«Sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro»

«Ascoltino o non ascoltino - perché sono una genìa di ribelli -

sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro» (Ez. 2,5).

In un tempo poco felice della Storia della Salvezza, quando il popolo di Israele viene deportato in Babilonia, il Signore suscita nuovi profeti perché ridestino la speranza nei cuori affranti e induriti. Tra questi emerge la figura di Ezechiele, a cui Dio affida il compito di essere suo "portavoce" in mezzo a questo popolo che non è più capace di ascoltare la voce del suo Signore!

Nella Parola del Signore, però, cogliamo già un sorta di insuccesso che attraverserà la missione del profeta: "Sono una genia di ribelli", per cui il loro cuore è incapace di intendere la Parola d'Amore di un Dio sempre pronto a donare perdono e salvezza.

Gesù, alcuni secoli dopo, si ritrova nella stessa esperienza di Ezechiele quando, venuto a insegnare nella sinagoga, prova il disprezzo della sua gente.

L'evangelista Marco non ci dà la denominazione del luogo in cui si trova Gesù, anche se noi sabbiamo bene che la sua patria è Nazareth o, se vogliamo indicare un area geografica più vasta, la Galilea. Questa mancata indicazione, però, ci aiuta a capire che ciascuno di noi appartiene al quel popolo che rifiuta con marcata insistenza l'Amore di un Dio infinitamente misericordioso!

Noi siamo il popolo di Dio, la Chiesa, la Sua gente... e siamo noi che oggi abbiamo chiuso il cuore a Dio perché, circoscritti nelle nostre convinzioni e presi dalle nostre tante inutili fatiche, non abbiamo più il tempo, né la voglia, né forse sentiamo la necessità di ascoltare la novità della Parola del Signore, che ci rialza, ci rigenera, ci dà nuovo vigore per essere nel mondo non camminatori stanchi e solitari, bensì pellegrini gioiosi e testimoni instancabili dell'Amore!

«Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?» (Mc. 6,2).

Lo stupore della gente di Nazareth si fonda su quegli elementi trasparenti che caratterizzano la figura di Gesù: egli è, anzitutto, un sapiente, un conoscitore attento e puntuale delle Scritture, tanto che le insegna e le spiega con autorità e convinzione; poi, i gesti che compie, i miracoli, che sono per certi versi la naturale azione che segue la parola, dimostrano la potenza di Dio che abita e opera in Lui.

A queste note caratteristiche del Maestro si aggiunge l'individuazione della sua famiglia, dei suoi parenti più prossimi, che non sono i suoi "fratelli" come qualcuno pensa! Ciò inquadra Gesù nel contesto di una famiglia umana, cioè dimostra che Egli è "vero uomo", per cui è impossibile pensare che Dio si sia "abbassato" così tanto da farsi un uomo come tutti gli altri! Non possiamo non ricordare, così, le parole del prologo di Giovanni: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto» (Gv. 1,11).

«Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc. 6,4).

Alle reazioni-contestazioni della sua gente, Gesù risponde con un detto sapienziale, confermando che l'esperienza già vissuta nel passato dai profeti è per Lui "oggi" un fatto scontato!

E' così che Gesù, d'ora in avanti, si distacca definitivamente dalla sinagoga, orientando la sua missione verso altre mete.

Tuttavia, tale esperienza non è riservata solo ai profeti veterotestamentari e a Gesù, bensì questa è il progetto di vita di ogni discepolo del Signore! Fare l'esperienza del "rifiuto" è propria di chi vuole seguire Cristo!

Se oggi, nel chiasso di un mondo che sembra aver perso la voglia di credere, sperare, amare, riuscissimo ad andare con lo sguardo oltre questo confine che sa di morte, vedremmo sicuramente il coraggio di chi sa essere (spesso nella discrezione e nel silenzio!) testimone dell'Amore di Dio. Le tante figure di santità dei nostri giorni, come Madre Teresa, don Tonino Bello, Mons. Oscar Romero, ecc. non sono forse il prototipo di chi è rifiutato e disprezzato in questo mondo? Eppure la loro presenza non è altro che una "goccia" in un oceano; e, se tante gocce si mettono insieme, sicuramente qualcosa di bello può venir fuori!

Nel Battesimo, mediante l'unzione con il crisma, Dio ci ha reso e consacrati "sacerdoti e re e profeti" come il Cristo. Dunque, come veri cristiani, dobbiamo mettere da parte le nostre paure, dobbiamo venire allo scoperto da tutte le nostre sicurezze e convinzioni per annunciare con coraggio la Parola dell'Amore, pronti anche noi a fare l'esperienza del rifiuto come Gesù!

Don Tonino Bello, grande "profeta di Dio" nel nostro tempo, scrive così: «Un mosaico di solidarietà. E' con questa sinergia che crescono le cose buone. E' con il piccolo sforzo di tanti che si possono portare avanti le idee soprattutto quando vanno controcorrente».

Sì, dobbiamo imparare ad andare "controcorrente" come Gesù, infrangendo le strutture di peccato che uccidono il nostro mondo stanco! E' necessario rompere quelle forme di egoismo che ci allontanano sempre più da noi stessi, dagli altri e da Dio, per stringere legami autentici di comunione, di pace, di amore, realizzando così il progetto di Dio!

Ma dobbiamo anche avere il cuore sempre disponibile e aperto alla voce dei tanti profeti dei nostri giorni: i pastori della Chiesa, i tanti uomini e donne di buona volontà capaci di testimoniare instancabilmente la buona Novella del Regno. Non possiamo ignorarli! Non possiamo dire di non avere bisogno di loro, di essere capaci di farcela da soli! Siamo cristiani in misura di quanto siamo capaci di ascoltare con pazienza e attenzione tutti, a cominciare da coloro che riteniamo "ignoranti", sapendo scorgere nella loro "innocenza" e "semplicità di cuore" la presenza di Dio in mezzo a noi!

«E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,5-6).

Ancora una volta a fare da sfondo alla Liturgia domenicale è il dono della fede, che troviamo del tutto estraneo nella gente di Nazareth: le reazioni di ribellione e rifiuto nei confronti di Gesù scaturiscono dal "non credere" in Lui!

Egli avrebbe potuto operare tanti di quei prodigi da "convertire" il loro cuore perverso; ma non vuole farlo perché non vuole che credano in Lui per ciò che fa', ma per ciò che è, cioè Dio!

Anche noi, oggi, siamo tentati di essere travolti dal fascino del miracolistico, da eventi straordinari che qua e là turbano la fede di tanta gente semplice: noi vorremmo, naturalmente perché ci fa comodo, un Dio "tappabuchi", sempre pronto a riparare i nostri danni e a guarire le nostre ferite... ma cosa rimarrebbe di noi? Non saremmo solo dei "burattini" nelle mani di Dio?

Per questo Gesù è costretto a rompere con la sinagoga e a rivolgere la sua missione verso altre mete; ma quali sono queste altre mete se non quelle dei cuori più disponibili a lasciarsi condurre dall'Amore di Dio sui sentieri della pace e della vera felicità, quella che non ha mai fine?

Qualche volta ci capita di vedere (e ne rimaniamo scandalizzati!) che sacerdoti e/o testimoni del Vangelo del nostro tempo sono costretti a lasciare la propria Parrocchia, il proprio territorio di missione perché non hanno avuto la forza di continuare, stremati dalla persecuzione, dal rifiuto, dal disprezzo... e ciò non capita in Africa o in America latina, bensì nelle nostre Comunità cristiane, che spesso portano una maschera di perbenismo e perfezione, ma che nel loro interno vivono le esperienze della disgregazione, dell'odio, della rivalità... Non siamo anche noi un po' come quella gente di Nazareth che rifiuta Gesù e la sua parola, perché troppo scomoda ed esigente?

Siamo troppo abituati ai sistemi del potere che talvolta alberga e sconvolge le nostre comunità!

La Parola del Signore, oggi, ci interpella e ci scuote, ci invita a venire fuori da questo sistema di "chiusura", di rifiuto, ci invita a volgere il nostro sguardo oltre il nostro solito "confine", verso orizzonti più elevati dove l'Amore sta al vertice!

La testimonianza di Paolo, che abbiamo ascoltato nella Seconda Lettura, consolida e avvalora il messaggio che le altre di Letture di questa Liturgia ci hanno consegnato.

Come profeti nell'oggi della storia non possiamo non ritrovarci nell'esperienza dell'Apostolo che, da saggio, riconosce che, se c'è qualcosa di cui deve vantarsi, questa è proprio la sua debolezza umana; il Signore, infatti, gli ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor. 12,9).

Paolo riconosce di essere un debole strumento nelle mani di Colui che solo è potente; i suoi avversari si danno l'aria di apostoli forti che dominano la Comunità, ma questo atteggiamento è demoniaco.

Il vero apostolo è fiero della propria debolezza: non intende con ciò i suoi difetti ma, piuttosto, le sofferenze che deve affrontare e l'atteggiamento di mansuetudine che lo rende simile all'Agnello, mite e umile di cuore. Proprio come vittima (debole) Paolo riconosce di poter essere vincitore (forte).

Pertanto, facciamo nostre le parole di Paolo, sapendole incarnare nel nostro quotidiano: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor. 12,9-10).

Imploriamo dal Signore la forza ed il coraggio per essere nel mondo profeti di speranza di e di amore, che non si abbattono nelle tribolazioni, nelle debolezze e nel rifiuto, ma che forti nella Sua Grazia, illuminati e sorretti dal dono della fede, non esitano a testimoniare il Vangelo della Vita a tutti gli uomini del mondo, senza riserva alcuna!

E chiediamo anche di rendere sempre il nostro cuore disponibile ad accogliere Lui ed i fratelli, perché nessuno, per causa nostra, possa fare l'esperienza del rifiuto e del disprezzo!

Antonio Pinizzotto

 

 

La visita di Gesù nella sua patria è un avvenimento penoso che riprende il tema della mancanza di fede del popolo ebraico già sottolineata nell'insegnamento delle parabole e nella discussione su Beelzebùl.

I parenti di Gesù prima (cfr Mc. 3,21.31-32), e la gente di Nazaret poi, tentano di impadronirsi di lui per impedirgli di illudersi e di nuocere agli altri, ma egli non accetta di lasciarsi circoscrivere entro i legami naturali. Ormai i legami umani si definiscono in rapporto a lui e non viceversa: i "suoi" sono coloro che vivono con lui, ascoltano la sua voce e fanno la volontà del Padre.

Gli abitanti del suo paese credono di conoscere Gesù meglio di chiunque altro. L'hanno visto crescere ed esercitare il suo mestiere. Incontrano ogni giorno sua madre e i membri della sua famiglia di cui conoscono nomi, vita e miracoli. Di fronte a lui si sentono turbati, imbarazzati, irritati. Rifiutano di lasciar mettere in discussione il loro piccolo mondo e la valutazione che si erano fatta sulla sua persona. Si fa fatica a cambiare parere e a ricredersi: è più facile e sbrigativo cancellare una persona dalla nostra vita che l'immagine o il giudizio che ci siamo fatto di lei. Gli abitanti di Nazaret non sanno aprirsi al Gesù reale, perché restano caparbiamente attaccati al ritratto che si erano fatto di lui.

L'episodio va al di là del rifiuto di un piccolo paese della Galilea: prefigura il rifiuto dell'intero Israele (cfr Gv. 1,11). Che un profeta sia rifiutato dal suo popolo non è una novità: c'è perfino un proverbio che lo dice. E' un proverbio nato da una lunga esperienza che ha accompagnato tutta la storia d'Israele, che trova la sua più clamorosa dimostrazione nella storia del Figlio di Dio e che continuerà a ripetersi puntualmente nella storia successiva.

Dio è dalla parte dei profeti, eppure i profeti sono sempre rifiutati; gli uomini di Dio, i giusti, sono sistematicamente tolti di mezzo, salvo poi costruire loro sepolcri e monumenti tardivi (cfr Lc. 11,47-48).

"E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì" (v.5). I miracoli di Gesù sono una risposta alla sincerità dell'uomo che cerca la verità; non sono il tentativo di forzare, in ogni modo, il cuore dell'uomo. Diversamente dagli uomini, Dio non usa la violenza per imporre i propri diritti. E neppure fa miracoli per permettere agli uomini di esimersi dal rischio e dalla fatica del credere.

Anche a Nazaret Gesù ha cercato i malati e i poveri; essi sono il buon terreno arato dalla sofferenza e irrigato dalle lacrime: il seme della Parola viene accolto da loro e produce frutto. Nella sua città purtroppo il bilancio è deludente, ma non fallimentare.

A Nazaret tutti si sono scandalizzati di Gesù. Tutti gli uomini inciampano e cadono davanti alla grandezza dell'amore di un Dio che si fa piccolo e insignificante. Tutti rifiutano un Dio la cui sapienza è la follia e l'impotenza dell'amore. Noi lo pensiamo e lo vogliamo diverso. La nostra mancanza di fede è così incredibile che il Signore stesso se ne meraviglia.

In Gesù ci troviamo davanti allo scandalo di un Dio fatto carne, che sottostà alla legge della fatica umana e del bisogno, del lavoro e del cibo, della veglia e del sonno, della vita e della morte. Lo vorremmo diverso. Ci piacerebbe condividere le sue caratteristiche divine, ma non ci piace che egli condivida le nostre prerogative umane, delle quali volentieri faremmo a meno.

Il cristiano e la Chiesa devono sempre misurarsi sulla carne di Gesù, venduta per trenta sicli, il prezzo di un asino o di uno schiavo.

La prima eresia - è e sarà sempre la prima! - non consistette nel negare la divinità di Cristo, ma nel minimizzare e trascurare l'umanità di Gesù che nella sua debolezza e stoltezza crocifissa è la salvezza per tutti. Il cardine della salvezza è la carne crocifissa e risorta di Cristo.

padre Lino Pedron

 

 

Anche Dio si meraviglia

Gesù torna a casa (Mc 6,1). Il suo era un ministero costantemente itinerante. Cafarnao, Betsaida, Corazin, Gerico, Gadara, Tiro, Sidone ecc.ecc. Il Signore era predicatore instancabile: percorreva i villaggi d'intorno insegnando (Mc 6,6), cioè oggi diremmo che predicava a partire dalle periferie della vita di Israele. E' bello pensare Gesù che ogni tanto torna a casa. E' molto umano. Chi di noi non sente il bisogno ogni tanto di tornare in luoghi divenuti familiari? Anche nella sua Nazareth Gesù predicava. Ma il vangelo di oggi ci ricorda che tra i suoi concittadini non avveniva quello che invece succedeva altrove. E questo diede occasione al Signore Gesù di formulare la celebre legge dello spirito che riguarda tutti gli autentici profeti (Mc 6,4). Perché deve accadere questo ai profeti? Perché è toccata questa sorte anche a Colui che è più di un profeta?

Anche nella prima lettura tratta dal libro di Ezechiele si narra della sua vocazione segnata dal rifiuto. Anzi, il profeta si rende conto che Dio lo chiama subito a partecipare del suo stesso rifiuto: figlio dell'uomo, io ti mando ai figli d'Israele, a una razza di ribelli che si sono rivoltati contro di me (Ez 2,3). Come dire: il vero profeta sa che essere chiamato da Dio significa portare e sentire su di sé il rifiuto di Dio da parte degli uomini, fino alla disponibilità di diventare se stessi un rifiuto. Un mistero che non avrà mai una spiegazione logica. Osserviamo l'atteggiamento dei cittadini di Nazareth davanti al Maestro che predica, e cerchiamo almeno di cogliere qualcosa di questo mistero. Il testo ci dice che molti sono colti da stupore. Essi si rendono conto che davanti a loro c'è qualcosa di assolutamente nuovo (Mc 6,2). Eppure quell'iniziale sentimento di meraviglia non sfocia nell'apertura del cuore e della mente, bensì in un confronto reciproco dentro cui la presunta conoscenza che hanno di Gesù fa problema con la novità delle sue parole e delle sue azioni. Il testo conclude lapidariamente: ed era per loro motivo di scandalo (Mc 6,3).

Gesù è chiamato per la prima volta nel vangelo di Marco il falegname. Questa parola usata dai suoi concittadini esprime molto di più del suo semplice significato. In Israele quasi tutti possedevano della terra. Chi l'aveva persa, per sopravvivere faceva lavori modesti. Tra questi, il creare manufatti o riparare piccole cose in legno: un lavoro artigianale che non era considerato affare proficuo o di prestigio, ma piuttosto da diseredati. Se facessimo una operazione di attualizzazione, quale lavoro odierno potrebbe compararsi a quello che Gesù imparò da Giuseppe? Quale lavoro oggi tutti considerano “da diseredati”? Pensateci bene, e se per caso la vostra fantasia ne ha trovato uno, state attenti, quello è il lavoro che Dio oggi sceglierebbe!

Non è costui il falegname? Questa parola ci dice anche cosa furono i suoi poco più di trent'anni a Nazareth. Un'esistenza assolutamente anonima come uomo, impegnato in un lavoro povero e irrilevante, al punto che per gli abitanti di quella città non è possibile che le due realtà si possano congiungere nella persona di Gesù: “come può proferire tale sapienza e compiere tali prodigi un semplicissimo uomo che lavora con il legname? Ma non lo abbiamo mai visto girare con i “rabbi” riconosciuti dal popolo e dalle sinagoghe! Come è possibile? E poi sappiamo benissimo da quale famiglia proviene, sappiamo chi sono i suoi parenti, sappiamo...” Ed ecco che la loro meraviglia iniziale, quella spinta interiore suscitata da una sorprendente novità che potrebbe aprire la mente e il cuore alla luce della fede, s'arresta davanti alle sembianze troppo comuni di Gesù, ed essi finiscono col chiudersi nella loro anima. La fede suscita accoglienza, ma anche scandalo e rifiuto. S. Paolo, nell'affrettarsi a chiarire agli abitanti di Corinto il contenuto della fede, mette in evidenza il suo contenitore e richiama le conseguenze del suo annuncio: e mentre i Giudei cercano i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo Crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1,24).

So che potrei risultare ripetitivo, ma come non richiamare in proposito la persona e il ministero di papa Francesco per riconoscere questa pagina di vangelo nella vita odierna? Non mi viene un esempio più chiaro. L'uomo Jorge Mario Bergoglio come papa ha sorpreso tutti sin dal suo affacciarsi sul balcone di piazza S. Pietro per salutare il popolo di Dio che lo acclamava. Da quel giorno in poi, i suoi gesti, le sue scelte, le sue parole e i suoi silenzi, il delicato esercizio del suo servizio pontificio, da un lato sono accolti con gioia e gratitudine da una gran parte della chiesa (ma anche fuori di essa) che glorifica Dio per i segni che ci lascia; da un altro lato invece, vediamo una chiesa che non solo è letteralmente scandalizzata per quello che dice e che fa, ma lo ostacola in tutti i modi quando non lo deride apertamente, osteggiandolo con tutti gli argomenti possibili. Questo papa sarebbe troppo accogliente e misericordioso, troppo semplice e teologicamente poco preparato, nonché responsabile della perdita di autorità e serietà del papato; e a nulla sono valsi i richiami del papa emerito tanto rimpianto, sceso a difendere apertamente cultura e solidità/ortodossia dell'impianto teologico di Bergoglio.

