Contro lo Spirito e contro noi stessi

Il rimedio definitivo al peccato di Adamo di cui noi tutti siamo interessanti in quanto uomini, descritto nella Prima Lettura dal libro della Genesi, ci viene dato da Gesù. Paolo infatti spiega: “Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita.

Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,17-19). E nel cap. 15 della Prima Lettera ai Corinzi, l'apostolo propone il raffronto fra “l'uomo di terra” che è il vecchio Adamo e l'uomo spirituale Gesù Cristo, che con Adamo si pone in antitesi. In definitiva Cristo, con la sua sottomissione al Padre dimessa e indiscussa, si rende obbediente fino al culmine rappresentato dalla morte di croce che reca a tutti salvezza, nella misura in cui le aberrazioni di Adamo avevano condotto tutti alla condanna e alla rovina. E' lui che sconfigge definitivamente il peccato di cui l'uomo è sempre stato vittima, risollevandoci e rigenerandoci a vita nuova nello Spirito Santo. Questo lo si riscontra soprattutto nel Sacramento del Battesimo, nel cui lavacro Cristo stesso liberandoci dal peccato originale ci innesta nel suo Corpo e ci rende Figli di Dio. Il battesimo si lega al predetto sacrificio della croce di Gesù, poiché dal corpo trafitto sul legno scaturì “acqua e sangue”, simboli per l'appunto del Battesimo e dell'Eucarestia. Dalla sottomissione della croce Cristo Nuovo Adamo ci ha giustificati e redenti. Sempre in forza dello Spirito Santo, Gesù Cristo nel Sacramento della Riconciliazione ci libera dal “peccato attuale”, quello comunemente commesso nella vita di tutti i giorni recuperandoci allo stato della grazia. “Non abbiate paura” esclama Gesù, “Io ho vinto il mondo”(Gv 16, 33) e per ciò stesso anche tutto ciò che al mondo appartiene, cioè il peccato e le funeste conseguenze che esso comporta.

Che Gesù ci abbia riscattati pagando il nostro prezzo con il suo sangue è quindi fuori discussione, ma il brano evangelico odierno descrive questi concetti con un truismo assolutamente evidente: Gesù esercita il dominio e la preponderanza sul vero fautore del peccato e del male nel mondo. Caccia i demoni con un'autorità inoppugnabile che non ammette smentite da parte di nessuno. Tutti coloro che gli stanno attorno hanno davanti l'evidenza dei fatti e la puntualità con cui questi vengono posti in essere. Gesù non ha neppure il tempo di provvedere alla proprio sostentamento neurovegetativo, tanta è la gente che in quella casa sta assistendo volentieri e tante sono le persone che probabilmente vengono da lui esorcizzate. Come poter allora avanzare insinuazioni ridicole quali “E' posseduto da Belzebù e caccia i demoni in suo nome?” Certamente è vero che “diavolo” etimologicamente significa “divido, separo” (dia - ballo) e che il principe delle tenebre è fautore di discordia e di divisione, tuttavia nessun demonio caccerebbe mai se stesso quando si tratti di entrare in possesso di un essere umano e in ogni caso non può mai Satana scacciare Satana. Il diavolo tiene troppo al suo nefasto regno e non è così ingenuo da rinunciarvi operando divisioni in se stesso. Piuttosto, le allusioni di chi vuole attribuire al maligno ciò che appartiene a Dio, quelle si, sono demoniache. Che confonde l'opera di Dio con quella del diavolo, a dispetto dell'evidenza che ha di fronte, vuole negarsi alla volontà salvifica divina, rifiutare la misericordia con cui Dio in Cristo raggiunge l'uomo debellando il suo peccato e liberandolo fino in fondo. In altre parole, rifiuta categoricamente e senza riserve la salvezza che lo Spirito Santo ha infuso. Ecco perché il peccato contro lo Spirito Santo non potrà mai ottenere il perdono: non perché Dio prenda le distanze dall'uomo peccatore, ma perché questi recalcitra di fronte alla misericordia stessa, si mostra refrattario, freddo e distaccato nonostante le prove lapalissiane della gratuità divina. La catechesi ci insegna che esistono sei peccati “contro lo Spirito Santo”: Disperare della salvezza, presumere di salvarsi senza merito, impugnare la verità conosciuta, invidiare la grazia altrui, ostinarsi nel peccato, impenitenza finale. Ciascuno di essi comporta il rifiuto dalla grazia e degli aiuti divini di cui lo stesso Spirito è latore. Potremmo dire che i Giudei astanti di Gesù cadano nel terzo di questi abominevoli peccati poiché si oppongono alla verità del Figlio di Dio Gesù Cristo che ha potere sul male e sulla morte, pur avendone la dimostrazione chiara e lampante. Come si può evitare di cadere in un baratro se nonostante tutti i divieti e i segnali di pericolo il baratro lo si cerca apposta? Come ci si può salvare se nonostante l'evidenza dell'amore di Dio si rifiuta la salvezza? Soprattutto poi quando l'opera del Signore viene ascritta fra le azioni demoniache.

