La Quaresima è un cammino, un tempo in cui siamo invitati a tornare all’essenziale, a quello che conta nella nostra vita, e scoprire che ciò che più vale viene dal nostro incontro sempre nuovo con Dio. Mi sembra di poter tradurre così la “conversione”, alla quale ci invita la liturgia della Quaresima. Chi ha incontrato Gesù ha fatto questa esperienza, è stato aiutato ad andare al centro della sua vita. Anche noi ogni anno, preparandoci alla Pasqua, siamo chiamati a riscoprire Dio; questo incontro ci porterà subito a rivedere quello che facciamo con noi stessi e con gli altri. Leggendo con attenzione i Vangeli, vediamo che Gesù incontra la gente per le strade e nelle case. Solo in qualche occasione nelle sinagoghe o nel Tempio, ma anche in questi casi non fa gesti “religiosi”, ma gesti umani, come le guarigioni: e sono tutti incontri che cambiano la vita.

Oggi il Vangelo di Giovanni ci presenta l’incontro di Gesù con le sorelle che piangono il fratello morto e poi l’incontro con Lazzaro che Gesù chiama fuori dalla morte. Lo avevano avvisato che l’amico era malato. Gesù, che si trovava in una regione lontana, non si era messo in cammino subito. Ai discepoli aveva detto che quella malattia non era per la morte, ma per la gloria di Dio: che cosa potevano capire i discepoli da questa frase? Quando arriva a Betania, Gesù non entra subito nel villaggio: le sue sorelle gli vanno incontro, per accoglierlo e per esprimere il loro dolore. Mentre capiamo il  pianto di Marta e Maria e la compassione di Gesù per loro, ascoltiamo anche quello che egli dice a Marta: tuo fratello risusciterà, non solo nell’ultimo giorno, ma in questo giorno. Gesù, dopo essersi presentato come fonte di acqua viva alla Samaritana e come luce per il cieco, ora si presenta come la resurrezione e la vita e promette che chi crede in lui, pur passando per la morte, vivrà. Con la fede di Marta e Maria, una fede ancora fragile ma in cammino, seguiamo Gesù fino al sepolcro; lo sentiamo ringraziare il Padre perché lo ascolta. Poi lo sentiamo gridare verso il morto, ordinandogli di uscire. Ed eccolo, l’amico Lazzaro ritornato alla vita, nato una seconda volta, risuscitato.

Nel vangelo di Giovanni, come nel cammino di quaresima, siamo a una svolta: la risurrezione di Lazzaro è per l’evangelista l’ultimo segno compiuto da Gesù, quello che provoca la decisione della sua morte e anticipa il mistero della sua risurrezione. Nel cammino catecumenale della quaresima, dopo le tentazioni e la trasfigurazione, che manifestano l’umanità obbediente di Gesù e la sua divinità nascosta, dopo la samaritana e il cieco nato, che ci presentano i simboli battesimali dell’acqua e della luce, ecco ora il segno di Lazzaro, che ci presenta Gesù come risurrezione e vita, e ci introduce nella settimana santa. Chi crede in Gesù come Messia, Signore della vita, può attraversare la morte senza rimanerne prigioniero, può accompagnare Gesù nella sua passione, confidando come Lui nella potenza del Padre.

Crediamo nella risurrezione come destino del credente dopo la morte; ma la fede nella risurrezione riguarda anche la vita di ciascuno di noi ora, durante la nostra vita in questo mondo. Le prime due letture della liturgia di oggi ce lo confermano e ce lo spiegano. Ezechiele annuncia la risurrezione del popolo che stava in esilio, paragonando questa situazione alla morte e annunciando il ritorno alla terra della promessa. Paolo, scrivendo ai Romani, ci ricorda che chi vive secondo la carne è come morto, mentre chi vive sotto il potere delle Spirito possiede una fonte di vita che produce i suoi effetti di vita già da ora, portandoci a compiere le opere della luce, dando vita piena al nostro corpo, che è mortale a causa del peccato. Vincendo il peccato Gesù ha vinto la morte e ci ha aperto il cammino per la vita in pienezza, che inizia già in questo mondo e continua in Dio. Il nostro battesimo, che nella notte pasquale rinnoviamo, non è qualcosa di statico, di avvenuto una volta per sempre, ma è camminare ogni giorno in modo nuovo sulla strada che Gesù ci ha aperto, verso la vita piena di Dio.

padre Gianmarco Paris

 

 

 

"Pietre e sepolcri "

Betania è un villaggio di poche case, appena fuori Gerusalemme, sul versante orientale del Monte degli Ulivi. Si passa di lì per andare e tornare da Gerico. Qui vive Lazzaro e a casa sua Gesù si è rifugiato nelle ultime settimane quando ha sentite fischiare la violenza verbale dei farisei.  “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro”, perché a casa loro respirava il profumo dell’amicizia e dell’ospitalità. Betania è un altro cenacolo della confidenza e dell’affetto.