Il vangelo di oggi sottolinea che a Nazareth Gesù non poté operare un granché (Mc 6,5). Alla luce del capitolo precedente che abbiamo meditato nel vangelo di domenica scorsa, si comprende facilmente perché. A Dio non piace operare senza la fede dell'uomo. La fede come fiducia in Lui, è ciò che gli permette di essere quello che è: Dio. Ma quando in qualche modo l'uomo si mette davanti a Lui come un Dio che sa tutto, allora il Signore, nella sua maestosa umiltà, rispetta la sua libertà, sempre! Eppure i 2 protagonisti di domenica scorsa, cioè “il padre della fanciulla e la donna malata, non sono discepoli di Gesù, ma vengono esauditi per la loro fede. Hanno fede in quell'uomo. Da questo comprendiamo che sulla strada del Signore sono ammessi tutti: nessuno deve sentirsi un intruso, un abusivo o un non avente diritto. Per avere accesso al suo cuore, al cuore di Gesù, c'è un solo requisito: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui” (Papa Francesco, Angelus del 01.07.2018). Una cosa è certa. E si meravigliava della loro incredulità (Mc 6,6). E' una cosa che mi fa sempre pensare tanto: è così incredibile l'incredulità dei suoi concittadini, che Gesù stesso ne rimane stupefatto. Anche Dio, fattosi carne in Gesù, si chiede come sia possibile preferire di non credere. Una meraviglia ben diversa da quella che lo colse udendo il grido del cieco ai bordi delle strade di Gerico, ascoltando la proposta del centurione romano che aveva il servo gravemente ammalato, o contemplando i gesti della peccatrice accovacciata ai suoi piedi, oppure rimanendo esterrefatto davanti all'indomita fede della donna siro-fenicia. Una meraviglia che lo condurrà fino alla Croce, nell'estremo tentativo di portare nuovamente il cuore umano a non rifiutarlo e ad aprirsi alla meraviglia dell'incontro con il Dio vero!

don Giacomo Falco Brini

 

 

Debolezza e poi meraviglia

La liturgia della Parola di oggi evidenzia che la realtà creaturale, compresa di tutte le debolezze, non frena l'iniziativa della grazia nella nostra vita. La novità cristiana, quindi, è l'annuncio che l'uomo, capace di Dio, e per questo disponibile ad accogliere la Sua libera e gratuita auto-comunicazione, può accettare gli avvenimenti della storia, anche quelli che lasciano increduli, e divenire il luogo vivente, forte e unico, in cui Dio si rivela nell'esistenza redenta. La liturgia esorta il credente a prendere coscienza di questa lieta notizia mediante due espressioni: "debolezza" (2Cor 12,9) e "meraviglia" (Mc 6,6).

In primo luogo, la debolezza. Certamente la vita cristiana comprende delusioni, sconfitte; ma, non sono segnali di Dio che mortificano la nostra natura. San Paolo, infatti, manifesta ai Corinzi che la potenza di Dio passa, deve passare, attraverso persone segnate dalla "debolezza"; vale a dire, quando l'uomo redento riconosce che non dispone della facoltà di risolvere da solo qualsiasi questione, è in grado di affidarsi all'amore di Colui che conosce le debolezze.

Altra espressione è meraviglia. Gesù, come racconta san Marco, è giunto nella sua patria. Comincia a predicare (Mc 6,1-2); molti, però, "rimanevano stupiti" (vv.2-3). Forse, questi credevano che il Messia, l'inviato di Dio, non doveva essere uno di loro, o almeno, non doveva avere legami di parentela con alcuno: pensavano fosse un Messia troppo umano. In tal senso, può essere letta la parola del Maestro: "un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua" (v.4); cioè, la vicinanza del Signore, mostrarsi vicinissimo agli eventi umani, era un impedimento per la loro fede. Effettivamente, l'evangelista riferisce che il Salvatore, rimasto meravigliato, "non poteva operare nessun prodigio" (v.5) perché non trovava persone accoglienti, disposte a dire di si alla volontà di Dio. Che senso ha, allora, la meraviglia del Signore Gesù per noi? Il sentimento di stupore del Maestro è un invito a considerare che ogni momento, quello positivo, dove c'è più fervore, ma, soprattutto, quello triste, in cui si avverte l'amarezza del tradimento, è il tempo del perdono, il tempo che Dio dedica a noi: un'occasione per ricominciare a seguire il Signore.

Contemporaneamente, è l'invito a vivere nella meraviglia della quotidianità, cioè a non cadere nella tentazione che la via per la santità si sviluppi solamente per mezzo di opere grandiose. La vita cristiana, infatti, è la chiamata a realizzarsi secondo i doni (carismi) che Dio ha dato ad ogni battezzato: sarà la nostra vita, segnata dalla debolezza per essere aperti all'iniziativa di Dio, a farci contemplare il Suo volere su di noi. Amen.

Gaetano Salvati

 

 

La novità vera di Dio

Dobbiamo ammetterlo: tutti siamo – almeno un po' – conservatori. Giovani e anziani, moderati e progressisti, tutti – in fondo – abbiamo paura della novità, dell'imprevisto, dell'inatteso: anche quando andiamo dietro all'ultima moda. Sì, perché anche in questo caso noi ci adeguiamo ad un modello ben preciso: un modello già seguito da altri, e quindi un modello per niente nuovo.

Ne abbiamo conferma analizzando la nostra società moderna. Oggi tutto viene presentato come nuovo: nuova generazione, nuove tendenze, nuova economia, nuovi mezzi di comunicazione, addirittura nuova evangelizzazione... Tutto oggi appare nuovo e proiettato al futuro: eppure, mai come oggi si percepisce una diffusa paura nei confronti del futuro e delle incognite che esso riserva. Alla fine, dietro al nuovo che luccica ci stanno cose ovvie e scontate, ci sta la difesa ostinata di quanto già si conosce e si possiede...

In questo senso noi assomigliamo molto a quella gente di Nazareth che si era raccolta nella sinagoga per ascoltare Gesù, come leggiamo nel Vangelo di domenica (Mc 6,1-6). Il figlio del falegname era ormai diventato una novità per quel piccolo mondo di pastori e contadini: avevano sentito i commenti lusinghieri che provenivano dai paesi vicini, dove Gesù aveva iniziato la sua missione; e dunque erano desiderosi di conoscere da vicino quel loro compaesano innovatore.

Accadde però che – alla fine dell'incontro – la gente di Nazareth rimase scandalizzata. «Donde gli vengono queste cose? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?». Quella gente – in fondo – non sopportava che Gesù fosse così diverso ed imprevisto. Essi certo si attendevano un profeta saggio e generoso; ma lo attendevano comunque sapendo che era uno dei loro, e quindi dando per scontato chi fosse e che cosa annunciasse.

Ma Gesù non era soltanto uno dei loro: il suo Vangelo era destinato a sconvolgere le ovvie sicurezze di quel piccolo mondo. Appunto come il Maestro stesso aveva detto un giorno ai suoi discepoli: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Lc. 12,51).

Proprio così può succedere oggi, davanti alla finta pace del nostro luccicante mondo moderno. Noi oggi siamo tutti – almeno un po' – conservatori: perché certo è più facile seguire le ovvie sicurezze dei luoghi comuni piuttosto che rischiare scelte inattese. Eppure ci accorgiamo che questo atteggiamento accomodante non paga, in quanto le cose ovvie tendono facilmente a diventare cose banali, e dunque cose grigie e noiose. Accade così che ci ritroviamo sempre da capo delusi, nella nostalgia di un passato che pare comunque perduto oppure alla ricerca di una novità che sembra in ogni caso impossibile.

Appunto da una simile delusione ci vuole risollevare il Vangelo di Gesù. Esso è infatti l'annuncio di una novità vera, è la testimonianza di una novità possibile che può risvegliarci dalla banalità delle cose ovvie e scontate: una novità che è tale perché non viene dagli uomini, ma da Dio.

Esattamente questa novità di Dio ci viene ridonata ogni domenica, nel giorno del Signore: e noi possiamo accoglierla, se soltanto siamo capaci di sollevare lo sguardo dal chiuso del nostro piccolo mondo.

don Elio Dotto

 

 

Va', figlio d'uomo!

Siamo agli inizi del libro. Di fronte alla temibile visione della gloria del Signore (1,4-28) Ezechiele è caduto faccia a terra. Viene però invitato a rialzarsi - riceve dall'alto l'energia necessaria - per ascoltare. "Figlio dell'uomo", così viene chiamato, e l'appellativo diverrà abituale nel corso del libro. Di fronte alla impressionante gloria di Dio sta un semplice essere umano, con i suoi limiti e le sue fragilità. Non si tratta per niente di un uomo speciale, divino, di un angelo o un semidio: egli è della razza umana, in essa è nato e di essa porta in sé tutte le caratteristiche. Proprio un simile essere è scelto e inviato da Dio ad altri uomini. E' un modo di fare costante nel corso della storia della salvezza: Dio si rivela agli uomini attraverso altri uomini, mediante fratelli tra fratelli. La Parola di Dio non si presenta all'uomo disincarnata, astratta, tutta immateriale e mentale, ma tende da subito a cercare carne, a farsi carne.

Ciò comporta una doppia difficoltà. Da un lato il prescelto sperimenta una "invasione" della propria carne da parte di Dio. Tutta la sua vita cambia, e deve ora essere posta a servizio della Parola. Dall'altro i destinatari dovranno superare la difficoltà di prestare ascolto a uno come loro, a un "figlio d'uomo" che non ha niente di speciale, ma è portatore di qualcosa che esige ascolto e obbedienza.

Facilmente l'inviato sperimenta l'insuccesso, ed è quello che viene detto da subito ad Ezechiele: sei mandato a gente ostinata, dura. Ascoltino o meno, essi devono almeno sapere che in mezzo a loro c'è un profeta. Curioso, sembra quasi che Dio si disinteressi dell'accoglienza del suo messaggio. Ma l'espressione non è da intendere così: Dio parla per essere accolto. Egli vuole che "il peccatore si converta e viva" (33,11). Tuttavia qui si intende sottolineare che la Parola di Dio e la sua validità non dipende affatto dalla disposizione degli ascoltatori. Essa non è "modellata sull'uomo" (Gal 1,11), plasmata sulle esigenze umane. Il profeta è colui che sa e vive nella propria carne il fatto che quand'anche fosse rifiutata da tutti, la Parola rimane vera e imprescindibile, e deve essere imperativamente annunziata. L'uomo saprà almeno che Dio non lo abbandona e continua a chiamarlo. Quale potrebbe essere infatti l'alternativa? Che Dio smetta di parlare, che abbandoni l'uomo a se stesso e a ciò che vuol sentirsi dire. I falsi profeti, quelli che hanno come criterio il successo, quelli che calibrano il messaggio in vista del consenso, non mancano mai.

Naturalmente non è sufficiente dire cose sgradite o che nessuno dice per avere la certezza di essere profeti autentici. Questa stessa lettura ci offre qualche criterio di discernimento. Primo: la faccia a terra davanti al mistero di Dio. Secondo: la viva e permanente consapevolezza di essere fratello tra fratelli. Terzo: l'indifferenza di fronte al trionfo o al fallimento umano, ovvero all'autoaffermazione.

don Marco Pratesi

Stabile come il cielo

 

 

L'umanità di Gesù

Siamo nella Chiesa parrocchiale di Nazareth e predica una persona strana: il figlio di Giuseppe e di Maria.

E' un povero carpentiere e la gente rimane scandalizzata e rifiuta il messaggio che Gesù propone.

Gesù, il figlio di Dio, viene rifiutato dai suoi, dalle persone che ha conosciuto fin dalla sua infanzia, con le quali ha lavorato.

Rimangono stupite del suo insegnamento, ma rifiutano il suo messaggio.

Come può il figlio di un carpentiere parlare in questo modo?

Partendo dalla figura di Gesù e collegandola alla nostra vita, colgo due spunti.

Il primo riguarda la contestazione davanti all'insegnamento di Gesù.

Gesù si poteva bloccare, poteva smettere di predicare e, invece, la affronta.

Fa comprendere che l'agire di Dio si rivela nelle occasioni umili e semplici.

Per questo andrà a predicare in altri villaggi inviando i suoi discepoli.

Gesù contestato non si è rinchiuso in se stesso, ma ha moltiplicato il suo agire.

Anche noi oggi siamo chiamati ad annunciare il Vangelo in un mondo che sembra non considerare la buona novella.

Sembra che il cristianesimo sia una umanità da serie B.

E, invece, siamo invitati ad annunciare con forza il Vangelo, accettando il rischio di non essere compresi anche dai nostri stessi familiari e amici.

Il secondo aspetto riguarda lo scandalo di Gesù uomo Dio, ossia la divinità di Gesù si rivela grazie alla sua umanità.

E' lo scandalo della gente di oggi.

Un Dio da volto umano scomoda, un sacerdote con una grande umanità mette in crisi.

Presi da mille miracoli, apparizioni, eventi prodigiosi, ci siamo dimenticati che la fede è realtà da vivere ogni giorno.

La santità consiste nell'accettarsi riconoscendo che Dio, nonostante tutto, agisce nella nostra vita.

Il cristiano non è l'uomo chiuso alla novità, ma è colui vive con entusiasmo la propria vita.

La gioia del Vangelo nasce proprio dalla considerazione che Dio mi ama sempre, nonostante i peccati che continuamente compio.

Un Dio dal volto umano sconvolge sempre e non è facile da accettare perché ci scomoda continuamente.

don Luigi Trapelli

 

 

Domanda nostra e risposta di Gesù o proposta di Gesù e risposta nostra?

Se ci identifichiamo nei discepoli di Gesù oggi siamo solo spettatori di ciò che accade tra Gesù e quelli «della sua patria», gli abitanti di Nazareth, presenti nella sinagoga in quel giorno di sabato, quando Gesù «cominciò ad insegnare».

Una prima scena (6,1-3) ci rivela la venuta di Gesù che insegna nella sinagoga e provoca il passaggio dallo stupore allo scandalo - incredulità degli ascoltatori.

La seconda scena (6,4-6) ci rivela la reazione di Gesù di stupore per l'incredulità dei suoi compaesani.

Cosa si aspettavano gli abitanti della «patria» di Gesù? Si aspettavano la sua risposta alle domande di guarigione della sua gente? Invece Gesù propone loro una proposta di sapienza che richiedeva la loro risposta, la loro adesione responsabile di fede, senza atti di potere usciti dalle sue mani.

Domanda nostra e risposta prodigiosa di Gesù oppure proposta di Gesù e risposta nostra?

Dov'è la potenza di Dio quando noi lo invochiamo chiedendogli di guarire le infermità dei nostri cari o le nostre stesse afflizioni, i nostri vuoti, le nostre miserie, le nostre inconsistenze? La fama di Gesù guaritore era giunta nella sua patria! Cosa si aspettavano i suoi compaesani quando Gesù fece ritorno a casa sua? Gesù offre prima di tutto la sua «sapienza». Una sola volta, qui, in tutto il racconto di Marco, appare la parola «sapienza» (v.2), riferita al fatto che Gesù, nella sinagoga del suo paese, prese la parola con autorità e «cominciò ad insegnare». Gesù fa una proposta che chiede la risposta degli ascoltatori, e anche la nostra risposta. È la proposta della «sapienza» .

I suoi compaesani davano per scontato che Gesù era «il carpentiere, figlio di Maria, fratello di Giacomo e di Ioses e di Giuda e di Simone e delle sorelle conosciute». Gesù era cresciuto con loro fin da bambino, tutti conoscevano il suo clan familiare, tutti lo avevano visto crescere come uno di loro. Scoprono con stupore che in lui c'è qualcosa di più, c'è la manifestazione di una «sapienza che gli è stata data» oltre alla fama di «atti di potenza avvenuti attraverso le sue mani». I suoi compaesani si domandano: «Da dove, a costui, ciò?», cioè: da dove gli vengono questa sapienza e questa potenza che esce dall'imposizione delle sue mani, in grado di curare?

Noi, discepoli, spettatori e lettori del racconto di Marco, possiamo rispondere: gli viene dallo Spirito Santo disceso su di lui nel giorno del battesimo al Giordano (1, 10-11).

Accogliere Gesù nella nostra vita, con l'adesione libera della nostra fede, significa riconoscere la forza che lo guidava e lo rendeva potente in parole ed opere. Noi lo possiamo fare oggi, di più degli abitanti di Nazareth, perché abbiamo già contemplato il mistero della morte, sepoltura e risurrezione di Gesù.

La prima forza di guarigione dalle nostre infermità e dalle infermità dei nostri cari è l'accoglienza dello Spirito Santo, l'accoglienza del dono pasquale del Cristo risorto, vincitore della morte per opera della forza della gratuità dell'amore.

Cosa significa concretamente accogliere lo Spirito Santo?

Significa ancorarsi al dono della Sapienza, al dono della Parola pregata, meditata, depositata nella nostra mente e nel nostro cuore. Il dono della Parola di Dio illumina le situazioni della nostra vita, soprattutto quelle situazioni di crisi, quando facciamo esperienza del limite radicale della nostra condizione umana. Il dono della Parola di Dio pregata e meditata ogni giorno ci aiuta a non dare mai per scontata la nostra conoscenza di Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo come noi, mistero inesauribile della Presenza di Dio nella nostra umanità. Il dono della Parola di Dio pregata e meditata ogni giorno ci fa capire che la soluzione dei nostri problemi non dipende dall'azione magica di Dio, invocato da noi, perché compia miracoli, mantenendoci in una situazione di pura passività. La Parola di Dio accolta in preghiera dovrebbe trasformare la durezza del nostro cuore che ci spinge a vivere le relazioni tra di noi basate nella logica egoistica dell'interesse, dove le persone sono trattate come numeri in nome di un calcolo economico di dare e avere. Il dono dello Spirito Santo ci spinge ad una vita etica di relazioni non più basate sulla logica dello scambio di mercato (io do se tu mi dai), ma basate sulla logica della gratuità: donarsi per il rispetto della dignità dell'altro perché questa è la vera gloria di Dio. Questa è la proposta di Gesù, la sua profezia, contenuta nelle sue parole di sapienza. Come è difficile accogliere la Parola di Dio e lasciarsi trasformare per vivere in modo diverso le nostre relazioni. La prima lettura, del profeta Ezechiele, ci fa pensare alla ribellione, alla resistenza di tanta gente che, avendo a disposizione questo dono della Parola, non lo accoglie e si rende ancora oggi responsabile di tante ingiustizie, perché sono persone dal cuore indurito.

Accogliere lo Spirito Santo significa perseverare nell'ora della prova, quando siamo profondamente provati nella nostra debolezza. L'apostolo Paolo conviveva con una «spina nella carne, un inviato di satana incaricato a schiaffeggiarlo». Sono state fatte tante interpretazioni per dare un nome a quella spina nella carne. Ciascuno di noi convive e condivide con Paolo la sua “spina nella carne”: un'esperienza demoniaca di separazione, di ingiustizia, di fragilità fisica e psicologica, di depressione. Lo Spirito Santo è la potenza del Cristo risorto in noi. L'esperienza di fede dell'apostolo Paolo è una luce per noi: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte».

Domanda nostra e risposta prodigiosa di Gesù oppure proposta di Gesù e risposta nostra?

Nel Vangelo di oggi siamo invitati ad accogliere la proposta di Gesù: riconoscere la forza dello Spirito Santo che sta all'origine della sapienza e degli atti di potenza che escono dalle mani di Gesù. La nostra risposta di fede sta nell'accoglienza del dono dello Spirito Santo. Non cerchiamo Gesù pensando che Lui risolve magicamente tutti i nostri problemi e afflizioni, come forse si aspettavano i suoi compaesani. Confidiamo nell'azione salvifica di Dio tra noi attraverso l'accoglienza del dono dello Spirito Santo, che ci rende, in comunione tra noi, nel nome del Risorto, co-protagonisti della guarigione e del riscatto della dignità di tutti coloro che si aspettano un intervento divino in risposta alle nostre domande.

Vito Calella

 

 

Profeti disprezzati

Difficile compito, oggi, quello di coloro che si propongono di fare dono del Vangelo, o meglio della Parola di Dio, agli uomini del nostro tempo.

In troppi sono così sazi delle dannose e vuote parole nostre e del mondo, che non sentono più il bisogno di 'parole vere, che contengano verità e vità, come sono quelle che Dio offre, gratuitamente, per il Suo grande Amore, che desidera comunicare con noi.

Eppure quando, con fiducia, ci si lascia illuminare da un Dio che ci parla, senza rumore, con la Sua delicatezza, ci si sente come sollevati.