Anche al giorno d'oggi c'è chi si oppone categoricamente a Gesù, anche combattendo con tutti i mezzi la fede e qualsiasi riferimento al sacro, a volte trovando tutti i pretesti per biasimare ciò che ad ogni costo si vuole biasimare e negandosi ad ogni smentita evidente. Nonostante prove tangibili e incontrovertibili dell'amore di Dio, palesate attraverso eventi e persone, c'è chi cerca con tutti i pretesti di propagandare anticlericalismo, avversione, riluttanza ai valori e alla religione, contrapponendo l'edonismo e il relativismo alla sana dottrina etica e religiosa e per ciò stesso respingendo volutamente lo stesso amore divino. C'è chi volutamente si ostina a non credere nonostante prove tangibili e ad esecrare nonostante la verità dei fatti, avanzando ogni pretesto per restare fermo nelle proprie preclusioni. Come pure c'è chi si vanta della propria perseveranza nel peccato coltivando questo quale atto di sfida o di sberleffo nei confronti della Chiesa e della classe clericale. Chi non vuole avere resipiscenze nonostante conosca la propria colpevolezza. Peccare contro lo Spirito è proprio della nostra società secolarizzata e impertinente, ma anche prescindendo dalle nostre convinzioni, chi tende a misconoscere amore e verità inevitabilmente cadrà prima o poi vittima del proprio errore e resterà ferito dalla stessa spada con la quale ha voluto colpire. Presunzione e orgoglio non possono averla vinta sulla verità. Non è fuori luogo l'invito finale di Gesù a consolidarci nella comunione e nella solidarietà qualche risposta a tutti i programmi di ostilità, poiché qualsiasi comunione cristiana è innanzitutto intimità con lo stesso Cristo che si irradia tutt'intorno e non può non passare inosservata.

padre Gian Franco Scarpitta

 

https://www.youtube.com/watch?time_continue=7&v=jTK7XNY2s9Q

 

Folle d’amore

Gesù raduna un sacco di gente accanto a sé.

Parla di Dio in maniera straordinaria, ascolta tutti, rende tutto semplice e possibile.

Alcuni sostengono di essere stati guariti dalle sue parole. Altri dal suo abbraccio.

È divorato dalla folla. Ascolta tutti. Salta i pasti. Non chiede denari. Non ambisce a posizioni di privilegio. Qualcosa non torna, decisamente.

Quando mai si è visto qualcuno che opera in quel modo? Senza averne un tornaconto? E nel mondo religioso?

Anche se la Galilea, terra meticcia, è lontana e molti Giudei preferirebbero abbandonarla al proprio destino paganeggiante, da Gerusalemme alcuni scribi sono inviati per analizzare la situazione e redigere un rapporto. Il ricostituendo tempio e la rinata classe sacerdotale si arrogano il diritto di rilasciare patentini.

Anche oggi, purtroppo, qualcuno nella Chiesa preferisce fare il carabiniere e controllare i documenti piuttosto di gioire per la fantasia dello Spirito.

Ai controllori basta un’occhiata.

Non fanno domande, non chiedono, non parlano nemmeno all’indagato.

Giudicano e basta.

Certamente Gesù è un ossesso. Un indemoniato.

Certo: uno che parla di Dio e guarisce gratis dev’essere fuori di testa.

Bravi.

Argomentazioni

Gesù scaccia i demoni perché egli stesso un demonio.

Carina come analisi.

E Gesù, immenso, invece di mandarli a quel paese, cerca di argomentare, di ragionare, di farli rinsavire. Ma che idiota sarebbe Satana che caccia Satana? Che interesse avrebbe il demonio a combattere se stesso? Se Satana fugge è perché arriva qualcuno più forte di lui, superiore alle tenebre. Satana fugge perché irrompe Dio nella vita caliginosa della persona ammalata.

Giusto, semplice ed ovvio.

Ma l’ovvietà raramente trascende il pregiudizio ostinato, specie quello di coloro che si sentono inviati da Dio.

Allora Gesù affonda: non riconoscere nelle sue azioni l’opera di Dio, non cogliervi l’agire del Signore è una bestemmia imperdonabile.

Se davvero siete sulle tracce di Dio preparatevi a non essere capiti dai vostri famigliari, ad essere resi per bizzarri perché lo Spirito vi ha acceso di passione. E, anche se fa tristezza, a non essere seriamente accolti proprio da coloro che magari lavorano nella Chiesa da tanto tempo.

Ma non abbiate paura: l’uomo forte, il Signore Gesù, invocato e pregato, seguito e amato, accolto e ascoltato, caccia ogni tenebra, ogni demone, ogni giudizio.

E pazienza se qualcuno ci prende per matti.

Siamo discepoli di Gesù che, per primo, è stato preso per matto.

Da Nazareth

La fama di Gesù subisce un pesante contraccolpo, ovviamente.

Se da Gerusalemme i capi hanno decretato che non solo Gesù non è autorizzato a fare ciò che fa ma che, anzi, è figlio del demonio, molta gente si allontana.

Potere del potere che semplifica e si impone con autoritarismo, che impedisce alle persone di ragionare, che si sostituisce nel giudizio.

Sarà Gesù stesso ad insegnarci ad essere figli, liberi, capaci di capire. A darci dignità senza delegare ad altri le scelte, senza appaltare ad altri la nostra coscienza.

Fra le montagne arriva la notizia della “scomunica”.

È imbarazzante per la famiglia di Gesù che si precipita sul lago per portarlo via.

Gesù è diventato la vergogna della famiglia. Non scherziamo, va riportato a casa dopo la delirante parentesi mistica.

E, per avere più forza, il clan porta anche Maria.

Ma Gesù nemmeno li riceve e manda a dire loro che ora ha una famiglia: i discepoli e le discepole che vivono con lui il Regno di Dio.

Ecco, Gesù ha scelto. E anche Maria.

Lo ha concepito e cresciuto. Ora diventa discepola, abbandonando la logica del clan.

Se seguite il Nazareno, preparatevi a compiere scelte coraggiose, che superano la visione familista che portiamo nel cuore. Gesù è più di ogni affetto, di ogni famiglia, di ogni ruolo che dobbiamo interpretare.

Dove sei?

Gesù ci parla di Dio come nessuno prima di lui.

Un Dio che si è raccontato sin dai primordi, se abbiamo il coraggio e l’onestà di approfondire la Scrittura.

