I punti di accusa dei farisei, degli scribi, degli erodiani, dei sadducei, sono (tanti e) diversi, tanti, ma i principali sono questi: l'osservanza del sabato che Gesù con i suoi miracoli infrange, per cui i suoi miracoli sono da mettersi in dubbio, in particolare il suo potere sui demoni, che non sarebbe altro che un potere datogli dal principe dei demoni; la remissione dei peccati, che solo Dio può dare; l’essere un uomo e non Dio.

Tutte le obiezioni, le prese di posizione per accusarlo e travolgerlo, Gesù le ha smantellate sistematicamente, pazientemente. Ma c'era un movente nei suoi accusatori, un movente che non dava loro pace, ed era l'invidia. L'invidia frutto perverso della superbia li dominava. Sappiamo come l'invidia, che prima di essere vizio è atto peccaminoso, dominò Caino che per invidia delle benedizioni di Dio concesse al fratello lo uccise. Conosciamo l'invidia di Saul nei confronti di Davide, e via di seguito; l'invidia dei giudeocristiani contro san Paolo. Ma tutta la storia dell'uomo è punteggiata dall'invidia, che non è la leale legittima competizione, ma l'insofferenza del bene dell'altro, fino a concepire nei livelli più tragici disegni di morte.

Chi si lascia prendere dall'invidia odia il fratello, e chi odia il fratello è omicida ci dice san Giovanni (1Gv. 3,15); non l'ucciderà materialmente, ma lo ucciderà diffamandolo, insultandolo, congiurando contro di lui, denunciandolo come malfattore.

Il Vangelo ci fa vedere come gli “scribi che erano scesi da Gerusalemme”, cioè erano usciti in campo per spiare i comportamenti e le parole di Gesù, avevano nel cuore un'inimicizia assurda, che li devastava. Ciechi fino a dire che il potere che Gesù aveva sui demoni gli era dato da Satana. Una vera follia mentale; infatti quanto il Signore disse è di una elementare evidenza: “Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi (...). Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”.

Erano stati inviati dai loro capi in perlustrazione e dovevano portare loro le notizie che gli stessi volevano, che cioè Gesù fosse un impostore. Ciechi del tutto perché non giudicavano da se stessi, ma per quello che volevano altri. Impossibilitati dalle circostanze ad affermarsi autonomamente avevano imparato a inchinarsi, a fare i falsi gregari per ottenere un frammento di potere da esercitare su qualcuno. Quel frammento di potere era minacciato da Gesù che cambiava tutte le regole escogitate dalla furbizia, dal servilismo, dalla durezza, dalla sapienza carnale di cui parla Giacomo nella sua lettera (Gc 4, 15), per cui agivano assecondando l'invidia dei capi e condividendola.

Come si è prodotta l'invidia? L'invidia si è prodotta da sola. Si è prodotta nella libertà di un angelo che ha invidiato la gloria futura del Verbo incarnato, poiché il Verbo avrebbe assunto una natura umana anche se l'uomo non avesse peccato. L'invidia portò Satana a tentare l'uomo e lo tentò suscitandogli l'invidia della conoscenza del bene e del male che Dio ha. Conoscere il bene e il male per Adamo ed Eva suonava come essere autonomi nelle decisioni, nelle vie da percorrere. Liberi di sperimentare tutto e il bene e il male, dunque liberi. Ma era menzogna perché se Dio conosce nella sua scienza divina la possibilità della corrosione di ciò che è bene, mai sperimenta di fare il male, poiché Dio è il Bene. Sperimentando il male per conoscerlo l'uomo invece rimane catturato dalle catene del male. L'invidia - sembra strano - è anche invidia di Dio, invidia dello stato di dio, e perciò bisogna sopprimere Dio. L'ateismo ha anche in sé questo orrore: invidia di Dio.

Il veleno che Satana inietta nel cuore del peccatore guasta progressivamente tutto il buono che resta in lui. Satana vinto un uomo con il peccato lo saccheggia, in particolare gli toglie subito la pace con il morso del vizio capitale dell'invidia. Progredendo nel male quell'uomo raggiunge il peccato contro lo Spirito Santo, che è questo: ciò che è vero lo si considera falso e ciò che è falso lo considera vero. L'odio diventa la regola saggia di vita, mentre l'amore la regola stolta di vita.

Ad esaminare il danno dell'invidia si hanno proprio delle sorprese, perché si arriva a vedere come chi crede di non dover invidiare nessuno perché al vertice di tutti, è ineluttabilmente roso dall'invidia perché sempre dovrà invidiare, o la bellezza di qualcuno, o la giovane età dell'altro, o l'intelligenza dell'altro ancora, o la capacità di un altro di attirare a sé le persone.

L'opposto dell'invidia che cos'è? Se l'invidia è rallegrarsi del male altrui e rattristarsi del bene altrui, allora l'opposto dell'invidia è la carità. La carità è condividere il dolore di chi soffre, ed è condividere la gioia di chi gioisce. Ma, ascoltate, c'è un caso in cui rattristarsi per il bene altrui è espressione d'amore. Questo caso si ha quando chi ha ottenuto un bene economico, una promozione di carriera, l'ha raggiunto con l'ingiustizia. Ora quell'uomo lascerà ineluttabilmente quel bene sulla terra, mentre l'ingiustizia gli rimarrà in eterno, se non si converte. (Mt 16, 26): “Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?

La carità, ecco la rivoluzione portata da Gesù; ecco il fuoco che Gesù desidera che divampi sulla terra, come lui stesso ha detto (Lc 12, 49): “Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso?”. E' il fuoco acceso in noi dallo Spirito Santo. E' il fuoco dello Spirito Santo datoci dal sacrificio di Cristo, e che ci trasforma, in Cristo, con Cristo, per Cristo, in un sacrificio gradito a Dio Padre (Canone III) a favore degli uomini.

E' il fuoco dello Spirito, disceso a Pentecoste nel segno di lingue di fuoco, che cambia il mondo, che lo ricrea in Cristo. Si legge che (Gn. 1,1) “lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque” a significare che tutte le opere create da Dio avevano come agente l'Amore, e l'Amore era stato posto nel cuore dell'uomo. Il sacrifico di Cristo è la fonte della ricreazione e lo Spirito Santo ne è l'agente.

Tutti i peccati possono essere perdonati, ma chi pecca contro l'agente della santificazione, della trasformazione dei cuori in Cristo, pecca di un peccato non perdonabile, perché ha opposto allo Spirito Santo lo spirito del male, eleggendolo contro lo Spirito Santo.

Ma noi sappiamo che Cristo vince, che il suo Spirito che opera in noi facendoci uni con il Cristo, e che ci apre al Padre e ci unisce nella comunione dei santi, vivente nella Chiesa, ci fa vincere; perché l'amore nessuno lo può spegnere, a meno che non sia il soggetto stesso a volere spegnere in sé il fuoco dello Spirito e diventare così gelido come il ghiaccio, avversario invidioso del bene altrui fino a cercare di sopprimere quel bene, offendendo così ancora lo Spirito Santo, autore di quel bene.

Ma lo Spirito di Cristo vince, vince sostenendo i suoi che sono sotto il peso delle croce. Nessuna paura, fratelli e sorelle, se lo spirito del male ci attacca con le sue ostilità, noi siamo in Cristo e sotto l'azione del suo Spirito che inabita nei nostri cuori.

padre Paolo Berti

 

 

Spalanchiamo il cuore alla sua tenerezza

Nel Vangelo di questa domenica i problemi per Gesù – fra chi gli dice che è fuori di testa e chi gli dice che è in combutta con Satana – vengono da congiunti o da responsabili della sua religione. Non da estranei. Fra le due critiche c’è concordanza su un punto: quel che fa Gesù non è convincente e non ha una buona radice, o è pazzo o è indemoniato. Però... sta facendo qualcosa di bello.

I parenti dicono che ha perso la testa perché non ha il tempo di mangiare, tanta è la gente che lo circonda. Ossia: non si fa i fatti suoi. E non lo fa per amore, ma perché è pazzo. Gli scribi dicono che scaccia i demoni, ma come un trucco malefi?co, come una strategia maligna. Vince il male per fare il male. E Gesù con questi non è tenero per niente, e parla fondamentalmente dell’incompatibilità fra Dio e il male.

Questa è una tentazione perenne, un tipo di atteggiamento che portiamo in tasca, senza nemmeno accorgercene: il dubbio sul bene che ci viene da Dio, l’incredulità che ci dà il diritto di vedere un pezzo di male nelle cose buone, di non arrenderci mai del tutto al bene, e restare scettici, sempre, comunque, a priori. Questo additivo nascosto esplode in certi momenti nel vero e proprio rifiuto sprezzante del bene.

Con questi atteggiamenti noi conviviamo, e questo Vangelo attacca questa nostra grave superficialità, perché mostra che è come convivere con un tumore latente che può portarci alla distruzione; questo non è un gattino che fa le fusa, questa è una tigre vorace. E porta alla perdizione.

Senza dubbio la frase di Gesù sul peccato imperdonabile ha il compito di darci una scossa. È il suo amore che ispira questo tono così duro. Lui, che per noi non mangia, Lui, che per noi si dà in cibo, può trovarsi di fronte a uno dei più profondi misteri umani, lì dove Dio si ferma e deve aspettare: la nostra libertà.

Al di là di mille interpretazioni che sono state date sul peccato contro lo Spirito Santo, di certo sappiamo che ci si salva per Grazia, e che la Grazia è amore e l’amore non forza nessuno, lo si può ri?fiutare, sennò non sarebbe amore ma costrizione.

IL RIFIUTO DELLA GRAZIA.

Dio ci ha dato una dignità tale per cui possiamo stare di fronte a Lui come interlocutori reali, e gli possiamo dire di “no”. Altrimenti anche i nostri “sì” non avrebbero sostanza. Se si rifi?uta coscientemente la grazia con piena avvertenza e deliberato consenso, non è possibile salvarsi.

Allora questo Vangelo serve a impaurirsi? No. Serve a coltivare l’altro atteggiamento, quello che Gesù cerca di risvegliare con il suo discorso: Dio è luce e in lui non c’è tenebra. Dio è amore, e ci si può fidare di Lui.

Pensare bene di Dio è una benedetta profi?lassi dall’autodistruzione e dal potere del maligno su di noi. Coltivare la memoria di quanto bene ci vuole, di quanto bene ci ha fatto. Altro che pazzo o indemoniato: Gesù Cristo è il Signore e in lui c’è stato per noi un “sì!” convinto del Padre, e lo Spirito Santo mette quel suo “sì” nel nostro cuore. Spalanchiamo il cuore alla sua tenerezza. Come fece Maria con un “sì”.

Fabio Rosini

 

 

Gesù è considerato fuori di testa sia da sua madre, sia dai suoi fratelli che vanno a prenderlo per riportarselo a casa (vv. 21.31).

Non essendo allineato alla religione di famiglia, al ‘si è sempre fatto così’, a quella ‘tradizione’ con la quale i suoi si son sempre identificati, Gesù viene considerato ‘fuori di sé’.

Ma Gesù dice no. Rema contro, ‘in direzione ostinata e contraria’. Un disobbediente, un sovversivo, perché non può accettare una tradizione fatta da uomini (cf. Mc. 7,8) e spacciata come proveniente dal Cielo e proprio per questo capace di legittimare i suoi atroci crimini verso l’umano. E se questa avversione si evince già ora, all’inizio della sua attività pubblica, col tempo si accentuerà tanto da condurlo alla morte in croce: prezzo da pagare per chiunque osi mettere in dubbio verità di un potere costituito.

I suoi dunque lo prendono per pazzo, i professionisti della religione per un indemoniato (v. 30).

Gesù in realtà ci aiuta a comprendere che la religione è la vera pazzia e i suoi seguaci i veri indemoniati, perché con la loro pretesa di definire Dio, di regolare la relazione con lui mediante leggi, precetti e prestazioni, da una parte trasformano il tutto in ideologiae dall’altra ne decretano la morte.

Ora, se è pazzia andare contro la “tradizione” smerciata per Legge di Dio perché fermamente convinti che l’uomo non può essere discriminato in base al suo stato di purità, al peccato commesso, al popolo di appartenenza o alle scelte alimentari che fa; perché  ritiene che l’uomo è più importante di ogni affermazione di principio -religiosa o politica che sia -, perché crede che prima di tutto e sopra a tutto vi sia l’uomo, allora Gesù sì è un folle, e i cristiani dei pazzi.

Ma la religione, che si prende il lusso di dichiarare ‘fuori’tutto ciò che non rientra nei propri deliri, è dura a morire, e finché resiste sacrificherà sull’altare della propria ‘verità’ – che altro non è che dottrina incancrenita – tutti coloro che si lasciano muovere dallo Spirito santo, che sempre nuovo, soffia dove vuole (cf. Gv. 3,8) e non lo si può imbrigliare, imbavagliare o dirigere, perché sarebbe solo un fargli perdere tempo, e questo equivarrebbe, in ultima analisi, a bestemmiarlo (v. 29).

Gesù è un folle perché finalmente uomo libero, e libero perché vero, e vero perché aperto alla fecondità, al futuro, all’imprevedibile, alla fantasia dello Spirito e non alla graniticità della verità definitiva, perché ha compreso che il suo Dio coincide col massimo dell’umanità che un uomo può raggiungere. Per questo ha guarito i lebbrosi impuri che la Legge divina considerava maledetti; ha perdonato l’adultera che la Legge di Dio reputava meritevole di morte; ha violato il sabato – il più alto comandamento divino – a favore del bene dell’uomo; ha dichiarato puri tutti gli alimenti quando la Legge di Dio proibiva l’uso di una miriade di cibi; ha toccato una donna mestruata – quando la Legge divina la considerava inavvicinabile – perché profondamente convinto che il ‘suo’ Dio non reputava impuro o profano nessuno (cf. At. 10,28); ha accolto pagani e stranieri – contro il Dio nazionalista ebraico – perché sempre il ‘suo’ Dio non può fare preferenza di persona, a qualunque nazione appartenga (cf. At. 10,35). Gesù è libero perché è vero, e vero perché mosso dallo Spirito che altro non è che Amore (cf. Gal. 5,22). Non si entrerà nella casa di Dio, non ci si riconoscerà dunque tra i suoi famigliari più stretti perché si ‘crede’ ad una dottrina, o si osservano leggi e precetti propri di una tradizione umana, ma solo perché si ‘farà’ la volontà del Padre (v. 35), ossia si cercherà di mettere sempre prima l’uomo, il suo bene e la sua dignità, usandogli – per quanto è possibile – misericordia e perdono.

don Paolo Scquizzato

 

 

Nella tenda in cerca di casa

"La nostra vita è una tenda", dice san Paolo. È provvisoria. Viviamola come tale, senza scambiarla per stabile e definitiva, in modo da investire per una vera abitazione futura che nessuno e niente ci toglierà.

Terminato il tempo liturgico di Pasqua, con il prolungamento della SS. Trinità e del Corpus Domini, questa decima domenica del tempo liturgico "ordinario" ci riporta nella ordinarietà dei rapporti tra fede e quotidiano. Lo fa con tre brani della Parola molti ricchi di stimoli. Noi proviamo una sintesi con san Paolo che descrive la nostra vita con un'immagine estremamente significativa e simbolica: la tenda. Dice l'apostolo: "quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli". Anche chi non ha avuto esperienza diretta non trova difficoltà a immaginare come sia la vita in una tenda: puoi avere a disposizione soltanto ciò che è essenziale e indispensabile e, anche quel "poco", è sempre a rischio che una tempesta improvvisa e imprevista di vento o di pioggia possa farlo volare via.

In effetti la nostra vita è così. Non possiamo negarlo, perché lo sperimentiamo ogni giorno, e la realtà ce lo dimostra continuamente e duramente. Possiamo cercare di non pensarci, ma prima o poi siamo costretti a tornare con i piedi per terra. Possiamo anche illuderci che non sia così, cercando di vincere la provvisorietà e l'incertezza della "tenda" con l'ammucchiamento delle cose e l'attaccamento alle stesse. Ma più la riempiamo di cose, più cerchiamo di rafforzare i paletti, più cresce l'ansia che arrivi la tempesta imprevista a portarsi via tutto. Perché niente può cambiare la nostra esistenza terrena: non è per sempre, è una tenda. Questa condizione può portare o all'angoscia, o al non senso, o all'attesa fiduciosa e operosa della dimora, eterna, nei cieli.

San Paolo ci esorta a camminare verso la dimora eterna. Noi umilmente accettiamo il suo invito, consapevoli delle difficoltà che questa scelta comporta, perché la tentazione del "mangiamo e beviamo, perché domani moriremo", cioè di accontentarci della tenda senza aspettarci altro è forte e continua, come sapeva anche san Paolo (1Cor. 15,32). Per vincere questa tentazione, l'apostolo ci esorta a esercitare gli occhi, a non accontentarsi di posare "lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne", nella convinzione che "il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria".

Cosa può aiutarci a vedere le cose che non si vedono, e a vivere con coraggio e serenità le sofferenze presenti, nella convinzione che sono un investimento sicuro per una gloria futura, smisurata ed eterna? Cosa può aiutarci ad accettare di vivere nella tenda, aspettando la casa?
La parola di Dio che questa domenica proclama dà due indicazioni.

La prima. Non dimenticare mai che l'albero del bene e del male non è il racconto di cose accadute nella notte dei tempi con Adamo ed Eva, ma è sempre verde e rigoglioso dentro la nostra tenda, per incantare i nostri occhi con le cose visibili, mostrandoci in modo seducente che il loro frutto è "buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza" (Gen 3,6). Fissare lo sguardo sulle cose invisibili significa impegnarsi a discernere al di sotto di quello che appare, che fanno tutti, che va di moda, qual è la volontà di Dio per essere fratelli, sorelle e madre di Gesù con il coraggio di andare controcorrente, anche se si venisse considerati "fuori di sé", come è accaduto a lui.