È anche vero, per fortuna, che molti, oggi, accompagnano i passi della propria vita con il Vangelo, sempre con sé, alla ricerca delle ragioni della loro stessa vita: una ragione che supera le miserie della nostra natura e ci mostra la bellezza di una Parola, che non solo è verità, ma comunica amore, tanto amore.

Basterebbe pensare ai tanti che nei monasteri o nelle case, dedicano ore, ogni giorno, perché la Parola diventi sostanza e gioia della vita.

Ma, per troppi, non è cosi, ed è veramente doloroso assistere a tanti sbandamenti, perdita di senso della vita, nelle difficoltà.

Ha meravigliato tantissimi, se ricordiamo, quella settimana di lettura continua dell'intera Bibbia, ininterrottamente, a Roma. E quello che ha destato stupore non era l'iniziativa coraggiosa di fare conoscere l'intera Sacra Scrittura, leggendola senza commenti, a turno, ma la grande affluenza di fedeli che si sentivano come ‘quell'uomo, di cui racconta il Vangelo, che ha trovato un tesoro nel campo e va, vende tutto quello che ha e compra il campo’.

La Parola del Padre, per vivere serenamente e conoscere la bellezza di Dio e del dono della vita, senza provare il vuoto dell'anima, non può essere ignorata.

Ecco perché noi non possiamo tacere. 'Guai a noi se non predicassimo!' - ci avverte l'Apostolo.

Un 'guai' che pesa sulla nostra società, tante volte priva di valori umani e divini: valori che solo la Parola sa suggerire.

Penso che le parole. che oggi la Liturgia ci offre, suonino come un grave avvertimento. il profeta Ezechiele che parla:

“In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: Figlio dell'uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di Me. Essi e i loro padri hanno peccato contro di Me sino ad oggi. Quelli a cui ti mando, sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: Dice il Signore Dio - Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro” (Ez. 2, 2-5).

Un giorno, mi trovavo di passaggio per una cittadina. Era una domenica. Mi venne spontaneo cercare una chiesa dove stare un momento con Cristo, che è luce della vita, senso della pace interiore. Vicino all'altare, poche persone. Dall'altare un sacerdote, dal volto veramente ispirato, stava offrendo la Parola di Dio.

Non ricordo con precisione le parole, talmente fui preso dalla luce che emanava dal suo volto.

Ho bene in niente il volto, che mostrava Dio, più delle parole, ma quella poca gente aveva l'aria annoiata, propria di chi non riesce a 'vedere' qualcosa di veramente bello.

“Mostraci, Signore, il Tuo Volto”, preghiamo tante volte, ma ‘quel volto’, nell'annuncio del sacerdote, non veniva colto. Erano distratti.

Ad un certo punto alcuni, di quel piccolo gregge, si alzarono ed abbandonarono la Messa. Mi passarono vicino e uno disse, con voce alterata: 'Questi preti non sanno proprio quello che dicono, mai, hanno solo la capacità di rubarci del tempo prezioso'.

Io continuavo a farmi invadere dalla luce che proveniva dalle parole di quel semplice sacerdote, vero profeta disprezzato, e provai tanta sofferenza nel constatare come tanta luce divina venisse rifiutata. Mi chiedevo: 'Ma cosa vogliono sentire da noi, missionari del Vangelo?'

Il rifiuto veniva dalla semplicità, diremmo dalla povertà, di quel sacerdote, simile a quella del Santo Curato d'Ars: una semplicità che metteva in disparte gli aspetti dí rilevanza umana, donando la nuda ed essenziale Parola di Dio.

Lì davvero c'era testimonianza di vita evangelica, come se Parola e vita si fossero fuse. È quello che successe a Gesù e ci racconta il Vangelo oggi:

“In quel tempo, Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?. E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le sue mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc. 6,1-6).

La dice lunga questo atteggiamento di Gesù, rifiutato per la semplice ragione di essere uno di loro, vissuto tra di loro e, quindi... di nessuna importanza!... come se Dio avesse bisogno di fare conoscere Se stesso, la Sua Parola, solo attraverso gente 'importante'!!

Quante volte, invece, le parole semplici, quelle che tante volte le nostre stesse mamme ci dicevano, illuminate ed ispirate dalla Parola, vanno diritte al cuore. Molte volte più in là di quelle che diciamo noi sacerdoti.

Dio per parlarci non si offre alla nostra loquacità o importanza, che tante volte offrono il fianco alla superbia e chiudono il cuore di chi ascolta, mettendo in risalto ciò che si è e non ciò che si dice, che chiede umiltà e spirito di servizio.

È bello risentire quanto scriveva San Paolo, il grande Apostolo delle genti, nella lettera ai Galati: “Fratelli, vi dichiaro che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano: infatti io non l'ho ricevuto né imparato dagli uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo. Voi certamente avete sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo; perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei, accanito come ero nel sostenere le tradizioni dei padri.

Ma quando Dio, che mi ha scelto fin dal seno di mia madre, mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo, perché Lo annunziassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per andare a conoscere Pietro e rimasi con lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello di Gesù” (Gal. 1,11-20).

Conoscendo i lunghi viaggi di Paolo per tante nazioni, con la passione di dare agli uomini il dono più grande, la conoscenza di Gesù e della Sua Parola, arrossiamo davanti alla pigrizia che ci assale di fronte al nostro dovere, ricevuto nel Battesimo, di essere tutti missionari.

Tanto meno ci si deve lasciare prendere dalla paura di essere criticati; si dovrebbe, invece, sentire la necessità, ogni giorno, di trovare un tempo per nutrirci della Parola di Dio, per poi viverla ed annunciarla.

Ci avverte il 'nostrò grande Paolo VI, verso cui nutro un grande amore, lui che voleva imitare l'apostolo Paolo per donare la fede a tutti:

“Forse mai come oggi il mondo ha avuto cosi grande bisogno di valori spirituali e ne siamo convinti: mai è stato cosi ben disposto ad accogliere l'annunzio. Anche le nazioni più prospere del mondo stanno scoprendo che da sé la felicità non consiste nel possedere molti beni; stanno imparando da un'amara esperienza 'del vuoto', quanto siano vere le parole di Gesù: 'Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio'.

Dobbiamo dire a tutti gli uomini che la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana si trova in Cristo, nostro Signore e Maestro.

Dobbiamo dire a tutti gli uomini che questo è vero non solo per i credenti, ma si applica a tutti. No, 'non ci vergogniamo del Vangelo' e il Papa, i Vescovi, i sacerdoti e i fedeli non si vergognano di evangelizzare". Se mai ci fu un tempo in cui i cristiani sono chiamati, più che in passato ad essere luce che illumina il mondo, questo è il nostro tempo. Noi infatti possediamo l'antidoto al pessimismo, agli oscuri presagi, allo scoraggiamento, alla paura di cui soffre il mondo. Noi abbiamo la Buona Novella” (25 giugno 1971).

Così pregava Madre Teresa di Calcutta e noi con lei:

O Signore, fa' sì che ogni uomo sulla terra conosca la Bibbia.

Suscita in loro la fame della Tua Parola

e lascia che sia il nostro pane quotidiano.

Fa' che quanti sanno leggere

guardino al Vangelo con i loro occhi;

mentre quanti non sanno leggere,

incontrino chi possa leggere per loro.

mons. Antonio Riboldi

 

 

Oggi il tema delle letture è "il profeta inascoltato".

Guardiamo innanzitutto chi è il profeta.

Pro-fetes, parola composta dal verbo "femi"= parlare e dalla preposizione "pro"= al posto di; quindi il profeta è il portavoce di Dio davanti a tutto il popolo.

Il profeta è innanzitutto un chiamato, una persona che Jhwh ha coinvolto e in un incontro personale ha cambiato la sua vita.

La profezia è la capacità di accogliere il futuro che avanza e discernervi il bene, il vero, il giusto.

Nella società attuale, caratterizzata dalla tensione veloce verso il nuovo, il riferimento delle scelte quotidiane non può essere la legge, scrigno della tradizione o l'autorità che la tutela, ma la profezia, che consente di leggere il presente nella sua tensione al futuro.

EZECHIELE 2, 2-5

La prima lettura è tratta dal profeta Ezechiele, sacerdote, inviato agli esuli di Babilonia per essere punto di riferimento e di conforto.

Egli ha l'autorità e l'autorevolezza del ruolo, perché gli sono state conferite da Dio ("uno spirito entrò dentro di me"; "io ti mando").

I destinatari della profezia sono identificati con "razza", una parola dal sapore amaro, non c'è il termine che indica il popolo eletto, bensì le nazioni pagane. Il motivo è che gli esuli sono induriti nel male, ermeticamente chiusi alla luce, ciecamente orgogliosi, manifestano una sprezzante sicurezza in se stessi.

Al loro comportamento negativo, si oppone la benevolenza divina: "Dice il Signore Dio". Compare per la prima volta nel libro di Ezechiele il nome proprio di Dio.

Il risultato della missione non è per nulla garantito: "Ascoltino o non ascoltino - dal momento che sono una genia di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro".

La parola profetica rimane come dimostrazione che il Dio di Israele si è manifestato ancora una volta nelle vicende del suo popolo e persegue il suo indefettibile disegno di salvezza.

L'opera del profeta non rimarrà infruttuosa, anche se per alcuni anni sembrerà inutile.

Oggi tocca a noi, nel nostro piccolo, essere profeti.

Cosa vuol dire concretamente?

Innanzitutto vuol dire avere la consapevolezza che non siamo noi il centro, che è dannoso riporre la sicurezza in noi stessi o nel potere, o nei soldi, il centro è l'amore di Dio, che ci è donato.

Occorre formare comunità di uomini nuovi, in cui si pratica l'amore di Dio, la giustizia.

Occorre smascherare le illusioni della società dei consumi e dell'esibizione. L'illusione di una giustizia che sarebbe assicurata dall'illimitata espansione di un sistema economico gestito secondo i criteri dell'interesse privato. L'inganno della salvezza piena realizzato dal benessere economico attuato sulle spalle degli altri. L'illusione della bellezza ostentata a tutti i costi, del piacere ricercato con tutti i mezzi, l'arroganza del potere e della ricchezza.

La via dell'esteriorità e dell'apparenza non conduce alla maturità, ma nel vuoto.

Nessuno può servire due padroni! Occorre scegliere, il compromesso è rovinoso!

Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!

Questi sono i nostri principi, che insieme e con la forza dello Spirito di Dio, nella fedeltà e nella perseveranza ci faranno essere profeti e contagiosi di felicità e di gioia!

MARCO 6, 1-6

I Vangeli, che abbiamo meditato, ci hanno mostrato Gesù, con un insegnamento diverso da quello degli scribi e dei farisei. Con Gesù è tutto nuovo: non leggi, ma l'amore del Padre, non precetti ma miracoli; non fedeltà a una legge a scapito dell'uomo, ma salvezza dell'uomo anche a scapito della legge. La gente attorno a lui si accalcava, ci stava volentieri, la folla lo seguiva!

Dopo questo successo, Gesù torna a Nazareth. I suoi concittadini lo vedono tornare, vanno ad ascoltarlo nella sinagoga, il primo sabato e, cosa succede? Si scandalizzano di lui!

Cosa sta dicendo il figlio di Maria, il figlio del carpentiere?

Questo giovane partito dal paese qualche anno addietro, anche se aveva trascinato le folle con il suo nuovo insegnamento, ai nazareni non importava: loro sapevano tutto di lui. Non era possibile che Dio si manifestasse in un personaggio così poco appariscente, senza titoli, né niente che avesse accreditato dai maestri del paese. Dio non si manifesta in questa quotidianità e ferialità e per di più in una banale cittadina qualunque.

Gesù provò tanta tristezza e non potè operare nessun miracolo!

L'incapacità di cogliere il nuovo messaggio in questa crosta quotidiana e il rifiuto dei dottori della legge, che vedevano attentato il loro prestigio avevano impedito a Gesù di offrire vita ai suoi.

Chi è l'altro per noi?

Crediamo di conoscere i familiari, i colleghi, mentre il più delle volte non permettiamo all'altro di rivelarsi per quello che è.

Allo stesso modo dei compaesani di Gesù, non concediamo alle persone con le quali siamo in rapporto, di oltrepassare i limiti nei quali le abbiamo rinchiuse.

Come i bambini, non sopportiamo l'imprevisto e soprattutto non sopportiamo che l'altro sia migliore di noi.

Non ci accorgiamo che i nostri confini si allargherebbero nella relazione con la novità che sgorga dall'altro. Ci fermiamo all'apparenza, come in un mondo a due dimensioni, senza profondità né spessore.

Rimaniamo imbrigliati nelpassato, non permettiamo al presente di sorprenderci.

Ci manca uno sguardo che sappia stupirci e ammirare!

Molte incomprensioni nelle famiglie, tra sposi o con i figli, hanno la loro fonte in questa rigidità che non concede all'altro di rivelarsi differente da quello che uno si aspettava, che lo imprigiona in quello che era ieri.

"Non sei più quella o quello che ho sposato" dice sconcertato il parter, mentre dovrebbe rallegrarsi del cambiamento avvenuto proprio grazie alla libertà offerta dal suo amore.

Perché limitiamo così le risorse del prossimo?

Probabilmente per la nostra insicurezza, per la nostra mancanza di fede nel bene, che fonda ogni esistenza.

"Gesù non potè operare nessun prodigio a Nazareth e si meravigliava della sua incredulità".

La delusione di non sentirsi riconosciuti nelle proprie possibilità, può anche sfociare nella depressione, persino nel suicidio.

Per vivere, per crescere, abbiamo tutti bisogno di essere circondati dalla fiducia degli altri; allora si decuplicano, per ciascuno, le capacità del bene.

Ogni cambiamento ci fa sentire in bilico, perché perdiamo il controllo della situazione e lo entiamo come un pericolo.

Eppure è così bello lasciarci sorprendere dalla vita, entrare nella danza dell'amore, che si rallegra della crescita dell'altro.

Altrimenti rischiamo di restare soli, aspettando Dio che non abbiamo riconosciuto nella novità che sgorgava dal nostro prossimo.

Secondo punto, molto importante è che pensiamo di conoscere Dio, il Signore, invece siamo come pesci nel mare, circondati, immersi dall'energia vitale, dall'amore, dal contatto con chi ci ama e ci dona la vita!

Di solito il nostro Dio è un idolo che abbiamo costruito noi, a nostra immagine, con dimensioni più grandi, ma non diverso da noi.

Con la nostra ottusità blocchiamo il braccio pronto a salvarci!

Infine, incontriamo Dio nella semplicità, nella debolezza, nella povertà.

Incontriamo Dio nel dar da mangiare all'affamato, qualunque sia il suo tipo di fame.

Amici, apriamo gli occhi e vediamo la realtà, che è più bella e più grande di quanto noi riusciamo a vedere, sappiamo accogliere il nuovo ogni istante con la gioia del bambino che aspetta un amore, un'attenzione, che lo aiutano a vivere, non saremo delusi!
Accogliere e donare sia il nostro motto e ci meraviglieremo dei prodigi che possono avvenire!

Carla Sprinzeles

 

 

Solo la fede giovane sa riconoscere Gesù

Tempo d’estate, tempo di esibire i costumi da bagno più belli, tempo di esibire i fisici più curati dopo un inverno speso a preparare questo momento, curando l’estetica, la giovinezza... è la fiera delle vanità, ovvero di tutto ciò che passerà e di cui “non resterà pietra su pietra”. Ma poi, quando moriremo saremo pronti allo stesso modo?

Nel Vangelo (Mc 6,1-6) dopo che Gesù ha ri-donato la vita a una donna dalle copiose perdite di sangue e dopo aver ri-donato la vita a una bambina morta in casa propria, si legge di Gesù che torna nel suo paese e vuole aiutare la propria gente. Ma «un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua. E lì non poteva compiere nessun prodigio». Il suo popolo ha la presunzione di conoscerlo troppo bene e questo impedisce a Gesù di compiere prodigi per le sue persone.

Così siamo noi: arrivati a un certo punto del cammino di fede (se tutto va bene fino alla prima comunione!) interrompiamo la formazione o permettiamo che i bambini smettano di crescere nella fede (perché illusi che a 10 anni possano scegliere da soli quello che vogliono!). 

Questo arresta la fede, la blocca e non la fa diventare grande lasciandola immatura. Allora ci nutriamo di superstizioni, subentrano le emigrazioni verso le pratiche religiose di altre culture, o (se tutto va bene) si resta cristiani incapaci però di (ri-)conoscere Cristo, perché non si è sviluppata la capacità di comprendere che la fede è uno stile di vita, non una preghiera recitata all’occorrenza!

Ecco perché spesso non si riconosce l’opera di Dio nella propria vita: il Signore agisce ogni giorno in modi talmente evidenti che solo gli occhi e i cuori ben allenati possono riconoscerlo. Gesù è dalla parte di chi si mantinene giovane... nella fede!

Paradossalmente, una fede bloccata all’età della fanciullezza è piccola, ma non più giovane di chi la pratica da tempo. La fede è giovane nella misura in cui la pratichi, la alimenti costantemente, la tieni aggiornata... Altrimenti è solo obsoleta!

Questo allenamento di fede, permetterà di ri-consocere Gesù anche quando crederemo di sapere già tutto di lui, e lui “ci scandalizzerà” perché ci dirà cose sempre nuove e sempre più oltre il modo in cui lo avevamo consociuto. 

Faccio esperienza di ascolto del Signore? Come? Quando?

La mia esperienza di Gesù è intellettuale o profonda?

Alimento la mia fede? Come?

don Domenico Bruno

 

 

Gesù contestato

Questo episodio costituisce un punto cruciale nel vangelo di Marco. L'operato di Gesù, miracoli e predicazione, ha suscitato grande entusiasmo tra la gente, ma altrettanto rancore nei capi del popolo, che da questo momento inizieranno a tramare contro Gesù ed escogitare metodi e mezzi per condurlo a morte.

Oltre a questa annotazione prettamente "tecnica" è interessante anche il messaggio contenuto in questa pagina evangelica, che è un po' lo specchio di ciò che succede oggigiorno nel nostro ambiente vitale o delle scuse che le persone adducono per evitare la presenza "scomoda" di Gesù. È importante sottolineare come di fronte alla proposta lanciata da Gesù, la gente cerca qualsiasi giustificazione e fa un discorso dietrologico: non è…? In linea di massima sono i pretesti che adduciamo nel momento in cui ci troviamo a contatto con la nostra realtà di chiesa soprattutto particolare: se non si fa niente siamo scontenti e il pastore di una parrocchia è un emerito vagabondo per cui non vedo il motivo di andare in chiesa o impegnarmi; se ci sono proposte serie e formative diciamo di non aver tempo e gli impegni sono tali e tanti da farci dire che il pastore non riesce a comprendere la nostra situazione… ogni cosa è orientata al nostro comodo.

Di fronte a questa bellissima pericope evangelica dobbiamo chiederci: da che parte vogliamo stare, quale svolta dare alla nostra vita, cosa pretendo da me stesso?

Ammorbidire il cuore… è un'operazione essenziale per rapportarsi in modo sincero ed autentico a Gesù. Non dimentichiamo che Gesù si presenta ai suoi prima di tutto come Maestro "venuto da Dio", lo troviamo nel sinagoga che è il luogo dell'ascolto, della meditazione, dello stare insieme come comunità e della riflessione sulle grandi opere che Dio ha compiuto e compie nella storia. Se Gesù viene visto come maestro automaticamente ci si rende conto che la nostra vita ha bisogno di alcune indicazioni necessarie per riscoprire la bellezza dello stare bene con se stessi e con gli altri, che la società non sempre ci offre il meglio per una vita onesta e corretta, che i nostri maestri umani forse ci instradano verso una vita fondata sulla convenienza e sul sopruso, che non sempre il prossimo viene visto come una persona da amare, che nelle famiglie non tutto ruota come dovrebbe, che la fede può essere tranquillamente sostituita da altri (presunti) valori. Gesù maestro mi dice che nella mia vita ci sono dei cardini insostituibili e irremovibili: il silenzio deve essere una costante per potermi comprendere e aprirmi alle persone che mi stanno vicino, che se voglio o cerco la felicità devo avere uno spirito di abnegazione; la fede che è apertura incondizionata a Dio e a se stesso e che diviene la chiave di lettura e di penetrazione di tutta la vita; l'amore nella sua accezione di sacrificio (cioè rendere o fare sacro)… la mia vita deve risultare un impegno continuo affinché l'altro scopra che attraverso l'esempio indefesso e costante si può, anzi si deve, arrivare a Dio.

