Nella pericope evangelica di questa domenica troviamo due racconti, uno all’interno dell’altro. Possiamo infatti mettere i vv. 20- 21 e 31-35 con il titolo di “la vera famiglia di Gesù” mentre i vv. 22-30 con quello di “Gesù mette fine al regno di Satana”.

Troviamo Gesù che, come di solito, è circondato dalla folla così numerosa che non trova il tempo per mangiare. Questo ci rivela la dedizione di Gesù verso la gente, il suo amore, il suo essergli “pastore”. Il suo desiderio inoltre è quello di insegnare a tutti la via che conduce al Padre.

Ma questa passione per l’annuncio viene interpretata dai suoi parenti come una pazzia: per questo vorrebbero portarlo via. Gesù è rifiutato dai parenti, è rifiutato dai suoi allora e anche ora perché la sua proposta è controcorrente. Ma questa follia è la sapienza di Dio che sa strappare dalla morte e donare la vita vera. Occorre conversione del pensiero e del cuore; occorre farsi poveri e umili, trascurare se stessi per donarsi agli altri.

Qui comincia il secondo racconto: ci sono dei maestri della legge che sono arrivati da Gerusalemme, luogo del rifiuto e della condanna, che ritengono Gesù posseduto da Satana.

Attraverso le domande che Gesù stesso pone, vuole dimostrare quanto siano assurde queste accuse. Gli accusatori vedono i miracoli di Gesù ma si rifiutano di accoglierli come segni della presenza del regno di Dio in mezzo a loro. Sono sazi della loro sapienza, della loro conoscenza della legge. È come fossero dei ciechi davanti all’evidenza dei fatti che Gesù mostra: Egli scaccia Satana e quindi non può essere dalla sua parte.

Gesù riprende e amplia il concetto dimostrando che la sua azione è diretta contro di lui, contro “l’uomo forte” che vigila la “sua casa”. Gesù è venuto per mettere fine al regno di Satana e al peccato che tiene l’uomo separata da Dio. Solo lui, in quanto Figlio di Dio, può, con la sua potenza e volontà scacciare Satana.

Il v. 28 riporta un’affermazione molto forte: non verrà perdonato il peccato che rinnega l’opera divina; di chi cioè non riconosce l’azione e la presenza di Dio, attraverso il suo Spirito, in Gesù dopo la sua croce e risurrezione. Chi lo rifiuta si rende cieco, non capace di riconosce l’amore e il perdono incondizionato di Gesù.

Gli ultimi versetti ci fanno comprendere chi è la famiglia di Gesù. Chi sa accogliere Cristo Gesù e la sua parola intesse con lui legami nuovi, rapporti fondati sull’amore donato da Dio. La sua vera famiglia ha legami differenti da quelli di sangue. E quindi Egli non appartiene più a loro in quanto il solo legame di sangue non permette loro di capire Gesù e quindi di accoglierlo.

Si è “familiari” di Gesù facendo la volontà del Padre e accogliendo Gesù, che è l’immagine del Padre. Solo seguendo Gesù il Cristo si trova la fonte della vita e l’amore del Padre ci rende tutti fratelli.

“Chi lo ascolta, non solo si trasforma in lui, diventandogli fratello e sorella. Partecipa misteriosamente alla maternità stessa di Maria, che lo ha generato al mondo”. (Silvano Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo, pag 127)

Domande per una riflessione personale

Quanto sono capace di oppormi con forza a ciò che oggi impedisce il compimento del Regno?

Le mie scelte e le mie azioni sono intrise di carità?

Posso dire che, come Gesù, vivo la mia esistenza più preoccupato degli altri che di me stesso?
Sento la mia vicinanza a Gesù? Come costruisco questa “relazione di parentela” con lui?

 

 

«Della bestemmia contro lo spirito santo»

Il brano evangelico di oggi ci presenta un episodio del ministero di Gesù che non mancherà di sorprenderci: i parenti di Gesù si recano a Cafarnao per prenderlo con sé e ricondurlo alla ragione. Possibile che la sua famiglia sia cieca fino a questo punto? Non si rendono conto che il messia non deve essere ostacolato nel suo cammino, che nessuno può impedirgli di compiere la sua missione?

Per capire il loro atteggiamento, bisogna ricordare che i primi trent'anni di Gesù erano trascorsi nell'oscura banalità di una vita simile a quella di tutti gli altri. Poi, all'improvviso, quest'uomo abbandona il suo villaggio e si mette a percorrere il paese avanzando pretese abnormi, come quella di correggere la Legge e le venerabili tradizioni del popolo eletto. Come accettare tutto questo? In effetti, lo zelo di Gesù per la casa di suo Padre appare eccessivo, quasi folle e la sua famiglia ha molti buoni motivi per essere preoccupata. Ma egli non cesserà di sconcertarli, fino alla suprema follia della croce. Solo Maria ed alcuni parenti si lasceranno trascinare fino al calvario. Quanta fatica per accettare quell'uomo e quanta ancora ne dovranno fare per comprenderlo!

Ben diversamente grave ed inquietante è il giudizio perentorio pronunciato dagli scribi. L'evangelista non ha dubbi: è una bestemmia contro lo Spirito santo, la cui gravità deriva dal fatto che non si tratta più semplicemente di un errore sulla persona di Gesù, ma di un rifiuto positivo e deliberato della grazia e della rivelazione. Chiamare satana il figlio di Dio significa collocarsi al di fuori della salvezza.

La scelta si impone ancora oggi: con il Cristo o contro di lui? Bisogna essere un po' pazzi per seguirlo, non bisogna essere troppo «ragionevoli» se si vuol appartenere alla vera parentela di Gesù: quella che trova in lui la propria famiglia e la propria casa.

Antifona d'Ingresso Sal 26,1-2

Il Signore è mia luce e mia salvezza,

di chi avrò paura?

Il Signore è difesa della mia vita,

di chi avrò timore?

Proprio coloro che mi fanno del male

inciampano e cadono.

Nell’antifona d'ingresso (Sl. 26,1.2bc, SFI) la fiducia è proclamata e riaffermata dall'Orante, chiamando il suo Signore con i titoli di Luce e Salvezza sua (18,9; Is. 60,20; Mich. 7,8), modi per esprimere che è la Vita sua. Per questo nulla teme da nessuno (22,4; 55,5.11; 117,6; Is. 12,2; 51,12; Rm. 8,31) e per nessun motivo (v. 1a). In parallelo, egli proclama che il Signore è la Fortezza che protegge la sua vita, per cui anche da questa parte nulla teme (v. 1b). Al contrario, debbono tremare di terrore davanti al Signore quanti tribolano la vita del protetto da Lui (v. 2bc), contro cui tuttavia non hanno alcuna forza per nuocergli.

Canto all’Evangelo Gv 15,15

Alleluia, alleluia.

Io vi ho chiamati amici, dice il Signore,

perché tutto ciò che ho udito dal Padre

ve l'ho fatto conoscere.

Alleluia.

L’alleluia all'Evangelo (Gv. 15,15) orienta la proclamazione evangelica con l'affermazione del Signore sulla totale comunicazione delle Parole del Padre agli uomini che ascoltano-compiono la Sua volontà e per questo sono chiamati amici e sono fratelli del Signore. Dopo aver scelto i Dodici come apostoli, Gesù fonda la nuova famiglia dei figli di Dio. Condizione per essere ammessi: accogliere la parola del Cristo, il fratello maggiore. Non tutti però credono: i suoi concittadini, i suoi stessi parenti non comprendono la sua missione e lo giudicano pazzo od indemoniato. Tuttavia Gesù è categorico: chi rifiuta la salvezza che egli propone, non ne troverà un'altra. Poiché la fede cristiana è un libero impegno, non sono più i legami naturali che fanno l'unità, ma l'obbedienza allo Spirito di Dio che si rivela in Cristo. Tutti coloro che accolgono la parola di Gesù sono figli adottivi di Dio e fratelli tra di loro.

Per il contesto della pericope evangelica possiamo dire che siamo nella sezione (1,14-8,26) detta del ministero messianico in Galilea che ha come nucleo propulsivo il Battesimo (1,9-11).

Questa Domenica il Signore opera i prodigi grandi come Re messianico, per riconquistare al Padre il Regno, impedito dal «regno di satana». Ora, durante la sua predicazione messianica avviene la tragedia, di quanti Lo respingono perfino con accuse infamanti. E questi sono i suoi avversari personali e dichiarati. E però avviene anche il dramma dei suoi stessi parenti, che non Lo comprendono pienamente e quindi non Lo accettano per quello che è, e anzi cercano con ogni mezzo di impedirgli di proseguire il suo ministero, temendo per la sua vita.

Il Signore era salito sul monte, in solitudine, per innalzare al Padre, in indicibile colloquio, la grande epiclesi per il Dono dello Spirito Santo sui discepoli che ha deciso di scegliere (Mc 3,13). Poi tra essi ne sceglie Dodici (Mc 3,14-19), che porterà con sé e formerà alla predicazione dell'Evangelo del Regno, ai quali affida la direzione degli altri discepoli, al fine che possa poi inviare tutti questi al mondo.

L'episodio si svolge a Cafarnao. Egli torna a casa, che è la casa di proprietà di Pietro (Mc. 1,29), ma dove in realtà Lui è l'Ospite divino. Qui è si raduna come sempre la folla dei malati e dei bisognosi, che Lo pressano talmente che non può neppure prendere il cibo (lett. «mangiare il pane»; nella sua semplicità l'annotazione rende quasi visibile l'accalcarsi della folla).

Esaminiamo il brano

v. 20 - «i suoi»: l'espressione greca (οί par’aùtou) è fluttuante, potendo indicare tanto i seguaci e i discepoli quanto i familiari e i parenti. Ambedue le interpretazioni sono possibili e di fatto sono sostenute dagli esegeti di opposte tendenze. Tuttavia, tenendo presente che i discepoli sono già con Gesù in casa (v. 20), è più probabile che si tratti dei parenti, che giungono («vennero») dalla non lontana Nazaret, allarmati per quanto si diceva sul conto del loro congiunto. Che Gesù, del resto, abbia incontrato delle incomprensioni presso i suoi è chiaramente attestato da Gv. 7,5 e indirettamente anche da Mc. 6,4.

«Quelli vicino a Lui» per il sangue, ossia i suoi parenti, hanno notizia della sua situazione. Egli è diventato il centro dell'attenzione delle folle, che vengono da Lui per ricevere guarigioni, aiuto e conforto. Tuttavia sta sotto la sorveglianza anche degli osservanti, i quali già hanno cominciato una sorda guerra contro di Lui. Vedi gli Evangeli delle Domeniche VII-IX. I suoi parenti sono preoccupati per la sua (e loro) sorte. Ma in fondo non hanno compreso, né dalle parole, né dai segni prodigiosi che opera, chi sia questo Parente. Perciò non credono in Lui e nella sua missione. Certo gli vogliono bene, come avviene nella famiglia orientale così compatta, ma Lo ritengono ingombrante, e pericoloso per lui stesso, ma di riflesso anche per loro.

v. 21 - Arrivano perciò da Lui «per tenerlo (kratéó)», e quindi per riprenderlo e riportarlo a casa, a Nazaret (v. 21a).  Stando alle circostanze presenti, è probabile che i parenti di Gesù fossero intenzionati ad usare anche la forza per riportarlo a casa e impedirgli di continuare la sua azione, che ai loro occhi sembrava portare discredito a tutta la famiglia. Marco qui spiega: «Poiché infatti dicevano: È uscito fuori di sé», ossia, è pazzo (v. 21b). Poiché la frase non ha il soggetto, il contenuto si potrebbe riferire agli scribi che intervengono subito dopo, ma in realtà la frase si salda con quel "tenerlo" dei parenti, e quindi si riferisce a questi. «È pazzo» è un pretesto avanzato con motivo. Infatti i parenti sanno dell'accusa che rivolgono a Gesù, di essere un «falso profeta», che porta fuori della Legge di Mose (Dt. 18,9-22). Ora, la pena prevista per i falsi profeti è la morte: il falso profeta «deve morire» (Dt. 18,20). L'esecuzione può essere per lapidazione (vedi il tentativo contro Gesù stesso in Gv. 8,59). Ma se i parenti riuscissero a far passare Gesù per pazzo e irresponsabile, allora gli eviterebbero quel pericolo.

v. 22 - Sopraggiunge però anche l'attacco minaccioso degli esperti della Legge, gli scribi, che vengono addirittura da Gerusalemme. Questi portano un'accusa di falso profetismo ancora più motivata, quella di predicare e operare solo per invasione e possessione demoniaca: «Possiede Belzebul, e nel principe dei demoni espelle i demoni» (v. 22). È interessante conoscere la dottrina sul diavolo che circolava nell'ambiente religioso ebraico del tempo di Gesù, perché sostanzialmente è la dottrina cristiana, che non si è molto modificata nel tempo. È ovvio, secondo la fede divina del N. T., che rivela come Cristo per la potenza dello Spirito del Padre e suo abbia vinto satana e il suo regno una volta per sempre con la Croce e con la Resurrezione. Ora l'A.T. aveva rivelato a poco a poco l'esistenza di un essere che non è il Signore eterno, né un Angelo, né un uomo. E però come essenza creata è uno "spirito", che partecipa in qualche modo a qualche realtà del Signore, e poi come essere limitato partecipa per qualche cosa dell'uomo creato. Trapela qualche volta che partecipa, almeno a margine, al consiglio che avviene nel cielo per alcune decisioni sulla terra, in cui il Signore desidera che collaborino quegli esseri spirituali che formano la corte celeste. Quell'essere di certo teme, sta sottoposto e obbedisce al Signore, ma insieme sordamente disobbedendogli, poiché sta sempre e comunque contro gli uomini, e agisce rovinosamente contro di essi. Perciò, ad esempio, sta contro i re d'Israele, ingannandoli per portarli alla guerra rovinosa diffondendo «lo spirito della menzogna» (1Re 22,19-23). E così sta contro Giobbe il giusto e paziente, con l'istinto della malvagia violenza, per prostrarlo nella polvere (Giobbe cc. 1-2). È uno spirito che per il male degli uomini si aggira nei deserti e nei luoghi abitati di notte e in pieno giorno (Sl. 90,5-6.10), e che finalmente il Salmista identifica negli esseri annidatisi negli idoli e operanti nel loro culto orgiastico, con la tremenda suggestione che causava (Sl. 95,4). E così è visto come «il più intelligente» tra i viventi che stanno sulla terra, come la Genesi allude quasi con timore, e non senza una punta di ammirazione per la sua stranezza (Gn. 3,1; domenica I di Quaresima, ciclo A).

Dal culto della città fenicia di Accaron questo spirito è chiamato Baal-zebul, «padrone delle mosche» (2Re. 1,2), voce di scherno, che in realtà è usata per evitare il nome pauroso baal-debab, «padrone dell'inimicizia» del genere umano, in specie però del popolo santo (il termine resta nella Tradizione siriaca). Poi a esso si attribuiva anche una nutrita corte di esseri consimili, collaboratori nel male degli uomini. L'accusa rivolta a Gesù è grave e infamante. Come indemoniato, infatti, Egli darebbe solo prova di bravura, cacciando i suoi colleghi dai malati, ma certo per fini loschi e rovinosi (v. 22).

vv. 23 - 26 Gesù ha molta pazienza, perché vuole il bene anche degli oppositori. Allora li fa venire vicino e parla a essi con la parabola, il linguaggio simbolico più efficace di un ragionamento logico. E anzitutto riporta la questione degli spiriti malvagi a satanàs (o anche satàn), termine semitico che significa «il nemico», l'inimicizia. Poi chiede in che senso satana, che nell'accusa sarebbe detenuto da Gesù, possa cacciare satana dai malati curati da Gesù stesso (v. 23). Infatti satana ha un "regno", e molto compatto, e un regno che fosse diviso nel suo interno non potrebbe stare in piedi (v. 24). E invece satana con molta evidenza ed efficacia forma una "casa", e molto compatta, poiché una casa che fosse divisa al suo interno non potrebbe sussistere (v. 25). Perciò è proprio di satana di non contraddirsi, esso mai opera in modo da ostacolare se stesso e il suo disegno, e nell'interno della sua casa nessuno spirito malvagio si ribella e si pone contro l'altro spirito malvagio. Altrimenti satana non potrebbe reggersi, e segnerebbe la sua propria fine (v. 26). Qui Gesù sta rivelando una fatto orrido, la compattezza, la consistenza e la durata del «regno di satana», che tra gli uomini e nel mondo si contrappone con malvagità e violenza assolute al Regno universale di Dio. E insieme adesso presenta satana in una sua qualità tremenda, di essere «il forte».

v. 27 - Il nuovo paragone, improntato a Is. 49,24-25, segna un progresso di idee in quanto Gesù, mostrata l'assurdità dell'accusa secondo la quale avrebbe agito in nome o per autorità di Satana, passa ora ad illustrare come la sua opera sia diretta proprio contro quel nemico, che i farisei credevano suo alleato. La parabola prosegue così presentando l'assalto che si deve muovere contro la casa "forte" per metterla a sacco. Allora si deve procedere anzitutto legando «il forte», quindi privandolo della sua forza attiva, rendendolo inoffensivo. Allora si può saccheggiare la sua casa. Ossia, per depredare il «regno di satana» della sua preda preferita, che sono proprio gli uomini, occorre privarlo del suo potere sugli uomini, anzitutto del suo potere sul loro corpo e sulla loro anima. Come Gesù usa fare, guarendo nello Spirito Santo il corpo e l'anima degli indemoniati. Ma non basterebbe questo, poiché il «regno di satana» nella sostanza ultima, e attraverso il peccato e il male, è il «regno della morte e dell'inferno». Allora Gesù Signore, offertosi al Padre «nello Spirito eterno» (Eb. 9,14), con la Morte distrugge la morte, e quindi può discendere agli Inferi al fine di depredare di persona la «casa di satana strappandogli via tutti i suoi abitanti umani che esso lì deteneva nella tenebra, nella tribolazione, nel pianto, nel terrore e nella disperazione della schiavitù antica, e riprendendoseli come proprio prezioso possesso (1Pt. 3,18-22; 4,6). E allora con la Resurrezione e l'Ascensione riporta gli uomini nel Regno del Padre. Ecco il saccheggio della casa del "forte".

v. 28 - «In verità...»: Gesù termina la parabola con la sua applicazione alla realtà. La formula con cui introduce questo suo intervento è "Amen", aggettivo verbale dalla radice ebraica ‘aman, che significa essere fermo, stabile, certo, fedele. Si può usare come confermante del proprio discorso, o come asseverazione e approvazione di quanto parla il Signore, o di quanto propone il sacerdote nella liturgia. Però quell'aggettivo applicato al Signore diventa un titolo, e allora significa che è Egli il Fedele unico, che si rivela e parla nella sua divina Fedeltà. I 4 Evangeli riportano i passi in cui il Signore stesso si introduce con l'Amen (vedi però anche Paolo, 2Cor. 1,18; il richiamo è a Is. 65,16; Ger. 4,7; Sl. 71,17; Ap. 3,14).

