In ogni caso, sempre annunciatori

Il ministero di chi annuncia la Parola di Dio non è facile in alcun caso e qualunque sia la dimensione nella quale si è chiamati ad operare si incontrano inevitabilmente ostilità e spesso anche rifiuti e persecuzioni. Nell'annuncio della Parola non è mai possibile pretendere di ottenere risultati a breve distanza, di raccogliere frutti proporzionati al proprio lavoro di predicazione e tantomeno è possibile essere accettati e accolti immediatamente dal popolo. Prima cha la gente si affezioni al nuovo sacerdote possono trascorrere anche molti anni e nel frattempo si diserta la chiesa perché si rimpiange il parroco precedente, che ovviamente è sempre migliore dell'attuale.

La Parola di Dio, proclamata con franchezza e coerenza da parte del ministro, specialmente quando comporti una logica o un criterio di comportamento da mettere in atto, suscita sempre un certo fastidio in ogni luogo; non di rado chi la pronuncia è costretto alle critiche e alle insinuazioni. Quando anni fa esordivo nei corsi catechetici in preparazione al Matrimonio, mi avvicinavo ai giovani nubendi con molta trepidazione, sapendo di dover dire la verità intorno a questioni etiche quali la contraccezione, le unioni di fatto, i rapporti prematrimoniali. Esordivo sempre con molta paura di essere assalito dalle feroci critiche e riprovazioni da parte dei giovani, anche se poi ciascuno degli incontri si concludeva (e si conclude) con molta serenità e stima reciproca.

La Parola del Signore, quando apporti delle verità ineluttabili e dei principi da mettere in atto, trova sempre i suoi avversi oppositori e rende il missionario bersaglio di continue insinuazioni e pregiudizi, per il solo fatto di esserne suo ministro. Essa comporta infatti l'accettazione di posizioni che non di rado si allontanano dalle nostre preferenze soggettive e comporta criteri di vita del tutto scomodi e inaspettati e per questo si prova difficoltà da parte del ministro nel conciliare l'amicizia con la verità oggettiva.

Anche in seguito ad un'omelia o ad una catechesi si viene non di rado osteggiati in ragione del messaggio evangelico e in generale il ministero della Parola non è mai fra gli esercizi più facili. Specialmente al giorno d'oggi, quando il pensiero e la morale corrente recalcitrano di fronte all'annuncio genuino del Vangelo e ci pongono nelle condizioni di dover affrontare molto spesso gli stessi interlocutori che toccarono ad Ezechiele: una genia di ribelli, un popolo dalla dura cervice. I destinatari odierni dell'annuncio non sono differenti da quelli a cui Dio costringeva il profeta suddetto: oltre che riluttanza dimostrano anche avversione, a volte astio e ostilità affermata.

Ma se la parola di Dio trova terreno arido dappertutto, essa non trova certo terreno fertile nella patria originaria di chi annuncia: a casa propria il missionario trova molte ragioni in più per non essere ascoltato nel suo annuncio e per essere categoricamente respinto in quanto latore della Parola.

"Non essere troppo esigente; non pretendere troppa preparazione"; "Sii breve e conciso nell'omelia". Sono espressioni che sono stato costretto a sentire proprio in questi ultimi anni da parte di alcuni miei parenti, quando mi sono recato nella mia terra di origine a celebrare in famiglia determinate funzioni rituali, che riguardavano un battesimo e un matrimonio. A proposito di un altro battesimo, poi, i genitori di quella bambina, anch'essi miei parenti che avevano organizzato la funzione in pompa magna assieme ad un vescovo, temevano addirittura che io potessi ostacolare i loro programmi di celebrazione (Tutto questo potere ho io?). Giungo apposta in aereo per dire qualche parola sincera e sentita ai nubendi durante la Messa e qualcuno, a cui non piace sentire troppi discorsi, mi raccomanda di tagliare corto nell'omelia…

Insomma, senza necessità di ulteriori commenti, è proprio vero quanto afferma Gesù nel suo Vangelo. Egli non dice che un profeta non è accetto nella propria patria, ma che "un profeta non è disprezzato SE NON nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua." Anche se non si tratta propriamente di disprezzo, è comunque certo che un apostolo provi molta difficoltà a farsi accettare come tale nella sua terra di origine, fra i parenti, conoscenti e familiari, poiché lo si vede appunto con eccessiva familiarità, considerando di lui il parente o l'amico, colui che ha intessuto in passato relazioni sociali interagendo con noi con estrema disinvoltura e confidenza. Si preferisce di lui solamente la figura del confidente e dell'amico e difficilmente si accoglie di lui il mandatario del messaggio evangelico. Ci consola tuttavia il fatto che Gesù viene visto anch'egli con occhi straniti da parte della gente a lui familiare che è abituata a conoscerlo sotto il solo aspetto umano: il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joeses… E se il Figlio di Dio si meraviglia dell'incredulità e della reticenza dei suoi conterranei, quanto dovremmo meravigliarci noi pastori nelle esperienze fatte a casa nostra?

Indipendentemente dai risultati e dalle reazioni è tuttavia indubbio che il ruolo del profeta resta sempre quello di recare l'annuncio veritiero della Parola senza compromesso né devianza alcuna e soprattutto senza demordere né scoraggiarsi nel suo intento. Proferire la verità senza scomporsi di fronte a possibili umiliazioni o frustrazioni dei nostri destinatari è determinante perché possiamo ottenere ricompense certe anche se non immediate che scaturiscono da Colui che ci ha resi degni di tanta fiducia.

Come insegna Paolo in una sua lettera dalla prigionia, se è vero che per amore del Vangelo si è costretti a recare anche le catene, la Parola di Dio non è incatenata e siamo sospinti dalla necessità ( e non dal vanto) di comunicare a tutti la verità genuina dell'annuncio a tutti i costi indipendentemente dalla sua accoglienza o meno. Chi invece a tutti i costi si oppone alla Parola, sarà vittima del suo stesso atteggiamento.

padre Gian Franco Scarpitta

 

 

Spina nel fianco

Ascoltino o non ascoltino sapranno almeno che c’è un profeta in mezzo a loro!

Perché i profeti ancora ci sono in mezzo a noi, anche se a volte irritano, destabilizzano, inquietano.

Eppure ci sono.

Magari non vestono peli di cammello e non mangiano locuste, ma agiscono, sono un segno per la nostra vita. Con la loro vita.

Ma poiché quasi tutti preferiamo restare nel nostro mondo, giustificando ogni nostra azione, placidamente adagiati nelle nostre scelte, piuttosto che metterci in discussione ci tappiamo le orecchie.

O, peggio, stravolgiamo il Vangelo.

O, come abbiamo ascoltato nelle letture di oggi, rendiamo inoffensivo il messaggio sottolineando l’inadeguatezza di chi ce lo propone.

Ma sempre e tutto con un’unica finalità: io ho ragione.

Ovvio.

Una spina

Mi sembra che l’idea della coerenza, della totale corrispondenza fra ciò che diciamo e ciò che viviamo, ce la portiamo piantata nell’anima, pare.

È impossibile essere creduti se non si è credibili.

Capiamoci: siamo reduci da anni terribili e oscuri in cui alcuni cristiani, e preti, l’assoluta minoranza, ma ci sono stati, hanno contraddetto il Vangelo con comportamenti ignobili. Perciò chiedere una soglia minima di coerenza ci sta. Così nell’uso dei denari, così nel rapporto con i più piccoli, così nel condividere le gioie e i dolori dell’umanità, senza nascondersi dietro un paravento di incenso.

Ciò detto e ribadito, però, dobbiamo stare attenti a non dare una connotazione tutta mondana alla coerenza.

Nel mondo dei puri e degli onesti in cui si esige e si pretende dagli altri ogni perfezione mentre si è piuttosto clementi verso le proprie debolezze, non c’è spazio per il Vangelo che, se da una parte propone ideali elevati, obiettivi altissimi, dall’altra tempera ogni richiesta con la logica della misericordia e del perdono.

Dio chiede la perfezione, sì, ma come la intende lui.

Quella che è attenta allo sforzo, non al risultato.

Che guarda il cuore, non le regole.

Che legge l’anima, non l’apparenza.

Paolo, san Paolo!, confida in una sua lettera di avere inutilmente chiesto a Dio nella preghiera di essere liberato da una spina nel fianco, probabilmente un difetto, un aspetto del suo carattere che percepisce come invalidante. E che il Signore gli ha risposto che va bene così, perché nella sua e nella nostra debolezza si manifesta pienamente la sua grandezza.

È così, è esattamente così.

Quando la Parola che proclamo giudica e interroga anche me, sono sulla strada giusta.

Stupori

L’evangelista Marco affronta in poche battute un episodio che deve avere profondamente impressionato la prima comunità.

Abbiamo letto qualche giorno fa l’incursione del clan di Gesù precipitatosi a Cafarnao per portarlo a casa, dopo avere appreso la notizia che da Gerusalemme era stato giudicato un indemoniato, senza riuscirci.

Ora è lui, sconsiderato, a salire a Nazareth.

Il clima non gli è affatto favorevole: Marco, da abile scrittore, sottolinea un incrocio di meraviglia, di stupore.

Ma in negativo: i concittadini di Gesù si stupiscono (letteralmente sono feriti) dalla sua predicazione.

Gesù è scosso dalla loro incredulità.

Scuse risibili

Perché tanta incredulità?

I parenti di Gesù si fermano alle sue umili origini, alla sua mancanza di titoli, alla sua modesta provenienza. Secondo alcuni biblisti il mestiere di Gesù era il ripiego di chi non aveva dei terreni e che, quindi, diventava il tuttofare della comunità.

Non solo: i profeti del passato avevano tutti origini misteriose, o nobili. E la loro missione era accompagnata da prodigi inconfutabili.

Gesù, invece, non soddisfa queste attese. Anzi, è accusato di essere poco religioso e, addirittura, un pazzo o un indemoniato. Uno poco devoto, poco religioso, affatto mortificato.

Un mangione e un beone.

I nazaretani non ascoltano le sue parole, non accolgono la sua prospettiva, non vedono i frutti della sua predicazione… Pensano di sapere, credono di credere, già sanno.

Da parte di chi osserva, di chi giudica, rimane la scelta: o fermarsi al dito o guardare la luna che il dito indica…

I cristiani (secondo Gesù)

I cristiani non sono perfetti e forse neanche più buoni degli altri e forse nemmeno tanto coerenti. Ma questo non basta a fermare la Parola, non basta a fermare il Cristo, non sgambetta il contagioso annuncio della Parola.

Nel vangelo gli apostoli, ben lontani dal nostro modello asettico e idealista di uomo di fede, vivono la loro pesantezza con realismo e tragicità. Ma Gesù li ha scelti, perché sappiano comprendere le miserie degli altri, accettando anzitutto le proprie.

La Chiesa non è la comunità dei perfetti, dei giusti, dei puri, ma dei riconciliati, dei figli.

Fatichiamo ad accettarlo, rischiamo di voler correggere il Vangelo perché noi, in fondo in fondo, pensiamo di essere un po’ meglio della gente che critichiamo.

Sogno il sogno di Dio: una comunità di persone che si accolgono per ciò che sono, che hanno il coraggio del proprio limite, che non hanno bisogno di umiliare l’altro per sentirsi migliori.

Rifiuti

Gesù è rifiutato, e con lui viene rifiutato il vangelo e la presenza di Dio: troppo umano questo Messia, troppo pesante il suo passo, banale il suo vivere, troppo povero, troppo fragile.

Talora anche noi siamo talmente attenti a sottolineare l’incoerenza dei discepoli da non accogliere il vangelo, talmente scandalizzati dai presunti difetti degli altri da non voler entrare a un altro livello di autenticità e vedere che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma la misericordia.

 

 

Stupori

È tutto uno stupore il Vangelo di oggi.

Lo stupore della gente di Nazareth che vede il piccolo Gesù tornato come un Profeta dalla sua esperienza a Cafarnao, la città sul lago, lo stupore di Gesù che si meraviglia della loro incredulità.

Uno stupore negativo, un dolore condiviso, un’incomprensione che si consuma proprio in casa del Nazareno, proprio in mezzo ai suoi compagni di giochi.

Tra la folla divertita si trova gente che da Giusppe, quel brav’uomo, ha comprato un solido tavolo di cedro e che resta basita dalla pretesa del figlio del falegname che, pur non avendo studiato in una scuola rabbinica di Gerusalemme e pur provenendo da una famiglia onesta ma povera, si è messo in testa di fare il Profeta.

Incomprensioni

Succede così anche a noi, vero?

Siamo scandalizzati dal fatto che la Parola di Dio, la Parola di salvezza, che converte e riempie, sia stata affidata alle fragili mani dei discepoli.

Vorrei parlarvi della fragilità, quindi.

Della fragilità degli uomini di fede e dei nuovi profeti che sono gli uomini di Chiesa.

Una fragilità reale, documentata, un’infedeltà fin troppo evidente nel corso della storia, e tutti sappiamo – alle volte più per stereotipo che per oggettiva e documentata conoscenza – degli errori commessi da Papi, Vescovi e semplici cristiani.

Il ragionamento è semplice e disarmante: gli uomini di fede, spesso, non danno una gran testimonianza di coerenza nella loro vita, non nella preghiera, non nella tolleranza, non nella vita evangelica.

Quindi, si conclude, il Vangelo è una montatura e chi ne parla un presuntuoso in malafede, magari pure moralista.

Il ragionamento non fa una grinza, specie in questo tempo in cui si esige dagli altri un’integra rettitudine morale (per gli altri) salvo essere pronti a giustificare sempre se stessi davanti ai piccoli compromessi e alle piccole ruberie quotidiane.

Gesù non viene accolto perché conosciuto, banale, normale, privo di quell’aura di ascetismo che dovrebbe caratterizzare gli uomini religiosi.

Ecco, diciamolo chiaramente: Gesù è poco religioso per pretendere di parlare di Dio (!).

(Non c’è nulla di più difficile di parlare di Gesù a dei cristiani, qui in occidente. Tutti sanno già tutto, il prete parla di Dio perché è il suo mestiere e così il Vangelo viene dato per scontato e, perciò, drammaticamente abbandonato.)

I cristiani (secondo Gesù)

I cristiani non sono perfetti e forse neanche più buoni degli altri e forse nemmeno tanto coerenti. Ma questo non basta a fermare la Parola, non basta a fermare il Cristo, non sgambetta il contagioso annuncio della Parola.

Stupiti? Leggetevi il vangelo: gli apostoli, ben lontani dal nostro modello asettico e idealista di uomo di fede, vivono la loro pesantezza con realismo e tragicità.

Ma Gesù li ha scelti, perché sappiano comprendere le miserie degli altri, accettando anzitutto le proprie.

La Chiesa, mi si secca la lingua a predicarlo, non è la comunità dei perfetti, dei giusti, dei puri, ma dei riconciliati, di figli.

Fatichiamo ad accettarlo, rischiamo di voler correggere il Vangelo perché noi, in fondo in fondo, siamo un po’ meglio della gente che critichiamo.

Sogno il sogno di Dio: una comunità di persone che si accolgono per ciò che sono, che hanno il coraggio del proprio limite, che non hanno bisogno di umiliare l’altro per sentirsi migliori.

Rifiuti

Gesù è rifiutato, e con lui viene rifiutato il Vangelo e la presenza di Dio: troppo umano questo Messia, troppo pesante il suo passo, banale il suo vivere, troppo povero, troppo fragile.

Talora anche noi siamo talmente attenti a sottolineare l’incoerenza dei discepoli da non accogliere il Vangelo, talmente scandalizzati dai presunti difetti degli altri da non voler entrare a un altro livello di autenticità e vedere che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma la misericordia. Così Israele, nella sua splendida e luminosa storia, ci parla di questi uomini di Dio – i profeti – capaci di leggere il presente, non di indovinare il futuro, e di richiamare a Dio la realtà.

Ma il destino dei profeti, lo stesso Gesù lo sperimenta, è di essere ignorati in vita e celebrati da morti. Ancora intorno a noi uomini e donne profetizzano, leggono la realtà, ci richiamano all’essenziale, innalzano la loro voce nel deserto mediatico che ci circonda.

Un vecchio polacco Parkinsoniano ha richiamato forte il valore della pace, ammonendo i potenti del mondo che – garbatamente – gli hanno sorriso e lo hanno ignorato, accorrendo, poi, devoti alle sue esequie.

Ascoltiamoli da vivi i profeti, non da morti!

Riconosciamo i profeti, diventiamo profeti, lasciamo che la Parola ci aiuti a leggere questi tempi e raccontiamolo – Dio benedetto – questo Vangelo.

Malgrado la nostra fragilità.

Paolo Curtaz

 

                   

 

Incredibile ma vero

Il vangelo racconta il rapporto tra Gesù e i suoi concittadini. Tutti noi viviamo in un paese, in una città, in un luogo e abbiamo relazioni sociali con chi ci sta vicino. A tutti noi piacerebbe essere accettati e amati dai vicini; che ci riconoscessero; che parlassero bene di noi; che ci aiutassero. Questo è il nostro desiderio, questo è quello che noi stessi, a volte non facciamo.

Tutti noi diciamo spesso: “Se noi fossimo vissuti al tempo di Gesù gli avremmo creduto!; se l’avessimo visto non avremmo dubbi di fede!”. Anche i suoi paesani aspettavano il Messia... ma non lo riconobbero.

Questo vangelo ci presenta infatti Gesù che fa nella sua città quello che fa altrove: predica, di sabato, nella sinagoga. Lo ascoltano e rimangono stupiti, meravigliati, percepiscono che c’è qualcosa di grande in quest’uomo.

Gesù risveglia in loro qualcosa, tocca le corde della loro anima, ma è troppo ideale, troppo forte, troppo dirompente, nuovo. I suoi paesani hanno le loro idee, hanno le loro tradizioni, hanno i loro schemi. Questo uomo dice cose che non si sono mai udite, cose “pericolose”, mette in gioco, scopre “altarini”.

Gesù agiva e parlava senza preoccuparsi se ciò che diceva o faceva poteva urtare qualcuno e infatti, urtava molte persone. Gesù diceva quello che riteneva giusto davanti a Dio. Gesù diceva ai religiosi farisei che la loro religione era tutta falsità. Gesù diceva ai nobili sadducei che dietro la loro religione c’erano solo interessi di potere. Gesù riteneva stupide tante pratiche religiose prive di vita. Provate a pensare come poteva sentirsi chi le aveva fatte, chi le professava!

Tutta questa gente, quindi, va in crisi, si sente messa in gioco, interpellata, toccata in prima persona e ha due possibilità: o rimettere in gioco le proprie convinzioni o attaccare Gesù dicendogli e facendolo passare per un pazzo, mettendo voci malevoli in giro e se non bastasse, sopprimerlo. E così fecero i suoi paesani.

Nel caso di Gesù, poi, c’è un ulteriore complicanza. Finché Gesù predicava in giro per la Palestina la gente non lo conosceva. Ma i suoi paesani sì che lo conoscevano! Conoscevano bene la sua famiglia, le sue origini, si ricordavano bene di quando lui era piccolo! Ecco tutte le domande che si dicono: “Donde gli vengono queste cose?”. “Ha studiato qui con noi, mica è laureato, non ha mica titoli di studio in merito, come può dire queste cose? Ti ricordi era in banco con te, con me, neppure era bravo a scuola”.

“E che sapienza è mai questa?”. “Adesso arriva lui e ci cambia tutte le carte in tavola. Ma se abbiamo sempre creduto così dovremmo cambiare solo perché lui ha queste idee strane? Ma è uno di noi, ma chi si crede? E poi, tutta la sua famiglia era un po’ strana, è anche lui di quelli lì!”.

“Non è costui il carpentiere, il figlio di... e le sue sorelle...”. “E’ uno come noi, lo conosciamo bene. Ma lo conosciamo bene, quello lì! Ha giocato con noi, era mio vicino di casa! Da piccolo io andavo meglio di lui a scuola! Era antipatico una volta! Se sapeste chi erano i suoi genitori! Ma cosa vuoi che esca di buono da quella famiglia lì! Quello lì: se sapeste cosa ha fatto una volta...!”.

Hanno già deciso: “Non vogliono credere”. Non possono credere Dio si renda visibile in uno che conoscono. Hanno deciso che lui può essere solo quello che hanno conosciuto. Perché per certe persone tu rimarrai sempre lo stesso qualunque cosa tu faccia: hanno bisogno di etichettarti, di definirti in maniera rigida.

C’erano tre sorelle: la prima aveva novant’otto anni, la seconda novantasei e la terza novantacinque. La prima chiamava la terza sorella “la piccolina!”.

Ad un colloquio per un posto di lavoro una donna, parlando dei suoi due figli, ha detto: “Sì, ho due cuccioletti di trentatre e trent’anni”!

Il dramma dei suoi paesani è che lo conoscevano (pensavano di conoscerlo!) e quando la gente ti conosce tende a classificarti e vederti non più per quello che sei, per quello che sei diventato, ma per quello che eri. Perché cambiare opinione è sempre un cambiamento, una difficoltà, un lasciare vecchie posizioni.

Dove sono nati i miei genitori io e mio fratello siamo chiamati come “i figli di Pedron”. Non abbiamo un nome, siamo definiti, etichettati come “i figli di Pedron”.

Un uomo una decina d’anni fa stava camminando per le strade di Belfast e ad un certo punto si sente puntare una pistola alla nuca e una voce gli chiede: “Sei cattolico o protestante?”. L’uomo fu costretto a pensare in fretta e trovò – a suo parere - una brillante soluzione per sottrarsi alla situazione non sapendo chi aveva dietro. Ripose: “Sono ebreo”. Allora sentì la voce sghignazzante dell’uomo che gli aveva puntato la pistola: “Devo proprio essere l’arabo più fortunato della città”.

E’ assurdo ma noi giudichiamo spesso le persone in base ai ruoli, a quello che erano dieci anni fa, ai genitori di quelle persone, se le conoscevamo, ecc.

E così gli abitanti di Nazareth rifiutarono Dio perché Gesù – dicevano loro – lo conoscevano bene. Conoscevano Gesù o l’immagine lontana, passata, l’etichetta di Gesù? Conosci Dio o la tua idea di Dio (etichetta)? Conosci tua moglie o l’idea che tu hai di tua moglie?