Non scandalizzarsi… il verbo usato nel testo dice il progressivo arrabbiarsi e l'accendersi degli animi: anziché congratularsi che Dio ancora una volta preferisce gli umili e ad essi affida le più importanti cariche e da la più alta dignità, secondo una tradizione affermata nella scrittura, ci si "scandalizza" invece delle stesse scelte di Dio. L'invito a non scandalizzarsi all'interno di una comunità è in primo luogo cercare di mettere da parte rancori, invidie, gelosie etc… cose tutte che danneggiano irreparabilmente la vita di una comunità che dovrebbe essere fondata sull'amore. In secondo luogo è un chiaro appello a praticare la virtù dell'umiltà, grazie alla quale si sono formati i più grandi santi e si è ammorbidito il cuore degli uomini di dura cervice. In terzo luogo è segno di una grande maturità di fede e di un cammino di formazione serio ed efficace. Una comunità cresce nel momento in cui, all'interno di un contesto di fede, ognuno è capace di trovare la propria collocazione e di capire che se si lavora in sintonia siamo tutti necessari e indispensabili in un processo che ci vuole tutti santi secondo il desiderio del Vaticano II.

don Alessio De Stefano

 

 

Nel Vangelo di oggi, Marco narra il ritorno di Gesù a Nazaret. I suoi concittadini ascoltano con stupore il suo insegnamento, ma, ben presto, questo stupore si tramuta in incredulità. Una chiusura che sembra essere preannunciata nelle parole che Dio rivolge al profeta Ezechiele nella prima lettura. Nella seconda lettura, anche Paolo, in continuità con il Vangelo, ricorda come la potenza del Signore si riveli proprio lì dove meno si immagina.

Meditazione

Di sabato, Gesù si reca nella Sinagoga di Nazaret e inizia a insegnare. Coloro che lo ascoltano rimangono stupiti e si pongono domande riguardo i suoi insegnamenti, la sapienza che emerge dalle sue parole, i prodigi compiuti dalle sue mani. Tutte domande che invitano a cercare, ad andare al di là dei fatti e delle semplici parole, per trovare la verità.

Ma ben presto le domande cambiano, evidenziando solo ciò che di Gesù era ben noto: era un carpentiere, sua Madre era Maria; di lui si conoscono i parenti più stretti. In fin dei conti, Gesù sembra proprio un uomo come tanti altri e lo stupore, che apriva alla ricerca, diviene scandalo davanti alla possibilità che una persona così normale, di cui si conosce tutto, sia veramente il Figlio di Dio.

Lo scandalo porta all’incredulità che non permette a Gesù di compiere prodigi e diviene motivo di meraviglia per il Signore stesso.

Dio, anche oggi, continua a parlarci attraverso realtà molto umane: la sua Chiesa, santa e peccatrice, i poveri, i sacramenti, la Scrittura, parola di Dio in parola di uomini, i fatti, a volte così ambigui, della nostra storia personale e della storia del mondo. Ciascuno di noi è chiamato a scegliere come collocarsi davanti a questi avvenimenti: in un atteggiamento di stupore che cerca di andare al di la’ delle apparenze per cogliere la parola che Dio vuole rivolgerci; o in un atteggiamento di chiusura, di scandalo, davanti a un Dio che sceglie di rivelarsi attraverso vie così umili, così ordinarie, così diverse da come noi vorremmo.

Preghiera

“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez. 36,26): con queste parole chiedo al Signore di trasformare il mio cuore di pietra in un cuore di carne capace di aprirsi alla sua parola.

Agire

Provo ad individuare una realtà che mi è di scandalo e mi pongo davanti ad essa in una situazione di apertura, per cercare di scoprire cosa il Signore vuole rivelarmi di se stesso attraverso di essa.

 

 

Quali danni possa provocare l'invidia è cosa risaputa (“Per invidia del diavolo entrò il peccato nel mondo” ammoniscono le Sacre Scritture) e quali guai possa generare il troppo pensare o il pensare male è egualmente cosa risaputa.

Il brano del Vangelo di oggi offre proprio una dimostrazione di tutto ciò e al contempo ci da uno spaccato dell'uomo di tutti i tempi alle prese con eventi insoliti e con fenomeni straordinari di fronte ai quali sarebbe d'obbligo lo stupore e di conseguenza il “grazie”, anziché lo scandalo e di conseguenza l'incredulità.

Questo accade, infatti, agli ascoltatori di Gesù arrivato proprio in casa sua, tra i suoi concittadini, forse in cerca di una pausa di riposo e magari anche di accoglienza e di compartecipazione.

Accade invece che, stupiti e sorpresi di cotanta sapienza per gli insegnamenti peculiari e straordinari che escono dalla sua bocca e per le opere di guarigione istantanea e miracolosa che escono dalle sue mani, si mettono a ragionar di testa in modo così spudoratamente invidioso da passare da tale stupore allo “scandalo” e di conseguenza poi alla “incredulità”.

La dinamica o molla razionale - emozionale che li dirotta subdolamente dallo stupore allo scandalo sta proprio in questo retropensiero che blocca l'accesso al mistero: “Ma come può un falegname, figlio di Maria (è chiamato così per sottolineare il tono e modo dispregiativo con cui venivano considerati i Nazaretani, dal momento che gli ebrei non denominavano mai un figlio con il nome della madre, ma sempre con il nome del padre) dire tali verità e compiere tali opere straordinarie? Non è forse uno di noi di cui conosciamo tutto il parentado?

Non può essere, qui ci deve essere qualcosa che non quadra, non è possibile”.

La conclusione è quasi struggente nella malinconica lamentazione di Gesù, costretto a ridurre i miracoli al minimo e a sospirare: “Nessuno è profeta in patria propria e tra i suoi...”

In conclusione, lo scenario è quello di sempre ed è lo scenario dell'uomo di tutti i tempi alle prese con le realtà dell'oltre tempo, dell'uomo di questo mondo chiamato a fare i conti con le realtà dell'altro mondo.

E' la partita che si gioca nell'animo umano di fronte al divino: cercare ossessivamente prove per poi cedere al mistero o semplicemente essere, qui ed ora, buongustai del mistero?

Già Einstein ebbe modo di affermare: “Chi non accetta il mistero non è degno di vivere”,

e qualcun altro di scrivere: “Molto ragionamento e poca osservazione conducono all'errore, poco ragionamento e molta osservazione conducono alla verità”.

Verrebbe da ripetere che pensare troppo o pensare male porta male...

e umilmente domandarci se non sia più saggio e conveniente camminare al passo dell'anima che è tarata per l'eterno, anziché intestardirsi a scalpitare con la mente alla ricerca di spiegazioni e dimostrazioni che tra l'altro non saranno mai esaustive!

In definitiva “l'ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” ebbe a scrivere qualcuno.

Un'ultima considerazione... Fa quasi tenerezza “l'incredulità” di Gesù per “l'incredulità” dei suoi concittadini ascoltatori!

Anche per questo, un motivo in più per stare sempre, e senza tentennamenti, dalla Sua parte.

Gigi Avanti

 

 

Elogio della illogicita'

* Non so quanti di noi ci avrebbero scommesso che gli Azzurri sarebbero arrivati in finale...

* Con uno scandalo senza precedenti che attraversa il nostro calcio nazionale, un allenatore criticato e contestato e già pronto per essere sostituito, con un gioco criticato all'inizio, ecc.

Ricordate i titoli dei quotidiani, due settimane fa? Già scrivevano i nomi dei possibili successori del nostro CT sulla panchina della Nazionale.

Ora pare che tutti abbiano cambiato idea.

La cosa curiosa, secondo la stampa, è che i 4 allenatori più contestati di questo Mondiale di Calcio sono proprio quelli che hanno raggiunto le semifinali, mentre gli altri, apprezzati e con il contratto già rinnovato dalle rispettive Federazioni, sono stati eliminati quasi subito.

* Non sempre le cose vanno secondo le nostre aspettative, quindi.

Accettare che il nostro schema mentale non abbia fatto giuste previsioni ci secca un po'.

Spesso, quando abbiamo determinate aspettative, ci risulta difficile accettare un risultato che non rientra nei nostri schemi mentali. Ci sembra una contraddizione alla logica e al buon senso.

La logica e il buon senso, beninteso, sono il nostro modo di pensare.

* Questo esempio della nostra Nazionale calcistica ci introduce bene nella liturgia di oggi.

* Nella Bibbia troviamo spesso espresso il contrasto tra le aspettative dell'uomo e il modo di agire di Dio.

L'uomo si aspetta che Dio agisca seguendo una certa logica.

Dio invece agisce, attraverso i suoi profeti, in un modo totalmente differente.

E l'uomo fa fatica ad accogliere il dono di Dio, per il semplice fatto che esso non rientra nelle sue categorie logiche e mentali.

Non si riesce a vedere Dio in cose o persone che non corrispondono al nostro schema di aspettative.

* Facciamo due esempi molto semplici: uno preso dalla vita del profeta Eliseo e uno da quella del profeta Samuele.

* Eliseo riceve la visita di un valoroso generale Siro, il cui nome era Naaman, malato di lebbra. Il generale sa benissimo che Eliseo è un profeta, favorito di doni carismatici. Sa che Dio agisce attraverso quell'"uomo di Dio", non dubita della sua santità. Crede alle storie prodigiose che gli sono state raccontate. Sembra quindi ben disposto a ricevere una guarigione.

Quando Eliseo dice a Naaman di fare semplicemente un bagno nelle acque del fiume Giordano, per essere guarito completamente dalla lebbra, subito scatta in Naaman il meccanismo aspettativa logica/ manifestazione di Dio.

Naaman non accetta il fatto che Dio possa guarirlo attraverso un gesto così banale, come farsi un normalissimo bagno nel fiume. Ha in mente una sua idea di guarigione, una sua idea di terapia divina. L'opera di Dio non rientra in questo schema? Contesta e decide di andarsene, rischiando di perdere un grande dono di Dio. Solo l'insistenza saggia di un suo servo gli permette di rompere lo schema logico e accettare la manifestazione di Dio così com'è.

* Samuele, profeta d'Israele, visita Jesse il Betlemmita e gli annuncia che Dio ha scelto tra i suoi figli, un re.

Jesse è un pio Israelita e non dubita dei doni di Samuele. Lo riconosce come profeta e sa che è portatore di un messaggio vero, da parte di Dio. Prende sul serio le sue parole.

La logica umana guida Jesse a presentare al profeta i suoi figli più belli e dotati, come candidati alla carica di Re.

Jesse sceglie secondo la logica del suo tempo e della sua cultura, esattamente come Naaman: e in ciò entrambi non fanno nulla di male.

Jesse non può immaginare che Dio ha eletto come re di Israele l'unico figlio che lui non ha presentato a Samuele, il più giovane e inesperto. Perché la logica di Dio è diversa, talvolta opposta a quella dell'uomo: "L'uomo guarda l'aspetto esteriore, Dio guarda al cuore"

E' solo l'insistenza del profeta a rendere possibile una grande grazia, che altrimenti sarebbe stata irrimediabilmente persa dalla famiglia di Jesse: diventare stirpe regale e progenitrice del Messia incarnato.

* Nel Vangelo odierno si ripete, in contesto diverso, lo stesso meccanismo.

Colpisce lo stupore dei compaesani di Gesù, che riconoscono: "Che sapienza è mai questa che gli è stata data?". E commentano pure: "E questi prodigi compiuti dalle sue mani?"

I compaesani di Gesù osservano la sapienza soprannaturale di Gesù, non negano i prodigi che Egli compie.

A questo punto verrebbe da chiedersi: ma perché, allora, non l'hanno accolto?

La risposta è: perché hanno lo stesso problema di Naaman e di Jesse.

Non sono d'accordo con Dio.

Secondo loro Dio avrebbe dovuto manifestarsi in modo diverso.

Si scandalizzano di Gesù, perché sanno che è un carpentiere. Non riescono ad accoglierlo come Figlio di Dio perché ne conoscono i familiari a Nazareth. Un mestiere così ordinario e una famiglia come tutte le altre non sono un biglietto da vista convincente, secondo loro. Esattamente come le acque del Giordano per Naaman e la giovinezza di Davide per Jesse non erano un elemento sufficiente, secondo loro, per trasmettere la potenza e l'elezione di Dio.

* Per noi è facile, oggi, fare commenti negativi sui Nazareni e condannarne l'incredulità.

Ma forse lo scopo del Vangelo odierno è farci riflettere se, per caso, non sia capitato anche a noi di non essere d'accordo con Dio, col suo modo di manifestarsi, con i mezzi da Lui scelti per raggiungerci.

Dovremmo chiederci onestamente se i nostri schemi mentali, non ci abbiano talvolta impedito di riconoscere la sua presenza nella nostra vita e nelle persone che con cui abbiamo a che fare.

Abbiamo saputo riconoscere i profeti che ancora Dio ci invia, per annunciarci il suo amore?

* A volte il profeta può indossare i panni di una sofferenza fisica o di una delusione che bussa alla porta della nostra vita.

A volte può essere il povero che ci disturba con le sue richieste.

A volte un familiare che conosciamo fin troppo bene, con tutti i suoi limiti.

* Questo tempo che viviamo non può non essere un tempo di grazia.

Anche oggi Dio si sta manifestando all'umanità disorientata, magari in modi nuovi e imprevedibili, siamo in grado di cogliere questi segni di speranza o ci abbandoniamo a un disfattismo rassegnato?

* Se guardiamo la cosa dal punto di vista opposto, cioè dei profeti, potremmo farci alcune domande molto concrete.

Ho coscienza di essere un profeta nel mondo, in virtù del mio Battesimo?

Dio attua il suo piano nel mondo utilizzando degli strumenti umani. Possiamo rallentare la sua opera con la nostra incredulità, ma la Scrittura ci rassicura: "Tutto ciò che vuole, Dio lo compie".

Nonostante la ristrettezza mentale di Naaman, la lebbra sparisce.

Nonostante gli schemi psicologici di Jesse, il Messia è nato dalla stirpe di Davide.

Nonostante l'incredulità dei Nazareni, il mondo ha ricevuto l'annunzio di Cristo.

Ha scritto il Papa nella sua Enciclica Deus Caritas est: "È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza. Fare, però, quanto ci è possibile con la forza di cui disponiamo, questo è il compito che mantiene il buon servo di Gesù Cristo sempre in movimento: «L'amore del Cristo ci spinge» (2Cor. 5,14)" [n. 35].

* Nel nostro sforzo di testimonianza profetica, come cristiani nel mondo, possiamo scoraggiarci per la "testardaggine e durezza di cuore" di chi ci sta intorno, come è capitato a Ezechiele.

Oppure possiamo perderci d'animo davanti alle nostre debolezze, come è capitato a Paolo.

Oppure possiamo proseguire sereni, "percorrendo altri villaggi", come ha fatto Gesù.

* A noi la scelta.

Ma Dio continua a parlare attraverso i profeti.

padre Alvise Bellinato

 

 

Compito del cristiano, è quello di essere un profeta, che pur nella sua debolezza, manifesta la potenza travolgente dell’azione di Dio.

Chi è il profeta?

1. Nell’ottica del mondo: è un personaggio, che, a prima vista suscita meraviglia e ammirazione, ma poi nel recepirne il messaggio, facilmente diventa oggetto di disprezzo e spesso anche di rifiuto.

Riflessione.

Il profeta dunque nella considerazione dell’opinione pubblica è un personaggio scomodo, perché annuncia con la parola e più ancora con la vita, (ricorda Charles de Foucauld, Don Andrea Santoro e altri), non l’effimero del quotidiano, ma il necessario del futuro stesso dell’uomo.

Anche gli antichi percepivano già le difficoltà di questo spinoso problema. Infatti il famoso legislatore greco Solone (VII sec. a.C.) riconosceva, che: Perciò, quando il profeta, a nome di Cristo, propone la strada faticosa della Croce, come si può pretendere che questa possa piacere a tutti?

2. Nell’ottica di Dio invece: il profeta, dall’autore della lettera agli Ebrei, viene inquadrato in questi termini: (Eb.5, 1-2).

Il profeta dunque risulta essere un personaggio:

Scelto dall’Alto, sia come ministro, sia come battezzato.

Costituito per il bene degli uomini.

Vicino alle miserie umane, che può capire e risanare nel nome di Dio, essendo egli stesso rivestito di debolezza.

Riflessione.

Il profeta dunque, nell’ottica di Dio, è colui che nel nome di Cristo, bussa alla porta della nostra libertà e aspetta da noi una risposta gioiosa di adesione. Pertanto, il profeta sia come apostolo, sia come battezzato, nella misura che soffre infermità, incomprensioni e persecuzioni, manifesta al mondo più visibilmente la potenza dell’azione travolgente di Dio. Infatti nella seconda lettura S. Paolo di questa potenza dell’azione di Dio è talmente convinto da fargli dire: “Mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo … (perché) il Signore mi ha detto: ” (2 Cor. 12,7-10).

Il rischio del profeta: quello di non essere creduto e perciò rifiutato. Dice infatti S. Marco: “ Gesù disse loro: (Mc. 6,4; 3ª lettura).

Il profeta vero, facilmente dunque va a cozzare contro l’incredulità:

della sua patria

dei suoi amici

dei suoi parenti

i quali si rendono incapaci di accogliere la manifestazione di Dio nel quotidiano e nelle situazioni più semplici.

Riflessione.

L’incredulità dei nazareni perdura purtroppo ancora nel mondo moderno. Un esempio tra i tanti è la clamorosa guarigione prodigiosa della signora Marie Lebranchu, malata terminale di tisi, risanata nell’agosto del 1892 a Lourdes, sotto gli occhi di Emilio Zolà che ebbe il coraggio di affermare l’evento, come una guarigione apparente, frutto di “esaltazione isterica”.

Dimostrazione lampante questa di chi come tanti oggi non vogliono credere, rimanendo ostinatamente nella loro cecità anche se vedessero risuscitare un morto davanti a loro.

Il campo operativo del profeta:

“ Figlio dell’uomo, Io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di Me … Quelli ai quali Io ti mando, sono figli testardi e dal cuore indurito … sappiano almeno, che un profeta si trova in mezzo a loro” (1ª lettura; Ez. 2,2-4).

Il profeta, dunque sa di avere a che fare con gente:

1. ribelle a Dio = ateismo come rifiuto teorico e pratico di Dio

2. sorda ai richiami di Dio, cioè testarda nell’ignorarli o nel ritenerli indifferenti

3. dura di cuore, perché incallita nell’errore, come deviazione cosciente dell’intelletto, o nel peccato, come deviazione della volontà negli acquitrini dell’immoralità.

4. incapace di riconoscerlo e considerarlo un vero portavoce credibile di Dio.

Riflessione.

Il profeta dunque, ha l’ingrato compito di operare il più delle volte, in campi a lui avversi o indifferenti. Ma mentre per chi lo ascolta scatta la salvezza, coloro invece, che lo combattono o lo ignorano, non avranno una sorte invidiabile. A costoro infatti, con una lucidità profetica, che rispecchia il nostro tempo, il profeta Isaia si riferisce, quando afferma: “Tu, o Signore hai rigettato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché rigurgitano di maghi orientali e di indovini … agli stranieri battono le mani. Il paese del tuo popolo è pieno di argento e oro; senza fine sono i suoi tesori … Il paese è pieno di idoli, adorano l’opera delle proprie mani (con la liturgia dell’efficientismo tecnologico e l’idolatria della ragione e della scienza) … Perciò l’uomo sarà umiliato, il mortale sarà abbassato … poiché ci sarà un giorno del Signore degli eserciti, contro ogni superbo e altero … sarà piegato l’orgoglio degli uomini, sarà abbassata l’alterigia umana.

