Essere o apparire dei suoi?

Il terzo capitolo del vangelo di Marco comincia con uno scontro frontale tra uomini autorevoli della sinagoga di Cafarnao e Gesù. Il Signore zittisce i suoi detrattori con una interrogazione che non riceve da loro risposta più una guarigione, mentre essi subito cominciano a tramare per farlo morire (Mc. 3,1-6). E questo avviene, notate bene, nella sinagoga. Gesù aveva già liberato un uomo posseduto dal demonio che la frequentava tranquillamente (Mc. 1,21-28). Gesù è rifiutato/minacciato nel luogo dove dovrebbe sentirsi a casa, il luogo dove avviene per eccellenza il raduno dei credenti. Così (e siamo solo al capitolo n.3!...) scopriamo che la religione è il primo nemico di Gesù. Sorpresi? Spero di no. Dietro certi schemi/schermi molto religiosi non c'è Dio, ma il diavolo. Gesù porta allora il suo vangelo nelle case. Il racconto di oggi ci dice che quel giorno, in una di quelle case, c'era una tale folla da togliere al maestro e ai discepoli persino il tempo per mangiare qualcosa (Mc. 3,20). Una straordinaria accoglienza e fame della parola di Dio qui, un rifiuto mortale senza alcun desiderio di conoscere Dio lì. Strana la vita, no? Ma quanto è attuale il vangelo! Nelle nostre parrocchie spesso a guardare l'orologio nell'attesa che la messa finisca presto, nella migliore delle ipotesi. In luoghi domestici o altri posti impensabili (anche il tanto demonizzato web!..) una fame di Dio e un desiderio di incontro che toglie il tempo ai nostri bisogni. Il vangelo è principio di discernimento della vita.

Infatti, a un certo punto arrivano “i suoi”, termine che indica persone con legame parentale di sangue con Gesù. Dovrebbero conoscerlo meglio, dovrebbero dunque comprendere meglio il Signore e la sua missione. E invece gli danno del matto (Mc 3,21). Il termine greco indica proprio la pazzia. Ma come? Gesù si occupa di quella folla, insegnando e saziando la fame di Dio di tanti, perché i suoi parenti se lo vogliono portar via? Il punto capitale del racconto di oggi è cercare di capire se siamo dentro la cerchia di quelli che sono veramente suoi, o se invece non siamo ancora dei suoi, perché Gli stiamo remando contro. Allora una prima cosa da chiarire è questa: al Signore si risponde perché è Lui che ci chiama a seguirlo, non lo si chiama perché Lui ci risponda e segua noi! Da questo punto di vista è evidente che i suoi consanguinei non fanno ancora parte dei suoi discepoli. Simbolo di tutti coloro che magari vivono molto vicini a Gesù, ma vorrebbero “impadronirsi” di Lui per dirgli quello che deve fare e non deve fare; simbolo di tutti quelli che “amano così tanto” Gesù, da volergli fare da guardia del corpo per evitargli problemi e scelte che non portano alcun vantaggio né a Lui né a loro.

Poi vediamo entrare ancora in scena gli scribi, questi però venuti apposta da Gerusalemme. Senza alcun pudore gli danno addirittura dell'indemoniato (Mc. 3,22.30). Ci mancava anche questa. E il bello è che Gesù chiama anche loro e cerca di farli ragionare enunciando, attraverso una paraboletta, un criterio di discernimento che capirebbero anche gli atei (Mc. 3,23-27). La sentenza che segue serve per ammonirli del peccato più grave che si possa commettere e in cui si stanno cacciando da soli: la resistenza ostinata all'amore di Dio che perdona, ovvero la bestemmia imperdonabile di non voler riconoscere l'identità di Dio che è Misericordia infinita, cercando di vivere della propria sicurezza religiosa e della propria giustizia. Come non riconoscere questo pericolo nel quale incorrono anche oggi tanti fratelli cristiani? In proposito consiglio vivamente di leggere tutto il capitolo 2 di Gaudete et exsultate. Riassumendo: gli scribi rappresentano tutti quelli che, invece di accogliere umilmente in dono la realtà, preferiscono metterla in discussione negando l'evidenza, perché sono tra coloro che fanno del loro sapere un arma per difendere prestigio e favori che vengono da esso. Insomma, tutti quei teologi (tra essi anche vescovi!...) che si sentono forti delle loro conoscenze, ma che non hanno ancora la sapienza della Croce!

Il racconto termina con un nuovo “assalto” dei parenti, questa volta c'è anche Maria (Mc. 3,31). Viene riferito a Gesù che sua madre con i suoi fratelli, fuori dalla folla che lo circonda, lo cercano (Mc 3,32). Questa richiesta permette al Signore di stabilire con chiarezza come stanno le cose: con la sua venuta, Gesù fa saltare l'ordine dei legami umani. Principio di appartenenza familiare a Gesù non è una relazione naturale di sangue. Anche se sono suoi parenti (a parte sua madre), sono estranei, non sono dentro la sua cerchia. C'è un “dentro” e un “fuori” assolutamente nuovi. Quelli che invece mettono Gesù dentro, ovvero al centro della propria attenzione, sono dei suoi, perché lo ascoltano e si fanno trasformare dal potere della sua Parola. Che significa per noi che leggiamo oggi questo testo? Come battezzati siamo entrati a far parte gratuitamente della famiglia di Dio. Ma anche noi possiamo ingannarci e pensare di appartenere alla sua chiesa di diritto, perché siamo cristiani, ed essere invece dei perfetti estranei. “Cristiani”, cioè di Cristo, lo si è se Gesù (non io!) è al centro del nostro cuore. Se Lui è lì, allora ci accorgiamo anche che gli altri sono nostri fratelli. Anzi, di più. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno disse: ecco mia madre e i miei fratelli (Mc. 3,34). Chi ascolta Gesù compie la volontà di Dio e viene da Lui insignito dell'onore impareggiabile di essere suo fratello, sorella e madre (Mc. 3,35). Dobbiamo allora chiederci se vogliamo essere o solo apparire dei suoi.

don Giacomo Falco Brini

 

 

Gaetano Salvati

 

 

don Elio Dotto

 

 

don Marco Pratesi

Stabile come il cielo

 

 

don Luigi Trapelli

 

 

don Maurizio Prandi

 

 

“E’ fuori di se’”

Leggendo il Vangelo che la Chiesa propone oggi, si resta abbagliati dall'azione di salvezza di Gesù. Dentro di Lui vi è "il fuoco dell'amore verso noi poveri uomini. Non riesce a restare indifferente di fronte alla gente che vive trascinandosi penosamente nei panni di ogni tipo di sofferenza, da quella fisica a quella ancora più grande ed invisibile, quale è la sofferenza interiore. Ieri, come oggi. Facile trovare piaghe da fasciare, o lacrime da asciugare: difficile trovare chi abbia il coraggio che è la forza vera della carità, di farsi vicino e fasciare le piaghe, o farsi riempire occhi e cuore dalle lacrime perché torni il sorriso.

Il Vangelo narra letteralmente: "Gesù venne con i suoi discepoli in una casa e si radunò di nuovo attorno a Lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo: poiché dicevano: "E' fuori di sé" "Giunsero sua madre e suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Gli dissero: "Ecco, tua madre è fuori e ti cerca". Ma Gesù, girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mia madre e mio fratello" (Mc. 3,20-35 ).

Un "Vangelo duro", ma necessario. Un "Vangelo" che mette in primo luogo annunciare con le parole e con le opere quanto Dio ci ama e incoraggiare a compiere la Sua volontà, e poi tutto il resto, compresi gli affetti più cari, come la mamma.

Ci vuole davvero un grande coraggio: il coraggio che solo un cuore pieno di amore non solo sa avere, ma non può frenare.

Il S. Padre ha voluto visitare in lungo ed in largo la "sua patria", la Polonia: una patria che ama come "sua terra" e "sua madre", che non può levarsi dal cuore.

Sapeva che non tutto va bene nella sua patria: come sa che non tutto va bene, e per mille ragioni, qui da noi e nel mondo.

Ce ne rendiamo coscienza tutti del malessere del mondo che può facilmente degenerare in un immane dolore: ancora più grande, se possibile, di quello che c'è.

E il Papa va diritto, con coraggio, come Gesù, alla causa del malessere, indicandone la cura, come buon Samaritano: "Nel nome del rispetto dei diritti umani, - afferma - nel nome della libertà, uguaglianza e fraternità, nel nome della solidarietà interumana e dell'amore grido: "Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo!" E con coraggio dice: "Non sarà che dopo la caduta di un muro, quello visibile, ve ne sia un altro, quello invisibile, che continua a dividere il nostro continente - il muro che passa attraverso il cuore degli uomini? E' un muro fatto di paura e di aggressività, di mancanza di comprensione per gli uomini di diversa origine, di diverso colore della pelle, è il muro dell'egoismo politico ed economico, dell'affievolimento della sensibilità riguardo al valore della vita umana e alla dignità di ogni uomo. Non ci sarà l'unità dell'Europa fino a che essa non si fonderà nell'unità dello "spirito". Di fronte al coraggio della carità, che tante volte arriva al martirio, è facile incontrarsi con la vigliaccheria umana che ripete le parole dei parenti di Gesù: "E' fuori di sé". Una frase che si ripete ogni volta qualcuno di noi esce dalla massa che ama "il non muovere la quiete dell'acqua" assoggettandosi così al malessere e va controcorrente. Quante volte io stesso mi sono sentito investire da questa frase, ogni volta non accettavo ingiustizie o illegalità. Un giorno se ne accorse mia madre che con un coraggio incredibile, fiutando i pericoli che correvo disse: "Tu sai quanto ti voglio bene: ma preferisco mi si dica che sei stato ucciso, al vederti fuggire dalla tua missione, sotto ogni aspetto".

Ed oggi è davvero l'ora del coraggio: coraggio di "tirarsi fuori dal malessere della massa" che è una palude che inghiottisce senza più restituirti alla vita, e seguire, annunziare la verità: ancora più non frenare le mani ed i piedi nella corsa verso chi soffre, chiunque esso sia, lasciando magari sul posto della carità, anche la propria fama, la propria carriera, il proprio profitto, sentendosi gridare dietro le spalle: "E' fuori di sé". Come Gesù. Come i santi di cui il mondo ha bisogno.

mons. Antonio Riboldi

 

 

don Luca Garbinetto

 

 

Noi di casa con Gesù, io forte in casa mia nell'unità dello Spirito Santo

I familiari di Gesù, da Nazareth, erano seriamente preoccupati di lui, perché si stava comportando in modo pazzesco. Infatti violava le regole della tradizione e già aveva creato forti tensioni con gli scribi e farisei. I familiari lo ritenevano “fuori di sé”, un pazzo. Bisognava andare a prelevarlo e riportarlo a casa, al sicuro nel clan. Si capisce questo contesto di forte tensione leggendo gli episodi precedenti raccontati nel Vangelo. Al capitolo 2 e all'inizio del capitolo 3 L'evangelista Marco ha già raccontato cinque dispute dure tra Gesù con gli scribi e i farisei. La situazione era preoccupante.

Gesù si era si è arrogato il potere divino di perdonare i peccati all'uomo paralitico. Alcuni scribi pensavano in cuor loro: «Egli bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (2,6-7)

Gesù aveva cenato in casa di Levi, il pubblicano. Gli scribi e i farisei domandarono ai discepoli: «Perché si siede a mensa con i pubblicani e peccatori?» (2, 16).