La dichiarazione del Signore Fedele è grave. Insieme è avvertimento e minaccia a cui nessuno si può sottrarre. Il Padre rimetterà e perdonerà (sempre verbo aphíêmi, da cui àphesis, la remissione, il perdono) tutti i peccati e tutte «le bestemmie che avranno bestemmiato» (v. 28). Il verbo greco blasphêméô verrebbe da blapsiphêmos, ossia blàpsis, il danno (inferto con la contumelia e la calunnia), e phêmí, dire; da questo verbo provengono il sostantivo blasphêmía, contumelia, calunnia, e l'aggettivo blásphêmos, contumelioso, calunniatore. Nella Scrittura questo vocabolario è applicato all'azione di chi parla e schernisce in modo irriverente, offensivo, calunnioso, irridente e odioso anzitutto di Dio e delle sue persone e realtà sacre. Da qui è venuto il tremendo vocabolario tristemente conosciuto dagli Ebrei e dai cristiani, del "bestemmiare", della "bestemmia" e del "bestemmiatore", un peccato orrendo, di disprezzo, di odio e di stupidità, ma anche un peccato inutile, poiché a Dio e alle sue realtà sacre non apporta nessuna blápsis, nessun danno. Ma si può "bestemmiare" anche contro gli uomini, ad esempio maledicendoli. Bene, Dio tutto questo perdona sempre, verbo aphíêmi (da cui l’áphesis, la remissione dei peccati).

Tuttavia se uno avrà «bestemmiato contro lo Spirito Santo», quello non sarà perdonato, verbo aphíêmi, non riceverà l’áphesis, la remissione dei peccati. Al contrario, di fatto e di diritto, resterà «colpevole del peccato eterno», ossia che non si cancella più (v. 29).

v. 30 - «Uno spirito impuro, lui possiede»: E qui il peccato degli accusatori di Gesù è questa "bestemmia" non perdonabile. Il senso di «spirito immondo» è stato spiegato nel contesto della pericope evangelica dalla Domenica IV del Tempo per l'anno, alla quale si rimanda. Per i secoli è stato discusso il significato della «bestemmia contro lo Spirito Santo», il peccato massimo che può commettere l'umanità. Qualcuno opta per il peccato consapevole contro la Carità divina, portata dallo Spirito Santo, consumato nel mancare, sempre in modo consapevole, alla carità umana. Oppure nei «peccati contro lo Spirito Santo», in specie il «negare la verità conosciuta», o nei «peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio1», come insegnati dal più che benemerito Catechismo di Pio X.

Ma forse occorre tenere presente che qui la "bestemmia", che vuole essere in modo volontario danno, contumelia, calunnia, irriverenza, offesa, irrisione, odio, è diretta proprio contro Gesù, che «possederebbe uno spirito impuro». Ora, Gesù precisamente è un Uomo visibile, ed è soprattutto la massima «Realtà sacra di Dio», manifesta nelle opere che possono venire solo dalla Potenza dello Spirito di Dio. Tutti gli Ebrei sanno che gli spiriti impuri possono essere espulsi solo dallo Spirito della Santità divina. Infatti tutti gli Ebrei sapevano che Saul era posseduto dallo «spirito impuro» (1 Sam 16,14; 18,10), e questo, sia pure momentaneamente, era espulso da David (1 Sam 16,14-23), che, "unto" re, era ricolmato di Spirito del Signore, nel quale doveva proseguire la sua opera regale (2Sm. 16,13).

La bestemmia contro lo Spirito di Santità è quando si bestemmia Gesù Cristo, negando che Egli sia Dio, pieno del medesimo Spirito, e che le sue opere vengano dalla Potenza dello Spirito Santo.

v. 31 - «Giunsero sua madre e i suoi fratelli...»: Adesso la narrazione riprende il filo del v. 21, che era stato interrotto al v. 22 con la questione dei "bestemmiatori". I parenti di Gesù erano venuti per riprenderselo perché credevano che fosse un povero illuso, ma con il pretesto aperto che era «uscito fuori di sé», un pazzo. E portano anche la Madre di Lui, come persona più convincente. Stanno fuori della porta della casa di Pietro, per la folla che si ammassava, e inviano qualcuno per farlo uscire e portarlo via con loro.
v. 32 - «Tutto attorno era seduta la folla»: Gesù al modo ebraico sta seduto su una stuoia per insegnare, con intorno la folla che incantata Lo ascolta. Tra essa si fa largo uno a cui è stato chiesto di avvertire Gesù, che gli annuncia semplicemente: Ti cercano qui fuori tua Madre e i tuoi fratelli. Questi "fratelli" in Oriente sono i «fratelli cugini». Risulta chiaro dalla narrazione evangelica. Qui essi sono Giacomo, Giuda e gli altri, i "cugini" figli di Maria, sposa di Cleopa e sorella della Madre di Dio (vedi Gv. 19,25).

v. 33 - «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»: Gesù con l'occasione espone allora uno dei massimi insegnamenti del N. T. Risponde alla chiamata con una domanda, che sembra quasi sprezzante, e non lo è affatto: «Chi è la madre mia e i fratelli miei?». Poi guarda i suoi ascoltatori intorno a Lui, e afferma: «Ecco la madre mia e i fratelli miei». Sono proprio quelli.

v. 35 - «Chi compie la volontà di Dio... »: Sono loro ma non semplicemente perché sono quelli, bensì solo per un titolo sovrano: «Chi avrà messo in opera la Volontà di Dio, questo di Me è fratello e sorella e madre».

In forma semplice, ma abissalmente profonda, l'affermazione rimanda discretamente al fatto che anzitutto la Madre, Maria, ascolta e mette in pratica la divina Volontà. Lo narra Luca nell'annunciazione: «Ecco la schiava del Signore» (Lc. 1,38a). Anche i "fratelli" di sangue, i cugini, che solo dopo ascolteranno la sua Parola che riconosceranno come proveniente da Dio, e la praticheranno. Vedi gli Atti. Tuttavia saranno come la Madre, uniti a Lui dalla carne nuova e dal sangue nuovo, quelli che nei secoli saranno i suoi fedeli ascoltatori, obbedendo a Lui nel mettere in pratica la sua Parola.

Questo è uno dei temi della divinizzazione: incarnare e generare il Verbo di Dio (Gal 4,19). Sarà anche uno dei massimi temi teologici della riflessione dei Padri.

abbazia santa Maria di Pulsano

 

 

1. Prima lettura.

In questa domenica rip rendiamo dop o un lungo p eriodo la lettura continuata del Vangelo di Marco. E la riprendiamo con un paio di episodi e il relativo insegnamento di Gesù. Al primo di questi episodi si lega la p rima lettura. Si tratta di un p asso del famoso racconto della disobbedienza della coppia primordiale provocata dall’inganno del serp ente (= demonio). In questo passo si prende atto del fatto che l’uomo e la donna, avendo rotto la comunione con Dio a causa del peccato, sono caduti vittime del dominio di satana. Ma si presenta anche la p rima promessa di salvezza.

Nelle parole di Dio al serpente troviamo un annuncio che è stato definito come la prima buona notizia, il primo vangelo; Gn. 3,15: «Porrò inimicizia fra te e la donna e fra la tua discendenza e la sua discendenza; essa ti stringerà (shuf) la testa e tu gli stringerai (shuf) il calcagno».

La p rima parte del versetto p uò essere intesa in senso lato come un’eterna inimicizia tra la stirp e umana che discende dalla donna e la realtà del male, dell’op p osizione a Dio, personificata dal serp ente simbolo del demonio. Questa inimicizia si concretizza in una lotta, come sp ecifica la seconda parte del versetto, che occorre tuttavia intendere correttamente. Il verbo shuf, che viene usato per descrivere sia l’azione contro il serpente che quella del serpente,non può essere tradotto con “schiacciare”(come spesso si fa)

Prima di tutto perché se si schiaccia la testa di un serpente questo muore, mentre ciò non è il caso nel nostro testo. Inoltre, il verbo deve essere tradotto allo stesso modo nelle due ricorrenze; e non si può certamente intendere che il serpente schiaccia il calcagno.

Si tratta piuttosto diquella “stretta” intorno alla testa del serpente che lo immobilizza e gli impedisce di nuocere, ma gli lascia libera la coda per poter “stringere” con essa il calcagno di chi lo sta bloccando. Fuori di metafora, possiamo interpretare che il demonio non viene ucciso, ma reso innocuo. E tuttavia occorre fare attenzione, perché continua ancora a godere di una certa libertà di azione.

Il serpente cercherà sempre di insidiare il discendente della donna, perché fra i due ci sarà inimicizia eterna.

Il proto vangelo annuncia dunque una salvezza dalla miserevole condizione in cui l’uomo si è cacciato a causa del peccato. Una salvezza che ha la sua origine in Dio (“Porrò ...”). L’uomo necessita di una salvezza che gli può essere soltanto donata da qualcuno; un qualcuno che deve essere comunque discendente della donna, deve cioè appartenere alla stirpe umana.

Se il male nel mondo è iniziato con il p eccato dell’essere umano che ha voluto farsi come Dio, la salvezza inizierà con Dio che si fa essere umano.

2. Il Vangelo.

Primo episodio.

Fin dall’inizio di Mc. abbiamo visto Gesù intrap rendere la sua attività come una dimostrazione del potere che egli ha contro gli spiriti impuri. Con la presenza sulla terra di Gesù, figlio di Dio (Mc. 1,1) e figlio di donna (come ci viene detto nell’episodio successivo), si comincia ad attuare la fine del dominio di satana sull’umanità.

«Il motivo per cui è apparsoil Figlio di Dio è per distruggere le opere del diavolo» (1Gv. 3,8).

Egli lo p uò fare p erché è detentore dello Sp irito Santo. Con il potere dello Sp irito Gesù lotta e vince contro il demonio, e p ermette agli uomini di passare dal dominio di satana al regno di Dio (At 26,18).

• Bisogna saper riconoscere chi è veramente Gesù. Per i familiari era un folle (v. 21), per gli scribi era indemoniato (vv. 23.30). Egli è invece il “forte” di cui ha parlato il Battista (1,7).

Non c’è altro “forte” che possa fare quello che fa lui, che possa liberare gli uomini dalla schiavitù al peccato e al demonio.

In nessun altro c’è salvezza (At. 4,12) da quel vero male che rende infelice l’uomo.

Con Cristo il regno di satana è sconfitto perché è arrivato il regno di Dio. Per il potere di Cristo gli uomini vengono “liberati dal potere delle tenebre e trasferiti nel regno del Figlio di Dio” (Col. 1,13).

Questa è la vera salvezza, la vera liberazione dal male, ciò che permette di realizzare una umanità in cui non regna più l’egoismo ma l’amore. Privarsi di questa possibilità, rifiutare colui che porta questo regno, significa rimanere prigionieri della proprie passioni.

Cristo ha potere su tutto, ha potere di “sciogliere” da qualsiasi peccato; ma occorre permettere a tale potere di agire in se stessi.

Per questo se non si riconosce il potere dello Spirito di Dio si è “condannati” a rimanere nel proprio peccato (Gv. 8,24).

Ritenere che l’unica medicina possibile per essere salvati (lo Spirito Santo) sia invece un veleno (il Male stesso) preclude ogni possibile uscita da quel male; il peccato rimane “Eterno” (v. 29).

E di fatto c’è gente che si autocondanna ad una vita d’inferno pur avendo a disposizione la possibilità di uscire da quell’inferno.

• Cristo ha lasciato il suo potere alla Chiesa. Quando invia i discepoli ad annunciare il regno Gesù vede satana cadere dal cielo come la folgore (Lc. 10,18-19); il suo dominio è finito.

Non soltanto Cristo è il “discendente della donna” che schiaccia la testa al serpente, ma lo sono altrettanto i suoi discepoli. Per questo san Paolo afferma: «Il Dio della pace schiaccerà Satana sotto i vostri piedi in fretta» (Rm. 16,20).

- Secondo episodio. Come abbiamo già visto in precedenza, i Vangeli non riguardano soltanto la storia di Gesù, ma anche in egual misura la storia della Chiesa. Fin da subito, fin dall’inizio del suo ministero pubblico, Gesù ha preso con sé dei discepoli per “addestrarli” alla loro missione futura.

Gesù lascia la sua famiglia per formarne una nuova, la Chiesa, che dovrà continuare la sua identica missione, quella di portare agli uomini il regno di Dio. Se il dragone di Ap. 12,17 va a fare la guerra contro il “resto della discendenza della donna”, è perché costoro, cioè i cristiani, da un lato sono coloro che sono sfuggiti al suo regno e ora appartengono a quello di Cristo; e dall’altro perché essi hanno ricevuto lo stesso potere di Cristo di liberare gli uomini dal dominio di satana.

I cristiani sono i fratelli e le sorelle di Gesù, sono la sua nuova famiglia, il “luogo” in cui Cristo continua a farsi presente in mezzo agli uomini.

Gesù ha lasciato il padre e la madre per unirsi in matrimonio con la sua chiesa, per essere una cosa sola con lei.

don Marco Ceccarelli,

 

 

“Porrò inimicizia…” Usando il linguaggio del mito e accogliendo le grandi narrazioni dei popoli vicini, la lettura sapienziale di Israele che si coagula nei primi capitoli del libro di Genesi, mira a presentare sin dal principio la condizione della vita nella storia e l’orizzonte del futuro a cui Dio chiama. Non sono pagine che intendono spiegare le origini del mondo e dell’umanità, sono invece testi di sapienza che presentano una lettura della condizione umana e della vita in vista di scorgere l’orizzonte di una chiamata alla fede nel Dio della liberazione e dell’alleanza.

La condizione umana non è così presentata in modo idealizzato e senza problemi. E’ invece realisticamente descritta come segnata da disarmonie, inimicizie e rotture. Una lettura disincantata della realtà è consapevole della presenza anche del male, dell’orgoglio, della sete di dominio e dell’ingiustizia. Tuttavia l’umanità respira anche di una nostalgia che rinvia ad una armonia di relazioni che è sogno e dono di speranza. Tutto ciò che è male e negatività non è l’ultima parola. La parola costitutiva sull’umanità e sul mondo è invece parola di bellezza e parola di promessa. Nonostante ogni contraddizione non viene meno: la creazione è dono bello di Dio sgorgante dalla comunione e chiamata ad una comunione nuova.

D’altra parte la disarmonia e la rottura sperimentata si attua in diversi ambiti: nei rapporti con la natura che si esprime nell’attitudine di indifferenza e sfruttamento. Nei rapporti con Dio perché l’orgoglio fa venir meno la trasparenza nel rapporto con lui: è la nudità che porta a nascondersi anziché a stare davanti a Lui nella fiducia. E’ rottura ancora nella relazione tra gli esseri umani che vede l’incomprensione, la presa di distanza il venir meno della solidarietà e dello stupore. Così l’altro è accusato e reso colpevole.

Tale situazione di frattura contraddice il desiderio profondo di comunione, di incontro, di comprensione e accoglienza. E permane la nostalgia di un superamento e di un compimento che non può venire da forza umana, né è da ricercare in capacità proprie, ma può confidare in una promessa e si delinea come futuro atteso e verso cui andare. Al cuore del messaggio dei primi capitoli di Genesi sta la realistica comprensione della vita umana e cosmica segnata dal peso di tutto ciò che separa – l’inimicizia - e d’altra parte da un dono che non viene meno: è il dono della creazione stessa come parola di amicizia di Dio, della vita umana come relazione in cui si fa presente l’immagine di Dio amicizia, e la promessa di fedeltà di Dio amico che non viene meno alla sua vicinanza.

“i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”

Uno tra gli aspetti che i vangeli sottolineano nella vicenda di Gesù è quello del suo agire in gesti che liberano le persone da tutto ciò che le opprime e rinchiude in situazioni di sofferenza, di male, e di violenza. Gesù opera come guaritore e il contatto con lui per coloro che si accostano con fiducia diviene inizio di una storia nuova, apertura alla relazione, liberazione da forze che legano e tengono come schiavi. Certamente Gesù ha vissuto gesti di guarigione e liberazione e questo ha suscitato la reazione indispettita di chi non accettava la sua offerta di vita e di libertà in termini che ponevano in discussione il sistema religioso e aprivano ad un cammino nuovo, di trasparenza, di attenzione ai piccoli, oltre le appartenenze di chi ragiona secondo le categorie dei ‘nostri’ e dei ‘loro’. I gesti di Gesù provocano a pensare un nuovo modo di concepire le relazioni: non la logica di sistemi chiusi, di una religione in cui prevale l’accento sul ‘mio’ sul rimanere chiusi e condannare gli altri, ma quella che si apre nello scorgere rapporti nuovi in cui l’altro diviene ‘per me fratello sorella e madre…”.

Alessandro Cortesi op

 

 

Gesù, uomo libero e liberatore

Da questo domenica e per le successive, la liturgia ci propone una lettura semicontinua del Vangelo di Marco, fino alla conclusione dell'anno liturgico. In questo modo siamo condotti per mano da Marco a fare esperienza di «Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc. 1,1), che è il contenuto della sua narrazione: non una teologia o una spiritualità, non una dottrina o una morale, ma la «carne» del Figlio di Dio fatto uomo.

Ben presto, nel suo ministero pubblico, Gesù sperimenta una totale incomprensione da parte del suo gruppo familiare e una aperta ostilità delle autorità religiose del suo popolo: è quello che ci è narrato nel brano di questo domenica.

Il suo insegnamento e la sua cura dei malati suscitavano molto interesse, così «si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare». Allora arrivarono «i suoi» a prenderlo, perché lo consideravano «fuori di sé». Cioè Gesù è diventato una figura imbarazzante per la sua cerchia familiare, perché si dedica agli altri, e si fa prendere così tanto da questo suo impegno da assumere, secondo loro, un stile di vita disordinato e per questo vergognoso. «Neppure mangia!»: sembra essere questo il colmo per i suoi parenti. «Che mangi il suo piatto di minestra, invece di occuparsi dei poveri!». Vivere per Dio e per gli altri getta cattiva luce sulla famiglia!

Nella nostra società c'è una marea montante di egoismo, di superficialità, di mancanza di riferimenti ai valori della comunione, della fratellanza, del rispetto, della carità, della ricerca del bene comune. Questi non sono solo valori umani, ma, per il cristiano, anche essenziali valori di fede. Non si può dirsi cristiani e poi preoccuparsi solo di sé e dei propri interessi o tornaconti. Eppure, anche oggi va tutto bene se uno pensa a mangiare la propria minestra, invece dà fastidio se uno si prende cura delle situazioni di marginalità: i poveri vanno allontanati, non avvicinati!

Per questo, i parenti di Gesù lo consideravano «fuori di sé»: è il verbo dell'estasi, che infatti ha il senso letterale dello «star fuori». Vogliono porre fine alla sua «estasi»: deve essere ricondotto alla normalità, deve essere di nuovo "addomesticato", cioè riportato alla misura della casa. Eppure Gesù è proprio l'estasi di Dio: il suo uscire da sé per entrare in comunione con gli uomini: questa è la sua casa; noi persone umane siamo così povere e fragili, eppure questo è il suo desiderio e il suo progetto: comunicare a noi il suo Regno di pace e di amore.
Ma un tale Dio è scomodo. Infatti, nella storia, si è usata la religione per opprimere gli uomini, invece di liberarli. E anche oggi c'è chi si vuole accreditare religiosamente, presentandosi con qualche segno cristiano, per essere il paladino di un ritorno all'ordine, ovvero della cacciata dei poveri. Mentre, il Dio di Gesù Cristo è totalmente opposto: è colui che è «fuori di sé» per prendersi cura dell'uomo concreto, dei suoi bisogni.