Un Dio che passeggia sul fare della sera cercando l’umano e la sua donna e, non trovandolo, lo chiama.

Dove sei?

Dove siamo? Dove sono in questo momento della vita? Dove sto andando?

San Paolo, nella seconda lettura, ci suggerisce un percorso: fissare lo sguardo sulle cose invisibili, ascoltare ed accogliere i moti dell’anima che ci portano alla verità tutta intera.

No, Gesù non è matto. O forse lo è, ancora oggi, per la logica del mondo.

Ma per noi che siamo stati toccati dal suo mantello, è più saggio di tutti i saggi.

 E se anche passiamo per matti perché amiamo, bene così.

Dove siamo?

Dietro un folle d’amore.

Paolo Curtaz

 

https://www.youtube.com/watch?v=LDgu4v9M-x0

 

don Marco Pedron

 

 

Wilma Chasseur

 

https://www.youtube.com/watch?v=7xDVnKj8qjc

 

don Roberto Rossi

 

https://www.youtube.com/watch?v=D8yvt5p2Pwg

 

mons. Ilvo Corniglia

 

https://www.youtube.com/watch?v=YEh6NMG7qpA

 

Io sono qui

Dopo aver celebrato il Tempo Pasquale e averne prolungato la gioia attraverso la celebrazione delle solennità del Signore, che ci hanno aiutato a entrare nel mistero stesso di Dio, il cui amore trinitario si fa cibo e bevanda di vita per chi crede in lui e misericordia per chi lo accoglie nella propria vita, le nostre domeniche tornano a rivestirsi del colore verde della speranza; una dimensione che ci deve accompagnare, e di fatto ci accompagnerà, nell'ordinarietà del nostro cammino di fede, celebrato la domenica in comunità e vissuto concretamente nel nostro lavoro di ogni giorno, nelle nostre passioni, nei nostri progetti e - perché no? - anche nelle nostre meschinità e miserie, e nella fatica di incontrare Dio e di vedere i segni della sua presenza nella nostra vita.

Durante celebrazioni particolari e solenni come quelle che abbiamo menzionato, oppure come le molte celebrazioni dei Sacramenti dell'iniziazione cristiana che si susseguono in questo periodo dell'anno nella stragrande maggioranza delle nostre comunità, la possibilità di sentire il Signore presente, di incontrarlo e di vederlo vicino a noi, si fa senz'altro più concreta, ci si sente anche più predisposti a vedere Gesù presente nella comunità che celebra, nelle processioni che essa compie, nell'onore dato al Santissimo Sacramento, nel sorriso dei bambini felici dopo aver ricevuto la prima comunione, o nell'entusiasmo dei neo cresimati.

Poi, però, l'ordinarietà, che a volte confondiamo erroneamente con piattezza, poco fervore, addirittura con mancanza di fede nella Chiesa, solo perché i riti sono un po' meno solenni, ci trascina in un senso di noia, a volte nostalgica, a volte fine a se stessa, e che alla fine sfocia in domande e interrogativi, uno dei quali è presente anche nella Liturgia di oggi: “Dove sei?”.

Ce lo chiediamo spesso, Signore, dove sei. Dove sei, se fino a un mesetto eri nel sorriso agitato e meraviglioso dei nostri bambini della Prima Comunione, e ora non ti sentiamo più? Dove sei, se poche settimane fa ti abbiamo lanciato in cielo palloncini di festa per il dono dello Spirito ai nostri ragazzi, in una chiesa gremita che ora fatica a distinguersi da un giardino deserto e desolato? Dove sei, se fermandoci a guardarti presente nell'Eucarestia durante le Giornate Eucaristiche, ci hai fatto sentire una pace e un calore interiore che oggi si sono totalmente raffreddati? Dove sei, se poco più di dieci giorni fa, intorno alla casa di tua Madre, ci siamo riuniti in tanti a concludere il mese a lei dedicato? Dove sei, adesso che passate le feste, sentiamo un senso di noia e di stanchezza e a tutto pensiamo (vacanze, sole, estate, mare) meno che a te? Dove sei, se le notizie che leggiamo sui giornali di ogni giorno o le immagini che vediamo in televisione, di tutto ci parlano meno che di gioia e di vita, come tu ci hai fatto credere di essere per noi?

Sembra proprio che le forze del male, nella vita di ogni giorno, abbiano il sopravvento su di noi: lo dicevano di te, l'abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi, vuoi che non lo dicano di noi? Anche i tuoi parenti, preoccupati per ciò che dicevano di te, vengono a dirti il loro “Dove sei?”, ti vengono a cercare, addirittura ti vogliono portare via perché credono che tu non ci sia più con la testa. Oppure vogliono farti prigioniero, come vogliamo catturarti anche noi, nel momento in cui ti troviamo, perché almeno così resti con noi e non ci metti più in crisi.

Già, perché anche tu non stai zitto con noi, e quella stessa domanda la rivolgi a ognuno di noi, da sempre, da che mondo è mondo, da che l'Eden non è più Eden: “Uomo, donna, dove sei?”. Quel “dove sei” rivolto da Adamo a Dio vale quanto tutti i “dove sei” che noi rivolgiamo a Dio, quando gli rinfacciamo di non esserci più, o di sparire dalla nostra vita, o di giocare a nascondino con noi. Perché in fondo, Dio non vuole che scappiamo da lui per la vergogna di essere nudi di fronte a lui. Dio non vuole che non pecchiamo: sa benissimo che ci risulta impossibile. Dio non ci vuole perfetti: sa benissimo che non ci corrisponde. Dio non ci vuole irreprensibili o immacolati, e nemmeno liberi da tentazioni: sa benissimo che la nostra è la stirpe del calcagno insidiato, del serpente avvolto alle nostre caviglie, sempre vivo, sempre con le fauci aperte.