I discepoli di Giovanni e i farisei non capiscono perché Gesù e i discepoli non digiunano, senza rispettare le regole della tradizione. Ma perché si comportano così? (2,18)

Gesù e i discepoli trascuravano la legge del riposo nel giorno di sabato e raccoglievano le spighe di grano: perché facevano ciò che non è lecito fare di sabato? (2,22-24)

La goccia che fece traboccare il vaso avvenne quando Gesù violò il sabato curando un uomo dalla mano paralizzata, lo fece mettere in mezzo, in modo che tutti potessero vedere quello che stava per fare. Quel giorno provocò la sensibilità dei farisei, difensori della tradizione. Loro tennero un consiglio con gli erodiani per vedere come farlo perire (3,1-9).

Mentre i familiari partono da Nazareth per andare a prendere Gesù a Cafarnao e riportarlo a casa, entra in scena un altro confronto durissimo tra Gesù e gli scribi, venuti apposta da Gerusalemme, per accusarlo di essere un «posseduto da Belzebul. Scaccia i demoni nel nome del principe dei demoni» (3, 22). «Poiché dicevano: è posseduto da uno spirito immondo» (3,30).

Terminato questo frammezzo, siamo invitati a entrare nella scena dei familiari, che arrivano da Nazareth, insieme con la madre di Gesù. Loro stanno di fuori, Gesù sta dentro la casa. La folla è seduta tutta intorno alla casa. Gesù non esce. Rimane nella casa. Anche quando lo avvisano che i suoi sono di fuori e lo cercano, lui rimane dentro la casa. Lo sguardo di Gesù, da dentro la casa, verso tutta quella folla che lo circondava, dentro e fuori della casa, diventa anche il nostro sguardo, che accompagna il suo. E custodiamo nel cuore e nella mente la sentenza di Gesù: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?... Ecco mia madre e i miei fratelli: chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (3,33.34b-35)

«La casa» unisce le tre scene. Nella prima scena Gesù con i suoi discepoli «in una casa» è così decentrato «fuori di sé» che, sia lui che i suoi discepoli, non hanno nemmeno tempo di concedersi una “pausa pranzo”. Contempliamo l'eccedenza del donarsi per gli altri, stando dentro di casa. E quella casa diventa come una calamita che attira una folla di gente, che vuole entrare in quella casa, vuole stare con Gesù, vuole ascoltare la sua voce, vuole essere liberata dalle sue afflizioni.

Nella scena centrale abbiamo ascoltato da Gesù la parabola della casa visitata dal ladro: il proprietario è legato da uno più forte e la sua casa è derubata di tutte le cose migliori che vi sono dentro (3,27).

Nella scena finale, Gesù rimane dentro di casa, è tutto un gioco tra chi sta dentro e chi sta fuori di quella casa. Contempliamo la famiglia allargata della nuova casa di Gesù, cioè la grande famiglia di coloro che fanno la volontà di Dio.

Nella scena centrale suona forte il tema della divisione: «Il regno diviso in se stesso non può sussistere, come pure una casa divisa in se stessa non può sussistere» (Mc. 3,24). Gli scribi provocano divisione, non sono in comunione con Gesù, sono in forte contrasto con lui, lo giudicano un indemoniato, il clima è di forte tensione. La reazione di Gesù è altrettanto dura e le parole su chi bestemmia contro lo Spirito Santo, risuonano in noi come parole fortissime. Satana e Spirito Santo, personaggi apparsi nell'episodio della tentazione nel deserto (1,12) appaiono di nuovo nella scena centrale.

Quale messaggio per la nostra vita?

«Essere in casa con Gesù e i suoi discepoli» è il primo invito. La «casa» rappresenta la nostra comunità cristiana, può rappresentare anche la nostra piccola comunità di riferimento. Contempliamo tutto ciò che si fa nella comunità a favore degli altri, dei poveri. Scegliamo con gratitudine questa «casa» in cui possiamo stare finalmente seduti. Lo stare seduti è la disposizione di fermarci per pregare con il dono della Parola di Dio, per dire la nostra gioia di ascoltare le parole di Gesù che ci fortificano, ci fanno diventare persone più forti di tutti quei “satana”, di tutti quei “ladri” che possono legarci, imprigionarci, negare la nostra dignità e violare la nostra libertà e derubare tutte le bellezze che abbiamo nella casa del nostro cuore. Stiamo nella casa della nostra comunità, portando le nostre afflizioni, le storie pesanti che carichiamo sulle nostre spalle. Cosa ci aspettiamo da Gesù? Cosa ci aspettiamo dall'ascolto delle sue parole? Un miracolo? Il dono più grande che Gesù è venuto a donarci è proprio lo Spirito Santo, quella forza d'amore gratuito che lo guidava, lo rendeva decentrato “fuori di sé”, completamente donato agli altri, al servizio dell'uomo che soffre, a servizio di tutta quella folla, che certamente era gente caricata di tante inconsistenze, fragilità, assetata di pace, di liberazione da tanti mali, da malattie, da “demoni”. Il dono dello Spirito Santo, ricevuto dal Cristo risorto, ci fa forti interiormente, nella casa del nostro cuore; ci orienta nel discernimento della volontà di Dio in tutte le situazioni difficili che stiamo affrontando. In cosa consiste la forza dello Spirito Santo, che ci permette di non essere “derubati” interiormente dalle forze del male? In cosa consiste la forza dello Spirito Santo che ci permette di non essere divisi in noi stessi, rotti? In cosa consiste la forza dello Spirito Santo che ci permette di sperimentare nella nostra vita la nostra appartenenza al Regno di Dio non diviso in se stesso? La forza dello Spirito Santo è la comunione. Coltiviamo in noi lo sguardo di Gesù. Stando in ascolto delle sue parole, stando in comunità, siamo immersi in una rete fantastica di comunione che supera ogni nostra appartenenza di sangue, di clan familiare, ci apre comunione con tutti i fratelli e sorelle in Cristo e si allarga anche alla comunione con tutti quelli che ancora stanno fuori della nostra comunità. Coltiviamo questa comunione offrendo per gli altri le nostre fatiche, le nostre preghiere, senza pensare per noi, senza pensare prima di tutto alla soluzione delle nostre afflizioni. Entriamo anche noi nella logica della gratuità, dell'essere decentrati nella comunione con tutti, sicuri che attraverso gli altri, in comunione con noi, intercessori per noi, il Signore Gesù, il vivente, non ci abbandona, è con noi, ci sostiene, ci accompagna, ci guarisce, ci consola, può guarire, può liberarci e liberare. «Bestemmiare contro lo Spirito Santo» (3,29) è la nostra condanna, perché è l'annullamento della nostra speranza, la negazione della nostra fede nella risurrezione di Gesù, il rifiuto della sua signoria nella nostra vita, è la nostra sfiducia nella forza trasformante e liberante della comunione, dell'unità carità.

«Fare la volontà di Dio» è il secondo invito, che significa, in altre parole: «stare in comunione con tutti, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo». Saremo più forti di tutti i “satana” che ci vogliono legare e pretendono derubare la nostra dignità e rovinare l'armonia della nostra casa interiore. In Cristo risorto, nostro “capo famiglia” ci sentiamo sicuri.

Vito Calella

 

 

Dio vuole campioni della fede!

Tutto il mondo è pronto per seguire i mondiali di calcio. Solo alcune nazioni sono riuscite a qualificarsi, ovvero sono uscite dalla massa di tante altre squadre che competevano per giocarsi la prestigiosa coppa.

Anche Dio vuole darci una coppa, quella piena di grazia, che a sua volta riempie la vita di chi la conquista. Nel cammino di fede è così: Dio chiama, solo alcuni rispondono e riescono a qualificarsi per stare con Lui, per mangiare con Lui ed essere riconosciuti da Lui. 

Nel Vangelo di Marco (Mc 3, 20-35) Gesù vede che c'è una folla attorno a Sé. La folla è simbolo di impersonalità, di indecisione, di anonimato, di chi non sapendo cosa fare si aggrega agli altri e "vada come vada". Gesù non vuole persone così! 

Il Signore chiama ognuno, perché desidera che ciascuno stia con Lui, e tirarlo fuori dalla folla nullificante per renderlo davvero "qualcuno". Se non abbiamo il coraggio di distinguerci nella fede, non saremo mai vincenti! C'è sempre un ostacolo che ci blocca nel cammino di fede, c'è sempre qualcosa nella vita di fede che non ci fa fare quel salto di qualità... Cos'è? Come si chiama?

«Gesù li chiamò». Il Signore chiama sempre, perché vuole donare a ciascun membro della folla, una sua particolare identità. Non ha bisogno di fotocopie o di fotocopiatori. 

Lui vuole donarmi la coppa dei campioni della fede, di coloro che hanno saputo distinguersi e non accontentarsi, di coloro che hanno saputo impegnarsi a cercare il vero e il bello della fede e che non si abbattono mai, anche quando la vita presenta delle dure e incomprensibili prove. Perché non è un vero cristiano quello che gli basta dire che crede o che va a messa, ecc. 

È un vero campione «chi fa la volontà di Dio», dice Gesù. Questi sono quelli che ogni giorno si impegnano nella fede e con la fede, questi sono quelli che si qualificano per la coppa... e la vincono!

Come si chiama ciò che ostacola il mio cammino di fede? Pigrizia, incredulità, cattivo esempio, razionalismo, mondanità...?

Perché sono cristiano? Voglio continuare a esserlo? Se si, perché?

In cosa il Signore mi chiede di fare la Sua volontà ogni giorno?

don Domenico Bruno

 

 

 

 

 

 

 

 

1. Siamo di fronte a un brano davvero singolare del Santo Vangelo: Gesù viene accusato di essere posseduto da Beelzebul e di scacciare i demoni per virtù del loro capo. È da ricordare che il Salvatore era tornato tra i suoi e proprio questi dicono di Lui “è fuori di sé!”. Malgrado abbia fatto miracoli, è accusato di essere un indemoniato e un pazzo. È stato e sarà sempre così: su Cristo si dicono solo menzogne per accusarlo. Eppure, con estrema calma, cerca di rettificare il falso modo di ragionare dei presenti: “Come può Satana scacciare Satana?”. Il suo regno sarebbe distrutto dato che ogni regno non può sussistere se c’è discordia in esso.

2. C’è una malizia in chi gli sta intorno tipica di chi ha occhi e non vuol vedere al punto da paragonare le malefatte del demonio con le opere miracolose di Gesù. Avere gli occhi e non vedere è peccare contro le evidenze rivelate dallo Spirito Santo al punto che il Salvatore pronuncia quella sentenza che a molti dovette apparire oscura, come del resto anche oggi, anche se rivelava tutta la forza della sua persona e della sua missione: “In verità vi dico: ai figli degli uomini saranno perdonati tutti i peccati e tutte le bestemmie che avranno detto; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno”. È il peccato contro la verità e il suo rifiuto cosciente e consapevole, rifiuto della misericordia di Dio.

3. La folla che gli stava intorno cresceva e questo dava fastidio a scribi e farisei. Gli dissero, forse per distoglierlo, “ecco tua madre e i tuoi fratelli sono fuori e ti cercano”. Gesù, come tante volte, più che rispondere, rovescia la domanda: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Si sarà sicuramente creato un imbarazzante silenzio dato che, come sempre alle sue domande, nessuno osa dare risposte e contraddire. Il Signore dovette guardarli ripetutamente prima di rispondere al loro posto: “Chiunque, infatti, fa la volontà di Dio, questi mi è fratello e sorella e madre”. Un nuovo criterio di familiarità e di fraternità si impone nella storia dell’umanità, vincolo nuovo per tutti i credenti.

