšktwn, n.d.a..

[7] Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, 18,27.

[8] Mc. 6,4

[9] Lc. 4,29-30

[10] Cf. Pius-Ramon Tragan, La preistoria dei Vangeli, Ed. Servitium, pag. 112.

[11] 1Sm. 16,7

[12] Gv. 7,1-5

[13] Cf. Gv. 1,14

[14] Cf. Eb. 4,15

[15] Mc. 8,31

 

 

Il peccato: rifiutare Cristo

Se l'idolatria caratterizza  le nazioni pagane, l'incredulità tocca lo tesso popolo di Dio. Tutta  la  storia  di  Israele è costellata di incredulità, di  rifiuti, di nostalgie  e  di ritorni verso  gli idoli, di fiducia negli dèi dei popoli vicini, oppure  di fiducia  nelle grandi alleanze con i popoli pagani. Espressione toccante  di questo rifiuto è la condizione del profeta, sempre  ostacolato  dal  popolo,  non accettato, spesso  inseguito e  perseguitato: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati» (Mt. 23,37). L'incredulità del popolo è sempre stata uno scandalo.

Gesù e la sua gente

II rapporto di Gesù con il suo popolo è stato un rapporto allo stesso tempo tenero e tempestoso: « Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt. 23,37).

Come i loro padri si erano comportati con i profeti, così gli Israeliti si comportano con Gesù; sono un «popolo di ribelli... sono figli testardi e dal cuore indurito» (1ª lettura).

Molte sono le ragioni del  fallimento e del rifiuto del popolo eletto. Anzitutto gli  errori  di  interpretazione della Legge. Il popolo ha soffocato nella  lettera un documento pieno di tensione escatologica; ha  ridotto la missione  e  la  figura del  Messia alle dimensioni di un  quadro  troppo umano  e  troppo nazionalista.  Alcuni strati del popolo hanno creduto di poter essere sufficienti a se stessi e si sono chiusi  ad ogni  iniziativa di Dio.  Accecati dalla preoccupazione di vantaggi terreni, altri Ebrei hanno trascurato i segni  che Dio  loro mandava.  Anche  il  culto  è  stato  deformato nel  formalismo  e  il tempio è  divenuto un luogo di prestazioni cultuali senza  un vero impegno personale.

In questo contesto l'incidente di Nazaret (vangelo)  assume un significato  emblematico. Gesù si presenta al suo paese non come semplice cittadino  che fa una  visita  alla sua famiglia; egli ci va con  i suoi discepoli nel pieno esercizio della sua qualità di Rabbi dotato di sapienza e di autorità fuori  del comune. Tali sue qualità eccezionali sono poste in netto contrasto con la sua origine; la sua gente «si scandalizza di lui» e non lo accetta per quello che lui veramente è. San Paolo dice che un Messia come Gesù  «è follia per i Greci e scandalo per i Giudei» (1Cor. 1,23).

Il pericolo dell'autosufficienza.

Una gran parte di Ebrei non ha riconosciuto il Cristo, ma le ragioni che  spiegano questo rifiuto toccano anche  noi:  anche noi  siamo continuamente in pericolo di  volerci salvare da soli, di riporre la nostra fiducia  solo nei mezzi esterni, di portare nel nostro culto più formalismo che interiorità, di restringere, con le nostre interpretazioni troppo umane e troppo legate ad un particolare ambiente, l'universalità della nostra religione.  Soprattutto, anche noi siamo nella continua tentazione di far tacere i profeti perché ci scomodano dalle nostre posizioni acquisite  e  fanno saltare le nostre sicurezze.  Gesù non è venuto per confermarci nelle nostre sicurezze; la sua persona è sempre un segno di contraddizione, la sua parola provoca a fare delle scelte, a comprometterci.  Eppure noi sappiamo prendere le giuste distanze, sappiamo metterci al di sopra delle  parti, per non scomodare nessuno, per non provocare reazioni e rifiuti... Il profeta ci obbliga ad uscire dalla nostra posizione di equilibrio, a scuotere la nostra tranquillità: per questo è spesso urtante. Una costante di tutti i profeti è la difficoltà d'impatto della loro persona e del loro messaggio con i loro immediati uditori.  In un mondo che cerca di vivere nella tranquillità, di approfittare egoisticamente dell'oggi, il profeta diventa per forza un segno di  contraddizione.