Una delle espressioni più terribili è: “Come tua madre non ti conosce nessun altro”. Esprime una verità (certamente una madre conosce il proprio figlio) ma diventa facilmente un giudizio feroce.

Oppure: “Lo sapevo che finiva così, ti conosco bene”. E’ come dire ad uno: “Io so chi sei tu, tu non mi puoi sorprendere, io ti posso prevedere”.

Un avvocato aveva ricevuto la fattura dell’idraulico e gli era sembrata decisamente troppo cara. Chiamò allora l’idraulico e gli disse: “Ehi, ma tu mi costi duecento euro all’ora. Non li prendo nemmeno io che sono avvocato!”. E l’idraulico: “Nemmeno io li prendevo quando facevo l’avvocato”.

La realtà, le persone, la vita sono più grandi dei nostri pensieri e delle nostre etichette.

Il giudizio ha origini lontani nella nostra vita. Il bambino divide la realtà in buona e cattiva. “Buona” è ciò che non è un pericolo per lui, ciò che non gli fa male, ciò che può controllare; “cattiva” è la realtà pericolosa, che lo fa piangere e che non può gestire. L’educazione spesso è: “Sei buono quando... sei cattivo quando...; ci piaci se... non ci piaci se...; ti vogliamo bene se... non ti vogliamo bene se...”, allora un bambino divide la realtà. Ci hanno detto: “C’è qualcosa di brutto, cattivo e sporco in te. Questo (anche se c’è in te) lo devi eliminare, non ci piace, non vogliamo vederlo”. Così abbiamo imparato a giudicare, a dividere la realtà di noi stessi. C’è una realtà buona da tenere e ce n’è un’altra cattiva da eliminare, da non sentire, da sopprimere.

Il dramma è che niente di noi è buono o cattivo, ma semplicemente esiste. I comportamenti possono essere dannosi o utili ma non le persone. Il dramma è che quando tu dici ad un bambino: “Sei cattivo... sei brutto... sei un monello... vergognati... ” hai giudicato lui e non il suo comportamento. Gli hai detto che lui non va bene, che in lui c’è qualcosa che non va e che deve essere eliminato.

Mi ricordo che a quattro anni scrissi sul muro di casa con dei pennarelli. Mi divertii un sacco anche perché: che c’è di più bello che avere un foglio bianco grande tutta una parete dove puoi disegnare tutto quello che vuoi!? Fui guardato in maniera terrificante dai miei genitori (ricordo ancora lo sguardo): io, invece, pensavo addirittura che fossero contenti visto il disegno che a me piaceva tanto! Le presi e mi dissero che ero stato un bambino “terribile” e “papà e mamma non ti vogliono più quando fai così”, cosa che mi mandò nella più totale disperazione. In realtà non ero terribile, il mio comportamento era stato “terribile” per loro. Da quel giorno non disegnai quasi più e tutt’ora oggi mi trovo in difficoltà. Sarebbe stato diversi se mi avessero spiegato le ragioni del mio comportamento e se mi avessero detto che io non sono cattivo, ma che fare certe cose può provocare disagi!

Il giudizio spezza, divide, distrugge le persone (in greco krino giudicare vuol dire proprio dividere).

Giudicare è il tentativo di controllare, di possedere la realtà perché ci fa paura. Quando una persona giudica molto vuol dire che ha molto paura. Tenta cioè di fissare delle etichette, dei ragionamenti, che semplificano e classificano la realtà.

Giudicare è come voler far passare tutta l’acqua del mare per il tubo del lavandino.

Gli antichi conoscevano il mito del “letto di Procuste”. Procuste era un bandito malvagio e colossale che rapiva i passanti e li faceva prigionieri. Poi li stendeva su di un letto e se il prigioniero era troppo piccolo gli stirava gli arti e lo allungava, se era troppo grande glieli mozzava.

Il “letto di Procuste” rappresenta tutte quelle persone che non sono in grado di accettare la realtà per quella che è e che devono “tagliarla”, giudicarla, cambiarla, deformarla, farla rientrare nei loro rigidi schemi mentali. La giudicano non perché sia così ma perché loro non sono in grado di accettarla.

C’è poi la bellissima storia dell’uomo che con il figlio e il mulo va in paese. Partono: il figlio sale sul mulo con il materiale da vendere e il padre va piedi. Ma per strada alcune persone, vedendo la scena, giudicano: “Che ingrato quel figlio, lui sul mulo e il vecchio padre a piedi”. Così fecero cambio: il padre sul mulo e il figlio a piedi. Ma altre persone lungo la via giudicarono: “Che ingrato quel padre, lui sul mulo e il giovane figlio a piedi”. Così entrambi andarono a piedi. Ma altre persone lungo la via giudicarono: “Che stupidi, hanno il mulo e vanno a piedi!”. Allora entrambi si sedettero sul mulo. Ma non andò bene neppure così perché altre persone giudicarono pure questo: “Che bastardi: non hanno proprio pietà per il mulo che già è carico e deve portare anche il loro peso”.

Nel vangelo colpisce molto come alcune persone incontrando Gesù ne fossero trasformate, cambiate, non fossero più loro, diventassero totalmente nuove. Altre ancorate nei loro giudizi e nei loro schemi, invece, non venivano neppure toccate. Gesù dirà ad un certo punto: “Morirete nei vostri peccati”, attaccati cioè ai vostri giudizi. Molte persone rimanevano assolutamente indifferenti anzi infastidite, estranee, fuori. Per alcuni era chiaro e lampante che in quell’uomo fosse presente Dio, mentre per altri era totalmente oscuro.

Ciò che è decisivo per la vita cristiana è la fede. La fede è la capacità di poter vedere, riconoscere, percepire che Lui vive, agisce, si manifesta nella nostra vita. Dio non può operare nulla se l’uomo non lo riconosce. Dio è assente, se per l’uomo Lui è assente. Se l’uomo non si apre alla fede nulla gli sarà possibile e la vita sarà un continuo tormento e un errare.

La fede non è capire: la fede è l’esperienza, l’incontro con Lui vivo. Ma se non vogliamo lasciarci coinvolgere, tirare dentro, cambiare, neanche Dio lo può fare per noi.

È molto difficile per noi accettare e accogliere questo, perché teoricamente, con le parole tutti noi vogliamo Dio, tutti noi lo amiamo, tutti noi diciamo di volerlo accogliere. E’ molto difficile per noi e responsabilizzante accettare che Dio ci salvi, ma solo se noi lo vogliamo. Che Dio ci ami, ma solo se noi ci apriamo. Che Dio ci cambi, ma solo se noi glielo permettiamo. Che Dio ci porti al centro della Vita, ma solo se noi camminiamo. Dio, senza di me, non può far nulla con me.

Il vangelo poi dice che “si scandalizzavano di lui”. Il verbo è molto forte; indica l’indignazione verso Gesù. Non riescono ad accettare che uno di loro, uno che conoscono, sia diverso. In quel verbo c’è tutto il rifiuto, l’odio, lo sdegno, la rabbia, il disprezzo per Gesù.

La storia di Gesù è la storia di un uomo che fu da alcuni amato alla follia, tanto che, per lui, lasciarono tutto e lo seguirono; mentre altri lo odiarono all’inverosimile tanto da ucciderlo.

Gesù non è mai indifferente o tiepido: o lo ami o lo odi, o ti entra dentro o ti rimane esterno.

La storia di Gesù è la storia di un uomo molto accettato e amato. Ma la storia di Gesù è la storia di un uomo soprattutto rifiutato.

Non ricerchiamo mai il rifiuto, la lotta, o il conflitto. Sarebbe segno di grave patologia, di masochismo. Ci sono alcuni gruppi, delle persone che più sono osteggiate e più si sentono sante. E’ chiaramente una forma di malattia: “Guarda come soffro, guarda quanto è crudele il mondo con me”.

C’è una persona che ritiene di avere delle doti paranormali, sovrannaturali, pranoterapeutiche, (lei le chiama “spirituali”), e poiché chi ha un po’ di buon senso ci ride su (ma non purtroppo le anime fragili che invece le credono), lei crede che tutti ce l’abbiano con lei. E più ce l’hanno e più lei si sente investita da Dio e chiamata ad espiare le pene degli uomini così cattivi!

Ma il rifiuto può essere un momento di ascesi, di grande crescita per tutti noi. Di fronte al rifiuto, emerge la verità della nostra strada e delle nostre scelte: “Quanto le vuoi?”.

Se quando sei osteggiato, lasci subito, quanto sono radicate le tue convinzioni? Quanto sono profonde?

Ho bisogno dell’ostilità per capire se veramente credo in ciò che dico. Ho bisogno di pagare in pria persona per vedere se ciò che dico sono solo parole o mie verità. Quante persone dicono: “Io ci credevo ma era troppo difficile”. No, tu credevi di crederci.

Credere vuol dire aderire con la mente e soprattutto essere disposti a mettersi in gioco in prima persona. Altrimenti sono solo parole. Altrimenti siamo come i politici che credono nelle guerre e mandano i giovani, ma non i loro figli, nei conflitti. “Se un uomo non paga per ciò che crede o non vale l’uomo o non valgono le idee”.

Poi c’è questa frase proverbiale che è un’amara constatazione: (l’A.T. è la storia di un popolo che non ha ascoltato i suoi profeti): “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria”. Così fu tutta la storia d’Israele.

Le parole di Gesù indicano la sua rassegnazione e il rifiuto della sua persona; esprimono il suo dolore e la nostra impotenza di fronte al pregiudizio delle persone: meglio non insistere, ma come Gesù, andare altrove.

Altrove dirà: “Neanche se Dio scendesse voi credereste”. E’ così.

E’ inutile intestardirsi e volersi fare accettare da chi non ci vuole accettare. Meglio cambiare.

E si meravigliava della loro incredulità: “Ma come fate a mettere in discussione ciò che faccio? Ma come fate a non percepire l’amore, l’apertura, la misericordia che trasuda da ogni mia parola, da ogni mio gesto, da ogni mio sguardo? Ma come fate a non vedere che vi amo? Ma come fate a non vedere? Come fate a non vedere che potreste essere diversi e vivere in maniera più umana, intensa e divina? Come fate a non riconoscere la vostra ottusità, i vostri attaccamenti e le vostre chiusure?”.

Ma non ci fu verso! E qui c’è tutta la delusione di Gesù.

E’ il dramma di chi vive Dio, di tutti i profeti. Scontrarsi con persone che non sanno vedere la realtà.

Qui si usa il verbo thaumatizo, “meravigliarsi”. Altrove, ad es. in Mt 8,10 Gesù “si meraviglia” della fede di un pagano. Ma qui lo stupore di Gesù è ben diverso.

Gesù rimane costernato, incredulo, senza parole di fronte alla cecità di chi ha davanti. Gesù è traumatizzato di fronte alla cocciutaggine e all’irrigidimento di chi ha davanti.

Einstein – e se ne intendeva di queste cose – diceva: “E’ più facile spezzare l’atomo che il pregiudizio!”.

C’era una vecchietta che affermava che, tranne lei e la sua amica Mary, tutti sarebbero finiti all’inferno. Intervistata su questo argomento si dimostro irremovibile: “Io e la mia amica Mary”. “Ma è proprio sicura, signora?”. “Sì, le ho detto io e la mia amica Mary”. “Ma ne è proprio certa signora?”. “Beh adesso che mi ci fa pensare non sono più sicura della mia amica Mary”. Purtroppo non c’è niente da ridere.

Un uomo ama la moglie ma è bloccato da tutta una serie di paure dell’infanzia. Anche lei lo ama. Tutti gli dicono di farsi aiutare, di farsi dare una mano, perché altrimenti il matrimonio non potrà durare. Incredibile ma vero: ha preferito lasciare la moglie che farsi aiutare.

Due genitori (entrambi con posti di rilievo nella società) hanno una figlia anoressica: pesa trentaquattro chili. Ma la “loro figlia sta benissimo, è solo un po’ magra”. E’ incredibile ma vero!

Marito e moglie, separati, si fanno la guerra e si palleggiano pesantemente le responsabilità del fallimento del matrimonio. Il loro figlio è triste, aggressivo, ha comportamenti devianti e ha solo nove anni! Ma, per loro, è la società, il compagno di classe, la maestra, che non vanno. E’ incredibile, ma vero.

Ma non è incredibile che la gente creda ancora che il problema sia il mondo, l’avere più soldi, che se il vicino di casa cambiasse, che se il lavoro andasse meglio, che se la suocera cambiasse, che se il collega fosse diverso, allora sì sarebbero felici?

E’ incredibile ma vero la negazione di certe realtà da parte delle persone. Si rimane come allibiti, senza parole, costernati, impotenti.

Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire.

Pensiero della Settimana

Nessuno ci può rifiutare se non noi stessi.

E, spaventati dall’impossibile, spesso rifiutiamo il possibile.

 

 

Incredibile ma vero

Il vangelo racconta il rapporto tra Gesù e i suoi concittadini. Tutti noi viviamo in un paese, in una città, in un luogo e abbiamo relazioni sociali con chi ci sta vicino. A tutti noi piacerebbe essere accettati e amati dai vicini; che ci riconoscessero; che parlassero bene di noi; che ci aiutassero. Questo è il nostro desiderio, questo è quello che noi stessi, a volte non facciamo.

Tutti noi diciamo spesso: “Se noi fossimo vissuti al tempo di Gesù gli avremmo creduto!; se l’avessimo visto non avremmo dubbi di fede!”. Anche i suoi paesani aspettavano il Messia… ma non lo riconobbero.

Questo vangelo ci presenta infatti Gesù che fa nella sua città quello che fa altrove: predica, di sabato, nella sinagoga. Lo ascoltano e rimangono stupiti, meravigliati, percepiscono che c’è qualcosa di grande in quest’uomo.

Gesù risveglia in loro qualcosa, tocca le corde della loro anima, ma è troppo ideale, troppo forte, troppo dirompente, nuovo. I suoi paesani hanno le loro idee, hanno le loro tradizioni, hanno i loro schemi. Questo uomo dice cose che non si sono mai udite, cose “pericolose”, mette in gioco, scopre “altarini”.

Gesù agiva e parlava senza preoccuparsi se ciò che diceva o faceva poteva urtare qualcuno e infatti, urtava molte persone. Gesù diceva quello che riteneva giusto davanti a Dio. Gesù diceva ai religiosi farisei che la loro religione era tutta falsità. Gesù diceva ai nobili sadducei che dietro la loro religione c’erano solo interessi di potere. Gesù riteneva stupide tante pratiche religiose prive di vita. Provate a pensare come poteva sentirsi chi le aveva fatte, chi le professava!

Tutta questa gente, quindi, va in crisi, si sente messa in gioco, interpellata, toccata in prima persona e ha due possibilità: o rimettere in gioco le proprie convinzioni o attaccare Gesù dicendogli e facendolo passare per un pazzo, mettendo voci malevoli in giro e se non bastasse, sopprimerlo. E così fecero i suoi paesani.

Nel caso di Gesù, poi, c’è un ulteriore complicanza. Finché Gesù predicava in giro per la Palestina la gente non lo conosceva. Ma i suoi paesani sì che lo conoscevano! Conoscevano bene la sua famiglia, le sue origini, si ricordavano bene di quando lui era piccolo! Ecco tutte le domande che si dicono: “Donde gli vengono queste cose?”. “Ha studiato qui con noi, mica è laureato, non ha mica titoli di studio in merito, come può dire queste cose? Ti ricordi era in banco con te, con me, neppure era bravo a scuola”.

“E che sapienza è mai questa?”. “Adesso arriva lui e ci cambia tutte le carte in tavola. Ma se abbiamo sempre creduto così dovremmo cambiare solo perché lui ha queste idee strane? Ma è uno di noi, ma chi si crede? E poi, tutta la sua famiglia era un po’ strana, è anche lui di quelli lì!”.

“Non è costui il carpentiere, il figlio di… e le sue sorelle…”. “E’ uno come noi, lo conosciamo bene. Ma lo conosciamo bene, quello lì! Ha giocato con noi, era mio vicino di casa! Da piccolo io andavo meglio di lui a scuola! Era antipatico una volta! Se sapeste chi erano i suoi genitori! Ma cosa vuoi che esca di buono da quella famiglia lì! Quello lì: se sapeste cosa ha fatto una volta…!”.

Hanno già deciso: “Non vogliono credere”. Non possono credere Dio si renda visibile in uno che conoscono. Hanno deciso che lui può essere solo quello che hanno conosciuto. Perché per certe persone tu rimarrai sempre lo stesso qualunque cosa tu faccia: hanno bisogno di etichettarti, di definirti in maniera rigida.

C’erano tre sorelle: la prima aveva novant’otto anni, la seconda novantasei e la terza novantacinque. La prima chiamava la terza sorella “la piccolina!”.

Ad un colloquio per un posto di lavoro una donna, parlando dei suoi due figli, ha detto: “Sì, ho due cuccioletti di trentatre e trent’anni”!

Il dramma dei suoi paesani è che lo conoscevano (pensavano di conoscerlo!) e quando la gente ti conosce tende a classificarti e vederti non più per quello che sei, per quello che sei diventato, ma per quello che eri. Perché cambiare opinione è sempre un cambiamento, una difficoltà, un lasciare vecchie posizioni.

Dove sono nati i miei genitori io e mio fratello siamo chiamati come “i figli di Pedron”. Non abbiamo un nome, siamo definiti, etichettati come “i figli di Pedron”.

Un uomo una decina d’anni fa stava camminando per le strade di Belfast e ad un certo punto si sente puntare una pistola alla nuca e una voce gli chiede: “Sei cattolico o protestante?”. L’uomo fu costretto a pensare in fretta e trovò – a suo parere - una brillante soluzione per sottrarsi alla situazione non sapendo chi aveva dietro. Ripose: “Sono ebreo”. Allora sentì la voce sghignazzante dell’uomo che gli aveva puntato la pistola: “Devo proprio essere l’arabo più fortunato della città”.

E’ assurdo ma noi giudichiamo spesso le persone in base ai ruoli, a quello che erano dieci anni fa, ai genitori di quelle persone, se le conoscevamo, ecc.

E così gli abitanti di Nazareth rifiutarono Dio perché Gesù – dicevano loro – lo conoscevano bene. Conoscevano Gesù o l’immagine lontana, passata, l’etichetta di Gesù? Conosci Dio o la tua idea di Dio (etichetta)? Conosci tua moglie o l’idea che tu hai di tua moglie?

Una delle espressioni più terribili è: “Come tua madre non ti conosce nessun altro”. Esprime una verità (certamente una madre conosce il proprio figlio) ma diventa facilmente un giudizio feroce.

Oppure: “Lo sapevo che finiva così, ti conosco bene”. E’ come dire ad uno: “Io so chi sei tu, tu non mi puoi sorprendere, io ti posso prevedere”.

Un avvocato aveva ricevuto la fattura dell’idraulico e gli era sembrata decisamente troppo cara. Chiamò allora l’idraulico e gli disse: “Ehi, ma tu mi costi duecento euro all’ora. Non li prendo nemmeno io che sono avvocato!”. E l’idraulico: “Nemmeno io li prendevo quando facevo l’avvocato”.

La realtà, le persone, la vita sono più grandi dei nostri pensieri e delle nostre etichette.

Il giudizio ha origini lontani nella nostra vita. Il bambino divide la realtà in buona e cattiva. “Buona” è ciò che non è un pericolo per lui, ciò che non gli fa male, ciò che può controllare; “cattiva” è la realtà pericolosa, che lo fa piangere e che non può gestire. L’educazione spesso è: “Sei buono quando… sei cattivo quando…; ci piaci se… non ci piaci se…; ti vogliamo bene se… non ti vogliamo bene se…”, allora un bambino divide la realtà. Ci hanno detto: “C’è qualcosa di brutto, cattivo e sporco in te. Questo (anche se c’è in te) lo devi eliminare, non ci piace, non vogliamo vederlo”. Così abbiamo imparato a giudicare, a dividere la realtà di noi stessi. C’è una realtà buona da tenere e ce n’è un’altra cattiva da eliminare, da non sentire, da sopprimere.

Il dramma è che niente di noi è buono o cattivo, ma semplicemente esiste. I comportamenti possono essere dannosi o utili ma non le persone. Il dramma è che quando tu dici ad un bambino: “Sei cattivo… sei brutto… sei un monello… vergognati… ” hai giudicato lui e non il suo comportamento. Gli hai detto che lui non va bene, che in lui c’è qualcosa che non va e che deve essere eliminato.

Mi ricordo che a quattro anni scrissi sul muro di casa con dei pennarelli. Mi divertii un sacco anche perché: che c’è di più bello che avere un foglio bianco grande tutta una parete dove puoi disegnare tutto quello che vuoi!? Fui guardato in maniera terrificante dai miei genitori (ricordo ancora lo sguardo): io, invece, pensavo addirittura che fossero contenti visto il disegno che a me piaceva tanto! Le presi e mi dissero che ero stato un bambino “terribile” e “papà e mamma non ti vogliono più quando fai così”, cosa che mi mandò nella più totale disperazione. In realtà non ero terribile, il mio comportamento era stato “terribile” per loro. Da quel giorno non disegnai quasi più e tutt’ora oggi mi trovo in difficoltà. Sarebbe stato diversi se mi avessero spiegato le ragioni del mio comportamento e se mi avessero detto che io non sono cattivo, ma che fare certe cose può provocare disagi!

Il giudizio spezza, divide, distrugge le persone (in greco krino giudicare vuol dire proprio dividere).

Giudicare è il tentativo di controllare, di possedere la realtà perché ci fa paura. Quando una persona giudica molto vuol dire che ha molto paura. Tenta cioè di fissare delle etichette, dei ragionamenti, che semplificano e classificano la realtà.

Giudicare è come voler far passare tutta l’acqua del mare per il tubo del lavandino.

Gli antichi conoscevano il mito del “letto di Procuste”. Procuste era un bandito malvagio e colossale che rapiva i passanti e li faceva prigionieri. Poi li stendeva su di un letto e se il prigioniero era troppo piccolo gli stirava gli arti e lo allungava, se era troppo grande glieli mozzava.

Il “letto di Procuste” rappresenta tutte quelle persone che non sono in grado di accettare la realtà per quella che è e che devono “tagliarla”, giudicarla, cambiarla, deformarla, farla rientrare nei loro rigidi schemi mentali. La giudicano non perché sia così ma perché loro non sono in grado di accettarla.