4. Paolo ci spiega cosa determinerà questo nuovo vincolo con Cristo risorto. Ci dà forza nella fragilità e nella sofferenza per “rendere più abbondante il ringraziamento a gloria di Dio”. Nell’attesa di questa gloria noi dobbiamo vivere e per questa gloria saremo resuscitati proprio come il Cristo. Ciò avverrà in quanto noi sappiamo “che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci farà comparire davanti a lui insieme con voi”.

5. È questa la fonte del nostro coraggio interiore che “si rinnova di giorno in giorno”. Da questa convinzione traiamo la forza per affrontare la tribolazione quotidiana ben sapendo che essa è “momentanea e di lieve peso, procura a noi, assolutamente al di sopra di ogni misura, un peso di gloria eterna”. Per far questo dobbiamo mirare alla gloria futura e alle realtà invisibili che restano, dato che “le cose visibili sono effimere, le invisibili, invece, sono eterne”.

Rocco Pezzimenti

 

 

“Chi fa la volontà di Dio, costui è fratello, sorella e madre”

Il viaggio che ci fa fare il Vangelo oggi, è un viaggio che parte dall’Antico Testamento e arriva a Gesù, il quale poi, con parole diverse, conferma quanto Dio aveva detto ad Adamo ed Eva.

La prima tappa di questo viaggio ci porta in questo giardino bellissimo, dove l’uomo e la donna sono padroni di tutto ed hanno la possibilità di vivere gustando ogni cibo che è loro donato dalla natura, in armonia con il creato, tra loro e con Dio.

Noi sappiamo già che Adamo ed Eva rappresentano ogni uomo ed ogni donna, rappresentano l’umanità tanto amata da Dio e da lui lasciata libera di poter scegliere come vivere, perché Dio mette al centro di questo giardino un albero della Conoscenza del Bene e del Male, e vieta loro di cibarsi dei frutti di questo albero: altrimenti sarebbero “morti”.

Ma sappiamo bene che quando una cosa è vietata succede che ci attrae ancora di più e che saremmo pronti a sfidare il pericolo per poter anche solo conoscere se le cose stanno davvero come ci è stato detto. Infatti ad Adamo ed Eva capita proprio così, arriva quella vocina “astuta” e capace di insinuare il dubbio e minare la fiducia verso Dio; così fa il serpente, che non solo prova a far credere ad Eva che Dio abbia proibito i frutti di tutti gli alberi, ma soprattutto che mangiando di quello proibito non era affatto vero che sarebbero morti! Accade così che Eva si lascia convincere e mangia del frutto, ed effettivamente non muore, così ne dà anche ad Adamo: entrambi per un momento avranno pensato che era Dio ad averli ingannati.

Ma che Dio non è un imbroglione se ne rendono conto quando Dio li chiama mentre passeggia per il giardino, come forse era solito fare, e loro si nascondono: qualcosa era morto in loro, non era più come prima! Si vergognano di farsi vedere da Lui perché hanno paura della punizione e del Suo giudizio. Non appena trovano il coraggio di rispondere al “Dove sei?” di Dio e di dire che si erano nascosti perché si vergognavano, Dio gli chiede chi fosse stato a fargli sapere che erano nudi. Adamo incolpa Eva, la quale a sua volta incolpa il serpente. Le conosciamo bene queste dinamiche che ci ricordano quando diciamo: “Maestra non sono stato io, ma lui!” oppure “Papà, vedi che ha iniziato prima lei!” … potremmo fare un elenco sufficientemente lungo a riguardo, vero!?!

Ma il punto non è questo, piuttosto il fatto che Dio cerca Adamo ed Eva e allontana il serpente dicendo che ci sarebbe stata inimicizia tra lui e la Sua stirpe, perché il male Dio lo rinnega e lo allontana dall’uomo dandogli la possibilità di capire quando qualcosa lo allontana da Dio, per riconoscerlo e tenerlo lontano.

Sappiamo che non è sempre facile e questo lo dice anche Gesù nel Vangelo: “In verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini”; perché lui segue la volontà del Padre che vuole gli uomini uniti a Dio e non sperati da Lui. Non tutti riescono a credere a Gesù, perché pensano che Dio sia un giudice che non perdona, uno che punisce, che non accoglie le imperfezioni e le cadute di noi uomini in questo viaggio verso la bellezza della vita.

Ma come può il Figlio di Dio separare gli uomini da Dio? Gesù questo lo spiega bene: può il capo dei mali (demoni), allontanare il male?

Lui non è il Dio della separazione ma il Dio dell’unità e non potrebbe mai separare da qualcosa che gli appartiene: non può che essere il bene che allontana il male!

Lui è Figlio di un Dio di amore e di unità, che ama e accoglie la diversità e che desidera che noi tutti viviamo in pace e sentendoci accolti sempre, soprattutto quando siamo tristi e dispiaciuti per aver sbagliato qualcosa. Dio è pronto ad abbracciarci, come ha fatto con Adamo ed Eva, quando ha spiegato loro che non ascoltando il suo avvertimento non avrebbero più potuto vivere in quel giardino, ma allo stesso tempo dona loro degli abiti di pelle, perché non desidera che una sua creatura perda la propria dignità e bellezza vestendosi con semplici foglie di fico! Dio ci fa comprendere cosa è meglio per noi e ci coccola anche quando non ce ne accorgiamo subito.

È per questo che alla fine dice che i fratelli, le sorelle, la madre di Gesù sono tutti coloro che vivono nella bellezza della volontà di Dio, che è l’Amore per Lui che è la vita, per se stessi e per gli altri.

Chiediamo al Signore di guidarci sempre per poter riconoscere nella nostra vita la bellezza della volontà di Dio per noi!

Elisa Ferrini

“Chi fa la volontà di Dio, costui è fratello, sorella e madre”

Il viaggio che ci fa fare il Vangelo oggi, è un viaggio che parte dall’Antico Testamento e arriva a Gesù, il quale poi, con parole diverse, conferma quanto Dio aveva detto ad Adamo ed Eva.

La prima tappa di questo viaggio ci porta in questo giardino bellissimo, dove l’uomo e la donna sono padroni di tutto ed hanno la possibilità di vivere gustando ogni cibo che è loro donato dalla natura, in armonia con il creato, tra loro e con Dio.

Noi sappiamo già che Adamo ed Eva rappresentano ogni uomo ed ogni donna, rappresentano l’umanità tanto amata da Dio e da lui lasciata libera di poter scegliere come vivere, perché Dio mette al centro di questo giardino un albero della Conoscenza del Bene e del Male, e vieta loro di cibarsi dei frutti di questo albero: altrimenti sarebbero “morti”.

Ma sappiamo bene che quando una cosa è vietata succede che ci attrae ancora di più e che saremmo pronti a sfidare il pericolo per poter anche solo conoscere se le cose stanno davvero come ci è stato detto. Infatti ad Adamo ed Eva capita proprio così, arriva quella vocina “astuta” e capace di insinuare il dubbio e minare la fiducia verso Dio; così fa il serpente, che non solo prova a far credere ad Eva che Dio abbia proibito i frutti di tutti gli alberi, ma soprattutto che mangiando di quello proibito non era affatto vero che sarebbero morti! Accade così che Eva si lascia convincere e mangia del frutto, ed effettivamente non muore, così ne dà anche ad Adamo: entrambi per un momento avranno pensato che era Dio ad averli ingannati.

Ma che Dio non è un imbroglione se ne rendono conto quando Dio li chiama mentre passeggia per il giardino, come forse era solito fare, e loro si nascondono: qualcosa era morto in loro, non era più come prima! Si vergognano di farsi vedere da Lui perché hanno paura della punizione e del Suo giudizio. Non appena trovano il coraggio di rispondere al “Dove sei?” di Dio e di dire che si erano nascosti perché si vergognavano, Dio gli chiede chi fosse stato a fargli sapere che erano nudi. Adamo incolpa Eva, la quale a sua volta incolpa il serpente. Le conosciamo bene queste dinamiche che ci ricordano quando diciamo: “Maestra non sono stato io, ma lui!” oppure “Papà, vedi che ha iniziato prima lei!” … potremmo fare un elenco sufficientemente lungo a riguardo, vero!?!

Ma il punto non è questo, piuttosto il fatto che Dio cerca Adamo ed Eva e allontana il serpente dicendo che ci sarebbe stata inimicizia tra lui e la Sua stirpe, perché il male Dio lo rinnega e lo allontana dall’uomo dandogli la possibilità di capire quando qualcosa lo allontana da Dio, per riconoscerlo e tenerlo lontano.

Sappiamo che non è sempre facile e questo lo dice anche Gesù nel Vangelo: “In verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini”; perché lui segue la volontà del Padre che vuole gli uomini uniti a Dio e non sperati da Lui. Non tutti riescono a credere a Gesù, perché pensano che Dio sia un giudice che non perdona, uno che punisce, che non accoglie le imperfezioni e le cadute di noi uomini in questo viaggio verso la bellezza della vita.

Ma come può il Figlio di Dio separare gli uomini da Dio? Gesù questo lo spiega bene: può il capo dei mali (demoni), allontanare il male?

Lui non è il Dio della separazione ma il Dio dell’unità e non potrebbe mai separare da qualcosa che gli appartiene: non può che essere il bene che allontana il male!

Lui è Figlio di un Dio di amore e di unità, che ama e accoglie la diversità e che desidera che noi tutti viviamo in pace e sentendoci accolti sempre, soprattutto quando siamo tristi e dispiaciuti per aver sbagliato qualcosa. Dio è pronto ad abbracciarci, come ha fatto con Adamo ed Eva, quando ha spiegato loro che non ascoltando il suo avvertimento non avrebbero più potuto vivere in quel giardino, ma allo stesso tempo dona loro degli abiti di pelle, perché non desidera che una sua creatura perda la propria dignità e bellezza vestendosi con semplici foglie di fico! Dio ci fa comprendere cosa è meglio per noi e ci coccola anche quando non ce ne accorgiamo subito.

È per questo che alla fine dice che i fratelli, le sorelle, la madre di Gesù sono tutti coloro che vivono nella bellezza della volontà di Dio, che è l’Amore per Lui che è la vita, per se stessi e per gli altri.

Chiediamo al Signore di guidarci sempre per poter riconoscere nella nostra vita la bellezza della volontà di Dio per noi!

Elisa Ferrini

 

 

Gesù, fuori dagli schemi anche per i suoi parenti

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito [...].

Da sud, dalla Giudea, arriva una commissione d'inchiesta di teologi. Dalle colline di Galilea scendono invece i suoi, per portarselo via. Sembra una manovra a tenaglia contro quel sovversivo, quel maestro fuori regola, fuorilegge, che ha fatto di Cafarnao il suo quartier generale, di dodici ragazzi che sentono ancora di pesce il suo esercito, di una parola che guarisce la sua arma.
È la seconda volta che il clan di Gesù scende da Nazaret al lago, questa volta hanno portato anche la madre; vengono a prenderselo: È fuori di sé, è impazzito. Sta dicendo e facendo cose sopra le righe, contro il senso comune, contro la logica semplice di Nazaret: sinagoga, bottega e famiglia.

Dalla commissione d'inchiesta Gesù riceve il marchio di scomunicato: figlio del diavolo.