La seconda. Per non lasciarci "saccheggiare la casa", cioè per non compromettere il nostro cammino verso la dimora eterna nei cieli, abbiamo bisogno che la nostra "tenda", la nostra casa provvisoria, sia difesa da un uomo forte che nessuno, nemmeno Satana, riesca a legare.

Quest'uomo forte ce lo abbiamo. È Gesù.

don Tonino Lasconi

 

 

Ritroviamo il tempo ordinario ed il vangelo di Marco che ci accompagna in questo anno. La parte che abbiamo letta è piuttosto complessa. Cosa possiamo capire e applicare come luce per la nostra settimana? Vediamo con calma.

Nei capitoli precedenti abbiamo già notato una certa frenesia in Gesù, quasi si rendesse conto che le cose da fare e dire siano moltissime ed il tempo troppo poco. Questa iperattività, che non lascia a lui ed agli apostoli neppure il tempo di mangiare, preoccupa i suoi parenti che pensano sia impazzito e vorrebbero riportarlo a casa. Lo avvertono che i suoi vogliono parlargli, ma lui esce con le parole che abbiamo letto: “Chi è mia madre ed i miei fratelli?” Poi indicando la gente dice: “Chi fa la volontà di Dio è per me fratello, sorella e madre”. Queste parole sono forse una squalifica di Maria? Naturalmente no. Essa infatti, accettando l’invito dell’angelo, si è detta la serva del Signore, completamente disponibile a fare la sua volontà. Ecco la prima riflessione per noi. Ciò che ci viene chiesto è fare la volontà di Dio. In cosa consiste questa volontà? Prendiamo una giornata qualsiasi; la vediamo piena di impegni, di incontri, di fatiche, dolori e gioie. Tutto ciò che ci viene incontro noi lo dobbiamo vivere alla luce della sua parola, cercando con la sua forza di accettarlo e di viverlo come lui vuole. In questo modo ciascuno di noi diventa sempre di più una cosa sola con Gesù. Siamo in modo sempre più vero “sua famiglia”. E’ la strada che papa Francesco ci ha indicata come la “santità” che tutti dobbiamo realizzare. Come sempre diciamo si tratta di una santità non fatta di miracoli, ma di semplici e normali cose vissute con lui, spesso anche in modo imperfetto. Si, anche quando facciamo peccato e ci affidiamo umilmente alla misericordia infinita del Padre.

Un secondo spunto di riflessione lo incontriamo nell’accusa che i capi del popolo fanno a Gesù: “Costui scaccia i demoni per mezzo del capo dei demoni”. Infatti i primi miracoli di Gesù erano legati a possessioni diaboliche. Facile ed esaustiva è la risposta del Signore: “Ogni regno diviso in se stesso si autodistrugge!” Sono poi le altre sue parole che ci creano problema. Lui ci dice che tutti i peccati ci possono essere perdonati, “ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non sarà perdonato in eterno”. Ma Dio è la misericordia infinita; come conciliare questo nome stesso di Dio con un peccato che non sarà dimenticato in eterno? La risposta in fondo non è difficile. Dio è davvero la misericordia infinita e vuole sinceramente perdonare tutti. Però non può mai prevaricare la libertà che ci ha donato. Il peccato contro lo Spirito santo è proprio quello dei farisei. Essi infatti pur vedendo il messia operare, ribaltano le cose dicendo che lui è un demone. E’ proprio quello che facciamo noi se rifiutiamo liberamente e coscientemente il perdono che il Padre ci vuole dare.

Per finire dobbiamo ancora esplorare una parola abbastanza enigmatica del vangelo appena letto. Che vuol dire: “nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega”? Possiamo dire che l’uomo forte è il credente illuminato dalla parola e forte della forza stessa di Dio. Lui e destinato ad essere il signore di tutto il creato, ma questo dominio lo dobbiamo esercitare anche su noi stessi. “Il peccato è sempre accovacciato alla tua porta, il suo istinto è sempre rivolto verso di te, ma tu dominalo”. Sono parole del libro della Genesi che ci invitano ad una lotta interiore, non rivolta ad esseri esterni, ma contro noi stessi. Le tentazioni, i pensieri, le suggestioni e le voglie di fare il male emergono ogni momento dal nostro cuore e tentano di “legarci” e di trascinarci fuori dalla volontà del Signore. Si tratta della buona lotta della fede che dobbiamo vivere ogni giorno. Siamo tentati di accettare l’appagamento immediato ed egoistico mentre dobbiamo camminare sempre nella comunione con Dio e tra di noi. Naturalmente ciascuno di noi, leggendo la storia personale, può conoscere i suoi punti deboli, le negatività e le fragilità che ci segnano in modo particolare. Impariamo a chiamarle per nome, ad assumerle senza rimuoverle, ben sapendo che su questi aspetti noi dobbiamo far regnare la parola di Dio e la sua volontà. E preghiamo sempre che il Signore non ci lasci tentare oltre le nostre forze.

 

 

Il settimanale di padre Pio

 

 

Corrotti dentro

Recentemente Papa Francesco ha parlato del dramma della corruzione. Con questa parola egli intende ben di più della corruzione come la intendiamo normalmente, come un concedere privilegi agli uni a scapito di altri per ottenere benefici. Qui si tratta della corruzione del cuore, della durezza del cuore, della “sclerocardia” come diceva San Paolo.

La bestemmia contro lo Spirito Santo a cui allude Gesù in questo passaggio assomiglia proprio a questo: la durezza del cuore, l’insensibilità a guardare con coscienza onesta e aperta quello che avviene davanti i nostri occhi.

Gesù non se l’è mai presa con i lontani, con i peccatori, con i pagani, ma ha avuto sempre parole dure, come in questo caso con gli scribi, contro coloro che si pongono in un atteggiamento pregiudizialmente chiuso e ostile. Dalla durezza del cuore nasce l’incapacità di riconoscere la presenza dell’amore del Padre in Gesù di Nazaret, e quindi l’origine spirituale della sua missione.

Dalle parole di Gesù, dalle sue parabole e dai suoi atteggiamenti abbiamo intuito che la misericordia di Dio, manifestata in Lui, è senza limiti, ma proprio per questo non riconoscere in Gesù l’inviato del Padre nella forza dello Spirito Santo, taglia ogni legame con quella scala di accesso al cielo.

Il Vangelo di oggi ci invita proprio a metterci in ascolto con cuore puro degli avvenimenti che riguardano Cristo Signore. Forse tante cose abbiamo sentito dire, e tante cose di Lui pensiamo di aver capito. Ma ci siamo mai interrogati nel profondo della coscienza sulla nostra scelta di fronte alla proposta di Cristo? Ci siamo mai chiesti perché l’abbiamo scartata, o se al contrario la stiamo accogliendo per ciò che veramente è e chiede alla nostra vita, in termini di scelte concrete?

Che il nostro cuore non sia corrotto dalla comodità, dalla pigrizia, dalla non voglia di far emergere domande vere!

fra Damiano Angelucci da Fano

 

 

"Il terribile rischio di mettere noi davanti a Dio"

Ricomincia il tempo ordinario; un tempo che non è un tempo vuoto ma è il tempo in cui vivere davvero ciò che nei cosiddetti tempi forti abbiamo celebrato. La liturgia di queste domeniche ci accompagna dandoci degli imput fecondi per questo quotidiano; il colore verde dei paramenti ci dice che in questo cammino di ogni giorno siamo accompagnati da una grande speranza: tutto sarà possibile perché Gesù è con noi fino alla fine dei secoli (cf. Mt. 28,20).

La pagina di Marco che oggi è il cuore di questa liturgia è pagina complessa ma certo colma di una luce che bisogna saper individuare.

La prima cosa da dire è che qui Marco usa una sua tecnica narrativa, una tecnica che possiamo definire “a sandwich”; il paragone pare un po’ irrispettoso ma ci fa capire il modo di procedere di Marco; è un modo di narrare fatto così: ci sono due elementi simili che racchiudono al centro un alro elemento; esempio chiarissimo o è il racconto della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5) che inizia ad essere narrata, poi è interrotta dall’episodio della donna con perdite di sangue, e si conclude con il seguito del racconto della risurrezione della bambina.

Qui è lo stesso: la pagina inizia con il racconto terribile dei parenti di Gesù che si muovono per andarlo a prendere perché lo vogliono far passare per pazzo e, dopo la polemica con gli scribi, si conclude ancora con dei parenti di Gesù che vanno a cercarlo.

Il cosiddetto schema “a sandwich” rivela dove andare a cercare il cuore della narrazione e questo è dato dall’intima connessione tra cornice e centro (per esempio nel racconto della figlia di Giairo e dell’emorroissa il problema è quello dell’impurità che Gesù è venuto a prendere su di sé). Qui mi pare che lo schema voglia dirci che tutto si deve inquadrare e comprendere all’interno della relazione con Gesù. È il tipo di relazione con Gesù che salva e dona senso. Il rifiuto di una vera relazione di fiducia con Gesù è luogo abissale di morte.

La polemica tra Gesù r gli scribi contiene una di quelle parole di Gesù che sempre ha sollevato interrogativi, che sempre ha impressionato i lettori dell’Evangelo. Perché la bestemmia contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno? Che cosa è? Marco la risposta ce la dà: poiché dicevano: è posseduto da uno spirito immondo. Se l’Evangelo, come dice di continuo, è annunzio di perdono di tutte le miserie, vergogne e abiezioni dell’uomo, cosa è mai questo peccato che non può essere perdonato? Gesù qui dice che c’è una barriera che si eleva, una barriera che non sta in Dio perché il suo desiderio di perdono è infinito, una barriera che è nell’uomo e nella sua ostinazione. È l’ostinazione a vedere il bene operato da Gesù, è cogliere la via di liberazione dal male che Lui offre, conoscere lo Spirito di salvezza che Lui mette nei cuori degli uomini e, per motivi egoistici, di interesse, di autotutela del proprio potere o per gelosia, si chiama l’opera di Dio male e frutto diabolico e le proprie vie di morte luogo di bene! Il peccato contro lo Spirito Santo è di chi scarta Dio dalla propria vita sapendo di scartare Dio. È un po’ il peccato del Grande Inquisitore nel celbre racconto di Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”. Ivàn Karamàzov espone dunque al fratello Aleksej (Alëša) un racconto allegorico di sua invenzione, ambientato in Spagna ai tempi della Santa Inquisizione.

Dopo quindici secoli dalla morte, Cristo fa ritorno sulla terra. Non viene mai menzionato per nome, ma sempre chiamato indirettamente. Pur comparendo furtivamente, viene misteriosamente riconosciuto da tutti, il popolo lo riconosce e lo acclama come salvatore, tuttavia egli viene subito incarcerato per ordine del Grande Inquisitore, proprio mentre ha appena realizzato la resurrezione di una bambina di sette anni, nella bara bianca ancora aperta, pronunziando le sue uniche parole di tutta la narrazione: “Thalità kum”.

L’Inquisitore « è un vecchio di quasi novant’anni, alto e diritto, con il viso scarno e gli occhi infossati, nei quali però riluce una scintilla di fuoco…»

È lo stesso Inquisitore a fare arrestare Gesù e subito dopo a recarsi presso di lui nella prigione in cui è stato rinchiuso esordendo con queste parole:

« “Sei tu? Sei tu?” Non Ricevendo risposta, aggiunge rapido: “Non Rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia ne voglio sapere se sia proprio lui o se gli somigli, ma domani ti condannerò ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici…” » È cecità voluta e cosciente, è una menzogna professata sapendo di professare una menzogna, è dire che il giudizio di Dio è errato e il proprio è quello giusto, è dire che il male è bene e che il bene è male; già Isaia (5,20) aveva condannato con veemenza atteggiamenti come questi. Questa polemica, con queste parole durissime di Gesù, come dicevo, è racchiusa tra due scene in cui appaiono dei parenti di Gesù … se nella prima si dice semplicemente che “i suoi” volevano andare a catturarlo perché lo dicevano fuori di sé, nella seconda si dice che a Gesù viene annunziata la visita di sua madre e dei suoi fratelli; Gesù reagisce con fastidio a questa richiesta di incontrare la madre e i fratelli: Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Ancora parole dure, parole che certo devono aver colpito Maria e il suo amore materno; parole in cui però Gesù desidera delineare l’identità della “vera parentela” con Lui e lo fa con estrema chiarezza: Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre. Non bastano titoli di appartenenza, fossero anche di sangue, quello che conta è che tipo di relazione si è instaurata con Lui; è una relazione che passa per la stessa via che Lui persegue? Passa per la via del fare la volontà di Dio? Notiamo che qui Gesù usa il verbo greco “poièo” che ha in sé l’idea di qualcosa di molto fattuale, concreto, di qualcosa da produrre costruendolo, plasmandolo; qualcosa, direi, che si fa “artigianalmente”, sporcandosi le mani! Insomma la vera pietra di paragone è la vita! La parola che Gesù pronunzia – come dicevo – deve aver colpito Maria nella sua maternità carnale ma che certo anche a lei ha insegnato qualcosa … Maria comprende ancora più che ciò che più è importante per lei non è l’averlo generato nella carne ma l’essere sua discepola, il mettersi davvero sulle sue orme … e Maria lo farà fino alla croce … lì ancora farà la volontà del Padre. Una pagina dura dunque questa, una pagina colma di rifiuti e aggressioni, colma dell’incomprensione e dell’ostilità della gente … una pagina in cui Gesù ci fa cogliere che solo nella piena e vera accoglienza di Lui e della sua parola si può fuggire il terribile rischio di mettere noi davanti a Dio, le nostre idee e i nostri desideri davanti all’Evangelo! Solo se si vive in un ascolto mite e obbediente si riesce a cogliere come Lui sia vera libertà da ogni potere demoniaco che vuole inchiodare l’uomo su se stesso e sulle vie meschine dei propri orizzonti ristretti!

padre Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

«Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre»

«Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano».

Il passo evangelico ha suscitato, sin dall’antichità, vivaci discussioni e perplessità. Come ha potuto Gesù rivolgersi con parole così nette e decise, quasi scortesi, a sua Madre? Occorre anzitutto dire che nel vangelo di Marco, il più antico scritto intorno al 70, questo è l’unico passo in cui si parla della Madre di Gesù.

Ovviamente se nel Vangelo leggiamo questo ciò fa supporre che si tratti di qualcosa di essenziale sia per quanto riguarda il mistero di Crist, e anche per quanto riguarda il mistero della Madre. L'evangelista Marco con questa sottolineatura sembra voler dare priorità al primato dell'obbedienza a Dio attraverso l’accoglienza di Cristo. E questo deve vale proprio per tutti, anche per la madre.

A tal proposito vale la pena ricordare che scopo privilegiato del vangelo di Marco è quello di presentare l’identità di Gesù come Figlio di Dio e Messia ed è destinato a coloro che compiono il cammino catecumenale. 

Ciò premesso, l’ultima parte della pericope evangelica della X domenica per annum narra che giunsero alla casa dove si trovava Gesù alcuni parenti. Con loro c’era anche la Madre. Probabilmente venivano da Nazaret che distava da Cafarnao 40 km. Gesù infatti si trovava presso la casa di Pietro. La madre, i fratelli e le sorelle del Giovane Rabbi di Nazaret si fermarono “fuori” e lo mandarono a chiamare. Anche loro volevano incontrare Gesù. E i discepoli trasmisero tutto questo al Maestro: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 

La risposta di Gesù fu umanamente destabilizzante: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Ma contrariamente alla percezione linguistica e semantica, il linguaggio di Gesù non è escludente: egli, infatti, intende aprire a chiunque lo segua e crede in Lui un nuovo e imprevisto orizzonte di comunione e di familiarità, che va oltre i vincoli del sangue e di parentela.

E il Maestro suffragò il suo dire con una espressione cinestetica: girò «lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno». Con tale gesto egli rilevò la distinzione della nuova grande famiglia da quella segnata solo dai legami di sangue. Egli non ha inteso sminuire questi vincoli naturali voluti da Dio, e quindi buoni e necessari, ma ne presentò altri che sono altrettanto importanti e decisivi per la salvezza: quelli che derivano dalla fede in Lui, dall’ascolto della sua Parola di verità e di vita, dal compiere come lui la volontà del Padre suo.

La condizione per far parte della nuova famiglia di Gesù di Nazaret è chiara: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». 

L’obbedienza alla volontà di Dio non dà all’uomo soltanto il suo vero valore, ma stabilisce anche una parentela spirituale con Gesù che sorpassa di gran lunga i vincoli creati dalla carne e dal sangue, e più in generale tutti quei fattori che creano una unione secondo un ordine puramente terreno.

Dentro questo contesto Maria stessa, la mamma di Gesù si colloca in rapporto al Figlio non in qualità di madre dal punto di vista fisico, ma primariamente come perfetta discepola dentro la sua nuova famiglia. Cristo non ha imposto a Maria di rifiutare i propri legami di sangue, ma le ha indicato un nuovo modo di porsi in comunione con lui. Ella, facendo la volontà del Padre, si colloca pienamente dentro la nuova famiglia del Figlio, come sorella e madre.

Scrive a questo proposito ancora sant’Agostino: «Fratelli miei, ponete attenzione, ve ne scongiuro, a ciò che dice Cristo Signore stendendo la mano verso i suoi discepoli: “Questa è mia madre, questi i miei fratelli. Chi fa la volontà del Padre, che mi ha mandato, mi è fratello, sorella e madre”. Non fece forse la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale per fede credette, per fede concepì, fu scelta perché da lei venisse a noi la salvezza, fu creata da Cristo, prima che Cristo fosse fatto nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo. Vale di più, cioè c’è più felicità essere stata discepola anziché madre di Cristo» (Serm. 72).