C’è poi la bellissima storia dell’uomo che con il figlio e il mulo va in paese. Partono: il figlio sale sul mulo con il materiale da vendere e il padre va piedi. Ma per strada alcune persone, vedendo la scena, giudicano: “Che ingrato quel figlio, lui sul mulo e il vecchio padre a piedi”. Così fecero cambio: il padre sul mulo e il figlio a piedi. Ma altre persone lungo la via giudicarono: “Che ingrato quel padre, lui sul mulo e il giovane figlio a piedi”. Così entrambi andarono a piedi. Ma altre persone lungo la via giudicarono: “Che stupidi, hanno il mulo e vanno a piedi!”. Allora entrambi si sedettero sul mulo. Ma non andò bene neppure così perché altre persone giudicarono pure questo: “Che bastardi: non hanno proprio pietà per il mulo che già è carico e deve portare anche il loro peso”.

Nel vangelo colpisce molto come alcune persone incontrando Gesù ne fossero trasformate, cambiate, non fossero più loro, diventassero totalmente nuove. Altre ancorate nei loro giudizi e nei loro schemi, invece, non venivano neppure toccate. Gesù dirà ad un certo punto: “Morirete nei vostri peccati”, attaccati cioè ai vostri giudizi. Molte persone rimanevano assolutamente indifferenti anzi infastidite, estranee, fuori. Per alcuni era chiaro e lampante che in quell’uomo fosse presente Dio, mentre per altri era totalmente oscuro.

Ciò che è decisivo per la vita cristiana è la fede. La fede è la capacità di poter vedere, riconoscere, percepire che Lui vive, agisce, si manifesta nella nostra vita. Dio non può operare nulla se l’uomo non lo riconosce. Dio è assente, se per l’uomo Lui è assente. Se l’uomo non si apre alla fede nulla gli sarà possibile e la vita sarà un continuo tormento e un errare.

La fede non è capire: la fede è l’esperienza, l’incontro con Lui vivo. Ma se non vogliamo lasciarci coinvolgere, tirare dentro, cambiare, neanche Dio lo può fare per noi.

È molto difficile per noi accettare e accogliere questo, perché teoricamente, con le parole tutti noi vogliamo Dio, tutti noi lo amiamo, tutti noi diciamo di volerlo accogliere. E’ molto difficile per noi e responsabilizzante accettare che Dio ci salvi, ma solo se noi lo vogliamo. Che Dio ci ami, ma solo se noi ci apriamo. Che Dio ci cambi, ma solo se noi glielo permettiamo. Che Dio ci porti al centro della Vita, ma solo se noi camminiamo. Dio, senza di me, non può far nulla con me.

Il vangelo poi dice che “si scandalizzavano di lui”. Il verbo è molto forte; indica l’indignazione verso Gesù. Non riescono ad accettare che uno di loro, uno che conoscono, sia diverso. In quel verbo c’è tutto il rifiuto, l’odio, lo sdegno, la rabbia, il disprezzo per Gesù.

La storia di Gesù è la storia di un uomo che fu da alcuni amato alla follia, tanto che, per lui, lasciarono tutto e lo seguirono; mentre altri lo odiarono all’inverosimile tanto da ucciderlo.

Gesù non è mai indifferente o tiepido: o lo ami o lo odi, o ti entra dentro o ti rimane esterno.

La storia di Gesù è la storia di un uomo molto accettato e amato. Ma la storia di Gesù è la storia di un uomo soprattutto rifiutato.

Non ricerchiamo mai il rifiuto, la lotta, o il conflitto. Sarebbe segno di grave patologia, di masochismo. Ci sono alcuni gruppi, delle persone che più sono osteggiate e più si sentono sante. E’ chiaramente una forma di malattia: “Guarda come soffro, guarda quanto è crudele il mondo con me”.

C’è una persona che ritiene di avere delle doti paranormali, sovrannaturali, pranoterapeutiche, (lei le chiama “spirituali”), e poiché chi ha un po’ di buon senso ci ride su (ma non purtroppo le anime fragili che invece le credono), lei crede che tutti ce l’abbiano con lei. E più ce l’hanno e più lei si sente investita da Dio e chiamata ad espiare le pene degli uomini così cattivi!

Ma il rifiuto può essere un momento di ascesi, di grande crescita per tutti noi. Di fronte al rifiuto, emerge la verità della nostra strada e delle nostre scelte: “Quanto le vuoi?”.

Se quando sei osteggiato, lasci subito, quanto sono radicate le tue convinzioni? Quanto sono profonde?

Ho bisogno dell’ostilità per capire se veramente credo in ciò che dico. Ho bisogno di pagare in pria persona per vedere se ciò che dico sono solo parole o mie verità. Quante persone dicono: “Io ci credevo ma era troppo difficile”. No, tu credevi di crederci.

Credere vuol dire aderire con la mente e soprattutto essere disposti a mettersi in gioco in prima persona. Altrimenti sono solo parole. Altrimenti siamo come i politici che credono nelle guerre e mandano i giovani, ma non i loro figli, nei conflitti. “Se un uomo non paga per ciò che crede o non vale l’uomo o non valgono le idee”.

Poi c’è questa frase proverbiale che è un’amara constatazione: (l’A.T. è la storia di un popolo che non ha ascoltato i suoi profeti): “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria”. Così fu tutta la storia d’Israele.

Le parole di Gesù indicano la sua rassegnazione e il rifiuto della sua persona; esprimono il suo dolore e la nostra impotenza di fronte al pregiudizio delle persone: meglio non insistere, ma come Gesù, andare altrove.

Altrove dirà: “Neanche se Dio scendesse voi credereste”. E’ così.

E’ inutile intestardirsi e volersi fare accettare da chi non ci vuole accettare. Meglio cambiare.

E si meravigliava della loro incredulità: “Ma come fate a mettere in discussione ciò che faccio? Ma come fate a non percepire l’amore, l’apertura, la misericordia che trasuda da ogni mia parola, da ogni mio gesto, da ogni mio sguardo? Ma come fate a non vedere che vi amo? Ma come fate a non vedere? Come fate a non vedere che potreste essere diversi e vivere in maniera più umana, intensa e divina? Come fate a non riconoscere la vostra ottusità, i vostri attaccamenti e le vostre chiusure?”.

Ma non ci fu verso! E qui c’è tutta la delusione di Gesù.

E’ il dramma di chi vive Dio, di tutti i profeti. Scontrarsi con persone che non sanno vedere la realtà.

Qui si usa il verbo thaumatizo, “meravigliarsi”. Altrove, ad es. in Mt 8,10 Gesù “si meraviglia” della fede di un pagano. Ma qui lo stupore di Gesù è ben diverso.

Gesù rimane costernato, incredulo, senza parole di fronte alla cecità di chi ha davanti. Gesù è traumatizzato di fronte alla cocciutaggine e all’irrigidimento di chi ha davanti.

Einstein – e se ne intendeva di queste cose – diceva: “E’ più facile spezzare l’atomo che il pregiudizio!”.

C’era una vecchietta che affermava che, tranne lei e la sua amica Mary, tutti sarebbero finiti all’inferno. Intervistata su questo argomento si dimostro irremovibile: “Io e la mia amica Mary”. “Ma è proprio sicura, signora?”. “Sì, le ho detto io e la mia amica Mary”. “Ma ne è proprio certa signora?”. “Beh adesso che mi ci fa pensare non sono più sicura della mia amica Mary”. Purtroppo non c’è niente da ridere.

Un uomo ama la moglie ma è bloccato da tutta una serie di paure dell’infanzia. Anche lei lo ama. Tutti gli dicono di farsi aiutare, di farsi dare una mano, perché altrimenti il matrimonio non potrà durare. Incredibile ma vero: ha preferito lasciare la moglie che farsi aiutare.

Due genitori (entrambi con posti di rilievo nella società) hanno una figlia anoressica: pesa trentaquattro chili. Ma la “loro figlia sta benissimo, è solo un po’ magra”. E’ incredibile ma vero!

Marito e moglie, separati, si fanno la guerra e si palleggiano pesantemente le responsabilità del fallimento del matrimonio. Il loro figlio è triste, aggressivo, ha comportamenti devianti e ha solo nove anni! Ma, per loro, è la società, il compagno di classe, la maestra, che non vanno. E’ incredibile, ma vero.

Ma non è incredibile che la gente creda ancora che il problema sia il mondo, l’avere più soldi, che se il vicino di casa cambiasse, che se il lavoro andasse meglio, che se la suocera cambiasse, che se il collega fosse diverso, allora sì sarebbero felici?

E’ incredibile ma vero la negazione di certe realtà da parte delle persone. Si rimane come allibiti, senza parole, costernati, impotenti.

Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire.

don Marco Pedron

 

                   

 

Gesù profeta fuori patria

Gesù affascinava con la sua parola, era un trascinatore, stava spopolando paesi e città per raccogliere le folle al suo seguito, contrariamente agli scribi e farisei che "con la loro attesa di un Messia che non arrivava mai, la loro monotona fedeltà a una legge di 613 precetti, la ripetitività di formule e divieti, non riuscivano certo ad entusiasmare le folle e a farle accorrere". (Sigalini)

Con Gesù, tutto è nuovo: non formule, ma storia viva; non precetti in abbondanza, ma guarigioni e miracoli in abbondanza; non fedeltà a una legge a scapito dell'uomo, ma salvezza dell'uomo anche a scapito della legge: quante volte aveva infranto il riposo sabbatico per guarire e salvare chi era perduto!

Forestiero in casa propria

Ma ecco che dopo tutto questo successo, Gesù torna a Nazareth, nella sua patria. E che succede? I suoi concittadini lo vedono tornare, vanno ad ascoltarlo alla sinagoga, il primo sabato, quando Egli và a dare il suo insegnamento e si scandalizzano addirittura di Lui. Ma cosa sta dicendo costui, il figlio del carpentiere, il figlio di Maria: La madre non è forse quella che vediamo andare al mercato, ad attingere acqua, ad impastare il pane come ogni buona massaia? E la famiglia non è forse quella che vediamo in sinagoga (oggi diremmo in chiesa) tutti i sabati?

Questo giovane partito dal paese qualche anno addietro, anche se altrove aveva fatto miracoli e trascinato le folle, ai nazaretani non importava: loro sapevano tutto e di più su di Lui. Non era possibile che Dio si manifestasse in un personaggio così poco appariscente, senza titoli né niente che potesse accreditarlo presso i notabili del paese. Dio non si manifesta certo in questa quotidianità e per di più in una banale cittadina qualunque. Da Nazareth cosa può mai venire di grande?

Altri tempi, stessa storia!

E Gesù cosa avrà provato davanti a questo mormorio fatto di incredulità e diffidenza? Sicuramente tanta tristezza: l'incomprensione totale dei suoi non Gli permise di operare molti miracoli e lasciò la sua patria con tanta amarezza e delusione nel cuore. Questa loro incapacità di cogliere il mistero della Sua persona e di vedere spiragli d'infinito in questa crosta quotidiana, deve avergli trafitto il cuore quanto una spada. Quindi, da una parte non riconosciuto dai suoi e dall'altra, rifiutato dai dottori della legge, perché attentava al loro prestigio.

Altri tempi, stessa storia! Nessuno è profeta in patria. Quei tempi erano dunque come questi. Ingabbiamo il divino; deve per forza rientrare nei nostri schemi, se no, in una realtà diversa, gli neghiamo la residenza! Molto spesso abbiamo occhi per non vedere e orecchie per non sentire.

Esiste ancora la profezia?

Ma chiediamoci: allora c'erano i profeti (non riconosciuti, ma profeti lo stesso...) e ora? Esiste ancora la profezia? Esiste ed è accessibile a tutti; sapete qual è? E' quella interiore che ci rende capaci di riconoscere il bene altrui. E non solo di riconoscerlo, ma di evidenziarlo, di diffonderlo, di mettere la nostra gioia nel farlo conoscere. Così sfuggiremo al pericolo di perdere la ricompensa stessa del profeta perché "chi riconosce un profeta avrà la ricompensa del profeta". E sfuggiremo anche al pericolo di peccare contro lo Spirito Santo.

Chiediamo al Signore la grazia di saper scorgere i segni della Sua presenza nel prossimo più prossimo: magari Egli ci fa incontrare persone che potrebbero aiutarci nella via del bene, ma noi non le consideriamo neanche. Il catechismo romano definiva come peccato contro lo Spirito Santo il voluto mancato riconoscimento della grazia altrui.

Se sapremo godere del bene altrui, ne faremo di più anche noi e saremo particolarmente cari al Signore!

Wilma Chasseur

 

 

Venne in casa e i suoi non lo accolsero

"Venne in casa sua e suoi non lo accolsero". Quello che l'evangelista Giovanni dice a riguardo del mondo intero che non ha saputo riconoscere e accogliere il Figlio di Dio, si può applicare a quello che racconta Marco nel testo di oggi: come gli abitanti di Nazaret non hanno accolto e riconosciuto il loro compaesano nel momento in cui si presenta come il Messia Salvatore. Il racconto evangelico è semplice e scarno. Il ministero di Gesù in Galilea si conclude con un fallimento, col rifiuto da parte dei suoi concittadini. Eppure l'inizio era stato buono. Lo stupore di fronte alla sapienza e ai miracoli di quell'uomo, che credevano di conoscere tanto bene, aveva portato gli abitanti di Nazaret a porsi la domanda giusta, che avrebbe potuto condurli alla fede: "donde gli vengono queste cose?" Sarebbe bastato che si ricordassero di ciò che era stato annunciato da Mosè: "Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete ascolto" (Dt.18,15)

Per parlare agli uomini, normalmente Dio sceglie delle persone che sono loro vicine. La fede degli abitanti di Nazaret, invece, si arresta proprio davanti al carattere consueto e familiare della presenza di Gesù: non è così che essi immaginavano un uomo di Dio, un profeta. Per loro è difficile pensare alla presenza di Dio in un uomo come loro, nella situazione più ordinaria di famiglie, di lavoro, di parentela, di amicizia: "Non è lui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone?".

Anche Gesù rimane sorpreso: di fronte al loro scetticismo, si trova come disarmato, incapace di fare miracoli, eppure chissà quanto aveva amato la sua gente, per trent'anni aveva vissuto con loro, nell'attesa di poterli avvicinare al mistero e alla bontà di Dio Padre... Ma essi si scandalizzavano di Lui, lo prendevano con un bestemmiatore, un illuso o un matto; in ogni caso non gli permisero che si dichiarasse e si manifestasse come Figlio di Dio.

Questo racconto può insegnarci alcune cose.

In primo luogo, che si può paralizzare una persona, ridurla l'impotenza, semplicemente non dandole fiducia, buttandole addosso il peso di un giudizio preconcetto. Quante energie soffocate, quanti scoraggiamenti, quanta gioia distrutta dai nostri giudizi decisi e inappellabili su coloro che crediamo di conoscere!

Troppe volte, nello sguardo che rivolgiamo agli altri, non c'è posto per la speranza...

Ma c'è un altro insegnamento che dobbiamo raccogliere. Anche per parlare a noi, Dio non si serve di gente fuori dal comune, ma di persone qualsiasi, in cui dobbiamo riconoscere la presenza imprevedibile del suo inviato. L'ospite, il vicino, l'ammalato, lo straniero, l'amico, il nostro prossimo insomma: l'incontro con l'altro può essere un momento di grazia, se il nostro cuore è aperto e disponibile. Per manifestarsi, davvero Dio ha bisogno degli uomini.

E quando chiama noi come cristiani a dare il nostro annuncio e la nostra testimonianza? In genere ci lasciamo bloccare dalla paura, dalle difficoltà, da tante situazioni di disagio umano o di relazione. Forse ci aspetteremmo che fosse tutto facile. Il profeta Ezechiele, di cui ci ha parlato la Bibbia e soprattutto Gesù ci fanno vedere che la strada del "profeta", di chi parla a nome di Dio, non è facile: c'è l'incomprensione, la contrapposizione, la persecuzione. Ma non bisogna scoraggiarsi... Dice il Signore a proposito di Ezechiele: "Ascoltino o non ascoltino, almeno sapranno che un profeta si trova in mezzo a loro".

Di Gesù nel vangelo si dice: "Si meravigliava della loro incredulità. Percorreva i villaggi, insegnando".

Ci può essere in questo addirittura un piano di Dio. L'apostolo Paolo ripensando alla sua opera di evangelizzatore dice: "Perché non montassi un superbia, mi è stata messa una spina nella carne (altre volte enumera le tante difficoltà incontrate...). Ho pregato il Signore che mi liberasse. Egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. Mi vanterò ben volentieri allora delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte."

S. Paolo poteva esprimersi così perché viveva questa adesione profonda a Cristo. Noi non possiamo presumere, ma certamente impariamo che le difficoltà non devono bloccarci, che le sofferenze possono essere terreno concimato dove si sviluppano i semi della Parola di Dio e del bene che intendiamo promuovere.

Un'ultima cosa: Noi sappiamo accogliere Cristo, ovunque si compiace di avvicinarsi a noi, nei luoghi e nelle persone anche più ordinari, più semplici, anche dove non penseremmo di incontrarlo?

don Roberto Rossi

 

                   

 

Una costante del Vangelo di Marco è l'atteggiamento di incomprensione e di rifiuto nei confronti di Gesù da parte delle più diverse categorie di persone: dall'ostilità crescente e sempre più aperta della classe dirigente (cfr. es: Mc 2-3,6; 11-12) all'incomprensione dei parenti stessi (cfr. Mc 3,21), all'abbandono della folla che - dopo l'entusiasmo iniziale - prende le distanze da Lui, alla "durezza di cuore" dei discepoli (es: Mc 8, 17-20 etc.). Tutto questo dà un colore particolarmente drammatico alla vita e all'attività di Gesù.

Quando Dio si impegna più intensamente in favore degli uomini, anzi in Gesù si coinvolge al di là di ogni misura e previsione, essi danno una risposta fallimentare e deludente.

amareggiato...Con ciò l'evangelista non intende semplicemente mostrare l'umanità vera di Gesù (che spesso Marco, molto attento a registrare i sentimenti di Gesù, osserva che Egli si indigna, si rattrista, è anche si intenerisce, si commuove...), ma nella sua reazione emotiva ci fa intravedere la reazione di Dio, che non rimane indifferente alla risposta degli uomini: non è insensibile al fatto che essi prendano sul serio il suo amore oppure no.

In questo contesto si colloca anche l'episodio narrato nel brano evangelico di oggi.

Gesù arriva a Nazareth, il paese dove è stato allevato. Lo precede la fama di predicatore itinerante ricercato dalle folle e di operatore di prodigi. Di sabato partecipa al culto nella sinagoga e qui "incominciò a insegnare". L'effetto sull'uditorio: "Molti rimanevano stupiti".

L'episodio si apre e poi si chiuderà all'insegna dello stupore. Di solito nei Vangeli lo "stupore" è il sentimento che provano quanti hanno assistito a un miracolo compiuto da Gesù e sfocia, quasi sempre, nella lode di Dio. Qui a Nazareth lo stupore parte bene. Di fronte alla sapienza del loro compaesano, che non aveva frequentato le scuole dei rabbini, si interrogano: "Che sapienza è mai questa che gli è stata data?". "Data" da Dio, si intende. La loro domanda sembra, quindi, imboccare la direzione giusta. Ma, una volta sfiorata la verità, non proseguono verso di essa: "Non è costui il carpentiere?".

Abbiamo qui la domanda fondamentale, che attraversa tutto il vangelo di Marco. L'intento dell'evangelista è, appunto, portarci a trovare la risposta vera all'interrogativo che riguarda la persona di Gesù: Chi è Gesù? Chi entra in qualche modo in contatto con Lui sente affiorare immancabilmente la domanda sulla sua identità.

Spesso però il problema non è tenuto aperto in un atteggiamento di ricerca e di riflessione seria. Le ragioni: superficialità, paura di convertirsi? In ogni modo prevale la fretta di dare una risposta. E ciò avviene nella direzione sbagliata: conoscono le sue origini umili, lo hanno visto crescere. Sanno tutto di Lui: è il "carpentiere", che ha ereditato il mestiere dal padre Giuseppe. E' un bravo operaio, come altri del villaggio. Conoscono sua madre: "Non è il figlio di Maria?". E' l'unica volta in cui nel Vangelo di Marco ricorre il nome della madre di Gesù. Giuseppe non viene nominato: forse è già morto. Conoscono i suoi cugini. Insomma la sua è una famiglia insignificante. E così lo stupore, invece che diventare fede entusiasta, si tramuta in scetticismo incredulo: "Si scandalizzavano di lui". La radice di tale incredulità è proprio l'incapacità di riconoscere la presenza e l'azione di Dio in ciò che è umile e quotidiano. Lo "scandalo", cioè l'ostacolo a credere, deriva dal fatto che Gesù non rispondeva alla loro immagine di Dio: un Dio che, se si manifesta, deve farlo in modo evidente e spettacolare.

"E non vi potè operare nessun prodigio". Gesù ha come le mani legate. L'incredulità lo blocca.

I miracoli non sono gesti straordinari destinati a impressionare la gente e a forzare l'adesione nei confronti di Gesù. Non "producono" la fede. Il miracolo è sempre una risposta alla fede. Si può "leggere" soltanto alla luce della fede ed è un appello alla fede: un appello rivolto al cuore. Ecco perché Gesù non opera nessun prodigio, ma guarisce solo pochi malati, nella misura della loro fede.

"E si meravigliava della loro incredulità". Gesù prova un disagio e rincrescimento profondo, rimane "spiazzato". Lo delude e lo amareggia la falsa religiosità di quanti pretendono che Dio si manifesti soltanto nella potenza e nel trionfo, mentre non accettano che intervenga nella povertà e nella semplicità. Invece con l'Incarnazione Dio penetra nell'umanità fino al limite estremo, attraverso un "carpentiere", un uomo che soffre e muore di una morte ignominiosa.

Che grazia quel giorno per gli abitanti di Nazareth, quando nella loro sinagoga hanno ricevuto la visita di Gesù e hanno ascoltato la sua parola! Che occasione! Una grazia, un'occasione che si ripete per noi, soprattutto quando ci troviamo riuniti per la celebrazione eucaristica e Gesù è in mezzo a noi.