L'altro episodio negativo è lo scontro di Gesù con gli scribi, che lo accusavano di scacciare i demoni per mezzo del capo stesso dei demoni. Gli scribi erano i grandi cultori e paladini della Legge: con il loro legalismo l'avevano trasformata in strumento religioso che opprimeva il popolo, invece di liberarlo all'incontro con Dio. E Gesù si era già scontrato con loro su uno dei cavalli di battaglia della loro osservanza formale della Legge: il sabato. Lui aveva affermato che «il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» (Mc 2,27): la Legge del sabato doveva servire a liberare l'uomo dalla schiavitù del lavoro e ad aprirlo alla dignità del riposo e alla gratuità della relazione con l'unico vero Dio, ma gli scribi l’avevano trasformata in un regime poliziesco che vietava qualsiasi attività umana.
Fin dall'inizio della sua attività pubblica, Gesù si è rivelato come il vero liberatore dell'uomo: dalla realtà del male, ma anche dalla religione, se questa lo opprimeva. Con la loro accusa di essere «posseduto da Beelzebul», gli scribi volevano dunque minare la credibilità di Gesù proprio come liberatore dell'uomo. Ma Gesù ne rivela subito la contraddizione e quindi la loro cattiva fede: una realtà non può agire contro se stessa, altrimenti non si regge. In effetti, il dominio del male sull'uomo è terminato attraverso la presenza e l'azione del Figlio di Dio, che però lo vince con l'opera del bene, non con dell'altro male (cfr. Rm 12,21)!
Tale malevolo sconvolgimento della realtà, ad opera degli scribi, è definito Gesù come «bestemmia contro lo Spirito Santo»: perché è misconoscimento dell'opera di Dio. Il Signore vuole che si riconosca la sua opera di liberazione dell'uomo. Se si dice che Satana scaccia se stesso dagli uomini, vuol dire che essi ne rimangono schiavi. Il Signore non ricerca riconoscimenti e onori: gli basta che facciamo festa quando un uomo, per Grazia, è liberato dal condizionamento del male. Mentre Dio rimane offeso, se l'uomo è offeso nella sua libertà.

L'ultimo episodio del brano evangelico è la scena della «madre e dei fratelli» di Gesù che, «stando fuori, lo mandano a chiamare». Anche in questo caso, pare che ci troviamo di fronte a una situazione di incomprensione relazionale. Ma, qui, diventa soprattutto l'occasione per Gesù di un insegnamento positivo: Egli indica le persone che stanno attorno per ascoltarlo e dice che «chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». L'ascolto della sua Parola crea con Lui un rapporto forte, duraturo e intimo, come è quello che c'è fra i componenti della stessa famiglia. L'ascolto della Parola ci accomuna con Cristo e ci accomuna fra noi. Ma è un ascolto che deve portare a riconoscere l'estasi di Dio in Gesù che si prende cura dei poveri, la sua opera di liberazione dal male compiendo tutto il bene e l'importanza della disponibilità e docilità alla sua Parola.

Siamo accomunati dall'opera della fede, che è la fiducia di Dio, in Gesù Cristo, nell'uomo, soprattutto povero.

Alberto Vianello

 

 

L’uomo diviso

Secondo la testimonianza biblica (1a lettura) il primo uomo, ricco di doni così grandi, non si sarebbe deciso da solo ad ergersi contro Dio, che gli appariva come una realtà talmente grande che non avrebbe mai osato trasgredirne il precetto, se la tentazione non gli fosse giunta dall’esterno.

Una potenza esteriore agì nell’uomo perché si attuassero le possibilità di male che erano in lui. Così la presenza misteriosa ma reale del tentatore, di satana, si fa sentire fin dalle prime pagine della Bibbia.

Col nome di satana (ebr. satan = l’avversario) o di diavolo (gr. diàbolos = il calunniatore), la Bibbia designa un essere personale, invisibile, ma la cui azione si manifesta, nella tentazione. Fin dal primo epi­sodio della sua storia, l’umanità vinta intravede che un giorno trionferà del suo avversario.

Uno più forte di satana

La vittoria dell’uomo su satana sarà Cristo che ha la missione di «ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo» (Eb 2,14); di « distruggere le sue opere » (1 Gv 3,8); in altre parole, di sostituire il regno del Padre suo a quello di satana (1 Cor 15,24-28; Col 1,13s.).

I vangeli presentano, quindi, la vita pubblica di Gesù come una lotta contro satana. Essa incomincia con l’episodio della tentazione in cui per la prima volta dopo la scena del paradiso, un uomo, rappresentante l’umanità, un «figlio di Adamo» (Lc 3,38), viene a trovarsi a faccia a faccia col diavolo. Questa lotta si inasprisce con la liberazione degli indemoniati. Esse provano che il regno di Dio è giunto e che quello di satana ha avuto termine.

E nel preciso momento in cui il diavolo sembra avere il sopravvento (la passione e la morte di Gesù) il «principe di questo mondo» è «gettato fuori» (Gv 12,31). Gesù è l’uomo forte che incatena satana e le potenze del male e custodisce la casa. Egli ha vinto una volta per tutte passando attraverso il mistero della sua morte-risurrezione. E la sua vittoria è donata e partecipata ad ogni fedele nella Chiesa.

Lotta drammatica tra il bene e il male

«Tutta intera la storia umana è infatti pervasa dalla lotta contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore (Mt 13; 13,24-30 e 36-43), fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conservarsi buono se non a prezzo di grandi fatiche, e con l’aiuto della grazia di Dio».

L’esistenza cristiana comincia con la vittoria radicale sul male e satana nel battesimo (cf. nel Rito del battesimo, l’esorcismo e rinuncia a satana). Viene estesa e continuamente attualizzata nella partecipazione agli altri sacramenti. Tutta la vita del cristiano diventa, come quella di Cristo una lotta, un duello col male e le potenze del maligno.

Un nemico da non ignorare né sottovalutare

Sono molti i cristiani che oggi non credono più all’esistenza di satana. La personificazione del male appartiene, si dice, all’epoca, ormai tramontata, in cui l’uomo si riteneva zimbello di forze cosmiche. Mitologia popolare di ieri, oggi è respinta, e ciò che si chiama possessione diabolica è uno dei tanti traumi che la psicologia cerca di spiegare.

È sempre più evidente l’imbarazzo e il disagio con il quale esegeti e teologi moderni parlano di satana e delle potenze del male.

Il mistero del male infatti, non è una fantasia, ma una realtà. La sua potenza lucida che organizza distruzione e morte si accampa in mezzo agli uomini, e tuttora ne avvertiamo la presenza: « I1 male non è soltanto una deficienza, ma una efficienza di un essere spirituale, pervertito e pervertitore» (Beato Paolo VI, Discorso del 1972).

Il demonio assume, di tempo in tempo, un volto diverso: occorre perciò individuarlo. La più fine astuzia del diavolo, secondo il famoso detto di Beaudelaire, sta proprio nel persuadere la gente, che lui non esiste.

L’Immacolata è colei che ha schiacciato il capo a Satana. Preghiamola che ci protegga sempre dalle insidie del maligno.

padre Antonio Giordano, IMC

 

 

È pazzo!

«Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,35).

Quanto è difficile credere! Quanto è difficile aderire con piena consapevolezza, con tutta la lucidità possibile della ragione, con la pienezza della nostra volontà… Quanto è difficile credere alla Parola di Gesù! Crediamo di poterla limitare all’ascolto domenicale; crediamo di ridurla a pochi versetti da usare nelle situazioni più opportune, magari anche come formula di giudizio di coscienze altrui, ma la Parola del Signore è di più; molto di più: irriducibile, incontenibile.

Era ciò che succedeva anche lungo le strade della Palestina e di cui il brano del Vangelo di Marco di questa X domenica del Tempo Ordinario ci lascia intravedere uno spaccato: Gesù di Nazaret parlava, molti ascoltavano, qualcuno credeva, ma molti di più dubitavano… e lo facevano al punto da ritenerlo pazzo, fuori di sé.

È difficile riconoscere Dio presente nella storia che ci scorre attorno. È difficile anche per chi a Dio è molto vicino. È difficile anche per chi vive alla sua presenza. L’evangelista Marco, letto con attenzione, diventa una terribile spina nel fianco. Nell’esperienza descritta nel brano evangelico chi dubita, chi accusa Gesù di follia non sono scribi e farisei. Sono invece coloro che in modo più vicino vivono la relazione con lui: «i suoi», i suoi parenti, i suoi fratelli… sua madre. Già, stando a Marco, anche sua madre.
Fede e vita, dubbio e fiducia si intrecciano continuamente nell’avventura umana che siamo chiamati a vivere. Ma non è questo a limitare la risposta. Ogni volta possiamo sostare alle soglie della Parola del Signore per decidere se restarne fuori o se entrare, coinvolgendoci in una risposta personale e responsabile, libera e feconda. Così ha fatto la donna Maria di Nazaret: umana nella sua ricerca, piena dello Spirito di Dio nella sua risposta.

Voglio credere!

Voglio credere, Signore Gesù!

Voglio credere alla tua Parola,

alle tue logiche di vita,

al tuo stile scomodo e scomodante.

Voglio credere che

la tua Parola possa

spalancare vie alla mia vita;

credere che ciò che tu hai vissuto

sia vero anche per me.

Voglio credere che lo Spirito Santo,

vivo e operante in te,

continui a vivere anche in me.

Voglio credere, Signore! Amen.

suor Mariangela, fsp

 

 

Perché gli esorcismi

La convinzione che il male fosse provocato da spiriti maligni ha indotto gli uomini, fin dai tempi più remoti, a premunirsi contro i loro malefici influssi ricorrendo a pratiche magiche, alla recita di formule e preghiere, all’esecuzione di gesti rituali come distruzione di statuine, aspersioni, fumigazioni; tutto per costringere i demoni ad allontanarsi. L’esorcismo, assieme alla divinazione, costituiva l’essenziale della religione assiro‑babilonese ed era praticato correntemente anche in Israele, dove anche i discepoli dei farisei scacciavano demoni e con successo (Mt. 12,27). L’esorcismo sconfinava spesso nella magia. Per accrescerne l’efficacia, agli scongiuri si aggiungeva l’invocazione di nomi suscettibili di contenere una potenza divina. Qualcuno usava il nome di Gesù, ottenendo a volte buoni risultati (Mc 9,38), altre volte provocando la reazione stizzita e aggressiva dell’ossesso (At. 19,11-17).

Gesù cura i malati e, adeguandosi alla mentalità corrente, ricorre all’esorcismo, ma non compie mai gesti magici né riti esoterici, non pronuncia incantesimi com’erano soliti fare i guaritori del suo tempo; trionfa sul male unicamente con la forza della sua parola e chiedendo di avere fede.

È nello stesso spirito che oggi, nella chiesa, devono essere praticati gli esorcismi. È incompatibile con la fede in Dio, che è Padre, la convinzione che egli permetta a spiritelli malevoli di impossessarsi dell’uno o dell’altro dei suoi figli. Ma è indubbio che “il serpente” che diffonde veleno di morte è presente in ogni uomo fin dal suo concepimento (Sl. 51,7).

Nel rito del battesimo si compie un esorcismo: è la celebrazione della vittoria già conseguita da Cristo sullo spirito del male ed è la carezza della chiesa al figlio che ora si appresta a lottare, per tutta la vita, contro il maligno. La comunità dei fratelli gli dice: in questa lotta non sarai mai solo, tutti noi saremo al tuo fianco.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo: “Non sono solo nella lotta contro il maligno, Cristo e la comunità dei fratelli è con me”.

Prima lettura (Gn. 3,9-15)

A chi ha un minimo di dimestichezza con i generi letterari biblici, può apparire eccessivo che, ancora una volta, metta in guardia da interpretazioni ingenue e semplicistiche di questo brano, ma ne vale la pena, perché la tentazione di attribuirgli un valore storico si ripresenta sempre. Meglio allora ripeterlo: il racconto della Genesi, ripreso nella lettura di oggi, non è il resoconto di un fatto accaduto all’inizio del mondo, ma un testo che, servendosi del linguaggio mitico, dà una risposta all’enigma della presenza del male nel mondo. Spiega non ciò che un certo Adamo e una certa Eva avrebbero fatto, ma ciò che oggi noi siamo e facciamo. Non è serio immaginare l’uomo che, dopo aver mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male, gioca a nascondino con Dio, ha paura di lui e si vergogna di essere nudo, mentre prima non provava alcun disagio. Non è serio ritenere che i serpenti ora striscino per terra perché, senza alcuna ragione, Dio li avrebbe castigati (prima avevano le zampe?); non hanno alcuna colpa se, per ingannare i primi uomini, il diavolo ha assunto le loro sembianze. Nel racconto si dice anche che sono stati condannati a mangiare polvere, eppure non ci risulta che oggi questo accada.

Il racconto del cosiddetto “peccato originale” è, in realtà, la descrizione dell’origine di ogni nostro peccato e questo ci tocca molto più da vicino.

Ogni creatura ha, nel progetto di Dio, un suo significato e un suo scopo, è parte di un capolavoro; è come la tessera di uno stupendo mosaico che l’uomo, in armonia e collaborando con il Creatore, è chiamato a comporre. Un loro posto particolare e una specifica funzione hanno, nell’equilibrio dell’universo, le piante, gli animali, il lavoro, il riposo, la sessualità, le gioie, le feste e anche il dolore e le sventure. Quando “Dio vide che quanto aveva fatto era molto buono” (Gn. 1,31), non si riferiva all’assenza di malattie e morte, ma al fatto che ogni creatura aveva un senso; tutto serviva perfettamente alla realizzazione del suo progetto.

Che doveva fare l’uomo? Studiare il creato, capirne il senso, scoprire il compito che era chiamato a svolgere e adeguare ogni sua azione alla volontà di Dio. Tutto sarebbe stato armonia se l’uomo si fosse mantenuto al suo posto e avesse rispettato l’ordine stabilito dal Signore. Ci sarebbe stata armonia fra uomo e Dio: armonia rappresentata nel libro della Genesi con la dolce immagine del Signore che passeggia nel giardino accanto all’uomo, mentre li accarezza la brezza della sera (Gn 3,8); ci sarebbe stata armonia fra uomo e natura: il mondo sarebbe stato amato, rispettato e curato come un giardino; ci sarebbe stata armonia fra uomo e uomo: nessun dominio, nessuna sopraffazione, nessuna strumentalizzazione egoistica, solo la gioia di sentirsi ognuno un dono di Dio per gli altri.

È a questo punto invece che, fin dall’inizio del mondo, è entrato in scena il serpente che ha convinto l’uomo a oltrepassare i limiti impostigli dalla sua condizione di creatura, a mettere da parte il progetto del Creatore e a inventarsene uno nuovo, a seguire i propri capricci e astuzie, illudendosi di ottenere così la sua piena realizzazione e la felicità.

Chi è questo serpente? Null’altro che la follia dell’uomo che, in un delirio di onnipotenza, pretende di sostituirsi a Dio e si dichiara autonomo nel prendere le decisioni su ciò che è bene e ciò che è male. Questa ebbrezza dell’autosufficienza lo tenta in modo subdolo e silenzioso, come fa il serpente e lo induce a fare scelte di morte.

Il peccato causa la rottura di tutte le armonie e la lettura ne presenta le drammatiche conseguenze attraverso immagini.

L’uomo che si lascia sedurre dal “serpente” che è in lui finisce fuori posto. Dio lo cerca, lo chiama: “Dove sei?”, ma non lo trova (vv. 8-10), perché non è più dove dovrebbe essere. Come un padre, il Signore è addolorato del male che il figlio si è fatto, è preoccupato e, per ricuperarlo, lo invita a considerare in che stato ha ridotto la propria persona. “Dove sei?” significa: “Dove sei andato a finire? Cos’hai fatto della tua vita?”.

La risposta dell’uomo: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto” (v. 10) esprime il rifiuto della presenza di Dio, considerato non più come un amico, ma come un avversario da evitare, come un tiranno che minaccia l’indipendenza e la libertà.

Nascondersi da Dio significa allontanarsi dalla preghiera, dalla lettura biblica, dalla vita della comunità per non essere rimessi in discussione, per non sentirsi intralciati nelle proprie scelte. L’uomo ha paura di Dio perché teme che egli possa privarlo della felicità; ma in realtà non fa altro che precipitare nel baratro della più completa confusione.

La seconda conseguenza della decisione di smarcarsi da Dio nelle scelte morali è l’allontanamento dai fratelli (vv. 12.16). Adamo accusa Eva, questa attribuisce la colpa al serpente, ambedue rinfacciano a Dio di aver creato un mondo sbagliato. Sei stato tu – insinua Adamo – a mettermi accanto una persona che, invece di condurmi a te, mi ha distolto dal tuo progetto. Io mi sono fidato di lei perché tu me l’avevi data.

Questa reazione rappresenta il tentativo di scaricare le responsabilità del male su un capro espiatorio che possono essere la famiglia in cui si è nati, la società, l’educazione ricevuta e, in ultima analisi, su Dio che ha voluto che l’uomo non potesse realizzarsi che nell’incontro con i propri simili, i quali però spesso, invece di portarlo in alto, lo trascinano verso il basso.

La donna, interrogata a sua volta, dà la colpa al serpente e, siccome il serpente non è che l’altra faccia della nostra umanità, le sue parole costituiscono una nuova accusa nei confronti di Dio: tu hai fatto male le cose creando l’uomo così com’è, capace di compiere follie e crimini; perché non l’hai fatto diverso, perfetto? Perché in lui c’è questo “serpente” insidioso che inietta veleno mortale?

Dopo essersi rivolto all’uomo e alla donna, ci aspetteremmo che Dio interroghi il serpente, invece non lo fa, perché il serpente non è una creatura distinta dall’uomo, ma la controparte dell’uomo, quella che si oppone a Dio.

Il serpente dominerà sempre incontrastato?

Dal nostro punto di vista la condizione dell’uomo pare disperata e Paolo la descrive in termini drammatici: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto, quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm. 7,15-24).

La disfatta dell’uomo sarà definitiva?

Nell’ultima parte del brano (vv. 14-15) Dio risponde a questa inquietante domanda.

La lotta fra “il serpente” e l’uomo continuerà fino alla fine del mondo, ma ecco quale sarà l’esito del confronto: “il serpente” è dichiarato maledetto, cioè privo di una forza soprannaturale e irresistibile, può essere vinto e difatti lo sarà, come Dio assicura, attraverso immagini vive ed efficaci. Egli – dice – lambirà la polvere, cioè la sua disfatta sarà inevitabile e clamorosa (Sl. 72,9); striscerà per terra, come sono costretti a fare i nemici sconfitti di fronte al vincitore (Sl. 72,11); avrà la testa schiacciata e, anche se, fino alla fine, tenterà di mettere in atto le sue insidie mortali, non riuscirà nel suo intento.

È la promessa della salvezza universale.

“Chi mi libererà” dalla condizione di schiavitù imposta dal “serpente”, si chiedeva Paolo (Rm. 7,24). La risposta la troveremo nel vangelo di oggi, ma è già annunciata nel brano della Genesi: uno della progenie della donna prevarrà sul “serpente” e gli schiaccerà il capo.

Seconda lettura (2Cor. 4,13-5,1)

Questa lettera fu scritta in un momento in cui i rapporti fra Paolo e i corinzi erano piuttosto tesi. All’interno della comunità erano sorti dei mestatori che provocavano tensioni e discordie, diffondevano opinioni contrarie al vangelo e cercavano in tutti i modi di mettere in cattiva luce la persona e l’opera dell’Apostolo. Dopo anni di fatiche e di disagi, sopportati per amore di Cristo, Paolo cominciava anche a sentire le proprie forze venir meno.

Nel brano di oggi egli ci offre una commovente riflessione sulla sua situazione interiore. Non mi scoraggio – dichiara – anche se mi rendo conto che il mio corpo si va disfacendo. All’indebolimento fisico, non corrisponde – assicura – un infiacchimento interiore; ogni giorno verifico la crescita in me dell’uomo nuovo destinato a rimanere per sempre (v. 16).

Questo pensiero che infonde in Paolo gioia e consolazione, è sviluppato nei versetti seguenti (vv. 18-19) attraverso la contrapposizione fra la tribolazione presente che è “leggera e momentanea” e la gloria futura che è invece “eterna e smisurata”.

Da questa constatazione deriva l’invito a distogliere lo sguardo dalle cose visibili e a fissarlo su quelle invisibili che sono imperiture.