In quel giorno sarà esaltato il Signore, Lui solo e gli idoli spariranno del tutto “ (Is. 2,6-22), mentre il profeta Amos conclude con l’amara constatazione, secondo cui: “Cesserà l’orgia dei buontemponi” (Amos 6, 1-7).

Qualcuno potrebbe dire: , ma, a pensarci bene, fa riflettere!

Conclusione.

Il compito del profeta dunque, da un punto di vista umano, è quanto mai ingrato, ma allo stesso tempo, se visto nell’ottica di Dio, è esaltante, dal momento che, egli sa di scendere tra un mondo ostile, o indifferente aggrappato ai propri idoli, ma solo per agganciarlo alla luce e all’amore vero del Dio, che salva.

mons. Remo Bonola

 

 

Lo scandalo di vedere Dio come uno di noi

Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.

Missione che sembra un fallimento e invece si trasforma in una felice disseminazione: «percorreva i villaggi insegnando».

A Nazaret non è creduto e, annota il Vangelo, «non vi poté operare nessun prodigio»; ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il rifiutato non si arrende, si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L'amante respinto non si deprime, continua ad amare, anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito («e si meravigliava della loro incredulità»). Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui profuma di vita.

Dapprima la gente rimaneva ad ascoltare Gesù stupita. Come mai lo stupore si muta così rapidamente in scandalo? Probabilmente perché l'insegnamento di Gesù è totalmente nuovo. Gesù è l'inedito di Dio, l'inedito dell'uomo; è venuto a portare un «insegnamento nuovo» (Mc 1,27), a mettere la persona prima della legge, a capovolgere la logica del sacrificio, sacrificando se stesso. E chi è omologato alla vecchia religione non si riconosce nel profeta perché non si riconosce in quel Dio che viene annunciato, un Dio che fa grazia ad ogni figlio, sparge misericordia senza condizioni, fa nuove tutte le cose. La gente di casa, del villaggio, della patria (v.4) fanno proprio come noi, che amiamo andare in cerca di conferme a ciò che già pensiamo, ci nutriamo di ripetizioni e ridondanze, incapaci di pensare in altra luce.

E poi Gesù non parla come uno dei maestri d'Israele, con il loro linguaggio alto, “religioso”, ma adopera parole di casa, di terra, di orto, di lago, quelle di tutti i giorni. Racconta parabole laiche, che tutti possono capire, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione.

E allora dove è il sublime? Dove la grandezza e la gloria dell'Altissimo? Scandalizza l'umanità di Dio, la sua prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: che Dio si incarna, entra dentro l'ordinarietà di ogni vita, abbraccia l'imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.

Nessun profeta è bene accolto nella sua casa. Perché non è facile accettare che un falegname qualunque, un operaio senza studi e senza cultura, pretenda di parlare da profeta, con una profezia laica, quotidiana, che si muove per botteghe e villaggi, fuori dal magistero ufficiale, che circola attraverso canali nuovi e impropri. Ma è proprio questa l'incarnazione perenne di uno Spirito che, come un vento carico di pollini di primavera, non sai da dove viene e dove va, ma riempie le vecchie forme e passa oltre.

padre Ermes Ronchi

 

 

La missione di tutti: ricreare la comunità

In questa 14ª domenica del tempo ordinario, la Chiesa ci pone dinanzi il rifiuto di Gesù da parte della gente di Nazaret. Il passaggio per Nazaret fu doloroso per Gesù. Quella che prima era la sua comunità, ora non lo è più. Qualcosa è cambiato. Coloro che prima lo accoglievano, ora lo rifiutano. Come vedremo dopo, questa esperienza di rifiuto portò Gesù a dare un passo ed a cambiare la sua pratica.

Da quando hai iniziato a partecipare in comunità, è cambiato qualcosa nel tuo rapporto con la famiglia o con gli amici? La partecipazione nella comunità ti ha aiutato ad accogliere e ad aver più fiducia nelle persone, sopratutto nelle persone più semplici e povere?

Una divisione del testo per aiutarne la lettura

Marco 6,1: L'arrivo di Gesù a Nazaret, sua comunità di origine

Marco 6,2-3: La reazione della gente di Nazaret dinanzi a Gesù

Marco 6,4: Il modo in cui Gesù accoglie la critica

Marco 6,5-6: La mancanza di fede impedisce di compiere il miracolo

Contesto di ieri e di oggi

Lungo le pagine del suo Vangelo, Marco indica che la presenza e l'azione di Gesù costituiscono una fonte crescente di gioia per alcuni e un motivo di rifiuto per altri. Cresce il conflitto, appare il mistero di Dio che avvolge la persona di Gesù. Con il capitolo 6, nella narrazione ci troviamo dinanzi ad una curva. La gente di Nazaret si chiude davanti a Gesù (Mc 6,1-6). E Gesù, davanti alla chiusura della gente della sua comunità, si apre a gente di altre comunità. Si dirige verso la gente della Galilea e manda i suoi discepoli in missione, insegnando come deve essere il rapporto con le persone, in modo che sia vero rapporto comunitario, che non esclude come avviene tra la gente di Nazaret (Mc. 6,7-13).

ii) Quando Marco scrive il suo Vangelo, le comunità cristiane vivevano in una situazione difficile, senza orizzonti. Umanamente parlando non c'era futuro per loro. La descrizione del conflitto che Gesù vive a Nazaret e dell'invio dei discepoli, che allarga la missione, le rende creative. Per coloro che credono in Gesù non ci può essere una situazione senza orizzonte.

Commento del testo

Marco 6,1-3. Reazione della gente di Nazaret dinanzi a Gesù

E' sempre bene ritornare verso la nostra terra. Dopo una lunga assenza, anche Gesù ritorna e, come al solito, nel giorno di sabato va ad una riunione della comunità. Gesù non era il coordinatore, ma prese comunque la parola. Segno questo che le persone potevano partecipare ed esprimere la loro opinione. Ma alla gente non piacquero le parole pronunciate da Gesù e rimase scandalizzata. Gesù, da loro conosciuto fin da piccolo, come mai ora era così diverso? La gente di Cafarnao aveva accettato l'insegnamento di Gesù (Mc 1,22), ma la gente di Nazaret ne era rimasta scandalizzata e non l'aveva accettato. Qual'è il motivo di questo rifiuto? "Non è forse costui il carpentiere, il figlio di Maria?" Non accettavano il mistero di Dio presente in una persona così comune come loro! Per poter parlare di Dio lui doveva essere diverso da loro!

L'accoglienza per Gesù non fu sempre bella. Le persone che avrebbero dovuto essere le prime ad accettare la Buona Novella, sono proprio loro le prime a non accettarla. Il conflitto non è solo quindi con quelli di fuori, ma anche con i parenti e con la gente di Nazaret. Loro non accettano, perché non riescono a capire il mistero che avvolge la persona di Gesù: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?" Non riescono a credere.

L'espressione "fratelli di Gesù" causa molta polemica tra cattolici e protestanti. Basandosi in questo ed in altri testi, i protestanti dicono che Gesù ebbe più fratelli e sorelle e che Maria ebbe più figli! Noi cattolici diciamo che Maria non ebbe altri figli. Cosa pensare di ciò? In primo luogo, le due posizioni, sia quella dei cattolici che quella dei protestanti, traggono argomenti dalla Bibbia e dall'antica Tradizione delle loro rispettive Chiese. Per questo, non conviene discutere queste questioni con argomenti razionali, frutto delle nostre idee. Si tratta di convinzioni profonde che hanno a che fare con la fede ed il sentimento della gente. L'argomento sostenuto solo da idee non riesce a smontare una convinzione della fede le cui radici si trovano nel cuore! Solo irrita e sconvolge! Ma anche se non sono d'accordo con l'opinione dell'altro, devo sempre rispettarla. In secondo luogo, invece di discutere attorno ai testi, noi tutti, cattolici e protestanti, dovremmo unirci molto di più per lottare in difesa della vita, creata da Dio, vita così tanto trasfigurata dalla povertà, dall'ingiustizia, dalla mancanza di fede. Dovremmo ricordare altre frasi di Gesù: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv. 10,10). "Perché tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv. 17,21). "Non glielo proibite. Chi non è contro di noi è per noi" (Mc. 9,39.40).

Marco 6,4-6a. Reazione di Gesù dinanzi all'atteggiamento della gente di Nazaret

Gesù sa molto bene che "il santo della casa non compie miracoli". E dice: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua!" Infatti, lì dove non c'è accettazione nella fede, la gente non può fare nulla. Il preconcetto lo impedisce. Gesù, pur volendolo, non può fare nulla e rimane attonito dinanzi alla loro mancanza di fede.

c) Informazioni sul Vangelo di Marco:

Quest'anno la liturgia ci presenta in modo particolare il Vangelo di Marco. Per questo vale la pena di dare qualche informazione che aiuti a scoprire meglio il messaggio che Marco ci vuole comunicare.

● Il disegno del volto di Dio nella parete del Vangelo di Marco

Gesù morì attorno all'anno 33. Quando Marco scrive il suo Vangelo attorno all'anno 70, le comunità cristiane vivevano già disperse nell'impero romano. Alcuni dicono che Marco scrisse per le comunità d'Italia. Altri dicono che lo fece per quelle della Siria. Difficile saperlo con certezza. Comunque, una cosa è certa. I problemi non mancavano: l'Impero Romano perseguitava i cristiani, nelle comunità si infiltrava la propaganda dell'Impero, i giudei della Palestina si ribellavano contro l'invasione romana, c'erano tensioni interne dovute a diverse tendenze, dottrine e capi...

Marco scrive il suo vangelo per aiutare le comunità a trovare una risposta a questi loro problemi e preoccupazioni. Raccoglie vari episodi e parole di Gesù e li unisce tra di essi come mattoni su una parete. I mattoni erano già antichi e conosciuti. Venivano dalle comunità, dove erano trasmessi oralmente nelle riunioni e celebrazioni. Il disegno formato dai mattoni era nuovo. Veniva da Marco, dalla sua esperienza di Gesù. Lui voleva che le comunità, leggendo ciò che Gesù fece e disse, trovassero una risposta a queste domande: "Chi è Gesù per noi e chi siamo noi per Gesù? Come essere suo discepolo? Come annunciare la Buona Novella di Dio, che lui ci ha rivelato? Come percorrere il cammino  da lui tracciato?"

● Tre chiavi per capire le divisioni nel Vangelo di Marco

1ª Chiave: Il Vangelo di Marco è stato scritto per essere letto ed ascoltato in comunità. Quando si legge un libro da soli, si può sempre tornare indietro, per unire una cosa all'altra, ma quando si è in comunità ed una persona davanti a noi sta leggendo il Vangelo, non è possibile dire: "Fermati! Leggi ancora una volta! Non ho capito bene!" Come vedremo un libro scritto per essere ascoltato nelle celebrazioni comunitarie ha un modo diverso di dividere il tema rispetto ad un libro scritto per essere letto da soli.

2ª Chiave: Il Vangelo di Marco è una narrazione. Una narrazione è come un fiume. Percorrendo il fiume in barca, non ci si rende conto di divisioni nell'acqua. Il fiume non ha divisioni. E' costituito da un solo flusso, dall'inizio alla fine. Nel fiume, le divisioni, si fanno a partire dalla riva. Per esempio si dice: "Quel bel tratto che va da quella casa fino alla curva dove si trova la palma, tre curve dopo". Ma nell'acqua non si vede nessuna divisione. La narrazione di Marco scorre come un fiume. Le sue divisioni, coloro che ascoltano le trovano al margine, vale a dire, nei luoghi dove Gesù passava, nella geografia, nelle persone che incontra, lungo le strade che percorre. Queste indicazioni al margine aiutano chi ascolta a non perdersi in mezzo a tante parole ed azioni di Gesù e su Gesù. Il quadro geografico aiuta il lettore a camminare con Gesù, passo a passo, dalla Galilea fino a Gerusalemme, dal lago fino al calvario.

3ª Chiave: Il Vangelo di Marco è stato scritto per essere letto in una sola volta. Così facevano i giudei con i libri brevi del Vecchio Testamento. Per esempio, nella notte di Pasqua, leggevano tutto il libro del Cantico dei Cantici. Alcuni studiosi affermano che il Vangelo di Marco è stato scritto per essere letto, tutto intero, nel corso della lunga veglia della notte di Pasqua. Orbene, al fine di non stancare le persone che ascoltavano, la lettura doveva essere divisa ed avere pause. Inoltre, quando una narrazione è lunga, come quella del Vangelo di Marco, la sua lettura deve essere interrotta ogni tanto. In certi momenti c'è bisogno di una pausa, altrimenti gli ascoltatori si perderebbero. Queste pause erano state previste dall'autore stesso della narrazione. Ed erano scandite da piccoli riassunti, tra due letture lunghe. Praticamente la stessa cosa che avviene in televisione. Tutti i giorni, all'inizio del teleromanzo si ripetono alcune scene della trasmissione precedente. Quando terminano, si presentano alcune scene del giorno successivo. Questi riassunti sono come dei cardini che raccolgono ciò che è stato letto ed aprono a ciò che verrà dopo. Permettono di fermarsi e ricominciare, senza interrompere o disturbare la sequenza della narrazione. Aiutano chi ascolta a collocarsi nel fiume della narrazione che scorre. Nel Vangelo di Marco ci sono diversi riassunti di questo tipo o pause, che ci permettono di scoprire e seguire il filo della Buona Novella di Dio che Gesù ci ha rivelato e che Marco ci racconta. In tutto si tratta di sette blocchi o letture più lunghe, intercalate da piccoli riassunti o cardini, dove è possibile fare una pausa.

Una divisione del Vangelo di Marco

Ecco a continuazione una possibile divisione del Vangelo di Marco. Altri lo dividono in un modo diverso. L'importante di una divisione è che apra una delle molte finestre all'interno del testo, e ci aiuti a scoprire la rotta del cammino che Gesù aprì per noi in direzione verso il Padre ed i fratelli.

Mc. 1,1-13 Inizio della Buona Novella

Preparare l'annuncio

1ª Lettura

Mc. 1,14-15 pausa, riassunto, cardine

Mc. 1,16-3,16 Cresce la Buona Novella

Si presenta il conflitto

2ª Lettura

Mc. 3,7-12 pausa, riassunto, cardine

Mc. 3,13-6,6 Cresce il conflitto

Appare il Mistero

3ª Lettura

Mc. 6,7-13 pausa, riassunto, cardine

Mc. 6,14-8,21 Cresce il Mistero

Non si capisce

4ª Lettura

Mc 8,22-26 pausa, riassunto, cardine

Mc 8,27-10,45 Si continua a non capire

Appare la luce scura della Croce

5ª Lettura

Mc. 10,46-52 pausa, riassunto, cardine

Mc. 11,1-13,32 Cresce la luce scura della Croce

Appaiono la rottura e la morte

6ª Lettura

Mc. 13,33-37 pausa, riassunto, cardine

Mc. 14,1-15,39 Crescono la rottura e la morte

Appare la vittoria sulla morte

7ª Lettura

Mc. 15,40-41 pausa, riassunto, cardine

Mc. 15,42-16,20 Aumenta la vittoria sulla morte

Ri-appare la Buona Novella

8ª Lettura

Mc. 16,9-20

In questa divisione i titoli sono importanti. Indicano il cammino dello Spirito, dell'inspirazione, che percorre il Vangelo dall'inizio alla fine. Quando un artista ha un'ispirazione, cerca di esprimerla in un'opera d'arte. Una poesia o un'immagine che ne risulta racchiude in sé questa ispirazione. L'ispirazione è come una forza elettrica che corre invisibile lungo i fili ed accende la lampada nelle nostre case. Così pure l'ispirazione corre invisibile lungo le lettere della poesia o le forme dell'immagine per rivelare o accendere in noi una luce simile o quasi simile a quella che brillò nell'anima dell'artista. Per questo le opere artistiche attraggono e scuotono tanto quanto le persone. Lo stesso avviene quando leggiamo e meditiamo il Vangelo di Marco. Lo stesso Spirito o Ispirazione che spinse Marco a scrivere il testo, continua ad essere presente nelle parole del suo Vangelo. Mediante una lettura attenta ed orante, questo Spirito entra in azione e comincia ad agire in noi. E così, poco a poco, scopriamo il volto di Dio che si è rivelato in Gesù e che Marco ci comunica nel suo libro.

Carmelitani

 

 

Un profeta non é disprezzato se non nella sua patria

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Gli ambienti più difficili per Gesù sono indubbiamente i luoghi religiosi. Nel vangelo di Marco Gesù per tre volte entra in sinagoga, il numero tre indica la totalità, e ogni volta è una situazione di conflitto. Nella prima Gesù viene interrotto nel suo insegnamento; nella seconda addirittura i farisei decidono di ammazzarlo e la terza, quella che esaminiamo, la gente non lo considera per nulla. Leggiamo Marco, il capitolo sesto, dai primi versetti.

Partì di là e venne nella sua patria, l’evangelista omette il nome Nazareth perché vuole indicare che quanto avviene qui non è limitato soltanto al suo paese, ma indica per tutta la sua nazione. I suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato si mise a insegnare nella sinagoga, l’evangelista sottolinea che Gesù in sinagoga va a insegnare e il suo insegnamento è esattamente il contrario di quello che veniva imposto lì dagli scribi. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti, rimangono sconvolti, c’è qualcosa di nuovo, e dicevano, e la reazione è negativa, da dove gli vengono queste cose? Cosa significa questo da dove? Significa che non viene da Dio. È la folla, la gente, i partecipanti alla sinagoga che sono le vittime dell’insegnamento degli scribi che già hanno sentenziato che Gesù opera per opera di Belzebù, il principe dei demoni, e quindi sospettano di questo suo insegnamento. E infatti dicono E che sapienza è quella che gli è stata data? Visto che Gesù insegna l’esatto contrario di quello che gli insegnano gli scribi la sua sapienza non può provenire da Dio.

E poi E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è Gesù che compie delle azioni, ma le mani, come se Gesù fosse uno stregone. Quindi è la folla, i partecipanti all’assemblea di preghiera della sinagoga che crede in maniera acritica a quello che gli scribi hanno loro insegnato. Ed ecco l’espressione carica di disprezzo Non è costui questo? Non si rivolgono a Gesù, eppure era loro concittadino, con un termine di cortesia, non si rivolgono a lui con gentilezza, ma con un termine dispregiativo, non è costui questo il falegname? E lo definiscono il figlio di Maria. Questo è grave perché un individuo era sempre indicato con il nome del padre, il figlio del padre. Perché dicono che è il figlio di Maria? Le ipotesi possono essere due: o che questo figlio è indegno di portare il nome del padre perché non si comporta come il padre o, peggio, che sia considerato senza padre, e comunque è un’espressione molto insultante. E via, elencano i fratelli.

E la conclusione Ed era per loro motivo di scandalo. L’evangelista mette in guardia che la sottomissione acritica all’insegnamento religioso non solo non permette di accogliere la parola del Signore e la ricchezza di vita che ne comporta, ma ne rende refrattari e ostili. E infatti il commento di Gesù Disse loro: un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e a casa sua. Patria, parenti e casa sono tre, quindi indica la totalità. Perché il profeta è disprezzato? Perché il profeta in sintonia con il Dio che fa nuove tutte le cose trova sempre resistenza dagli ambienti religiosi. In nome del Dio del passato non si riconosce il Dio che si manifesta nel presente e quindi negli ambienti tradizionali, negli ambienti conservatori dove vige l’imperativo “si è sempre fatto così” ecco che l’azione di Dio diventa inoperosa.