Ma essi non l'hanno preso sul serio: lo stupore, invece che diventare gratitudine e lode, diventa incredulità.

Anche nelle nostre parrocchie, come nella vita delle persone, Gesù avrebbe un grande desiderio di fare miracoli, di trasformarci. Ma non può, perché non prendiamo sul serio la sua parola, i suoi Sacramenti; non prendiamo sul serio il dono che ogni domenica ci prepara. Ecco perché la vita rimane spesso appiattita e non "esplode".

Ai nazaretani non è bastata la conoscenza di Gesù, la vicinanza fisica e la familiarità con Lui per riconoscere il suo mistero. Anche noi potremmo lasciarci giocare dalla falsa presunzione di avere familiarità con Gesù, di sapere tutto di Lui, ma incapaci di superare i nostri schemi per essere attenti a cogliere le sorprese di Dio.

E' inquietante l'affermazione: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua". Gesù cita una frase proverbiale, ma si riferisce alla sua sorte. Anche oggi può accadere pure a noi di non saper riconoscere la presenza e l'appello di Dio attraverso persone che ci vivono accanto. E così ci sfugge l'occasione che Dio ci offre per convertirci al Vangelo.

Come già il profeta Ezechiele (2,2-5: I lettura), Gesù a Nazareth sperimenta il fallimento della sua missione, preludio della passione. I cristiani non sono esenti da tale esperienza. E' il caso di Paolo, che nella II lettura (2Cor. 12, 7-10) ci confida una sofferenza che lo tormenta senza tregua. La descrive come "una spina nella carne". Si può discutere sul significato di questa espressione: disturbo fisico come es. una malattia cronica? Persecuzione implacabile e continua da parte dei Giudei? Dissociazione nei suoi confronti da parte di quei cristiani che non condividevano al sua linea apostolica? Si tratta comunque di un ostacolo che umanamente sembrava paralizzare o frenare il pieno ritmo del suo ministero apostolico. Se Dio gli ha affidato il compito così grande di annunziare il Vangelo, perché non lo libera dagli ostacoli (es. malattie, avversari, incomprensione dei fratelli di fede, debolezze personali...)? Per questo ha pregato con insistenza il Signore di togliergli la "spina". Ma la risposta del Signore è stata: "Ti basta la mia grazia", cioè il mio amore benevolo e fedele. "La mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Dalla Croce di Gesù è scaturita la suprema fecondità, perché lì la potenza infinita di Dio, che è l'amore, si è espressa al massimo grado. Così in ogni sofferenza dell'Apostolo - e di ogni cristiano - la potenza del Signore risorto si manifesta ad altissimo livello. Paolo, allora, vive ogni sfaccettatura del dolore in comunione col Crocifisso, consapevole che la potenza del Risorto "dimora" (come Dio "dimorava" nel santuario del tempio) nell'Apostolo provato e sofferente. Perciò può dire: "Quando sono debole, è allora che sono forte".

Quando incontro resistenza e sperimento la fatica, il fallimento nell'esercizio della missione cristiana, nell'opera educativa, nelle relazioni familiari e sociali, mi ritrovo nell'atteggiamento di Paolo?

Gesù non si arrende, ma, rifiutato a Nazareth, "percorreva i villaggi, insegnando". Sono perseverante? Dopo l'ennesima sconfitta, so ricominciare e proseguire con tenacia?

Gesù "si meravigliava della loro incredulità". Gesù qui e ora, presente tra noi durante la celebrazione eucaristica, forse "si meraviglia" della mia e nostra incredulità? Quasi ci dica: come fate a non credere?

E se invece potesse "meravigliarsi" della mia, della nostra fede, come osservano alcune volte i Vangeli (cfr. es. Mt 8,10; 15,28)?

mons. Ilvo Corniglia

 

         

 

La forza della debolezza

Se vediamo un bambino piangere, ovviamente non ci stupiamo più di tanto: si sa, i bambini piangono per qualsiasi cosa, per tutto e anche per il suo esatto contrario. In fondo, è il loro modo di comunicare sensazioni. Se vediamo un anziano piangere, ci prende un sentimento misto di tenerezza e di compassione, pensando a cosa abbia potuto provocare in lui la tristezza o la commozione: forse è solo la fatica di vivere, oppure la nostalgia per qualcosa che prima rendeva felici, e che ora non c'è più. E se vediamo una donna piangere, pensiamo quasi immediatamente a cosa l'abbia potuta far soffrire o emozionare, soprattutto in campo affettivo, ma altrettanto immediatamente risolviamo tra noi e noi la questione pensando che il "gentil sesso" ha la lacrima facile, e quindi più di tanto non occorre farvi caso…

Perché invece l'uomo maturo, adulto, sicuro di sé, tutto d'un pezzo e soprattutto - non poteva essere altrimenti - maschio, quello no, non piange mai, è forte e non può nemmeno pensare di trasmettere un'immagine di debolezza. Ma che, scherziamo? Nella debolezza di un uomo si manifesta la sua insicurezza e inaffidabilità: nessuno più si fiderebbe di lui, lascerebbe la sua famiglia allo sbando, senza punti chiari di riferimento, senza qualcuno che dica parole chiare e decise; se avesse un'attività lavorativa con dei dipendenti sarebbe la fine, non avrebbe più in mano la situazione, non riuscirebbe a governare quanto gli è affidato e quanto si è costruito con lo sforzo e il lavoro delle proprie mani. Nella sfera del privato, magari, si può anche indulgere un po' e a volte manifestare un certo allentamento della tensione, ma giusto in quei momenti in cui essere deboli è inevitabile, come di fronte a un bambino che aspetta un regalo il giorno di Natale, e cose di questo genere. Poi però basta debolezze: perché la debolezza è segno di insicurezza.

Ma oggi ci sentiamo dire (da un maschio di quelli integerrimi e tutti di un pezzo, per di più): "Ti basta la mia grazia; la forza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza". E ci viene pure detto che questa è Parola di Dio. E il bello è che poi rincara la dose, questo Paolo di Tarso autore della lettera ai Corinzi che abbiamo ascoltato: "Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo". Ossia, quello che ordinariamente riteniamo un motivo di vergogna (la debolezza), per Paolo è addirittura motivo di vanto: qualcosa non quadra…

È vero, qualcosa non quadra. Così come qualcosa non quadra nella vicenda umana di Gesù Cristo, perché non è concepibile che il Figlio di Dio, il Salvatore, il Figlio dell'Altissimo, Onnipotente in parole ed opere, subisca "oltraggi, difficoltà, persecuzioni e angosce" e di conseguenza li faccia subire anche ai suoi discepoli dicendo che è così che deve essere. E la cosa per Gesù è iniziata presto, al suo primo ritorno nella sinagoga di Nazareth, sua città natale, per poi concludersi sul Calvario appena fuori Gerusalemme, e perpetrarsi lungo i secoli in tutti coloro che credono in lui e che per il suo nome soffrono incomprensioni più o meno forti.

Perché Paolo (che di persecuzioni verso i cristiani se ne intende bene) vuole ricordarci questo? Perché vuole che per forza di cose siamo deboli e fragili? Io non credo che questa sia stata l'intenzione di Paolo quando ha scritto questo testo: ossia, Paolo non ha voluto esortarci ad ogni costo ad essere deboli perché si possa manifestare in noi la potenza di Cristo, ma ci esorta a perseverare nella nostra debolezza - che comunque fa parte della natura umana - perché invece di essere segno di immaturità umana o di un'incapacità a vivere con forza la nostra vita di ogni giorno, può diventare motivo di fortezza interiore se vissuta nell'ottica della vicenda di Gesù Cristo, e non solo perché, di fatto, le prove e i sacrifici della vita rendono comunque più forti, sempre.

È la stessa vicenda di Gesù Cristo, che da forte si fa debole, da onnipotente si fa fragile, da eterno si fa mortale, che ci aiuta a assumere le nostre debolezze non come motivo di sconfitta ma come motivo di grazia; sia perché ci ricordano che comunque siamo mortali e limitati, e quindi non abbiamo nessun diritto di "montare in superbia" qualsiasi cosa facciamo, dal momento che è la grazia di Dio che opera in noi; sia perché ci permettono di essere più vicini a coloro che la vita ha reso perennemente deboli, a coloro che la vita schiaccia e difficilmente risolleva, a coloro che fanno delle angosce e della difficoltà, purtroppo, il loro pane quotidiano.

Penso che questo insegnamento di Paolo, che trova conferma anche nell'insuccesso della missione di Gesù al suo paese descritto nel Vangelo, continui ad essere di attualità per il nostro essere Chiesa testimone della misericordia di Dio verso gli uomini. La nostra pretesa di essere punto autorevole di riferimento ed educatori delle speranze degli uomini del nostro tempo, infatti, rischia di creare in noi discepoli di Cristo quell'atteggiamento di superbia e di superiorità da cui Paolo ci esorta ad allontanarci. La presa di coscienza, invece, delle nostre debolezze (come una spina nella carne dalla quale vorremmo ben volentieri allontanarci) ci deve portare non a pensare male di noi o a ritenerci degli incapaci nella fede bisognosi di un "giro di vite" forte che raddrizzi le nostre storture e inadempienze, ma a comprendere che in fondo siamo tutti quanti sulla stessa barca, credenti o no, cristiani o meno, perché tutti quanti siamo in cammino verso una perfezione che non è di questo mondo e che proprio per questo ci porta ad avere profonda compassione, sia verso le nostre debolezze sia, soprattutto, verso quelle altrui.

Una Chiesa cosciente di essere debole non è una Chiesa che ha perso la lotta per la difesa dei valori non negoziabili; è semplicemente una Chiesa evangelica, pervasa dallo spirito di misericordia di Dio Padre che ci fa compagni di viaggio degli uomini e delle loro debolezze, e proprio per questo ancora più credibile e ancora più amabile.

La nostra debolezza, allora, sarà la nostra forza: la forza di una Chiesa che, fattasi debole con i deboli e forte contro i potenti, testimonia l'amore di Dio al mondo più con l'umiltà dei fatti che con la pretesa degli insegnamenti.

don Alberto Brignoli

 

 

Il disprezzo di chi si ritiene più sapiente e capace degli altri

Celebriamo oggi la XIV domenica del tempo ordinario e il vangelo ci parla di Gesù Cristo impegnato in una speciale lezione nella sinagoga ai sapienti della sua patria. C’è chi lo ascolta e lo apprezza e chi lo rifiuta e disprezza, mettendo in discussione la sua origine e la sua possibilità di poter dire e fare qualcosa di diverso rispetto ai sapienti del suo tempo. Se c’è una nota importante e da sottolineare in questo vangelo di oggi è il fatto che Gesù metta in evidenza proprio l’essere disprezzato da chi si presume di essere migliore e più capace degli altri e soprattutto il fatto che stranamente, ma vero, in ogni esperienza umana è che questo avvenga tra i parenti, tra la gente che si conosce e negli stessi ambienti di vita quotidiana e paesana. Quante gelosie ed invidie, quante cattiverie quando una persona si afferma per capacità e merito, senza appoggi e raccomandazioni, senza alcun sostegno di nessun genere, ma tutto quale espressione di doni e carismi di Dio e di risposta cosciente e responsabile a tali doni. Il successo sociale, la carriera, la capacità di convincimento che hanno i santi, soprattutto di origini povere, contadine ci dicono come certi parametri umani, sociali, economici, politici, religiosi per valutare la sapienza, l’intelligenza, le capacità saltano davanti a chi è santo già in vita, perché profondamente immerso nella grazia e nell’amicizia di Dio.

Qui ci troviamo di fronte a Dio stesso, al Figlio di Dio che assume il ruolo, che spetta esclusivamente a Lui, di Maestro e Guida, e che parla ai presunti sapienti del suo tempo. Il Vangelo di Marco che ci sta accompagnando in queste domeniche del tempo ordinario dell’Anno B è molto efficace nell'illustrare e documentare la situazione in cui Cristo si trova ad operare in ragione della sua stessa missione di inviato del Padre. Un invio rivolto prima di tutto alla sua gente e alla sua terra. Ecco perché il testo ci riporta all’origine della missione di Cristo che è quella di partire dai vicini. Quanto sia attuale questo insegnamento lo comprendiamo da noi stessi. La prima conversione, la prima accettazione della parola di Dio deve avvenire in noi, poi deve avvenire dentro coloro che sono i nostri parenti e concittadini e poi estendersi al mondo intero. L’opera di risanamento morale, religioso parte dai più stretti collaboratori, da quelli che presumono di sapere tutto anche tra noi. I guai maggiori di un allentamento dalla fede e della repulsione verso il sacro a Dio lo riscontriamo nelle nostre famiglie ove si vive come se Dio non esistesse. Gesù parte dalla sua città e poi passa oltre. Per dire che abbiamo anche il dovere di andare oltre quando chi ci sta vicino ha già compreso ed accettato il messaggio oppure lo ha rifiutato. Non ci possiamo fermare davanti ai primi o ripetuti ostacoli. Chi non ha sperimentato nelle cose che dice la gelosia, l’invidia, la cattiveria, la denigrazione, la delegittimazione, la manipolazione? Tutti possiamo raccontare fatti e vicende personali che la dicono lunga su come è il nostro approccio umano e religioso nei confronti dei nostri simili. Le origini umili e non nobili non differenziano le capacità di amare Dio e di annunciare la sua parola agli uomini di ogni tempo. I grandi santi e testimoni di Cristo sono per lo più di origini umili, perché nella condizione di umiltà Dio meglio parla al cuore umano. La fede semplice della gente semplice è più convincente e accattivante rispetto ai grandi discorsi di alta teologia. Gesù usa il linguaggio della semplicità e ci indica la strada della semplicità per accogliere Dio e la sua parola nella nostra vita.

Un esempio ulteriore di questo tipo di insegnamento-apprendimento religioso che siamo chiamati a fare è anche il profeta Ezechiele. Nel brano della prima lettura odierna il profeta viene scelto dal Signore quale inviato ad un popolo ribelle contro Dio, sono figli testardi e dal cuore indurito. Termini ed affermazioni forti per dire come è difficile trasmettere il linguaggio della fede in un mondo immerso nelle tenebre dell’errore e del piacere. Anche se non ascoltano è doveroso comunque trasmettere la parola della verità. Nessuno può venire meno al dovere dell’annuncio della missione. Gli effetti e i risultati sono riservati a Dio, ma il profeta deve annunciare, deve parlare nel nome di Dio a costo di rischiare la vita o di essere frainteso. Quante volte sperimentiamo anche noi tutto questo. Seminiamo tanto e non raccogliamo niente dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo. E’ evidente che non dobbiamo tanto guardare ai risultati, ma è doveroso impegnarsi e comunque annunciare. Molte persone anche nel campo della pastorale parrocchiale guardano agli effetti e ai risultati immediati che spesso sono deludenti e scoraggiano sul nascere progetti e buoni intenti. Ma bisogna avere pazienza, sapere attendere i tempi di Dio e quelli degli altri. Non tutti rispondono subito e immediatamente e non tutti sono disponibili in quel momento. La smania efficientistica e pragmatica può determinare anche nel campo della pastorale e dell’evangelizzazione quel sistema di pensiero moderno che ha come scopo fondamentale il progettare secondo criteri umani e sociologici, dimenticandosi i tempi di Dio e delle persone. Superare questa cultura non significa non avere progetti o non programmare il lavoro pastorale, ma è anche avere la coscienza che molto dipende dalla risposta personale a livello di fede e di impegno religioso individuale. Rispetto al passato oggi si sono moltiplicate le iniziative pastorali. Quali i risultati?

San Paolo Apostolo ci riporta alla realtà anche in questo discorso con quanto scrive nella sua seconda lettera ai Corinzi. Non bisogna montare in superbia in campo religioso. Ci sono persone che si vantano di tutto quello che fanno, dicono, realizzano, passano come unici, insostituibili, i primi della classe sempre e comunque, gli onniscienti e i sapienti, i competenti in tutto e capaci di tutto. Quanta illusione e quanta superbia che Dio spesso abbatte in questi soggetti con piccole grandi scrollate fisiche o altre prove della vita. Allora ci si accorge di quanto siamo tutti servi inutili e allora rinasce in noi quella volontà di incontrare Cristo davvero e di portare Cristo agli altri e non tanto la nostra persona, le nostre idee, i nostri pensieri, le nostre aspirazioni che coincidono sempre più frequentemente con la carriera, con il successo, con l’affermazione, con la rincorsa di titoli e posti anche nella comunità cristiana e nella Chiesa. Essere umili, farsi da parte, scegliere gli ultimi posti non è un dovere morale degli ultimi che già sono ultimi, ma dei primi che vogliono essere sempre i primi e non cedono di un posto perché i secondi possano almeno ogni tanto avere la soddisfazione ed il riconoscimento di quello che fanno, anche se non lo cercano, né vogliono che lo si dica. Stranamente non sempre i più capaci e più portati sono posti in determinati uffici per il bene degli altri; ma spesso per una sorta di politica pastorale, rivalse, riscatti, rivalutazioni ci si trova di fronte ad un frequente e continuo cambiamento che spesso porta il disorientamento, la gelosia, l’invidia, la contestazione, e le cattiverie, le calunnie, che e in molti casi generano il completo rifiuto della pratica religiosa.

Sia questa la nostra preghiera: O Padre, togli il velo dai nostri occhi e donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione.

padre Antonio Rungi

 

 

Oggi il tema delle letture è "il profeta inascoltato".

Guardiamo innanzitutto chi è il profeta.

Pro-fetes, parola composta dal verbo "femi"= parlare e dalla preposizione "pro"= al posto di; quindi il profeta è il portavoce di Dio davanti a tutto il popolo.

Il profeta è innanzitutto un chiamato, una persona che Jhwh ha coinvolto e in un incontro personale ha cambiato la sua vita.

La profezia è la capacità di accogliere il futuro che avanza e discernervi il bene, il vero, il giusto.

Nella società attuale, caratterizzata dalla tensione veloce verso il nuovo, il riferimento delle scelte quotidiane non può essere la legge, scrigno della tradizione o l'autorità che la tutela, ma la profezia, che consente di leggere il presente nella sua tensione al futuro.

EZECHIELE 2,2-5

La prima lettura è tratta dal profeta Ezechiele, sacerdote, inviato agli esuli di Babilonia per essere punto di riferimento e di conforto.

Egli ha l'autorità e l'autorevolezza del ruolo, perché gli sono state conferite da Dio ("uno spirito entrò dentro di me"; "io ti mando").

I destinatari della profezia sono identificati con "razza", una parola dal sapore amaro, non c'è il termine che indica il popolo eletto, bensì le nazioni pagane. Il motivo è che gli esuli sono induriti nel male, ermeticamente chiusi alla luce, ciecamente orgogliosi, manifestano una sprezzante sicurezza in se stessi.

Al loro comportamento negativo, si oppone la benevolenza divina: "Dice il Signore Dio". Compare per la prima volta nel libro di Ezechiele il nome proprio di Dio.

Il risultato della missione non è per nulla garantito: "Ascoltino o non ascoltino - dal momento che sono una genia di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro".

La parola profetica rimane come dimostrazione che il Dio di Israele si è manifestato ancora una volta nelle vicende del suo popolo e persegue il suo indefettibile disegno di salvezza.

L'opera del profeta non rimarrà infruttuosa, anche se per alcuni anni sembrerà inutile.

Oggi tocca a noi, nel nostro piccolo, essere profeti.

Cosa vuol dire concretamente?

Innanzitutto vuol dire avere la consapevolezza che non siamo noi il centro, che è dannoso riporre la sicurezza in noi stessi o nel potere, o nei soldi, il centro è l'amore di Dio, che ci è donato.

Occorre formare comunità di uomini nuovi, in cui si pratica l'amore di Dio, la giustizia.

Occorre smascherare le illusioni della società dei consumi e dell'esibizione. L'illusione di una giustizia che sarebbe assicurata dall'illimitata espansione di un sistema economico gestito secondo i criteri dell'interesse privato. L'inganno della salvezza piena realizzato dal benessere economico attuato sulle spalle degli altri. L'illusione della bellezza ostentata a tutti i costi, del piacere ricercato con tutti i mezzi, l'arroganza del potere e della ricchezza.

La via dell'esteriorità e dell'apparenza non conduce alla maturità, ma nel vuoto.

Nessuno può servire due padroni! Occorre scegliere, il compromesso è rovinoso!

Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!

Questi sono i nostri principi, che insieme e con la forza dello Spirito di Dio, nella fedeltà e nella perseveranza ci faranno essere profeti e contagiosi di felicità e di gioia!

MARCO 6,1-6

I Vangeli, che abbiamo meditato, ci hanno mostrato Gesù, con un insegnamento diverso da quello degli scribi e dei farisei. Con Gesù è tutto nuovo: non leggi, ma l'amore del Padre, non precetti ma miracoli; non fedeltà a una legge a scapito dell'uomo, ma salvezza dell'uomo anche a scapito della legge. La gente attorno a lui si accalcava, ci stava volentieri, la folla lo seguiva!

Dopo questo successo, Gesù torna a Nazareth. I suoi concittadini lo vedono tornare, vanno ad ascoltarlo nella sinagoga, il primo sabato e, cosa succede? Si scandalizzano di lui!

Cosa sta dicendo il figlio di Maria, il figlio del carpentiere?

Questo giovane partito dal paese qualche anno addietro, anche se aveva trascinato le folle con il suo nuovo insegnamento, ai nazareni non importava: loro sapevano tutto di lui. Non era possibile che Dio si manifestasse in un personaggio così poco appariscente, senza titoli, né niente che avesse accreditato dai maestri del paese. Dio non si manifesta in questa quotidianità e ferialità e per di più in una banale cittadina qualunque.

Gesù provò tanta tristezza e non potè operare nessun miracolo!

L'incapacità di cogliere il nuovo messaggio in questa crosta quotidiana e il rifiuto dei dottori della legge, che vedevano attentato il loro prestigio avevano impedito a Gesù di offrire vita ai suoi.

Chi è l'altro per noi?

Crediamo di conoscere i familiari, i colleghi, mentre il più delle volte non permettiamo all'altro di rivelarsi per quello che è.

Allo stesso modo dei compaesani di Gesù, non concediamo alle persone con le quali siamo in rapporto, di oltrepassare i limiti nei quali le abbiamo rinchiuse.