Rifiutare Dio è disgregarsi

Con il  peccato l'uomo, pretendendo di essere simile  a Dio, vuoi fare e decidere da sé ciò che è bene e ciò che è  male. Da questa illusoria pretesa di autosufficienza e di rifiuto di Dio, risulta distrutta l'immagine stessa dell'uomo, smarrito il senso della sua vita, diviso in se stesso e dagli altri. Quanto più l'uomo rifiuta la comunione con Dio, infatti, tanto più diviene incapace di comunione con gli altri. Il peccato si trasforma sempre  in esperienza di separazione,divisione, lotta, contrasto e solitudine. È  una  profonda  incapacità a comunicare, a vivere in una unità d'amore, a comprendere e ad accogliere l'altro nelle sue aspirazioni ed esigenze  (cf.  CdA, pagg. 470-471).

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio

«Discorsi» di sant'Agostino, vescovo   (Disc. 19, 2-3; CCL 41, 252-254)

Davide ha confessato: «Riconosco la mia colpa» (Sl. 50,5). Se io riconosco, tu dunque perdona. Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Si adatta alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono. Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri. Non è questa la maniera di pregare e di implorare perdono da Dio, insegnataci dal salmista, quando ha esclamato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50, 5). Egli non stava a badare ai peccati altrui. Citava se stesso, non dimostrava tenerezza con se stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Non indulgeva verso se stesso, e quindi pregava sì che gli si perdonasse, ma senza presunzione.

Vuoi riconciliarti con Dio? Comprendi ciò che fai con te stesso, perché Dio si riconcili con te. Poni attenzione a quello che si legge nello stesso salmo: «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non lì accetti» (Sal 50, 18). Dunque resterai senza sacrificio? Non avrai nulla da offrire? Con nessuna offerta potrai placare Dio? Che cosa hai detto? «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50, 18). Prosegui, ascolta e prega: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 50, 19). Dopo aver rigettato ciò che offrivi, hai trovato che cosa offrire. Infatti presso gli antichi offrirvi vittime del gregge e venivano denominate sacrifici. «Non gradisci il sacrificio»: non accetti più quei sacrifici passati, però cerchi un sacrificio.

Dice il salmista: «Se offro olocausti, non li accetti». Perciò dal momento che non gradisci gli olocausti, rimarrai senza sacrificio? Non sia mai. «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 50, 19). Hai la materia per sacrificare. Non andare in cerca del gregge, non preparare imbarcazioni per recarti nelle più lontane regioni da dove portare profumi. Cerca nel tuo cuore ciò che è gradito a Dio. Bisogna spezzare minutamente il cuore. Temi che perisca perché frantumato? Sulla bocca del salmista tu trovi questa espressione: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50, 12). Quindi deve essere distrutto il cuore impuro, perché sia creato quello puro.

Quando pecchiamo dobbiamo provare dispiacere di noi stessi, perché i peccati dispiacciono a Dio. E poiché constatiamo che non siamo senza peccato, almeno in questo cerchiamo di essere simili a Dio: nel dispiacerci di ciò che dispiace a Dio. In certo qual modo sei unito alla volontà di Dio, poiché dispiace a te ciò che il tuo Creatore odia.

 

 

Attenti a non sbagliare pátria

In queste ultimi tempi, in Italia, stiamo assistendo ad un deciso ritorno del senso della patria. Di fronte ad alcune “minacce” (l’Europa, i migranti…) la nostra identità nazionale è tornata alla ribalta come qualcosa da difendere. Per carità, nulla di male nell’amare il proprio paese. Ma in quanto cristiani dovremmo anche fare attenzione a non sbagliare patria.

Nel Vangelo di oggi, Gesù torna nel proprio paese d’origine, dopo aver iniziato la sua missione. Ci aspetteremmo un trionfo, l’orgoglio di aver dato i natali ad una persona che stava diventando molto popolare con le sue parole e le guarigioni che compiva. Nella sua patria Gesù viene visto come un uomo qualunque. E rifiutato. E invece nulla di tutto questo: in Gesù i suoi compaesani vedono un uomo qualunque. Conoscono i suoi parenti, le sue origini, i suoi difetti… e lo rifiutano. Non credono che quell’uomo, del quale pensano di sapere già tutto, possa compiere qualcosa di buono nel nome di Dio.