Paolo non insegna a disprezzare le realtà di questo mondo, non esorta al disimpegno e al disinteresse di fronte ai problemi di questo mondo, ma invita a dare loro il giusto valore. I beni materiali non possono in alcun modo trasformarsi in idoli, non costituiscono il fine ultimo dell’esistenza. L’uomo se ne serve per vivere, ma non vive per accumularli. Sa che questa vita non è definitiva, ha un inizio e ha una fine. Saggio è colui che la programma tenendo presente che essa è solo una gestazione che prepara una nascita.

Nell’ultimo versetto (5,1) l’Apostolo proclama la sua gioiosa certezza: quando verrà disfatto questo corpo, ne riceveremo uno nei cieli, non costruito da mani d’uomo.

Vangelo (Mc. 3,20-35)

“Chi è costui?” è l’interrogativo che, fin dall’inizio del vangelo di Marco, tutti si pongono riguardo a Gesù. Chi è – si chiedono – quest’uomo che scaccia i demoni, insegna con autorità, accarezza i lebbrosi, si siede a tavola con i peccatori, non pratica il digiuno, infrange il precetto del sabato e ha il coraggio di sfidare gli scribi e i farisei “guardandoli con indignazione” (Mc. 3,5)?

Nel brano di oggi vengono presentate due interpretazioni dell’identità di questo personaggio tanto enigmatico. La prima è quella dei familiari che sono introdotti all’inizio dell’episodio (vv. 20-21) e che ricompaiono alla fine (vv. 31-35). La seconda è formulata da una delegazione composta da scribi, inviati probabilmente dal sinedrio di Gerusalemme per chiedergli conto, in modo ufficiale, della posizione inspiegabile che ha assunto nei confronti della legge e delle istituzioni religiose del suo popolo (vv. 22-30).

Ricostruiamo la scena: Gesù si trova in un casa – c’è da supporre a Cafarnao – è circondato da una grande folla e sta esponendo la sua “dottrina nuova”. L’interesse è tale che le persone si dimenticano o non hanno neppure il tempo di prendere cibo (v. 20).

A questo punto la scena si interrompe e si sposta a Nazaret dove i familiari, venuti a sapere che Gesù, con la sua predicazione e le sue opere, sta provocando tensioni e suscitando seri problemi; partono per andarlo a prendere e danno una loro interpretazione di ciò che sta accadendo: “È impazzito!”, dicono (v. 21). Un’opinione che lascia sconcertati, soprattutto se si tiene presente che nel gruppo, con i fratelli e le sorelle, è presente anche la madre (v. 31).

Fra la partenza di questi familiari e il loro arrivo a Cafarnao, è inserita la discussione di Gesù con gli scribi venuti da Gerusalemme. Questi aprono le ostilità con un’accusa pesante, che è anche la loro risposta all’interrogativo che tutti si pongono: “Chi è costui?”. È un peccatore – assicurano – è uno in combutta col principe dei demoni. Gesù replica con immagini e parabole, parla di satana, di una famiglia divisa che non può reggersi, di una casa occupata da un uomo forte che viene legato e conclude con un’affermazione enigmatica sul peccato che non può essere perdonato.

Esaminiamo il contenuto del brano prendendo in esame, anzitutto, i versetti che, all’inizio e alla fine trattano dei familiari. Si sono messi in viaggio “per impadronirsi” di Gesù. Come si spiega la loro decisione?

Da alcuni mesi egli ha lasciato Nazaret e percorre tutta la Galilea “predicando nelle sinagoghe e scacciando i demoni (Mc. 1,39). Nel suo paese d’origine sono arrivate notizie contrastanti sulla sua attività. Qualcuno ne parla con entusiasmo, ma i più avanzano obiezioni e rimangono sconcertati. Tutti si sono ormai resi conto che il suo messaggio non è in sintonia con la dottrina ufficiale degli scribi e dei farisei e che il suo comportamento non è conforme alle sacre tradizioni degli antichi. Qualcuno comincia a definirlo pazzo e “samaritano”, cioè eretico (Gv. 8,48.52). Inquieta soprattutto il fatto che i farisei e gli erodiani si sono già riuniti per studiare il modo di toglierlo di mezzo (Mc. 3,6). Ci sono dunque tutte le ragioni per essere preoccupati. La famiglia si sente chiamata in causa, si chiede se non sia giunto il momento di richiamarlo all’ordine, di convincerlo ad adeguarsi a comportamenti più convenzionali; interviene come, in Oriente, è solito fare il clan, che si muove guidato dal padre o dal figlio maggiore.

Quando la madre, i fratelli e le sorelle giungono a Cafarnao Gesù si trova in casa, in mezzo a una cerchia di persone. Non entrano, vogliono parlargli e pretendono che sia lui ad uscire.

Ora l’immagine spaziale acquista una chiara valenza teologica: c’è una netta distinzione fra chi è fuori e chi è dentro, fra gli antichi e i nuovi fratelli, sorelle e madre.

I parenti che restano fuori rappresentano, nell’intenzione di Marco, l’antico Israele. Giustamente l’evangelista non cita Maria per nome, ma la chiama semplicemente “madre”, perché la considera il simbolo della “donna Israele”, di quel popolo dal quale è nato il salvatore. L’antico Israele è stato colto di sorpresa dal messia di Dio: ha visto poste in causa tutte le sue convinzioni teologiche e le speranze accumulate lungo i secoli; si è sentito chiamare alla conversione, a un radicale cambiamento di mentalità e ha tentato di riappropriarsi di Gesù, suo figlio, ha cercato di reinserirlo nella famiglia, di farlo rientrare negli schemi tradizionali.

Gesù non può accettare. Non è lui che deve uscire, sono coloro che sono fuori che devono entrare e accettare le condizioni poste da Dio per appartenere alla nuova famiglia, alla nuova madre Israele, la comunità cristiana. Devono abbandonare i loro sogni, sedersi attorno a lui come fratelli e sorelle, lasciarsi scrutare dal suo sguardo (v. 34), ascoltare la sua parola e mettersi a disposizione del Signore per portare a compimento il suo progetto (v. 35). Chi resta fuori da questa prospettiva, da questa “nuova casa”, anche se biologicamente è un figlio di Abramo, non è né suo fratello, né sua sorella, né sua madre; si autoesclude dall’Israele di Dio.

Questi parenti rappresentano anche tutti coloro che appartengono solo “materialmente” alla famiglia di Gesù: hanno i loro nomi scritti nei registri dei battesimi, sono convinti di conoscerlo bene perché, fin dall’infanzia, sono cresciuti sentendo parlare di lui, ma non stanno sempre “seduti ai suoi piedi” per ascoltarlo, non orientano tutte le loro scelte sulla sua parola, tentano di adattarla al “buon senso” umano e, quando non sono d’accordo con lui, non lo seguono. Costoro rimangono fuori dalla nuova casa, anche se conducono una vita un po’ migliore di prima.

Nella parte centrale del brano (vv. 22-30), inserita fra la partenza e l’arrivo dei parenti, è introdotto un secondo gruppo, gli scribi che si sono fatti una loro opinione su Gesù e la vanno diffondendo fra il popolo. È un indemoniato – assicurano – e compie guarigioni perché in combutta con Beelzebùl, il principe dei demòni.

Da alcuni secoli in Israele si era diffusa la credenza che tutto il male del mondo fosse provocato da una schiera ordinata di potenze demoniache. Alla testa di questa “milizia dell’oscurità” si riteneva ci fosse Beelzebùl; immediatamente  sotto di lui, nella scala gerarchica, venivano sei arcidiavoli, alle cui dipendenze agivano altri demòni, personificazioni di tutte le forze provocatrici di male: la violenza, l’arroganza, l’avidità, la pigrizia, la lussuria; a un livello inferiore c’erano i “maligni” che causavano malattie, disgrazie, calamità.

Era questo il linguaggio impiegato in quel tempo per formulare una spiegazione del male che esiste nell’universo e Gesù si adegua alla mentalità corrente. Per veicolare il suo messaggio ricorre all’immagine consueta: il “regno di Dio” e il “regno di satana” si fronteggiano con le loro armate angeliche schierate in battaglia. In realtà si tratta della lotta senza quartiere fra le forze divine, apportatrici di vita, e gli impulsi al male, radicati nell’uomo, che provocano morte. Queste forze diaboliche e omicide, è vero, si incarnano, cioè attuano nell’uomo e attraverso l’uomo. Caso esemplare quello di Pietro: è chiamato “satana” da Gesù (Mc 8,33) perché si è lasciato sedurre dalla sapienza di questo mondo e ha rifiutato i giudizi di Dio.

All’accusa degli scribi Gesù risponde con un argomento che, oltre a essere inoppugnabile, indica il principio che, in qualunque momento, permette di stabilire chi opera secondo Dio e chi sta dalla parte del maligno. Il criterio per discernere è la ricerca del bene e della vita dell’uomo. È mosso dal demonio chiunque agisce contro l’uomo.

Facile per Gesù dimostrare che le sue opere vengono da Dio, perché ricupera, guarisce, dà vita all’uomo. Le sue azioni sono dunque incompatibili con i disegni di satana. Chi agisce in favore dell’uomo, chi veste gli ignudi, cura i malati, spezza il pane con chi ha fame, costui, credente o no, non può che essere animato dallo Spirito di Dio.

La seconda immagine cui Gesù ricorre per confutare l’accusa degli scribi è quella dell’uomo forte che viene sconfitto da uno più forte. Il regno del diavolo – assicura – ha i giorni contati, la sua fine è già iniziata perché nel mondo è penetrata una forza di bene immensamente superiore. Anche se satana pare ancora il dominatore, in realtà è già stato detronizzato, non domina più dall’alto e, difatti, Gesù lo vede “cadere dal cielo come la folgore”; “l’uomo più forte” gli ha tolto la capacità di nuocere (Lc. 10,18-19).

Queste affermazioni sono un invito alla speranza, uno stimolo a coltivare la certezza che il disegno di salvezza di Dio si attuerà, anche se ci vorrà ancora molto tempo prima che questa vittoria si manifesti in pienezza. Pensare il contrario, rassegnasi di fronte al male, lasciare cadere le braccia, equivale a riconoscere che Gesù è meno forte del male.

Il gruppo di scribi che ritiene Gesù un agente di satana rappresenta coloro che, oggi come allora, lottano contro chi, credente in Dio o no, si schiera dalla parte dell’uomo. Chi opprime l’uomo, chi lo rende schiavo, si sente sempre posto in causa e minacciato dal vangelo di Cristo. Per questo reagisce, diviene aggressivo, difende la propria posizione con tutti gli strumenti del male, con la minaccia, l’insulto, la calunnia e perfino la violenza.

Concludendo la propria difesa, Gesù fa un’affermazione solenne: “Tutti i peccati saranno perdonati eccetto la bestemmia contro lo Spirito” (vv. 28-30).

Sottolineiamo anzitutto la prima parte della frase. Gesù assicura che tutti i peccati verranno rimessi. La sconfitta del male – egli ne è certo – sarà piena, universale e definitiva. Che cos’è allora il peccato contro lo Spirito?

Da quanto viene detto nel v. 30 si intuisce che Gesù accusa di questo peccato coloro che affermano che la sua opera viene dal maligno, coloro che sostengono che la sua parola agisce contro l’uomo. Bestemmia contro lo Spirito chi si allontana da Gesù e dal suo vangelo perché ritiene che egli indichi cammini di morte.

L’affermazione di Gesù, naturalmente, non si riferisce alla condanna all’inferno. Egli parla del presente, non del futuro, vuole scuotere le coscienze e denunciare la gravità di una scelta contraria al progetto di Dio e agli impulsi dello Spirito. Per raggiungere il suo obiettivo pastorale ricorre a un’immagine impressionante, com’erano soliti fare i rabbini del suo tempo, quando volevano inculcare una verità importante. Non minaccia castighi eterni: mette in guardia da un pericolo attuale.

padre Fernando Armellini

 

 

La “casa” di Gesù

Non mangerai

Nella sua riflessione sapienziale sulla natura dell’uomo, sulla sua origine, sul perché della presenza del male nel mondo – uguale alla situazione che l’autore vive al tempo dell’esilio babilonese –, il racconto mette in scena il serpente.

Esso è presentato come intelligente-nudo/‘ārûm più di tutte le bestie della campagna che YHWH il Signore aveva fatto/‘āśāh. Presente misteriosamente fin dalla creazione del mondo, esso tuttavia è una creatura che sottostà a YHWH, senza essere una potenza di pari grandezza, che giustifichi un dualismo originario, ontologico, con due esseri divini responsabili uno del bene nel mondo e l’altro di ogni male.

Esso opera una catechesi negativa sulle parole rivolte da YHWH all’umano dopo che gli aveva donato tutto il bene presente nel giardino, tranne il possesso/mangiare dell’albero del bene e del male.

Il serpente è simbolo della bramosia, che stravolge in divieto irragionevole di un Dio malvagio e invidioso quello che YHWH aveva inteso porre come limite buono all’essere umano perché si aprisse all’alterità, senza voler possedere e mangiare tutto, diventando un essere che tutto conosce/divora, che tutto possiede/conosce, senza un limite al delirio narcisistico di onnipotenza.

La colpa è sua!

YHWH Dio passeggia/mithallēk nel giardino (come passeggerà per quarant’anni in mezzo a Israele nel deserto, senza chiedere una dimora fissa, una «casa di cedro»: Lv. 26,12; Dt. 23,15; 2Sm. 7,7) e l’essere umano, l’umanità sente la “voce/rumore/qôl” del passeggiante e si nasconde.

La coda di paglia per aver infranto il divieto/limite postogli da YHWH stravolge in visita ispettiva il passeggio mattutino del Dio creatore e amico, che aveva donato un ambiente lussureggiante alla sua creatura e aveva costituito l’umanità in dualità sessuata connotata da alterità paritaria e complementare nella reciprocità.

La coscienza della colpa tramuta in voce ispettiva del giudice la ricerca che YHWH compie dell’umano per prolungare un dialogo che fa esistere nel bene.

La nudità esposta dapprima senza vergogna, nella costatazione felice della comune mancanza che apre all’alterità integrativa sul piano di pari dignità, è avvertita come una realtà da coprire, in quanto toccata dalla comune trasgressione del limite.

L’umano maschile risponde/wayyō’mer, giustificando la paura che lo ha spinto a nascondersi dal Dio amico. Da visita amicale, la passeggiata di YHWH diventa una seduta giudiziaria del giudice che vuole appurare la verità per vincere la falsità, curare il male inflitto dal menzognero, facendo emergere la verità e anche le conseguenze infelici del limite trasgredito.

L’essere umano terragno/terricolo/hā’ādām (ma non “hā’îš/il maschio/l’essere maschile”) si deresponsabilizza, infrange l’alleanza con la donna con la quale pensava di aver costruito una salda unità e scarica su di lei la responsabilità di avergli porto il frutto dell’albero proibito. Cita il suo consenso acritico alla proposta della donna, espresso senza parola alcuna. D’altronde, egli aveva pensato fin dall’inizio che lei fosse uscita da lui, e che gli appartenesse come proprietà indiscussa («questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne», Gn. 2,23).

Il serpente “nudo”

YHWH interroga la donna, che ammette la verità di essere stata ingannata dal serpente.

Il serpente è simbolo della bramosia, che le aveva fatto balenare l’immortalità, la divinità, l’onniscienza come traguardi possibili ancorché vietati da un Dio geloso e nemico dell’umano. Scoprire la verità e ammetterla è il primo passo di un percorso che fa giungere alla libertà. Il giudice che appare inquisitorio e pronto alla condanna, in verità è un’istanza veritativa che smaschera il male della menzogna.

Quello che appare essere la sentenza di un giudice “nemico” inizia dalla posizione processuale del serpente menzognero e ingannatore. Non c’è nessuna sentenza da parte di YHWH, nessuna maledizione. Il verbo essere non compare, men che meno all’imperativo (“sii tu maledetto”). Il giudice constata le conseguenze infelici di quel comportamento che non aveva rispettato il limite alla bramosia imposto da YHWH come legge di bene, di vita, di felicità e di accoglienza dell’alterità posto all’umano.

YHWH constata che il serpente è maledetto: “’ārûr ‘attāh/maledetto tu (sei)”. Il serpente non si trova nella condizione di fruizione dell’abbondanza della vita e del bene (“benedizione”) ma nella condizione opposta.

Il serpente ingannatore/la bramosia/il male striscia (e striscerà sempre in quanto sede permanente della bramosia) sul proprio ventre, senza la dignità e la bellezza regale dei piedi e delle gambe; si ciberà dell’assenza di cibo, la polvere di morte (cf. 3,19), fonte di sete inestinguibile e di fame perennemente insoddisfatta.

Amara constatazione

YHWH preevangelizza una battaglia impari, proclama il protovangelo di una vittoria certa, pur con strascichi minori di infelicità e di ferite dolorose. YHWH pone una inimicizia fra il serpente e la sua discendenza – la bramosia e la sua propagazione menzognera fagocitante –, e la donna e la sua discendenza.

La bramosia onnivora ferirà in modo limitato (il “calcagno”) l’umano, ma “la discendenza/il discendente/zera‘” (sostantivo maschile) della donna ferirà mortalmente (“la testa/rō’š”) il propagarsi del male che, con la pretesa di illuminare la donna, l’ha accecata e ingannata con la sua anticatechesi su YHWH.

Come ammoniranno i sapienti, «ognuno è punito per mezzo della cosa con cui pecca» (Sap. 11,16).

YHWH constata che il residuo della bramosia nella donna la terrà unita in modo fusionale al figlio, da cui stenterà a staccarsi recidendo il cordone ombelicale. Per vincere la sua resistenza YHWH moltiplicherà le gravidanze e i distacchi. È una costatazione. Quando Eva concepirà Caino/Qayin dirà: “Ho comprato/qānîtî un uomo/maschio da/con/’et YHWH”. Delirio di onnipotenza – che prescinde dal concorso dell’uomo maschio – e possessività fusionale, semina del serpente/bramosia.

L’alleanza uomo-donna è infranta. YHWH costata che il desiderio sessuale femminile di comunione intima si rovescerà in dominio possessivo del maschio sulla donna, che in tal modo prolunga le sue parole iniziali sulla donna: «… è ossa delle mie ossa, carne della mia carne» (Gn. 2,23).

La costatazione di YHWH sulla condizione dell’uomo è quella di un rapporto faticoso con “la terra/il suolo/hā’ădāmāh” che le era stata data da coltivare e da custodire come giardiniere operoso (cf. Gn. 2,15 YHWH Dio prende l’umano e lo pone nel “giardino” [gan, sost. masch.] di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse [i suffissi verbali del testo ebraico sono invece femminili e quindi si riferiscono alla terra/hā’ădāmāh: perché “la” lavorasse e “la” custodisse]).

Il terreno/suolo non è maledetto neppure in Gn. 3,17, dove si constata solamente la sua “maledizione”, cioè la “chiusura della sua bocca”, la sua avarizia nel donare i propri frutti, cioè la benedizione/abbondanza di vita buona e felice. Si costata, invece, che esso produrrà spine e cardi immangiabili e pungenti.

L’uomo deve strappare a forza i frutti dalla terra, con la fatica e il sudore della fronte. Con i residui della bramosia onnivora in corpo, l’uomo avrà un rapporto faticoso con la terra.

Aver ceduto alla bramosia ingannatrice, fa rompere i rapporti dell’umano con YHWH, fra uomo e donna all’interno della coppia e perfino fra l’uomo e la terra.