Come i bambini, non sopportiamo l'imprevisto e soprattutto non sopportiamo che l'altro sia migliore di noi.

Non ci accorgiamo che i nostri confini si allargherebbero nella relazione con la novità che sgorga dall'altro. Ci fermiamo all'apparenza, come in un mondo a due dimensioni, senza profondità né spessore.

Rimaniamo imbrigliati nelpassato, non permettiamo al presente di sorprenderci.

Ci manca uno sguardo che sappia stupirci e ammirare!

Molte incomprensioni nelle famiglie, tra sposi o con i figli, hanno la loro fonte in questa rigidità che non concede all'altro di rivelarsi differente da quello che uno si aspettava, che lo imprigiona in quello che era ieri.

"Non sei più quella o quello che ho sposato" dice sconcertato il parter, mentre dovrebbe rallegrarsi del cambiamento avvenuto proprio grazie alla libertà offerta dal suo amore.

Perché limitiamo così le risorse del prossimo?

Probabilmente per la nostra insicurezza, per la nostra mancanza di fede nel bene, che fonda ogni esistenza.

"Gesù non potè operare nessun prodigio a Nazareth e si meravigliava della sua incredulità".

La delusione di non sentirsi riconosciuti nelle proprie possibilità, può anche sfociare nella depressione, persino nel suicidio.

Per vivere, per crescere, abbiamo tutti bisogno di essere circondati dalla fiducia degli altri; allora si decuplicano, per ciascuno, le capacità del bene.

Ogni cambiamento ci fa sentire in bilico, perché perdiamo il controllo della situazione e lo sentiamo come un pericolo.

Eppure è così bello lasciarci sorprendere dalla vita, entrare nella danza dell'amore, che si rallegra della crescita dell'altro.

Altrimenti rischiamo di restare soli, aspettando Dio che non abbiamo riconosciuto nella novità che sgorgava dal nostro prossimo.

Secondo punto, molto importante è che pensiamo di conoscere Dio, il Signore, invece siamo come pesci nel mare, circondati, immersi dall'energia vitale, dall'amore, dal contatto con chi ci ama e ci dona la vita!

Di solito il nostro Dio è un idolo che abbiamo costruito noi, a nostra immagine, con dimensioni più grandi, ma non diverso da noi.

Con la nostra ottusità blocchiamo il braccio pronto a salvarci!

Infine, incontriamo Dio nella semplicità, nella debolezza, nella povertà.

Incontriamo Dio nel dar da mangiare all'affamato, qualunque sia il suo tipo di fame.

Amici, apriamo gli occhi e vediamo la realtà, che è più bella e più grande di quanto noi riusciamo a vedere, sappiamo accogliere il nuovo ogni istante con la gioia del bambino che aspetta un amore, un'attenzione, che lo aiutano a vivere, non saremo delusi!

Accogliere e donare sia il nostro motto e ci meraviglieremo dei prodigi che possono avvenire!

Carla Sprinzeles

 

 

Non sempre ci troviamo d'accordo con le scelte di Dio. Lui stesso ha detto un giorno "i miei pensieri non sono i vostri pensieri"e si comporta in modo da stupirci. È vero che non fa differenza di persona, ma predilige gli ultimi. I deboli e i poveri.

I piccoli e i sapienti. Poche sono nei Vangeli le pagine che ci riportano le preghiere che Gesù rivolge al Padre. Ne abbiamo una nel testo di questa domenica ed è di ringraziamento, perché "ha tenuto queste cose nascoste ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli". Ed aggiunge: "Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te". Quali le cose nascoste o rivelate? Certamente le verità che Gesù andava predicando. Gli umili e i poveri lo seguivano e lo ascoltavano facendo tesoro della sua parola.

Al contrario, quelli che si credevano sapienti e intelligenti non solo non lo ascoltavano, ma più volte avevano cercato di "coglierlo in fallo". Anziché riconoscere in lui il Messia annunciato dai profeti, si diedero a contestare la sua parola e denigrare la sua persona, tanto da giungere ad accusarlo davanti a Pilato di essere nemico di Cesare per farlo condannare a morte. Non sapienti, dunque, o intelligenti, ma solo astuti e malvagi. Una situazione, tutto sommato, ancora in atto. Sono spesso i più colti, gli intellettuali, a denigrare la Chiesa, quanto meno a mettere in discussione il suo magistero e la sua missione nel mondo.

Io vi ristorerò. Andare da Gesù, seguire lui e la sua parola non è, come ha detto il Papa ai giovani, perdere qualcosa di se stessi, ma è sempre un guadagno. Gesù non impoverisce mai, ma ci arricchisce sempre del suo conforto, della sua consolazione. Egli dice: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e stanchi e io vi ristorerò". Nella vita stressante e dinamica che conduciamo, spesso in solitudine tra le masse, chi non è stanco o affaticato, ma non solo fisicamente?

Si tratta per molti, non solo per i giovani, della fatica di vivere. Spesso l'incertezza prevale sulla speranza, mentre per tanti anziani, soli o abbandonati, la vecchiaia si fa greve e triste, come un'agonia senza fine. Gesù si propone a tutti, giovani e vecchi, come colui che può dare ristoro. Anzitutto, poiché egli sa che cosa c'è nel cuore dell'uomo. Inoltre, ci fa conoscere la verità tutta intera, la verità che ci fa liberi. Anzi, è lui stesso la verità. In un tempo di relativismo come il nostro, denunciato più volte da Benedetto XVI, abbiamo bisogno di verità e di certezze che diano forza alla nostra speranza.

Un carico leggero. Sempre il Papa ha detto ai giovani che i comandamenti dati da Dio non sono una serie di no, ma una difesa della nostra libertà. Gesù esprime lo stesso concetto con altre parole e dice: "Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero". Giogo, carico, forse parole che suonano un po' male alle nostre orecchie. Sembrano, infatti, limitare la nostra libertà.

Non ci accorgiamo di quante cose siamo già schiavi, portando i gioghi del consumismo e del secolarismo, del benessere a ogni costo e della droga, per non dire di altri miti e infatuazioni, tanto che non siamo più noi stessi, ma quello che appariamo. Come non pensare che il carico propostoci da Gesù non sia davvero il più leggero? Anche gli sposi cristiani si dicono "coniugi", appunto perché hanno scelto liberamente lo stesso giogo, quello di essere l'uno per l'altra, mentre l'amore reciproco aiuta a tirare il carro senza stancarsi. Così è l'amore per Dio, quando è vero e profondo. Un amore che aiuta a superare ogni difficoltà, portando la nostra croce.

don Carlo Caviglione - Agenzia SIR

 

 

Anche quelli che non credono percepiscono in Gesù una presenza particolare, "Da dove gli vengono queste cose?". È una realtà che non conoscono, ma la "sentono" e se lo chiedono: "Che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?". Se i miracoli non provocano automaticamente la fede, però lasciano il segno nell'incredulità. Mentre lo stupore, se da una parte può aprire alla fede, dall'altra porta allo scandalo e al rifiuto.

Oggi sono quelli che conoscono bene Gesù ad essere increduli; ieri erano gli estranei (emorroissa e capo della sinagoga) ad aver avuto fede. Oggi i presenti sanno il suo mestiere, conoscono i suoi parenti, il luogo e il tempo in cui è nato. Ma sono conoscenze presentate come un ostacolo alla fede, perché segno di "debolezza" umana. Dinanzi a questo Gesù non può compiere nessun miracolo "potente". Lo stesso sarà sotto la croce ("Non può salvare se stesso!"). È lo scandalo della debolezza in cui si tiene segreta la forza del Signore. Gesù vuol far capire che lui salva solo attraverso la fede in Lui. Gesù è tutto appeso alla nostra fede, senza la quale non può compiere "potenze".

Davanti alle meraviglie annunciate da Gesù si apre lo scandalo di un mondo che si considera lontano da Dio. Nessun ebreo avrebbe mai messo in dubbio la grandezza di Dio. Ma qui siamo davanti alla persona di Gesù. E Lui in che rapporto è con Dio? Come può Dio esser disceso nella piccolezza? Questo è lo scandalo per i concittadini di Gesù. Uno scandalo che porterà Gesù alla Croce. La bestemmia per la quale essendo uomo si fa Dio sarà l'accusa che lo condannerà a morte.

Prima i parenti e poi la gente di Nazareth, tentano di fermarlo, ma egli non si lascia chiudere entro i legami naturali. Ormai i "suoi" sono quelli che ascoltano la sua voce e fanno la volontà del Padre. Anche a Nazareth Gesù ha cercato i malati e i poveri; essi sono il terreno buono dove il seme viene accolto e produce frutto.

La prima eresia non fu la negazione della divinità di Cristo, ma quella che si scandalizzò della sua umanità e che nella sua debolezza crocifissa non vide la salvezza per tutti. Certo occorre la fede per adorare quella carne venduta per trenta denari, il prezzo di un asino o di uno schiavo.

mons. Angelo Domenico Sceppacerca

Agenzia SIR

 

 

Profeti in patria

Pur se nato a Betlemme, Gesù è chiamato talora Nazareno, cioè “di Nazaret”, perché in questo allora oscuro villaggio della Galilea ha trascorso quasi tutta la sua vita terrena. Quando Maria e Giuseppe, da Betlemme fuggiti con lui in Egitto per sottrarlo alla persecuzione di Erode, dopo qualche anno tornarono in Israele, andarono a stabilirsi appunto a Nazaret, dove il fanciullo crebbe nell’anonimato, guadagnandosi da vivere lavorando come falegname. A circa trent’anni diede inizio alla sua missione, durata tre ani appena; lasciò allora il villaggio, e si mise a percorrere la Galilea insegnando e compiendo prodigi, come abbiamo sentito nei vangeli delle scorse domeniche.

Quello di oggi riferisce di un suo momentaneo rientro a Nazaret, dove l’ha preceduto la fama del suo operato. E’ sabato; da buon ebreo si reca nella sinagoga e, secondo il rito, vi prende la parola. E’ tra i suoi, tutti lo conoscono, ci si potrebbe aspettare una favorevole accoglienza, magari mossa dall’orgoglio per quel compaesano divenuto famoso. E invece no, anzi il contrario: i presenti al rito rifiutano di credere che uno di loro, un qualunque falegname, non sia come l’hanno conosciuto. Dicono: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. In altre parole: chi si crede di essere?

La nostra curiosità per quanto riguarda Gesù invita a sottolineare, in quelle parole, che vi si cita la madre ma non il presunto padre, Giuseppe, probabilmente all’epoca già morto, e che nel linguaggio semitico “fratelli e sorelle” indicano genericamente i parenti. Più rilevante è la risposta dell’interessato, il quale commenta il rifiuto dei compaesani con una frase divenuta proverbiale: “Nessuno è profeta in patria”. Ed è proprio così; lo è stato per tanti altri personaggi storici; nelle debite proporzioni accade anche nel nostro quotidiano. La pigrizia, l’invidia, l’ottusità, qualche volta i calcoli di convenienza, impediscono di aprire la mente al nuovo; è più facile rifiutare le novità che cercare di capirle e ammetterne, quando c’è, la bontà. Una volta etichettata una persona, se le si scopre qualche magagna siamo facili – con finto stupore e intimo compiacimento – a cambiare l’etichetta in peggio, mentre facciamo una gran fatica a riconoscerle doti e meriti. La consuetudine di vita, l’intimità, fa velo alle potenzialità che ciascuno porta dentro di sé, e anche quando si manifestano sembrano incredibili. Nessuno è un eroe per il suo cameriere, è stato detto.

Nel caso di Nazaret, poi, c’è di più. L’evangelista continua così: “E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì”. Non poteva compiere miracoli: non perché gli fosse venuta meno la capacità, ma perché, lo si è visto le domeniche scorse, i miracoli sono legati alla fede, la premiano o la ravvivano. I compaesani di Gesù (tranne quei “pochi malati”) non hanno fede in lui, dunque per loro niente miracoli. Non starà qui la ragione, o una delle ragioni, per cui oggi sono così rari?

Nessuno è profeta in patria. L’amara, pur se realistica, considerazione di Gesù pare dire anche altro. Pare un’anticipazione di quanto accadrà di lì a non lungo tempo, quando il rifiuto di lui si estenderà dalla piccola patria del paesello alla grande patria dell’intero Israele, da Nazaret ai capi della nazione. Dietro le meschine parole dei compaesani, già si profila la croce.

mons. Roberto Brunelli

 

 

Siamo di scandalo per Gesù?

Gesù scandalizza i suoi paesani. In termini letterali scandalizzare significa "essere d'inciampo".

Ed è questo l'effetto che Gesù fa' dal punto di vista interiore e spirituale in coloro che lo conoscono fin da piccolo, e conoscono bene la sua famiglia.

Se sappiamo qualcosa sulla famiglia di Gesù e sul lavoro del padre Giuseppe è proprio da questo passaggio di Vangelo, che ci presenta Gesù nella propria terra natia. È proprio qui che Gesù ha uno dei suoi più grandi fallimenti dal punto di vista della predicazione e nell'operare miracoli.

E' davvero molto potente la forza negativa del pregiudizio! Blocca persino Gesù e rende Dio impotente!

Forse anche noi con Gesù siamo meravigliati di questo fatto. E' davvero incredibile che il grande Gesù, potente in parole e opere, sia bloccato e messo in angolo proprio dai suoi conoscenti.

Ma questa meraviglia non ci deve scusare e non ci deve "tirare fuori".

Se c'è un posto dove Gesù è di casa è proprio la sua bimillenaria Chiesa. C'è da chiedersi veramente se anche nella sua casa di oggi, che siamo noi, Gesù non sia bloccato nelle parole e nelle opere.

Siamo veramente sicuri che con le nostre regole, consuetudini, tradizioni e consolidatissime strutture ecclesiali, in fondo non facciamo un po' da zavorra alla sempre dirompente e profetica azione di Dio nella storia?

Qualche giorno fa un vecchio amico mi ha ricontattato per gli auguri di compleanno. Sapevo che il suo primo matrimonio era finito da tempo e che aveva iniziato una nuova relazione.

Mi ha chiesto se volevo rivederlo per presentarmi la sua nuova compagna. Ha anche aggiunto che aveva piacere di trovarci nella loro casa e se... volevo anche dare la benedizione alla casa.

Io ho risposto subito di si, senza troppo pensarci. Mi pareva un bell'invito amichevole e anche una richiesta molto bella dal punto di vista spirituale.

Questo amico è rimasto molto sorpreso dalla mia risposta affermativa. "Ma la Chiesa non condanna le coppie come noi?" mi ha subito chiesto. Io gli ho risposto che la Chiesa ha tantissimi insegnamenti, e che certamente sulla loro situazione ha una posizione chiara. Ma gli ho anche ricordato che la Chiesa parla anche di amore, misericordia, accoglienza e che non si rifiuta mai una preghiera se questa è richiesta con sincerità.

Rimango sorpreso anch'io di come la Chiesa sia spesso vista solo come fonte di condanne, divieti e limitazioni. E mi domando quanto noi stessi, che siamo parte viva della Chiesa, facciamo in modo che si pensi in modo diverso. Riprendendo le parole del Vangelo, penso che spesso siamo proprio noi come Chiesa ad essere di "scandalo" a chi vuole incontrare Gesù e sentirlo vicino, perché con i nostri schemi rigidi e le nostre parole fredde siamo a nostra volta di scandalo, cioè "di inciampo", a Gesù che vuole entrare e operare nel cuore di tutti gli uomini, specialmente quelli più lontani.

Facciamo dunque in modo che Gesù, che nella sua Chiesa ha la sua casa di sempre, non si senta limitato come a Nazareth nell'operare i prodigi dell'amore, ma possa, anche attraverso la nostra collaborazione, guarire e illuminare i cuori... di tutti.

don Giovanni Berti

 

 

Si meravigliava della loro incredulità

"E uscì di là. E viene nel suo paese e i suoi discepoli lo seguono". Comincia così, con rapide pennellate, il racconto di Marco 6,1-6. Non ci sono nomi, né di dove esce Gesù né di dove arriva, perché ciò che a Marco interessa è la "sua patria" come luogo simbolico in cui vivere con Lui l'esperienza della fede: la "sua patria", oggi siamo noi che viviamo la stessa esperienza, noi "i suoi discepoli che lo seguono", chiamati a vedere, giudicare e decidere.

"Giunto il sabato, nella sinagoga, cominciò ad insegnare". Se è normale recarsi alla sinagoga di sabato, è singolare che Gesù prenda d'autorità la parola: "cominciò ad insegnare", è l'inizio di un insegnamento del quale non viene detto nulla circa il contenuto, ma la cui autorevolezza, già notata a Cafarnao (Mc.1,22) suscita stupore negli ascoltatori. "Lo stupore" è la prima reazione di meraviglia che l'uomo prova di fronte a ciò che lo sorpassa, di fronte a Dio. "Lo stupore" ritorna nel corso del Vangelo (7,37; 10,26; 11,18), come reazione positiva suscitata da Gesù: potrebbe essere così anche adesso, per coloro che gli sono più vicini, stupiti dalla novità del suo insegnamento. "Da dove viene a Lui questo?", questa nuova domanda è la sintesi di due già sorte precedentemente tra coloro che seguivano Gesù: "Che cos'è questo" (Mc. 1,27) e "Chi è Costui?" (Mc.4,41). Adesso una prima serie di domande insiste su " che cos'è questo", cioè sull'origine della sapienza e della potenza di Gesù e una seconda su "chi è Costui", cioè sulla sua identità. Nessuno contesta il carattere eccezionale, "divino", della sapienza e della potenza di Gesù, fa difficoltà, invece, la compatibilità di "tutto questo" con "costui". Come è possibile che "queste cose", questa "sapienza", "queste cose prodigiose che avvengono attraverso le sue mani", gli siano date da Dio, se avvengono attraverso le mani di un carpentiere, del quale conosciamo la madre, i fratelli e le sorelle, persone che stanno qui, tra noi? "E trovavano in lui motivo di scandalo". Lo "scandalo" è l' "inciampo", la difficoltà che il Gesù della storia, suscita alla razionalità umana che pensa Dio nell'onnipotenza, nell'infinita trascendenza: è disposta ad ammettere l' origine divina della sapienza e dei gesti di Gesù ma lo pensa "in forma di Dio". Noi siamo disposti a credere che Gesù è Dio, pensandolo glorioso: ma Gesù è il carpentiere, il figlio di Maria, uno di noi, uomo come noi, lo conosciamo nella sua normale quotidianità... "E Gesù diceva loro: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua". La parola di Gesù vuole ricordare quanto faccia parte del cammino della fede, provare "scandalo" in un Dio che entra nella storia degli uomini, si incarna nella fragilità e nella debolezza, parla con parole di uomo, ama con un cuore di carne, e sottolinea che la fede di cui i profeti sono testimoni è proprio questo passare attraverso lo "scandalo" di un Dio così vicino, fragile, insignificante, l'opposto del sogno umano di un Dio grande, onnipotente taumaturgico trasformatore degli uomini in eroi. Credere è sentire che l'onnipotenza vera di un Dio che è solo Amore è proprio il suo farsi piccolo, per essere con noi, liberarci e farci vivere. Gesù ricorda a quelli che gli sono così vicino che rischiano di abituarsi tanto da non vedere più, la logica di un Dio che stupisce nel suo Amore talmente infinito, da toccarci, accompagnarci nella normalità per fare cose grandi nello scorrere normale dei giorni. Ma quali sono le cose grandi? Quelle che noi chiamiamo miracoli, oppure che un padre ritrovi l'Amore che faccia vivere la propria famiglia? Che in una donna rinasca la sua forza di vivere?

Noi, vicini di Gesù, abbiamo il coraggio di "credere" l'Amore che Lui ha per noi, o cediamo allo "scandalo" di uno troppo simile alla nostra fragilità? Chiusi in sé stessi, i compaesani di Gesù, non sono riusciti a scoprire la vera identità di Gesù: hanno chiuso la porta al dispiegarsi della potenza del suo Amore. Quante volte noi, con il nostro volere un Dio potente, ostacoliamo l'espandersi meraviglioso del suo Amore! L'Amore vince tutto nel farsi piccolo: credere significa proprio affidarsi all'Amore che ci avvolge continuamente, nella quotidianità, nelle cose più piccole. Marco termina il suo racconto ancora una volta spiazzandoci, dicendo che "Gesù si meravigliava della loro incredulità". Noi proviamo "stupore" quando percepiamo qualcosa che ci supera: Gesù si "meraviglia della nostra incredulità", della nostra incapacità di stupirci di fronte all'Amore infinito che ci è diventato familiare. Gesù che si meraviglia è la rivelazione di un Dio "ingenuo", che continua ad amarci, anzi, a farsi ancora più piccolo: d'ora in avanti, Marco non parlerà più di Gesù che entra nella sinagoga, ma va nelle case, cammina con noi sulle nostre strade, sino alla Croce. Sempre di più Gesù accentua la sua distanza dalle nostre idee su Dio: Marco ci conduce ad incontrare lo "scandalo" di un Dio che sulla Croce si annienta per essere solo Amore, e ci chiede il coraggio di credere non tanto che Gesù è Dio, ma piuttosto che Dio è Gesù che ci ama sino alla follia del dono totale di sé.

mons. Gianfranco Poma

 

 

Lo 'scandalo' di un Dio che entra nella mia casa

Il Vangelo di oggi è chiuso tra due parentesi di stupore: inizia con la sorpresa della gente di Nazaret: Da dove gli viene tutta questa sapienza e questi prodigi?. E termina con la meraviglia di Gesù: E si meravigliava della loro incredulità. Né la sapienza né i miracoli fanno nascere la fede; è vero il contrario, è la fede che fa fiorire miracoli.

La gente passa in fretta dalla fascinazione alla diffidenza e al rifiuto. Da dove gli vengono queste cose? Non da Nazaret. Non da qui. In questa domanda «Da dove?» è nascosto il punto da cui ha origine l'Incarnazione: con il Verbo entra nel mondo un amore da altrove, "alieno", qualcosa che la terra da sola non può darsi, viene uno che profuma di cielo. Quel mix di sapienza e potenza che Gesù trasmette, non basta alla gente di Nazaret per aprirsi allo spirito di profezia, quasi che il principio di realtà («Lo conosco, conosco la sua famiglia, so come lavora») lo avesse oscurato.