Al centro del vangelo di oggi non c’è Lazzaro ma Gesù, la fede in lui che dà la vita e che, per il suo atto d’amore verso questi amici, rischia la lapidazione.

Tutti i personaggi sono in movimento. Gesù e gli apostoli partono da oltre il Giordano, i giudei da Gerusalemme, Marta esce dal villaggio, Maria da casa e Lazzaro dalla tomba. Tutti si danno convegno sul luogo della sepoltura dove una pietra fredda, anche se meno pesante di quella che custodirà il corpo di Gesù, consegna per sempre la vita alla morte e impedisce un qualunque ritorno.

Gli apostoli temono l’arresto di Gesù e vorrebbero tenerlo lontano da Lazzaro sul quale tanti hanno già, e per sempre, posto una pietra sopra. Ma l’amore di Gesù è più forte e più grande di tutte le pietre gelide che noi caliamo sul nostro prossimo e talvolta anche su noi stessi. Quante pietre fredde calate per non vedere, per non fare e per non amare.

Ma arriva finalmente Gesù che dice “Chi crede in me, anche se muore vivrà”. E vedendo le lacrime di Marta, le assicura: “Tuo fratello risorgerà”. Marta è la prima a ricevere l’annuncio. Ed è sostenuta nelle sue speranze. Maria misura le parole e va in profondità. Lei ha accolto sempre Gesù senza riserve e rimane seduta ai suoi piedi. Sa che Gesù è risurrezione e vita.

Ed ecco il prodigio. Davanti al sepolcro inizia un duello tra il Signore della vita e il principe delle tenebre. Vi assistono muti quanti hanno da tempo guadato il fiume dell’oltre e quanti sono ancora tra i vivi. Lazzaro ormai appartiene all’oltre ma la parola di Dio che all’alba della creazione aveva fatto uscire dal nulla tutte le cose, ritorna ad essere creatrice e si fa ascoltare anche dai morti e riporta in vita Lazzaro.

Chi si lascia coinvolgere piange, altri, solo spettatori e spioni, “andranno a riferire”. Solo per chi crede in lui, Gesù è la risurrezione e la vita. Con questo segno riservato agli amici, Gesù si congeda così da Betania. Ma seguirà la sua passione e attraverso la sua morte Gesù darà risurrezione e vita a tutti. Perché questa è la sua missione.

Lazzaro, come ogni altra creatura, prima o poi morirà di nuovo e definitivamente. Ma il suo ritorno alla vita dice che la morte non è più padrona dell’uomo e che Dio è il Signore. C’è un risorto alla vita nel tempo che è Lazzaro ma c’è un cambiamento più radicale ancora ed è nel cuore di Marta e di Maria e nel cuore di quanti si sono fidati e si fidano del Dio della vita.

La risurrezione di Lazzaro apre a noi e per noi la porta su una vita che, spesa ora nel tempo per Gesù e con Gesù, si ritroverà nell’eternità. Questo è l’ultimo grande dono di Gesù prima di quella passione che lo riporterà vivo al Padre.

don Paolo Zamengo

 

 

"L'amico dietro la pietra"

Prima lettura: Ezechiele 37,12-14

I tre versetti del capitolo 37 di Ezechiele, che la liturgia fa leggere oggi danno ad Israele, come segno della restaurazione della terra promessa e del ritorno in essa di tutto il popolo, la risurrezione dei morti. Non si tratta della risurrezione finale, ma del segno della potenza di Dio che ama il suo popolo e, dopo i castighi, gli invia una esaltante promessa di salvezza. «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele» (Ez. 37,12). Il Signore si rivolge ad Israele con l'appellativo «popolo mio» ripetuto due volte in due versetti consecutivi.