Eppure la pedagogia di Gesù ancora una volta incanta: ma egli li chiamò, chiama vicino quelli che l'hanno giudicato da lontano; parla con loro che non si sono degnati di rivolgergli la parola, spiega, cerca di farli ragionare. Inutilmente. Gesù ha nemici, lo vediamo, ma lui non è nemico di nessuno. Lui è l'amico della vita.
Sua madre e i suoi fratelli e le sue sorelle e stando fuori mandarono a chiamarlo. Il Vangelo di Marco, così concreto e asciutto, ci rimette con i piedi per terra, dopo le ultime grandi feste, Pasqua, Pentecoste, Trinità, Corpo e Sangue di Cristo. Il Vangelo riparte dalla casa, dal basso: non nasconde, con molta onestà, che durante il ministero pubblico di Gesù, le relazioni con la madre e tutta la famiglia sono segnate da contrapposizioni e distanza. Riferisce anzi uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria: chi è mia madre? Parole dure che feriscono il cuore, quasi un disconoscimento: donna, non ti riconosco più come mia madre... L'unica volta che Maria appare nel Vangelo di Marco è immagine di una madre che non capisce il figlio, che non lo favorisce. Lei che poté generare Dio, non riuscì a capirlo totalmente. La maggior familiarità non le risparmiò le maggiori incomprensioni. Contare sul Messia come su uno della famiglia, averlo a tavola, conoscere i suoi gusti, non le rese meno difficile la via della fede. Anche lei, come noi, pellegrina nella fede.
Gesù non contesta la famiglia, anzi vorrebbe estendere a livello di massa le relazioni calde e buone della casa, moltiplicarle all'infinito, offrire una casa a tutti, accasare tutti i figli dispersi: Chi fa la volontà del Padre, questi è per me madre, sorella, fratello... Assediato, Gesù non si ferma, non torna indietro, prosegue il suo cammino. Molta folla e molta solitudine. Ma dove lui passa fiorisce la vita. E un sogno di maternità, sorellanza e fraternità al quale non può abdicare.

padre Ermes Ronchi

 

 

Gesù non abita più a Nazareth, essendosi trasferito a Cafarnao (Mc. 2,1). Quindi i suoi familiari devono coprire una distanza di circa 40 km per raggiungerlo e portarselo via, credendolo “fuori di sé”. Forse qualcuno aveva loro riferito che Gesù non si comportava in modo normale ed essi pensavano che egli avrebbe potuto compromettere il nome della famiglia. A questo punto appare chiaro che la relazione di Gesù con i suoi era in crisi. Nell’antico Israele era il clan, cioè la famiglia allargata, a garantire alle persone mutua protezione, a trasmettere la tradizione e a mantenere viva l’identità guidaica. Nella Galilea del tempo di Gesù tutto questo era venuto meno o stava subendo un declino sempre crescente, a causa del sistema Romano introdotto e imposto in quella regione, sotto il governo di Erode il Grande (dal 37 al 4 a.C.) e di suo figlio Erode Antipa (dal 4 a.C. al 39 d.C.). Il clan, o la comunità, come istituzione stava decisamente perdendo valore e forza. Le tasse dovute al governo straniero e al Tempio, il crescente indebitamento, la mentalità individualista propria dell’Ellenismo imperante, le frequenti minacce di una violenta oppressione da parte dei Romani, l’obbligo di accogliere e dare alloggio ai soldati romani, la fatica sempre più grande per sopravvivere, tutto questo aveva portato le famiglie a chiudersi in se stesse e a ripiegarsi sui propri bisogni. L’ospitalità era diventata rara, così come la condivisione e la comunione attorno alla stessa tavola; per non parlare dell’accoglienza degli emarginati. In più questa chiusura attorno ai membri più prossimi della propria famiglia veniva anche incentivata dalle pratiche religiose del tempo. L’osservanza delle norme di purità accresceva ancor più l’emarginazione di molte persone: donne, bambini, Samaritani, stranieri, lebbrosi, ammalati, storpi, esattori delle tasse, paralitici. Queste norme, invece di favorire la reciproca accoglienza e la condivisione, acuivano ancor più la separazione e l’esclusione.

Gli scribi, che entrano in scena in questo Vangelo, accusano Gesù di esercitare un potere demoniaco: “Scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni!”. Da parte loro il giudizio era stato emesso e non erano disponibili, ormai più a lasciarsi toccare interiormente da nulla, né opere buone, né l’annuncio di salvezza e nemmeno la gioia avrebbero potuto penetrare nella loro coscienza e modificare l’opinione che si erano fatti di Gesù. E Lui, il Signore, chiama questo atteggiamento con un nome molto forte: è la bestemmia contro lo Spirito Santo. Si tratta di una forma di idolatria, con la quale noi facciamo della nostra opinione, del nostro credo, un idolo e ci rifiutiamo di permettere a Dio o a chiunque altro di spezzare questa nostra difesa ed entrare in noi per aiutarci ad allargare la nostra visuale. Questo è un peccato imperdonabile, “una colpa eterna”, perché le persone che volontariamente si imprigionano in una ideologia, si chiudono alla grazia, dando, così, inizio alla loro stessa morte. La condanna di Gesù nei confronti di questo atteggiamento è sicuramente la critica più dura che egli pronuncia in tutti i Vangeli. Critica da Lui indirizzata a persone che si erano ormai talmente chiuse nella loro trappola, che potevano solamente andare di male in peggio, fino ad arrivare a tramare la sua crocifissione.

Da una parte questi scribi, ma dall’altra parte il gruppo dei familiari di Gesù; entrambi con il loro giudizio sbagliato nei confronti di Gesù. Gesù era diventato improvvisamente un personaggio pubblico e le autorità mal sopportavano la cosa. Forse i familiari si erano incontrati in una sorta di riunione di famiglia e avevano deciso di inviare una rappresentanza da Gesù, per prenderlo con sé e riportarlo a casa e farlo ragionare. Avevano la loro idea di come dovesse essere Gesù, in quanto membro della loro famiglia; mentre Lui non vi si conformava affatto! Ma Gesù, per tutta risposta, dichiara che i suoi legami più stretti e familiari non sono quelli del sangue o dell’eredità. Per Gesù, veri parenti, veri familiari, sono coloro che vivono una relazione d’amore con Dio, così come Lui fa (“Chi fa la volontà di Dio…”). Queste sono le persone che Lui è pronto a proteggere, come lo sarebbe nei confronti di sua madre e dei suoi fratelli di sangue; le persone che Lui considera come suoi coeredi, in tutto ciò che il Padre ha promesso. Gesù non rimane affatto chiuso negli angusti confini della sua piccola famiglia, ma apre ed estende i confini familiari, per creare una comunità ben più ampia. Gesù considera il profondo significato di famiglia, clan, comunità come espressione dell’incarnazione dell’amore di Dio come amore verso il prossimo.

4) Alcune domande per la riflessione personale

In che modo la vita della famiglia può aiutare o impedire la partecipazione nella vita della comunità cristiana?

Sei disposto ad accogliere Gesù così come Egli è, oppure vuoi un Messia fatto a tua misura, che sappia rispondere alle tue aspettative?

La calunnia, come l’accusa rivolta nei confronti di Gesù da parte degli scribi: “E’ posseduto da Beelzebul”, è l’arma dei deboli. Hai mai fatto esperienza di ciò?

Se accettiamo di far parte del gruppo dei più intimi di Gesù, sappiamo che questo comporta per noi il lasciar andare ogni genere di rivendicazione di importanza basata sulla razza, il genere, l’appartenenza etnica, la ricchezza, lo stato religioso, ecc. Sei pronto a fare ciò?

 

 

Gesù ha commesso un’autentica follia. Di fronte al rifiuto da parte di Israele che addirittura ha deciso di assassinarlo Gesù rompe e istituisce dodici discepoli, dodici come le tribù che componevano Israele. Gesù compone il nuovo Israele. Di fronte a questa clamorosa rottura di Gesù con l’istituzione religiosa ecco la reazione della famiglia e dell’istituzione. Scrive l’evangelista Marco al capitolo 3, versetti 20-35, che I suoi sentito questo, cioè sentita questa rottura di Gesù com l’istituzione, escono per andare a prenderlo, letteralmente catturarlo, è lo stesso verbo della cattura di Giovanni Battista e di Gesù, poiché dicevano è fuori di sé, cioè è pazzo perché poteva essere soltanto una pazzia. L’evangelista per giustificare questa accusa di pazzia inserisce anche l’accusa da parte degli scribi che sono scesi niente meno da Gerusalemme, la sede dell’istituzione religiosa, gli scribi sono i massimi responsabili del sinedrio, che sentenziano costui è posseduto da Beelzebùl.

Chi è Beelzebùl? C’era una divinità filistea chiamata Beelzebub che era il dio delle mosche e i farisei, per impedire il culto verso questa divinità, c’era anche un re, il re Acazia che era andato a perpetrare la guarigione, l’avevano trasformato in Ba al zĕbūl, cioè il dio del letame, non solo non ʿprotegge dalle mosche, ma le attira. L’accusa che fanno gli scribi è sottile: attenti a Gesù, non possono negare che Gesù non guarisca le persone, ma le guarisce per infettarle ancora di più.

Allora Gesù li convoca e dimostra l’inconsistenza del loro discorso dicendo come può Satana scacciare se stesso?

Se Satana scaccia se stesso è finito. E poi, ecco la sentenza molto dura in verità, quindi quello che Gesù afferma è sicuro, tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche le bestemmie che diranno . I peccati frutto di ignoranza, di fragilità saranno perdonati, ma, dichiara Gesù, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna.

E poi Gesù continua Poiché dicevano è posseduto da uno spirito immondo, ecco il motivo.

Cos’è questo peccato contro lo Spirito Santo? È quello che già il profeta Isaia aveva dichiarato, sono coloro che chiamano bene il male e male il bene. Cioè questi scribi capiscono, loro lo sanno, è gente colta, gente che conosce la Bibbia. Sanno che se Gesù agisce così lo fa per la forza che gli viene da Dio, ma non possono ammetterlo perché se lo ammettono crolla tutto il loro prestigio e il loro dominio che c’hanno sulla gente. Allora diffamano Gesù. Allora dicono che quello che è bene, l’attività che Gesù sta facendo, è male per mantenere il proprio prestigio. Ma perché non saranno mai perdonati? Perché mai chiederanno perdono. Quando Gesù ha perdonato il paralitico gli stessi scribi hanno sentenziato: bestemmia, cioè è reo di morte.

In questo frangente scrive l’evangelista giunsero sua madre e i suoi fratelli, quindi tutto il clan familiare e stando fuori, stando fuori significa che non hanno compreso l’insegnamento di Gesù, ritenendo di avere un potere su di lui lo mandano a chiamare. Ma, sottolinea l’ evangelista, c’è un impedimento. Tutto attorno a Gesù era seduta la folla, e il termine che adopera Marco indica una folla mista di persone impure, di persone pagane e gli dissero: ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano, il verbo cercare nel vangelo di Marco ha sempre uma connotazione negativa nei confronti di Gesù.

Ed ecco la risposta tremenda, terribile da parte di Gesù Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?

Cioè quelli là fuori? Quelli che si vergognano di me, del pazzo di casa? E girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno , quindi non vede né la madre, né i fratelli che sono rimasti fuori, Gesù afferma ecco mia madre e i miei fratelli.

E poi l’invito, l’invito rivolto al suo clan familiare, in particolare alla madre e ai fratelli chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre.

A Nazareth il clan familiare di Gesù è vittima dell’insegnamento degli scribi, pensano veramente non solo che Gesù sia matto, ma che sia un posseduto. Gesù vuole arrivare a far comprendere che i veri posseduti sono i rappresentanti dell’istituzione religiosa che, per non perdere il proprio prestigio, dicono che l’azione di Gesù è negativa e fa male.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

Gesù ha commesso un’autentica follia. Di fronte al rifiuto da parte di Israele che addirittura ha deciso di assassinarlo Gesù rompe e istituisce dodici discepoli, dodici come le tribù che componevano Israele. Gesù compone il nuovo Israele. Di fronte a questa clamorosa rottura di Gesù con l’istituzione religiosa ecco la reazione della famiglia e dell’istituzione. Scrive l’evangelista Marco al capitolo 3, versetti 20-35, che I suoi sentito questo, cioè sentita questa rottura di Gesù con l’istituzione, escono per andare a prenderlo, letteralmente catturarlo, è lo stesso verbo della cattura di Giovanni Battista e di Gesù, poiché dicevano è fuori di sé, cioè è pazzo perché poteva essere soltanto una pazzia. L’evangelista per giustificare questa accusa di pazzia inserisce anche l’accusa da parte degli scribi che sono scesi niente meno da Gerusalemme, la sede dell’istituzione religiosa, gli scribi sono i massimi responsabili del sinedrio, che sentenziano costui è posseduto da Beelzebùl.