Dio vuole però che al male schiacciamo la testa: ma per fare questo, il male dobbiamo guardarlo negli occhi, dobbiamo affrontarlo come lui lo affronta, a viso aperto, prendendoci le nostre responsabilità, ammettendo che sì, è vero, siamo peccatori, ma ciò non toglie nulla al suo amore per noi, anzi! L'importante è avere il coraggio di rispondere noi, per primi, a quella domanda che osiamo spesso rivolgere a lui: “Dove sei?”.

Non abbiamo paura a dire a Dio: “Mi sono nascosto da te perché ho sbagliato”. Non abbiamo paura a dire: “Sono stato io”, invece di dare la colpa a chi ci è a fianco, o a chi ci inganna, o peggio ancora a Dio, che ci mette accanto le persone sbagliate.

Se avremo il coraggio, di fronte al “Dove sei?” di Dio, di rispondere: “Sono qui, ho sbagliato”, saremo in grado anche di ascoltare la sua risposta ai nostri innumerevoli “Dove sei, Dio?”:

“Sono qui, non me non sono mai andato. Perché tu sei per me fratello, sorella, madre. Perché io ti amo”.

don Alberto Brignoli

 

 

Chi non ascolta la voce di Dio, devia nella vita

La liturgia della parola di questa decima domenica del tempo ordinario ci indirizza a riflettere seriamente su come siamo in ascolto della parola del Signore, qual è la nostra sintonia con essa e soprattutto se siamo docili ad accogliere ciò che ci suggerisce di fare per il nostro e nostro e altrui bene spirituale. Nel testo della prima lettura, tratto dal libro della Genesi, il libro di apertura di tutta la sacra scrittura narra di ciò che accadde nell'Eden, il Paradiso terrestre, dove Dio Creatore aveva collocato l'uomo in una condizione doni particolari e speciali, che l'uomo stesso non seppe conservare e valorizzare nella logica del suo essere creatura e non creatore, accettando anche gli innegabili limiti insiti nella stessa natura umana. Infatti, il testo biblico ci porta all'esperienza della debolezza umana originaria sperimentato da Adamo ed Eva, dopo il primo peccato quello, definito originario, in quanto è il primo atto fondamentale di ribellione a Dio, commesso dall'uomo. L'uomo si scopre nudo, cioè nella condizione di povertà umana e spirituale, in quanto il peccato, causa l'allontanamento da Dio e concentrazione su se stesso, che come tale non è messo al riparo dal resto. Infatti, ad aggredire l'uomo, nella realtà di coppia, di maschio e femmina, costituita all'origine della creazione e voluta da Dio per la complementarietà, aperta alla vita, è il simbolo del peccato e del diavolo, quel serpente ingannatore che aveva convinto Eva a mangiare dell'albero proibito e poi passare il frutto avvelenato della superbia e dell'orgoglio al suo compagno Adamo. La coppia, nella sua corresponsabilità di entrambi i membri, commette quindi il peccato, attribuibile ad entrambi con responsabilità soggettive diverse, come è facile capire dal testo. Dio cerca Adamo per chiedere spiegazione in merito a quanto era successo. E la risposta del nostro progenitore è la seguente: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato». Un modo per scaricare la responsabilità sulla donna e per non assumersi anche le sue colpe. Dio non si ferma di fronte a questa giustificazione, potremmo dire infantile, come spesso capita quando succede qualcosa e la colpa è sempre degli altri e mai nostro, per cui chiede alla donna, ad Eva: «Che hai fatto?». Eva dà la sua motivazione a Dio, scaricando la responsabilità del male, a chi l'ha tentata: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». La conseguenza di questo primo peccato, descritto in questo modo, facile da capire ed accessibile a chi si vuole aprire ad un dialogo d'amore e di perdono con Dio, sta in queste parole di condanna, ma anche si speranza, definite da tutti gli studiosi, il protovangelo, la prima bella notizia che Dio dà all'uomo dopo il peccato originale: “Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». La certezza della salvezza è stata così annunciata da Dio stesso, in quel paradiso, una volta luogo della gioia e della serenità, divenuto, poi, luogo del tomento e della lotta contro il male. E' questa la storia di una vita umana che deve dibattersi tra il bene e il male e con la grazia di Dio, con la fede forte e convinta può vincere le insidie del male e far trionfare il bene.

Ad incoraggiarci in questo cammino di conversione e di purificazione viene in nostro aiuto l'Apostolo Paolo con il testo della seconda lettura di oggi, tratto dalla sua prima seconda ai Corinzi: “Animati da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: «Ho creduto, perciò ho parlato», anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, accresciuta a opera di molti, faccia abbondare l'inno di ringraziamento, per la gloria di Dio”.

Parole bellissime che devono fare i conti con la debolezza umana e con le nostre fragilità culturali, fisiche, interiori e di relazioni con Dio, con noi stessi, con gli altri e con il mondo. L'apostolo, forte della sua esperienza di convertito, ci incoraggia ad andare avanti, in quanto, anche “se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”.

La fede nell'eternità e nella vita oltre la vita ci fa accettare di buon grado ogni sofferenza e prova su questa terra, che è luogo di passaggio e non la nostra dimora definitiva: “Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli”. E' la grande speranza cristiana che si alimenta della certezza della parola di Dio che non può ingannare, ma solo aiutare nel cammino verso la santità e la salvezza vera, eterna e definitiva.