Non è difficile oggi costatare come la terra e la natura violate dalla bramosia onnivora dell’uomo si ritorcano ferite contro di esso, con dissesti idrogeologici prevedibilissimi, col surriscaldamento globale della terra, l’inquinamento progressivo dell’aria, l’onnipresenza della plastica negli oceani dove, ridotta in particelle infinitesimali, viene inghiottita dai pesci che l’uomo mangia, entrando così mortalmente nel ciclo alimentare umano. I femminicidi, la sottomissione forzata delle donne e le mutilazioni genitali femminili sono lì a testimoniare l’irriducibilità del desiderio possessivo del maschio.

Genesi non è racconto di fiabe per bambini. È lo specchio rivelatore della condizione umana.

Il protovangelo

La bramosia del serpente non avrà l’ultima parola. Il protovangelo di Gen 3,15 sta lì a dimostrarlo.

Nelle prime pagine della Bibbia è già piantata saldamente la promessa del Discendente, che sconfiggerà definitivamente la bramosia delirante e narcisistica con un amore oblativo che la schiaccerà con i piedi di Colui che annuncia il vangelo e con quelli dei suoi discepoli.

Un nuovo rapporto fra l’umano e Dio, fra uomo e donna, fra l’umano e la terra è possibile in Gesù.

Un sandwich marciano

Dopo aver descritto l’inizio del ministero di Gesù in Galilea (Mc 1,14–3,6) e il suo culmine in Galilea e dintorni (3,7–6,6a), nella terza sezione del suo vangelo, detta talvolta “sezione dei pani” (6,6b–8,30), Marco incentra la sua narrazione dei fatti e dei detti di Gesù attorno alla duplice moltiplicazione dei pani (6,6b–7,37; 8,1-26).

Le ostilità contro Gesù crescono, così pure viene ricordata l’incredulità – totale secondo l’evangelista Marco – dei Dodici e dei discepoli, proprio mentre il pastore di Israele allaccia i primi contatti col mondo pagano.

«All’interno della sezione dei pani gli elementi che compongono i due cicli si corrispondono simmetricamente: moltiplicazione dei pani (6,30-44; 8,1-10); incomprensione dei discepoli (6,52; 8,14-21); discussione con i farisei (7,1-23; 8,11-13); miracoli conclusivi (7,31-37; 8,22-26)» (A. Poppi).

In Mc. 3,20-35 siamo in presenza di un tipico “trittico marciano” o “racconto intercalare” (da altri denominato, a mio avviso con terminologia efficace ma non “fine”, “racconto sandwich”). Una “storia esterna” (in questo caso, Mc 3,20-21.31-35) circonda e ingloba una “storia interna” (qui Mc. 3,22-30).

Numerosi elementi delle due storie si richiamano, illuminando reciprocamente – per contrasto o per rafforzamento – i rispettivi significati più profondi. Si veda, ad es., il racconto “interno” dell’emorroissa (Mc. 5,25-34), inglobato dal racconto “esterno” incentrato sulla rivivificazione della figlia di Giaìro (Mc. 5,21-24.35-43). Le due donne appartenenti al popolo ebraico – una anziana e l’altra alle soglie del matrimonio e della generazione della vita – perdono “inutilmente” il sangue e addirittura la vita fino a che non incontrano Gesù sulla loro strada.

I parenti di Gesù

La famiglia, probabilmente il clan a cui Gesù apparteneva, “i parenti/quelli attorno a lui/hoi par’autou” vanno a cercarlo per riportarlo a casa. Egli predica continuamente, compie azioni miracolose, è assediato da folle di gente entusiasta, che gli derubano perfino il tempo per mangiare. Secondo loro, Gesù “è uscito fuori di sé/exestē”.

I parenti di Gesù lo vogliono “afferrare con forza/kratēsai”, mentre lui è “in casa/eis oikian”, cioè è all’interno del popolo nuovo di Israele, il popolo messianico che egli sta istruendo e sanando.

Lo vogliono “prendere/afferrare/catturare/arrestare” come farà Erode Antipa con Giovanni Battista (Mc 6,17) e come cercheranno di fare i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani con Gesù dopo aver ascoltato la parabola dei vignaioli omicidi e aver capito che era stata detta contro di loro (cf. Mc 12,12).

I capi dei sacerdoti e gli scribi torneranno alla carica due giorni prima della Pasqua e degli Azzimi, cercando di catturare Gesù con l’inganno per farlo morire (Mc. 14,1). Il bacio che Giuda darà a Gesù sarà il segno di identificazione dato ai capi dei sacerdoti, agli anziani e agli scribi per arrestare Gesù nel podere del Getsemani (Mc. 14,44). In effetti, lo arrestano (Mc 14,46), con la domanda meravigliata di Gesù sulla loro tempistica, dal momento che egli predicava nel loro tempio ogni giorno, «in mezzo a voi» (Mc. 14,49).

Gesù, però, risorgerà, sfuggirà dalle loro mani, e l’unica cosa che gli avversari riusciranno ad afferrare sarà il “lenzuolo/syndona” che ricopriva il corpo nudo del giovane discepolo di Gesù (cf. Mc. 14,51-52). La sua fuga (e la presenza del suo “doppio” simbolico nel sepolcro vuoto, il “giovane/neaniskos” di Mc 16,5) è anticipo di risurrezione pasquale.

La “casa” divisa

Nel “racconto interno” (Mc. 3,22-30) Marco narra della disputa accesa scoppiata tra Gesù e un gruppo di scribi discesi da Gerusalemme in Galilea. Questi lo accusano di essere un posseduto da Beelzebùl – capo dei demoni – e di scacciare i demoni per mezzo di esso. Gesù ricorda a loro che un regno e una casa – quei “famigliari” presenti nel racconto esterno – divisi in se stessi non possono stare in piedi.

Non si può scacciare i demoni ed essere contemporaneamente a servizio di Beelzebùl, loro capo. Qualcuno può penetrare nella “casa” di un uomo forte, legarlo e saccheggiarne la “casa” solo se è più forte di lui.

Gesù è più forte dell’uomo forte che è Beelzebùl. Si può parlare male di Dio, peccare e venir perdonati. Attribuire però alle opere di bene compiute da Gesù, nella potenza dello Spirito Santo appartenente al mondo divino, un’origine demoniaca, equivale a peccare contro lo Spirito. Si attribuisce allo Spirito qualcosa di natura malefica all’eccesso. Un peccato imperdonabile, perché distorce la verità alla radice.

La vera famiglia/casa di Gesù

Il racconto “interno” del trittico marciano (o “racconto intercalare”) illumina per contrasto quello “esterno”. La casa/famiglia di Gesù non è demoniaca. È la casa del “più forte” del “forte”. È una casa/famiglia unita, non divisa in se stessa. I parenti di Gesù pensano che lui “sia fuori di sé/exestē <histēmi” e “se ne stanno in piedi fuori/exō stēkontes <part. perf. di stekō <histēmi)” (v. 31) della “casa” dove è Gesù.

Ma chi è fuori e chi è dentro?

A chi sta “fuori”, a chi non compie il passo iniziale della fede in Gesù, tutto il suo parlare e agire risulterà enigmatico, incomprensibile. Le parabole e i miracoli compiuti per illuminare e sostenere la fede dei discepoli, inaugurando così il Regno, per quelli “di fuori” resteranno puramente enigmatiche e non “paraboliche”, con l’effetto ermeneutico “parabola” loro proprio, che resterà a loro inaccessibile. «Ed egli diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori (ekeinois de tois exō), invece, tutto avviene in parabole/en parabolais ta panta ginetai), affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”» (Mc. 4,11-12).

Gesù getta uno sguardo attorno a sé, sulla “folla/ochlos” che sta seduta attorno a lui (v. 32) in cerchio (v. 34) – nella casa (!) – e dichiara che quelle persone sono sua madre, suoi fratelli, sue sorelle. Sono la sua nuova e vera famiglia. Sono coloro che fanno la volontà di Dio.

Non sono persone demoniache, che operano il male e che sono divise al loro interno. Sono una casa/una famiglia/un regno dove impera sovrana l’unità. Una realtà divina e unita, non demoniaca e divisa. La sorgente delle parole che ascolta è divina, scaturisce dallo Spirito Santo. Egli rivela la volontà di bene di Dio, e dona anche la forza di “farla”.

La famiglia di Gesù ascolta e fa la volontà di Dio, rivelata da Gesù.

Al suo interno non c’è divisione e bramosia di possesso.

Al serpente onnivoro e narcisista è stata schiacciata la testa.

Nella famiglia di Gesù il limite dell’alterità complementare imposto da YHWH/Il Padre è rispettato come un dono che fa crescere.

Gesù illumina, non acceca.

Rivela, non inganna.

Siete già figli di Dio.

Nudi fiduciosi.

Figli, famiglia, casa di Dio.

Famiglia mia, famiglia di Gesù.

Roberto Mela

 

 

«È fuori di sé», «È posseduto da uno spirito immondo». Così definiscono Gesù quelli che lo vedono attorniato da una folla incontenibile, impegnato a insegnare e guarire tanto da non avere nemmeno tempo e modo di mangiare. Sì, il Signore è giudicato esagerato nel suo concedersi totalmente al bisogno di chi lo cerca e si accalca attorno a lui.

Chi sono questi che lo giudicano in tale modo? Il Vangelo ci parla di due gruppi di persone: i “suoi”, parenti, gente della famiglia, e gli scribi. Apparentemente sono le persone che dovrebbero capire meglio di tutte il comportamento di Gesù: i primi perché lo conoscono da sempre, gli altri perché hanno gli strumenti per interpretare il significato religioso del comportamento di Gesù. Eppure entrambi i gruppi non solo non lo comprendono, ma nemmeno si sforzano di farlo, e infatti l’evangelista Marco sottolinea come mentre Gesù con la folla erano in casa, gli altri restano fuori. Non lo vedono, non lo sentono, non si rendono conto del bisogno di chi si accalca attorno a lui, ma si sentono ugualmente in grado di giudicarlo.

È l’atteggiamento di chi pensa già di sapere, di aver capito, di “possedere” un quadro già completo senza bisogno di interrogarsi su quello che Gesù dice e fa. Quante volte anche noi davanti al suo Vangelo crediamo di sapere già, di aver già capito, e non ci sforziamo di chiederci il perché del suo comportamento, sempre così diverso dal prevedibile. È facile così sentirsi superiori, estranei alla “casa” del Signore, quella cerchia che si affolla attorno a lui. Essi sono gli unici che lo cercano, lo ascoltano e ricevono da lui salvezza e guarigione.

È questo, possiamo dire, il terzo gruppo che il Vangelo ci presenta e che è composto da discepoli e bisognosi. In esso i primi, che lo seguono da tanto, non si distinguono dai secondi che magari non lo hanno mai nemmeno visto, ne hanno solo vagamente sentito parlare, o si trovano per caso e si fanno trascinare dall’interesse per quel nuovo maestro così diverso da tutti. Discepoli e bisognosi, nonostante queste sostanziali differenze, sono un unico “popolo”, quello composto da coloro che, a differenza dei primi due gruppi, sentono il bisogno di stare a stretto contatto con lui, di non perderne una parola, un gesto, un segno, sperando che, magari, sia quello che mi salva, che guarisce la mia malattia, che risponde al mio bisogno più profondo.

Discepoli e bisognosi sono una sola cosa. Non conta da quanto tempo si segua Gesù, se lo si è cercato lungamente e faticosamente, conta che ci si sente così bisognosi di lui da non poter fare a meno di accalcarsi attorno a lui e di non perderne una parola e un gesto. Essi non giudicano con distacco e senso di superiorità, piuttosto cercano il contatto personale, di vedere, di toccare Gesù.

È lo stesso paradosso che tante volte si vede ancora oggi. Chi è più familiare di Gesù, chi è religioso e potrebbe comprenderlo meglio, così spesso si rivela estraneo a lui, pronto a giudicare con superiorità. Ma chi è umile, povero, bisognoso, ha una comprensione profonda del Vangelo di Gesù, che non viene dalla conoscenza intellettuale, ma affettiva, spirituale. E chi lo conosce così non si stacca da lui, gli rimane accanto e rimane in quella casa che è la chiesa di quanti si fanno discepoli e cercatori di Dio. È il paradosso che evidenzia Gesù: si è suoi parenti non per nascita o per diritto di status, ma per scelta. La sua famiglia è composta da quanti sono “nella casa” e non cercano di farlo uscire fuori, per venire loro incontro, adattarsi alle loro esigenze, scendere a patti col loro giudizio sprezzante: «È fuori di sé».

Non è un caso che al centro dell’episodio che abbiamo ascoltato Gesù pronuncia quelle parole così dure sul peccato che non potrà mai essere perdonato. Sì, perché quel peccato è l’estraneità voluta e costruita con lo Spirito di amore che permette a chi se ne lascia contagiare di entrare nella famiglia di Gesù, di restare con lui nella sua casa. È un peccato che non trova perdono perché corrode la fiducia e la speranza nella sua misericordia, ne fa volentieri a meno perché crede di non averne bisogno.

Cari fratelli e care sorelle, lasciamoci toccare da quel soffio delicato e potente dell’amore di Dio che ci fa desiderare di ascoltare da vicino Gesù, cioè con un cuore attento e docile. Dentro la sua casa, che è la Chiesa, accanto a lui troviamo il perdono e la via per la nostra salvezza.

 

 

[1].

Gesù entra in una casa e si raduna nuovamente molta folla attorno attorno a lui, al punto che né Lui, né i suoi discepoli, possono prendere cibo. A questo punto avviene un fatto sconcertante: “Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». È come dire: “è pazzo”. Un’espressione decisa, risoluta, quella dei “suoi”, che Marco ha registrato ipso facto nel suo vangelo, forse perché è stato lo stesso Pietro a parlarne in qualche occasione.

Una domanda è d’uopo: in che consiste questa specie di incomprensione di Gesù, da parte dei suoi parenti, del suo clan? Sinceramente, io non penso che si tratti della sua famiglia stretta, perché Giuseppe non c’è più e Maria, la mamma di Gesù, potrebbe avere una funzione di subordine, di fronte al clan della parentela. Forse sono i cugini e gli zii ad avere un atteggiamento polemico nei confronti di Gesù.

Per quali motivi c’è diffidenza, se non proprio ostilità, dei parenti nei confronti del Nazareno? Di fronte a questa domanda non si può dare una sola risposta. E allora traggo spunto dalla mia pagina La famiglia e il parentado di Gesù, che appartiene a questo sito dedicato a Gesù di Nazareth. Posso partire con l’accenno a “un certo senso di diffidenza, se non proprio di contrarietà, dei parenti, verso Gesù, a causa dell’impronta particolarissima, originale che egli ha conferito alla sua missione. La spossante attività di girovago, la sua predicazione aperta a tutti, anche ai peccatori, la disponibilità di tempo illimitata, per cui succede che lui ed i discepoli non abbiano neanche il tempo riposarsi e di mangiare [2]. Un atteggiamento che potrebbe non essere, certamente, condiviso dai “suoi”.

Attraverso la lettura del Vangelo di Giovanni emerge, però, un altro tipo di lettura, che se conferma, almeno in parte, le notizie di Marco, mostra, però, una diversa interpretazione dello stato d’animo dei familiari e dei parenti di Gesù. Essi sembrano non comprendere la sua "discrezione"; l'apparente contraddizione tra la sua pretesa messianica ed il suo ritirarsi dalle folle che lo vogliono re, per cui lo invitano apertamente a manifestarsi come Messia di Israele. Un momento privilegiato per affermare la sua Messianicità, l'affermare solennemente di essere l'Inviato di Dio, il liberatore d'Israele, potrebbe essere proprio l'annuale festa delle Capanne, detta pure “dei Tabernacoli”, durante la quale le folle sono facilmente preda di entusiasmi messianici. Invero, questa festa gioiosa ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù dall’Egitto, e in linea con lo stile degli antichi profeti che scelgono queste occasioni per parlare alla coscienza di Israele, anche per Gesù  potrebbe essere giunta l’ora di manifestarsi solennemente come Messia di Israele. Questa, per lo meno, potrebbe essere l’idea del suo clan, come appare dal testo che leggiamo: “Dopo questi fatti Gesù se ne andava per la Galilea ; infatti non voleva più andare per la Giudea , perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne; i suoi fratelli gli dissero:  «Parti di qui e và nella Giudea perché anche i tuoi discepoli vedano le opere che tu fai. Nessuno infatti agisce di nascosto, se vuole venire riconosciuto pubblicamente. Se fai tali cose, manifèstati al mondo!».  Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui. Gesù allora disse loro: «Il mio tempo non è ancora venuto, il vostro invece è sempre pronto. Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di lui io attesto che le sue opere sono cattive. Andate voi a questa festa; io non ci vado, perché il mio tempo non è ancora compiuto»"[3].

Come si può notare, è evidente, una condotta ambigua dei parenti che, se da un lato rivelano un certo comportamento incredulo verso Gesù, dall’altro, questo stesso atteggiamento postula l’invito a manifestarsi apertamente al mondo, come Messia di Israele, e cozza, invece, con il contegno discreto di Gesù, probabilmente alle prese con la più drammatica delle scelte; la più tremenda delle tentazioni: la prospettiva di scegliere un messianismo politico oppure squisitamente religioso. Impressiona, però, in questo testo, l’espressione dura dell’evangelista: “Neppure i suoi fratelli infatti credevano in lui”. Cosa può significare questo? Che l’ostracismo verso Gesù sia generato da quei “normali” sentimenti di invidia che provano i parenti poveri rispetto ad uno di loro divenuto famoso e potente? Potrebbe essere. Nell'ambiente di un villaggio, di un paese o anche di una piccola città rurale come Nazareth, l'improvvisa fama, la celebrità, di uno dei suoi abitanti, oltre che i Segni straordinari operati altrove, può provocare d'acchito un senso d'invidia e di diffidenza. Proprio ciò che appare nell’espressione che leggiamo nel Vangelo di Marco: "Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua" [4].

Dal racconto evangelico emerge una tensione latente tra Gesù ed i Nazaretani. Una situazione che sfocia addirittura in un tentativo di omicidio, come leggiamo in un analogo episodio riportato dal terzo evangelista[5], dove appare a tinte forti questo sentimento di rifiuto che pervade i Nazaretani nei confronti di Gesù.  Un'opposizione a tratti violenta, come abbiamo visto ora, e che si riverbera, nel contempo, anche nei sentimenti del suo stesso clan. E la fama di Maestro ed operatore di miracoli, che lo accompagna in questo suo ritorno a Nazareth, non fa che acuire la diffidenza dei suoi, alimentata, peraltro, dalla loro normale aspirazione a vivere una vita serena e tranquilla, nell'ambiente quotidiano della famiglia e del clan, senza palesi motivi di discussione con gli altri clan che abitano questo villaggio collinare della Galilea.

È forse questo il motivo di fondo della tensione tra Gesù ed il suo parentado? Sarebbe una spiegazione molto verosimile. Si tratta, in fondo, di gente abituata a vivere e lavorare tranquillamente nella quiete delle botteghe o dei campi, e che invece si vede al centro dell'attenzione del villaggio. Gente che teme, nondimeno, un atteggiamento ostile da parte della comunità, se non proprio dell'autorità religiosa di Gerusalemme.  Per di più, consapevole del modo con cui Gesù si espone pubblicamente, assumendo anche un atteggiamento polemico verso i partiti potenti come gli scribi ed i farisei, il clan è vivamente preoccupato per sé e, nello stesso tempo, per l'incolumità dell’illustre parente.