Chi è Beelzebùl?

 C’era una divinità filistea chiamata Beelzebub che era il dio delle mosche e i farisei, per impedire il culto verso questa divinità, c’era anche un re, il re Acazia che era andato a perpetrare la guarigione, l’avevano trasformato in Belzebùl, cioè il dio del letame, non solo non protegge dalle mosche, ma le attira.

L’accusa che fanno gli scribi è sottile: attenti a Gesù, non possono negare che Gesù non guarisca le persone, ma le guarisce per infettarle ancora di più.

Allora Gesù li convoca e dimostra l’inconsistenza del loro discorso dicendo come può Satana scacciare se stesso? Se Satana scaccia se stesso è finito.

 E poi, ecco la sentenza molto dura in verità, quindi quello che Gesù afferma è sicuro, tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche le bestemmie che diranno.

 I peccati frutto di ignoranza, di fragilità saranno perdonati, ma, dichiara Gesù, ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna.

E poi Gesù continua… Poiché dicevano è posseduto da uno spirito immondo, ecco il motivo.

Cos’è questo peccato contro lo Spirito Santo? È quello che già il profeta Isaia aveva dichiarato, sono coloro che chiamano bene il male e male il bene. Cioè questi scribi capiscono, loro lo sanno, è gente colta, gente che conosce la Bibbia. Sanno che se Gesù agisce così lo fa per la forza che gli viene da Dio, ma non possono ammetterlo perché se lo ammettono crolla tutto il loro prestigio e il loro dominio che c’hanno sulla gente. Allora diffamano Gesù.

Allora dicono che quello che è bene, l’attività che Gesù sta facendo, è male per mantenere il proprio prestigio. Ma perché non saranno mai perdonati? Perché mai chiederanno perdono.

Quando Gesù ha perdonato il paralitico gli stessi scribi hanno sentenziato: bestemmia, cioè è reo di morte. In questo frangente scrive l’evangelista giunsero sua madre e i suoi fratelli, quindi tutto il clan familiare e stando fuori, stando fuori significa che non hanno compreso l’insegnamento di Gesù, ritenendo di avere un potere su di lui lo mandano a chiamare. Ma, sottolinea l’ evangelista, c’è un impedimento.

Tutto attorno a Gesù era seduta la folla, e il termine che adopera Marco indica una folla mista di persone impure, di persone pagane e gli dissero: ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue  sorelle sono fuori e ti cercano, il verbo cercare nel vangelo di Marco ha sempre una connotazione negativa nei confronti di Gesù.

Ed ecco la risposta tremenda, terribile da parte di Gesù Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Cioè quelli là fuori? Quelli che si vergognano di me, del pazzo di casa?

 E girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, quindi non vede né la madre, né i fratelli che sono rimasti fuori, Gesù afferma ecco mia madre e i miei fratelli. E poi l’invito, l’invito rivolto al suo clan familiare, in particolare alla madre e ai fratelli chi compie la volontà di Dio costui è mio fratello, sorella e madre. A Nazareth il clan familiare di Gesù è vittima dell’insegnamento degli scribi, pensano veramente non solo che Gesù sia matto, ma che sia un posseduto. Gesù vuole arrivare a far comprendere che i veri posseduti sono i rappresentanti dell’istituzione religiosa che, per non perdere il proprio prestigio, dicono che l’azione di Gesù è negativa e fa male.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

Prima lettura: Gn. 3,9-15

[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] 9 il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?».

Ma Dio lo cerca: «Dove sei?».«Sei nella divinità che ti ha promesso il serpente, o nella morte che io ho decretato per te?» (s. Efrem).

Solo due volte Dio chiede dove sia qualcuno: qui in 18,9. Dio che non cerca più l’uomo per giudicarlo ma sedendo a mensa con Abramo cerca la donna per renderla madre di una discendenza benedetta. Nel giardino cercò l’uomo e condannò la donna assieme ad Adamo, qui a mensa con Abramo cerca la donna per toglierle l’antica condanna e attraverso la nascita d’Isacco preannunciare la sconfitta dell’antico serpente. La presenza del Figlio di Dio tra noi è ricerca dell’uomo fino al pianto su Lazzaro: «Dove l’avete posto?» (Gv 11,34). In questi tre casi l’uomo è sempre nascosto come avvolto dall’ombra della morte. Dio lo cerca perché non vuole interrompere il dialogo con lui, vuole che senta sempre la sua voce.

«Ma il termine è reciproco: l’uomo lo dice riguardo a Dio, perché tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, Salvatore. Non è tanto della sua esistenza che si dubita, quanto piuttosto s’invocano e si sollecitano la sua potenza e il suo intervento: così Eliseo al Giordano (2Re. 2,13-15), Rabsace agli abitanti di Gerusalemme (2Re. 18,34-35); vedi inoltre Is. 63,11-14: Dov’è colui che li fece salire dal mare?Gr. 2,4-13 mi pare che condanni il fatto che non si cerca più Dio (come aveva fatto Eliseo): questo è conseguenza dell’idolatria. Dice infatti al v. 28: Dove sono i tuoi dei che facesti per te? Sorgano … Gr. 17,14-18: Dov’è la parola del Signore? Venga dunque.

Vi è pertanto un duplice modo d’invocare Dio: quello della confidenza e della fede e quello della sfida.

Mi pare che nell’Evangelo si colgano questi due significati in rapporto a Cristo. I magi chiedono: «Dov’è il nato re dei giudei?»; ed Erode s’informava da loro dove fosse nato il Cristo. In Lc. 17,17 Gesù domanda: «E i nove dove?». Gv. 1,38 s. «Rabbì dove abiti?» …vennero dunque e videro dove abitava. Vi è qui la ricerca del Signore di cui parla Geremia. Questo termine indica il ritorno di Gesù al Padre (Gv. 13,36; 14,5; 16,5. Inoltre la triplice ricerca di Maria Maddalena (Gv. 20,2.13.15): è solo al Cristo che chiede dove l’abbia messo» (note personali, Gerico 13.1.1973).

 

10 Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

Benché Adamo non fosse nudo (si erano infatti coperti con cinture di foglie di fico) tuttavia si dichiara tale perché privo di quell’abito che gli dava la possibilità di stare davanti al Signore. Spogliato della sua innocenza ora egli se ne sta nascosto in attesa della punizione del Signore. Benché nascosto con Eva, Adamo si sente solo davanti a Dio consapevole della propria nudità. Solo la Parola del Signore potrà di nuovo portare l’uomoverso la sua donna. Per questo quanto il Signore sta per dire è per l’uomo e la donna un atto di misericordia che non trascura la situazione ma la indirizza verso la redenzione. Il nascondersi nelle tenebre dell’ignoranza di Dio è la vana illusione di non vedersi nudi davanti a Lui e quindi bisognosi di essere da Lui rivestiti della prima veste riservata al figlio che ritorna dal Padre (cf. Lc. 15,22).

 

11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».

Il Signore pone delle domande di cui sa già la risposta. Egli lo fa per guidare Adamo verso la consapevolezza di quello che ha fatto e perché non si allontani da Dio ma al contrario Egli vuole che l’uomo ritorni a Lui. Interrogare sapendo, infatti, è più dolce che pronunciare subito una sentenza di condanna. Egli la ritarda perché vuole che Adamo ritorni pentito al suo Dio, come è scritto nel libro dei Proverbi: Chi nasconde le proprie colpe non avrà successo; chi le confessa e cessa di farle troverà indulgenza (28,13). Adamo confessa però accusando.

 

12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

Nella paura, l’uomo non giunge al pentimento ma alla giustificazione di sé e all’accusa dell’altro. È questo il segno che la comunione è distrutta. Quest’accusa si riversa anche su Dio stesso con un senso sottile di disprezzo, come se dicesse: «il guaio che mi è capitato è nato dal fatto che mi hai posto accanto la donna perché io non fossi solo e ora vedi tu stesso che cosa mi è capitato per causa sua». Questa tendenza dell’uomo nell’accusare la donna è qualcosa di radicato nel suo animo, che lo porta a dominarla. Così Adamo non è giunto alla conversione, ha perso anche questa possibilità; egli pensa di uscirne appigliandosi a un minimo di ragione; spesso questo è il sottile gioco delle accuse tra di noi; è in realtà una ricerca di qualche ragione che ci giustifichi. Guardare al peccato è pura disperazione, vedersi peccatori e accogliere in noi la Parola di Dio è salvezza; infatti Dio si è disposto per pura sua grazia a salvare chiunque crede in Lui.

 

13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».

«Che hai fatto?» la stessa parola risuonerà con Caino, il primogenito della donna (4,10). Anche Eva scarica sul serpente la sua colpa con un tono più attenuato di quello dell’uomo. È vero che il serpente ha ingannato e sedotto la donna togliendole la paura della punizione: «Non morirete affatto!» (v. 4).

 

14 Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.

Questa maledizione è misteriosa perché è tutta rivolta alla situazione fisica del serpente. In esso si osserva un’immagine non più di una creatura benedetta da Dio ma da Lui maledetta. Per il fatto che il serpente reca il veleno esso genera paura nelle creature ed è segno di morte e quindi di maledizione. Questa si esprime nel suo strisciare sul ventre (prima - deducono i saggi d’Israele - camminava eretto) e nel mangiare la polvere. Questa sua situazione è pure richiamata nella profezia d’Isaia: Il lupo e l'agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue, ma il serpente mangerà la polvere, non faranno né male né danno in tutto il mio santo monte. Dice il Signore (65,25). Essa denota la situazione delle Genti ribelli al Signore: Leccheranno la polvere come il serpente, come i rettili della terra; usciranno tremanti dai loro nascondigli, trepideranno e di te avranno timore (Mi. 7,7).

 

15 Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».

La punizione del serpente si esprime in una lotta di generazione in generazione tra la stirpe della donna e quella del serpente: l’uomo tenterà di schiacciargli la testa e il serpente tenterà di ferire l’uomo al calcagno immettendogli il suo veleno mortale. L’ordine della natura è sconvolto dal peccato e solo il Messia riporterà la creazione alla situazione di prima del peccato: Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare (Is. 11,8-9).

Nella nostra tradizione fondata sull’Apocalisse (12,9-15; 20,2) noi leggiamo questa parola nello Spirito come rivelatrice dei misteri profondi della storia per cui questa punizione è rivolta a colui che è rappresentato nel serpente. Nei suoi rapporti la donna percepirà sempre una profonda inimicizia che coinvolge tutta la discendenza della donna come pure tutta filiazione spirituale del serpente, che noi chiamiamo il diavolo, il satana. La lotta sarà continua: l’uomo cercherà di schiacciare la testa del serpente e questi insidierà il suo calcagno. Questa lotta si concentra in un solo uomo, Cristo e in una sola donna la Madre sua, che come c’insegna l’Apocalisse diviene immagine della Chiesa. La vittoria sul serpente è il riscatto dell’uomo e in lui di tutta la creazione che geme e soffre per le doglie del parto in attesa della redenzione dei figli di Dio con il riscatto del loro corpo (cf. Rm. 8,19-23).