D'altra parte, Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica cerca di far capire ai suoi interlocutori l'importanza che ha la docilità alla parola di Dio, nell'accoglierla e metterla in pratica, nell'immergersi continuamente nel lavacro della purificazione dal proprio egoismo che sta la vera ed eterna salvezza. Non senza motivo a chi lo accusa di essere posseduto dal capo dei demoni, ritenendolo un indemoniato, Gesù replica con parole fortissime che devono far riflettere a quanti gli Apostoli che non sanno valutare con sapienza del cuore gli eventi e non sanno discernere con la logica di Dio, ma si affidano alle proprie idee: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa”. Quel che segue sul perdono dei peccati da parte di Dio, è un chiaro invito a distaccarci da tutto ciò che spegne in noi lo Spirito, che azzera la nostra visione di eterno e di speranza della salvezza futuro, Ecco, perché Gesù ammonisce con queste parole: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».

Di fronte a questo monito di Cristo, una considerazione finale va fatta. Gesù dice queste in una casa, dove molta folla e prima arrivasse la sua madre e i suoi parenti, anche loro per ascoltarlo. Quando giunsero sua madre e i suoi fratelli rimasero fuori la casa dove Gesù stava e allora lo mandarono a chiamare per informarlo dell'arrivo di Maria e dei suoi cari. L'evangelista Marco, come ottimo osservatore e cronista del fatto, annota: “Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Allora chi è colui che può dirsi parente effettivo di Cristo? La risposta sta in queste parole finali del brano del vangelo di oggi. Prima di tutto è la stessa sua Madre, docilissima alla parola di Dio, da definirsi l'umile ancella del Signore e tutti coloro che sull'esempio di Maria ascoltano la voce di Dio, la mettono in pratica e fanno sempre la sua santissima volontà, come preghiamo nella stessa orazione che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, vanga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”. Impegniamoci a fare sempre la santissima volontà di Dio e a rinnegare le nostre umane volontà e desideri che non vanno nella direzione che Gesù ci ha indicato con la sua incarnazione, passione, morte in croce e risurrezione.

padre Antonio Rungi

 

 

Carla Sprinzeles

 

 

Una folla si raduna attorno a Gesù che entra in una casa, mentre i suoi, preoccupati per l'impeto della gente che ha bisogno di lui, escono per andare a prenderlo, pensando di “salvarlo”. Infine ci sono gli scribi che lo ritengono posseduto dai demoni. E Gesù deve risanare tutte e tre queste distorsioni, perdonando i nostri peccati, separando di nuovo il bene dal male, Dio e i demoni, e ristabilendo le giuste relazioni e appartenenze, ridisegnando i confini della familiarità.

Qual è il peccato contro lo Spirito? Perché è così grave da essere imperdonabile? È dire che Gesù è posseduto da un demone immondo, è l'ostinazione a non riconoscere l'evidenza dello Spirito nelle opere che Gesù compie, è come dire che la luce è buio. Dire che il bene è male è il peccato che conduce alla morte. Gesù parla agli scribi di Gerusalemme, gli esperti convinti di sapere e di essere giusti.

Gesù rivendica l'assoluta opposizione tra Dio e il male. Questa è per Gesù l'unica grande inimicizia, perché inganna i fratelli e li istiga l'uno contro l'altro. Il diavolo, l'unico nemico, è combattuto e vinto dalla presenza del Figlio che ne precipita il regno. Non è satana a scacciare satana dal cuore e dalla storia degli uomini. È il Figlio di Dio.

La folla che lo segue e lo circonda quasi a soffocarlo, non è allontanata, non c'è esclusione per nessuno di coloro che fanno la volontà del Padre mettendo Lui, Gesù, al centro di tutto perché su di lui, il Padre, ha riversato il suo Spirito. L'immagine finale è molto bella; è il riscatto di una folla che diventa la famiglia di Dio, la comunità nuova: “Ecco mia madre e i miei fratelli!”. La folla seduta attorno a lui è un'icona bellissima della Chiesa. Ed è questa la famiglia che Gesù indica come sua di fronte a quella che lo cerca nel legame della famigliarità naturale.

Siamo di Dio. A partire dalla certezza che Dio ci ama si reggono le altre relazioni, guariscono le nostre solitudini e resistiamo alla tentazione di essere abbandonati.

mons. Angelo Domenico Sceppacerca

Agenzia SIR

 

 

Possiamo diventare “parenti” di Gesù

Dopo le celebrazioni legate alla Pasqua, con questa domenica riprende la lettura continuata dei vangeli relativi alla “normale” vita pubblica di Gesù, a quei tre anni trascorsi a insegnare e fare del bene. In verità lo impegnava anche altro: l'opposizione dei suoi nemici, che crcavano di ostacolare la sua missione in ogni modo, anche ricorrendo all'assurdo, come narra il brano odierno (Marco 3,20-35).

Nella casa in cui si trova, Gesù è assediato dalla folla, che non lascia, a lui e agli apostoli, neppure il tempo di mangiare; tutti ricorrono a lui per essere guariti dalle loro malattie: detto nel linguaggio e secondo le convinzioni di allora, per essere liberati dal demonio. Ne approfittano i suoi nemici, per sostenere che lui stesso è posseduto dal demonio, e “scaccia i demoni per mezzo del capo dei demoni”.

Gesù fa rilevare l'assurdità di queste accuse: “Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso non potrà restare in piedi; se satana si ribella contro se stesso, è finito”! E aggiunge una frase di quelle “pesanti”, su cui riflettere seriamente. Dice: “Tutto sarà perdonato agli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”.

Bestemmiare contro lo Spirito significa ostinarsi a chiamare bene ciò che sappiamo essere male, e viceversa. Significa, in altri termini, negare ciò che la coscienza riconosce come giusto e vero. Chi persistesse in tale atteggiamento non potrebbe essere perdonato, non perché Dio non possa o non voglia farlo, ma perché l'uomo negherebbe anche la necessità e il desiderio di esserlo. Dio rispetta la libertà dell'uomo, e peciò non costringe nessuno ad accogliere i suoi doni.