E infatti scrive e commenta l’evangelista E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. L’evangelista di nuovo mette in guardia: attenzione che l’adesione all’insegnamento religioso acritico rende refrattari all’azione divina.

E, termina il brano, E si meravigliava della loro incredulità. Gesù stesso si meraviglia di questa loro incredulità e l’evangelista si richiama qui al seme che è caduto sul terreno, ma subito sono venuti gli uccelli, immagine di satana, del potere, che lo ha eliminato. Quindi Gesù ha fatto fallimento totale nella sua patria per colpa dell’insegnamento tradizionale religioso.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

In questo brano drammatico l’evangelista ci presenta la triste situazione del popolo sottomesso all’autorità. Il popolo non può permettersi di avere un’opinione propria, deve pensare esattamente quello che le autorità decidono che deve pensare: se le autorità dicono, impongono che quello che è bianco è nero, il popolo deve credere così.

Questo è il peccato contro lo Spirito Santo.

Ma vediamo cosa ci dice l’evangelista.

Dice che “Gesù venne nella sua patria”, evita di parlare di Nazareth, perché il caso non è relegato al piccolo paese di Nazareth, ma si estende a tutta la nazione di Israele.

Gesù “giunto il sabato si mise a insegnare nella sinagoga”, è la seconda volta che Gesù insegna nella sinagoga.

La prima volta a Cafarnao l’esito era stato positivo, c’era stata la stessa reazione di qui, la gente è rimasta stupita, però s’era detto “questo sì che ha autorità” – cioè ha mandato divino – “non i nostri scribi” (Mc. 1,21-22). Quindi la prima volta la situazione era stata positiva.

Ma Gesù aveva gettato discredito sui teologi ufficiali, sugli scribi, che erano passati al contrattacco, avevano messo in guardia la gente: attenti a quest’uomo, a questo Gesù, perché è vero che vi guarisce, ma lo fa per infettarvi ancora di più, perché è uno stregone, agisce per opera di Beelzebùl, il principe dei demòni.

E il popolo lo crede.

Infatti qui la gente rimane stupita del suo insegnamento, ma non c’è una reazione positiva, e si chiedono “da dove gli vengano queste cose?”. Non percepiscono in Gesù la condizione divina, perché gli scribi hanno detto che in Gesù c’è una condizione diabolica, loro devono credere quello che le autorità impongono di credere. E si stupiscono dei prodigi e dicono che “sono compiuti dalle sue mani”, come se Gesù fosse uno stregone. Evitano di nominare Gesù, si riferiscono a lui con profondo disprezzo “Non è costui”, quindi evitano di pronunciare il nome e poi passano all’offesa, lo chiamano “il figlio di Maria”.

Un figlio, nel mondo palestinese, veniva sempre chiamato con il nome del padre, anche quando il padre era defunto; il figlio conservava sempre il nome del padre. Quindi avrebbero dovuto dire “non è il figlio di Giuseppe?” ; ma ignorano Giuseppe. Dire che qualcuno è il figlio di una donna significa che la paternità è dubbia e incerta. Quindi passano alle offese e passano alla realtà, elencando i suoi parenti, fratelli e sorelle, cioè gli appartenenti al suo clan familiare e, conclude l’evangelista, che tutto questo per loro “era motivo di scandalo”.

Quindi la situazione del popolo è tremenda: pur avendo ascoltato l’insegnamento di Gesù, non ne percepiscono l’autorità divina perché le autorità religiose, per non andare contro il próprio interesse – loro sì che sanno che Gesù è di condizione divina, ma se lo riconoscono perdono l’influsso e il prestigio sul popolo – hanno detto che Gesù opera per azione di Beelzebùl, il principe dei demòni.

E qui c’è la conclusione amara di Gesù che fa eco a quello che c’è scritto nel vangelo di Giovanni “Egli venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11.)

Gesù dice “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”. E’ il destino dei profeti, in nome del Dio del passato le autorità religiose non riconoscono mai un Dio che si manifesta nel presente.

I profeti sono coloro che allargano lo spazio, dilatano la conoscenza di Dio, ma sono proprio lê autorità religiose che, in nome della tradizione, non accolgono e non riconoscono questa novità di Dio e il popolo è sottomesso a questa loro tradizione. E quindi Gesù non può compiere nulla e “si meravigliava della loro incredulità”.

E’ la tristezza di Gesù vedendo l’oppressione dell’istituzione religiosa su un popolo. Quelli che si erano posti come rappresentanti di Dio sono quelli che impediscono la conoscenza di Dio al popolo.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

La liturgia della parola di questa domenica ci invita ad un esercizio di profondità – non facile nel nostro tempo, ma neppure impossibile. Inoltre, siamo richiamati a guardare bene e a non accontentarci del “già” conosciuto, “già” catalogato, “già” visto … L’invito è, infatti, quello di accostarsi – quasi fosse la prima volta – con stupore e meraviglia all’inedito, all’indeducibile, “imprepensabile” che è Gesù Cristo. Esiste l’oggettivo rischio di un’esistenza cristiana “distratta”, che confonde il nuovo con il “già posseduto” e privo, perciò, di qualsivoglia possibilità di fascino.

Tale patologia investe i diretti ascoltatori delle pagine oggi riportate alla nostra attenzione, ma può riguardare ciascuno di noi. Nessuno può ritenersi immune, almeno in qualche caso, dal malanno dell’abitudine alle cose belle e vere» (Ignoto)

Nella prima lettura il profeta deve parlare a un popolo che non lo vuole ascoltare: l’insuccesso è il criterio di riconoscimento della sua missione. Questa non si basa su segni straordinari, ma sulla trasmissione della parola che il Signore gli pone sulle labbra. Ma questa è rifiutata.

La seconda lettura, attraverso le parole dell’Apostolo, rivela il nesso che esiste tra la spina nella carne e la Croce del Signore e quindi come la potenza dell’Evangelo trovi in questo rapporto la sua piena manifestazione e la sua forza salvifica. Come per il profeta così per l’apostolo vi è una partecipazione all’annientamento del Figlio dell’uomo vissuto nella loro missione.

Il Vangelo è la rivelazione in Gesù, il Figlio di Dio, dello scandalo. Se non lo si accoglie credendo è inesorabile scandalizzarsi.

Le tre letture quindi sono accomunate dal centro stesso dell’annuncio: gli oltraggi di Cristo (Eb 11,26). A questi partecipano sia Ezechiele che Paolo e chiunque sia vero suo discepolo.

1ª lettura: Ez. 2,2-5

In quei giorni, 2 uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.

Sta in piedi (v. 1) … uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Parola e Spirito manifestano Dio e in essi si comunica al profeta. È solo nello Spirito che il profeta può udire la Parola e stare davanti a Dio che parla.

In Isaia è detto: Lo Spirito del Signore Iddio è sopra di me per questo mi ha unto il Signore ad annunciare (61,1). Con Ezechiele lo Spirito non è sopra, non avvolge il profeta come la nube, ma lo compenetra e in lui opera perché il profeta può obbedire a Dio solo quando lo Spirito è entrato in lui. Vi è un parallelo nella conversione di S. Paolo (cfr. At 26,12-18: la chiamata di Paolo è negli stessi termini: la luce più splendente del sole che avvolge Cristo; la voce che gli ordina: «alzati e sta in piedi»; e poi vi è l'invio in missione). Ezechiele è inviato al suo popolo Paolo ai gentili: ad essi (ai gentili) io ti invio (ivi).

 

3 Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi.

Per Ezechiele invece è scritto. Io ti mando ai figli d'Israele. Nell’ordine ebraico delle parole la prima è mando. Il profeta non viene di sua iniziativa. È proprio infatti dei falsi profeti dichiarare le proprie parole come fossero di Dio. Da dove si può comprendere che le parole che il profeta dice sono di Dio? Non solo dal fatto che se di Dio esse si attueranno (cosa che però riguarda il futuro e non il presente) ma anche dalla natura delle parole stesse che non possono venire da un uomo. Può succedere infatti che il profeta provi disgusto o ribellione nel dire e nel fare quello che Dio gli comanda; il falso profeta invece sente sempre un compiacimento in quello che fa; anzi più è sbalorditivo più si compiace. Il profeta talora cerca di resistere e di opporsi ma invano come egli stesso attesta.

A una razza di ribelli (lett.: Verso genti ribelli) che si sono rivoltati contro di me. Israele è chiamato genti; l’uso del plurale sembra rilevare che in lui si incentrano tutti gli abomini delle genti. Ribellarsi a Dio è una nota costante nella storia della salvezza. È in fondo la preoccupazione più grande degli uomini di Dio perché ribellarsi a Dio vuol dire porre la fiducia in qualchedun altro: In chi ponesti la fiducia poiché ti sei ribellato a me? (2Re. 18,20).

 

4 Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”.

Figli testardi (lett.: dal volto duro), essi dimostrano molta sfacciataggine e arroganza dai lineamenti tesi del volto; sempre pronti a dare dure risposte e tagliare la reputazione altrui con dure critiche e calunnie; questo accade perché hanno il cuore indurito, come lo era quello del faraone (cfr. Es 8,15). I pensieri, i giudizi, il fuoco delle passioni che brucia in loro rendono duro il cuore, cioè insensibile a ogni richiamo che venga da Dio.

Tu dirai loro: Dice il Signore Dio. Il testo non riporta qui nessuna parola del Signore perché vuole che il profeta non aggiunga o tolga nulla a quello che il Signore gli comanda di dire. Perciò deve solo pronunciare in mezzo al suo popolo gli oracoli del Signore. Per chi annuncia la Parola di Dio presente è la tentazione di aggiungere o togliere qualcosa alla Parola di Dio secondo un principio (almeno tale sembra) di adattamento. Quest’operazione non è indenne e cade sotto il severo giudizio del Signore (cfr. Ap. 22,18-19).

 

5 Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

Il Signore dà al suo popolo la possibilità di ascoltarlo anche se esprime la possibilità che ci sia un rifiuto perché sono una genìa di ribelli. Tuttavia una cosa sapranno che un profeta si trova in mezzo a loro. In loro vi è la chiara consapevolezza che Ezechiele è profeta mandato da Dio. Questo è il dato di partenza che fonda la fede. Infatti non ci può essere fede se non c’è annuncio, come insegna l’apostolo Paolo: Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? (Rm 10,14-15). Da questo dato di partenza nasce la scelta: Ascoltino o non ascoltino.

 

«La prima lettura si concentra sulla vocazione del profeta Ezechiele. Questi è un uomo suscitato da Dio in un momento nodale della vicenda di Israele, ossia in prossimità dell’esperienza dell’esilio. Tutto quello che Ezechiele sarà chiamato a compiere, sarà una testimonianza a favore del popolo, per la sua conversione. In questa vicenda, tuttavia, il profeta non verrà compreso: tutti si fermeranno all’apparenza, alla superficie dei fatti; non pochi lo considereranno pazzo, quasi nessuno lo seguirà.

Il suo destino è deciso insieme a quello del popolo: “Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. In altre parole, Dio si rende vicino al popolo tentando in ogni modo di provocarli alla fedeltà, anche se il loro cuore indurito non riconoscerà questa provvidente prossimità» (Ignoto).

 

2ª lettura: 2Cor. 12,7-10

Fratelli, 7 affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.

Nella Bibbia greca il termine tradotto con spina ricorre in Nm. 33,55: Ma se non cacciate dinanzi a voi gli abitanti del paese, quelli di loro che vi avrete lasciati saranno per voi come spine negli occhi e pungoli nei fianchi e vi faranno tribolare nel paese che abiterete; in Os. 2,8: ecco, ti sbarrerò la strada di spine e ne cingerò il recinto di barriere e non ritroverà i suoi sentieri; in Ez. 28,24: Non ci sarà più per gli Israeliti un aculeo pungente, una spina dolorosa tra tutti i suoi vicini che la disprezzano: sapranno che io sono il Signore.

I testi di Nm, Ez, Os indicano con questo termine un ostacolo ben preciso messo al popolo a causa della sua infedeltà verso il Signore.

Che cosa dunque rappresenta questa spina nella carne che impedisce all’apostolo di montare in superbia per la grandezza delle rivelazioni?

Cedo la parola a d. G. Dossetti: «avrei desiderato vedere cos’è (aculeo), (angelo di satana) perché è il punto di cerniera tra le due parti. Colui che è rapito non è lui, “è un uomo” trascinato da Dio in una sfera che non è la sua, il vero Paolo è quello dell’infermità. Si deve pensare che Paolo abbia parlato in modo criptico in modo che sia ozioso cercare cos’è? Nel Bauer si citano varie ipotesi: l’epilessia (collegata a una visione che fa delle visioni di Paolo dei fenomeni patologici e psichiatrici); probabilmente non è quella più vera. Ma anche fosse vero, accetterei anche questa ipotesi più avanzata di tutte perché non si può impedire a Dio di servirsi di un uomo alterato per compiere le sue meraviglie. Sono convinto che in condizioni patologiche Dio opera in modo soggettivo e oggettivo. Accetterei questo contro la tesi che la grazia presuppone la natura. Altre ipotesi parlano di malattie (anche la lebbra), malattie accessuali (è qualcosa di saltuario che avviene ogni tanto, quindi come la malaria) è un’ipotesi che potrebbe andar bene. Altri parlano di stati spirituali (depressioni, tentazioni forti). Stando alle parole (aculeo), (angelo di satana), mi pare che Paolo faccia una diagnosi di una causa che non è solo somatica o psichica, ma è spirituale; diagnosi che forse fa per rivelazione. Angelo di satana vedi Mt. 25,41 satana e i suoi angeli. È qualcosa di molto umiliante che implica lo svuotarsi di tutte le sue potenze di uomo e di discepolo di Cristo: è qualcosa che l’umilia e gli toglie il vanto» (appunti di omelia, Gerico, 12.10.1973).

 

8 A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10 Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

In Rm. 6,19 la debolezza appare come la nota caratterizzante la carne: Parlo con esempi umani, a causa della debolezza della vostra carne. Qui uomo, carne, debolezza sono termini correlativi. A debolezza si contrappone potenza come a carne si contrappone spirito. In Paolo la debolezza ha nell’aculeo (spina) la sua espressione concreta e particolare. Ora questo aculeo è un angelo di satana. Questa esperienza della propria debolezza, causato dalla presenza dell’angelo di satana che lo schiaffeggia, lo porta a un’ulteriore rivelazione del mistero del Signore crocifisso. L’angelo di satana, che lo schiaffeggia, lo rende infatti partecipe della Passione del Signore, Lui pure schiaffeggiato e crocifisso dalle potenze.

La triplice preghiera di Paolo ottiene la rivelazione del Cristo stesso: «Ti basta la mia grazia». È la grazia che s’innesta nella nostra debolezza, l’assume su di sé e manifesta in essa la potenza di Dio. A questo riguardo è molto bello il Midras. Tann. a Dt. 3,26: «Basta per te, Ti basti che su di te non ha potere il cattivo istinto, anzi che io non ti abbandonerò nelle mani dell’angelo della morte, ma io stesso mi occuperò di te». Che la potenza giunga al suo termine nella debolezza è quanto è accaduto al Signore sulla Croce quando disse: «È compiuto» (Gv. 19,30). Infatti il Cristo fu crocifisso per la debolezza ma vive per la potenza di Dio (2Cor. 13,4).

Così nella nostra debolezza opera tutto il mistero della Croce dall’elezione nostra (1Cor 1,27) al suo compimento in noi e in ciò si manifesta la grazia nella gratuita elezione di Dio e nel sostenerci nell’infermità e la potenza dello Spirito del Cristo.

Il vanto quindi non è più basato su quanto può costituire gloria per gli uomii ma su tutto quello che riflette in sé il mistero della Croce. Infatti è attraverso quello che gli uomini dichiarano stolto che Dio ha manifestato la sua sapienza.

Qui pure si manifesta la gloria del Signore. In quello che noi stessi non vorremmo in noi e che con paura temiamo che gli altri scoprano, qui avviene la manifestazione della gloria del Signore cioè nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo.

Il senso della nostra vita non è infatti in noi stessi ma è in relazione a Gesù (per Cristo).

Nota

Ulteriormente, san Paolo illustra un tratto della logica e del modo di agire di Dio. Gli interlocutori dell’apostolo immaginavano un Dio secondo l’idea greca: un essere molto potente, in grado d’intervenire per farsi immediatamente riconoscere dall’uomo, spingendolo all’adorazione e alla fedeltà.

L’intera esistenza di Paolo contraddice – così riporta questa lettera – la concezione dei Corinzi. In realtà, anche Paolo ha dovuto maturare le personali convinzioni circa la rivelazione cristiana, lasciandosi educare proprio da essa e dalla vicenda intrapresa ancor prima della conversione. Ha imparato a conoscere Dio come Egli ha deciso di mostrarsi, senza “adulterarne” la manifestazione.

Il brano odierno sinteticamente ripercorre la dinamica esperienza di Paolo indicando la cifra della personale preoccupazione dell’apostolo: Perché non montassi in superbia a motivo delle rivelazioni. Dio si fa interprete autorevole del proprio messaggio presentando come unica e singolare garanzia il proprio dono, la sua Grazia. Un intervento che si sottrae alle logiche del mondo, perché Dio è Dio e non un uomo e manifesta la propria potenza pienamente nella debolezza.

Da ciò consegue l’efficacia dell’opera evangelizzatrice: Quando sono debole, è allora che sono forte (Ignoto).

Vangelo: Mc. 6,1-6

In quel tempo, 1 [Uscito di là] Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

I discepoli sono condotti gradualmente dentro il mistero di Gesù. In Mc i discepoli fanno corpo unico con Lui. La Chiesa cresce attorno a Lui ed è sempre più coinvolta nel suo mistero.

[Uscito di là], dalla casa di Giairo; dal contatto con la risurrezione la Chiesa è portata dentro lo scandalo che Gesù subisce.

Gesù parte da Cafarnao e va nella sua patria, a Nazareth. Questo ritorno nella città in cui è stato allevato è importante sia per i suoi concittadini come pure per i suoi discepoli che lo seguono. La loro fede, che è stata alimentata dall’annuncio della Parola, dai segni nel vento e nel mare, nel demonio che possiede le genti, nel sangue e nella morte viene ora messa alla prova da quanto sta per succedere a Nazareth, la terra di Gesù.

 

2 Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano:

Gesù s’inserisce nella vita religiosa del suo popolo: va alla sinagoga e dà inizio al suo insegnamento. Sono molti che lo ascoltano e ne restano stupiti. Ma cercano subito di “razionalizzare” il loro stupore, che così non diventa la porta che apre al mistero; essi la vogliono chiudere come farà notare Gesù nel proverbio che cita poco dopo (4).

Lo stupore caratterizza nei vangeli il rapporto con Gesù. Soggetto sono le folle, i discepoli (10,26), Maria e Giuseppe (Lc. 2,48).

 

«Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».

Essi si pongono cinque domande.

Da dove. Vi è qui un’assonanza con il vangelo secondo Giovanni: è la domanda sull’origine. Gesù può avere un’origine diversa da quella che essi conoscono?

La sapienza data da Dio. Essi già danno una risposta, ma non vogliono entrare con Lui in un rapporto di fede (cfr. 1,27). Il peccato nostro è quello di voler spiegare tutto con la nostra capacità razionale.

Prodigi attraverso le sue mani. Il modo di esprimere la domanda contiene già la risposta: i prodigi non vengono da Lui ma attraverso le sue mani, cioè da Dio (cfr. 5,41: afferrata la mano).

Ponendosi queste domande, essi si pongono già nella possibilità di scandalizzarsi. L’evidenza dei segni dà loro la capacità di non mettere in dubbio la sua rivelazione e quindi di credere in Lui.

Egli è il falegname o carpentiere, è l’artigiano che lavora il legno o la pietra. Quello che Lui ora rivela di sé e quello che di Lui si sa, crea un tale contrasto che si muta in scandalo, cioè in inciampo a credere.