Ad un occhio attento, considerate valide anche le altre ipotesi presentate, sembrano proprio questi i motivi di una diffidenza iniziale che coinvolge, in questo discorso, la stessa figura della Madre di Gesù. In tale situazione, diventa difficile per qualche studioso trovare la collocazione di Maria[6].  Ma è bene ricordare che la situazione della donna nella società Palestinese è molto diversa da quella di oggi, dove la donna vive l’età migliore della sua storia. Consapevoli del ruolo marginale della donna nella società Palestinese del primo secolo, vogliamo pensare che Maria si veda costretta, suo malgrado, a subire, nei suoi confronti e verso Gesù, l'influenza severa ed il giudizio, tipicamente maschilista del mondo ebraico, da parte degli uomini del parentado. Solo col tempo, specialmente dopo l’esperienza della pasqua, il clan dei parenti cambierà gradualmente atteggiamento nei confronti di Gesù. Anzi alcuni parenti, come Giacomo, chiamato il Giusto, assumeranno un ruolo prioritario nella comunità cristiana primitiva.

Visto che ci troviamo, chiariamo una volta per sempre (questa è la mia speranza), chi sono i cosiddetti fratelli di Gesù nominati nei vangeli e negli Atti degli apostoli? Sono veramente fratelli di sangue? Oppure il termine fratelli indica anche un rapporto di parentela in senso più ampio, intendendo, in tal modo, il termine fratello come cugino?

Il primo a rispondere a questo interrogativo è un autore postapostolico, Egesippo, vissuto nel II secolo, probabilmente originario della Palestina e conoscitore del greco, dell'ebraico e del siriano. Nei suoi scritti lascia capire che coloro che i Vangeli chiamano "fratelli del Signore" siano in realtà suoi cugini.

Nella seconda metà del II secolo si fa strada, invece, l'opinione che i fratelli di Gesù siano in realtà figli di un precedente matrimonio di Giuseppe, quindi sarebbero fratellastri. Un'ipotesi accettata nelle Chiese orientali, ma non in quella occidentale.

Il tema è ripreso da San Girolamo (IV secolo) il quale, da ottimo conoscitore dell'ambiente e della lingua ebraica, respinge la tesi che si tratti di fratelli o fratellastri di Gesù, giungendo alla conclusione avanzata da Egesippo. Si tratta dei cugini del Maestro, cioè di appartenenti al clan familiare di Maria. Girolamo sostiene questa tesi nell'opera De perpetua virginitate, polemizzando aspramente contro un tale Elvidio, suo contemporaneo (IV secolo), che affermava trattarsi invece di figli avuti da Maria e Giuseppe successivamente rispetto a Gesù, tesi sostenuta anche da alcuni esegeti moderni. Uno degli argomenti addotti era la frase del Vangelo di Luca in cui si dice che Maria “diede alla luce il suo primogenito”, Gesù[7]. È, però, da notare che il termine primogenito - come precisa Gianfranco Ravasi - ha di per sé valore giuridico e sottolinea i diritti biblici connessi alla primogenitura. Curiosamente in un documento aramaico del I secolo si parla di una madre (di nome Maria essa pure) che morì dando alla luce “il suo figlio primogenito”[8]. A tal proposito mons. Gianfranco Ravasi ha scritto sull’Avvenire del 24 novembre 2002: “L'esegesi storico-critica moderna ha fatto notare poi che nell’aramaico o nell’ebraico il termine fratello ('aha' e 'ah) indica sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l'alleato: nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello”[9], come fa Labano col nipote Giacobbe[10]. Inoltre l'espressione “fratelli del Signore” nel Nuovo Testamento[11] designa un gruppo ben definito, quello dei cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo. Essi costituirono una specie di comunità a sé stante, dotata di una sua autorevolezza al punto tale da poter proporre un proprio candidato come primo vescovo di Gerusalemme: Giacomo[12].

Nel brano sopra citato (Marco 3,31-35) Gesù sembra ridimensionare i loro privilegi e ridurli all'orizzonte più generale e più significativo della fedeltà alla volontà del Signore. Per altro essi non sono mai chiamati, come Gesù, «figli di Maria»”[13].

Questa chiarificazione è ormai accettata in tutta la Chiesa latina, anche se rimane il dubbio legato alla straordinaria concordanza dei testi del Nuovo Testamento su questo termine “fratelli”. Occorre dire, però, che nella Bibbia ebraica tradotta in greco, la versione dei Settanta per intenderci, il termine fratello è utilizzato anche quando si fa riferimento a gradi di parentela più larghi, come ha scritto Ravasi. Perciò le parole greche che significano "fratello" e "sorella", traducono termini ebraico-aramaici che oltre a designare i figli degli stessi genitori, designano anche parenti prossimi, specialmente per consanguineità, senza specificare il grado di parentela. Tutto questo a dimostrazione del fatto che sia l'ebraico che l'aramaico non hanno la ricchezza di termini delle nostre lingue[14]. E soprattutto coloro che hanno messo per iscritto i Vangeli avevano davanti agli occhi proprio la versione biblica dei settanta, quella scritta in greco per le comunità della Diaspora ebraica, ed hanno utilizzato per i Vangeli la stessa terminologia dei Settanta.

Da tutto questo si può dedurre che Maria sia l'unica familiare di Gesù al tempo della vita pubblica, mentre Giacomo, Ioses (Giuseppe), Giuda, Simone, indicati come fratelli, sarebbero in realtà suoi cugini, ed essendo molto viva l’idea del clan, si può benissimo comprendere come, in certi momenti, come in quelli citati dai vangeli, Maria venga nominata insieme a quelli che sono i suoi nipoti. È verosimile, quindi, che Gesù abbia anche degli zii a Nazareth, mentre sotto la croce c'è anche una zia, sorella della madre. Ed è possibile che proprio gli zii abbiano influenzato negativamente, specialmente all’inizio della predicazione, il comportamento di chiusura del clan nei confronti di Gesù.

È certo che alcuni di questi parenti di Gesù, dopo la sua resurrezione, hanno avuto un ruolo determinante nella comunità cristiana primitiva. Come Giacomo il Giusto, facente parte del gruppo degli apostoli. Diventerà, poi, uno dei capi della comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme.

Alla luce delle analogie tra i manoscritti di Qumran e l'epistola attribuita a Giacomo, si delinea una nuova realtà che evidenzia chiaramente l'importanza di Giacomo e la sua notevole influenza non solo sulle comunità giudeo-cristiane di Palestina, ma addirittura sulle comunità religiose ebraiche di Qumran.

A testimoniare l'adesione successiva dei familiari e dei parenti a Gesù, ci sono, a Nazareth, dei reperti storici che dimostrano come le prime generazioni di "parenti di Gesù", accanto alla grotta dell'Annuncio, trasformarono in luogo di culto la grotta detta di Conone, l'ultimo parente del Rabbi di Galilea. Ed è qui, in questa grotta racchiusa ora nella Basilica dell'Annunciazione, che appare graffita la più antica preghiera a Gesù adorato come Dio: "O Gesù Cristo, Figlio di Dio, vieni in aiuto ai tuoi servi".

    Dopo questo lungo, ma doveroso preambolo, si può comprendere com’è difficile per Gesù essere accettato, a cominciare dai suoi parenti, e poi, finendo agli scribi venuti appositamente da Gerusalemme per infamarlo: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni».

Ma Lui, li chiama e dice loro in parabole:  «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l'uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna».Poiché dicevano:  «E` posseduto da uno spirito immondo»”

Peccare contro lo Spirito Santo significa appunto questo: vedere il Sole e negare che Egli illumini. Quindi negare l’evidenza. Per noi discepoli di Gesù c’è questo ultimo insegnamento: nel suo nome dobbiamo sentirci pronti ad essere anche incompresi, rifiutati dagli altri, e finanche dai nostri cari. E, specialmente chi è nella sofferenza, può correre questo rischio. Abbracciamo, come lui, la croce. Teniamola stretta al cuore e lasciamoci totalmente abbandonare ad essa. Fino alla completa immolazione. “Soffrire passa – diceva il santo sacerdote Belga don Poppe – ma il merito di aver sofferto resta eternamente”.

Chiudiamo, infine, proprio con l’argomento al quale abbiamo riservato più spazio: la madre e i cosiddetti fratelli del Nazareno. Mentre Gesù sta predicando e l’oggetto del suo annuncio è il Regno di Dio che Egli è venuto a irradiare nel mondo, improvvisamente la sua voce è interrotta da qualcuno: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”.

Visto che ne abbiamo parlato prima, non c’è bisogno di ritornare sull’argomento. Volgiamo, invece, l’attenzione sulle parole successive di Gesù. Il suo sguardo si rivolge a coloro che hanno accolto la sua Parola e mostrano di volerla ascoltare: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». 

Ma lo sguardo di Gesù si posa sui discepoli di tutti i tempi. Su tutti coloro che sono silenziosi ascoltatori  della sua Parola. Specialmente coloro il cui terreno è scavato dall’aratro del dolore e della sofferenza. E quando questo aratro penetra nelle profondità del nostro essere smuove tutto il terreno di questo essere, in modo che il buon seme della Parola penetri nel profondo, lasciando germinare il 100, il 60, il 50….

Lo sguardo di Gesù si volge, quindi, ai poveri in spirito, ai miti, agli ammalati, ai sofferenti, a coloro che sono toccati dal dolore fisico e morale, anche per la perdita di una persona cara. Chi è nel dolore, cari amici, si lascia fermentare più facilmente dalla Parola di Gesù. Da questa Parola che provoca miracoli, trasforma le coscienze, rende Figli di Dio, conferisce finanche ad una vita sofferta il Senso pieno di una gioia che significa sentirsi amati da un Padre amorevole. Un Padre che attraverso il dolore ci fa capire quanto ci ami. Solo la mistica della croce ci può aiutare ad accogliere, mirare, e vivere, la profonda empatia tra l’anima e il suo Dio Crocifisso.

 

[1] Mc. 3,20-35.

[2] Cf. Mc. 6,31.

[3] Gv. 7,1-8.

[4] Mc. 6,2-4.

[5] Cf. Lc. 4,29-30.

[6] Cf. Pius-Ramon Tragan, La preistoria dei Vangeli, Ed. Servitium, pag. 112.

[7] Cf. Lc. 2,7.

[8] Cf. Gianfranco Ravasi, Gesù e i suoi "fratelli”, Avvenire, Agora, 24 novembre 2002, pag. 19.

[9] Gn. 13,8.

[10] Gn. 29,15.

[11] Atti 1,14; 1Corinzi 9,5

[12] Atti 15,13; 21,18

[13] Cf. Gianfranco Ravasi, Gesù e i suoi "fratelli”, Avvenire, Agora, 24 novembre 2002, pag. 19.

[14] Fratelli del Signore, in Dizionario enciclopedico della Bibbia e del mondo biblico, Ed. Massimo, pag. 318.

 

 

"Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre"

Secondo la testimonianza biblica (prima lettura) il primo uomo, ricco di doni così grandi, non si sarebbe deciso da solo ad ergersi contro Dio. Questi gli appariva come una realtà talmente dominatrice e perfezionante che non avrebbe mai osato trasgredirne il precetto e tentare di innalzarsi fino a lui, se la tentazione non gli fosse giunta dall’esterno. Certo sonnecchiavano nell’uomo le possibilità di opporsi all'autorità divina, ma se non fossero state destate dal di fuori, l’autorità divina e la intangibilità del suo comando sarebbero rimaste indiscusse.

Una potenza esteriore agì nell'uomo perché si attuassero le possibilità di male che erano in lui. Così la presenza misteriosa, ma reale del tentatore, di Satana, si fa sentire fin dalle prime pagine della Bibbia.

Col nome di Satana (ebr. satan = l'avversario) o di Diavolo (gr. diábolos = colui che divide), la Bibbia designa un essere personale, per sé invisibile, ma la cui azione od influsso si manifesta, sia nell'attività di altri esseri, sia nella tentazione. Fin dal primo episodio della sua storia, l’umanità vinta intravede, tuttavia, che un giorno trionferà del suo avversario.

PIÙ FORTE DI SATANA

La vittoria dell’uomo su Satana sarà Cristo che ha la missione di «ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo» (Eb. 2,14); di «distruggere le sue opere» (1Gv. 3,8); in altre parole, di sostituire il regno del Padre suo a quello di Satana (1Cor. 15,24-28; Col. 1,13s.).

I vangeli presentano, quindi, la vita pubblica di Gesù come una lotta contro Satana. Essa incomincia con l’episodio della tentazione in cui per la prima volta dopo la scena del paradiso, un uomo, rappresentante l’umanità, un «figlio di Adamo» (Lc. 3,38), viene a trovarsi a faccia a faccia col diavolo. Questa lotta si inasprisce con le liberazioni degli indemoniati. Esse provano che il regno di Dio è giunto (Mc. 3,22ss.) e che quello di Satana ha avuto termine.

E nel preciso momento in cui il Diavolo sembra avere il sopravvento (la passione e la morte di Gesù) il «principe di questo mondo» è «gettato fuori» (cf. Gv. 12,31).

Gesù è l'uomo forte che incatena Satana e le potenze del male e custodisce la casa. Egli ha vinto una volta per tutte passando attraverso il mistero della sua morte-risurrezione. Ma la sua vittoria è donata e partecipata ad ogni fedele nella Chiesa.

LOTTA DRAMMATICA TRA IL BENE E IL MALE

«Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore (cf Mt. 24,13; 13,24-30 e 36-43), fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio» (GS 37b). L'esistenza cristiana comincia con la vittoria radicale sul male e su Satana nel battesimo (cf, nel Rito del battesimo, l'esorcismo e la rinuncia a Satana). Viene estesa e continuamente attualizzata nella partecipazione agli altri «segni della vittoria di Cristo», i sacramenti. Tutta la vita del cristiano diventa, come quella di Cristo, una lotta, un duello col male e le potenze del maligno.

UN NEMICO DA NON IGNORARE NÉ SOTTOVALUTARE

Sono molti i cristiani che oggi non credono più all'esistenza di Satana. L'esperienza che fanno della tentazione non sembra loro che debba postulare l'esistenza di potenze demoniache. La personificazione del male appartiene, si dice, all’epoca, ormai tramontata, in cui l'uomo si riteneva zimbello di forze cosmiche. La mitologia popolare di ieri, oggi è respinta, e ciò che si chiamava possessione diabolica è uno dei tanti traumi che la psicologia del profondo cerca di spiegare.

È sempre più evidente l'imbarazzo e il disagio con il quale esegeti e teologi moderni parlano di Satana e delle potenze del male. Ma le pericopi evangeliche in cui se ne parla con tanta esplicita convinzione, invitano a riflettere.

Il mistero del male infatti, non è una fantasia, ma una realtà. La sua potenza lucida che organizza distruzione e morte si accampa in mezzo agli uomini, e tuttora ne avvertiamo la presenza: «Il male non è soltanto una deficienza, ma una efficienza di un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore» (Paolo VI, Discorso del 15 novembre 1972). II demonio assume, di tempo in tempo, un volto diverso. Occorre perciò individuarlo. La più fine astuzia del diavolo, secondo il famoso detto di Beaudelaire, sta proprio nel persuadere la gente, oggi più che ieri, che lui non esiste (cf CdA, pag. 511).

 

 

Charles de foucauld

 

 

mons. Angelo Sceppacerca

 

 

Il Vangelo di questa domenica ci presenta un'assurda accusa che scribi e farisei rivolgono al Signore Gesù in più occasioni: quella di agire in nome di satana, del maligno, dello spirito del male.

Nel linguaggio comune, quando vogliamo indicare una persona maliziosa e cattiva, a volte la definiamo "un demonio" e, di fronte ad eventi negativi nella famiglia o negli ambienti lavorativi e sociali, molti affermano che “è entrato il diavolo”. Negli anni ’70 del XX secolo quando il beato papa Paolo VI ricordò al mondo che si secolarizzava I'esistenza del demonio come "un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore... il nemico numero uno" (21 aprile 1972) e il suo influsso sull'uomo e sulla collettività per allontanarli da Dio, in tanti si scandalizzarono.

I pronunciamenti su questa entità sono proseguiti anche con i pontefici successivi. Nella sua ultima Esortazione Apostolica, Gaudete et Exultate, papa Francesco afferma che il demonio "non è un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un'idea".

Ad esempio, nel paragrafo 159, Francesco afferma “che il cammino quotidiano sulla via della santità non si riduce solamente a 'un combattimento’ contro il mondo e la mentalità mondana che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via).

È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie.

Si rallegrava quando i suoi discepoli riuscivano a progredire

nell’annuncio del Vangelo, superando l’opposizione del Maligno, ed esultava: ‘Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore’ (Lc. 10,18).

La cultura contemporanea mentre da una parte cancella questo termine, dall'altra, lo fa rinascere necessitandogli “un capro espiatorio” che assorba le varie negatività. Anche in Italia, ad esempio, riscuotono successo credenze sataniche: occultismo, celebrazioni in nome dello spirito del male, gruppi rock che divulgano I'esoterismo, personaggi collegabili al diabolico, fino ad attribuire a degli individui forze e potenze particolari che fanno capo allo spirito negativo.

La presenza del maligno tentatore si rivela ordina

riamente nell’istigare l'uomo al peccato e al male e nello spegnere nel suo cuore la vicinanza e la fiducia nei confronti di Dio. Ciò avviene quando nelle scelte personali prediligiamo il male al bene, il materiale all'eterno o cediamo con leggere zza alle ingannevoli lusinghe del corpo o delle cose. A livello

famigliare quando consumiamo incomprensioni, gelosie e malintesi.

A livello societario quando realizziamo divisioni o operiamo conodio, invidia, rancore, ingiustizia e sfruttiamo il prossimo per ottenere discutibili successi (cf. 1Gv. 3,10).

Dunque, se Dio è carità, il demonio è odio!

Questa presenza, però, non può scoraggiarci e deprimerci per il male commesso, oppure illuderci della nostra innocenza, scaricando su di esso la causa di ogni comportamento non conforme alla legge evangelica.

L'influsso negativo del demonio sull'uomo e sul mondo ebbe origine dalla scelta disobbediente e trasgressiva dei nostri progenitori, ingannati da una voce seduttrice che si opponeva a Dio (cf. Gn. 3,1-5).

Da allora, il male è in noi e attorno a noi, ed è riconosciuto con diversi termini.

Il Signore Gesù, il Figlio di Dio, è venuto nel mondo per restaurare il Regno di Dio e distruggere quello di Satana, operando miracoli, guarendo malati, risuscitando morti, compiendo esorcismi...

Da ciò possiamo dedurre che la sofferenza non è un castigo di Dio ma il segno della presenza del male nel mondo. Di conseguenza, non esiste un dolore positivo in se stesso; possiamo noi rintracciare dei significati di salvezza, ma la malattia, la sofferenza e il dolore restano sempre negatività che il Cristo combatte.

Per questo, siamo invitati a contrastare il male individuale e sociale che ci opprime con la certezza che in questa lotta non siamo soli. Cristo che dalla croce ha sconfitto il demonio, sta ora dalla parte di chi opera per il bene.

Si fa continuamente carico delle lotte che ingaggiamo contro le negatività ed è tragica utopia credere che I'uomo, da solo, possa liberarsi e salvarsi: “Senza di me – afferma Gesù - non potete far nulla” (Mc. 10,20).

Unicamente uniti al Messia saremo vincitori!

Abbandoniamoci, quindi, con fiducia al Signore Gesù nella preghiera, nella celebrazione dei sacramenti, nell'ascolto della Parola, nella vigilanza e nella penitenza.

Permangono, però, anche oggi varie tipologie d’influsso diabolico (visioni terrificanti, voci minacciose, tentazioni intense...) ma la manifestazione più grave è quella della possessione diabolica; un forte dominio che il demonio esercita sul corpo.

Ricordiamo alcune caratteristiche per impostare correttamente il problema e per non cadere in quella credulità che identifica in alcune patologie psichiatriche, come le isterie o le forme gravi di depressione la presenza del demonio.