Dunque l’elemento determinante su cui Gesù ha fatto leva in questo episodio sta nell’ascoltare la Parola di Dio e credere in essa, compiendola secondo la volontà del Padre. Questo è ciò che unisce veramente a Gesù e fa di ogni persona un suo fratello, sorella e madre. Dunque la sua vera famiglia.

In tal modo Gesù ha sottomesso la parentela alle esigenze del Regno, ossia alla precedenza assoluta data a questa realtà su tutte le altre.

Nell’enciclica “Deus caritas est” il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto: «In quanto credente che nella fede pensa con i pensieri di Dio e vuole con la volontà di Dio, Maria non può essere che una donna che ama ... Lo vediamo nell’umiltà con cui accetta di essere trascurata nel periodo della vita pubblica di Gesù, sapendo che il Figlio deve fondare una nuova famiglia e che l’ora della Madre arriverà soltanto nel momento della croce, che sarà la vera ora di Gesù». (41)

La grande domanda che emerge dal brano evangelico, Gesù la proporrebbe oggi con queste parole: «Chi sono mia madre e i miei fratelli?».

Si tratta, ovviamente, di una domanda retorica, in quanto l’orientamento è già stato dato dal Maestro: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». L’atteggiamento del vero discepolo è questo: compiere unicamente la volontà del Padre. Dal momento che Gesù ha scelto di realizzare il progetto del Padre, si può essere legati a lui solo se si vive in questa dimensione di obbedienza al Padre: il legame con Gesù non è questione di sangue, ma di relazione con Dio. Chi fa la volontà del Padre è tra coloro che sono seduti intorno a Gesù, chi, invece, non ascolta e non mette in pratica la parola rimane fuori, è un estraneo.

Si è di Cristo quando si decide di vivere facendo la volontà di Dio. E si è estranei quando si decide di seguire altre volontà, fosse anche la propria. È questa a cifra essenziale del nostro legame con Cristo.

Per conoscere la volontà di Dio occorre tornare all'ascolto della Parola: ogni giorno un piccolo brano del Vangelo e soffermarsi su quella frase, ripetendola lentamente, in modo che scenda in fondo al cuore … Quella Parola comincerà a orientare le nostre scelte, a dare un senso alle nostre azioni, facendo di noi "familiari" del Signore Gesù.

In questo senso dovremmo imparare a divenire discepoli alla maniera di Maria, la più perfetta tra tutti i discepoli, l’immagine più nitida di ogni credente.

 

 

«Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno»

Riprende il tempo ordinario dell’anno liturgico. Esso è diviso in due periodi:

—    dal giorno seguente la celebrazione della festa del Battesimo di Gesù fino al Mercoledì delle ceneri;

—    dal giorno dopo la Pentecoste fino ai primi vespri dell'Avvento.

Il Tempo Ordinario rappresenta il pellegrinaggio del cristiano verso la meta finale. Questo ci aiuta ad assimilare e meditare i misteri della vita di Gesù attraverso la lettura progressiva e quasi continua che ogni domenica si fa della sua Parola. È per questo che i vangeli del tempo ordinario riprendono volta per volta ciascuno degli Scritti Sinottici per meditare la vita di Cristo e il suo messaggio, alla luce di ciascuno degli evangelisti e nella loro propria prospettiva. Nello scorrere della vita di ogni giorno il cristiano è invitato a verificare la sua esistenza sulla parola di Dio. Nella prima parte del Tempo Ordinario ogni battezzato è chiamato a rispondere all'invito del Signore Gesù "Vieni e segui me!"; nella seconda parte e a scoprire che cosa vuole Dio da lui.

A ben vedere il tempo per annum è il tempo per eccellenza della sequela e del discepolato, sulle orme di Gesù verso il compimento della storia. Il Tempo Ordinario è così definito non nel senso che si tratti di un tempo di scarsa importanza, ma inteso come il tempo in cui si ricorda la missione ordinaria del Signore, esclusi i grandi misteri come l’Incarnazione del Figlio di Dio preceduto dall’Avvento, il Mistero pasquale, preceduto dal tempo forte della Quaresima. Il Tempo Ordinario ha una sua personalità propria, una specifica valenza liturgica, riferita sempre – come del resto gli altri periodi dell’Anno liturgico – al mistero di Cristo e alla vita della Chiesa.

Il Tempo Ordinario non è segnato da grandi feste, ma scorre regolare, ritmato soltanto dalla festa settimanale della domenica come celebrazione della Pasqua settimanale. La domenica, infatti, «festa primordiale» dei cristiani (SC 106), nasce il mattino del giorno della risurrezione, il primo giorno dopo il sabato e occupa un suo ruolo fondamentale durante tutto l’anno liturgico. Il Tempo “durante l’anno” è il tempo in cui la vita nello Spirito è destinata ad approfondirsi, a concretizzarsi, al fine di condurre i cristiani ad una esistenza matura e consapevole. È il tempo della assimilazione dei doni dello Spirito e della crescita da essi provocata.

Il brano evangelico di questa domenica non è un brano unitario: procede, infatti, secondo la modalità tipica in Marco, che assai spesso inserisce in un racconto una seconda narrazione. È da dire, inoltre, che la parola di Gesù che ascolteremo non è solo dura da accettare, ma è altresì difficile da comprendere.

Fisseremo la nostra meditazione su una affermazione del Giovane Rabbi di Nazaret che è di difficile comprensione e suscita legittimi interrogativi.

Nel Vangelo si parla di un peccato imperdonabile: «Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna».  È un tema antico, ma altrettanto misterioso. Sembra, addirittura, che si tratti di un peccato a cui sembra che anche Dio ponga un limite alla sua infinita misericordia. Cos’è davvero il peccato contro lo Spirito Santo? S. Agostino davanti a questo passo evangelico commentava: “Grande è l’oscurità di questo problema. Perciò chiediamo a Dio la luce per esporlo. Confesso alla vostra carità che in tutte le Sante Scritture non c’è forse un problema più grave e più difficile”.

Accostiamo il tema con gradualità: la bestemmia non perdonabile è quella

―     di non volere riconoscere che in Gesù abita lo Spirito Santo che gli fa vincere i demoni.

―     di un rifiuto contro l’azione di Dio in Gesù, attribuendone l’origine a satana. Un insulto alla potenza di Dio, un      peccato contro lo Spirito Santo che opera in Gesù dal Battesimo in poi.

Cerchiamo di comprendere bene. Non è che la capacità di perdono di Dio si esaurisca in un certo momento di fronte al grande male dell'uomo. È che "il peccato contro lo Spirito" consiste proprio nel rigettare il perdono e la salvezza che ci viene offerto. Il peccato degli scribi fu proprio quello di aver rifiutato la salvezza offerta loro in Gesù che, addirittura, hanno respinta, vedendo in essa un'azione satanica.

Pertanto, con l’espressione «bestemmia contro lo Spirito» non s’intende l’atto di dire alcune parole contro lo Spirito Santo, né di fare azioni particolari, ma piuttosto un atteggiamento interiore di opposizione allo Spirito. Ora lo Spirito Santo è il dono dell’amore misericordioso del Padre ed è lui che rivela la verità salvifica di Gesù nostro unico Salvatore. Quando lo spirito umano assume una posizione contraria all’amore del Padre e alla verità di Cristo, esso cade nella bestemmia contro lo Spirito Santo e commette un peccato imperdonabile.

Ora la bestemmia contro lo Spirito Santo è il peccato commesso dall'uomo che rivendica un preteso "diritto a perseverare nel male" e quindi respinge il Cristo della Redenzione rimanendo nel proprio peccato, rendendo impossibile per lui la conversione e, di conseguenza, anche la remissione dei suoi peccati. Questa è una condizione di rovina spirituale, poiché la bestemmia contro lo Spirito Santo non consente all'uomo di aprirsi alle fonti divine della purificazione della coscienza e della remissione dei peccati.

Nel linguaggio biblico la bestemmia contro lo Spirito Santo è attribuire, per ostinazione, a Satana ciò che invece viene da Dio. È fraintendere l’amore con il male. Questa presa di posizione pregiudica in modo radicale la propria esistenza e la rende un fallimento: è un errore fatale.

In sintesi: "peccare contro lo Spirito" è non sentire alcun bisogno di salvezza. Non accettare nessun salvatore. Non mettersi sulla via della salvezza.

È questa la sentenza di Gesù: chi lo rifiuta non vuole aprire gli occhi alla verità della sua predicazione e dei fatti che ha operato. Anzi, trasforma la verità del Giovane Rabbi di Nazaret in opera del maligno e pregiudicandosi in modo radicale l’accesso al regno del Padre.

La bestemmia contro lo Spirito nega e/o rifiuta l’amore di Dio e chiude l’uomo nella durezza del proprio cuore. Per questa ragione non è perdonabile. Non per difetto della misericordia di Dio, ma perché l’uomo si rende irraggiungibile e inafferrabile dal perdono e dalla misericordia divini con il suo rifiuto.

A ben vedere la radice del peccato contro lo Spirito Santo è nell’uomo e non certo nell’incapacità divina di perdonare. Questo grave peccato consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la tenerezza, la misericordia e la bontà di Dio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, afferma: «La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna» (CCC 1864).

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente: 

— negare l’amore e la misericordia di Dio,

— rifiuto della forza riconciliatrice di Dio che si rivela nell'azione di Gesù che supera ogni male.

— non riconoscere che Dio in Gesù è grazia e perdono,

— rifiutare ostinatamente la salvezza operata con la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.

— rifiuto radicale di convertirsi. Che è il rifiuto di andare alle fonti della Redenzione, che rimangono "sempre" aperte nell'economia della salvezza, nella quale si realizza la missione dello Spirito Santo.

Ecco perché questo è l’unico peccato che «non avrà perdono in eterno». Chi lo commette «sarà reo di colpa eterna».

O Padre, che hai mandato il tuo Figlio

a liberarci dalla schiavitù di satana,

sostienici con le armi della fede,

perché nel combattimento quotidiano contro il maligno

partecipiamo alla vittoria pasquale del Cristo.

mons.Tommaso Stenico

 

 

"Se Cristo viene confuso con Satana"

Nella liturgia della parola di questa domenica possiamo forse incontrare qualche difficoltà nel cogliere il collegamento, di solito abbastanza evidente, fra prima lettura (Gn. 3,9-15) e brano evangelico (Mc. 3,20-35). Quest’ultimo contiene già di per sé alcuni elementi che possono lasciarci perplessi e che testimoniano un momento assai delicato vissuto da Cristo: da una parte il fulmineo e crescente successo della sua predicazione con i segni da lui operati, dall’altra la preoccupazione dei familiari che lo reputano addirittura folle.

Perché un giudizio così estremo, solo perché non si riesce a comprendere questa improvvisa virata di Cristo che da una vita oscura e nascosta lo porta impetuosamente alla ribalta? Soprattutto perché, da parte degli scribi, questo giudizio così negativo, messo di Beelzebul, pur riconoscendo i prodigi da lui compiuti? Vi è la presenza misteriosa della madre che, almeno a prima vista, si pone con Cristo in una situazione abbastanza conflittuale (di solito nella predicazione ci si premura di rassicurare che non è così, che Maria è veramente madre proprio in quanto discepola e via dicendo, ma non si può negare che almeno all’inizio la situazione sia alquanto tesa).

Potremmo dire che si tratta di uno scontro ideologicamente determinato, ovvero che la realtà viene giudicata secondo categorie preconcette, chiudendosi anche solo all’ipotesi che essa invece apra a una vera novità: al fatto che il regno del maligno ha i giorni contati e non per implosione interna (da questo punto di vista Satana è tutt’altro che stupido) ma per una parola potente che ha preso dimora in mezzo a noi e si rivela in Cristo (cf. Gv. 1,14).

Allora questo potrebbe essere il collegamento da ricercare con la prima lettura, che ci riporta al tempo degli inizi: il combattimento fra la stirpe della donna e quella del serpente, punto che accomuna questi due brani, combattimento da sempre visto come già determinato fin dall’inizio (nello scontro fra testa e calcagno non c’è storia, il serpente non ha alcuna possibilità), che però è un confronto subdolo, non una battaglia campale, su spazi aperti. E’ un sottile gioco di spie, con agenti coperti e infiltrati, con un sapiente utilizzo, diremmo oggi, di fake-news.

Cos’è l’insinuare degli scribi contro Cristo, dipinto come un agente di Satana sotto copertura, se non un tentativo di distogliere dal fatto che i custodi dell’ortodossia o supposta tale, sono proprio loro bestemmiatori imperdonabili, incapaci di accogliere l’operato dello Spirito che si manifesta nella sua evidenza nell’annunzio evangelico? In questo senso si trovano essi stessi di fatto collaboratori dell’avversario, rivestendo il ruolo di complici che volevano cucire addosso a Cristo. E’ il dramma di chi «confida in se stesso e si compiace delle sue parole» (cf. Sl. 48,14) mentre l’apertura allo Spirito operante in Cristo porta il credente a guardare con veracità a ogni aspetto della propria vita, perfino al proprio logorio quotidiano, come al rinnovarsi dell’esistenza a un più profondo livello (cf. 2Cor. 4,13-5,1; 2° lettura).

Mi immagino (ma questa è solo una mia fantasia che riporto per quel che può valere) Maria lì presente, forse tirata in ballo da qualche familiare, forse non troppo convinta, che comunque in quel momento ridice il suo sì al quel figlio strano, fuori delle regole, come fuor delle regole era stata la sua nascita e si decide nuovamente e definitivamente per lui.

don Enzo Pacini

 

 

"La vera famiglia di Cristo, dove la terra diventa Cielo"

La vera famiglia di Cristo.

Il Vangelo, che la Liturgia della Chiesa propone oggi, ci ricorda che la volontà di Dio è volontà d’amore, di giustizia e di verità. E’ la volontà di un Padre che, con i suoi comandamenti, ci indica la strada della vita vera, lieta ed eterna.

Con la loro disobbedienza a Dio che li aveva creati, Adamo ed Eva hanno separato la volontà umana da quella divina, con la sua obbedienza Gesù ha riconciliato queste due volontà, realizzando il desiderio di Adamo e di tutti noi di essere completamente liberi e di abitare il cielo.

Per continuare l’opera di liberazione di Cristo, dobbiamo obbedirgli, dicendo il “Padre nostro che sei nei cieli … sia fatta la tua volontà come cielo così in terra” perché così riconosciamo che è nel ‘cielo’, il “luogo” dove si fa la volontà di Dio; facendo la volontà di Dio, cioè osservando i comandamenti, perché in questo faremo diventare la ‘terra’ ‘cielo’, cioè, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina; seguendo la volontà di Dio ogni giorno e prendendo su di noi la nostra croce quotidiana, grazie alla quale diventeremo dei “Cristofori”, parola di origine greca che vuol dire portatori di Cristo.

Grazie a questa obbedienza d’amore non solamente vivremo una sempre più grande familiarità, portando con Cristo la nostra ‘terra’ nel ‘cielo’, ma saremo veri membri della sua famiglia.

Ciò che fa essere la “vera” famiglia di Cristo è la consonanza con Lui nel compiere “la volontà del Padre”. Mettendoci in questa sintonia, diveniamo “consanguinei con Cristo” nello Spirito. Non ci sono altre modalità per essere suoi famigliari. Il fare la volontà del Padre che è nei cieli è l’elemento decisivo che ci colloca “dentro” la vera famiglia del Redentore: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli” (Mt. 7,21).

Se ciò vale per i discepoli di Cristo, vale in modo eminente per la Madonna. A questo riguardo, nel Sermone 72, Sant’Agostino si chiedeva: “Non fece forse la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale per fede credette, per fede concepì, fu scelta perché da lei venisse a noi la salvezza, fu creata da Cristo, prima che Cristo fosse fatto nel suo seno?”. La Madonna fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò fu madre di Cristo e la sua più alta discepola.

Guardiamo con riconoscenza all’obbedienza della Vergine Madre, al suo sì, pronunciato non solo al momento dell’annunciazione ma incessantemente ripetuto fino ai piedi della croce, e chiediamole la forza di “fare” anche noi, come “fece” lei, la volontà di Dio, di cui sperimenteremo l’ amore e la fedeltà. Questa obbedienza è possibile per la spinta dello Spirito di Cristo, che invochiamo per intercessione della Vergine: “Vieni, o Spirito santo, vieni per Maria, e dà a noi un cuore grande, aperto alla tua silenziosa e potente parola ispiratrice, e chiuso a ogni meschina ambizione, un cuore grande e forte ad amare tutti, a tutti servire, con tutti soffrire, un cuore grande, forte, felice di palpitare solamente col cuore di Dio” (B. Paolo VI).

Imitare la Madre nel fare la volontà del Padre.

Alle parole di Cristo: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” … “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mt. 3, 33-35), oggi come duemila anni fa, possiamo reagire con il cosiddetto buon senso e pensare che Cristo stesse offendendo i suoi parenti e, soprattutto sua madre. Così facendo, sbaglieremmo perché giudicheremmo Cristo a partire dalla nostra piccola misura umana. Gesù non sconfessa la Madre per servire il Padre. Cristo insegna che Maria era sua Madre in quanto aveva fatto e faceva la volontà del Padre. “E’ questo che il Signore volle esaltare in lei: di aver fatto la volontà del Padre, non di aver generato dalla sua carne la carne del Verbo” (Sant’Agostino, In Io. Evang. tract., 10,3 - PL 35,1468).

Per la Vergine Madre – e in questo dobbiamo imitarla - fare la volontà di Dio non fu sentire i comandamenti come costrizione esteriore, con la conseguenza di avere un rapporto servile con Dio e “legalista” con la sua parola. Per lei fare la volontà di Dio è stato dire di sì all’amore e dare carne a questo Amore redentivo.

Rinnovando il suo sì (fiat) a Dio, la Madonna ha fatto sì che nel suo cuore dimorasse l’amore, che è il “pieno compimento della legge” (Rm. 13,10) ed è diventata la madre e l’apostola dell’Amore, che vuole il nostro bene.