Ma l'uomo non è il suo lavoro, nessuno coincide con i problemi della sua famiglia: il nostro segreto è oltre noi, abbiamo radici di cielo. Gesù cresce nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere manici, il suo naso fiuta le colle, la resina, sa riconoscere il tipo di legno. Ma, noi pensiamo, Dio per rivelarsi dovrebbe scegliere altri mezzi, più alti.

Invece lo Spirito di profezia viene nel quotidiano, scende nella mia casa e nella casa del mio vicino, entra là dove la vita celebra la sua mite e solenne liturgia, la trasfigura da dentro. Fede vera è vedere l'istante che si apre sull'eterno e l'eterno che si insinua nell'istante.

Dice il Vangelo: Ed era per loro motivo di scandalo. Scandalizza l'umanità di Gesù, la prossimità di Dio. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo, stupore della fede e scandalo di Nazaret: Dio ha un volto d'uomo, il Logos la forma di un corpo. Non lo cercherai nelle altezze del cielo, ma lo vedrai inginocchiato a terra, ai tuoi piedi, una brocca in mano e un asciugamano ai fianchi.

La reazione di Gesù al rifiuto dei compaesani non si esprime con una reazione dura, con recriminazioni o condanne; come non si esalta per i successi, così Gesù non si deprime mai per un fallimento, «ma si meravigliava» con lo stupore di un cuore fanciullo. A conclusione del brano, Marco annota: Non vi poté operare nessun prodigio; ma subito si corregge: Solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L'amante respinto continua ad amare anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito. Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui profuma di vita.

 

 

Gesù profeta straniero in patria

Molti ascoltandolo ri­manevano stupiti. La prima bella ca­ratteristica del Gesù storico: non lascia indifferente nes­sun ascoltatore, dove lui passa fiorisce lo stupore. E molte domande: Marco ne registra cinque – il numero classico degli interrogativi in serie di cui trabocca la Bibbia – Da dove gli vengono queste cose? Da dove que­sto amore straniero alla terra, queste parole aliene che qui sono in esilio?

Il profeta è straniero in pa­tria perché le sue parole ven­gono da un mondo altro. Al­lora si apre il conflitto tra Na­zaret e questo 'altrove', tra il quotidiano e l’oltre. A Na­zaret tutto dice: hai qui il tuo clan, una madre, fratelli e so­relle; questo è il mondo, non ce n’è un altro. Hai un lavo­ro, la sinagoga e il Libro, questo basta a dare senso alla vita. Cosa vai cercando con il cuore fra le nuvole?

E invece il giovane rabbi spiazzava figli e genitori, la­voratori e contabili: amate i vostri nemici; lascia i morti seppellire i loro morti, tu vie­ni e seguimi; felici i poveri, sono i principi del Regno; guardate i fiori del campo e non preoccupatevi; guai a voi farisei che imponete agli altri pesi che non toccate con un dito; se non diventerete come bambini...

Come gli abitanti di Naza­ret, anche noi siamo una ge­nerazione che ha sprecato i suoi profeti, ha dissipato i suoi uomini di Dio. Come loro livelliamo tutto verso il basso: è solo un falegname, è il fratello di Ioses, lo conosco bene, conosco i suoi di­fetti uno per uno. Di un uomo cogliamo solo la linea d’ombra, e così ci precludiamo lo splendore di epi­fania del quotidiano, l’eter­no che si insinua nell’istan­te e nella creatura. Salviamo almeno lo stupore!

Il brano si chiude con la sor­presa di Gesù, la meraviglia dolente dell’amante respin­to che però continua ad a­mare, a inventare gesti, an­che minimi, per dire che di noi non è stanco. E lì non poteva compiere nessun prodigio, dice Marco; ma su­bito si corregge: Solo impo­se le mani a pochi malati e li guarì. L’amore respinto con­tinua ad amare, il Dio rifiutato si fa ancora guarigione. L’amore non è stanco, è so­lo stupito; ma non nutre rancori. Già lo aveva capito Ezechiele, profeta di profe­zie respinte: ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta è in mezzo a loro. Dio ha deciso di farsi compagnia del suo popolo, ha deciso di essere nel quotidiano di ciascuno, oggi co­me in esilio e un giorno, for­se già domani, come stupo­re, seme di fuoco in mezzo al cuore.

 

 

Proviamo a salvare almeno lo stupore

Davanti al rifiuto Gesù mostra una dedizione incondizionata

Chiuso tra lo stupore della gente di Nazaret e la dolorosa meraviglia di Gesù, il racconto si impernia su cinque domande che contengono ben più di un conflitto di sentimenti: contengono lo scandalo della fede. «Da dove gli vengono queste cose, questa sapienza, questi prodigi, da dove?» C'è qui "un di più", una rivelazione che non è il frutto della nostra esperienza, per quanto ampliata e approfondita, ma la contesta. Il suo vangelo viene da fuori, ha un'altra origine. Nostra fede è che il cristianesimo "viene da fuori", che Qualcuno - da altrove- si fa incontro a noi.

Ma presto, subito, lo stupore evolve verso il rifiuto: «non è costui il falegname, il figlio di Maria, non ha quattro fratelli e alcune sorelle? che cos'ha più di noi?» Ora è la normalità che contesta la profezia. Ogni generazione dissipa così i suoi profeti. Il Figlio di Dio non può venire in questo modo, con mani da carpentiere, segnato dalla fatica, con problemi familiari, e nulla di sublime. Che Dio sia così, ecco lo scandalo della fede, che la forza della Parola si rivesta di debolezza e di quotidiano, che la potenza di Dio sia tutta nell'impotenza della croce.

E la logica umana aggiunge: «hai un mestiere e una casa, cosa vai cercando con il cuore fra le nuvole? Hai la tua famiglia, la sinagoga e il Libro: bastano a spiegare tutto, sono il senso del vivere, la tua identità. Quale altro mondo vieni ora a proporre?» Quale esso sia, appare alla fine del brano, quando Marco registra la meraviglia e la delusione di Gesù: «e non vi potè operare nessun prodigio». Ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Ecco il mondo nuovo: il Dio rifiutato si fa guarigione, l'amante respinto continua ad amare; l'amore non è stanco, è solo stupito; non nutre rancori, continua a inviare segnali di vita. Qualunque sia l'atteggiamento del popolo, ascoltino o non ascoltino (Ezechiele), Dio ha deciso di farsi compagnia del suo popolo, di essere lì, anche in esilio, profeta inascoltato, a condividere tutto dell'uomo, a scegliere ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. E «quando sono debole è allora che sono forte», forte di quanta forza ha la Parola che bussa alla mia porta chiusa, a stupire i miei no. In principio, lo stupore. Un sentimento debole, una breve eccitazione, se non trova la strada del cuore. Maestra di stupore è per noi santa Maria, che «si stupiva e non capiva, ma conservava e meditava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc. 2,19). Così noi: conservare e meditare queste cose, e sempre nel cuore, perché ci sia dato di salvare almeno lo stupore. I concetti creano idoli, solo lo stupore coglie qualcosa (Gregorio di Nissa).

padre Ermes Ronchi

 

 

Nei villaggi d'intorno

Da dove gli vengono queste cose?

Gesù insegna nella sinagoga di Nazareth, anche se Marco non la nomina, molti ascoltano ma gli interrogativi e le perplessità non mancano. Le parole che sono riferite sembrano piuttosto un insieme di chiacchere... il contenuto di quello che Gesù ha detto sembra non avere interesse per guardare e criticare il resto, c'è un misto di imbarazzo per un compaesano, forse un pizzico di invidia se non addirittura vergogna per una situazione che è uscita dall'abitudine, dalla tradizione che perpetuava mestieri, relazioni, tessuto sociale; Gesù, diremmo oggi ha "dirazzato", siamo molto vicini allo scandalo.

A distanza di due millenni ci stupiamo ancora per molte cose che riguardano la persona di Gesù che ancora pone tanti interrogativi e di tale attualità da lasciarci esterrefatti. Quello che più ci scandalizza da essere incapaci da intuirne il senso e la potenza è l'amore totale e incondizionato di Dio, la sua misericordia senza limiti. È proprio la gratuità che ci attrae ma anche ci spaventa perché sembra chiederci una analogia nell'agire. È un amore esigente che ci chiede di essere la misura della relazioni tra gli uomini, fino all'inverosimile amore per i nemici.

Due sono i fatti che angosciano i concittadini di Gesù: la sapienza e i prodigi. Chi gli ha dato la sapienza e il poter delle sue mani? Lui non può essere, c'è qualcuno che dall'esterno gli ha dato poteri che non sono suoi: Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni» (Mc 3,22).

Non è costui il falegname

Lui è ben conosciuto, con lui hanno giocato da bambini, del suo mestiere si sono serviti... è più facile immaginare un maestro figlio di maestri. Qui il mistero della incarnazione si rivela in tutte le sue difficoltà, anche per noi oggi è più facile immaginare un Gesù che assomiglia a Dio che sa d'incenso piuttosto che un Gesù che assomiglia ad un falegname, intriso di resine e sporco di segatura. Non è Dio che scandalizza quanto la sua incarnazione, la sua caparbietà nel voler essere uomo irriconoscibile tra gli uomini. L'assomigliarci troppo, l'aver abbattuto il confine di demarcazione tra l'umano e il divino che ci impedisce di capire con esattezza a chi ci stiamo rivolgendo, chi stiamo ascoltando. Una religione troppo umana, fatta di relazioni umane, di attenzione agli ultimi di questa umanità disturba il nostro bisogno di divino, il nostro desiderio di ascendere nell'alto dei cieli.

Nella storia, le religioni rappresentano una sorta di tentativo di salita che liberi l'uomo dai vincoli terrestri (vedi le religioni di origine orientale) come il bisogno di sottomettersi al potere divino e a lui compiacere ( vedi le religioni nate nel medioriente). Invece Gesù ci dice il contrario: è Dio che si è fatto così vicino all'uomo da essere lui stesso uomo.

Il figlio di Maria

Quello che per noi è un bel titolo, per il riconoscimento e l'affetto che nutriamo nei confronti della Madre del Signore, in bocca ai suoi compaesani suona come offesa. Le persone sono conosciute per la loro discendenza, il nome del proprio padre (Cfr. Mc 2,14: Levi, figlio di Alfeo; Mc 3,17: Giacomo, figlio di Zebedeo; Mc 10,46: Bartimeo, figlio di Timeo; Mc 15,7: Un tale, chiamato Barabba: "bar-abba" figlio del padre, per dire figlio di nessuno), non per il nome della madre. Gli altri sinottici nei passi paralleli correggono l'espressione che suona male: Matteo lega le due affermazioni e dice Figlio del falegname per poi aggiungere sua madre non si chiama Maria? (13,55); Luca più decisamente dice figlio di Giuseppe (4,22). Certamente ha colpito la fantasia dei compaesani il nascondimento di Maria nel periodo della gravidanza (visita a Elisabetta), questa nascita avvenuta altrove (Betlemme), e prematuramente rispetto ai canoni del matrimonio; chiamare Gesù Figlio di Maria è come rivangare qualcosa che non torna nella sua storia e che adesso si sta manifestando con gli strani poteri che gli sono attribuiti.

Allora come oggi i pregiudizi fanno da padroni nelle relazioni, condizionano la verità, falsificano le relazioni. Per fare un esempio attuale, a proposito di migrazioni e di profughi, se ne sentono di tutti i colori dall'albergo a quattro stelle in cui sono ospitati, alla diaria di trenta euro che ricevono, frutto di fantasie o di propaganda ben orchestrata; sembra che ci sottraggono ciò che ci è dovuto e nessuno parla della sofferenza del distacco dagli affetti, i maltrattamenti subiti; nessuno accenna alle cause della emigrazione e le responsabilità dell'occidente, nessuno si sente corresponsabile della loro situazione che è altro da noi.

E lì non poteva compiere nessun prodigio

Abbiamo il potere malvagio di frenare la benevolenza divina; non lasciamo spazio perché Dio innesti la sua vita nella nostra per poter crescere. Abbiamo paura di perdere, di essere deboli e fragili, abbiamo timore di abbandonarci alla Parola e all'Azione di Cristo, non ci fidiamo a sufficienza mantenendo il nostro spazio e la nostra presunta libertà sazi della nostra autosufficienza, indipendenti da Dio; eppure san Paolo scopre che quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor. 12,10).

Forse dovremmo trasferirci nei villaggi d'intorno, e riscoprire la semplicità di essere uomini.

 

 

Il falegname

Non è costui il falegname

Per celebrare Dio, l'uomo ha dato libertà al suo ingegno e alla sua arte: la maestosità del romanico, l'elevazione del gotico, la ricchezza del barocco... ogni secolo ha espresso nell'architettura, nella musica, nella pittura opere che parlassero al cuore dell'uomo della grandezza di Dio. A nessuno è venuto in mente la bottega del falegname tra schegge e trucioli, polvere e segatura, ragnatele e strumenti di lavoro.

Questo è lo scandalo di sempre: la distanza tra il luogo i cui l'uomo cerca Dio e quello in cui Dio ha scelto di abitare.

Non fa problema lo scandalo degli abitanti di Nazareth e del loro stupore, ma il nostro scandalo che nonostante duemila anni di vangelo ancora permane. Anzi sembra che in questi nostri anni si stia particolarmente acuendo, almeno a guardare la ricchezza dei paramenti e dei trinati che vengono sfoggiati per celebrare quel falegname di Nazareth. Eppure quel falegname con i suoi abiti polverosi di segatura, con l'umiltà del suo grembiule ci racconta il grande mistero della Incarnazione. Se si prescinde da questa spoliazione (cfr. Fil 2,7) non si capisce più nulla del mistero di Dio e del suo Vangelo, questo rischio non si è ancora allontanato dalle Chiese.

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»

Da sempre i profeti non hanno vita facile, il loro messaggio è talmente osteggiato che ad Ezechiele (2,5) è detto: Ascoltino o non ascoltino - dal momento che sono una genìa di ribelli -, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro. Quello che fa problema che i profeti non sono osteggiati dai "cattivi" di Israele, ma dalle persone buone, i frequentatori del Tempio, gli studiosi delle Scritture, i Sacerdoti, i potenti.

A Nazareth sono gli amici di Gesù, quelli che sono cresciuti con lui, con cui hanno giocato insieme, coloro che con il Falegname hanno familiarità. Anche questo, per noi frequentatori di chiese e amici di Gesù dovrebbe far riflettere e liberarci dalle sovrastrutture mentali che vogliono immaginare un Dio lontano e inaccessibile, da adorare tra i ceri e i profumi d'incenso.

In tutto il Vangelo Gesù si sforza di far capire la sua vicinanza all'uomo, la sua compassione, la misericordia. Mangia e beve, si china a lavare i piedi, predilige i peccatori e i poveri, si paragona agli stranieri, gli affamati, i malati, i carcerati. È condannato a morte come un malfattore. La storia di Gesù allontana da noi un'idea di Dio costruita nei secoli, questo è lo scandalo. Prepotentemente quella stessa idea riemerge nella storia degli uomini e nelle religioni.

E che sapienza è quella che gli è stata data?

La Parola di Gesù è una parola che disturba, destabilizza, porta una novità che sembra difficile cogliere. Eppure era una novità già stabilita fin dalle origini del mondo. La sua è la sapienza del profeta che rivela ciò che da sempre è nascosto nel cuore di Dio, rivela la verità dell'uomo come era nel pensiero del creatore prima che il peccato ne prendesse possesso, e di cui l'uomo fa fatica ad esserne liberato. Ecco perché si meravigliava della loro incredulità. Della incapacità dell'uomo di riconoscere la Grazia che Dio gli sta donando e che forse non risponde alle sue aspettative.

Abbiamo la consolazione che nonostante tutto Gesù continua a imporre le mani per la guarigione e a camminare per le strade del mondo, insegnando.

don Luciano Cantini

 

 

L'umanità angosciata, sfinita, da sempre desidera vedere Dio, essere visitata dal Signore...

Ma quando Dio mandò suo Figlio, quando il Verbo si fece carne e diventò uno di noi, noi non lo abbiamo riconosciuto: questo Messia non aveva niente di quel Dio onnipotente, Signore degli eserciti che ci eravamo immaginati e che stavamo aspettando... troppo umano, troppo fragile. Troppo...come noi. Sono sempre le aspettative che ci fregano...maledette aspettative! maledette convinzioni preconcette! Aspettative e convinzioni che sono anche le nostre.

Se il Signore capitasse un giorno nella nostra chiesa e cominciasse a parlare... forse, anzi, senza forse, anche noi avremmo qualcosa da ridire, qualcosa da insegnare, qualche consiglio - e più di un consiglio - da dare... Soprattutto, se quel "Signore" lo abbiamo conosciuto da bambino, lo abbiamo visto crescere, se conosciamo di lui vita, morte e miracoli, come si suol dire...

Curioso, invece di accogliere benevolmente il Signore Gesù, perché tutti lo conoscevano da sempre, dunque Gesù non doveva conquistarsi la loro fiducia, come gli stranieri; compaesani e parenti lo rifiutano...proprio perché lo conoscevano!

Non vi sembra un paradosso? In verità non lo è: il proverbio citato da Gesù, "Nemo propheta in patria", nessuno è profeta nella sua patria, è una triste verità. Istintivamente si è più inclini a credere a qualcuno che viene da lontano, a qualcuno che non conosciamo, ma soprattutto che non ci conosce: i preti che vanno a predicare fanno spesso l'esperienza di ricevere le confessioni dei fedeli... Una sorta di pudore impedisce loro (ai fedeli) di confessarsi dal parroco: "Cosa vuole - ci confidano - il parroco lo conosco, siamo praticamente amici... Mi vergogno ad andare a raccontare le mie debolezze, i miei peccati...". Se lo si dice per il parroco, figuriamo per Gesù...

Quello che colpisce del Vangelo non è dunque lo stupore della gente, ma quello del Signore: "E si meravigliava della loro incredulità", riferisce l'evangelista Marco. L'incredulità dei compaesani era tale che (Gesù) non solo ne rimase sbalordito, ma non vi poté compiere alcun miracolo.

Eppure, avrebbe dovuto aspettarselo, no? Già in antico, Dio aveva suscitato profeti e, prima di inviarli, li aveva avvertiti che il popolo sarebbe stato duro di cuore, maldisposto ad ascoltare la loro parola.

Tutto questo è scoraggiante!

Prima ancora di parlare, l'apostolo sa che non verrà ascoltato. Che senso ha? Fatica sprecata! Tempo perso! Ebbene sì; se ragioniamo alla maniera di questo mondo, può sembrare veramente tempo perso, fatica sprecata...

Ma per Dio no!

Ciò che per gli uomini è tempo perso, per Dio e per il cristiano è tempo guadagnato; ciò che per gli uomini è fatica sprecata, per Dio e per il cristiano è energia investita nella maniera migliore!!

Provate a pensare: se fosse stato veramente tempo perso, fatica sprecata, credete che l'annuncio del Vangelo avrebbe resistito venti secoli? E, se ha resistito venti secoli, pensate che non resisterà per i prossimi venti?

Il segreto, la garanzia della tenuta dell'annuncio evangelico non è nell'uomo, ma in Dio: la Sua Grazia accompagna l'azione degli uomini, anche se talvolta sembra assente, o, peggio ancora, ostile...

Nonostante quella misteriosa spina nella carne - nessuno ha mai scoperto di che natura fosse la spina nel fianco di san Paolo - l'apostolo dei gentili rende grazie al buon Dio perché non gli ha mai fatto mancare la Sua Grazia, la Sua vicinanza, il Suo conforto...

Le debolezze delle quali Paolo si vanta, non sono, ovviamente, quelle che inclinano al peccato, ma le debolezze intrinseche alla natura umana: "nobody's perfect", nessuno è perfetto! Le nostre energie non sono illimitate e neppure i nostri giorni. E poi ci sono le debolezze che ci vengono a motivo del mondo, (a motivo) degli altri uomini: i bastoni tra le ruote, l'ostruzionismo, il remare conto; e poi le violenze, le sopraffazioni...

Del resto, lo abbiamo sentito nel Vangelo, anche il Signore dovette fare i conti con il rifiuto e il cuore indurito di parenti e conoscenti.

Se qualcuno non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi." (Mt 10,14): l'evangelista Matteo riporta le parole con le quali il Signore mette in guardia i discepoli; siamo esortati a non fare una questione personale dei nostri piccoli/grandi fallimenti: "Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe". "Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi" (Mt. 10,20).

Fondamentale per il bene dell'annuncio, è il distacco, la libertà dal messaggio che pronunciamo: le Parole non sono nostre, ma di Dio; e noi siamo solo strumenti. Certo, uno strumento deve essere in condizioni di funzionare a dovere... Insomma, dobbiamo dare il meglio di noi, sempre! fare tutto ciò che ci è (umanamente) possibile per servire la Parola! Una volta che abbiamo fatto tutto ciò che potevamo fare, Gesù ci ricorda, restiamo sempre servi inutili.

Non possiamo rivendicare alcun ascendente sulla Parola: nessun merito, quando il nostro annuncio ha successo; ma anche nessun senso di colpa, quando questo non riesce...

L'atteggiamento genuino del discepolo è la gratuità!

Gesù vuole scoraggiare ogni tentativo di strumentalizzare Dio, di servirsi di Lui, o di condizionarlo in un rapporto religioso di tipo contrattuale, o contabile, sul modello farisaico.