La maledizione del serpente gli toglie ogni speranza, che invece è lasciata all’uomo; infatti è già prospettata la vittoria della stirpe umana mediante il seme della donna. Nel mistero è un chiaro riferimento al parto verginale di Maria e quindi al Cristo.

 

Vangelo: 3,20-35

In quel tempo, 20Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare.

Anche quando Gesù cerca un momento di tranquillità entro le mura domestiche, una folla numerosa non lo abbandona ma lo segue sempre perché ha trovato finalmente il suo Pastore, predetto dai profeti.

La presenza continua della gente impedisce persino di mangiare. Gesù e i suoi sono stretti dalla morsa della folla, senza nessuna pausa e possibilità di riposo. Forse qualcuno s’interroga se sia mai possibile continuare a seguire un tale rabbi. Notiamo come Gesù non allontani nessuno; varca il confine del nostro modo di pensare e coinvolge in questo cammino anche i suoi discepoli.

 

21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Nazareth non ha accolto Gesù perché nessun profeta è bene accetto in patria (Lc. 4,24) e ora anche il suo clan prova vergogna per lui sia per quello che di lui si dice come per quello che fa e si dissociano dichiarandolo pazzo.

La follia di Gesù consiste in questo movimento di gente, che viene da Lui a qualsiasi ora e come Egli non disciplini un simile afflusso, dando così l’idea del caos, che potrebbe generare sospetto nelle autorità di un principio d’insubordinazione. Il movimento potrebbe sfuggire dalle mani di Gesù e trasformarsi in aperta ribellione al potere romano.

Dando questo giudizio e volendo che tutto si riassorba nella tranquillità e per non aver nessun fastidio, i suoi familiari vogliono impadronirsi di lui e riportarlo a Nazareth.

Forse essi hanno in mente di farlo sposare in modo che riprenda una vita regolare, abbia figli e dimentichi questi sogni di fare cioè il profeta, perché – si sa- che non sorge profeta dalla Galilea (Gv. 7,52).

Si avvera così la profezia di Zaccaria 13,3: Se qualcuno oserà ancora fare il profeta, il padre e la madre che l'hanno generato, gli diranno: «Tu morirai, perché proferisci menzogne nel nome del Signore», e il padre e la madre che l'hanno generato lo trafiggeranno perché fa il profeta.

Siamo davvero in una situazione critica: folle che non gli danno respiro, i suoi che lo considerano fuori di sé, attacchi dai saggi d’Israele sulla sua dottrina e la sua missione. Tutto concorre a voler fare crollare la sua opera.

 

22 Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni».

Gli scribi scendono da Gerusalemme, luogo del massimo sapere, perché qui vi è la cattedra di Mosè (Mt. 23,2). Essi sono pertanto i più qualificati nel dare la sentenza su Gesù. Potremmo quasi pensare che la loro sentenza è l'ultima e non c'è nessuno che possa appellarsi contro di essa. Gli scribi della Galilea devono accoglierla e ritenerla vera.

La loro sentenza è di condanna, per i seguenti capi d’accusa:

a) Gesù è indemoniato.

b) Egli conosce le arti magiche, la magia nera.

Perché mai essi giungono ad una simile sentenza da collocare Gesù nella sfera del demoniaco? In questo momento della storia, rifiutare Gesù davanti all’evidenza dei segni, non si resta in una posizione neutrale ma lo spirito di chi rifiuta si accosta al demonio. Questi scribi, che pronunciano una simile sentenza, esprimono il loro ostinato rifiuto di Gesù, pronti a collocarlo nella sfera satanica. Ma il loro pronunciamento si rovescia contro di loro investendoli di una furia omicida, come già è accaduto ai loro colleghi della Galilea. In questo si fa evidente il loro rapporto con Beelzebùl.

 

23 Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana?

Gesù li chiama. È un gesto pieno di autorità (è Lui che giudica). Alla sua chiamata essi obbediscono e parla loro in parabole per purificarne l'intelligenza. Attraverso l'itinerario proposto dalla parabola la loro intelligenza deve compiere un cammino, che evidenzia i loro errori e dà loro la capacità di rinnegarli e di riconoscere chi è Gesù e di sottrarsi dal potere del satana.

Gesù procede nell'argomentare ponendo prima una domanda: Come può satana scacciare satana?(essa è riportata solo in Mc.). Già la risposta a questa domanda pone in ridicolo la sentenza dei maestri di Gerusalemme. Essi affermano per Gesù l'assurdo, che mai si è avverato e mai potrà realizzarsi. Intrinseca è l’impossibilità di scacciare se stesso. Egli non può dividersi perché è spirito e quindi non può autorizzare nessuno a scacciarlo.

 

24 Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; 25 se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi.

Egli rafforza la domanda precedente con due parabole: il regno e la casa. Il regno e la casa fondano la loro stabilità sull’unità dei membri. Nessun re o capofamiglia appoggia o favorisce chi indebolisce il suo potere, al contrario lo combatte e cerca di eliminarlo. Così il satana vuole combattere Gesù, che sta cacciandolo, con l’ostilità di coloro che devono costruire la casa di Giacobbe. Con queste parabole Gesù avverte gli scribi di non separarsi da Lui, ma al contrario di compattarsi attorno a Lui, il Cristo, perché non sia tolta la regalità messianica da Israele e la casa di Giacobbe non crolli. Attaccare Gesù e scomunicarlo è consegnarsi alla divisione e quindi alla condanna. Mentre il satana da questo si rafforza perché è tolto da Israele il suo più grande avversario.

 

26 Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito.

Il satana non può insorgere contro se stesso, cioè non può comandare a nessuno di combatterlo e di scacciarlo altrimenti sarebbe finito. Essendo spirito, non vi è in lui nessun cedimento dovuto alla debolezza propria dell’uomo, ma il suo regno è saldo e compatto nel suo potere. Se questa è la situazione, il regno di satana non sta crollando per una divisione interna ma perché il Cristo con la sua azione pone fine al suo dominio sulla terra, come Egli stesso dichiara nell’evangelo secondo Giovanni: «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori» (12,31). Dal momento che il regno di satana si sta indebolendo, la causa bisogna trovarla in Gesù, che sta legando il satana e ne prende la preda più ambita, gli uomini.

 

27 Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa.

In questa casa, che è il mondo, il forte, il satana, tiene custoditi i suoi beni. Venendo Gesù nella sua casa, lega l’avversario e ne spoglia i beni, coloro che il diavolo teneva in suo potere (At. 10,38). Il Regno sta avanzando e distruggendo il potere del forte, come è scritto in Is. 49,24-25: Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno? Eppure dice il Signore: «Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari; io salverò i tuoi figli».

 

28 In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno

Con solenne affermazione il Signore dichiara che tutti i peccati e le bestemmie degli uomini sono perdonati. Gli uomini infatti possono peccare per ignoranza. Di fronte a questa paralisi così forte prodotta dal peccato nell'uomo, grande è la misericordia del Signore perché Egli sa che siamo un soffio che va e più non ritorna. Dice il Salmo 130,3-4: Se delle iniquità ti ricordi, Signore, Signore chi sta saldo? Ma presso di te è la remissione perché ti si tema. La Scrittura c'insegna che la remissione dei peccati genera il timore di Dio.

Il più forte è entrato nella casa del forte lo sta legando e depredando cfr. Sal 68,19: Sei salito in alto conducendo prigionieri, hai ricevuto uomini in tributo: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio. L’evangelo è la luce, che rischiara le tenebre. Quando uno è liberato dalla schiavitù e comprende, si pente amaramente di aver bestemmiato e disprezzato Dio. Anche l’apostolo dichiara: io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede (1Tm. 1,13).

 

29 ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».

Bestemmiare contro lo Spirito Santo è resistere alla testimonianza da Lui data in Gesù e a Lui. Lo Spirito dà testimonianza al nostro spirito che Gesù è il Figlio di Dio. Questa testimonianza discute e rimprovera in noi le resistenze, che noi opponiamo alla sua forza e agli argomenti che Egli evidenzia a coloro che cercano con sincerità la verità. Chi si oppone e nega l'evidenza, bestemmia contro lo Spirito perché senza ragione vuole collocare Gesù nella sfera del demoniaco. Bestemmia contro lo Spirito santo è l’opposizione cosciente alla sua testimonianza; è negare l’evidenza, che lo Spirito comunica all’intelletto dell’uomo.

 

30 Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

Questa è la ragione per cui Gesù dichiara peccato contro lo Spirito Santo la sentenza dei maestri di Gerusalemme. Questi hanno conosciuto che Gesù è il Cristo, ma hanno voluto negarlo. Essi non hanno voluto fare il passo successivo, esaminare con attenzione le divine Scritture riguardo alle parole e alle azioni di Gesù. Essi hanno tratto occasione dal modo velato di esprimersi del Signore e della sua azione di liberazione dal demonio per negarlo. Giunti al confine tra l’azione di Gesù e quella del demonio, hanno preferito nascondersi nelle tenebre demoniache per rifiutare Gesù e non dover accettare la sua azione. Contaminati dal satana, essi hanno voluto includere Gesù nel mondo demoniaco e quindi ipocritamente combatterlo come posseduto da uno spirito immondo.

In realtà il Satana opera e solo la parola evangelica ne mette in luce l’azione, che altrimenti rimane nascosta. Non solo, ma il Signore lo sta combattendo e spogliando del suo potere con la forza dello Spirito, che in Lui opera.

È necessario rafforzarsi nella lotta spirituale (cf. Ef. 6,10-13) ed acquistare sapienza spirituale per non dare pugni nell’aria (cf. 1Cor. 9,26). L’avversario è vinto dalla limpidezza dei nostri ragionamenti.

 

31 Giunsero sua madre(lett.: e viene la madre sua) e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.

E viene la madre sua non per rapire il figlio ma per ascoltarlo. Il verbo venire, attribuito a lei sola, qualifica la sua presenza in rapporto ai fratelli di Gesù. Ella viene con loro per attenuare il loro impeto nei confronti di Gesù e per aiutarli a comprendere il suo messaggio. I fratelli sono posti davanti alla scelta di entrare a far parte della nuova famiglia di Gesù o di fondarsi sul vincolo della parentela per imporgli una scelta conveniente all'onore del clan.

Si è così rovesciato il rapporto, come insegna l'apostolo: Da ora in poi, noi non conosciamo più alcuno secondo la carne; e se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora però non lo conosciamo più così (2Cor. 5,16). La madre sua sa bene che il rapporto con Lui non è fondato sulla carne e sul sangue ma nello Spirito, in virtù del quale ella lo ha verginalmente concepito.

Essi agiscono con autorità indiscussa: lo mandano a chiamare, stando fuori. Il fatto che non vogliono entrare rileva come i fratelli vogliono che sia Gesù a uscire dal luogo dove si trova per venire con loro. Essi si avvalgono pertanto del vincolo del sangue per farsi obbedire in questa loro decisione, che probabilmente era di portarlo a casa e di farlo ragionare.

 

32 Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».

Ora vediamo la scena all'interno della casa: vi è folla seduta attorno a Gesù e gli inviati da parte della sua famiglia gli annunciano la presenza dei suoi congiunti. Perché Mc. parla di folla? Probabilmente perché vuole accentuare le due qualifiche: da una parte i suoi familiari, che hanno la precedenza in tutto e quindi tutti si aspettano che Gesù si alzi, li abbandoni e vada da loro; invece il Maestro rovescia il rapporto: coloro che sono gente anonima e che può aspettare, sono proprio loro la sua famiglia, mentre i suoi familiari devono farsi suoi discepoli perché il loro rapporto fisico con Lui abbia valore.