Facciamo altrettanto. Se vivremo come Maria vivremo Gesù.

In estrema sintesi: fare la volontà di Dio significa “vivere Gesù, di Gesù e come Gesù”, cioè vivere quel rapporto d’amore col Padre che si attua nel fare la volontà sua: figli nel Figlio.

Ciò facendo capiremo che l'unica volontà di Dio che dobbiamo fare è di amare.

Come amare poi, nelle circostanze concrete della vita, lo dobbiamo scoprire con il discernimento. Dunque dobbiamo saper cercare e discernere la volontà di Dio. A questo proposito, l’Apostolo Paolo raccomanda: “Non conformatevi alla volontà di questo secolo, ma trasformatevi..., per poter discernere la volontà di Dio” (Rm. 12,2).

Essa si scopre momento per momento con l'ascolto e la docilità alla voce dello Spirito dentro di noi: “Camminate secondo [cioè sotto l'impulso del]lo Spirito”, scrive ancora l’Apostolo delle Genti (Gal. 5, 16). Perciò è necessario affinare la sensibilità soprannaturale, l’“istinto” evangelico che lo Spirito ci ha dato e che si sviluppa solo esercitandolo.

Per ottenere questa sensibilità alla voce dello Spirito, San Paolo ritiene necessarie ancora due cose.

La prima è l’inserimento e il progresso nella vita di reciproco amore entro la vita della Chiesa che si manifesta nella comunità diocesana, parrocchiale o religiosa: “Prego [Dio] che la vostra carità [= amore cristiano vissuto nella comunità] si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio” (Fil. 1,9-10).

La seconda è la preghiera, perché la conoscenza della volontà di Dio è anche un dono: “Non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate una piena conoscenza della sua volontà” (Col. 1,9).

3) L’esempio delle Vergini consacrate.

Un esempio speciale di come si possa fare la volontà del Padre ci viene dalle Vergini consacrate, che con una vita totalmente donata a Cristo Sposo fanno la volontà di Dio offrendoGli non solo quello che hanno, ma quello che sono. Con il “propositum” dell’ obbedienza hanno interamente donato il cuore a Dio, con quello della castità gli hanno offerto il corpo, con quello della povertà il loro beni per metterli a servizio dell’amore di Dio e del prossimo. A questi tre bracci della croce spirituale (obbedienza, castità e povertà) aggiungo quello dell’umiltà.

L’umiltà non gode – al giorno d’oggi e, forse non ha mai goduto – di una grande stima, ma le Vergini consacrate nel mondo sanno che questa virtù rende fecondo il lavoro nella vigna di Dio. Umiltà viene dalla parola latina humilitas, che ha a che fare con humus (terra), cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Queste donne, che si sono donate completamente a Dio, vivono da persone umili perché vivendo in Lui e per Lui ascoltano umilmente Cristo, la Parola di Dio, e tendono ad avere gli stessi sentimenti del loro Sposo (“Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” – Fil. 2,5), da loro amato. E come diceva Sant’Agostino: “Non c’è carità senza umiltà” (Prologo del Commento alla Lettera di San Giovani) e in altro libro scrive: “Custode della verginità è la carità, la casa dove abita questo custode e l’umiltà” (Sulla Santa virginità, 51, 52).

La vocazione a vivere la verginità consacrata come dono completo di sé a Cristo e segno della Chiesa Sposa si esplicita nel loro affidarsi senza riserve all’amore del loro Sposo, all’intensità della comunione con Lui, all’umile carità che si fa servizio disinteressato alla Chiesa e testimonianza luminosa di fede, speranza e carità, nel contesto della vita ordinaria. Come chiede il Rito della loro consacrazione (cf. nn. 14-18) ogni vergine appartenente all’Ordo si impegna costantemente ed ha presente che la preghiera non è solo personale, generosa risposta alla voce dello Sposo e umile richiesta di aiuto per mantenersi fedele al santo proposito e al dono ricevuto, ma è intima partecipazione alla vita del corpo mistico di Cristo, intercessione instancabile per la Chiesa e per il mondo.

Lettura patristica

Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430) - Sermo 25, 3.7

Legame di sangue e legame di spirito di Maria con Gesù

Il brano che ho qui proposto ha molti nodi. Come ha potuto il Signore Gesù Cristo con tutta la sua pietà tenere a distanza sua madre, la Vergine madre, alla quale egli stesso diede tale fecondità che non ne distruggesse la verginità, Vergine nel concepire, Vergine nel partorire, Vergine sempre-Vergine. Una tal madre egli tenne a distanza, perché il materno amore non si insinuasse nell’opera ch’egli faceva e gli fosse d’impedimento. Che cosa, infatti, faceva? Parlava ai popoli, distruggeva i vecchi uomini, edificava i nuovi, liberava le anime, scioglieva gl’incatenati, illuminava i ciechi, faceva il bene, s’impegnava al bene in opere e parole. Mentre era impegnato in queste cose gli fu portato il messaggio del suo legame con la madre. Avete sentito la sua risposta; non ho bisogno di ripeterla. La ritengano le madri, perché non sian d’ostacolo alle opere buone dei figli. Se cercheranno d’impedirli e faranno dei guasti, saranno allontanate dai figli. Oso dire: Saranno allontanate, per rispetto saranno allontanate. E non dovrà essere tenuta a distanza dal figlio intento a un’opera buona, una madre irata, sia sposata o vedova, quando la Vergine Maria fu tenuta a distanza? Forse mi dirai: Vuoi paragonare mio figlio a Cristo? Non paragono tuo figlio a Cristo, ma neanche te a Maria. Non condannò il Signore Gesù l’affetto materno, ma il suo esempio dimostrò che, per l’opera di Dio, anche una madre dev’essere tenuta a distanza...

State più attenti, fratelli miei carissimi a ciò che dice il Signore, stendendo le mani verso i suoi discepoli: "Questa è mia madre, questi i miei fratelli. Chi fa la volontà del Padre, che mi ha mandato, mi è fratello, sorella e madre" (Mt. 12,49-50). Non fece forse la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale per fede credette, per fede concepì, fu scelta perché da lei venisse a noi la salvezza, fu creata da Cristo, prima che Cristo fosse fatto? Fece, fece certamente la santa Maria la volontà del Padre ed essa è più discepola che madre di Cristo. C’è più felicità ad essere discepola che madre di Cristo. Perciò Maria era beata, perché, anche prima che lo concepisse, portava il maestro nel suo seno. Vedi se non è come dico io. Mentre Gesù passava tra turbe di gente e faceva miracoli divini, una certa donna disse: "Beato il ventre che t’ha portato!" E il Signore, perché non si cercasse la felicità in un rapporto di carne, che cosa rispose? "Anzi, beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la tengono ben custodita" (Lc. 11,27-28). Anche Maria beata, allora, perché ascoltò e conservò la parola di Dio. Maria custodì più Cristo con la mente, che non ne abbia tenuto la carne nel seno.

monsignor Francesco Follo

 

 

"Satana é finito"

La prima cosa che in questo racconto richiama l’attenzione è che le relazioni di Gesù con la sua famiglia non sono state facili. In questo brano a noi viene detto che i familiari di Gesù lo consideravano pazzo; più avanti, in Mc 6,1-6, siamo informati del fatto che i parenti più vicini di Gesù non credevano in lui. Anzi, il vangelo di Luca (4,28-29) arriva a dire pubblicamente che nella sua città (Nazareth) volevano uccidere Gesù gettandolo attraverso la gola di un burrone. Come è difficile e complicato comprendere Gesù! È duro accettare il suo messaggio ed il suo progetto di vita.

Ma è frequente nella vita che coloro che non comprendono le esigenze del Vangelo, invece di comprendere ed accettare la propria incomprensione, sono soliti insultare i profeti di Dio e l’«immagine di Dio» che è Gesù. Arrivando a dire che anche Gesù non porta la salvezza né la soluzione di cui ha bisogno questo mondo, ma in realtà porta il demonio che ci rende tutti indemoniati. Questo comporta una menzogna ed una contraddizione senza capo né coda.

Nel messaggio di Gesù la relazione umana e fraterna tra i discepoli – se questa relazione è veramente umana e forte – ha un potere che sta al di sopra anche delle relazioni più importanti di famiglia. Quando siamo disposti a questo, cioè quando mettiamo veramente Gesù al centro delle nostre vite, ha più potere ed è più decisivo dell’amore ad una madre o ad alcuni fratelli. Questo è fondamentale per iniziare a comprendere la vita e l’insegnamento di Gesù.

padre José María Castillo

 

 

Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci ricorda che “Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi”.

Qualche volta ci accorgiamo di vivere come se avessimo diverse facce: siamo in famiglia in un certo modo, al lavoro in un altro, con gli amici un altro ancora…e, oggi, anche con una o più identità nel mondo virtuale. Questo ci rende divisi, frammentati, crea in qualche caso una vera crisi d’identità. Chi sono veramente io?

E’ con l’incontro con Cristo che si ricompone in noi un’identità, un’unità profonda: scopriamo che il Signore ci ha creati per una missione meravigliosa, ci accorgiamo che la nostra vita è preziosa, che non abbiamo più di metterci delle maschere, perché Dio ci ama così come siamo. E ritroviamo finalmente noi stessi.

Per questo Gesù nel Vangelo è poi molto duro con chi dubita di quest’opera di unità che sperimenta chi accoglie Cristo nella sua vita: il peccato più grave, dice Gesù, è quello di “dubitare di quest’opera dello Spirito Santo”.

E’ il peccato di chi non permette al Signore di poter agire nella propria vita, come fanno gli scribi, per continuare nelle sue vie contorte.

Non è questione di forme o di “cariche”, di facciate. Ma di fatti.

Solo «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre», ci ricorda Gesù.

don Antonio Interguglielmi

 

 

Uomini in cerca di Gesù

Immaginiamo la scena: una casa della Galilea dove Gesù è ospitato, e attorno a lui si ammassano tutte quelle persone che hanno già ascoltato i suoi insegnamenti e visto le guarigioni di tanti infermi. O hanno sentito raccontare da altri.

• Quel giorno si trovano attorno a Gesù:

gli apostoli, che da poco tempo ha scelto, e ora lo seguono dappertutto;

la folla, accorsa dalle città e paesi di Galilea in gran numero;

i soliti scribi sospettosi, arrivati da lontano, da Gerusalemme;

e un gruppetto di persone che non ci aspetteremmo, e che l’evangelista ha indicato come «i suoi». Cioè i parenti di Gesù, secondo le genealogie umane.

E a un certo punto, racconta l’evangelista, si intravede in disparte anche la sua mamma, Maria santissima.

Ognuna di quelle persone era lì da Gesù per propri motivi particolari.

Gli apostoli, scelti da lui, già avevano deciso di seguirlo.

Gli scribi avevano ricevuto dai loro capi il compito di studiare Gesù con attenzione, di valutarne le idee, verificare fino a che punto fossero pericolose.

Le folle risultavano quanto mai composite: molti erano solo curiosi di vedere e sentire. Ma c’erano anche individui spiritualmente inquieti, di buona volontà, interessati a capire ed eventualmente disposti a seguire il nuovo maestro.

Così Gesù si trova come immerso e frastornato in quel bagno di folla che lo travolge, e non gli lascia neppure prendere cibo. E che cosa accadrà, in tutto quell’affaccendarsi di tante persone?

I «suoi», cioè i parenti venuti da Nazaret, devono aver ricevuto notizie allarmanti a suo riguardo, al punto che pensano: «È fuori di sé». E temono per lui. Sono accorsi spinti dalla voce del sangue, con buone intenzioni. Vorrebbero aiutarlo, difenderlo dall’abbraccio stritolante di quella folla.

Gli scribi stanno giudicando Gesù nel peggiore dei modi. Dicono: «È posseduto da Beelzebùl, e scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni». Beelzebùl era uno dei tanti nomi con cui veniva designato il diavolo. Quell’antica parola di per sé significa «Signore delle mosche», o peggio «Signore del letame». (Tra parentesi: “Signore delle mosche” oggi è il titolo di un romanzo di successo. Chi avesse letto il romanzo sa che non è affatto un complimento, quello che gli scribi rivolgono a Gesù chiamandolo in quel modo).

Per noi è difficile capire perché gli scribi danno quel nome, Beelzebùl, a Gesù. Non fosse altro, perché dai racconti degli evangelisti risulta che con una certa frequenza Gesù liberava degli indemoniati dalla soggezione al maligno. In più, la gente allora aveva idee piuttosto rozze riguardo alle infermità: non pensava – come noi oggi – che le malattie fossero l’effetto di virus e microbi, o la degenerazione di tessuti o di organi vitali. Tutti pensavano che le malattie fossero provocate tutte da qualche spirito cattivo. Anche gli scribi accorsi da Gerusalemme, pur essendo uomini di cultura, erano portati a vedere demoni dappertutto. E ritenevano Beelzebùl il loro capo.

Perciò arrivarono alla conclusione: se Gesù guarisce tante infermità, è di sicuro perché tra lui e Beelzebùl ci dev’essere una certa qual connivenza, una specie di alleanza, qualche patto segreto. Insomma, ritengono che Gesù «scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni».

Da questo quadro risulta chiaro che per la gente di Palestina era difficile capire chi fosse realmente Gesù. Di fatto ognuno lo giudicava a modo suo, secondo le proprie convinzioni, i pregiudizi, e magari secondo i propri interessi.

I più a posto erano di sicuro gli apostoli. Pieni di meraviglia, sentivano Gesù loro amico, e cominciavano a volergli bene.

La folla invece era mossa soprattutto da curiosità per i prodigi che operava.

Il parentado di Gesù per parte sua sarebbe stato felice di riportare nel proprio ambito quel personaggio (tutto sommato, uno dei loro) che d’improvviso era diventato tanto famoso.

Quanto agli scribi, ormai vedevano in Gesù solo un nemico, che diffondeva dottrine pericolose per la nazione. E per di più metteva a nudo le loro ipocrisie.

Ma Gesù non poteva accettare questi giudizi contraddittori sul suo conto, e cercò di aiutare un po’ tutti ad aprire gli occhi. Per prima cosa, dice l’evangelista Marco, chiamò gli scribi a parte e spiegò loro che se Satana scaccia Satana, si dà la zappa sui piedi. Il suo regno risulta diviso, non può reggere a lungo, e finirà per crollare. Gesù spiega che per avere ragione di Satana occorre essere più forti di lui. Che se lui scaccia gli spiriti immondi, è perché è mosso dallo Spirito di Dio. Sarebbe una conclusione logica. Invece gli scribi non ci arrivano, e un giorno metteranno in croce Gesù.

Ma quel giorno lontano Gesù – con un colpo d’ala suggestivo – si rivolge anche a quelli che lo seguono con buone intenzioni, docili nell’ascolto della parola di Dio, e ha per loro parole di incoraggiamento. Erano seduti in cerchio attorno a lui. Ed ecco quelle sue poche battute, folgoranti.

Lo avvertivano: «Tua madre e i tuoi fratelli sono fuori, e ti cercano».

Gesù domanda: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?».

Poi puntando il dito su quelli che lo seguivano con amicizia e simpatia: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Noi di solito diamo molta importanza ai legami naturali, alla parentela, alla voce del sangue. Invece Gesù veniva a sostenere che ciò che conta è la parentela dello spirito, nello Spirito Santo. Con essa si diventa figli del Padre celeste, fratelli in Cristo, e veramente fratelli tra noi. Così siamo avvertiti: la vera parentela, il vero legame del sangue, si realizza accogliendo e facendo la volontà del Padre. Accettando il suo progetto sugli uomini e sul mondo. E vivendo per realizzarlo.

Gesù parlava chiaro. Allora perché tanti non arrivavano a capirlo? Forse dovremo cercare la spiegazione nel cuore umano. In pratica Gesù risulta rifiutato dalle folle curiose, dai superficiali, dagli scribi farisei e sacerdoti, perché si rivela scomodo. Lo sappiamo anche noi. Riconoscere i segni del suo amore misericordioso, accettare con tutte le conseguenze la sua dottrina morale, comporta impegnarsi a volergli bene, a ricambiarlo. Quindi a mutare la propria vita, a comportarsi in modo degno di lui. E questo era un po’ troppo. Allora, e anche oggi.

Sì, anche oggi. Chi ha la forza e il coraggio di rinunciare alle proprie abitudini, magari di peccato, di egoismo, di dolce vita, per seguire un maestro che chiede coerenza, generosità, disinteresse, capacità di dono?

Diceva il pensatore scozzese Thomas Carlyle: «Se Gesù Cristo venisse tra noi oggi, gli uomini non lo crocifiggerebbero: lo inviterebbero a cena, ascolterebbero quel che avesse da dire, e riderebbero di lui».

Ma oggi nelle mille e mille chiese del mondo, in questi stessi momenti, nelle nostre messe, ancora si sta ripetendo la scena antica: in tanti ci raccogliamo attorno al Signore. C’è da supporre, con buona volontà. Per capire.

E c’è da augurarsi che anche oggi il Signore, girando il suo sguardo su di noi, venga a dirci: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

M. Gobbin

“Omelie per un anno 1 e 2 - anno B”

 

 

È fuori di sé

Esposti al limite

Il risultato sembra essere l’opposto rispetto alla prospettiva indicata dal grande mentitore. Adamo ed Eva non diventano «padroni » della legge, ma vittime. Non più protetti dal «mantello» della comunione con Dio, precipitano nella debolezza della loro nudità creaturale, e sono spaventati e resi vergognosi di ciò che prima vivevano nell’armonia e nella pace. Spogliati della loro intima comunione con Dio, sono esposti duramente al loro limite creaturale. Ai vv. 8-9 si apre il «dramma» di Dio, che cerca – e non trova – la sua creatura prediletta: «Dove sei?». L’uomo si ritrae e si nasconde. Il suo rapporto di predilezione si riempie di paura e lo porta alla fuga e al nascondimento da un Dio la cui santità/diversità gli appare ormai insopportabile. Emergono progressivamente e rapidamente tutte le responsabilità. La donna che era stata supremo dono di Dio all’uomo ora è quella «che tu mi hai posto accanto» (v. 12). Tutto questo non muoverà la condanna da parte di Dio, ma la sua compassione e la sua misericordia. Da qui parte quella «storia della salvezza» che ha in Cristo Gesù il suo apice e il suo compimento.