È lo stesso destino dei profeti. Dio sceglie persone concrete per portare la sua parola in mezzo a noi. Persone fragili, certamente, ma che ci raggiungono molto più da vicino di come potrebbe fare il Signore. Uomini e donne che fanno i conti con la loro fragilità e la loro inadeguatezza (come Ezechiele e San Paolo), contando unicamente sulla promessa di Dio di servirsi di loro. Dai profeti di ieri e di oggi ci sentiamo sempre un po’ minacciatiE dai profeti di ieri e di oggi ci sentiamo sempre un po’ minacciati. Non vorremmo mai metterci in discussione, aprire gli occhi, cambiare modo di pensare e di comportarci. Ci sentiamo urtati dal loro invito a cambiare vita, perché convertirci non è una cosa spontanea.

Molti altri preferiscono coccolarci, lasciandoci anche sbagliare pur di sembrare buoni. Oppure mettono in noi paure infondate pur di essere acclamati come salvatori. Nulla di tutto questo in Gesù, ma l’ostinata volontà di salvarci, La benedetta fatica di ammorbidire e convertire il nostro cuoreanche quando questo significa metterci in guardia dalla chiusura in noi stessi. O in crisi per riconoscere i sussurri in cui spesso si nasconde la voce dell’avversario. Quando il nostro cuore si indurisce ci costa fatica riscaldarlo, ne faremmo volentieri a meno. Ma è una fatica benedetta, e quanto mai necessaria per vivere.

Nella patria di Gesù, oggi, vediamo tutto questo. La celebre frase “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria” ci mette in allerta dall’accontentarci di patrie troppo piccole, in cui diventa difficile riconoscere la voce del Signore. Non accontentiamoci di patrie troppo piccole, in cui diventa difficile riconoscere la voce del SignoreAl riguardo mi ha colpito, nei giorni scorsi, leggere di alcuni preti criticati da loro parrocchiani per aver predicato il Vangelo in quelle che dovrebbero essere le loro patrie, le comunità che servono.

Il Regno di Dio, al quale apparteniamo, supera ogni confine geografico, religioso e culturale. Le sue lingue ufficiali sono l’accoglienza e la misericordia, compiute nella verità. Questa è la vera patria di cui cerchiamo di far parte. Che non capiti anche a noi, come ai compaesani di Gesù, di averla a portata di mano e di lasciarcela sfuggire.

Luca Lunardon

 

 

Un profeta non é disprezzato se non nella sua patria

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Nell’ambiente ristretto e nella società chiusa di un piccolo popolo della Galilea del sec. I la famiglia e la sinagoga erano (dovevano essere) i due alvei attraverso i quali ogni individuo che veniva in questo mondo socializzava, cioè si integrava nella società giudaica del suo tempo. Questo è capitato nel caso di Gesù? Da quello che racconta questo brano, sembra di no. La famiglia e la sinagoga si sorprendono quando, dopo un tempo probabilmente breve, si rendono conto del fatto che Gesù non pensa, non parla e non vive più come ci si doveva aspettare in una persona del popolo ed in un figlio di quella famiglia.

Di fatto la condotta di Gesù fu allora considerata così “deviata” che meritò solo “disprezzo”. E quindi nessuno, neanche la sua famiglia più intima, ebbe fiducia in lui. Questo è una cosa molto dura nella vita di una persona. È il prezzo della libertà. Soprattutto, la libertà nei confronti delle persone alle quali uno si sente più legato affettivamente. Il doloroso stupore di Gesù era giustificato.
I tre sinottici ricordano questo fatto (Mt 13, 53-58; Lc 4, 16-30). Quale importanza ha quest’episodio? Se Gesù è stato incompreso nell’ambiente dove lo si conosceva meglio, è certamente perché Gesù è stato considerato come una novità che non si poteva comprendere. E se poi è stato rifiutato, è perché è stato considerato come un pericolo serio. Un pericolo per quella religione (la sinagoga) e per quel modello di società (la famiglia). Oggi lo considereremmo come una novità ancora più strana ed un pericolo ancora più grande.

padre José María Castillo