L'episodio narrato da Marco continua poi con un risvolto inatteso, che richiede anch'esso qualche chiarimento e offre un altro rilevantisssimo motivo di riflessione. Gesù dunque è attorniato dalla folla, tanto che i nuovi arrivati non riescno ad avvicinarsi a lui, e qualcuno lo informa: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”.

Il fatto che Gesù avesse fratelli e sorelle, e dunque sua madre, la sempre-vergine, abbia avuto figli oltre a lui, in passato è stato motivo di turbamento. In realtà non sarebbe stato il caso, se avesero considerato che i vangeli riflettono concetti e linguaggio di duemila anni fa e di una civiltà per tanti aspetti differente dalla nostra; scrivessero oggi, Matteo Marco Luca e Giovanni si esprimerebbero diversamente. Si è visto anche in questo stesso brano: chi allora era ritenuto posseduto dal demonio, oggi sarebbe detto semplicemente malato. E allora dicevano fratelli tutti i consanguinei, i parenti, gli appartenenti a uno stesso clan.

E' da notare piuttosto come risponde Gesù a chi gli segnala che i parenti lo cercano. Si chiede: “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?” E guardandosi attorno, alla folla che lo assedia affidandosi a lui, dichiara: “Ecco mia madre, ecco i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

Questa risposta ha dato un dispiacere a qualche lettore dei vangeli, di quelli molto devoti verso la Madonna. Qualcuno l'ha intesa come uno sgarbo verso di lei, come se per lui non contasse, e l'ha associata alla risposta apparentemente brusca (“Donna, che vuoi da me?”) datale alle nozze di Cana. Forse che Gesù non volesse bene a sua madre? Assurdo, per mille ragioni che non è possibile esporre qui.

E' di maggiore rilevanza invece considerare quanto implicano le parole di Gesù: implicano l'affermazione che più importanti dei vincoli di sangue sono i vincoli elettivi, in particolare quelli derivanti da una stessa fede. E dunque, a tutti è possibile diventare “parente” di Gesù. La condizione è quella esposta: è una, è chiara. Essere cristiani significa cercare di tradurla nella propria vita.

mons. Roberto Brunelli

 

 

don Giovanni Berti

 

 

mons. Gianfranco Poma

 

 

padre Ermes Ronchi

 

 

Ecco mia madre e i miei fratelli!

Si radunò una folla

Questo brano segue immediatamente la scelta dei dodici apostoli fatta da Gesù, con l'amara annotazione su Giuda il quale poi lo tradì (Mc 3,19): seguire Gesù, essere stati scelti da lui, stare con lui sembra non essere sufficiente. Marco cerca di dircelo in questi due episodi incastrati tra di loro: l'incontro mancato con la madre e i parenti nel cui interno è posizionata la diatriba con gli scribi venuti da Gerusalemme.

Cosa significa essere discepoli del Cristo se anche gli apostoli scelti da lui sono a rischio di tradimento? Gesù non è capito dagli avversari, ed è logico, neppure dai parenti che lo conoscono dalla nascita; seguirlo significa assimilare il suo pensiero, liberarsi dai luoghi comuni, entrare nel suo cuore per amare come lui, orientati dalla volontà del Padre.

Ci viene detto che Gesù entra in una casa dove è raggiunto da una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. L'indicazione in una casa non è tanto per dare spessore al racconto indicandone la logistica, piuttosto per indicare uno spazio delimitato (che non è quello fisico dei muri) capace di determinare chi è dentro e chi è fuori, chi comprende l'insegnamento del Signore e chi non è capace di comprendere o che fraintende, come gli scribi che pur sono nella casa o i familiari che rimangono fuori di essa.

«È fuori di sé».

L'atteggiamento di Gesù preoccupa i familiari; è talmente distante dalle consuetudini, talmente in contrasto con l'autorità religiosa (gli scribi scesi da Gerusalemme) che decidono di andare a prenderlo [il testo greco usa la parola catturarlo (kratesai) usata per la cattura del Battista (Mc 6,17) e poi di Gesù (Mc 14,44)]. Il loro giudizio è chiaro: «È fuori di sé».

È singolare che il Vangelo annunciato e custodito dalla prima comunità cristiana abbia voluto trasmettere questo episodio; sappiamo quale sia la considerazione in cui era tenuta Maria e come i fratelli del Signore abbiano avuto un ruolo rilevante nella comunità di Gerusalemme (At 1,14). Eppure, Maria e i familiari rimangono fuori di quella casa il cui era Gesù, questo fa riflettere sul senso e l'importanza del testo.

Non meno tremendo è il giudizio degli scribi: Costui è posseduto da Beelzebùl. Hanno visto la potenza di Gesù, ma la loro precomprensione è più forte, il loro modo di considerare Dio e di comprendere la religione li porta a ragionare in modo sofisticato e affermare il contrario di ciò che era evidente ai loro occhi. Gesù è il più forte (Mc. 1,7), annunciato dal Battista; che libera la casa dell'uomo dal Satana.

Non sarà perdonato in eterno

La parabola dell'uomo forte si conclude con un giudizio tremendo. È una parola dura perché non ci piace sentir parlare di giudizio eterno; perché l'immagine di Dio che ci siamo fatta è tutta concentrata sulla bontà, la pazienza e il perdono di Dio; perché l'idea di peccato è cancellata dal nostro orizzonte e non ci rendiamo conto di quanto siamo schiavi del male. La corruzione spirituale è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l'inganno, la calunnia, l'egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità, poiché «anche Satana si maschera da angelo della luce» (2 Cor 11,14). (Papa Francesco «Gaudete et exsultate» n. 165).