Assorbiti dalla vita

La predicazione e la testimonianza evangelica sono in sé stesse, secondo quanto ci dice Paolo, quella via pasquale della salvezza che conduce ogni discepolo di Gesù verso il suo Signore, nella sua gloria. Il v. 4 può essere letto come quell’inevitabile paura-fatica umana di fronte alla morte, che si manifesta nel desiderio di non venire spogliati – nella nudità della morte – ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita.
A questo insopprimibile desiderio dell’uomo Dio viene incontro con il dono dello Spirito, dono non ancora nella sua pienezza finale, ma come «caparra», cioè esperienza già presente che consente di intravedere e in certo modo sperimentare la vita eterna.

Il Cristo che si contamina

La Parola del Signore sembra voler mettere a confronto la famiglia legata da vincoli parentali con la grande famiglia che Dio convoca per nutrirla. Ciò che unisce, questa seconda «famiglia», è il sentimento comune e la «fame» del dono che viene dalla persona, dalla Parola e dall’opera del Signore. È quindi significativo che questo grande convenire tolga al gruppo dei discepoli persino la possibilità di mangiare: tale è la fame di quelli che affollano la casa. Se hanno qualche senso questi balbettamenti, ci possiamo domandare se siamo tra la folla che ha fame e sete di Lui, o se siamo tentati di «prendere», di contenere, di regolare, di normalizzare… di ricondurre al buon senso e al senno la follia di Dio che si raccoglie e si rivela pienamente nella persona di Cristo Gesù. Solo la Buona Notizia di Gesù può custodirci nella lucidità e nella libertà interiore e intellettuale che renda evidente la separazione e l’opposizione tra il regno di satana e il Regno di Dio. Gesù si espone in modo forte all’accusa di scacciare «i demoni per mezzo del capo dei demoni» (v. 22), sia perché Egli si immerge totalmente nel mondo dell’infermità umana con tutte le sue drammatiche ferite, sia perché chi ha bisogno di essere salvato e sanato lo cerca e lo insegue con grande impeto. Le spiritualità tradizionali tengono ferma una separazione rituale tra i due mondi. Gesù invece sembra contaminarsi con questo mondo che, da parte sua, lo riconosce e in certo modo lo denuncia confessandolo presente e operante. Chi vuole bene ai poveretti, diventa in qualche modo uno di loro. Ma questo avviene nell’intento di liberare da una prigionia, e non certo per approvarla.

Un Signore che vince il male

E neppure il regno del male, evidentemente, vuole la propria distruzione. Vuole autoconservarsi, ed estendersi. Se fosse diviso in se stesso, questa sarebbe la sua fine. Invece molte volte si scopre, al di là di travestimenti e di mistificazioni, quanto la logica del male sia coerente e compatta. A questo punto Cristo Gesù introduce una parabola molto efficace. Descrive satana come «un uomo forte» (v. 27), dei cui beni si può impossessare uno più forte di lui «se prima lo lega». Questa è l’opera del Signore che con la sua Parola e la sua opera imprigiona il male e si impadronisce di tutto quello che satana aveva fatto suo. La lotta fondamentale è quella tra il Signore e il demone. Troppe volte ci si lascia trascinare dal pensiero che siamo noi a poter vincere il male che ci imprigiona. La Parola ci aiuta a cogliere l’indicazione di una straordinaria liberazione e di un altrettanto forte annuncio della comunione nuova e profonda che la fede stabilisce tra i credenti. È liberazione della concezione della famiglia da vincoli soffocanti.

don Rinaldo Paganelli

“Stare nella domenica alla mensa della Parola”, anno B

 

 

Il vangelo di oggi segue in Marco l’istituzione dei Dodici e il primo effetto davanti alle folle che cominciano a radunarsi intorno a Gesù riguarda quelli che sono chiamati i suoi parenti, i quali lo ritengono “fuori di sé”. Quello che Cristo ha cominciato a dire colpisce fortemente gli ascoltatori e produce la reazione degli spiriti immondi.

La liberazione dal male che lui ha iniziato non può non provocare il male a reagire fino al punto di accusarlo di essere posseduto da Beelzebul (cf. Mc. 3,22). Ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata, dice Gesù (cf. Mc. 3,29). A Pentecoste si è compiuta la promessa del Padre e il dono dello Spirito è la condizione essenziale per poter seguire Gesù. Rimane confuso chi non è coinvolto in questa discesa e comincia a ragionare secondo termini puramente umani.

Intestardirsi nell’orizzonte solo umano e addirittura appellarsi alle forze oscure, tenebrose, opposte a Dio invece di accogliere il dono dello Spirito che manifesta e realizza nell’umanità del Figlio un’esistenza nuova vuol dire bestemmiare lo Spirito Santo. Il non perdono spiega questa chiusura in sé stessi e la schiavitù di questa nostra limitata, mortale natura. Questo ricorda direttamente il colloquio con Nicodemo: “Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito” (Gv. 3,6).

 La logica della carne ragiona secondo cause e conseguenze e non riesce a superare sé stessa, ma lo Spirito è libero e vede il superamento di ogni logica carnale. Cristo stesso si scontra con questo giudizio solo umano ossia solo secondo la carne: “Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno” (Gv 8,15). A partire dallo Spirito Santo non è possibile creare un giudizio sulla persona fatto secondo la carne perché lo Spirito ci libera dai legami della carne e ci fa superare la sottomissione alla natura. “Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così.

Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova.” (2Cor 5,16-17). Non si tratta di una contrapposizione dualista tra il corpo e lo spirito, non si tratta di una reminiscenza gnostica ma si tratta di esplicitare il modo con cui la persona umana vive la propria umanità, la propria natura umana. Lo Spirito Santo ci fa partecipare quel modo divino, comunionale, d’amore che fa vivere la propria umanità come espressione e realizzazione della propria esistenza nell’amore, nel dono di sé agli altri.

Questa è anche la via della vita perché in questo modo la natura umana avvolta nell’amore è innestata nella vita che rimane (cf 1Cor 13,8), mentre far sì che l’io umano diventi l’espressione delle esigenze della propria natura significa distruggersi perché la natura umana non ha in sé stessa nulla che possa superare la morte. Questo lo può ricevere solo dal Signore che dà la vita e versa nei nostri cuori l’amore di Dio Padre (cf. Rm. 5,5). “Perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo vivrete” (Rm. 8,13).

Infatti nel brano di oggi Cristo fa vedere non solo un principio nuovo dell’unità ma nella sua umanità ne rende visibile la piena realizzazione: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (Mc 3,33). Sappiamo molto bene quanto nella tradizione dell’Antico Testamento fosse fondamentale il legame di sangue, invece Cristo palesemente ne dichiara l’insufficienza perché è un legame che non fa superare all’uomo il suo destino tragico, cioè la morte.

Già il primo modulo dell’esodo che troviamo nella Bibbia come processo di liberazione è la chiamata ad Abramo a svincolarsi dai legami secondo la natura e cominciare a vivere la propria natura umana secondo la vocazione, secondo la voce che lo chiama, cioè tenendo conto di Dio. Si tratta di cominciare a vivere la propria umanità secondo la relazione: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1). La vita secondo lo Spirito sarà dunque la realizzazione dell’uomo come mistero della persona secondo l’esistenza delle Persone divine, cioè secondo la comunione.

La Chiesa è il luogo e l’espressione di questa realizzazione dell’uomo come comunione delle persone. Abramo ha dovuto fare un lungo itinerario per arrivare a comprendere che la paternità da lui tanto desiderata era chiamato a viverla a un livello radicalmente nuovo, non più solo secondo la natura ma secondo lo Spirito, cioè secondo Dio. Il bello di questo passaggio consiste nel fatto che la paternità secondo lo Spirito non elimina la paternità secondo la natura ma la integra liberandola dalla schiavitù della necessità.

È la libertà che caratterizza la realizzazione dell’uomo secondo lo Spirito. Come nei suoi studi fa vedere molto bene Berdjaev, la libertà si trova e la si scopre solo nell’amore perché ne è sua dimensione costitutiva. L’unione delle persone e la realizzazione dell’uomo avviene nell’amore di Dio Padre. Il male del mondo e persino il principe di questo mondo non può avere su di noi nessun potere se ci lasciamo guidare dallo Spirito che ci innesta nel Figlio in cui la volontà del Padre non è compiuta in un’obbedienza secondo la logica umana ma nell’amore. “Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha alcun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco” (Gv. 14,30-31).

padre Marko Ivan Rupnik

 

 

Prendere o ascoltare?

La liturgia che la Chiesa ci dona in questa domenica ci porta ancora una volta ad aprire gli occhi sulla intimità a cui Gesù ci chiama nel rapporto con lui e al cambiamento radicale di vita che esige e genera la sua sequela. Gesù che chiede ai suoi di lasciare tutto per seguirlo aveva anche lui già compiuto una separazione dalla sua famiglia che non comprende ciò che lui dice e fa. Fratelli, sorelle e madre sono ora per lui coloro che non sono legati a Lui dal sangue, ma chi ha accolto la Parola, chi la fa crescere in sé vivendola e trovando in essa l’unificazione della vita,  del cuore, chi si mette in ascolto di Gesù per comprendere la volontà di Dio e compierla. Il contrario di questo è proprio ospitare in sé la logica di Beelzebul, di Satana, del Divisore, di colui che cerca di dividere non solo i discepoli dal maestro, ma l’uomo nel suo interno.

“Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: "È fuori di sé".”I parenti di Gesù non sono venuti per ascoltare, ma per prenderlo. Sono venuti non per ascoltare e compiere la volontà del Padre, ma per far tacere Colui che svela il vero volto di Dio e ricondurlo al conosciuto, il proprio cerchio ristretto, impedendogli di allargare i confini di quella nuova famiglia. Questa è l’opera di Satana che cerca di imprigionare l’uomo, che urla la sua falsa conoscenza di Gesù, che chiude le sue orecchie e i suoi occhi perché l’uomo non trovi la via della vita nuova, ma rimanga prigioniero del “già”, del conosciuto. Gesù è realmente fuori si sé perché è nella volontà più grande del Padre ed è donato incessantemente ad ogni uomo, libero e fuori da ogni logica che, rivestita di buon senso, cerca di mettere a tacere ciò che scomoda dalle proprie certezze e sicurezze che pongono l’ascolto di sé e non di Dio al centro della vita.

“Tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno” Gesù pronuncia queste parole davanti a coloro che dicevano “costui è posseduto” e quindi bestemmiare contro lo Spirito Santo è fare ciò che gli scribi stanno facendo dicendo che l’opera compiuta dall’amore di Gesù che sana e libera l’uomo dal potere del male, è opera che viene dal demonio: anche loro non si mettono in ascolto, ma sentenziano. Il peccato contro lo Spirito Santo non è chiedersi o non sapere da dove viene la potenza di Gesù, ma chiudere il proprio cuore e la propria mende a comprendere che quell’opera viene da Dio e nell’attribuirla senza dubbio all’opera di Satana. Si pongono fuori da una relazione e da una rivelazione del volto di Dio. Gesù però vince Satana con la potenza dell’obbedienza al Padre che sempre ascolta e di cui compie la volontà fino ad accettare di prendere su di sé tutto il male del mondo. Sulla croce di Cristo la potenza del Maligno viene spezzata dalla potenza infrangibile dell’amore che tutto prende su di sé. Il peccato degli scribi è dunque imperdonabile perché è rifiuto della verità e addirittura distorsione a proprio vantaggio della stessa manifestazione di Dio. E’ un peccato giustificato che calpesta Dio e l’uomo. Non è il peccato quindi dei deboli o di chi vive nel dubbio, ma di quegli uomini con cuore e orecchio duri  che non cercano, pur con fatica, la gloria di Dio, ma mettono se stessi al suo posto facendosi maestri stessi del Signore.

"Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano" Rimanendo fuori non si può incontrare Colui che per noi si fa fratello, sorella e madre, chiamandoci ad una intimità profonda. Rimanendo fuori non si può essere raggiunti da quella Parola di salvezza che libera l’uomo. Rimanendo fuori non si può ascoltare e compiere la volontà del Padre che è vita in pienezza per l’uomo. Rimanendo fuori Gesù appare solo “fuori di sé” perché non si può comprendere il suo non risparmiarsi nella fatica, nell’amore, nella cura dell’uomo e tutto ciò che supera la misura piccola del cuore che sorprende e disturba lo si considera fuori di sé, esagerato, ma così è l’amore che Gesù annuncia e che lo porterà ad abbracciare la follia della croce.

"Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre". Nella vera famiglia di Gesù non è tanto la parentela di sangue che conta, ma il coraggio della fede in questo annuncio che il Maestro fa. Coloro che rispondono alla chiamata del discepolato, lasciando le proprie idee preconcette su Dio e sull’uomo, color che si lasciano plasmare mente e cuore dall’ascolto, coloro che stanno dentro, o come direbbe il Vangelo di Giovanni, rimangono in Lui, sono la vera famiglia di Gesù. Sono la fede, l’ascolto, l’adesione alla volontà di Dio nella condivisione della vita del Maestro a costituire anche oggi la comunità cristiana che non si può edificare su altro.

 

 

Le difficoltà di Gesù

Anche Gesù , nel suo ministero ha avuto difficoltà, questo ce lo avvicina quando per fare del bene incontriamo ostacoli. Le difficoltà gli vengono dai suoi, ovviamente lo fanno per il Suo bene e dal nemico di sempre, il demonio, che si serve degli scribi.

I Suoi vogliono liberarlo dalla gente perché, almeno, possa mangiare e in secondo tempo gli dicono anche che c’è sua Madre che lo cerca ma Lui prende l’occasione per ribadire che la volontà del Padre è superiore all’amore materno e fraterno. “Chi fa la volontà del Padre mio è mio fratello, sorella e madre”. E’ veramente molto consolante sapere di essere amati da Cristo come Maria.

Le altre difficoltà vengono dagli scribi che addirittura dicono che “è posseduto dal demonio e che scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni”. Gesù prende occasione da questa accusa per annunciare la sua vittoria su satana.” Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato quell’uomo forte e poi gli saccheggerà la casa”. Con la sua morte, trasformata in dono supremo di amore al Padre, Gesù “ha ridotto all’impotenza colui che aveva il potere della morte, cioè il diavolo”(Eb 2,14) e ne ha saccheggiato il regno liberandone gli uomini nel mondo intero.
Ai suoi accusatori Gesù dice che sono in assoluta mala fede e stanno bestemmiando contro lo Spirito Santo, bestemmia che non sarà perdonata. Perché? Perché non riconoscono la verità che pur conoscono, mentono coscientemente contro lo Spirito che è Verità. Il diavolo fin da principio parla coscientemente contro la Verità per ingannare e uccidere. Mentire sapendo di mentire è “diabolico”. Questo è il male che non può essere perdonato: può solo essere bruciato. Bisogna solo convertirsi se si vuole il perdono. Il chirurgo non “perdona il tumore” lo toglie implacabilmente.

Con queste parole Gesù vuol togliere dal nostro cuore il diabolico che ci impedisce di accogliere lo Spirito, verità e vita nostra.

Pecco contro lo spirito quando so di avere torto e non voglio ammetterlo o, quando invece di mettermi in questione, mi chiudo in difesa e attacco. Pecco contro lo Spirito quando voglio aver ragione ad ogni costo anche a costo della verità. Leggendo i diversi giornali ci si rende conto come sia diffuso questo peccato! La stampa fa da specchio di tutti noi.

Il peccato contro lo Spirito è l’orgoglio che non riconosce la propria stupidità. E non accetta altra verità che la propria comoda certezza. Le difficoltà di Gesù sono anche le nostre. Quante volte abbiamo a che fare con la mala fede e la stupidità!

Gesù ci insegna come comportarci e san Paolo dice che Gesù ci aspetta in cielo e che la nostra relazione con Lui sarà definitiva. Per questo dobbiamo vivere nella gioia, nella speranza e nella carità che è il vincolo della perfezione.

mons. Giuseppe Mani

 

 

don Luigi Bono

 

 

fra Vincenzo

 

 

«Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato» (Gen 3,13). Così Eva risponde a Dio che le chiede conto del comportamento suo e di Adamo. Quello del serpente, peraltro, è un duplice inganno. Il primo consiste nel sospetto che egli getta su Dio e sul divieto di mangiare «dell’albero che sta in mezzo al giardino» (Gen 3,3). Nell’intenzione di Dio, questo divieto custodisce la vita, poiché le dona di respirare nella logica del dono. Un solo «no» viene imposto affinché Adamo ed Eva possano comprendere che tutto il resto è un «sì» detto alla loro felicità. Un solo frutto viene proibito per consentire loro di riconoscere che tutti gli altri frutti sono donati, e donati due volte: una prima volta perché creati, una seconda volta perché non proibiti. Adamo ed Eva, tuttavia, non comprendono quello che Paolo scrive ai corinzi: «tutto è per voi» (2Cor 4,15).