 

33 Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34 Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!

Gesù compie due azioni intense: dapprima Egli pone la domanda per creare l'attesa in chi l'ascolta; quello che è evidente in natura non lo è più nell'ordine nuovo creato dall'Evangelo. Le risposte certe nell’ordine umano, diventano interrogativi nell’ordine evangelico. Se non si giunge a metter in discussione quello che appare logico nella sensibilità umana e ad accogliere le priorità indiscutibili della Parola di Dio non si può instaurare il vero rapporto con Gesù.

Poi Gesù volge lo sguardo tutt'intorno a indicare che quanti sono con Lui non sono folla anonima perché ciascuno è in rapporto con Lui e per il fatto che chi è attorno a Lui, seduto come fanno i discepoli con il loro maestro, gli appartiene e instaura con Lui un rapporto intenso che rivela la sua vera famiglia.

 

35 Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Quanti gli sono seduti attorno ad ascoltarlo e non gli creano opposizione come i farisei e i suoi familiari, essi sono la sua famiglia perché accolgono in sé la volontà di Dio per farla. Quanto Dio vuole, si rivela in Gesù, il Figlio suo, ed è accolto da quanti si fanno suoi discepoli. Nell’accogliere il suo Evangelo e nell’obbedirgli sta il vincolo strettissimo con Gesù al punto da esser dichiarati suoi familiari.

don Giuseppe Bellia

 

 

… Voi vedete come in una società secolarizzata il mito non è finito. Si crede che sia così. Si può ridere dei miti antichi ma quelle ideologie ci hanno avvezzato a ritenere che le cose dipendono non dall’uomo ma dalle strutture, non dall’uomo ma dall’economia, non dall’uomo ma dalle istituzioni.

Si tratta pur sempre di rimandare ad altri principi la responsabilità del comportamento. Certo sono principi presenti nella nostra vita, però mai fino al punto da sopprimere la nostra responsabilità.

Nella nostra cultura di impronta scientifica la coscienza spesso appare un  puro prodotto, come la saliva è prodotta dalle ghiandole salivari, non un principio. Siamo ancora nel mito antico. È un mito antico che si veste di panni razionali. Oppure ci sono coscienze religiose che per non assumersi la responsabilità danno la colpa al diavolo, a Satana.

Ritornano i culti di Satana, la fede – dirò così – nel diavolo che è sempre una fede deresponsabilizzante.

Non ci sono diavoli in giro, c’è la nostra responsabilità e dobbiamo prendercela in pieno. Questo è l’annuncio del Vangelo.

Nel paradiso terrestre abbiamo lo scambio di responsabilità. Dice Adamo: «È stata la donna». Dice la donna: «È stato il serpente». È sempre un modo di rimandare la colpa ad altri, non importa a chi.

 Io penso che il senso ultimo del Vangelo sia una suprema concentrazione di responsabilità che però non si portano facilmente. Chi le assume in sé è un pazzo, è, come Gesù, «fuori di sé».

Cosa puoi fare tu contro la guerra? Perché gridi? Perché condanni?

Abbiamo vissuto questa ultima guerra sotto il segno della necessità.

Abbiamo sentito uomini di alta coscienza morale che hanno detto: Era necessaria. Ma perché necessaria? È il mito!

La necessità è un mito, e non importa se vestito di panni attuali, perché attribuisce il corso delle cose a principi esterni alla responsabilità dell’uomo.

Questo è il dramma nostro.

 Capisco che il corso delle cose ha una sua andatura massiccia che ci sovrasta come un’onda di mare sovrasta un naufrago. È vero. Però se l’uomo – come disse un grande pensatore – è una canna fragile, si può spezzare, è una canna che pensa e sa di essere spezzata. Dalle sue scelte può dipendere che sia spezzata o no e preferire di essere spezzata pur di non cedere al proprio imperativo.

Questo rigore morale trova un adempimento pieno in Gesù perché Egli, fedele alla volontà del Padre, è andato verso la morte.

La morte di Gesù non può essere concepita che come una esplicazione delle istanze totalizzanti della coscienza morale obbediente a Dio. Tutto questo  ci libera, se lo collochiamo nel nostro tempo, intanto dalle superstizioni religiose.

Voglio dire, scusate, che senso ha andare a vedere la Madonna di qui, la Madonna di là? Ogni donna è la Madonna ed ogni uomo è madre di Gesù. Lo ha detto Lui: «Ecco mia madre».

Il pericolo religioso è di trasferire  a potenze soprannaturali responsabilità che sono nostre.

Queste parole di Gesù sono parole demonizzanti al massimo, vorrei dire secolarizzanti, nel senso che impediscono di riferirci a casualità esterne a quelle che sono nel consorzio umano.

Ogni uomo, ogni donna, ogni essere creato è Dio per me. È una certezza importante.

Non si tratta di panteismo, né di negazione di Dio; si tratta di collocare la presenza di Dio là dove essa si colloca realmente, non nei templi sacri ma nell’uomo vivo. Questo è il concetto centrale del Vangelo.

 Per questo Gesù era un  indemoniato: perché, allora, che ci stavano a fare gli Scribi?e che ci stava a fare il tempio? E il Sinedrio che ci stava a fare? E il Pretorio della potenza romana che ci stava a fare?

Voi capite che questo principio toglie ogni valore imperativo, assoluto a tutte le istituzioni. Il nostro compito è sempre questo. Uno può dire: «Ma quando finirà questo dramma?». Paolo dice: «Il nostro uomo esteriore si va disfacendo», perché il nostro uomo esteriore è dentro la necessità – del mondo fisico – però c’è quello interiore che si rinnova in  quanto il suo principio è costitutivo di un ordine.

Non è una fiamma labile che si accende e si spegne nell’oceano della necessità, questo principio è costruttivo di un ordine, di un mondo. È come il bambino che si costruisce nel seno della madre, tende a nascere. Questa fecondità ontologica dell’obbedienza alla coscienza illuminata dalla parola di Dio è detta con potenza da Paolo in questo brano: «Chi crede queste cose sfida i confini della morte».

Non fa dell’orizzonte biologico – che è il suo – il suo orizzonte morale perché l’orizzonte morale trascende tutte le generazioni non con l’arco delle illusioni ma con una immanenza creativa per cui le cose si modificheranno.

Noi andiamo verso questo mondo.

 Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili ma su quelle invisibili, non nel senso platonico, come se fossero in un iperuranio, in un mondo altro da questo; invisibili perché sono future.

 Così facendo l’ordine morale diventa ordine ontologico, cioè appartiene all’ordine dell’essere.

Questa fede è una fede morale partecipata anche da tanti che non possono dire con linguaggio esplicito quello che io ho detto riferendomi a Gesù di Nazareth.

Non importa, perché tutti quelli che fanno la volontà di Dio, anche se non sanno che è la volontà di Dio, sono fratelli, sorelle e madri di Gesù.

Ci sono tanti che fanno la volontà di Dio, cioè assecondano l’imperativo morale. Dovrò incolparli per il fatto che non sanno che è la volontà di Dio?

 Anzi, a volte non c’è anche una maggior grandezza  nel fatto che uno osserva il bene senza dare motivi teologici a questa sua osservanza?

Dio è dentro gli atti, non è un giudice che su uno scranno guarda come ci comportiamo e poi ci manda all’inferno o in paradiso.

Dio è dentro i nostri atti e chi fa la volontà del Padre è con Lui.

Allora il mio sguardo si allarga a tutti coloro – e sono innumerevoli – che nel mondo fanno la volontà di Dio.

Non so come lo chiamano. Forse non lo chiamano affatto. Non me ne importa. Costoro stanno costruendo il regno di Dio e su di loro scende la parola misteriosa di Gesù, fratello nostro: «Ecco mia madre e i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

padre Ernesto Balducci

“Gli ultimi tempi” vol 2°

 

 

La nuova famiglia di Gesù

Riprendiamo la lettura quasi cursiva del vangelo secondo Marco in questo tempo per annum e cerchiamo di essere molto attenti alla specificità del messaggio di questo vangelo.

Gesù è ormai riconosciuto come maestro affidabile, da alcuni come un profeta che continua la missione di Giovanni il Battista. Ma Gesù non abita nel deserto, non vive in solitudine e attorno a sé ha radunato una comunità di discepoli e discepole, tra i quali ne emergono dodici per la vita vissuta insieme a lui e per la partecipazione all’annuncio della venuta del regno di Dio. La parola autorevole di Gesù e la sua attività di cura e guarigione dei malati attivano molta gente, che vuole ascoltarlo e vederlo. Questo successo della sua predicazione talvolta impedisce di fatto a lui e alla sua comunità anche solo di saziarsi con un po’ di pane: non c’è tempo…

Quando Gesù è in casa a Cafarnao, la gente, sapendo dove si trova, viene a cercarlo e così questa fama desta preoccupazione nella famiglia di provenienza di Gesù e anche nella sua comunità religiosa. Marco osa ancora attestare questa diffidenza ostile a Gesù da parte dei “suoi”, i familiari che, venuti dal loro villaggio, cercano di mettere le mani su di lui, di prenderlo e portarlo via, giudicandolo “fuori di sé”, esaltato, impazzito. Gesù aveva operato scelte di vita che ai suoi familiari potevano sembrare stoltezza e follia. Aveva infatti abbandonato la famiglia, si era dato a una vita itinerante, viveva la condizione del celibe, del non coniugato, infamante per la cultura del tempo, e con il suo successo si era inimicato le stesse autorità religiose.

Giudicato “eversivo”, andava dunque fermato. Ma non era stato questo il destino dei profeti? Con il suo modo di vivere e di parlare, infatti, il profeta disturba, perciò si preferisce farlo tacere, giudicandolo pazzo, delirante, fino a pensare di eliminarlo fisicamente (cf. Os 9,7). Ma all’ostilità dei familiari si aggiunge quella delle legittime autorità giudaiche. Gli scribi, discesi da Gerusalemme in Galilea, sono preoccupati dell’ascolto di Gesù da parte delle folle. Se per i suoi familiari Gesù è pazzo, gli esperti delle sante Scritture lo ritengono posseduto da Beelzebul, il capo dei demoni, che – costoro affermano – opera in lui fino a scacciare dalle persone i demoni inferiori. Si faccia attenzione: costoro non negano che Gesù compia un’opera di liberazione, di guarigione delle persone che egli incontra e cura. Pensano che Gesù scacci i demoni che tengono in schiavitù uomini e donne, ma lo faccia da indemoniato: in lui agisce il capo dei demoni, Beelzebul (alla lettera: il signore dello sterco)! Questa l’insinuazione e il giudizio di quelli che contano, delle autorità della comunità religiosa cui Gesù appartiene.

Gesù però li chiama a sé, li smaschera e si rivolge a loro con linguaggio parabolico, mediante una domanda seguita da alcune affermazioni: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito”. Il concetto espresso da Gesù è chiaro: se fosse vero ciò che dicono gli scribi, se Satana, attraverso le sue azioni, insorgesse contro se stesso, ciò significherebbe che il suo potere sta andando in rovina, che non è più vincitore ma vinto. Per questo Gesù aggiunge, in modo decisamente convincente e non contestabile: “Nessuno può penetrare nella casa di un uomo forte e saccheggiarla, se prima non lo ha reso inoffensivo legandolo. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Dunque Gesù può scacciare Satana perché lo ha legato, perché ha reso impotente colui che è forte, fin dalla sua immersione nel Giordano (cf. Mc 1,9-11) e dalla sua lotta contro Satana nel deserto (cf. Mc 1,12-13). Gesù d’altronde era stato annunciato da Giovanni il Battista come “il più forte” (Mc 1,7), colui che, munito della forza di Dio, ha “autorità” (exousía: Mc 1,22) e può comandare ai demoni che gli obbediscono (cf. Mc 1,27).