Si descrive ora la sua famiglia. Il figlio di Maria (Giuseppe non è mai nominato cfr. 3,31 sg.). Sono nominati i fratelli per nome e le sorelle in modo generico. La sua famiglia è quindi davanti ai loro occhi, la sua origine non è misteriosa come invece dovrebbe essere quella del Messia. La famiglia forma un ulteriore ostacolo ad accogliere Gesù. Questo testimonia come incarnandosi Gesù abbia voluto anche questo limite, di appartenere ad una famiglia conosciuta che toglie il senso di mistero alla sua origine, che è solo colta nella fede.

 

Ed era per loro motivo di scandalo.

Egli è la Pietra d’inciampo per chi non crede.

 

4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Gesù cita qui un proverbio. Questo detto è riportato in tutti e quattro gli Evangeli (Mt 13,57; Lc 44,24; Gv 4,44).

Gesù condivide la sorte dei profeti che non ebbero onore nella loro terra. Egli è solo e così lo vedono i suoi discepoli, ma il cammino fatto con Gesù nelle regioni spirituali dove hanno visto la sua potenza li porta a superare questo scandalo e sono così pronti ad iniziare la loro missione. In essa infatti possono subire lo stesso rifiuto che ha caratterizzato Gesù.

 

5 E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì.

La loro incredulità paralizza l’azione di Gesù (non poté). Egli non può operare dove c’è incredulità. Ma, come sempre un piccolo resto lo accoglie (pochi ammalati).

 

6 E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Che Egli si meravigli della loro incredulità rileva l’assurdo di non credere in Lui. Egli, che conosce i cuori, si stupisce di questo. L’uomo parla dell’assurdo della fede perché non è capace di pensare la fede come adeguata alla sua conoscenza.

Note

«È un mistero che Gesù sia accolto dal centurione, dalla gente ed è un mistero che Gesù sia rifiutato dai suoi. Questa realtà va al di là delle cause storiche e psicologiche perché è investigabile. Questa pericope è in rapporto con la precedente soprattutto per la potenza della fede. La fede è la possibilità stessa d’intervento del Cristo: La fede strappa la potenza del Cristo (la tua fede ti ha salvato); la dona e Gesù sente che una potenza esce da Lui: la fede è l’operazione salvifica che è in noi - solo credi però credi: la condizione per la quale opera è la fede. Il parallelo 9,23 tutte le cose sono possibili a colui che crede, rovescia il discorso: Se puoi?! Sei tu con la tua fede che compi il miracolo; l’incredulità blocca l’operazione del Cristo, con l’eccezione (questa eccezione indica la libertà del Cristo). La potenza della fede è contrapposta all’incredulità: non poté compiere … Riguardo alla domanda dei concittadini: credo che sia uno scandalo contro il rifiuto di Gesù eletto da Dio - il donde è un non rendersi conto perché mai Dio abbia scelto Lui: perché mai Dio lo ha scelto? Questo è lo scandalo più proprio dei concittadini che non sanno accettare l’unicità dell’elezione che opera in Lui. La meraviglia è già scandalo, sono sconcertati da questa cosa e non la superano rendendo grazie a Dio. C’è la definizione di Gesù che è blasfema: non è il falegname, ma è il Figlio di Dio; non è giusto a questo punto chiamarlo così. Va visto in contrapposizione con le altre testimonianze (5,7: Gesù, Figlio di Dio altissimo)» (d. U. Neri, appunti di omelia, Casa s. Maria 15.10.1976).

don Giuseppe Bellia

 

 

Più volte, quando più fitta si fa la rete degli impedimenti che frustrano i nostri programmi e tarpano le ali alle nostre speranze, mi torna alla mente questa parola di Paolo: «quando sono debole, è allora che sono forte».

Che non sia questo un modo astuto di consolarmi del fallimento delle speranze? In questo ripiegarsi sulla propria debolezza accettandola, in questo attribuire forza, efficacia a ciò che nel rapporto del peso specifico tra le forze in campo passa come debole, mi chiedo se non ci sia un coefficiente di autoconsolazione.

Il discorso, però, è diverso se ci chiediamo quale sia la debolezza di cui si parla in questo brano e quali siano le ragioni del fallimento delle speranze, e di un fallimento tanto più inaccettabile quanto più le speranze avevano radici nella coscienza morale, non erano, cioè, riflessi del sentimento, ma proiezioni della coscienza.

Siamo in un tempo in cui queste speranze hanno nomi chiari e distinti e portano nel loro volto la stessa ragion d'essere dell'umanità.

Se spero nella pace, se voglio un mondo giusto, senza morti per fame, io enuncio speranze non facoltative, in quanto traducono la stessa mia ragion d'essere uomo. Potrei continuare. In questo senso si può dire che il valore morale di una persona si misura dall'ampiezza e dalla quantità delle sue speranze.

La profezia consiste nel parlare in nome di queste speranze, costi quel che costi.

Come bene vien detto nel breve e denso passo di Ezechiele: «Non ti ascolteranno perché sono testardi, ma intanto sapranno che c'è un profeta».

Nel paradosso biblico questa presenza di un profeta inerme e fallito non è che un rimando al futuro. Difatti, se noi siamo qui a parlare e a sperare lo dobbiamo a coloro che nel passato sono falliti, ma sono falliti lasciando una fiaccola ad altre mani.

Con la memoria riconoscente potrei rievocare la lunga serie dei profeti che hanno gridato, in tempo opportuno e in tempo importuno - per lo più in tempo importuno - cose che ancora io ripeto e senza delle quali il mondo si farebbe buio sopra di me.

 Perché c'è questa universalità nel loro linguaggio? E perché queste parole «in casa» non si possono ascoltare?

L'universalità deriva dal fatto che la qualità del profeta, comunque egli sia, dovunque sia, sotto qualsiasi segno, sotto qualsiasi simbolo religioso - non ha nessuna importanza, visto che, come sto per dire, la differenza specifica è altrove è di riprendere il bandolo della creazione dal suo inizio.

Il profeta prescinde dalla sapienza costituita, fatta di equilibri, di potature opportune, di ridimensionamenti. Noi siamo tanto più educati quanto più accettiamo le misure di ciò che si deve sperare e di ciò che non si deve sperare.

Accettiamo i criteri dominanti e ci inseriamo in maniera pacifica nel mondo esistente, senza bisogno di altro se non di continuare questo gioco di dosati equilibri.

L'educazione ha proprio il compito di favorire questa integrazione indolore delle nuove reclute della società dentro i quadri stabiliti.

Questo è, in maniera semplice, il processo attraverso il quale si perde il bandolo dell'esistenza. Infatti c'è quasi sempre, più o meno, un rapporto fra questo inserimento nella «sapienza domestica» - in senso metaforico e la fedeltà all'impulso originario.

Quanti casi mi vengono alla mente! In certe sagge famiglie si quietano i bollori dei giovani esortandoli alla prudenza, ad accettare i limiti, a non sperare l'impossibile e giorno dopo giorno un ragazzo fresco e vivo a quindici anni arrivato morto a venticinque. Così avviene l'integrazione. La società si regge per questo.

Ma al fondo di noi c'è l'insopprimibile esigenza che ci porta ad immaginare, di tanto in tanto, un mondo diverso.

Proprio stamani, nello sfogliare il giornale, leggo che i nostri aiuti all' Africa si perdono metà per la strada. In casa nostra si batte il tamburo dell'aiuto al Terzo Mondo e lungo la pista i ladri, ì profittatori, sono pronti. La nostra speranza ci ritorna addosso.

[ ... ] Ogni eccedenza dalle misure stabilite è follia.

Potrei continuare. Tante cose, solo stamani, mi sono capitate sotto gli occhi, in cui avverto questo nesso tra il modo con cui noi viviamo nel mondo nostro, fatto di persone equilibrate, perbene - lo dico senza nemmeno ironia perché a ciascuno sembra giusto ciò che si fa in casa propria - e il collasso delle speranze alle quali noi concediamo tanti onori di cronaca in casa nostra.

Perché riemerge in noi il bisogno di vedere un mondo diverso? Uno guarda con meno gioia il suo bambino se sa che nello stesso momento altri bambini sono denutriti e muoiono.

Abbiamo bisogno di un mondo che ci consenta le felicità semplici, essenziali, quelle che appartengono alle misure della natura. Questa è la profezia. La profezia è dar voce alla misura originaria dell'esistenza, senza bisogno di libri, di messaggi che scendano dall'alto.

Dentro di noi c'è, nel profondo, la misura del mondo possibile. Date voce a quella misura e siete profeti anche se non lo sapete, anzi proprio perché non lo sapete, dato che la profezia non è una professione, non è una investitura, è semplicemente una fedeltà. Chi è fedele all'essere è profeta.

padre Ernesto Balducci

“Il Vangelo della pace» - vol 2

 

 

Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi insignificanti, segni che non raggiungono il loro fine.

Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto nel deserto di Giuda, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno del Signore, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture, alla veglia e alla preghiera. Gesù a una certa età raggiunse questi luoghi e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi la chiamata di Dio e l’unzione dello Spirito santo lo spinsero a essere un predicatore itinerante del Regno veniente, dando inizio al suo ministero in Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).

E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), passando di villaggio in villaggio per predicare, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”, la terra dei suoi padri. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un credente in alleanza con Dio, come ogni altro ebreo, e avendo più di dodici anni, dunque in qualità di bar mitzwah, figlio del comandamento, sale sull’ambone, legge le Scritture e commenta la Parola. Non è sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.

A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un rabbi, un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. La domanda che suscita è: “Da dove (póthen) gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi operati dalle sue mani?”. Si interrogano dunque sull’identità di Gesù, come già avvenuto nella sinagoga di Cafarnao (cf. Mc 1,27), e la risposta potrebbe essere un’adesione a Gesù nella fede, riconoscendo che in lui opera lo Spirito santo (cf. Mc. 1,10; 3,29-30); oppure un rigetto di Gesù, attribuendo al demonio la sua forza nell’annunciare la Parola e nell’operare prodigi (cf. Mc 3,22).

E in questo stupore superficiale ecco emergere un’altra domanda: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Si tratta in realtà di un interrogativo che contiene in sé una sfumatura denigratoria. Gesù – si pensa – ha esercitato soltanto il mestiere di falegname, dunque non è autorizzato a insegnare; inoltre è il figlio di Maria, di lui si conosce il padre, che non viene nominato, e i suoi familiari sono ben conosciuti, risiedono tuttora nel villaggio. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”, o qualcuno con una missione speciale? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nella sua forma umana proclamasse la sua gloria e la sua singolarità, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne e munito di potere nel suo apparire in mezzo agli altri.

No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, perché accogliere il suo messaggio? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo ad aver fede in lui e nella sua parola. Per questo lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro statura e Gesù diventa per loro un inciampo, uno scandalo che impedisce un incontro di salvezza. Costoro sono fieri di conoscere Gesù umanamente, “secondo la carne” (2Cor 5,16), ma in realtà impediscono a se stessi la sua vera conoscenza.

Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o familiare, giunge a non riconoscere la sua vera identità e finisce per disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente di Nazaret a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale; non risponde ai canoni previsti per discernere in lui un inviato di Dio, il Messia atteso.

Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, impone loro le sue mani e ne guarisce solo qualcuno, ma è come se non avesse operato prodigi, perché il miracolo avviene quando il testimone è disposto a passare dall’incredulità alla fede. A Nazaret invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessuna azione di potenza ” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire nella sua forza, non può neanche fare il bene, perché manca il requisito minimo, la fede in lui da parte dei presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, umanissimo, troppo umano! In questo episodio del vangelo marciano Gesù appare la sapienza misconosciuta; il profeta non accolto proprio da coloro ai quali è inviato, disprezzato da quanti gli sono più vicini; il guaritore che non può fare il bene perché ciò gli è impedito dalla non accoglienza della sua azione che dona salvezza.

Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque domina la convinzione che è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia resta saldo: continua con fedeltà la sua missione in obbedienza a colui che lo ha inviato, andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a curare, e neppure a fare il bene.

 

 

Durante gli anni della sua predicazione Gesù tornò alcune volte a Nazaret, l’oscuro villaggio della Galilea – mai menzionato nell’Antico Testamento – dove egli era stato allevato ed era cresciuto “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc. 2,52). Uno di questi ritorni ci è narrato dal vangelo odierno: “Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono”. Ed è qui che in giorno di sabato, il giorno santo dell’assemblea, anche Gesù si reca alla sinagoga e prende la parola per leggere e spiegare le Sante Scritture; a differenza di Luca (cf. Lc. 4,16-30), Marco non specifica quale sia il passo scritturistico letto da Gesù né si sofferma sulle sue parole di commento, ma mette in risalto la reazione suscitata dalla sua predicazione.

Da molti anni Gesù è assente dal suo villaggio e lontano dalla sua famiglia, ma i suoi concittadini sanno chi è: “il falegname, il figlio di Maria”, e conoscono i suoi parenti più prossimi – definiti “fratelli e sorelle” – ancora residenti a Nazaret. Essi conoscono dunque indirettamente Gesù, ma questa conoscenza umana, “secondo la carne” (2Cor. 5,16) è una ragione per la loro incredulità, per non riconoscere a Gesù la sua vera identità. Lo mostrano bene le domande che risuonano sulle loro labbra: “Da dove Gesù attinge l’autorevolezza con cui commenta le Scritture? Come può possedere una tale sapienza, lui che non ha studiato come gli altri rabbini? E che dire delle azioni prodigiose compiute dalle sue mani?”. Sono interrogativi che potrebbero preludere alla fede, all’adesione a Gesù almeno quale Maestro e Profeta, eppure si risolvono in occasione di rigetto della sua persona: “si scandalizzavano di lui”…

Siamo di fronte allo scandalo suscitato dalla povertà, dall’umanità, dalla semplicità di Gesù: egli infatti si presenta come un uomo, nient’altro che una persona di cui si possono conoscere le umili origini, la provenienza da una famiglia povera, il suo essere “figlio di Giuseppe, il falegname” (cf. Mt. 13,55; Lc. 4,22), da cui ha appreso il mestiere. Agli occhi degli abitanti di Nazaret Gesù è un uomo ordinario, conosciuto fin dall’infanzia, e quindi non merita particolare ascolto né riconoscimento. Ebbene, proprio questa pretesa di conoscenza si trasforma in un inciampo – questo significa la parola “scandalo” –che impedisce il vero incontro, frutto della fede, e suscita al contrario “durezza di cuore” (cf. Mc. 3,5; 10,5, 16,14). Detto altrimenti: è facile accogliere la parola di Dio quando essa assume la forma del prodigio, quando si manifesta nella forza; è ben più faticoso riconoscerla nella debolezza e nella fragilità di un uomo… Sì, Gesù è “la pietra di scandalo, la roccia che fa inciampare” (Is. 8,14; cf. Rm. 9,32-33; 1Pt. 2,8), ed è questa consapevolezza di sé che lo porterà ad affermare: “Beato chi non si scandalizza di me” (Mt. 11,6).

Gesù registra pertanto uno scacco, un rifiuto ad opera degli abitanti di Nazaret, e l’esperienza di questo fallimento è per lui occasione di una parola netta: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Il rigetto patito, per quanto frustrante, è segno della sua qualità di profeta: ogni profeta infatti, da quelli biblici fino a quelli che Dio ancora oggi invia al suo popolo, è ascoltato più facilmente da quelli di fuori che dai propri fratelli. Di fronte a tale incredulità Gesù non può però fare a meno di stupirsi, ne è ferito, e di fatto si sente ridotto all’impotenza, con le mani legate dalla mancanza di fede di quanti pure lo avevano ascoltato: “non poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì”. Dove mancano l’ascolto obbediente delle parole di Gesù e l’adesione salda a lui, i nostri occhi non possono contemplare le meraviglie da lui operate quale Figlio di Dio…

E così cresce lo scandalo di fronte a Gesù, medico ridotto all’impotenza; medico che tuttavia continua a curare anche se gli altri non riconoscono la sua azione salvifica: “Ascoltino o non ascoltino, un profeta si trova in mezzo a loro” (Ez. 2,5) Ma a noi lettori del vangelo questa pagina pone la domanda seria: siamo disposti a seguire Gesù nella quotidianità e nell’ordinarietà della sua persona senza scandalizzarci di lui?

Enzo Bianchi

 

 

Il profeta incontra l’indifferenza, la diffidenza e il rigetto, ma la sua missione non dipende dall’audience, bensì dalla fedeltà alla parola di Colui che l’ha inviato. Ezechiele è mandato a un popolo ribelle ed egli dovrà svolgere la sua missione “ascoltino o non ascoltino”. La sua sola presenza e la sua parola scomoda saranno segno della premura di Dio che ha inviato un profeta al suo popolo (I lettura). Gesù, nella sua patria, conosce l’incredulità dei suoi concittadini e formula il detto: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” (vangelo).

Il vangelo apre uno squarcio sulla disillusione (“si meravigliava della loro incredulità”) che Gesù deve aver provato nei confronti dell’ambiente che l’ha visto crescere: la conoscenza alla maniera umana, “secondo la carne” (2Cor. 5,16), diviene chiusura nei confronti dell’inviato di Dio. Per incontrare Gesù, o lasciarsene incontrare, occorre il salto della fede, il rischio della fede. Forse Gesù si meraviglia perché questa conoscenza è totalmente non dialogica: non domanda nulla, non chiede, non parla, ma giudica e rifiuta a priori, e, mentre rende Gesù oggetto di scandalo, impedisce di accedere allo straordinario che Dio può compiere in lui.

La conoscenza dell’altro non può essere fossilizzata e ingessata: l’identità di una persona è in divenire, e conoscere significa essere aperto al novum, alla sorpresa. Soprattutto quando si tratta di conoscere quel mistero inesauribile che è una persona. Nei confronti di Gesù la pur indiscutibile conoscenza delle sue origini conduce i suoi concittadini a non cogliere la sua identità profonda: essi lo omologano a loro stessi, lo riducono alla loro misura e alla loro statura. Ma l’altro è sempre più grande della conoscenza che ne abbiamo. La conoscenza che gli abitanti di Nazaret hanno di Gesù diviene inciampo, trappola, “scandalo” che impedisce la fecondità dell’incontro: “Si scandalizzavano di lui”.

Questo scandalo, per cui Gesù appare come sapiente misconosciuto (Mc. 6,2), come profeta disprezzato (Mc. 6,5) e come medico ridotto all’impotenza (Mc. 6,5), non riguarda però solo i contemporanei di Gesù, ma trova una sua rinnovata versione anche riguardo alla conoscenza di Gesù oggi. E in profondità svela la difficoltà a credere radicalmente e autenticamente il vangelo, perché solo confessando Gesù quale Signore lo si incontra anche come medico, sapiente e profeta.

Medico ridotto all’impotenza. Se la fede viene ridotta a strumento di soddisfazione del bisogno umano, essa può conoscere una deriva tecnicistica e taumaturgica che la piega alla misura del destinatario il quale non compie più il movimento salvifico di apertura al mistero di Dio in Cristo. Allora la guarigione non è più segno di una salvezza escatologica, ma la salvezza diviene metafora di guarigione, essendo questa l’unica cosa sentita come importante. È la fede ridotta a farmaco, a psicoterapia o addirittura a magia.

Profeta disprezzato. La parola profetica è disprezzata quando viene usata da un’ideologia, asservita a interessi di parte. Se Gesù parla di disprezzo del profeta nella sua patria, oggi la parola profetica è disprezzata e privata dalla sua valenza escatologica se non si asservisce alla patria, se non accetta di servire da collante nazionale, se non si fa distributore di valori etici. Se non si piega ancillarmente a una parola penultima.

Sapiente misconosciuto. Ovvero la riduzione del sapere dell’altro al mio sapere. L’intolleranza verso una sapienza altra è l’intolleranza verso la legittima e necessaria pluralità di sapienze, di ermeneutiche del reale, di sensi cercati e assegnati al vivere. La sapienza che è Gesù il Signore non si identifica con una filosofia o cultura, ma è realtà transculturale che orienta l’umano.