Se non ci fosse quel solo «no» gli uomini e le donne potrebbero illudersi che tutto è loro proprietà e loro diritto. Quell’unico «no» rivela che, al contrario, tutto è dono, e che la vita matura fino alla sua pienezza quando non si fonda sulla dinamica del possesso, ma su quella del dono. La vita si espande e si realizza quando la ancoriamo non al bisogno di appropriarci con voracità di ciò di cui abbiamo bisogno, ma alla fiducia (che è un nome della fede) con cui attendiamo di riceverlo gratuitamente da Colui che lo dona. L’inganno del serpente consiste proprio nel sovvertire questa logica gettando il sospetto su Dio: egli non desidera donarvi generosamente la vita, vuole al contrario trattenerla gelosamente per sé, soffocandola sotto il suo dominio e il suo controllo. L’obbedienza alla sua Parola vi renderà schiavi anziché liberi; se volete essere liberi come libero è Dio, dovete disobbedire al suo comando. Ed è così che l’uomo e la donna si ritrovano nudi e ne provano vergogna, perché hanno interrotto quella relazione con il Donatore che consentiva loro di sussistere nella pace e nella gioia. Si sono svestiti della relazione di fiducia per rivestirsi della vergognosa veste del sospetto, che ci getta sempre nella solitudine.

Ed ecco che nella loro vicenda si insinua il secondo grande inganno del serpente, più pericoloso del primo. «Ho udito la tua voce nel giardino; ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10). Adamo si nasconde perché fraintende l’avvicinarsi di Dio, immaginando che egli venga a punirlo, anziché a usargli misericordia. Il serpente continua a gettare il sospetto su Dio, impedendo ad Adamo di riconoscere la verità del suo volto e di capire che «con il Signore è la misericordia / e grande con lui è la redenzione» (Sal 129,7). Il salmista spera nel Signore e attende la sua venuta più che le sentinelle l’aurora; invece Adamo ed Eva disperano e fuggono dalla sua presenza. Questo è il più grave inganno del serpente: indurci non tanto a disobbedire alla parola di Dio, quanto a portare con disperazione, anziché con speranza, le conseguenze del nostro peccato. Avere il timore del Signore, conoscerlo davvero e custodire il senso autentico della relazione con lui, significa invece fare esperienza del suo perdono: «con te è il perdono: / così avremo il tuo timore» (Sal 129,4).

Sono molteplici i modi con cui l’antico serpente continua a ingannare la nostra vita con le sue menzogne o le sue mezze verità. Un altro esempio lo incontriamo nell’episodio narrato da Marco. Gesù opera guarigioni e libera dal male, eppure c’è ancora chi continua a gettare il sospetto e a istillare il dubbio: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni» (Mc 3,22). Gesù smaschera l’assurdità di una tale accusa, poiché Satana non può ribellarsi contro se stesso, eppure c’è chi continua a ritenere Gesù uno che è «fuori di sé» (Mc 3,21), un indemoniato, anziché riconoscere in lui il manifestarsi del dito di Dio. Sembra inverosimile, eppure è spesso così la nostra esperienza: essere tanto ciechi da non saper discernere i doni di Dio che ci fanno vivere. Pretendiamo segni senza riconoscere quelli che ci vengono dati. Questa è la bestemmia contro lo Spirito: credere alla menzogna del serpente anziché nello Spirito che è il compimento di tutti i doni di Dio per la nostra vita. Questo peccato, aggiunge Gesù, «non sarà perdonato in eterno» (Mc 3,29). Il problema non è di Dio, come se egli non volesse perdonarlo, o decidesse di non farlo. Il problema è nostro: se non riconosciamo il suo perdono là dove ci viene offerto, non potremo trovarlo altrove. Dio vuole sempre perdonarci, ma se non sappiamo accogliere il suo dono là dove ci viene donato, dove potremo trovarlo altrove?

Occorre cercare Gesù e il suo perdono, non rimanendo fuori, come inizialmente fanno sua madre e i suoi fratelli, ma entrando con lui dentro il suo stesso modo di ascoltare la parola del Padre, di amare la sua volontà, di riconoscerla come desiderio di salvezza e di bene per noi e per tutti. Allora, rimanendo dentro questo spazio che è lo spazio della relazione intima con Gesù, sapremo rispondere alla domanda di Dio: «dove sei?» (Gen 3,9). Potremo stare davanti a Dio nudi, nella verità della nostra vita, ma senza vergogna, perché ci sapremo amati, perdonati, salvati. Allora, e solo allora, il veleno del serpente non ci farà più male e potremo vivere nella speranza e nella gioia dello Spirito.

 

 

Nascondersi o uscire? Il dilemma dell’uomo fragile

«Se Dio ha creato tutte le cose, da dove viene il male?» (sant´Agostino)

Quando ci sentiamo inadeguati, fragili o in colpa, andiamo subito a cercare qualcosa dietro cui nasconderci. Ci vergogniamo della nostra nudità. Non vogliamo essere visti. È una sensazione ricorrente nella nostra vita, una sensazione con la quale tutti dobbiamo fare i conti.

Siamo tutti come l’uomo di Magritte, che si nasconde dietro una mela, nel suo famoso dipinto intitolato “Il Figlio dell’Uomo” (1964). L’intenzione di Magritte era quella di dipingere un suo autoritratto, un autoritratto però mai concluso per sopraggiunti problemi di coscienza, come egli stesso dirà.

Magritte non riesce a vedersi. Non riesce a stare di fronte alla sua immagine. È quella sensazione di profonda inadeguatezza che di tanto in tanto ci accompagna. Forse non a caso, Magritte si è ritratto con un vestito molto formale, con la cravatta e la bombetta in testa, mentre si trova accanto al mare. Un abito fuori luogo, come la sensazione che a volte ci attraversa, la sensazione di essere sempre nel posto sbagliato.

E anche sul corpo di quest’uomo anonimo ci sono i segni dell’imperfezione: un bottone della giacca non terminato o il gomito sinistro inadatto nel contesto dell’intera figura. Proprio il volto, che rivela l’identità di ciascuno, è coperto poi da una mela. Mi sembra di rivedere anche l’uomo di oggi che sprofonda la propria faccia dentro uno schermo nel tentativo di scomparire senza mostrare la propria inadeguatezza. Quando non sappiamo stare con noi stessi, ci nascondiamo dietro l’alibi di un cellulare.

Questo figlio dell’uomo, con il volto nascosto da una mela, ci rimanda all’inizio del libro della Genesi, anche lì c’era infatti un uomo che si nascondeva perché si vergognava: Adamo si nasconde perché si vergogna di essere nudo. Ci sentiamo nudi quando ci sentiamo spogliati della nostra dignità. Quando siamo nudi, ci sembra di essere indifesi. Il vestito è una sorta di protezione, una corazza. Non possiamo mai liberarci dai nostri limiti e dalla nostra debolezza. Continuiamo a indossare ruoli, che ci danno l’illusione di nascondere per un po’ il peso della fragilità.

Ma quando incontriamo la nostra debolezza, come Adamo, ci chiudiamo in un angolo, spezziamo le relazioni, ci isoliamo, e ci lamentiamo per la sventura che ci è piombata addosso. Adamo è un uomo ripiegato su di sé, incapace di prendersi le sue responsabilità. Accusa gli altri: accusa la donna, ma in fondo accusa Dio, perché è stato Lui a mettergliela accanto. Cerchiamo sempre un capro espiatorio, qualcuno a cui attribuire la colpa della nostra nudità.

Se lo sguardo dell’uomo fosse rimasto su Dio, se avesse continuato a contemplare i doni ricevuti, se avesse continuato a ricordarsi di non essere l’origine di se stesso, di essere creatura amata da qualcuno, allora non avrebbe dato occasione alla fragilità di piombargli addosso come un macigno.

Adamo si ritira in un angolo a piangere sulla sua vergogna, ma Dio non rimane indifferente. Dio esce da sé e gli va incontro. È il primo gesto di tenerezza di Dio: il suo cuore non rimane indifferente. Dio confeziona per l’uomo tuniche di pelle, il vestito che lo copre e gli ridona dignità nonostante il peccato, l’abito che non lo lascerà indifeso sulla strada faticosa della vita umana.

Come Magritte dipinge un figlio dell’uomo che si copre, Batoni dipinge, nel Sacro cuore, il Figlio dell’uomo che è completamente proteso verso chi lo guarda al punto da donargli il cuore. Gesù è il contrario di Adamo perché si espone completamente, senza trattenere nulla per sé. Forse possiamo intendere così l’espressione del Vangelo: «dicevano, infatti, è fuori di sé». Sì, Gesù è completamente fuori dal suo Io, pienamente donato a chi gli sta davanti e gli chiede un po’ d’amore.

Ed è così che Gesù ci insegna l’amore: spostare quello sguardo che troppo spesso teniamo puntato sulla nostra nudità. Lasciamoci guardare da lui nella nostra debolezza piuttosto che fissarci noi stessi sulla nostra fragilità! Amare è consegnarsi senza dare troppo peso alle proprie ferite.

Chi si mette davanti al quadro del Sacro cuore del Batoni, alla fine si domanderà: ma di chi è quel cuore che Gesù ha tra le mani? È di Gesù? Certo, ma forse c’è un cammino da fare, fino a quando quel cuore tra le mani del Signore diventerà il cuore nostro pienamente consegnato a lui. È il cammino che abbiamo davanti, perché l’amore è essere fuori di sé, avere un cuore pienamente consegnato.

Sia l’inizio della Genesi che le parole di Gesù in questo passo del Vangelo ci aiutano a riconoscere il segno per eccellenza dell’amore: quando Adamo si preoccupa solo di se stesso, le relazioni di spezzano, quando il Nemico opera nella nostra vita, dice Gesù, suscita divisione. L’amore crea comunione, il male genera separazione. Quando ci accorgiamo che la strada che stiamo percorrendo è quella del conflitto, dell’accusa, della contrapposizione, allora sarà il segno che lì non c’è amore. La divisione è il segno di un cuore chiuso in se stesso.

Se abbiamo il volto coperto per la vergogna o il cuore chiuso per il rancore, lasciamoci avvolgere dall’abito di tenerezza che Dio ci ha preparato, lasciamoci sconvolgere dal cuore di Cristo strappato da sé e consegnato a noi.

 

 

Sembra che il personaggio in gioco nella trama della liturgia di oggi sia il diavolo. Con la prima lettura compare come prevaricatore sull’uomo, con il vangelo come sconfitto da Gesù. Tutto il mistero di questo inevitabile confronto è ben illustrato dal canto al vangelo: “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv. 12,31-32).

La preghiera dopo la comunione descrive il contesto in cui si gioca il confronto con il diavolo sulla base della vittoria pasquale di Gesù: “O Signore, la forza risanatrice del tuo Spirito, operante in questo sacramento, ci guarisca dal male che ci separa da te e ci guidi sulla via del bene”. Ecco, il diavolo tenta di separarci dal Signore! Non preghiamo solo di evitare il male, ma di essere guariti da un certo male (il che significa che questo male ci insidia da dentro), vale a dire dal male che ci separa dal Signore. Il potere del diavolo è direttamente proporzionale alla tragica possibilità di essere ingannati. E l’inganno si configura come l’illusione del bene, come la pretesa di volere comunque il bene. Non per nulla, Gesù si rivolge con severità al suo interlocutore che l’aveva chiamato ‘maestro buono’: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo” (Mc 10,18). Forse, la ragione segreta di questo giudizio perentorio sta nel fatto che solo Dio conosce il modo di vincere il male alla radice, conoscenza che si manifesterà nel suo splendore sulla croce allorquando l’amore prevale vittorioso in tutto. Come dice il canto al vangelo: allora il principe di questo mondo sarà gettato fuori! Ma occorrerà che Gesù sia innalzato sulla croce, trafitto. E nessun uomo avrebbe potuto immaginarsi una via del genere!

Se, dopo questa premessa, ci avviciniamo al brano evangelico di oggi, capiamo il valore della distinzione che regge tutto il passo. Tutto si gioca sulla contrapposizione tra un dentro e un fuori. Quanto al diavolo, che si era insinuato dentro la casa dell’uomo e ne aveva avuto il sopravvento, ora è fatto prigioniero da uno più forte di lui ed è cacciato fuori. Nel vangelo di Marco l’annotazione più comune per indicare l’azione rivelatrice di Gesù quanto al suo essere “l’Inviato”, è appunto la cacciata dei demoni. E se Gesù si circonda di collaboratori, di assistenti, con l’elezione dei Dodici, sarà per estendere questa azione rivelatrice: anche gli apostoli sono forniti del potere di cacciare i demoni. In effetti, poco prima, Marco aveva raccontato della decisione di Gesù di scegliersi collaboratori: “Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc. 3,13-14).

Se il gruppo dei farisei contesta questa azione rivelatrice del Regno da parte di Gesù non lo può fare che in mala fede. Vale a dire: interpretare il bene evidente con l’attribuirlo al male assoluto comporta la non possibilità di remissione (il cosiddetto peccato contro lo Spirito Santo) nel senso che è impedito ogni forma di pentimento. Di tutti i peccati ci si può pentire, ma del mettersi nella condizione di non possibilità di pentimento, questo significa rinnegare lo Spirito Santo. Faranno sempre in tempo ad accorgersi di questo e allora usciranno da questa impossibilità e tutto ciò che avranno causato di male al Figlio dell’uomo sarà perdonato perché lui è venuto proprio per aprire i cuori al perdono di Dio.

Quanto ai discepoli, anche per loro vale un dentro e un fuori. E la contrapposizione si gioca tra coloro che appartengono ai legami di sangue e coloro che sono introdotti in un altro genere di legami, quelli della fede in Gesù. Ricercato dalla gente, criticato dagli scribi per il suo stare con i pubblicani e i peccatori, sorpresi dai demoni che gridavano appena lo vedevano: “Tu sei il Figlio di Dio!”, Gesù ha suscitato certamente apprensione tra i suoi parenti, che in effetti vengono per portarlo via. È la prima annotazione significativa rispetto al mistero della persona di Gesù: non sono i rapporti parentali che hanno valore nei suoi confronti. I suoi non lo capiscono; non è la carne e il sangue che introduce nell’intimità con Dio. Pensano che sia fuori di testa! E il brano li descrive sempre nell’attesa, fuori. Gesù, invece, che parla dentro casa, risponde: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”. Spiegato da Edith Stein: “Spirito divino, vita divina, amore divino equivale a questo: colui che fa la volontà di Dio, questi conosce Dio e lo ama. Infatti, nel momento in cui si fa con dedizione interiore ciò che Dio richiede, la vita divina diventa la nostra vita, si trova Dio in se stessi”.

Aggiungo ancora questo. È possibile interpretare in senso positivo il tormento dell’inimicizia col demonio, di cui facciamo le spese nella vita. Secondo il racconto della Genesi, dopo il peccato Dio proclama l’inimicizia tra il serpente e la donna, simbolo contemporaneamente di Maria e dell’umanità: la possibilità dell’inganno è sempre reale, ma quell’inimicizia dichiarata da Dio salvaguarda la nostra umanità, che non può trovare beatitudine nell’inganno e quindi non potrà compiersi stando dalla parte dell’avversario. L’antica tradizione ebraica commenta che se due si alleano per andare contro Dio, Dio li renderà nemici tra di loro perché tornino alla comunione con lui. E se il demonio, che non ha alcuna nostalgia della comunione col suo Dio, non ritorna, vi ritorna però l’uomo attraverso il pentimento, cioè con l’inimicizia radicale verso il demonio che l’ha sottratto all’amicizia con il suo Dio.

L’uomo, che è chiamato all’amore, ne vive tutta l’angoscia perché sa che, benché aneli all’innocenza, l’ha perduta. Ma Dio, che vuole intimi suoi i suoi figli, li attira a sé rinnovandoli nel suo amore crocifisso e rendendoli capaci della dedizione di un amore ormai svincolato dalle prese del demonio. Gesù ci attira lì.

 

 

don Mauro Pozzi

 

 

Satana è finito

In quel tempo Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: "È fuori di sé". Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: "Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni". Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: "Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna". Poiché dicevano: "È posseduto da uno spirito impuro". Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: "Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano". Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre". 

L’ esordio e il prosieguo della storia umana sono inquinati dalla presenza e dell’opera di Satana, l’Avversario di Dio e dell’uomo. Per causa sua il peccato è entrato nell’umanità e, con esso, la sofferenza e la morte.Particolarmente flagellato dalla tribolazione e dalla persecuzione – instancabilmente, pervicacemente suscitata e rinfocolata da Satana – è l’annuncio della redenzione dal peccato, cui è dedicato, per vocazione divina, il ministero apostolico. Da Satana, con la sua tipica presunzione, anche Cristo è stato attaccato, anche in maniera ingenua e contraddittoria, ma egli lo ha smascherato e dichiarato, ma soprattutto destinato – infine – a   soccombere.  L’uomo si difende da Satana e ne neutralizza l’influsso, fidandosi di Dio, compiendo la sua volontà. 

Gesù si trova a Cafarnao, “con i suoi discepoli, in una casa”, forse quella di Pietro.

La folla è così incombente, che essi neppure hanno agio di mangiare.

“Allora i suoi”, i parenti si preoccupano, vanno “a prenderlo”, con decisa energia, sembrerebbe “poiché dicono: E’ fuori di sé”. 

L’apprezzamento che, di primo acchito, suscita perplessità, può tuttavia stemperarsi, se si considera: che l’espressione, nella parlata corrente, non indica follia, ma soltanto atteggiamento entusiastico [per la sua missione] tale da tralasciare persino le necessità elementari; e se il giudizio è dei parenti, dimostra la loro comprensibile preoccupazione per la salute di Gesù; ma, più probabilmente, l’evangelista riferisce una diceria, un “si dice” degli estranei o degli oppositori.

Da Gerusalemme una commissione di scribi è giunta, appositamente, per verificare le voci sul conto di questo Rabbi, che compie guarigioni prodigiose, soprattutto di indemoniati.

Lo dicono indemoniato: “costui è posseduto da Beelzebul”.

E’ il nome di un’antica divinità siro-fenicia, che in quella lingua significa “dio della casa”, ma che gli ebrei, modificandolo, spregiativamente, in Beelzebub” [“dio delle mosche”] lo identificano con Satana.

Poi rincarano l’accusa: “scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni”.