Che cosa, poi, sia il peccato contro lo Spirito Santo è tutto da capire: non riconoscere l'azione e la presenza di Dio, attraverso il suo Spirito, in Gesù Cristo, rifiutare di riconoscere il suo amore nella morte e resurrezione. Questa parola non riguarda i non credenti, quanto coloro che avrebbero tutti gli strumenti per vedere e riconoscere l'azione dello Spirito e la rifiutano, perché questa altera i loro principi religiosi, le loro tradizioni o peggio i loro interessi. Sono condannati alla perdita di senso, alla vacuità delle fede, alla materialità della vita, essi si pongono fuori, lontani dalla pienezza della vita eterna che in Cristo Gesù ci è donata.

Ecco mia madre e i miei fratelli!

Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui; Gesù si guarda attorno per non perdere di vista nessuno, a tutti questi annuncia chi fa parte della sua famiglia, non rifiuta i legami di sangue, ma li trasfigura: sono coloro che, come lui, compiono la volontà di Dio. L'espressione rasenta l'assurdo; non solo dichiara costui per me è fratello, sorella ma arriva chiamarlo madre, lui stesso afferma di diventare «figlio» di tante madri e fratello di tanti fratelli e sorelle. Questa è la Chiesa in cui la relazione col Signore dà senso e significato alle relazioni con tutti gli uomini e le donne.

don Luciano Cantini

 

 

 “Che tempismo!” la madre di Gesù.... proprio nel bel mezzo di una disputa. E che disputa!

Gesù si è appena sentito dare del ‘posseduto', dell'indemoniato, anzi, capo dei demoni.

Ma Lui non si scompone, e sta al gioco! Invece di ribattere all'accusa, affermando di essere Figlio di Dio, il nemico peggiore che un demonio possa incontrare sulla sua strada, Gesù smonta l'accusa degli scribi, pezzo per pezzo, mettendo in luce la contraddittorietà della stessa: “Come può Satana scacciare Satana? Se Satana si ribella contro se stesso, è giunto al capolinea...”. In un altro passo parallelo (Lc. 11,14ss.), alla stessa accusa mossagli dalle autorità religiose e dai capi del popolo, Gesù risponde: “Voi dite che io scaccio i demòni in nome di Beelzebùl, i vostri discepoli, in nome di chi li scacciano?”.

Ma ecco che arriva la famiglia di Gesù, al completo...non proprio al completo... manca suo padre: forse il falegname di Nazareth era in ritardo con le consegne? o forse era già passato a miglior vita? I commentatori mettono in parallelo, praticamente sinonimi, la convinzione dei farisei - ha uno spirito immondo - con quella dei parenti del Signore - è fuori di sé -.

Per la cronaca, gli altri evangelisti non riportano il commento dei familiari... questo fatto rende ancor più complicata l'interpretazione dei versetti in questione: chi sono i suoi? i parenti in senso stretto, o i discepoli? Chi è che dice: “è fuori di sé!” ? La gente? i suoi? oppure si tratta di un impersonale generico, del tipo: “Si dice in giro che costui sia fuori di sé...”?

Infine, chi è il soggetto di “è fuori di sé!”? Gesù o la folla? La critica testuale è divisa.

Dalla semplice osservazione della scena, emerge immediatamente il fatto dell'assembramento di gente attorno alla casa: non c'è da stupirsi che i parenti di Gesù fossero preoccupati dell'incolumità di Gesù, al punto da accorrere per portarlo in salvo...

Il giudizio su di lui - “è fuori di sé” - potrebbe essere motivato dalla sua attività e dalle sue parole, decisamente in controtendenza rispetto alla tradizione e alla morale farisaica...

I parenti temono che questo modo di fare del figlio di Maria possa compromettere il buon nome della famiglia., la quale non era ricca, però godeva di una certa fama. Per questo avrebbero deciso di intervenire per riprendere il controllo della situazione.

Ora, che Gesù avesse deluso le aspettative dei familiari, suscitando non poche preoccupazioni, è indicato da Marco anche altrove: il flop della predicazione a Nazareth era stato commentato dallo stesso Gesù con un velo di amarezza: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua.” (cfr. 6,4).

La reazione di Gesù: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”, lungi dall'essere solo un rifiuto, e neanche tanto implicito, dell'atteggiamento della famiglia eccessivamente protettivo, vuole sottolineare la vicinanza di lui a tutti coloro che hanno ascoltato la sua parole e si sono lasciati liberamente coinvolgere nel suo annuncio di salvezza.

Il grado di parentela non assicura l'appartenenza di diritto alla (nuova) comunità dei salvati.

La salvezza appartiene a coloro che si sono assunti l'impegno di lavorare per il Regno dei Cieli, secondo le condizioni dettate da Cristo: prendere la croce tutti i giorni e seguirlo.

La fedeltà al progetto che il Signore ci ha rivelato, esige la dedizione di tutta la vita... e, in certi momenti della storia, in certi luoghi del mondo, anche al presente, può costare la vita, può costare il martirio.

Se i parenti cercavano di neutralizzare l'azione di Gesù in nome della normalità e dell'equilibrio - la fede cristiana è per sua natura trasgressiva! non ama la normalità e rompe gli equilibri consolidati - gli scribi, invece, vantavano dalla loro parte un sistema religioso forte, un'ortodossia plurisecolare, il potere politico dell'oligarchia sacerdotale, che agiva ai massimi livelli della società, con la pretesa di porsi come diretto interlocutore di Roma. Conosciamo l'ascendente esercitato sul popolo dai Sommi Sacerdoti, al punto di convincere Pilato a condannare il Nazareno.

Per l'entourage del Tempio, Gesù è dunque posseduto da satana e suo complice.