“ ‘ll Rituale Romano’, promulgato da Paolo V nel 1614 offriva come segni indicativi delle possessioni diaboliche: parlare in lingue sconosciute o capirle; manifestare cose occulte o distanti; dimostrare forza superiore alla propria età o condizione. Il Rituale attuale, ‘De Exorcismis et supplicationibus quibusdam’, approvato da san Giovanni Paolo II il 1 ottobre 1998 e promulgato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 26 gennaio 1999, aggiunge: ‘Dal momento che questi segni non provengono necessariamente dal Diavolo, si deve prestare attenzione anche ad altri segni di ordine morale e spirituale, come la veemente opposizione a Dio, al nome di Gesù ,

alla beata Vergine Maria, ai santi, alla Chiesa, alla Parola di Dio, alle cose e ai riti, specialmente ai sacramentali e alle immagini sacre.

Ammoniste “l'Imitazione di Cristo” che finché saremo nel mondo non potremo essere senza tribolazioni e tentazioni (cf. cap. 13).

Ma nella lotta non siamo soli, infatti “dall’infanzia fino alla morte la vita umana è circondata dalla protezione e dall'intercessione degli angeli.

Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita eterna” (CCC 336). Invochiamolo costantemente: “Angelo di Dio che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla Pietà celeste”.

don Gian Maria Comolli

 

 

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Nel seno di nostra madre rinasciamo cristiani, ovvero

madri e fratelli di cristo che generano il suo amore nel mondo

Si può “cercare” Gesù in tanti modi. Spinti dai legami di carne per esempio, come “i fratelli e le sorelle di Gesù” che trascinano anche Maria “sua Madre” per “chiamarlo”. Ma restano “fuori”, non si possono avvicinare a Gesù, perché le relazioni invischiate nell’affettività, nella gelosia e nell’invidia non sono libere. 

Gesù infatti era “fuori di sé”; al contrario dei suoi secondo la carne, non viveva in se stesso, per se stesso, ma totalmente “fuori”, consegnato agli uomini. L’amore che lo rendeva pane gli impediva di prendere pane. Si nutriva della volontà del Padre, un cibo che l’uomo vecchio non conosce perché è incapace di comprendere le ragioni dello Spirito, anzi, vi muove guerra; e ci muove per saziarsi, non per saziare. 

Per questo “i suoi” – che potrebbero essere i preti, le suore, quelli a Lui più vicini giuridicamente e sentimentalmente ma non esistenzialmente – gelosi e invidiosi, non potevano accettare la follia di un amore che lo sospingeva ben oltre i limiti della carne, dando la sua da mangiare nei luoghi che tutti evitavano, per le persone che tutti ritenevano ormai spacciate. Gesù era la gratuità totale, mai vista prima in un uomo. Ma spesso, sedotti dal demonio, pensiamo che non sia reale un amore così, il nostro cuore non lo ha conosciuto. Ci deve essere qualcosa sotto, non si può vivere e amare così. 

Come uscire da noi stessi se “fuori” abbiamo conosciuto solo la morte della frustrazione? Come fai a donare la tua vita se essa è solo un pugno di giorni amari da difendere con i denti? Per questo i suoi cercano di “prendere” Gesù e riportarlo alla ragionevolezza della sapienza carnale. Dovevano addomesticarlo per renderlo innocuo e non contraddicesse le loro convinzioni mettendo in crisi equilibri faticosamente acquisiti. 

Così, spesso accade che i nemici dei cristiani siano proprio i familiari più stretti, la carne della tua carne. O l’amico del cuore, il fidanzato, per cui ci troviamo infilati in rapporti morbosi e pieni di compromessi, cercando inutilmente di saziare la fame di amore. Accettiamolo, anche noi siamo tra i parenti di Gesù, impigliati nelle stesse debolezze affettive. Per questo, come tra loro, anche tra noi e Gesù sovente vi è come un muro invalicabile, “la folla seduta attorno a Gesù” che ascoltava la sua predicazione, immagine della comunione nuova, celeste e libera che nasce dall’ascolto della Parola di Dio. 

E’ questa, infatti, che determina l’autentica familiarità con Gesù: è suo “fratello, sorella e madre” solo “chi compie la volontà di Dio”. Ma per compierla occorre conoscerla, e per conoscerla occorre averla ascoltata, e per ascoltarla occorre stare seduti intorno a Lui, come discepoli ai piedi del proprio Maestro. E’ quindi necessaria la comunità cristiana, la Madre di Cristo che gesta nelle sue viscere di misericordia i figli di Dio, partorendo attraverso il battesimo e gli altri sacramenti i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù. 

E’ loro che Gesù «fissa girando tutto intorno lo sguardo», svelandone l’identità nuova e sorprendente: sono il nuovo Israele convocato intorno al nuovo Sinai; in loro appare la Chiesa, la Ecclesia, assemblea convocata per ascoltare, accogliere e obbedire. La fede adulta che genera opere di vita eterna, ovvero il compimento della volontà di Dio che è sempre soprannaturale e mai schiava della carne, viene infatti dall’ascolto: è come per la terra assetata, arida e sterile, quando è bagnata dall’acqua che feconda perché porti frutto. Allora, «fare la volontà di Dio» non è nulla di volontaristico e moralistico, ma innanzitutto “essere seduti attorno a Gesù e ascoltare la sua parola”. 

Ma forse non ci piace “sederci” e “ascoltare” nella comunità cristiana, vogliamo decidere noi da soli, spinti dalla menzogna del demonio che ci a dubitare che Dio è un Padre buono, che conosce noi e la nostra situazione, e sa di cosa abbiamo bisogno. E’ forte il demonio, molto più forte di noi; è lui Belzeebul, il “Baal (signore) del sudiciume”, quello che regna in ogni casa – la vita – delle persone che ha sedotto con la sua menzogna e, bestemmiando lo Spirito Santo, sono diventate le sue cose. Bestemmia traduce il termine greco blasphêmía, ingiuriare, in latino diffamazione. Per farci dubitare di Dio e del suo amore, il demonio ci presenta la nostra croce, dove Cristo ha disteso le sue braccia per accoglierci e perdonarci, come l’opera di un mostro che ci è nemico. 

Se accettiamo questa tentazione cominceremo a diffamare Dio imputandogli le nostre sofferenze. Alleati di satana scapperemo dalla Croce, per cadere però in peccati sempre più terribili, sperimentando amaramente che è satana il nostro vero nemico, perché non può rivoltarsi contro se stesso ma contro Dio e contro di noi. Inducendoci a bestemmiare contro lo Spirito Santo ci trascina fuori dalla salvezza, nella morte eterna che sperimentiamo anticipata nell'”impermeabilità della coscienza” (S. Giovanni Paolo II). Esiste eccome l’inferno, e comincia quando viviamo le relazioni e gli eventi come tombe dalle quali non possiamo uscire, avendo abbandonato “i mezzi con i quali ci compie la remissione dei peccati” (S. Tommaso D’Aquino). 

Ma coraggio, viene Gesù nella sua Chiesa, “l’uomo più forte” del demonio, l’unico che con la Croce ha il potere di legarlo e strapparci all’inferno; la Parola predicata e i sacramenti che la realizzano ci rivelano i chiodi che, trapassando la sua carne, testimoniano il suo amore capace di perdonare tutti i peccati. Ogni giorno ci troviamo nel mezzo del combattimento tra Cristo e Belzeebul, che per noi significa la libertà con cui possiamo accogliere il perdono che ci viene offerto nella Chiesa o chiuderci ostinatamente alla Grazia. Prendere la Croce, perché “come Gesù si servì della sua stessa passione, di quello cioè che si presentava come sofferenza, per restaurare la libertà e la salvezza in tutto il mondo, così fa con te: quando soffri, si serve della tua sofferenza per la tua salvezza e la tua gloria” (S. Giovanni Crisostomo); o continuare a bestemmiare il soffio di vita eterna e, rifiutandolo, restare nella morte. La vita è seria, paradiso e inferno sono dinanzi a noi celati dalla Croce; convertiamoci lasciandoci attirare da Cristo nella storia dove sperimenteremo le primizie del Cielo. 

Per questo il Signore ci chiama a stringerci a Lui, a non restare “fuori” adorando i nostri pensieri mondani. Ad essere quegli uomini sotto lo sguardo fisso di Gesù: è quello il posto dove ascoltare per obbedire. Solo chi ascolta ama e per questo compie la volontà dell’amato. Come accadde a Gesù nel Getsemani dove ha ascoltato e accolto la Parola del Padre e così, combattendo con le resistenze della carne, si è consegnato alla sua volontà. Non si sbaglia mai: quando l’amore irrora il cuore e la mente ci si abbandona sempre alla volontà di Dio, anche se mille ostacoli e tentazioni si oppongono, anche se i pensieri mondani strepitano mostrando la follia e l’incomprensibilità del piano di Dio per la mente carnale. 

La via crucis, la morte, il sepolcro e la risurrezione sono stati il frutto benedetto di quell’ascolto fattosi obbedienza; da essa e in essa è sorta la Chiesa, la comunità dei “fratelli e sorelle” di Gesù, la madre che lo genera, gesta e partorisce nella storia. Gesù ci chiama a percorrere in essa il cammino che anche Maria ha dovuto fare: passare dalla conoscenza secondo la carne a quella nuova dello Spirito, per essere di fronte a ogni persona gli occhi e lo sguardo, la voce e le parole, l’amore e le viscere di misericordia di Gesù fatte carne in noi. Per questo la Chiesa ci protegge dalle tentazioni di “uscire fuori” dalla volontà del Padre. 

A volte non è facile, perché “fuori” c’è il passato nel quale abbiamo vissuto, persone care, situazioni ancora irrisolte a cui vorremmo mettere mano. “Fuori” c’è la carne che “ci cerca” mostrandoci “nostra madre”, la persona più importante della nostra vita, per ridestare in noi i sentimenti di affetto che però ci separerebbero da Gesù. Ma coraggio, se resteremo stretti intorno a Lui nella comunità nulla ci potrà separare dal suo amore; e in esso ritroveremo trasfigurati in rapporti nuovi perché liberi nell’amore vero anche nostra madre nella carne e le persone a cui vogliamo bene; solo nella Chiesa sapremo guardare alla nostra storia con discernimento, rintracciando in essa l’amore di Dio. Perché per amare bisogna essere passati oltre il mare che ci inchioda in Egitto schiavi del faraone. Ama solo chi, ormai libero, vive ogni evento nella Pasqua di Cristo e così genera Cristo per il mondo in ogni pensiero, parola e gesto.  

don Antonello Iapicca

 

 

Prima lettura: Genesi 3,9-15

Secondo la tradizione ebraica antica, la storia dell’umanità fin dagli inizi è stata un campo di battaglia tra due forze contrapposte, il seme della donna e il seme del serpente. Adamo, il primo uomo, ma anche tutti gli uomini lungo la storia, sono stati messi di fronte a una scelta fondamentale: fare la volontà di Dio, e quindi rimanere in una stabile armonia con lui, con la prima donna, e con il mondo (Gen 2), oppure seguire la propria volontà e decidere personalmente quello che nella vita è bene e quello che è male (Gn. 3).

La situazione dell’uomo che decide la sua vita indipendentemente da Dio è tragica. La sua prima esperienza è quella della nudità. La tradizione esegetica ebraica antica spiegava che Adamo prima del peccato aveva una veste di gloria. Il dialogo con Dio lo riempiva del suo amore e di vita. Dopo il peccato è nudo di amore, di essere. Sperimenta la morte essenziale. La seconda conseguenza è la paura della morte (v. 10): non si sente più in grado di perdere la sua vita per gli altri, per la sua donna. La terza conseguenza è quindi la nascita dell’egoismo: accusa la propria moglie pur di salvare se stesso (v. 12).

Ma il Signore dona una speranza all’umanità. È la prima Buona Notizia: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (v. 15). La tradizione biblica vedrà nel seme della donna il Messia. Is. 11,8 parla di un Bambino, che «metterà la mano nel covo dei serpenti velenosi»: la vittoria del seme della donna sul seme del serpente sarà facile come un gioco di bambini. Seguendo il Messia sarà possibile il ritorno all’armonia con Dio, con i fratelli e con il mondo, perché la paura della morte è stata vinta.

Seconda lettura: 2 Corinzi 4,13-5,1

La chiamata all’apostolato è stata per Paolo una chiamata alla sofferenza, alle fatiche di ogni genere. Se guardiamo la sua esperienza con gli occhi del profano, Paolo sta velocemente invecchiando, consumato dall’apostolato. Sta perdendo la vita. L’apostolo invece osserva la propria vita con gli occhi di Dio, con quelli della fede: «Noi crediamo e perciò parliamo» (v. 13). È vero che fisicamente egli va progressivamente consumandosi, non così invece l’uomo interiore, che diventa sempre più giovane. C’è una realtà invisibile che a lui è dato di percepire e che lo riempie di immensa gioia. La vita in intimità con il suo Signore Gesù, che ora sta sperimentando in mezzo alle tribolazioni, un giorno si manifesterà nella gloria dell’eternità (v. 18). L’amore di Cristo che lo sta spingendo a consumarsi nell’apostolato, è anche l’unica realtà che rimane, e che può superare le barriere della morte. E se la tenda del suo corpo si sta sfasciando, il Signore gli sta preparando una dimora eterna nel mondo di Dio, un corpo non esposto alla corruzione (5,1).

Vangelo: Marco 3, 20-35

L’episodio narrato dal Vangelo odierno si svolge probabilmente nella casa di Pietro a Cafarnao. È interessante notare l’atteggiamento delle persone che lo attorniano. Esse formano un triplice cerchio ideale. Fuori si fermano i parenti. Più vicini, chiamati da Gesù stanno gli scribi discesi da Gerusalemme; seduta vicino a lui la folla con gli apostoli che lo stavano ad ascoltare.

Prima scena: i parenti di Gesù (vv. 20-21 ): Sono i suoi parenti carnali che sono preoccupati della sua salute, ma anche dell’onore della famiglia, perché lo ritengono «fuori di sè», un esaltato. Meglio portarselo a casa. «Siccome non riuscivano a comprendere l’altissima sapienza che ascoltavano, credevano che egli parlasse come uno fuori di sè» (Beda, il Venerabile).

Seconda scena: gli scribi (vv. 22-30): Dalla diceria si passa ora alla terribile calunnia sparsa tra il popolo dagli scribi, gli studiosi della Scrittura, venuti da Gerusalemme: «Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni per mezzo del principe dei demoni» (v. 22). Di fronte alla calunnia Gesù non perde la calma, ma continua a dialogare, chiamati gli avversari vicini a sé, li fa ragionare. Egli usa parabole, esempi concreti, che potevano capire. Si richiama alla realtà dello stato e della famiglia: quando in uno stato e in una famiglia incomincia la discordia, lo stato va in rovina e la famiglia non esiste più. Ora, se Satana per mezzo di Gesù sta cacciando Satana, mettendo la discordia tra i demoni, si deve dedurre che sta tentando un suicidio, che il suo dominio è ormai alla fine e che è giunta la salvezza. L’unica spiegazione possibile è invece che nel mondo è entrato uno più forte di Satana, che lo ha legato, dando agli uomini la libertà dal male.

Gli unici che non possono partecipare a questa liberazione sono coloro che avranno «bestemmiato contro lo Spirito Santo» (v. 29), quelli che negavano che Gesù, scacciando i demoni, agiva per mezzo dello Spirito. Significa rifiutare ostinatamente di percepire nei segni dello Spirito Santo l’agire di Dio nella storia.

Terza scena: i veri parenti di Gesù (vv. 31-35): C’è un gruppo che sa discernere invece i segni che Gesù sta compiendo, perché si sono messi in una posizione in cui possono ascoltare la sua parola: sono seduti attorno a lui con l’orecchio aperto. È proprio la parola stessa di Gesù che viene a smontare tutte le dicerie che circolavano su di lui: «È un esaltato», o «È un indemoniato». Marco intravvede la nuova comunità cristiana in cui, pur rispettando il rapporto gerarchico con gli apostoli, tutti sono fratelli e sorelle che ascoltano Gesù Cristo e fanno la volontà di Dio.

Se continuiamo a leggere il vangelo, vedremo che molti di coloro che ora stanno ascoltando Gesù, si allontaneranno da lui. E nella tradizione evangelica e negli Atti degli Apostoli vedremo che la Madre di Gesù, che in questa scena appare impotente di fronte ai parenti che stanno fuori, compie un cammino di fede che la porterà a stare silenziosa davanti al Figlio sulla Croce. Anche lei discepola della parola sarà madre di Gesù in modo nuovo.

Meditazione

Nella 1ª lettura liturgica di questa domenica troviamo enunciato e già articolato il tema della riflessione biblica di questa X Domenica del tempo ordinario dell’Anno liturgico: la lotta tra il bene e il male, l’esito di questa lotta, la possibile redenzione dal male con la definitiva vittoria del bene. Questi sono i problemi più importanti e fondamentali accennati nella rivelazione biblica del libro della Genesi. Fin dalle sue prime pagine – ove si tratta dell’origine del mondo e dell’universo – intravvediamo la soluzione di tutti questi problemi, con l’anticipazione rapida e sfocata di Cristo, quale Redenzione del mondo e dell’universo umano in particolare.

Questo problema del bene e del male è presente anche nelle altre tradizioni non-bibliche, alle quali il libro della Genesi si allaccia. Vi si allaccia per demitizzarle dagli aspetti arbitrari e fantastici e portarle alla luce della Parola di Dio.

Questi massimi problemi, che costituiscono il dramma dell’esistenza umana, hanno sempre attanagliato la mente e il cuore dell’uomo. Da questo punto di vista, notiamo che la rivelazione biblica non è avulsa dal contesto umano e storico delle altre tradizioni. La Genesi si immerge in esse e le traina, per così dire, nella sua scia luminosa per irradiarle e inverarle con la Parola di Dio. Perciò le parole della Genesi sono illuminanti, anche se si trovano immerse nel magma confuso e lacunoso delle tradizioni pagane, le quali fanno intravvedere talvolta soltanto la situazione drammatica e l’evento spaventoso, ma senza scampo.

Quello che troviamo nelle tradizioni non-bibliche sui fatti sconvolgenti degli inizi della storia umana, non sono in grado di introdurci e informarci in maniera veritiera. Sono solo immagini mitiche e simboliche della realtà sconvolgente che affonda nella comune esperienza dei popoli. Tutto ciò risulta anche da quello che troviamo raccontato nella Genesi: dolore, sofferenza, morte, perversione del cuore umano, imbarbarimento del mondo, ribellione contro l’Alto, confusione, disperazione, caos dell’esistenza umana.

La rivelazione biblica fa la sua comparsa con l’idea chiarificatrice che sta all’inizio dell’evento nefasto. Questo fatto concerne il gesto di ribellione contro Dio e quindi la universale perversione degli uomini tra loro, che introduce nella loro esistenza dolore, sofferenza e morte (Caino e il flagello del diluvio). Tuttavia, con la rivelazione biblica, si affaccia anche la possibilità di una conversione e di una redenzione, la quale avanza nella coscienza degli uomini e pone nel loro cuore la convinzione che Dio è in grado di superare le continue cadute e di condurre l’uomo verso una storia di salvezza.

Nel Testo sacro l’idea del peccato originale viene sempre più a configurarsi come una ribellione dell’uomo a Dio, a partire da una provocazione di un essere misterioso, intelligente, astuto e malvagio.

Ma nel piano biblico è necessario che intervenga Dio stesso perché l’uomo prenda coscienza chiara e si renda conto della ribellione e del disordine. Nella I Lett. il testo sacro racconta: «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei? Gli rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino, ho avuto paura perché sono nudo». La paura di Dio e la vergogna di sè sono le proprie sensazioni provate dopo il disordine introdotto dal peccato, perché l’uomo ha mangiato il frutto dell’albero proibito.