L’argomentazione difensiva di Gesù è particolarmente semplice, intuitiva, facendo rilevare la contraddizione delle due accuse concomitanti: “Satana non può scacciare se stesso”.

Se Gesù fosse indemoniato non potrebbe scacciare il demonio.

Anzi prende motivo per dichiarare la sua assoluta superiorità su Satana, dando ragione, con un paragone, della sua facoltà di scacciare i demoni: “nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose, se prima non avrà legato l’uomo forte”.

A sua volta poi accusa gli scribi del peccato di “bestemmia contro lo Spirito Santo”, che si configura nell’attribuire a Dio azioni malefiche, misconoscendone quindi la misericordia.

Un peccato – l’unico – che “non avrà perdono in eterno”: chi nega la misericordia non può fruirne, chi respinge il perdono non può riceverlo.

Sopraggiungono la Madre di Gesù, con dei parenti – “i suoi fratelli”, è noto che nella lingua ebraica possono essere sia i fratelli veri e propri [che Gesù non ha] sia i parenti – i quali, a causa della ressa, non possono far altro che “mandarlo a chiamare”.

La reazione di Gesù – “chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” – può sembrare rude, irriguardosa e persino umiliante, specialmente per sua madre, paragonata all’altra gente; in realtà egli, implicitamente, la esalta e la propone come esempio primo [il suo “si”, nel giorno dell’Annunciazione] di chi fa la volontà di Dio: “chi compie la volontà di Dio è mio fratello, sorella e madre”.

Rimarca che il valore della familiarità spirituale con Dio è assolutamente superiore a quello della parentela umana, anche la più sacra, qual è quella derivante dal rapporto madre-figlio.

Giulio Venturini

 

 

Segno di contraddizione

Il santo vegliardo Simeone così aveva parlato del bambino presentato da Maria e Giuseppe al tempio: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele, come segno di contraddizione! Anche a te una spada trapasserà l’anima” (Lc 2,34-35).

La lettura di una persona, dei suoi gesti come delle sue parole, non è mai univoca, figurarsi se Gesù abbia potuto sottrarsi a una simile esperienza. Talvolta è più facile accusare che lasciarsi interpellare, più sbrigativo puntare il dito che accettare la fatica di essere messi in discussione. Gesù entra nella storia dell’umanità come una lama che taglia di netto il flusso degli eventi generando accoglienza o rifiuto, fiducia o rigetto aggressivo. A ragione Giovanni Papini lo definirà come «il più grande Rovesciatore, il supremo Paradossista, il Capovolgitore radicale e senza paura». La sua presenza impone il confronto: o lo ami o lo detesti.

Storia di ieri, storia di sempre. Accadeva ai parenti di Gesù e accadeva ai suoi strenui oppositori: per i primi era un pazzo, per gli altri un indemoniato. È uno scriteriato, uno da rinchiudere chi si dedica con tutto se stesso alle cose di Dio che poi coincidono con le cose vere degli uomini.

Indubbiamente il Signore Gesù non lasciava indifferenti se alcuni hanno osato addirittura abbandonare ogni cosa pur di stargli dietro. Aveva già dato prova della sua potenza quando nella sinagoga di Cafarnao aveva ridotto al nulla Satana che si era impossessato di un uomo. Il suo era un parlare diverso, come uno che ha autorità. Il suo modo di guardare aveva il pregio di portare alla luce situazioni e aspetti altrimenti rimasti nascosti. La sua presenza ridonava senso e speranza a chi si era rassegnato a veder svanire nel nulla i suoi giorni e i suoi progetti. Chi pretendeva di accostarlo secondo categorie solite durava non poca fatica proprio perché egli eccedeva ogni comprensione. La domanda che più volte il vangelo riporta a suo riguardo è proprio quella stupita di chi si chiede: “Chi è dunque costui?”.

Parasossalmente, proprio le parole dei suoi attestano una verità: Gesù è fuori di sé, il suo centro è altrove, è il Padre. E chi non accetta di misurarsi con lui fino in fondo, rischia di rimanere egli stesso fuori. Gesù “sta fuori” (come intende il verbo greco) non rispetto al buon senso dei suoi ma rispetto all’uniformità piatta alla quale vorrebbero ridurlo.

I segni che Gesù compiva su quanti pativano nella loro carne l’esperienza drammatica di una malattia o nel loro cuore quella dell’angoscia e della solitudine, erano evidenti. E, tuttavia, c’era chi, persino di fronte all’evidenza, non era disposto a rivedere il proprio metodo di approccio al reale. Una chiusura ostinata si era impossessata degli scribi che erano scesi da Gerusalemme. Una inimicizia assurda e una cecità invincibile li devastava se erano arrivati a concludere che il bene compiuto da Gesù non poteva venire da Dio ma dal suo nemico. Folle come ragionamento ma reale. Ci si può trovare di fronte alla luce e definirla tenebra, sperimentare i segni del bene e definirlo male: l’odio e il rifiuto possono arrivare a un tale livello da impedire persino a Dio di usarci ancora misericordia. Si possono avere gli occhi e si può scegliere di non vedere: ecco cos’è la bestemmia contro lo Spirito Santo, un peccato contro la verità e il suo rifiuto cosciente e consapevole. Chi chiude gli occhi alla luce non può accusarla di non illuminare!

Per questo Gesù, usando non poca pazienza, li chiama a sé proprio come prima aveva chiamato i Dodici, e con un ragionamento terra terra prova a portarli a cogliere l’illogicità del loro argomentare: “Può forse Satana mettersi conro Satana?”. Può il male vincere il male? O non è evidente che esso può essere sconfitto da uno più forte? Se Satana indietreggia è il segno che è giunto “uno più forte di lui”.  Tra Dio e il male non può esserci compatibilità alcuna.

Parenti e scribi perpetuano il dramma delle origini di voler prendere le distanze da Dio misconoscendo ciò che è costitutivo di ogni essere e che cioè la verità di ognuno di noi è data solo nella relazione mai interrotta con Dio. Mc annota finemente: “stando fuori”.

Non riconoscendo la novità di cui Gesù è portatore, non accettano la fatica di mettersi sulle sue orme: pretendono che sia lui a seguire loro. Finchè si resta fuori, parole e gesti di Gesù restano incomprensibili, irragionevoli. È solo chi accetta di misurarsi con lui che accede ad un grado di appartenenza che supera di gran lunga persino i legami del sangue. Giunge a questo nuovo grado di appartenenza solo chi accetta di uscire dai propri schemi  diventando capace di fare della propria vita un dono senza ridurre ogni cosa ai bisogni più elementari come prendere cibo.

 

 

Giulio Michelini

 

 

“La famiglia di Gesù”

La liturgia odierna ci interroga a prendere una posizione rispetto a Cristo e al suo ministero: con lui o contro di lui. Il ministero di Gesù provoca incomprensione nella sua stessa famiglia, ma la posizione più grave è quella degli scribi che rifiutano deliberatamente la grazia della salvezza, sconvolgendo la verità e arrivando a chiamare il Figlio di Dio Satana. Siamo nel contesto della predicazione messianica, ma neanche i suoi stessi parenti comprendono la sua missione e lo giudicano pazzo od indemoniato. Tuttavia Gesù è categorico: chi rifiuta la salvezza che egli propone, non ne troverà un’altra. Non sono più i legami naturali che fanno l’unità, ma l’obbedienza allo Spirito di Dio, cosicché tutti coloro che accolgono la parola di Gesù sono figli adottivi di Dio e fratelli tra di loro.

La pericope è costruita su tre scene che, in un crescendo di intensità, ci mostrano una definizione del rapporto che Gesù instaura con alcuni personaggi tipo.

Nel primo quadro (Mc. 3,20-21), Gesù viene messo in relazione con “i suoi”, la sua famiglia di sangue, che reagiscono manifestando la loro incomprensione rispetto alla predicazione evangelica ma anche il loro sdegno per questo congiunto che sta portando scandalo. “E’ fuori di sé”. Gesù sta, nella loro ottica perbenista, gettando il discredito su tutta la famiglia, cosicché occorre fare sapere che è infermo mentalmente così da non protrarre ancora a lungo questa vergogna.

Nel secondo quadro (Mc. 3,22-30) i protagonisti sono gli scribi venuti da Gerusalemme, che incarnano il rifiuto totale e diabolico: per loro Gesù è un indemoniato, l’incarnazione stessa del male. Gesù, attraverso il racconto delle mini parabole del regno, della casa divisa e dell’uomo forte, mostra l’insensatezza di questa interpretazione e denuncia il rifiuto ostinato di riconoscere i segni e l’azione di Dio come peccato imperdonabile, “bestemmia contro lo Spirito Santo”. Il rifiuto così ostinato e l’odio verso la missione e la stessa persona di Cristo è il sigillo a una condanna definitiva di chi distorce la realtà e vuole combattere il bene definendolo male (cf. Is. 5,20).

La terza scena (Mc. 3,31-35) riguarda invece coloro che, nell’incontro con Gesù, sono capaci di cogliere in profondità la straordinarietà della sua persona, in una consapevolezza che non deriva dai legami di sangue ma dal compiere la volontà di Dio. La vera famiglia di Gesù è “chi compie la volontà di Dio”, riconoscendone il messaggio e seguendone la volontà. “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato ma lo resusciti nell’ultimo giorno” (Gv. 6,39).

«Chi avrà messo in opera la Volontà di Dio, questo di Me è fratello e sorella e madre». Maria, la Madre, è il modello di chi ascolta e mette in pratica la divina Volontà, lo narra Luca nell’annunciazione: «Ecco la schiava del Signore» (Lc. 1,38a); saranno come la Madre, quelli che nei secoli saranno i suoi fedeli ascoltatori, obbedendo a Lui nel mettere in pratica la sua Parola.

Questo è uno dei temi della divinizzazione: incarnare e generare il Verbo di Dio (Gal. 4,19).

Nicole Oliveri

 

 

Il Sal 129, anche se è una supplica che spesso viene ridotta al rango di canto funebre, resta uno splendido inno alla gioia del perdono. La preghiera del salmista diventa, ad un tratto, preghiera d’Israele: la sua attesa della misericordia divina è quella di tutto il popolo e su questa misericordia può contare, perché essa è grande e il Signore lo libererà dai suoi peccati. Non è solo il salmista, non è solo Israele, è tutto il mondo della miseria umana che dal profondo del peccato innalza il suo grido al Signore misericordioso. Con le parole del salmo esprimiamo umilmente la nostra condizione di peccatori e la grande fiducia nell’amore di Dio che non abbandona mai i suoi figli.

Al centro delle letture odierne sta la lotta dell’uomo contro le potenze del male. Essa è un’esperienza quotidiana, caratterizzata spesso da cedimenti e sbagli, iniziati con l’amara esperienza del peccato primordiale di Adamo ed Eva, di cui ci parla la prima lettura. Questa pagina del libro della Genesi intende dare una risposta alla domanda: da dove viene il male morale? Con il linguaggio simbolico degli antichi racconti eziologici, si afferma che la fonte del male morale è l’uomo stesso che liberamente, si lascia condizionare dal tentatore ed opera scelte contrastanti con Colui che dovrebbe essere il valore fondamentale della sua vita. Il racconto biblico illustra le quattro rotture provocate dal peccato: con Dio, di cui si fugge per paura; con gli uomini, con i quali si rompe la solidarietà; con se stessi, con relativa interiore insicurezza e debolezza; con la natura, che invece di condurre a Dio ne diventa un ostacolo. Il racconto della Genesi si chiude con la maledizione del serpente, il tentatore, e con misteriose parole di speranza per l’umanità: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. Profezia di una lotta dura e aspra, ma con un finale vittorioso. In altre parole, l’essere umano, cioè il figlio della donna, avrà la meglio sul serpente tentatore.

Questa profezia si avvera in Cristo, presentato da san Marco nel brano evangelico d’oggi come “l’uomo forte” che è in grado di difendersi da ogni assalto del male, da “satana”. Giovanni Battista aveva già presentato Gesù come “uno più forte” che viene dopo di lui e che battezza con lo Spirito Santo (cf. Mc. 1,7-8). Gesù vince il male perché cede solo alle richieste di Dio e alle urgenze dell’uomo, non ai vari “demoni” del suo tempo. Con lui e in lui è veramente giunto il regno di Dio ed è iniziato il crollo del regno di satana. Gesù è venuto per trasferirci dal regno delle tenebre, in cui domina satana e la sua logica di menzogna, al regno del Figlio diletto, quello dove Gesù regna e il vangelo diventa norma dei nostri comportamenti. In questo modo, viene anticipata quella vittoria finale del bene e dell’uomo rappresentata dalla risurrezione, di cui parla san Paolo nella seconda lettura: “colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui”.

Matias Auge

 

 

Se amiamo Gesù siamo suoi familiari

La liturgia di questa domenica riprende il tempo ordinario e ci propone un brano del Vangelo di Marco denso di difficoltà interpretative.

La scena evangelica è segnata dall’odio, dal demonio e dalla bestemmia. Davanti ai nostri occhi si prospettano tre quadri in successione, per definire il rapporto tra Gesù e alcuni personaggi che sfilano davanti a Lui. Il primo quadro (vv. 20-21) vede protagonisti i parenti carnali di Gesù, “i suoi”, che vanno a prenderlo per portarlo a casa. Ma chi sono? Dal contesto si può dedurre che si tratta di parenti, di familiari. E forse con loro c’è anche Maria. Il giudizio «è fuori di sé» (v. 21) è certo motivato dall’attività di Gesù e dal suo modo di comportarsi, che esce dagli schemi e dai modelli comuni. I suoi parenti temono che comprometta il buon nome della famiglia, per questo decidono di intervenire. Effettivamente il dissenso – e quasi il disonore – che Gesù sembra attirarsi per un annuncio ritenuto dissacrante, ricade soprattutto su di essi. Ecco perché i parenti tentano di ricondurlo all’ordine. Egli però rivendica la sua libertà, le sue idee, che mette a disposizione di tutti.

Nel secondo quadro (v. 22-30) sono di scena gli scribi venuti da Gerusalemme. Essi incarnano il rifiuto totale: Gesù è un indemoniato, l’incarnazione del male. Ed Egli, dopo aver fatto presente l’assurdità di chi sostiene che sia posseduto da Belzebul, attraverso gli esempi del regno e della casa divisi in se stessi e dell’uomo forte, denuncia come peccato imperdonabile la bestemmia contro lo Spirito Santo. È il peccato del rifiuto ostinato di riconoscere i segni e l’azione di Dio nei segni del suo Santo Spirito. È chiudere gli occhi e il cuore alla predicazione profetica e alla totale attività di Gesù. Chi giunge a questo livello di rifiuto segna il proprio destino e la propria condanna definitiva.

Il terzo quadro (vv. 31-35), in contrapposizione al precedente, è invece colmo di luce e di speranza. Protagonisti sono coloro che intuiscono in profondità il mistero di Cristo: per capirlo non sono sufficienti i legami carnali, sono necessari quelli interiori ed essenziali. E Gesù conia una bellissima definizione del discepolo, fedele: «chi compie la volontà di Dio». È questo il vero criterio della parentela con Cristo: «Ecco mia madre e i miei fratelli» (v. 35). È il criterio di chi vuol capire il messaggio di Gesù, il criterio per non essere escluso dal vero popolo di Dio. E la volontà di Dio è la partecipazione alla salvezza che Lui ci offre in Cristo.

Forse anche noi potremmo essere ritenuti «fuori di sé» dagli scribi del nostro tempo, ma accettando la volontà del Padre e concretizzandola nella nostra vita, avremo la certezza di essere i familiari amati da Gesù.

don Gian Franco Brusa

 

 

 

 

 

Giuseppe Licciardi (padre Pino)

 

 

Non è perché aveva bisogno del nostro servizio che il Padre ci ha comandato di seguire il Verbo, ma per procurare a noi stessi la salvezza. Poiché seguire il Salvatore significa essere partecipi della salvezza, come seguire la luce significa essere partecipi della luce. Non sono gli uomini che fanno risplendere la luce, ma sono loro ad essere illuminati e resi splendenti da essa. Lungi dal recare qualcosa alla luce, sono loro a beneficiarne e ad esserne illuminati. Così è del servizio reso a Dio: a Dio non porta nulla, poiché egli non ha bisogno del servizio degli uomini. Ma a coloro che lo servono e che lo seguono Dio procura la vita, l'incorruttibilità e la gloria eterna. Se Dio sollecita il servizio degli uomini è per potere, lui che è buono e misericordioso, accordare i suoi benefici a coloro che perseverano nel suo servizio. Poiché, se Dio non ha bisogno di nulla, l'uomo, invece, ha bisogno della comunione di Dio. La gloria dell'uomo è di perseverare nel servizio di Dio. È il motivo per cui il Signore disse ai suoi apostoli: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi". Egli indicava con ciò che non erano loro che lo glorificavano seguendolo, ma che essi erano da lui glorificati per aver seguito il Figlio di Dio... Dio concede infatti i suoi benefici a coloro che lo servono perché lo servono. Ma non riceve da loro nessun beneficio, poiché è perfetto e senza alcun bisogno. Egli li chiama perché li ama (sant'Ireneo di Lione).

 

 

Non ci sono (più) privilegi dinanzi a Dio

Dopo le solennità pasquali e le domeniche successive, oggi riprendiamo il cammino del tempo ordinario, fino al prossimo avvento.

Il Vangelo di oggi, ancora all’inizio di Marco, racconta di un momento ‘strano’ nella vita di Gesù.

Dopo aver annunciato il Regno e il compimento del tempo, chiamando alla fede e alla conversione, Gesù comincia a compiere una serie di gesti prodigiosi: scaccia spiriti impuri e demoni, guarisce malati, lebbrosi, paralitici, rimette i peccati nel nome di Dio e tutto questo, spesso, lo fa in giorno di sabato.

In questo modo egli muove le folle, che lo inseguono, fino a non lasciare più il tempo, a Lui e ai suoi discepoli, neppure per «mangiare».