Questa critica alla religiosità mercantile e pretenziosa è tanto più urgente quanto più nella comunità si ricopre un ruolo di responsabilità e di prestigio. Non a caso le parabole del servo sono rivolte per lo più agli apostoli; e non a caso, durante l'ultima cena, Gesù lava i piedi ai suoi, lasciando i panni del maestro, per indossare quelli del servo...che, in verità non ha neppure i panni per vestirsi...

fr. Massimo Rossi

 

 

A Nazareth hanno mal di stomaco per troppa gelosia

Anche il talento è una condanna all'isolamento: non sempre i più bravi sono anche i più amati. A Nazareth avevano gonfiato il petto d'orgoglio. Per un giorno al centro del mondo. Tornava a casa uno di loro, uno dei pochi che erano riusciti a far parlare di se fuori dalle campagne di Galilea. Eppoi era dolce e discreto come un bambino, ma sapeva anche diventare ferreo e coraggioso contro le ingiustizie. Non temeva di chiamare "volpe" Erode e serpenti i capi religiosi della sua epoca. Nella sinagoga del suo paese avvenne qualcosa di strano (liturgia della XIV^ domenica del tempo ordinario). Tutti, all'udirlo, "erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca", fino a renderne testimonianza (Lc 4,22). E non ci risulta difficile immaginarcela quella povera gente: attonita, con il fiato sospeso davanti a quello che Gesù aveva da poco catapultato nei loro cuori. Li per lì ne restano affascinati, sedotti, catturati, ma basta un attimo e tutto si capovolge in odio feroce. Come si permette Lui - semplice figlio di Giuseppe, falegname di Nazareth - parlare in quel modo? Quell'Uomo, che avevano visto giocare insieme ai loro figli, uno che avevano sentito più e più volte tossire per le viuzze al calar del sole, uno che avevano visto rantolare dopo un lungo inseguimento sui prati ingialliti di anemoni? Nessuno è profeta in patria: questo anche i muri lo sanno. Ma c'è da credere che Gesù s'aspettasse da quelli del suo paese uno strappo alla regola, un'eccezione che confermi la norma, un exploit che confermi la normalità. E invece, strada facendo, dovrà accorgersi che i suoi nemci sono proprio lì, "tra i suoi parenti, in casa sua e si meravigliava della loro incredulità" (Lc 6,4-6). Luca, evangelista-pittore, dipinge bene la rabbia che stava montando nel cuore dei suoi paesani: "lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù dal precipizio". Insomma, volevano ammazzarlo, tutti insieme, a denti stretti, compatti. Perché? Perché la santità, quando è pura, diventa "segno di contraddizione", svela i pensieri dei cuori e, perciò, scandalizza, fino a diventare mortale. Soprattutto se c'è una folla unanime disposta a scagliarsi contro di lui.

I suoi paesani sono ingordi di miracoli. Vogliono il miracolo! Cavolo, una magia a casa sua la può concedere. Vogliono l'emozione, l'eccezione, la magia. Come a Cafarnao! Sono "raccomandati", sono paesani di Gesù, è il figlio di Giuseppe! Ma dei miracoli, Cristo fu nemico. Quale più quale meno, tutti i miracoli sono strappati alla sua pietà, carpiti alla sua condiscendenza, persino rubati con l'astuzia. E ogni volta che ne concede uno, noi sappiamo che quel cieco che apre gli occhi, quello storpio che getta le crucce, quel morto che risuscita non è il vero miracolo. Se non per noi. Per Lui il miracolo è un altro, quello che dovrebbe sgorgare di conseguenza, per ottenere il quale ha ceduto a farsi mago e che invece gli riesce solo raramente: la fede. Vogliono il miracolo, ma Lui non lo compie perché manca la fede! Loro "furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù dal precipizio". Lui non cambia idea sull'uomo: "prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti" - dichiara con amore eterno Dio al profeta Geremia.

O Dio, mandaci dei folli, che si impegnino a fondo, che dimentichino, che amino non soltanto a parole, che si donino per davvero sino alla fine. Abbiamo bisogno di folli, di irragionevoli, di appassionati, capaci di tuffarsi nell'insicurezza, l'ignoto sempre più spalancato della povertà. Abbiamo bisogno dei folli del presente, innamorati della semplicità, amanti della pace, liberi dal compromesso, decisi a non tradire mai, obbedienti e insieme spontanei e tenaci, forti e dolci.

O Dio, mandaci dei folli.

Dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamente le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola; ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità. Noi dobbiamo soffrire per divertirla.

Manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me, come io faccio ridere gli altri.

don Marco Pozza

 

 

Per manifestarsi Dio ha bisogno degli uomini, perché essendo fatti a sua immagine e non potendo vedere direttamente Dio lo possiamo vedere solamente per mezzo delle persone che ci sono simili se il nostro cuore è aperto e disponibile.

Una missione difficile ( Ez 2, 2–5)

Le parole sprezzanti, nei riguardi del popolo, che Ezechiele pronunzia ai deportati di Israele, sono accettate perché anch'egli vive la medesima situazione di deportato e parla loro a nome dello Spirito che si è impossessato di lui.

Ezechiele viene accettato dai suoi nonostante i rimproveri, perché i figli del suo popolo sono consci di essere privati della misericordia di Dio in quanto lontani dalla terra assegnatali da Dio. Le parole di Gesù, altrettanto dure, non vengono accettate perché il popolo si trova nella sua terra, anche se la legge che la governa è quella di Roma.

I nostri occhi sono rivolti al Signore (Sal 122, 1–2a; 2bc; 3–4)

Aspettiamo con umiltà di spirito che il Signore ci rivolga benigno il suo sguardo e solo allora ci sentiremo felici.

Il pungiglione di Paolo (2 Cor 12, 7–10)

La potenza di Dio si manifesta nella debolezza. Questo è quanto ci dice Paolo che interpreta il pungiglione nella sua carne prima come opera di satana, poi come richiamo di umiltà, invito all'abnegazione di sé, dimostrazione dell'opera di Dio, la cui potenza si manifesta attraverso strumenti umani deboli: "chi si umilia sarà esaltato".

I concittadini di Gesù (Mc 6, 1–6)

Dalla lettura del Vangelo appare chiaro che il ministero di Gesù in Galilea si è concluso con un fallimento. L'inizio è stato favorevole, dominato dallo stupore di fronte ai miracoli e alla sapienza del figlio del carpentiere. Eppure gli abitanti di Nazaret non credono quantunque sarebbe stato sufficiente ricordare quanto annunciato da Mosé in Dt 18, 15 e così capire che per parlare agli uomini Dio sceglie delle persone che sono loro vicine.

Ciò che fa difficoltà agli abitanti di Nazaret è l'umiltà di Dio, visibile e percepibile in Cristo: non è possibile che Dio arrivi così in basso da farsi presente nel loro concittadino. Bisogna stare molto attenti affinché quest'umiltà di Dio non diventi anche per noi un rifiuto di fede.

CPM-ITALIA

 

 

Un Dio scandalosamente normale

Un profeta non è disprezzato che nella sua patria

“Arriva Gesù!”: la notizia deve essere approdata a Nazaret con la velocità di un fulmine o - si direbbe oggi - di un sms, rimbalzando dal mercatino dei Cananei, al lavatoio pubblico, alla scuola presso la sinagoga, passando di casa in casa, correndo di bocca in bocca. La fama di maestro sapiente e di potente guaritore, legata al suo nome, dilagava ormai da tempo per tutta la Galilea, ma in paese quelle voci erano sempre state rimarcate da sorrisi maliziosi e scrollatine di spalle tra lo scettico e il curioso: come mai in trent’anni nessuno si era accorto di che stoffa era veramente quel Jeshù, il figlio di Maria, che in paese era sempre passato per un comunissimo carpentiere, ma che in giro veniva decantato da qualche tempo come un astro di prima grandezza in fatto di intelligenza, sapienza e potenza prodigiosa?

1. Quel sabato ci deve essere stato tutto il paese pigiato nella sinagoga e nella piazzetta antistante ad ascoltare Gesù, il quale da quando se ne era andato in giro a predicare per le borgate e i villaggi vicini a Nazaret, non ci aveva rimesso più piede. Ma paradossalmente quello che doveva profilarsi come un successo garantito, si tramutò ben presto in un clamoroso disastro: “e non vi poté operare nessun prodigio”, annota amaro e asciutto l’evangelista. La traiettoria del rifiuto è accuratamente e minuziosamente ricostruita da Marco: si parte dall’ascolto (“molti ascoltavano”), si passa allo stupore (“rimanevano stupiti”), quindi alla perplessità (“da dove gli vengono queste cose?”), per finire nel disprezzo (“un profeta non è disprezzato che nella sua patria”).

Come mai i compaesani di Gesù saltano dalla meraviglia all’incredulità? L’evangelista ci aiuta a trovare la risposta: perché “si scandalizzavano di lui”. Lo scandalo è una pietra contro cui si inciampa e si cade. Dio - secondo i nazaretani - era troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice! È lo scandalo dell’incarnazione: con Gesù sbattiamo contro l’evento sconcertante di un “Dio fatto carne”, che pensa con mente d’uomo, lavora e agisce con mani d’uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio umano che suda, mangia e dorme come uno di noi. Come è possibile? Noi lo vorremmo sovrumano come un super-man, e ci piacerebbe essere almeno un po’ come pensiamo che sia lui; non accettiamo che lui sia come noi effettivamente siamo.

Ecco la radice dell’incredulità. Tutto sommato è facile dire: “questo Gesù è proprio un Dio!”; è molto più difficile riconoscere: “Dio è proprio questo Gesù!”. Noi pensiamo che doveva risultare abbastanza semplice per i suoi concittadini credere in lui, perché se lo vedevano davanti in carne ed ossa, mentre noi dobbiamo credere in lui senza vederlo, e non ci rendiamo conto che a far inciampare i nazaretani è stato proprio l’eccesso di familiarità con il loro concittadino diventato illustre. Appunto perché conoscevano l’umiltà delle origini di Gesù e della sua condizione, gli abitanti di Nazaret si rifiutarono di entrare nella “logica” umanamente così illogica di Dio il quale, per farsi vicino a noi, si è spogliato della sua gloria, “assumendo la condizione di schiavo, e facendosi simile agli uomini” (Fil 2,7). Così, anziché lasciarsi mettere in questione da Gesù, i suoi paesani mettono in questione lui: perché Dio si dovrebbe rivelare in “costui” e non piuttosto in un altro nostro concittadino, magari più ricco, più nobile o più potente? La conclusione, drammatica, è quella che tira s. Giovanni nel prologo al suo vangelo: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

2. Anche per tanta gente di oggi, che pure si dice cristiana, si verifica una situazione analoga a quella degli abitanti di Nazaret rispetto a Gesù: il vangelo non suscita l’impressione di qualcosa di nuovo e sconvolgente perché si crede di conoscerlo e lo si dà per scontato. Oggi tanti cristiani, quando ascoltano il vangelo, hanno spesso la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di imparaticcio e di risaputo, e così la loro reazione non è più lo stupore, ma lo sbadiglio, non è la meraviglia, ma l’assuefazione: è quello stanco e soddisfatto appagamento delle cose già sentite e risentite, sapute e risapute. Scriveva Giovanni Paolo II: “Tanti europei contemporanei pensano di sapere cos’è il cristianesimo, ma non lo conoscono realmente. Spesso addirittura gli elementi e le stesse nozioni fondamentali della fede non sono più noti. Molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse: si ripetono i gesti e i segni della fede, ma ad essi non corrisponde una reale accoglienza del contenuto della fede e un’adesione alla persona di Gesù”.

La conclusione è che “c’è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è battezzato”. C’è urgente bisogno di “nuova evangelizzazione”. Ma fare la nuova evangelizzazione non è fare una evangelizzazione nuova, diversa, bensì è fare nuova - cioè diversamente - l’evangelizzazione. In concreto la questione nodale è: come ridare freschezza all’annuncio a chi crede già di credere?

Innanzitutto occorre ripartire dal cuore della fede, che non è una serie di formule da accettare, o di norme da osservare o di riti da praticare, ma è una persona: Gesù Cristo, unico Signore e Salvatore di tutti. Ma perché Gesù - la sua opera, la sua persona - sia davvero una lieta notizia di salvezza, è necessario non ridurlo mai a oggetto o argomento di cui discutere, ma è indispensabile lasciarsi incontrare da lui come soggetto vivente, che “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), che mi viene incontro come la via, la verità, la stessa vita.

Inoltre occorre non appiattire mai la sconcertante paradossalità del vangelo sul buon senso corrente, altrimenti ne viene fuori un “vangelo modellato sull’uomo” (Gal 1,11). “Non si può parlare di Gesù Cristo in modo ovvio. Il compimento delle attese umane da parte del vangelo è sempre sorprendente e passa prima per il loro capovolgimento, cosa che è motivo di fede per alcuni e di scandalo per altri. Tutte le religioni dicono che l’uomo deve essere pronto a dare la vita per Dio, ma il vangelo racconta innanzitutto che il Figlio di Dio ha dato la vita per l’uomo. Il movimento è capovolto. Non sono i discepoli che hanno lavato i piedi al Signore, questo sarebbe ovvio; ma è il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli, questo è davvero sorprendente. Il capovolgimento operato da Gesù impegna il credente a capovolgere a sua volta il modo di pensare Dio e la sua gloria” (CEI, Questa è la nostra fede).

Quanto detto fin qui non si potrebbe realizzare senza la testimonianza viva e concreta, bella e attraente di persone, famiglie e comunità cristiane che vivono “paradossalmente”, secondo criteri che sono in netta antitesi con il senso comune. È il fascino di una vita nuova che punta su quella che Giovanni Paolo II chiamava la “misura alta” della santità.

Ora il Signore Gesù ci viene incontro nel segno povero di un pezzetto di pane spezzato: la sua presenza non è meno vera e intensa di quando egli appariva solo come un semplice uomo tra gli uomini. Beati noi se sapremo riconoscerlo! Beati noi se sapremo farci riconoscere come suoi discepoli e testimoni!

mons. Francesco Lambiasi

"Il pane della Domenica"

 

 

La paura della novità

Al centro della Parola di Dio di questa domenica sta quel detto di Gesù tanto noto: "Nessun profeta è accolto in patria sua". Una parola, questa, che è superattestata nei Vangeli; con poche varianti, è riportata da tutti e quattro gli evangelisti (cf. Mt. 13,57; Lc. 4,24; Gv. 4,44).

Al tempo di Gesù, questa parola circolava già come proverbio; Gesù la fece propria per esprimere la sorte toccata a lui nella sua patria. Dietro quella parola, c'è un avvenimento ben preciso della vita di Gesù: il ritorno a Nazareth, avvenuto dopo che aveva iniziato il suo ministero pubblico, quindi non più come il semplice carpentiere di qualche mese prima, con il quale erano abituati a parlare di tavoli, di gioghi e di aratri da fare o da riparare, ma come un maestro che parla con autorità e chiama alla fede.

La scena si svolge nella sinagoga, cioè nel centro locale del culto e della preghiera, nel quale ci si riuniva per leggere la Bibbia e ascoltare le spiegazioni dei rabbini; avviene, per così dire, nella chiesa parrocchiale di Nazareth. Uniformandosi alla prassi religiosa del suo popolo, Gesù va alla sinagoga e, letto un brano della Bibbia (cf. Lc. 4,17ss.), comincia a insegnare.

Possiamo immaginare l'aspettativa e la curiosità dei nazaretani. Essi si aspettavano che, come gli altri rabbini del tempo, Gesù desse prova di abilità con sottili distinzioni esegetiche e applicazioni giuridiche del testo. Invece si sentono come investiti da un ciclone dalle parole di Gesù: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo!" (A giudicare dal contesto - cf. Mc. 1,15 - questo fu il succo della predicazione di Gesù nella sinagoga di Nazareth). Il risultato fu un fallimento totale ed è commovente e incoraggiante che sia lo stesso Vangelo a parlarci di questo insuccesso di Gesù. Tutto quello che egli poté fare fu di imporre le mani, uscendo, ad alcuni malati, che forse si trovavano nei dintorni della sinagoga per chiedere l'elemosina, e guarirli. Stando al racconto di Luca, la vicenda si concluse in modo drammatico; tra urla e minacce, Gesù fu spinto fuori dalla sinagoga e cacciato dalla città (cf. Lc. 4,28ss.)

Dinanzi a questo esito, la domanda che sorge più naturale è: perché i "suoi" non l'hanno accolto? E, più in generale, perché un profeta non è accolto nella sua patria?

Cerchiamo di capire anche i nazaretani: di che cosa allora avevano paura e che cosa rifiutavano? Rifiutavano la novità! Gesù si era presentato come un profeta. Il profeta è un uomo scomodo, talvolta. Egli è una sfida che Dio lancia al popolo. Il profeta è Dio che impone il suo stile e il suo "passo" all'uomo, costringendolo a "rompere" il proprio passo; il profeta perciò è la novità di Dio, è l'imprevisto, il cambiamento. La parola che dovette disturbare più d'ogni altra i nazaretani fu: Convertitevi!, cioè cambiate mentalità e cambiate vita.

Ma gli uomini non amano la novità; o meglio, amano la novità, ma "intorno" a loro, non "in" loro. Allora, pur di non doversi rimettere in questione e cambiare, cosa fanno? Si appellano al passato, al senso di tranquillità e di sicurezza che danno le cose che si sono fatte sempre:

Chi è costui che vuole rivoluzionare le cose? Che bisogno c'è di cambiare? Si è fatto sempre così! Poco importa se, facendo sempre cosi, si era scontenti, infelici e schiavi; ci si abitua anche a essere infelici e ci si affeziona anche alla schiavitù.

Gesù torna a Nazareth, ma non vi torna da solo, è accompagnato da un gruppo di discepoli. La sua non è una visita di cortesia alla madre, ai fratelli, alle sorelle, agli amici, ma un gesto dal significato inequivocabile per chi, fin qui, ha accompagnato le sue scelte di vita. Torna a Nazareth per presentare, all'antica famiglia, la sua nuova famiglia, composta da coloro che hanno risposto alla sua chiamata, che hanno lasciato le reti, il padre sulla barca con i garzoni, il banco delle imposte e lo hanno seguito.

L'incomprensione nei suoi confronti non si manifesta immediatamente al suo arrivo. Egli trascorre alcuni giorni in famiglia e poi giunto il sabato, egli incomincia a insegnare nella sinagoga. Questo fatto è significativo. Finché egli rimane tranquillo nella casa in cui è cresciuto, cioè finché rimane dentro gli schemi tradizionali del suo popolo, finché mostra di apprezzare le convinzioni religiose trasmesse dai rabbini, nessuno ha da ridire sul suo conto. I problemi sorgono non appena egli esce di casa e rende pubblica la scelta di costituire una nuova casa, una nuova famiglia. E per gli abitanti di Nazareth Gesù rappresenta un enigma insolubile: è cresciuto, come loro, in una famiglia dai solidi principi religiosi e ora sembra che non si trovi più a suo agio in questa casa, vuole cambiare antiche abitudini, vuole aprire questa casa a tutti: sanno che a Cafarnao è stato abbattuto il tetto di una casa per introdurvi un paralitico; ha invitato i peccatori in casa e ha voluto che partecipassero con lui al banchetto; ha accarezzato i lebrosi e li ha resi idonei ad appartenere a questa nuova famiglia... La casa d'israele è stata dunque spalancata a tutti. E questo è troppo! Con il suo messaggio, con i suoi gesti Gesù rompe gli antichi equilibri, demolisce la "casa" in cui essi hanno riposto tutte le loro speranze. Si sentono interpellati, colgono, nelle sue parole e nelle sue scelte, l'invito ad abbandonare le sicurezze offerte dalla religione dei loro padri, ad abbracciare i rischi del regno e entrare nella sua casa, nella sua famiglia, dove c'è posto per tutti: i piccoli, i più poveri, le donne, i bambini...

Che garanzie può offrire il "figlio del carpentiere, il figlio di Maria che per trent'anni non ha fatto altro che aggiustare porte e finestre, costruire zappe ed aratri? Chi gli conferisce la forza di compiere prodigi?

I nazaretani trovarono pretesto per quella loro incredulità nel fatto che a predicare la conversione fosse uno di loro, che era figlio del tale e fratello del tal'altro, uno che avevano visto mangiare, lavorare, sudare, dormire e andare per strada. Si scandalizzavano dell'Incarnazione! Per Gesù fu debolezza essere uomo come gli altri, avere - lui, Figlio di Dio - un nome, dei parenti, una patria. Per coloro che proclamano oggi la novità evangelica è debolezza l'inevitabile scarto tra la parola e la vita, la stanchezza, la povertà di linguaggio o di cultura, qualche miseria nella propria famiglia. Bisogna fare uno sforzo per andare al di là di queste cose e riconoscere la parola del Signore anche attraverso la voce roca dell'annunciatore umano.

Un altro motivo di scandalo per i nazaretani fu questo: Gesù era un "laico " che pretendeva spiegare la Bibbia! Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? Come dire: pretende di parlare di queste cose senza aver fatto studi regolari! Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato? (Gv. 7,15). Quanto spesso si rifiuta un'autentica parola di Dio e si sottovaluta un ammonimento perché detti da gente che non ha dei titoli; quanta diffidenza da dissipare - nonostante il Concilio Vaticano Il - intorno alla capacità dei laici di essere dei testimoni e profeti di Gesù anche "in mezzo ai dottori".

comunità missionaria Villaregia

 

 

Profeti in patria?

Ma chi è questo Gesù, che va in giro dicendo di essere addirittura il Figlio di Dio, suo figlio unigenito, quando tutta la gente del paese, a parte Maria, sua madre, che ne conosce il "segreto", è testimone delle sue umili origini di falegname, figlio di falegname e attorniato da uno stuolo di fratelli e sorelle? Come può costui vestire i panni del grande predicatore, del guaritore, persino del profeta? E pensare che lui, date le circostanze evidentemente sfavorevoli, si limita a guarire solo alcuni malati, nonostante la generale incredulità. In quel contesto, l'aver compiuto dei prodigi avrebbe potuto compromettere la sua missione o più semplicemente i rapporti sociali della famiglia.

A uno scampato pericolo grave, o a qualsiasi evento che comporti una "guarigione" inspiegabile secondo la razionalità umana di cui la scienza è nel contempo figlia e madre, assegniamo il termine di "miracolo", operato da questo o quest'altro santo protettore che asseconda una multiforme e spesso inconsapevole religiosità popolare da cui ognuno di noi è avvolto. Qual è, allora, il motivo per cui Gesù, giunto tra la "sua" gente incredula anche davanti all'evidenza del "miracolo", può guarire i malati con l'imposizione delle mani, ma non può compiere "prodigi"? Possiamo reagire con sospetto, ma anche con stupore e meraviglia, addirittura gridando al "miracolo", quando veniamo a conoscenza di guarigioni non confortate dalla scienza. Ma il Vangelo ci dice che questi eventi sono quelli di minor conto, se ne possono verificare pochi o molti, ma non sono fatti prodigiosi. Perché? Forse perché non implicano un ruolo attivo della comunità, cioè la conversione della comunità alla condivisione evangelica, che è il mettersi a servizio dell'altro, soprattutto del povero e di chi è nella sofferenza, con gratuità ed umiltà. Certo che nel disprezzo di una proposta di condivisione non può aver casa la profezia che libera, attraverso gli insegnamenti del Falegname di Nazareth, la prodigiosa forza dello Spirito costretto tra le mura della sinagoga! Quella non è (più) né la gente né la famiglia della sua patria; la patria di Gesù saranno i villaggi, il "villaggio-mondo" al quale ogni cristiano è inviato in virtù del battesimo ricevuto e confermato.