Egli cerca di difendersi, addossando la responsabilità sulla compagna: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato. Essi cercano di discolparsi a vicenda. Dio rivolge la sua parola alla donna: «Che hai fatto?». Anche essa si scusa: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Si arriva, così, all’origine del male. Dio, in fine, rovescia sul serpente la sentenza definitiva che lo colpisce radicalmente. Tutta la Liturgia della Domenica mette l’accento sulla colpa di colui che aveva provocato l’entrata del peccato nel mondo. Perciò la lotta tra il bene e il male è ingaggiata tra Dio e il serpente. L’uomo e la donna sono puniti per la disobbedienza, ma l’istigatore originario «è maledetto», ed è condannato ad una esistenza di umiliazione inarrestabile, destinato alla sconfitta totale. Di fatto si instaura una lotta tra il serpente, la donna e le loro discendenze. La donna lo colpirà alla testa, mentre lui potrà insidiargli solo il calcagno.

L’autore del racconto resta fedele al genere letterario immaginifico e simbolico, il solo adatto a manifestare la ragione profonda che sta all’origine del peccato. Essa si configura come una lotta tra due stirpi. Il serpente sarà sconfitto con lo schiacciamento del capo da parte di un discendente della stirpe della donna.

Noi cristiani conosciamo tutto intero il racconto della Salvezza e sappiamo che l’entrata del peccato nel mondo ci pone già nella prospettiva della Salvezza. Il problema del male, della sofferenza e della morte riceve una prima illuminazione dalla luce che viene dalle sue origini. Appartenevano a Dio, irradiati dalla sua grazia e dalla sua santità. Il mondo di Dio doveva rimanere la sua stabile dimora. Il peccato di origine ce ne ha separati e ci ha fatto precipitare nell’esilio terreno, dove impera l’assenza di Dio e il regno della morte. Ma Dio si è impegnato a ricuperarci al suo amore. Perciò il cielo è rimasto il punto terminale e conclusivo del nostro itinerario umano.

Dio realizza ciò attraverso il Vittorioso nato dalla stirpe della Donna. Egli non ha abbandonato l’uomo peccatore al suo destino di morte, ma lo ha soccorso per mezzo di Cristo, che è stato inviato come Salvatore, con il compito di ricondurci a Dio. Gesù è Via, Verità e Vita che ci consente di ritornare alle origini. La fede cristiana ci assicura che Egli ci riconduce al Padre. È il Figlio di Dio fatto uomo, che per primo e per tutti ha tracciato l’itinerario salvifico. Ma sappiamo che la strada è segnata dalla croce. Perché e per quale motivo ineludibile e sconcertante? Ciò è stato lo scandalo dei Giudei e l’enigma insuperabile dei pagani!

Il dolore, la sofferenza e la morte si erano introdotti nella esistenza umana come conseguenza e punizione del peccato. Dio li ha utilizzati e se ne è servito come mezzi di redenzione e di salvezza. Egli non ha creato una nuova umanità, ma ha utilizzato i residui del mondo sconvolto e disastrato e se ne è servito come mezzi di redenzione e di salvezza per restaurare l’uomo peccatore e renderlo degno di sé nella conquista di una nuova santità.

Tutto ciò ha potuto operare per mezzo di Cristo. In questa prospettiva nuova e definitiva Gesù resta il punto di vista essenziale e indispensabile di tutto l’universo rinnovato. Il peccato era stato il gesto di ribellione, che aveva creato il caos e il sovvertimento di tutta la creazione. L’obbedienza e la sottomissione amorosa a Dio dovevano ricomporre a unità e armonia l’universo sconvolto e restaurare la pace con Dio e tra gli uomini. Questa opera di ricapitolazione radicale e innovatrice poteva essere realizzata solo dall’Uomo-Dio, il solo capace di offrire a Dio un omaggio degno della sua Santità a titolo di dedizione e di gloria motivata da un amore gradito e incondizionato. Questa è l’opera di Salvezza compiuta dal Signore Salvatore.

Ma Gesù non fu compreso dal mondo e fu ostacolato fino in fondo da Satana, il cui errore (tragico per lui) fu quello di non essere stato in grado di capire le vie di Dio. Egli continuò a disseminare l’odio e l’avversione contro Cristo, sollevando una opposizione inconciliabile, secondo la logica mortale del peccato di cui è padre! Si illuse che poteva prevalere coinvolgendolo nella morte e quindi annullando così la sua opera salvifica. Gesù, invece, salvò il mondo con la sua morte redentrice, arrivando così al traguardo della gloriosa Risurrezione.

Satana è un personaggio reale e vero, anzi la personificazione del male. È l’antitesi di Dio e non poteva sospettare le vie misteriose attraverso le quali Dio avrebbe ricomposto il suo Regno, restaurando l’amore e la felicità dei cuori degli uomini. Satana, come dice la Bibbia, è il bugiardo per antonomasia. Egli è stato travolto dall’ambiguità e dall’equivoco del suo potere maligno. Infine fu travolto e annientato insieme alla sua potenza disgregatrice.

Egli continuò a confondere e deviare. Lo fece nei confronti di Cristo, sottoponendolo continuamente a tentazioni e cercando di fuorviare i suoi poteri divini verso scopi ambiziosi e di comodo per il suo prestigio e la sua affermazione, in opposizione alla Volontà del Padre. Il Vangelo è pieno di questi tentativi nefasti e assurdi. Ma Gesù mette in chiaro e denuncia questi giuochi ingenui e orrendi di Satana.

Ne abbiamo degli esempi nel Vangelo di questa Domenica. Trascinati dalle sue suggestioni, gli scribi di Gerusalemme gridano: «Costui è posseduto da Beelzebul e caccia i demoni per mezzo del principe dei demoni» (Mc. 22). Gesù risponde, respingendo l’insinuazione orrenda: «Come può satana scacciare satana?… Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi… Se satana si ribella contro satana, non può resistere, ma stà per finire…» (Mc. 23-27).

In effetti, la presenza di Cristo coincide con la catastrofe di satana e l’annientamento dei suoi poteri! Gesù denuncia il tentativo di coloro che cercano di identificarlo con Satana, come l’inganno radicale di satana stesso e come la bestemmia contro lo Spirito Santo, che non potrà avere perdono in eterno, e chi avrà l’audacia di compierla «sarà reo di colpa eterna» (Mc. 29).

Gesù ha percorso per primo la via di ritorno al Padre e ha coinvolto tutti nello sforzo di riconquista del cielo. Ha dato anche a noi la possibilità di lottare per distruggere il potere di Satana, riconquistare la Santità di Dio e la felicità umana comunicata dall’amore.

Siamo chiamati a seguire Gesù e a dare compimento al disegno di Dio per realizzare finalmente il suo Regno, dove impera finalmente la sua gloria e la felicità di tutti. In ciò risiede il senso e il valore dell’esistenza cristiana. Siamo tutti impegnati a ricostruire il nostro futuro di gloria. La parola d’ordine, che indica il senso dell’esistenza, è questo: SEGUIRE CRISTO!

Per tenere il passo di Gesù è necessario coraggio, decisione, fedeltà, disponibilità, donazione totale, amore puro, sacrificio. L’amore del bene e la santità della vita si offrono a tutti come impegno concreto che riscattano l’esistenza dal male, orientandola a Dio come nostro Sommo Bene. Questo impegno salvifico lo ha percorso il Figlio di Dio, riconducendo l’uomo verso l’Alto nel possesso del fine beatificante.

Il mistero pasquale di Cristo risolve questo problema in maniera definitiva. Il male può essere vinto attraverso un itinerario, in cui il Bene è concretamente riaffermato, superando le vie perverse di cui è disseminata la vita. Dolore, sofferenza e morte possono essere aggrediti e spazzati via con l’impegno di esistenza in cui la volontà del Bene è fatta valere attraverso il sacrificio di tutto ciò che sollecita al male e si contrappone a Dio.

Questa è la via per fare prevalere il bene in tutte le nostre scelte. È poco? Lo sembra in quanto ci pone solo nella possibilità di fronte al bene reale! Ma è molto ed è tutto, quando riflettiamo sulle condizioni di esistenza disastrata in cui nel caso contrario saremmo abbandonati, restando risucchiati inesorabilmente nel vortice del peccato.

Eleviamo il cuore alla speranza e ringraziamo Dio per il dono della salvezza riconquistata. Il mistero pasquale di Cristo ha ricondotto la nostra vita nella prospettiva della verità e dell’amore autentico. Noi che crediamo in Cristo siamo di nuovo sollecitati e attratti dalla luce della Salvezza. Certo, è necessario il coraggio e il deciderci per la Croce di Cristo. Perciò siamo, insieme, ottimisti e realisti! Aprendo il nostro cuore alle sollecitazioni amorose del Cuore di Cristo, avremo anche la forza e il coraggio di rimanere figli fedeli del Padre.

Jesùs Manuel Garcìa

 

 

Ecco mia madre e i miei fratelli

In quel tempo, 20. Gesù venne con i suoi discepoli in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo.

Il brano odierno ci fa meditare su due racconti incastonati fra loro che potrebbero essere intitolati: “La vera famiglia di Gesù” e “Gesù mette fine al regno di satana”.

Da quando inizia la sua vita pubblica, Gesù si trova a Cafarnao (cfr. Marco 2,1) ospite in casa di Pietro. Non è più con la sua famiglia a Nazareth. Sapendo dove si trova, le persone si recano da lui  e l’attività di Gesù è talmente intensa che non ha nemmeno tempo per mangiare. Marco sottolinea il successo ricevuto da Gesù dalle folle, a cui seguirà l’amarezza delle accuse infamanti che gli vengono affibbiate. Ci comunica, inoltre, la dedizione totale di Gesù, al punto che dimentica i suoi bisogni più naturali: sente urgente il bisogno di insegnare alla gente la strada per raggiungere il Padre.

 

21.   Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di sé”.

La famiglia di Gesù viene a sapere del suo comportamento e gli è contraria perché ritengono che vada a scapito del buon nome della famiglia stessa. Ritenendolo pazzo (o “stravagante” secondo altre interpretazioni), decidono di andarlo a prendere e di riportarlo a Nazareth, affinché non disturbi troppo con le sue “idee strane”; non sia di scandalo, non tanto per sé quanto per i familiari che si vergognano di Lui; non tanto per i gesti di guarigione o per i prodigi che compie, quanto per quello che dice.

Tra le righe, Marco ci dice che la relazione malata con la famiglia è motivo di sofferenza per Gesù e per sua Madre. Come capita anche oggi, la famiglia può essere di ostacolo alla realizzazione della chiamata di Dio.

Per quanto riguarda il concetto di “parenti” si tratta dei cugini, che si chiamano anche fratelli in ebraico.

Per approfondire: nell’Antico Testamento la comunità, il clan, costituiva la base della convivenza sociale. Proteggeva le famiglie e i singoli, garantiva il possesso della terra per vivere, costituiva il luogo di trasmissione della tradizione, fondava l’identità della famiglia e della persona. Con l’avvento del dominio romano (dall’epoca di Erode Magno – 37 a.C. a 4 a.C. – a quella di suo figlio Erode Antipa – 4 a.C. a 39 d.C.) e al tempo di Gesù, si registra una crescente chiusura della famiglia in se stessa per autodifendersi dalle imposte doppie da pagare (al governo straniero e al tempio), dall’indebitamento, dalla mentalità diversa proveniente dall’ellenismo, dalla paura della repressione frequente da parte dei romani. Non viene più praticata l’ospitalità, la condivisione con i poveri, per i maggiori problemi di sopravvivenza. Inizia l’emarginazione di donne, bambini, samaritani, stranieri, malati, “diversi” di vario genere, a causa delle norme sulla purezza imposte dalla religione.

 

22.    Gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni”.

Gesù soffre l’ostilità dei parenti e subito viene attaccato anche dalle autorità religiose. Gli scribi vengono da Gerusalemme (da centoventi chilometri di distanza) per vigilare il suo comportamento e il suo insegnamento. Lo ritengono indemoniato, lo calunniano, criticano il suo insegnamento che, pensano, va contro la loro dottrina e affermano che scaccia i demòni in nome del capo dei demòni. Si passa dall’accusa di pazzia a quella di essere uno strumento di satana.

Marco sottolinea che Gerusalemme è il luogo del rifiuto e della condanna di Gesù da parte delle autorità religiose, mentre la Galilea è il luogo dell’attività di Gesù e dell’accoglienza da parte di tutti.

 

23.    Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: “Come può satana scacciare satana? 24. Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; 25. se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. 26. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. 27. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato quell’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa.

È evidente la calunnia degli scribi, che hanno paura di perdere il loro potere. Non è possibile che il capo dei demòni aiuti Gesù a scacciare i demòni. È una contraddizione in termini, come dire che il fuoco bagna e che l’acqua brucia.

“Come può satana scacciare satana?”: Gesù dimostra che l’accusa è assurda e nasce da un pregiudizio. Gli scribi sono arroccati nella loro interpretazione della legge e vogliono eliminare Gesù che scalza le loro affermazioni.

“Se una casa è divisa in se stessa”: Gesù intende “famiglia” quando parla di “casa”. Se in una famiglia i componenti sono in contrapposizione avviene una divisione che spezza il cuore e i legami. Se Satana è diviso in se stesso si autodistrugge.

“Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte”: il profeta Isaia aveva già usato lo stesso paragone per descrivere la venuta del Messia (Isaia 49,24-25). Luca aggiunge che l’espulsione del demonio è un segno evidente della venuta del Regno (Luca11,20).

Gesù è “l’uomo più forte” che vince “l’uomo forte”, cioè Gesù libera ciascuno di noi dal potere del male, perché è più potente del male stesso.

 

28. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; 29. ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno, sarà reo di colpa eterna”. 30. Poiché dicevano: “E’ posseduto da uno spirito immondo”.

Gesù è venuto ad annunciare la salvezza per tutta l’umanità, è venuto a donare il perdono del Padre, che è esteso a tutti. Purtroppo l’uomo può esercitare la sua libertà anche nel rifiuto dell’Amore e del Perdono di Dio.

“Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno”: il peccato contro lo Spirito Santo consiste nel rifiutare l’evidenza, nel travisare la verità, nel fraintendere l’amore con il male, nell’accusare Gesù di ricevere la sua forza dal demonio, nel calunniare il Salvatore. Una simile posizione di rigetto totale autoesclude il peccatore dalla salvezza, perché si ostina deliberatamente nel suo stato di nemico di Dio. È come chi chiude gli occhi e dice che il sole non c’è; come chi chiude la bocca per non mangiare il cibo che gli viene offerto; come chi getta via il salvagente che gli viene lanciato mentre sta annegando.

 

31. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. 33. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. 34. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli”: 35. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.

Marco narra come avviene l’incontro dei parenti che, da Nazareth a Cafarnao (quaranta chilometri di distanza), giungono alla casa dove si trova Gesù, ma non vi possono entrare a causa della folla. Chiedono ad altri di farsi portavoce finché viene annunciata a Gesù la presenza dei parenti. Gesù reagisce con decisione ed afferma che la sua famiglia non è più quella di origine, ma quella nuova, formata da fratelli e sorelle nello spirito. Per divenire suoi familiari è necessario compiere la volontà di Dio, non è necessario essere della stessa dinastia. Gesù non si rinchiude nella sua parentela, ma

crea comunità perché tutti possano sentirsi accolti da Dio, perché si possa ritornare alla iniziale comunione e vivere l’obiettivo della Legge: “Tra di voi non ci siano poveri” (Deuteronomio 15,4). Vuole rafforzare la vita comunitaria nei villaggi della Galilea, il senso profondo della comunità come incarnazione dell’amore di Dio.

Gesù non permette che i legami familiari, l’imposizione dei parenti, la legge del clan impediscano  la sua missione e la realizzazione della volontà del Padre. Il legame di sangue è superato da quello dello spirito per cui Gesù non appartiene più alla famiglia di origine. Solo chi segue la volontà del Padre è in grado di accogliere Gesù, di ricevere la vita, di trovare la strada per la salvezza, di essere fratello di tutti.

Gesù indica anche a noi di non anteporre nulla all’amore di Dio e del prossimo, in risposta alla particolare chiamata che il Padre riserva ad ogni singola persona.

Se vogliamo la felicità dobbiamo porre il Signore al di sopra di ogni nostro pensiero, desiderio, azione. Dobbiamo fare nostra la sua logica, il suo stile, i suoi sentimenti. Lo Spirito Santo ci ottenga tutto questo e la nostra gioia sarà piena, ora e per sempre.

suor Emanuela Biasiolo

 

 

Sei fuori! Sei indemoniato!

Le persone non si finiscono mai di conoscere!

Quanta verità in questa frase. Quando si crede di avere colto una persona, si viene sempre smentiti. Ci si immaginava una cosa e poi veniamo stupiti da altro. In positivo o in negativo che sia. Ciò accade anche con Gesù, si crede di conoscerlo abbastanza. Tanti anni di catechismo e poi basta un episodio del Vangelo, una parola nuova in una omelia, in un incontro per fare cadere le certezze che si credeva di avere su di Lui. Oggi come allora, ci troviamo spiazzati dalla sua persona.

Ma sei fuori?

Pensano i familiari di Gesù. Per trent’anni hai vissuto in maniera normale, lavorando ed ora lasci tutto per parlare alla gente, per ascoltare il loro grido e non avere neanche il tempo di dormire e mangiare. Se continui così scoppi, salti… vieni mangiato vivo. Caro Gesù, con tutto il bene che ti vogliamo ma tu sei pazzo, sei fuori di tè.

Gesù sei tanto diverso da noi da infastidirci tutta la tua dedizione agli altri, senza pensare a te stesso. Certo Gesù sei completamente fuori, perché il tuo centro non è il sé ma l’altro. 

Sì, ok a volte siamo anche noi come te Gesù, pensiamo all’altro ma in realtà stiamo pensando alla nostra famiglia, al nostro gruppo, clan, movimento… alla nostra Chiesa.

Non è così… non va così con Gesù. Se rimesso al centro veramente, dalla sua persona nascono relazioni nuove. Il centro del Regno non è la famiglia, il clan, il gruppo ma i fratelli, le sorelle, le madri e i padri che vanno oltre al legame stretto dentro il quale ci chiudiamo per stare bene. Gesù se scelto, se messo al centro, crea questi legami nuovi. Che annuncio pazzesco quello di Gesù! Che cosa crea se lo conosciamo fino in fondo! In un momento in cui sempre più conta il singolo, il mono, il sé, Gesù punta in alto: uomini e donne che si incontrano sotto il suo nome.

Ma sei indemoniato?

È quello che pensano gli esperti religiosi del momento. Gesù sei così potente e prorompente, che non sei della nostra parte. Troppo convinti di avere Dio alle loro spalle da bocciare l’azione di Gesù bollandola come opera dell’avversario. “State attenti sta ingannando tutti voi”, gridano alla gente. Mettono il sospetto là dove non ci dovrebbe essere. Prestano il fianco al divisore (dia-ballo), senza riconoscere l’evidenza. L’avversario divide, Dio unisce. Cartina tornasole su chi sta agendo! 

L’avversario disfa, Dio rinnova giorno per giorno.

Conoscerti Gesù è veramente stupefacente. Rinnova l’uomo interiore e non è ornamento di esteriorità da tenere al collo o tatuato nel braccio. Conoscerti avvia una realtà nuova di noi e delle persone che incontriamo sul cammino. Conoscerti Gesù è tentare di unire dove saremmo tentati ogni volta di dividere, di separare, di disfare. Non si finisce mai di conoscerti Gesù, non si finisce mai di cambiare grazie a te.

don Fabio Piva