È un successo travolgente! Al punto che ‘i suoi’, i suoi parenti, quelli della sua casa, decidono di «andare a prenderlo», un po’ spaventati per tanto clamore e un po’ preoccupati per quello che sarebbe potuto accadere, al punto che cominciano a dire e a pensare di Lui: «È fuori di sé».

Spinti dall’affetto, questi suoi parenti finiscono per non capire nulla di quanto sta avvenendo a Gesù.

In mezzo a questo notevole trambusto, suscitato da Gesù, addirittura, da Gerusalemme, arrivano degli scribi. La voce dunque è giunta fino alla capitale di Israele. Senza nemmeno provare ad ascoltare ‘l’imputato’, questi scribi hanno già pronunciato la sentenza: «costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni».

Gesù non si sottrae a questa accusa, anzi chiama a sé i suoi oppositori e, con un esempio efficace, tratto dalla politica, risponde loro:«se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi». Poi, in modo più vicino alla vita di tutti i giorni aggiunge: «se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi».

Il ragionamento è luminosamente chiaro: non c’è nulla di peggio, per un regno o per una casa, di essere divisa.

La guerra civile o i conflitti laceranti spaccano le comunità e i paesi, che finiscono per implodere.

Così, analogamente, vale per satana, l’accusatore: «se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito». Questo Gesù lo dice a chi lo accusa di ‘scacciare’ i demoni in nome del loro principe. Come può satana essere contro se stesso?

Gesù invece è più forte di satana, è più forte del male, e perciò può ‘saccheggiarne’ la casa, dopo averlo ridotto all’impotenza: «nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa».

E a coloro che non riconoscono la sua opera dice: in modo molto forte, che: «tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e – addirittura – anche tutte le bestemmie che diranno».

Questa è esattamente la missione di Gesù: salvare l’uomo, liberandolo dal suo male, che lo imprigiona.

Eppure, c’è un peccato che non può essere perdonato. È uno solo: è la bestemmia «contro lo Spirito Santo», che rivela la sua missione d’amore. L’unico peccato che non può essere perdonato è il peccato di chi non vuole essere perdonato.

È il peccato di chi rifiuta di essere salvato: nella storia di Gesù, è l’ostilità di chi continua ad accusarlo di essere «posseduto da uno spirito impuro».

Gesù è venuto a liberarci dal male che ci soffoca e che, con grande abilità, ci fa credere di essere liberi.

In fondo, questa è stata l’illusione dell’adampeccatore. Questa è l’illusione di ciascuno di noi: quella di non essere peccatori.

Lo racconta, in modo mirabile, il capitolo terzo del libro della Genesi, che abbiamo ascoltato nella prima lettura. L’uomo e la donna hanno mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, un albero simbolico.

La proibizione di questo albero, infatti, non aveva altro senso se non questo: “Fidatevi della Parola! Imparate a riconoscere e a gustare tutti i doni di Dio (tutti gli altri alberi del giardino) e imparate a distinguere il bene dal male”.

Ma l’uomo e la donna – ciascuno di noi – non si sono fidati di questa parola. Hanno preteso di decidere loro quale sia il bene e il male.

E alla fine, che cosa ne abbiamo ricavato? Paura, paura di Dio, paura della propria nudità, e quindi vergogna di noi stessi, del male compiuto, vergogna dinanzi allo sguardo dell’altro, che avvertiamo – con disagio – come uno sguardo di accusa.

Per questo dinanzi alla domanda di Dio, che è anche la domanda che ciascuno di noi fa a se stesso quando compie qualcosa di male («che hai fatto?»), l’uomo accusa la donna e la donna accusa il serpente.

Questo serpente è l’immagine, terribile, del male che è ‘già là’, quando l’uomo viene al mondo – è quello che chiamiamo il peccato originale –.

Ogni uomo viene alla luce in un mondo dove ci sono le ombre, le tenebre, il male, che è violenza, menzogna …

E, invece di riconoscere questo male, e il male che ciascuno di noi compie, finiamo per accusarci gli uni gli altri.

Così, la spirale dell’odio, della violenza, della menzogna, non ha mai fine.

Questa spirale è arrivata fino a Gesù, fino ad accusare anche Lui, che ci libera dal male, di essere un inviato di satana, di essere un pericoloso ‘complice’ del male del mondo.

A questa accusa Gesù risponde con meravigliosa forza, con grazia e con fermezza.

Egli ‘compie’ le parole che Dio rivolge, in Genesi, al serpente: la stirpe della donna «ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». “Tu cercherai, in tutti i modi, di opporti alla vittoria di chi ti sconfiggerà, ma non potrai fare nulla. L’amore di Dio è più forte del male e dell’odio, che pure sono diffusi in tutto il mondo”.

Ecco, questo ci deve far riflettere, perché oggi noi viviamo in un mondo in cui tendiamo a nascondere il male, la colpa, il peccato.

Non che non sentiamo la colpa. Gli uomini di oggi sentono moltissimo il ‘peso’ della colpa. Ma stentano a darle un nome. Faticano a riconoscere che questa ‘colpa’ è contro Dio, contro i doni di cui Lui ci ha circondato.

Spesso, le colpe cerchiamo di individuarle restando tra noi, ma lasciando Dio fuori.

Basterebbe pensare a quanti di noi dicono: ma, in fondo, perché confessarsi? Perché andare a chiedere perdono a un prete che, in nome di Gesù, ci libera dal male, per farci rinascere alla libertà dell’amore?

Ecco, il Vangelo di oggi si chiude proprio con una parola luminosa di Gesù.

Alla sua famiglia che lo cerca, quasi rivendicando il ‘privilegio’ di poterlo incontrare, Gesù rivolge una parola bellissima: «mia madre e … i miei fratelli» sono coloro che si lasciano amare da una grazia che è per tutti: «chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Non ci sono (più) privilegi dinanzi a Dio, perché egli ama tutti per grazia.

Così, come dice l’apostolo Paolo nella seconda lettura, siamo tutti invitati a riconoscere la grazia che ci è data in modo sovrabbondante; perché così, tutti insieme, possiamo moltiplicare «il nostro inno di ringraziamento per la gloria di Dio»!

don Maurizio Chiodi

 

 

Dentro-fuori

Concluso il tempo pasquale e le domeniche dedicate alle solennità si torna al tempo detto “ordinario”, ma più propriamente “pentecostale” perché scaturito dalle feste pasquali compiute nell’effusione dello Spirito. E si torna con i vangeli che narrano la missione del Maestro (avvenuta prima della passione-morte-resurrezione) da rileggere e attualizzare alla luce della Pasqua e del suo annuncio-impegno missionario.

Il tema del brano evangelico proposto dalla liturgia è il discernere se siamo «con lui» o «contro di lui». Siamo veramente «suoi» o estranei a lui, siamo «dentro» o «fuori», ascoltiamo la sua chiamata o lo mandiamo a chiamare, lo seguiamo o vogliamo che lui ci segua, accettiamo il suo perdono o lo rifiutiamo, ascoltiamo lo Spirito o lo “bestemmiamo”? Tutti questi interrogativi toccano la questione della nostra salvezza, che consiste nell’essere «con lui» così come è in realtà, e non come lo vorremmo noi. Il brano inizia dicendo che non potevano mangiare per la calca di gente presente e termina con le parole di Gesù circa chi gli sta seduto intorno ad ascoltarlo: «Ecco mia madre e i miei fratelli: chi fa la volontà di Dio».

Dopo le prime opposizioni degli scribi e dei farisei, dopo la scelta dei dodici, Gesù si trova a fare i conti con l’incomprensione dei suoi familiari/parenti e la calunnia degli scribi. Sembra che tutto un ambiente si allontani da Gesù, mentre un altro si raduna attorno a lui, costituito da quelli che fanno la volontà di Dio: sono essi quelli che formano la sua vera famiglia.

Il fatto che la situazione si svolga in una casa non è marginale visto che si tratta di uno dei temi forti di Marco (2,1; 7,17; 9,28.33; 10,10): in tale ambiente domestico Marco colloca la vera famiglia di Gesù e gli insegnamenti principali che offre ai suoi discepoli.

Marco è anche l’unico evangelista che riferisce il passo compiuto da un gruppo di parenti di Gesù (appartenenti al clan, cf. 6,3): essi sono persuasi di dovere con urgenza riportare Gesù al buon senso. Forse una preoccupazione per l’incolumità di questo familiare…? Forse la preoccupazione per loro stessi di fronte allo “scandalo” causato da questo familiare…?

Sembra di intravedere una dinamica ricorrente nella Storia della Chiesa o del Cristianesimo: momenti in cui i fedeli di Cristo si sentono un po’ spiazzati da una lettura più radicale della proposta del Maestro, quasi a vergognarsene o a essere preoccupati che l’essere identificati come suoi discepoli possa nuocere loro. E in genere questo fenomeno è sempre attivato da uomini o donne che nel loro preciso momento storico con coraggio e discernimento sentono di dover richiamare prima di tutto sé stessi a “prendere sul serio” la proposta di Cristo: prima di tutto un richiamo per sé, che diventando poi vita-storia è appello alla comunità. Molto tempo dopo la Chiesa li indicherà come santi e sante: ma nel frattempo, quanto dolore e incomprensioni… (e, in fondo, quanta emulazione di Gesù rifiutato o incompreso!). Se ce ne fosse bisogno, basti pensare alla vicenda di Francesco d’Assisi e di Chiara d’Assisi… ma mettiamo pure ogni autentico testimone di Dio, canonizzato o meno.

Tutta la scena pone i discepoli attorno a Gesù (che sta “al centro” della situazione) in casa. I suoi parenti sono presentati come se fossero “fuori”. Questa annotazione ha un valore simbolico in rapporto all’istituzione nuova che Gesù è venuto a costituire: la sua ecclesia/assemblea non sarà basata sui legami di sangue o di stirpe o di etnia, e non prenderà nemmeno come modello il mondo ebraico nel quale sia il sacerdozio che la regalità si trasmettevano per discendenza familiare. I “suoi” se vogliono far parte della “casa” di Gesù devono trasformarsi in discepoli. Discepolato permanente nella conversione permanente. L’insieme dei credenti “che fanno la volontà del Padre” è considerato come la nuova famiglia  di Dio (Ef. 2,19). E qual  è la volontà  del Padre? «Ascolta, Israele…!» (Dt. 6,4): nel primato dell’ascolto la via per conoscere la Sua volontà.

 

San Francesco ricorda bene questa dinamica evangelica come scoperta centrale della sua familiarità con Dio dopo aver lasciato la famiglia d’origine con il suo babbo, amplificandola anche con la categoria nuziale:

«…sono figli del Padre celeste del quale compiono le opere, e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo.

Siamo sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce al Signore nostro Gesù Cristo.

Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre che è nei cieli.

Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo per mezzo del divino amore e della pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri.

Oh, come è glorioso, santo e grande avere nei cieli un Padre!

Oh, come è santo, consolante, bello e ammirabile avere un tale Sposo!

Oh, come è santo e come è caro, piacevole, umile, pacifico, dolce, amabile e sopra ogni cosa desiderabile avere um tale fratello e un tale figlio, il Signore nostro Gesù Cristo…» (Lettera ai fedeli, I, cap. I : FF 178/2-3)

 E santa Chiara sviluppa con sensibilità tutta femminile:

«Perciò , sorella carissima, o meglio, signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa e madre e sorella del Signore mio Gesù Cristo, insignita con grande splendore del vessillo della verginità inviolabile e della povertà santissima, rafforzatevi nel santo servizio del Crocifisso povero, che avete intrapreso con ardente desiderio; egli per noi tutti sostenne il supplizio della croce, strappandoci dal potere del principe delle tenebre, da cui eravamo tenuti incatenati per la trasgressione del nostro progenitore, e riconciliandoci con Dio Padre. […]
…poiché avendo voi preferito il disprezzo del mondo agli onori, la povertà alle ricchezze temporali e nascondere i tesori in cielo più che in terra, là dove né la ruggine consuma, né il tarlo distrugge, né i ladri rovistano e rubano, abbondantissima è la vostra ricompensa nei cieli; con ciò a ragione avete meritato di essere chiamata sorella, sposa e madre del Figlio dell’altissimo Padre e della gloriosa Vergine…» (Lettera prima a sant’Agnese di Boemia, FF 2863. 2866).

fra Andrea Vaona

 

 

In questi testi notiamo due opposizioni; quella di Gesù con i suoi parenti (all'inizio e alla fine) e l'aspro contrasto con gli scribi (al centro). Vediamo brevemente quello con gli scribi; essi accusano Gesù di operare prodigi per mezzo del capo dei demoni. È assurdo: danno a Dio dell'indemoniato, lo trattano ostilmente, calunniandolo e maltrattandolo. E Gesù, con grande pazienza, cerca di farli riflettere: come potrebbe andare avanti un regno diviso in se stesso? Questo è un principio universale; come si può reggere se si è “separati” in casa? Come può sussistere una comunità, un gruppo di amici, un presbiterio (=insieme dei sacerdoti) se si è divisi? Persino il diavolo non potrebbe fare niente se, tra diavoli, non fossero uniti nel desiderio del nostro male. Perciò Gesù dice che la liberazione dal male che compie è segno che è arrivato Colui che è più forte del male.

E poi parla della bestemmia contro lo Spirito Santo che non sarà mai perdonata; egli intende quell'indurimento estremo di cuore che ti porta a negare l'evidenza e a chiuderti ostinatamente e orgogliosamente alla verità. E se uno si chiude così, neanche Dio può farci nulla, un po' come diceva santo Agostino: il sole brilla su tutte le case, ma entra se uno apre dall'interno le finestre.

Andiamo ora all'incomprensione dei parenti. Anzitutto, per comprendere meglio, dobbiamo tener conto che all'epoca di Gesù la famiglia era il riferimento-base dell'individuo per l'inserimento nella vita sociale: tu ti presentavi al mondo come parte della tua famiglia e avevi la considerazione sociale a seconda della famiglia di appartenenza (ad esempio, ti riconoscevano come figlio di Tizio, che fa questo mestiere, dunque tu “vali” a seconda del livello sociale della tua famiglia); non solo, ma spesso la famiglia era anche luogo di lavoro (proseguivi l'attività del padre) e di sostentamento (abbandonarla significava rischiare il futuro), ed eri tenuto a proseguire l'attività della famiglia, dando il tuo contributo e provvedendo ai tuo genitori nell'anzianità.

Gesù “rompe” con queste norme sociali; rinuncia a tutto per l'annunzio del regno di Dio, vive in maniera itinerante, povero, chiama a sé dei discepoli (uomini e donne) che condividono il suo stile e “infrange” alcuni codici culturali e religiosi dell'epoca. Ora, Gesù si trova in una casa, non quella dei suoi genitori, dove sta insegnando; la casa appare qui come un luogo di insegnamento e di condivisione. Gesù secondo i “canoni” del buon senso comune, si comporta in modo strano, disonorevole; insegna in un luogo non adibito a ciò (era la sinagoga), a contatto con tante persone (magari c'era qualche impuro) e non si ferma neanche un attimo per mangiare. Per i parenti questo è troppo, è “fuori di sé”, e vanno a prenderlo. Non comprendono la sua missione e vorreb-bero fermarlo; questo nasce da una preoccupazione per lui (è l'atteggiamento tipico del difendere il “loro”), ma anche dal voler difendere se stessi: arrecare disonore a se stessi significava arrecare onore alla famiglia. I familiari non sono in aperta opposizione a Gesù, ma sono preoccupati che delle sue azioni o parole fuori posto (= contrarie alla Legge o alle regole di vita correnti) possano compromettere l'onore familiare (la gente che pensa?).

La folla intanto gli stava seduta intorno. Gli dicono: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli, fuori, ti cercano». Madre e fratelli restano fuori: perché? La casa (in greco oikos) è immagine della casa dei discepoli, il luogo della comunità; è come se avessero difficoltà ad entrare nei discepoli. Non entrano: dovrebbero cambiare la relazione familiare, accettando di fare come Gesù, che “disonora” la famiglia secondo lo schema del tempo.

Colpisce che tra essi Marco sottolinei che c'era anche “sua madre”. Ma come, la Madonnina? Eh sì, anche lei; anche la Madonnina ha fatto il suo percorso di fede, e ha faticato a comprendere Gesù; lei ovviamente non le era ostile, era solo umanamente preoccupata per lui e non capiva fino in fondo il suo stile, ma la sua grandezza è stata proprio nel suo essersi fatta sua discepola, nell'averlo seguito, ascoltando e praticando la sua Parola. E per chi è madre o padre, sa bene che ascoltare e seguire il figlio, rinunciando alla sua autorità su di lui, non è semplice.

Quante volte anche oggi il seguire Gesù comporta incomprensioni a livello familiare; quanti giovani chiamati faticano anzitutto con i genitori che non ne capiscono la grandezza, quante persone che iniziano una conversione sono incomprese e sbeffeggiate: che il Signore dia loro la grazia di perseverare.

E infine, nella sua risposta Gesù dice: Ecco mia madre e i miei fratelli: sono coloro che fanno volontà del Padre. Gesù qui ci mostra una nuova famiglia: quella della Chiesa, dei discepoli, che hanno un solo Padre, Dio, e uno stile di vita: fare la sua volontà. I legami familiari non sono esclusi, ma risignificati: Gesù sposta e allarga la famiglia da un piano naturale a un piano soprannaturale. Che bello sarebbe riscoprire l'appartenenza a questa grande famiglia; lavorare per formare comunità cristiane nelle chiese, che troppo spesso somigliano a dei grandi “distributori del sacro”, dove ognuno, dopo aver attinto, se ne va, solo come quando è arrivato! Chiediamo al Signore che ci aiuti ad essere e vivere come suoi veri familiari, portando nel mondo “lo stile alternativo” dei figli di Dio, la cui legge è l'amore.