Nella triplice sentenza di Gesù, soprattutto nella parabola della casa dell'uomo forte, il Messia riassume e spiega la Sua missione, nei termini di vittoria sul male e liberazione del mondo dalle potenze demoniache. Le parabole usate, a forte impatto simbolico, ci rivelano la presenza di entità negative ben superiori alla natura... Si tratta di immagini che richiamano il linguaggio dell'AT, ove l'intervento di Dio è descritto dal profeta Isaia come la vittoria di un prode valoroso (49,24.25). Gesù realizza questa profezia nelle parole e nei fatti: “Io ho vinto il mondo!” (Gv. 16), dichiara il Signore; nel Cristo, Dio ha veramente vinto il mondo!

Il rifiuto dell'azione di Dio operante nella persona di Gesù, costituisce un vero e proprio insulto alla potenza di Dio; è un peccato contro lo Spirito, la potenza divina che agisce in Gesù dal giorno del battesimo al Giordano. Con questo atteggiamento gli scribi dichiarano il rifiuto radicale della proposta di salvezza annunciata dal Signore.

Il peccato contro lo Spirito Santo non può essere perdonato, non perché sia più grave di tutti gli altri peccati, ma perché rappresenta la mancanza totale della fede, la rinuncia a convertirsi e dunque l'inutilità del perdono...

L'arroganza e la pretesa autosufficienza del potere - di ogni potere! - non sono mai così funeste come quando si ostinano a voler evitare il confronto con Dio, misconoscendo la Sua azione nella storia, rifugiandosi dietro il comodo alibi di chi vorrebbe coprire i segni della presenza di Dio con il sospetto dell'irrazionale, del fideismo, della superstizione, della pazzia, delle potenze oscure del male personificato...

Esiste il diavolo? certo che esiste!!

Ma ricordate: più si parla del diavolo, più (il diavolo) si radica nelle convinzioni della gente, fomentando la paura, risvegliando vecchi orrori...

Insomma, continuiamo a parlarne, e gli faremo reclame, rendendogli il miglior servizio!

Predichiamo Cristo, piuttosto! Il tempo a disposizione è così poco... se ancora lo sprechiamo a parlare di ciò che Cristo non è...

fr. Massimo Rossi

 

 

don Marco Pozza

 

 

don Fulvio Bertellini

 

 

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"Il pane della Domenica"

 

 

monastero domenicano Matris Domini

 

 

Tre pennellate che traiamo da questa liturgia prendendo uno spunto da ogni lettura.

1.Nel libro della Genesi dopo il peccato è la prima volta che Dio appare nel racconto, ed è significativo che l'uomo, dopo che non ha saputo ascoltare il Signore, lo percepisca ora proprio attraverso l'ascolto.

Comprendiamo che Dio non si è allontanato dall'uomo e dalla donna è come se passeggiasse familiarmente accanto a loro perché non è un Dio come quello suggerito dal serpente.

Adamo ed Eva si nascondono da Lui perché, nella loro immagine di Dio, istillata dal male, questi appare come qualcuno di cui aver paura.

Dio si presenta non per condannare. La sua prima parola: “Dove sei?” Dio cerca l'uomo non dice: “Che hai fatto?” espressione che appartiene al mondo giuridico.

Ora, l'uomo e la donna sono invitati a “dire” ciò che fecero, diventando consapevoli del loro sbaglio; davanti a Dio e grazie alle sue domande, la loro coscienza si sveglia.

L'apparizione di Dio, che indaga e va in cerca dell'uomo, rivela un Dio che salva l'uomo e che vuole aiutarlo a scoprire che, nonostante tutto, la vita può continuare.

2.Perché vivere e predicare l'Evangelo quando questo conduce ad essere derisi, a privazioni e ad ostilità? Se uomini e donne possono deludere, Cristo, però, non lo ha mai deluso: per questo annuncia la Sua Parola con grande determinazione.

Le difficoltà dell'ascesa sono tollerabili quando si pregusta il riposo e la gloria del giungere in vetta. Le difficoltà del presente non solo, quindi, possono essere tollerate in vista del glorioso obiettivo finale, ma vi contribuiscono.

3.Il racconto prende inizio da un fatto ormai consueto: Gesù circondato dalla folla e l'afflusso di gente è tale da non permettere nemmeno di fermarsi per mangiare e questo ci rivela anche una caratteristica di Gesù la sua dedizione nasconde un grande amore e la coscienza di essere loro “pastore”. C'è l'urgenza di insegnare, di indicare alla gente la via per il Padre.

Di fronte a questa sua dedizione i parenti interpretano il tutto come una pazzia.

Può sembrare una distanza da Maria eppure nel suo trattato “Sulla verginità” Sant'Agostino scrive: “Maria è più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo”.

Allora Gesù ci insegna che non sono i legami di sangue che aprono alla comprensione e alla comunione profonda con il Figlio di Dio e fondano l'appartenenza alla sua famiglia che è la Chiesa. Ciò che è determinante e discriminante è la decisione di farsi suoi discepoli, è l'obbedienza alla sua Parola che ci introduce al regno del Padre.

In questo contesto la vera devozione a Maria è allora accogliere il suo invito a Cana: “Fate quello che Gesù vi dirà” (Gv. 2,5).

Guardiamo con stupore e ringraziamento all'obbedienza di Maria, al suo sì, pronunciato non solo al momento dell'annunciazione ma incessantemente sino ai piedi della croce.

Chiediamo a Maria la forza di “fare” in noi, come fece lei per prima, la volontà del Padre sperimentando il suo amore e la sua fedeltà.

Riscopriamola la giusta devozione alla Vergine e non releghiamola al Mese di Maggio o Ottobre, ma costituisca una parte essenziale della nostra fede.

don Michele Cerutti

 

 

dom Luigi Gioia

 

 

don Romeo Maggioni

 

 

don Bruno Maggioni

 

 

don Daniele Muraro

 

 

padre Romeo Ballan