E' vero, è diventato persino un modo di dire quando si polemizza su una voce profetica che si alza per denunciare un'ingiustizia:

[Profeti in patria?]

«un profeta non è disprezzato se non nella sua patria». Ma, sulla scorta di quanto leggiamo, vediamo e ascoltiamo attraverso le sempre più invasive campagne mediatiche, quelli che oggi si presentano ostentatamente come "profeti" o "unti del Signore", il più delle volte collocati al di fuori del mondo religioso (capaci di sfruttarne, però, i simbolismi e gli impulsi spirituali), in realtà posseggono ben poche caratteristiche della profezia, la quale deve rispondere comunque al requisito pratico della coerenza e della testimonianza.

La verità e la carità non sono protesi mentali, asportabili e intercambiabili a piacimento con l'ipocrisia e l'indifferenza.

Il Concilio Vaticano II ci ha aggiornati su una visione di Chiesa come "Popolo di Dio" al quale viene affidato il compito della profezia consistente non nella capacità scaramantica o propiziatoria di prevedere il futuro, ma nel dovere del discernimento per imparare a leggere i "segni dei tempi" che compongono la storia dell'umanità.

Dobbiamo essere sempre vigili, quindi, sulla vera identità di chi oggi, in questo mondo globalizzato, si presenta come profeta e ci propina, quasi sempre a pagamento, veggenze da sfera di cristallo.

La sorte del profeta biblico, invece, è quella fatta di insulti, di sputi, di percosse e di barba strappata dalla guancia, sempre e solo per giustizia in nome della verità.

Anita e Beppe Magri

Giovani Missioitalia

 

 

E si scandalizzavano di Lui

Oggi tocchiamo un tasto molto delicato: lo scandalo dell'Incarnazione, lo sconcerto di trovarsi davanti a un Dio che si fa piccolo e povero, che giunge a noi attraverso la mediazione della Chiesa, dei preti, dei modesti segni sacramentali; in una parola il paradosso di un Dio che si fa storia!

Noi non faremmo fatica ad accettare il meraviglioso di Dio, la sua onnipotenza e grandezza, lui come giudice e padrone; ci spiazza invece e ci insospettisce il suo vestire i nostri panni quotidiani, l'esprimere la sua grandezza non con la potenza, ma con l'amore e la condivisione.

Ha le sue buone ragioni, Dio, di presentarsi così! Siamo noi che ci siamo fatti un'immagine sbagliata di Lui; immagine che ora si scontra con quella del Dio reale che si manifesta nell'uomo Gesù di Nazaret. E ne rimaniamo sconcertati come questi suoi compaesani d'allora.

1) Lo scandalo della fede

Gesù a Nazaret viene contestato perché si presenta senza "numeri" umani, né di rango, né di scienza, né di potere. "Non è costui il carpentiere?". Non è sempre stato qui tra noi, modesto lavoratore come tutti? E la sua famiglia? Niente di straordinario! Che pretese ha ora di essere profeta e inviato di Dio? "E si scandalizzavano di lui". Anche Paolo, nella seconda lettura, ci parla delle sue debolezze, delle modeste risorse del suo apostolato, anzi di inceppi legati ad una sua malattia che lo rendeva meno brillante nella predicazione.

E' il Regno di Dio che si presenta a noi piccolo "come un granellino di senapa", anzi rivestito di tutti i condizionamenti umani pieni di fragilità e a volte di peccato.

Ma il metodo esprime il contenuto. La fede ci appare vestita di povertà perché Dio stesso "da ricco che era si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà" (2Cor. 8,9). Il cuore della nostra fede è la croce, l'estrema povertà di un Dio che condivide la nostra sorte più estrema, l'amore di un Dio "che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" (Rm. 8,31), perché "non c'è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici" (Gv. 15,13).

Un Dio, il nostro, che per esprimere il suo amore - dicevamo, non la sua potenza -, s'è voluto mettere all'ultimo posto perché nessuno si sentisse a disagio davanti a Lui. Questa è la lezione dei trent'anni passati da Gesù a Nazaret.

Dio s'è vestito di carne per essere storia. Storia nel senso più semplice: e cioè fatti, non parole. Che Dio ci sia, che Dio ci voglia bene, sono i fatti a dirlo, è una storia precisa a documentarlo, la storia di Israele, la storia di Gesù, la storia - oggi lo vediamo bene - della Chiesa, di un popolo così longevo e vitale (e benefico..., e globalmente sano in umanità!) chiaramente solo perché un Dio lo guida e lo sostiene!

Non è una teoria, una ideologia, una gnosi il cristianesimo; è una storia che ha cambiato e cambia la storia di noi uomini dacché Dio s'è accompagnato ai nostri giorni per guidarli e aprirli ad un nuovo destino.

2) La fede necessaria

Di fronte a un Dio così - fuori dalle nostre logiche umane - è assolutamente necessaria la fede. Gesù la esige sempre dai suoi interlocutori, e quando s'accorge di trovarsi davanti a incredulità o superficialità, si blocca, diviene impotente: "E non vi poté operare nessun prodigio". Questi di Nazaret sono senza fede: "E si meravigliava della loro incredulità". Vuol dire che la potevano avere, e quindi ne erano colpevoli. Per questo dice loro con amarezza e sarcasmo: E' proprio vero "che un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua".

Forse è la risposta puntigliosa per quando erano venuti a prenderlo perché lo dicevano "fuori di sé" (cf. Mc. 3,21). Ma è scritto: "Venne tra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv. 1,11). Si costata bene anche oggi come spesso le più gravi difficoltà vengono dall'interno della Chiesa non da fuori!

In che consiste allora questa fede che è richiesta per la salvezza? Anzitutto è libertà da preconcetti, da tradizioni e schemi propri rispetto alla sorpresa e novità di Dio.

Gesù accusava i farisei di credere più alle tradizioni degli uomini che alla vera Legge di Dio; oggi ancora quanti si lamentano delle novità conciliari per una pigra viscosità che li lega alle proprie abitudini irriflesse e mai verificate sulla Parola di Dio (compresi i nostalgici del latino...!). Fede è poi libertà da pregiudizi e pretesti, per saper andare al di là del rivestimento umano e ricercare sinceramente Dio. Persino di Gesù hanno avuto da dire: che era un mangione, un beone, un satana, un eretico...; quanto più si troverà sempre da dire allora della Chiesa, dei preti, dei non sempre fervorosi e coerenti cristiani che siamo noi!

Ma è fede immatura quella che non sa andare all'essenziale; ed è fede insincera quella che si attacca ai limiti dell'ambasciatore per rifiutare il dono che porta a nome di un Altro!

Più profondamente la fede è un atto di rischio, di fiducia, di amore in definitiva. Paolo si lamentava col Signore di non poter contare troppo su successo ed efficienza nel suo ministero. "Ti basta la mia grazia - si sente dire -; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Quanto meno di fascino umano c'è, tanto più puro è l'affidamento a Dio.

Capita anche oggi che si faccia gli schizzinosi con le mediazioni autorizzate di Dio, e si ricerchino preti e maestri dall'autorevolezza umana, culturale, carismatica, o semplicemente più compiacente! Tutte agenzie illegittime quelle che non fanno riferimento al Papa, al vescovo e al parroco!! Paolo ebbe molto a soffrire per dei suoi cristiani che seguivano predicatori di maggior fascino. Ma conoscendo la logica della croce diceva: "Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie dobolezze, purché dimori in me la potenza di Cristo".

Tradotto significa: fortunati quelli che sanno credere non per me prete, ma nonostante me, perché allora si attaccano solo a Dio! "Quando sono debole, è allora che sono forte".

* * * * *

Alla fine la fede - e quindi la salvezza - è tutta responsabilità nostra. "Ascoltino o non ascoltino - ci dice il Signore oggi nella prima lettura - sappiano almeno che un profeta si trova in mezzo a loro". Dio non farà mai mancare i suoi portavoce, anche se osteggiati e perseguitati. Come Cristo, sono "posti per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori" (Lc. 2,34-35). A ognuno quindi la sua responsabilità e la sua scelta. Ad ognuno il suo destino!

don Romeo Maggioni

 

 

Meraviglia, voce del profeta

Anziché il termine «paese», Marco preferisce il termine «patria», parola più ricca di vocazioni affettive e più ampia di significato: l'episodio di Nazareth infatti non è circoscritto a un piccolo paese, ma prefigura il rifiuto dell'intero Israele (Mc 6,1,6). Gli ascoltatori di Gesù passano dallo stupore iniziale allo scandalo. Lo stupore è un atteggiamento di partenza, l'atteggiamento di chi resta colpito e quindi costretto ad interrogarsi, ma è un atteggiamento ancora neutrale che può sfociare sia nella fede sia nell'incredulità. La sapienza delle parole di Gesù e la potenza delle sue mani suscitano importanti interrogativi (che Marco intende porre a ogni lettore): qual è l'origine di questa sapienza e di questa potenza? Chi è quest'uomo? La risposta sembra ovvia: quest'uomo viene da Dio. Ma questa risposta ovvia è impedita da una constatazione che va in senso contrario: «Non è costui il carpentiere?». Di qui lo scandalo, parola che indica un ostacolo alla fede, qualcosa che impedisce ragionevolmente di credere. Ciò che impedisce ai nazaretani di credere è proprio la persona di Gesù, la sua concreta fisionomia, le sue umili origini, il suo modo umile di apparire fra noi. Comprendiamo la difficoltà degli abitanti di Nazareth: la presenza di Dio non dovrebbe essere più luminosa, più importante? Come è possibile che un inviato di Dio si presenti nelle vesti di un falegname? Come si vede, il rifiuto può trovare la sua ragione persino nel desiderio (apparente) di difendere la grandezza di Dio: così, appunto, gli abitanti di Nazareth. È invece il segno di una profonda incredulità, come l'evangelista annota: «E si meravigliava della loro incredulità». Per il Vangelo l'incredulità non è soltanto la negazione di Dio (non è questo il caso dei nazaretani), ma l'incapacità di riconoscere Dio nell'umiltà dell'uomo Gesù, il suo appello nella voce di un uomo che sembra essere troppo uomo. Dio è certamente grande, ma spetta a lui scegliere i modi di manifestare la sua grandezza! Di fronte al rifiuto dei nazaretani Gesù cita un proverbio, ampiamente confermato dall'intera storia biblica: il popolo di Dio ha sempre rifiutato i suoi profeti. Il rifiuto che Gesù incontra fa parte dunque del destino dei profeti, e tuttavia non è un fatto scontato, e Gesù se ne meraviglia. Capita sempre che i profeti siano rifiutati dal loro popolo, ma bisogna continuare a meravigliarsi: la meraviglia di scoprire una così grande incredulità in chi si pensa credente.

don Bruno Maggioni

 

 

La purificazione

A uno che ha chiesto l'aiuto di Gesù e a Lui ha anche aperto il cuore chiedendo perdono delle proprie colpe, che cosa resta da fare? Gli resta solo di seguire il suo Maestro; ma a questo punto, prima di incamminarsi seriamente dietro al Signore, si rende necessaria l'ultima purificazione, ossia quella di cambiare le proprie idee.

Si tratta della conversione della mente, altrettanto necessaria quanto la conversione del comportamento.

Le convinzioni a cui siamo più gelosamente attaccati spesso altro non sono che giustificazioni dei nostri comportamenti. Quindi finché uno non ha corretto le proprie azioni, non può migliorare nemmeno il proprio modo di pensare.

Ma quando uno si è impegnato seriamente nello sforzo di vincere se stesso e fare il bene allora, nel momento di interrogarsi su quello che è giusto, proprio lì nascono i problemi.

È tanto difficile stabilire che cosa sia valido e che cosa sbagliato, che il più delle volte si lascia perdere. È successo così anche a Nazaret, con Gesù.

Il "falegname, il figlio di Maria" fu una persona rispettabile finché rimase dentro i limiti della normalità e diventò un problema, quando incominciò la sua missione di profeta.

Fino ai trent'anni Gesù aveva lavorato come tutti e nessuno aveva niente da dire, la sua persona invece diventa motivo di scandalo da quando parla e agisce in qualità di Salvatore.

Nessuno gli contesta le parole di sapienza, e nemmeno i miracoli, ma la gente del suo paese non riusciva a capire che cosa c'entrava questo con il suo modo di fare di prima. La conclusione fu che, almeno per quella volta, non se ne fece niente.

Guardando alla mentalità delle masse si può riscontrare una strana tendenza, dare fiducia a chi non la merita, ma sa approfittare della credulità e invece sospettare di chi è bene intenzionato, capace, ma non sa fingere.

Con Gesù capitò così: la folla urlante chiese libero Barabba che era un brigante e mandò a morte il suo vero Re e Salvatore.

Di questo destino di rifiuto e opposizione Gesù esperimenta un anticipo a Nazaret, in quella che considerava la sua patria, sede dei suoi affetti e dei ricordi più belli. Egli stesso commenta_ «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

La conseguenza è che nel villaggio di provenienza Gesù non può compiere nessun prodigio, salvo dice l'evangelista qualche rara eccezione. E subito è costretto ad andarsene, veloce come era arrivato. A motivo del trattamento ricevuto egli non interrompe la sua missione, ma non può non meravigliarsi dell'incredulità con cui era stato accolto.

Prima di Gesù la stessa sorte di disprezzo e ripulsa era toccato a quasi tutti i profeti dell'Antico Testamento. La prima lettura ce ne offre un esempio in Ezechiele. Nel momento stesso in cui lo chiama, Dio lo avverte: "Io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me…" Ma, "ascoltino o non ascoltino… sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro."

Le letture di oggi ci insegnano che per essere cristiani autentici non basta non far niente di male, e non è sufficiente solo far del bene, occorre essere apposto anche con le idee, ossia credere nella maniera giusta.

Sarebbe stato molto più comodo per tutti che il Signore venendo sulla terra avesse fatto agli uomini una rivelazione per così dire da saldi di fine stagione, avesse previsto per ciascuno come gli sarebbero andati gli affari, se avesse avuto salute oppure no, insomma avesse pronosticato un futuro immediato.

La religione classica dei greci e dei romani si imperniava proprio su queste risposte che nei santuari i fedeli potevano ricevere. In cambio di un'offerta il sacerdote pagano interrogava le sorti e poi dava l'oracolo, favorevole oppure no, il più delle volte ambiguo, in ogni caso ricevuto con ossequio dei richiedenti.

Lo stesso rito si ripete oggi in maniera più banale, ma sempre a pagamento, negli appartamenti di santoni, maghi, stregoni, cartomanti, che ricevono di persona, anche su appuntamento oppure per telefono e che fanno pubblicità in televisione e sui giornali.

Questa non è la religione di Gesù. Le parole del Vangelo e in generale quelle della Bibbia sono controcorrente, non seguono l'opinione generale, anzi il più delle volte se ne distaccano e occorre uno sforzo personale per aderirvi.

Ce lo conferma san Paolo. Lui che era così pieno di entusiasmo ad un certo punto deve fare i conti con i limiti di una malattia fastidiosa. Per essere guarito da questo male, ci dice, per ben tre volte aveva pregato il Signore, ma non era stato ascoltato. Gesù gli aveva risposto: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza".

Affidando le sue paure e le sue speranze nelle mani del Signore san Paolo conclude: sia nella salute che nella malattia l'importante è vivere sempre uniti a Gesù. Vicino al Signore si è forti anche quando si è deboli.

Da queste parole comprendiamo che San Paolo era riuscito a portare a termine il cambiamento di mentalità a cui accennavo in apertura. Questa trasformazione per san Paolo non fu senza fatica, ma nemmeno senza merito.

Anche per noi il cambio delle idee e delle aspettative, in una parola il cambio del modo di guardare alla vita, è altrettanto necessario di un comportamento moralmente buono, altrimenti rischiamo di perdere quello che c'è di più bello nella nostra fede, ossia il rapporto personale con Gesù.

don Daniele Muraro

 

 

Lo scandalo vincente del Profeta

“Io ti mando a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me... sono figli testardi e dal cuore indurito... sono una genìa di ribelli” (Ez 2,3-5). Con un linguaggio, che oggi sarebbe subito considerato ‘politicamente scorretto’, il Signore ha inviato il giovane Ezechiele (I lettura) ad essere profeta tra gli Israeliti (VI sec. av. C.) deportati in schiavitù a Babilonia. Il linguaggio duro indica la difficile missione di essere profeta. Era difficile allora; lo è stato per Gesù (Vangelo) e per Paolo (II lettura). Essere profeta di Dio, portatore del Vangelo di Gesù, è stata sempre una missione ardua in ogni epoca e latitudine. Senza il prurito di cercarsi aureole di eroismo, la storia offre prove copiose di tali difficoltà. Le tre letture di questa domenica invitano a riflettere sullo ‘scandalo del profeta’, presentandone la vocazione e la missione.

Il profeta autentico non è mai un auto-candidato, ma un chiamato da Dio, che lo manda. Spesso la chiamata di Dio avviene a tappe, che aiutano a comprendere il senso e la portata di una vocazione. Così è avvenuto per Abramo, Mosè, Gesù stesso, i Dodici apostoli, Paolo e tanti altri. Per Ezechiele la chiamata ha almeno tre momenti: in primo luogo, la visione del “carro del Signore” in una scenografia ricca di immagini di non facile comprensione (Ez 1). Segue la chiamata vera e propria, espressa in termini diretti (I lettura): è Dio che interviene e abita nel profeta (v. 2); questi si alza in piedi, ascolta la voce di Dio che lo manda (v. 3.4) a quei “figli testardi e dal cuore indurito” (v. 4). Ma il profeta -è il terzo momento della vocazione- non deve aver paura, non deve lasciarsi impressionare dalle facce di quella genia di ribelli, che sono come cardi, spine, scorpioni... (v. 6-7). Egli si presenta a loro, forte della Parola che ha mangiato: il rotolo della Parola diventa per la sua bocca dolce come il miele. Il profeta avrà una “faccia tosta”: non dirà parole sue, ma solo quelle che avrà ascoltate dal Signore e che avrà accolte nel suo cuore. In questo modo egli sarà sentinella fedele e coraggiosa nel trasmettere i messaggi di Dio. Ascoltino o non ascoltino! (Ez 3).

Paolo è un modello di profeta, scelto dal Signore per una missione di primo annuncio del Vangelo ai pagani. Una missione che egli ha realizzato con determinazione, generosità, ampiezza di orizzonti geografici e culturali, in mezzo a prove di ogni genere, come racconta nei testi che precedono il brano di oggi (2ª lettura). È stata una missione coraggiosa, ma vissuta, al tempo stesso, nell’umiltà e debolezza, con una spina nella carne (v. 7). Ha pregato insistentemente per esserne liberato, ma alla fine ha compreso che la grazia del Signore era in lui (v. 8-9). E ancor più, che la missione è più forte e più vera quando si realizza nella debolezza: negli oltraggi, difficoltà, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo (v. 10). Perché in tal modo appare chiaramente che missione e vocazione sono opera di Dio e non invenzioni umane. (*) L’esperienza storica dei missionari e delle Chiese da loro fondate e sostenute danno prova di questo paradosso, sul quale solo il mistero di Cristo getta un po’ di luce.

Sembrerebbe logico che almeno la missione profetica del Figlio di Dio in carne umana fosse chiara per tutti, accettata senza rifiuti né contestazioni. Invece, proprio nella sua patria, tra i suoi, Gesù fu incompreso (Vangelo) e, più tardi, nella città santa di Gerusalemme fu eliminato in un complotto ordito dai suoi avversari religiosi e politici. A Nazaret la gente, stupita (v. 2), oscilla tra varie interpretazioni: si pone ben cinque domande circa l’identità di Gesù (v. 2-3), passando dalla sorpresa allo scandalo, alla gelosia e fino al rifiuto di quel concittadino, che appare troppo divino (sapienza, prodigi...), ma, al tempo stesso, troppo umano (falegname, uno come loro, di famiglia ben conosciuta...). Data l’incredulità di molti, Gesù, a malincuore, è obbligato a limitarsi: compie solo poche guarigioni (v. 5).

Nonostante la chiusura e l’incomprensione di quegli abitanti, Gesù risponde con un duplice segno: 1. percorre i villaggi d’intorno, si commuove al vedere la gente, insegna loro molte cose (v. 6 e 34); 2. chiama i Dodici e li manda a due a due tra la gente, dando anche a loro “potere sugli spiriti immondi” (v. 7). Anche i Dodici, venuto il tempo della loro missione piena sulle strade del mondo, vivranno le stesse esperienze del loro Maestro: incontreranno riconoscimenti e accettazioni, ma, più spesso, incomprensioni e persecuzioni, sospetti e disprezzo, assieme a malattie e difetti personali. Sono le alterne vicende della vita di ogni missionario, chiamato a seguire i passi di Gesù, che aveva predetto: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola...” (Gv 15,20). E sempre con la certezza di Paolo: la potenza di Cristo e del suo piano di salvezza “si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor. 12,9). Attraverso la fragilità degli strumenti umani, appare più chiaramente che la forza della missione viene da Dio. È questo lo scandalo del profeta; è lo scandalo vincente della croce.

Parola del Papa

(*) “Paolo appartiene a quella schiera di ‘mistici costruttori’, la cui esistenza è insieme contemplativa ed attiva, aperta su Dio e sui fratelli per svolgere un efficace servizio al Vangelo. In questa tensione mistico-apostolica, mi piace rimarcare il coraggio dell'Apostolo di fronte al sacrificio nell'affrontare prove terribili, fino al martirio (cf. 2Cor. 11,16-33), la fiducia incrollabile basata sulle parole del suo Signore: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor. 12,9-10)” (Benedetto XVI - Omelia nella festa della Presentazione del Signore, 2.2.2009)

padre Romeo Ballan