Come Gesù è stato ridotto all’impotenza da coloro che affermavano di conoscerlo meglio, così la fede può oggi essere resa insignificante proprio da coloro che pretendono di farsene paladini e difensori, ma in realtà la riducono alle proprie visioni del mondo e non accettano di lasciarsene mettere in discussione.

Luciano Manicardi

 

 

Respinto fra i suoi

Gesù non è un sacerdote del Tempio, impegnato nel curare e promuovere la religione. Nessuno lo prende per un maestro della Legge, dedito a difendere la Torah di Mosè. I contadini di Galilea vedono nei suoi gesti di guarigione e nelle sue parole di fuoco l’agire di un profeta mosso dallo Spirito di Dio.

Gesù sa che lo aspetta una vita difficile e conflittuale. I leaders religiosi gli si opporranno. È la fine di ogni profeta. Non sospetta ancora che verrà rifiutato proprio dai suoi, quelli che lo conoscono fin dall’infanzia.

Del rifiuto di Gesù nel suo villaggio di Nazareth si parlava molto fra i primi cristiani. Tre evangelisti raccolgono la scena nei minimi particolari. Secondo Marco, Gesù arriva a Nazareth accompagnato da un gruppo di discepoli e con fama di profeta guaritore. I suoi compaesani non sanno cosa pensare.

Arrivato il sabato, Gesù entra nella piccola sinagoga del paese e «cominciò a insegnare». I suoi vicini e parenti quasi non lo ascoltano. Fra di loro sorge ogni sorta di domande. Conoscono Gesù da piccolo: è solo un vicino. Dove ha imparato quel sorprendente messaggio del Regno di Dio? Da chi ha ricevuto la forza per guarire? Marco dice che «si scandalizzavano di lui». Perché?

Quei contadini pensano di sapere tutto di Gesù. Se ne sono fatti un’idea da quando era un bambino. Invece di accoglierlo come si presenta davanti a loro, rimangono bloccati dall’immagine che hanno di lui e che impedisce loro di aprirsi al mistero nascosto in Gesù. Resistono a scoprire in lui la vicinanza salvatrice di Dio.

Ma c’è qualcos’altro. Accoglierlo come profeta significa essere disposti ad ascoltare il messaggio che rivolge loro in nome di Dio. E questo può creare dei problemi. Essi hanno la loro sinagoga, i loro libri sacri e le loro tradizioni. Vivono in pace la loro religione. La presenza profetica di Gesù può disturbare la tranquillità del villaggio.

Noi cristiani abbiamo immagini di Gesù abbastanza differenti. Non tutti sono d’accordo con l’immagine che avevano quelli lo avevano conosciuto da vicino e lo seguirono. Ciascuno di noi si fa la propria idea di lui. Quest’immagine condiziona il nostro modo di vivere la fede. Se la nostra immagine di Gesù è povera, parziale o distorta, la nostra fede sarà povera, parziale o distorta.

Perché ci sforziamo così poco di conoscere Gesù?

Perché ci scandalizza ricordare i suoi tratti umani?

Perché opponiamo resistenza a confessare che Dio si è incarnato in un profeta?

Forse intuiamo che la sua vita profetica ci obbligherebbe a trasformare profondamente le nostre comunità e la nostra vita?

 

 

Non disprezzare il profeta

Il racconto non cessa di essere sorprendente. Gesù fu rifiutato proprio nel suo stesso paese, fra quelli che credevano di conoscerlo più di tutti. Arriva a Nazaret, accompagnato dai suoi discepoli, e nessuno esce a incontrarlo, come accade a volte in altri luoghi. Non gli portano nemmeno i malati del villaggio perché li guarisca.

La sua presenza suscita in loro soltanto stupore. Non sanno chi gli ha potuto insegnare un messaggio così pieno di sapienza. Non si spiegano nemmeno da dove proviene la forza guaritrice delle sue mani. L'unica cosa che sanno è che Gesù è un operaio nato in una famiglia del loro villaggio. Tutto il resto «risulta loro scandaloso».

Gesù si sente «disprezzato»: i suoi non lo accettano come portatore del messaggio e della salvezza di Dio. Si sono fatti un'idea del loro compaesano Gesù e resistono ad aprirsi al mistero racchiuso nella sua persona. Gesù ricorda loro un ritornello che, probabilmente, conoscono tutti: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Nello stesso tempo, Gesù «si meraviglia della loro incredulità». È la prima volta che sperimenta un rifiuto collettivo, non dei capi religiosi, ma di tutto il suo paese. Non si aspettava questo dai suoi. La loro incredulità arriva anche a bloccare la sua capacità di guarire: «Non poté compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì».

Marco non narra questo episodio per soddisfare la curiosità dei suoi lettori, ma per avvertire le comunità cristiane che Gesù può essere rifiutato proprio da coloro che credono di conoscerlo meglio: quelli che si chiudono nelle loro idee preconcette senza aprirsi né alla novità del suo messaggio né al mistero della sua persona.

· Come stiamo accogliendo Gesù noi che ci crediamo i «suoi»?

· In un mondo che si è fatto adulto, la nostra fede non è troppo infantile e superficiale?

· Non viviamo troppo indifferenti alla novità rivoluzionaria del suo messaggio?

· Non è strana la nostra mancanza di fede nella sua forza trasformatrice?

· Non rischiamo di soffocare il suo Spirito e disprezzare la sua Profezia?

· Questa era la preoccupazione di Paolo di Tarso: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts. 5,19-21). Non abbiamo bisogno di qualcosa del genere noi cristiani di questo tempo?

José Antonio Pagola

traduzione: Mercedes Cerezo

 

 

Uscire dall'incredulità e la sfiducia

Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?" E si scandalizzavano di lui. Ma Gesú disse loro: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua." E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarí. E si meravigliava della loro incredulità.

 

L'"aneddoto" evangelico, a proposito del viaggio di Gesú nel suo paese, rivela ciò che suol essere un modo di "funzionare" frequente tra le persone che, a sua volta, mette in evidenza l'inconsistenza del donde nasce.

Non è strano che l'essere umano si muova tra la credulità ingenua e la sfiducia preventiva. Questi due atteggiamenti denotano entrambi mancanza di libertà interiore e di fiducia in sé stessi.

La credulità porta ad assumere acriticamente posizionamenti di altri, che sono facilmente idealizzati. Nel far cosí, uno proietta in qualcosa o in qualcuno la sicurezza che non trova dentro di sé. Quindi si spiega che, quanta piú insicurezza, tanta piú proiezione, credulità e idealizzazione.

La sfiducia aprioristica costituisce un meccanismo di difesa per mezzo del quale la persona vuole proteggersi di fronte a quello che la potesse mettere in discussione, oppure cerca di squalificare qualcuno davanti al quale si sentirebbe inferiore. Anche qui appare chiaro che, sia la protezione esagerata sia la squalificazione dell'altro, nascondono paura del diverso o, semplicemente, del nuovo, e un qualche sentimento occulto di inferiorità.

Tra le due, è la libertà interiore quella che permette di adottare una posizione aperta e, nello stesso tempo, ragionevolmente critica, senza cadere in idealizzazioni infantili o in squalificazioni nate dal timore. La persona adulta è capace di accogliere tutto senza perdere i propri riferimenti interni. E appunto perché trova un saldo appoggio in sé stessa tollera posizioni diverse dalla propria, non avendo nessuna difficoltà per conviverci.

La libertà interiore poggia sull'amore a sé stessi e sull'umiltà. Il primo fa sí che la persona possa accogliersi e sentirsi unificata; la seconda, grazie all'accettazione della sua verità completa, le permette di riposarvi, senza timore e senza orgoglio.

Sia la credulità che la sfiducia si nutrono della paura. Di fatto, l'orgoglio non è che la maschera con cui si traveste la paura di non essere importante o di stare al di sotto degli altri. Tutto ciò indica che solo superando questi timori occulti si può trovare la pace e la fiducia. E la via per riuscirci passa per l'accettazione amorosa della propria verità.

Nella misura in cui l'io vada integrandosi, crescerà anche la capacità di trascenderlo. Smetteremo di identificarci con lui per scoprire che la nostra vera identità è una con tutti gli esseri -per cui qualunque paragone è privo di senso- ed essa stessa è fiducia e sicurezza, libertà interiore. Como ha detto Gesú, il riconoscimento della verità che siamo ci fa liberi (Gv. 8,32).

 

 

L'inganno che ci impedisce di vedere

La mente è un baule di etichette: "gradevole/sgradevole", "bello/brutto", "importante/insignificante", "amico/nemico"... In realtà, pensare non è altro che imporre nomi e forme alla realtà. Frequentemente, nell'uso delle etichette di cui dispone, la mente vuole proteggere l'io, rispondere alle sue necessità e rafforzarlo nella sua (illusoria) sensazione di identità separata.

La mente si affanna in questo lavoro specialmente quando l'io si sente minacciato, il che succede spesso nell'ambito dei rapporti interpersonali.

Per difendersi, autoaffermarsi o spiccare, l'io usa delle etichette che tendono a squalificare gli altri. In questo modo, raggiunge una sensazione di sicurezza e di superiorità, nelle quali si arrocca per cercare di esorcizzare l'insicurezza che lo attanaglia.

Con questo modo di fare, l'io rafforza, simultaneamente, la sua tendenza alla separazione e alla routine quotidiana. Ragion per cui, nella misura in cui ci identifichiamo con esso, ci priviamo della possibilità di vivere l'unità che siamo e ci impediamo di sperimentare la novità del presente.

L'io ha bisogno della separazione, perché solo cosí può autoaffermarsi: vedendo gli altri "di fronte a" lui. Se la persona si installa in questo inganno, rimane accecata per percepire l'unità che condividiamo. Si adatta alla routine, cercando la sensazione di sicurezza che questa le fornisce: ogni volta che "etichettiamo" ci chiudiamo alla novità unica che una persona o un avvenimento racchiudono in sé.

La conseguenza è chiara: aumentano la solitudine e la noia. È il destino dell'io. Ma, dato che anche queste sensazioni lo incomodano, si sentirà spinto in modo ossessivo a cercare dei compensi, sulla via della "distrazione" permanente. Distratto e narcotizzato, l'io cercherà di sopravvivere, in una specie di giostra edonistica che non lo porta da nessuna parte.

L'uscita, invece, si trova da un'altra parte: occorre smascherare "l'inganno dell'identificazione".

Di un modo tanto incosciente quanto efficace, abbiamo trascorso la vita identificandoci con una serie infinita di oggetti, e in questo modo abbiamo costruito una sensazione di identità finita per essere, essa stessa, un altro oggetto.

Nel processo di socializzazione ci siamo identificati con il nostro corpo, i nostri sentimenti, pensieri, desideri, paure, successi, fallimenti, con la nostra immagine... e abbiamo finito per dire a noi stessi: "questo sono io".

La realtà invece è un'altra. Tutto ciò è qualcosa che abbiamo, ma non può costituire la nostra identità piú profonda, quella che è cosciente di tutto questo. Quello che siamo non può essere oggettivato e neanche alterato o danneggiato.

Corpo, mente, psichismo... sono realtà che abbiamo, ma nessuna di esse costituisce la nostra identità. Se ci riduciamo a queste realtà, entriamo nell'ignoranza riguardo a noi stessi e generiamo una sofferenza sterile.

Fa' "un passo indietro"! Osserva queste realtà e domandati: chi sta osservando?, chi è cosciente di tutto questo? E sarai portato alla connessione con una Realtà illimitata che sa di Presenza e di Pienezza, nella quale non c'è posto per la solitudine e la noia.

È questa la nostra identità. E una volta qui, non ci resta che ancorarci ad essa, sino a familiarizzarci con chi veramente siamo. Nel tentare di farlo, sentiremo il peso dell'inerzia di anni, che ci porta a credere, una e piú volte, che siamo la nostra mente. Non cedere, non perdere le distanze prese da essa, non dare ascolto ai suoi canti di sirena...! Rimani in contatto con il Fondo di ciò che è reale, lo stesso e unico Fondo di tutto ciò che è!

Nel testo del vangelo che commentiamo, i compaesani di Gesú, invece di aprirsi alla novità di quello che in lui si manifesta, optano per ricorrere a etichette con cui squalificarlo. Cosí facendo collocano in sé stessi una sorta di filtro che impedisce loro di vedere.

Quando questo accade, il miracolo -la novità- diventa impossibile; resta soltanto la routine quotidiana del già visto. Nello stesso modo in cui il Fondo della realtà è sempre nuovo, sa di freschezza e di vita, l'identificazione con la mente e con le esigenze dell'ego ci confinano in una monotonia superficiale e tediosa.

Gesú - dice il testo - "si meravigliava della loro incredulità", cioè della loro incapacità per vedere piú in là, della loro resistenza a connettere con il Fondo, dell'ignoranza in cui decidevano di rimanere installati.

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini Legaz

 

 

Cosa sarebbe successo se avessimo letto che Gesù non si meravigliava dell’incredulità dei suoi concittadini? Avremmo pensato in prima battuta che, in fondo in fondo, era ovvio che fosse così per chi, nella sua qualità di Figlio di Dio, già tutto sapeva sugli uomini, ancor prima che avvenisse quello che doveva accadere. Secondo il nostro modo di pensare, scontato frequentemente, avremmo finito col mutuare, in tal modo, Gesù con una sorta di mago, in giro per il mondo a quel tempo conosciuto... già avvezzo alla logica del calcolo, per niente fiducioso e, per dirla tutta, anche totalmente disinteressato, rispetto alle sorti del genere umano.

Il nostro pensiero muta percorso, invece! Le cose cambiano proprio grazie allo stupore di Gesù, che non incenerisce i suoi concittadini miopi per la delusione che gli accendono dentro; nella sua veste di Figlio di Dio, continua ad amare fino in fondo gli uomini, lasciandoli liberi di non credere, di non riconoscere quanto era sotto i loro occhi. Gesù, uomo tra gli uomini, non resta estraneo nemmeno rispetto alla reazione di stupore che prende forma dalla condotta inaspettata di chi lo aveva visto nascere, giocare, imparare a camminare e che avrebbe dovuto avere verso di lui un comportamento meno sospettoso ma carico di fiducia e di complicità. Prende così su di sé questo carico di umanità, di fragilità e di paletti; si sorprende. Va oltre, però: né si spaventa, né si sfiducia. Dimostra, per un verso, che ha scelto proprio questa rete di relazioni fragili, segnate dalla diffidenza, dal sospetto. Per l’altro verso, va oltre: il passo si conclude con un’azione di movimento; dice Marco infatti: «Gesù percorreva i villaggi, insegnando». Restano così davanti agli occhi del lettore di questo passo di Marco due matasse di reti, di relazioni umane: la prima, pesante e nodosa, così fitta da non lasciar viva speranza alcuna di ritrovare il bandolo, perso ormai nelle spire delle corde; la seconda, ben ripiegata, pronta per l’uso, carica di promesse: «Sebbene non potesse operare nessun prodigio, impose le mani a pochi malati e li guarì». La missione si sposta di luogo e continua, carica di vita sempre nuova e sempre eloquente sia per coloro che assistevano a quel tempo direttamente alle guarigioni, sia per noi che oggi leggiamo.

Signore, concedimi di non essere chiuso nel mio pregiudizio e nel mio

calcolo e di aprirmi alla tua parola con cuore nuovo e azioni nuove.

Concedimi di nutrirmi della tua pace. Che io possa portarla a coloro

i quali incontrerò su tutte le strade che percorrerò.

 

 

Dagli abitanti di Nazaret, sua patria, Gesù non viene riconosciuto nella sua identità più profonda. Essi perciò si stupiscono della sua sapienza e della capacità di compiere miracoli. A loro mancavano l’umiltà di un ascolto sincero della sua parola e una vera fede in lui.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando

Coloro che dio sceglie per una missione non hanno il compito facile. Al profeta Ezechiele è detto chiaramente che i figli di Israele, ai quali viene inviato, sono dei ribelli, sempre in rivolta contro Dio. Nonostante la testardaggine degli interlocutori, il profeta deve restare fedele alla sua missione di portavoce di Dio, schivo e incurante del successo, deve lasciarsi guidare unicamente dallo «spirito che è entrato in lui» (1 lettura). Diverso deve essere il comportamento di Paolo con la difficile comunità di Corinto. Egli non deve riporre il suo vanto nelle straordinarie visioni e rivelazioni, come pure nei prodigi e miracoli. Questi «segni del vero apostolo» vanno considerati come pericoli di montare in superbia, attribuendo a sé ciò che invece è solo effetto della «potenza di Dio» (2 Lettura).

La situazione di Gesù, invece, è quella del profeta «nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». Lo stupore suscitato dalla sapienza che traspare nel suo insegnamento e i prodigi compiuti dalle sue mani sono solo «motivo di scandalo». L’incredulità dell’uomo riguardo all’intervento divino è tale da meravigliare lo stesso Figlio di Dio! (Vangelo).

Tarcisio Stramare, osj

 

 

Profeti in ascolto, per essere voce di Dio

Il profeta, una figura centrale nella Bibbia, colui che parla a nome di Dio. Non per aspirazione personale o protagonismo, ma per vocazione. Dio stesso lo chiama di mezzo al popolo, lo “colma” della sua Parola e lo invia di nuovo tra la gente ad annunciare: «Dice il Signore Dio».

 Il vero profeta, in fondo, è un uomo “vuoto di sé”, che si è lasciato riempire dalla Parola di Dio cui ha saputo fare spazio nel suo cuore. La sua predicazione è autorevole perché trasparente della volontà stessa di Dio; ma non per questo trova facile accoglienza. Anzi, la Bibbia narra la dura esperienza che tanti profeti hanno dovuto affrontare – anche a rischio della vita – nell’adempiere la propria missione, magari finendo per essere rifiutati ed estromessi dal popolo a cui erano stati inviati.

Un popolo che rifiuta il profeta, “voce di Dio”, perché non vuole che la Parola che egli annuncia causi novità “scomode”, disturbi le tranquille abitudini acquisite, faccia vacillare le false certezze che sorreggono la vita comunitaria.

La novità del Vangelo

Anche Gesù sperimenta quest’amara realtà, proprio fra la gente a lui più familiare, fra quelli che lo avevano visto crescere, gli abitanti di Nazaret. Annuncia loro la Parola di Dio, ma viene rifiutato e sminuito.

La ragione? «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti». In fondo, è la stessa tentazione che ancora oggi continua a serpeggiare nelle nostre comunità, tra coloro che si considerano più “vicini” a Gesù, quasi suoi “familiari”. Lo “conosciamo” troppo bene per accettare che la novità del suo Vangelo possa sorprenderci, che scuota e rinnovi la nostra vita in profondità. Così, con questa scusa, tutto rimane come prima, mentre noi ci accontentiamo di un cristianesimo “ingessato”, “preconfezionato”, chiuso al vento nuovo dello Spirito.

Pur di non essere scomodati dalle esigenze radicali del Vangelo, preferiamo “scandalizzarci” di Gesù e di chi parla in suo nome, proprio come i suoi concittadini di Nazaret. Ma noi che spesso ascoltiamo la Parola di Dio, che incontriamo Gesù nella celebrazione eucaristica, ci lasciamo mettere in discussione da Lui nei nostri modi di fare o di pensare? Abbiamo ridotto il nostro rapporto col Signore ad appuntamenti fissi e ripetitivi?

Ascoltiamo la sua Parola aperti a ogni possibile “sorpresa” interiore? È vero, a volte la pastorale ordinaria non ci aiuta a superare questi atteggiamenti: difficilmente avvengono fatti nuovi nelle nostre parrocchie, difficilmente persone nuove si mettono in gioco, ancora più difficilmente si è disposti a fare diversamente ciò che “si è sempre fatto così”. Ma, proprio per questo, serve una maggiore fiducia nella potenza rinnovatrice del Vangelo e una più piena disponibilità a lasciarsi trasformare da esso.

monsignor Nunzio Galantino