Ma la risposta di Gesù diventa anche un avvertimento grave e minaccioso, introdotto da un solenne “Amen”: “Amen, in verità vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie, per quante ne abbiano dette; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo non avrà mai perdono, sarà colpevole di una colpa definitiva”. Parole dure, che devono però essere accolte senza indulgere a fantasie o immaginazioni circa questo peccato contro lo Spirito santo. In realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù! E questo – lo si ricordi – è un peccato spesso consumato dalle persone religiose, ancora oggi nella chiesa!

A complemento del giudizio negativo su Gesù da parte dei suoi e degli scribi, Marco racconta anche che la madre e i fratelli di Gesù giungono presso la casa dove egli dimora e, stando fuori, mandano a chiamarlo. Si tratta dei suoi familiari, di quanti erano usciti per portarlo via giudicandolo pazzo, oppure Marco si riferisce a un altro episodio in cui è soprattutto messa in rilievo la madre di Gesù? In ogni caso, l’evangelista sembra sottolineare che proprio i familiari che avevano dichiarato Gesù fuori di sé (exéste) in realtà restano fuori (éxo), fuori dallo spazio di Gesù. Egli viene avvertito: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Vogliono incontrarlo ma restano fuori dal suo spazio. Gesù, da parte sua, non si muove verso di loro, resta al suo posto, tra i suoi discepoli, in mezzo alla comunità riunita in cerchio attorno a lui, e volgendo lo sguardo su questo gruppo dice con forza: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

In tal modo egli dichiara di conoscere e vivere i legami di una nuova famiglia, la comunità dei discepoli, legami che non nascono dalla carne o dal sangue, cioè dalla storia familiare, ma dal fare la volontà di Dio. La prossimità a Gesù non è decisa dal vincolo parentale ma si basa sull’ascolto della parola di Dio, sul realizzare la sua volontà, sul vivere la fraternità nel vincolo dell’amore quale figli e figlie di un unico Padre: Dio. Dopo questa dichiarazione di Gesù dobbiamo dunque chiederci: chi è veramente fuori e chi è dentro lo spazio di relazione e comunione con lui?

Certo, questa pagina evangelica appare dura e noi ci chiediamo anche come la madre di Gesù, Maria, abbia vissuto questo incontro mancato. Possiamo rispondere che lo abbia vissuto nella fede perché queste parole di Gesù, apparentemente dure, in realtà attestano la sua grandezza: Maria ha compiuto pienamente la volontà di Dio, per questo è stata per Gesù madre, degna di essere madre nella sua carne.

La lettura di questo brano avverte in ogni caso i discepoli e le discepole di Gesù in ogni tempo: anche loro conosceranno diffidenza e inimicizia da parte della famiglia di provenienza, conosceranno l’opposizione da parte delle autorità religiose, dovranno sempre interrogarsi sulla loro prossimità a Gesù, sperimentabile solo nel compiere la volontà di Dio, nel realizzare la sua parola e nell’accogliere l’aiuto preveniente e gratuito della sua misericordia.

Enzo Bianchi

 

 

Che cos’è più sano?

La cultura moderna esalta il valore della salute fisica e mentale, e dedica ogni sorta di sforzi per prevenire e combattere le malattie. Ma, nello stesso tempo, stiamo costruendo tra tutti una società dove non è facile vivere in modo sano.

La vita non è mai stata tanto minacciata dallo squilibrio ecologico, dalla contaminazione, dallo stress e dalla depressione. Per altro verso, veniamo fomentando uno stile di vita in cui la mancanza di senso, la carenza di valori, un certo tipo di consumismo, la trivializzazione del sesso, la non comunicazione e tante altre frustrazioni impediscono alle persone di crescere in maniera sana.

Già S. Freud, nella sua opera Il malessere nella cultura, considerò la possibilità che una società sia malata nel suo insieme e possa soffrire nevrosi collettive delle quali  forse pochi individui sono coscienti. Può anche accadere che dentro una società malata si considerino proprio malati quelli che sono più sani.

Qualcosa del genere accade con Gesù, del quale i suoi familiari pensano che «è fuori di senno», mentre i letterati venuti da Gerusalemme pensano che «ha un demonio».

In ogni caso, dobbiamo affermare che una società è sana nella misura in cui favorisce lo sviluppo sano delle persone. Quando, al contrario, le conduce al loro svuotamento interiore, alla frammentazione, alla cosificazione o alla dissoluzione come esseri umani, dobbiamo dire che questa società è, almeno in  parte, patogena.

Per questo dobbiamo essere sufficientemente lucidi per domandarci se non  stiamo cadendo in nevrosi collettive e condotte poco sane senza quasi esserne coscienti.

Che cosa è più sano lasciarci trascinare da una vita di confort, comodità ed eccesso che fa cadere in letargo lo spirito e abbassa la creatività delle persone o vivere in modo sobrio e moderato, senza cadere  nella «patologia dell’abbondanza»?

Che cosa è più sano continuare a funzionare come «oggetti» che girano per la vita senza senso, riducendola a un «sistema di desideri e soddisfazioni», o costruire l’esistenza giorno per giorno dandole un senso ultimo a partire dalla fede? Non dimentichiamo che Carl G. Jung osò considerare la nevrosi come «la sofferenza dell’anima che non ha trovato il suo senso».

Che cosa è più sano riempire la vita di cose, prodotti di moda, vestiti, bibite, riviste e televisione o curare le necessità piu profonde e care dell’essere umano riguardo alla coppia, nel focolare e nella convivenza sociale?

Che cosa è più sano reprimere la dimensione religiosa svuotando di trascendenza la nostra vita o vivere a partire da un atteggiamento di fiducia in quel Dio «amico della vita» che vuole solo e cerca la pienezza dell’essere umano?

José Antonio Pagola

traduzione: Mercedes Cerezo

 

 

È, questa, una pagina del Vangelo molto dura. Un “Vangelo duro”, ma, in fondo, necessario, perché mette in primo piano la necessità di annunciare, con le parole e con le opere, quanto Dio ci ama, e incoraggiare tutti a compiere la sua volontà. Innanzitutto il Regno, poi viene il resto, compresi gli affetti più cari. Il Signore non viene a farci rinnegare quanto di buono proviamo verso gli altri; viene a inserire i nostri affetti nella sua grande “scuola”, per aiutarci ad amare gli altri “fino alla fine”, completamente e autenticamente, come lui. Maria, insieme ai famigliari di Gesù, era preoccupata e meravigliata per quello che Gesù compiva in mezzo alle folle, forse non capiva, come era già accaduto in occasione dello smarrimento di Gesù, adolescente, nel tempio. La sua grandezza sta proprio nell’accogliere tutto quanto accade al Figlio e divenire, essa stessa, discepola di Gesù. Suo figlio non era né come tutti gli altri figli, né come lei se lo aspettava. Probabilmente anche lei ha faticato a capire la “novità” introdotta da Gesù. Spesso i figli non rispondono alle attese e ai progetti degli adulti e degli altri educatori: occorre la capacità di lasciare che ciascuno cerchi e imbocchi la strada della sua vocazione. Da questo brano evangelico comprendiamo che Dio è novità, anche se il nuovo ci fa sempre paura, perché ci pone nell’incertezza e nell’incognita. Il vecchio noi lo conosciamo, sappiamo come si articola o come finisce, però in esso non c’è evoluzione; il nuovo, invece, è imprevedibile e sorprende. Ma Dio ama proprio sorprendere. Papa Francesco ce lo ricorda sempre. Non dobbiamo avere paura delle novità che vengono dal cuore di Cristo. Per questo ci vuole davvero un grande coraggio: il coraggio che solo un cuore pieno di amore e di fede per Cristo sa avere e trasmettere agli altri.

Signore Gesù, ci sono tante cose che ora non comprendo, ma ho piena

fiducia in te. Mi affido alla verità della tua Parola che trasforma e rinnova

ogni cosa. Invoco il tuo Santo Spirito affinché mi illumini e mi

sospinga a compiere sempre la tua volontà.

 

 

La nostra vita è dono di Dio. Il suo amore per noi non ha limiti.

La sua provvidenza ci investe giorno per giorno. «Chi compie la volontà di Dio»

è il vero discepolo di Gesù, che egli non esita a chiamare con i nomi di

“fratello”, “sorella” e “madre”.

Gesù ha lo spirito santo e libera l’uomo da satana

Nel Vangelo oggi Gesù si esprime “con parabole” di fronte alla calunnia degli scribi, così davanti ai discepoli che lo credono «fuori di sé». Ma sullo Spirito Santo non transige. Gesù sa che gli uomini avranno bisogno di farsi illuminare dal Paraclito se vorranno accogliere la verità e riconoscere lui stesso come Salvatore. Lo Spirito Santo ci offre il dono del discernimento per compiere scelte secondo la volontà di Dio che tutto guida per la nostra salvezza. Lo Spirito di Dio è il buon consigliere quando siamo tentati di continuare il gioco dell’antico avversario che si compiace di mettere l’uno contro l’altro e l’uomo contro Dio (I Lettura).
San Paolo (II Lettura) ci invita a togliere dal nostro cuore lo scoraggiamento e ad ampliare il nostro orizzonte in vista del bene che ci consegnerà una «quantità smisurata di eterna gloria». Chi ci sostiene? Vano è lo sforzo senza lo Spirito Santo. Egli ci «insegni a rimanere quieti anche in mezzo a queste rocce» (Thomas S. Eliot) e ad attendere l’aurora con la gratitudine nel cuore.

Fr. Gianfranco Tinello, OFMCap

 

 

 

mons. Vincenzo Paglia

 

 

La pagina del Vangelo è un po’ difficile da accettare; riporta due opinioni impegnative su Gesù: «è un pazzo» – «è un indemoniato».

Eppure la liturgia ci propone questa pagina nel bel mezzo del suo annunzio quasi per provocare certi nostri atteggiamenti ipocriti, quasi per farci prendere coscienza che tra i «suoi» che esprimono quelle opinioni così pesanti possiamo esserci anche noi. Sì, perché ci sono tanti modi per dichiarare pazza una persona o far ritenerla indemoniata. Il pazzo va ridimensionato, va neutralizzato.

Ma è proprio sicuro che con Gesù e con la sua Parola non ci comportiamo così anche noi?

Quando facciamo di tutto per addolcire la radicalità della Parola di Dio per continuare a starcene tranquilli con le nostre opinioni e prese di posizione, allora noi consideriamo la Parola di Gesù come la Parola di un pazzo, che non va preso sul serio.

Questa lotta continua tra Cristo che vuole frasi strada in noi e la nostra resistenza a lui è una storia vecchia: (vedi la prima lettura). Il Signore tende però, per il nostro bene, a farci venire fuori, a dire da che parte siamo. Ed a volte le nostre risposte sono piuttosto ridicole, come quella di Adamo: scarichiamo la colpa sugli altri, ci accontentiamo di fare analisi su analisi, …….ma alla fine facciamo fatica a farci illuminare dal Signore e dalla sua Parola.
Quali reazioni accompagnano gli interventi di Gesù? Il Figlio di Dio passa per un demonio, i suoi gesti di amore vengono scambiati per un potere occulto e nemico dell’uomo.

Gesù non si lascia scoraggiare e ripropone le condizioni autentiche per essere suoi familiari con parole che suonano dissacranti se non proprio blasfeme.
Così Gesù non cancella la famiglia, ma le dà un senso più universale.

monsignor Nunzio Galantino