 Dio ha scelto per sua libera volontà Israele e lo ha fatto proprio; i profeti lo ricordano ad Israele in esilio e sottolineano tutto l'amore paterno che Dio ha per lui. Egli castiga perché Israele si ravveda, ma egli è sempre il Dio misericordioso e consolatore, che ha scelto Sion fin dalla creazione del mondo: «Ti ho nascosto sotto l'ombra delle mie ali, quando ho disteso i cieli e fondato la terra, e ho detto a Sion: "Tu sei il mio popolo" (Is. 51,16). Dio stesso si incarica di rinnovare dall'interno ogni membro del suo popolo, perché segua i suoi comandi e non incorra più nell'infedeltà: «Darò loro un cuore nuovo ed uno spirito nuovo metterò dentro di loro...perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi e li mettano in pratica, saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio» (Ez. 11,20; cf. 14,11; 34,30; 36,28; 37,23.27).

 Anche Geremia insiste sull'appartenenza di Israele a Dio, che si fa carico di riportarlo nella terra che ha promesso ai padri: «Io poserò lo sguardo sopra di loro per il loro bene li ricondurrò in questo paese, li ristabilirò fermamente e non li demolirò; li pianterò e non li sradicherò mai più. Darò loro un cuore capace di conoscermi, perché io sono il Signore; essi saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, se torneranno a me con tutto il cuore» (Ger 24,6-7).
 Dio è fedele nonostante le infedeltà del popolo e concede la grazia del ravvedimento (in ebraico teshuvà).

Seconda lettura: Romani 8,8-11

Paolo nella prima sezione del capitolo 8 della lettera ai Romani presenta la vita nello Spirito che inabita nei cristiani come la vera ed unica vita, contrapposta a quella della carne, che è vita solo apparente, ma in realtà è morte. Egli con «carne», non intende i corpi mortali, ma i vizi e il peccato, che allontanano da Dio, unica fonte di vita. «Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio» (Rm. 8,8). «Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi» (Rm. 8,9; cf. 1Cor. 3,16; 1Gv. 3,24). La caratteristica propria dei cristiani è essere fatti simili a Cristo dallo Spirito. Non appartiene a Cristo chi non ha il suo stesso Spirito, mentre «se uno è in Cristo è una creatura nuova» (2Cor. 5,17).

 Paolo di sé dichiara: «Sono stato crocefisso col Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me», e spiega che non si tratta di uscire dalla condizione mortale, ma di vivere nella fede: «Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato ed ha dato se stesso per me» (Gal. 2,20; cf. Fl. 1.21; Rm. 8,2).

 Lo Spirito che risuscitò il Cristo è la caparra della risurrezione dei cristiani diventati mediante lo Spirito figli di Dio a somiglianza del Cristo (Rm. 8,11.16).

Vangelo: Giovanni 11,1-45 - Esegesi

Il racconto della risurrezione di Lazzaro si può considerare una vera e propria introduzione alla storia della passione, che si concluderà con la risurrezione dello stesso Gesù.

La narrazione inizia con la presentazione dei protagonisti: Lazzaro, forma grecizzata di El-Azar, Dio presta aiuto, le sorelle Maria e Marta (Gv. 12.1-8; Mt. 26,6-13; Mc. 14,3-9). Maria è presentata come «quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli» (Gv. 11,2); il verbo è al passato, ma in realtà il gesto è narrato nel capitolo successivo (Gv. 12,1-8; cf. Mt. 26,6-13) e ambientato nel festoso banchetto dopo la risurrezione di Lazzaro; il gesto di Maria è da Gesù messo in relazione alla sua sepoltura (Gv. 12,7).

Non bisogna fare confusione fra Maria sorella di Lazzaro e la peccatrice nominata in Lc. 10,36ss. Tale identificazione non è conosciuta dai padri prima di Gregorio Magno, ed è smentita dagli esegeti contemporanei.

Lazzaro si ammala seriamente e le sorelle lo segnalano a Gesù, senza richiedere esplicitamente il suo intervento, come fa la madre di Gesù che segnala la mancanza di vino alle nozze di Cana senza aggiungere altro (Gv 2,3). Va da sé che Gesù, data la familiarità con queste persone, capisce anche quello che esse tacciono per discrezione.

Gesù commenta la notizia dicendo che non è una malattia per la morte, ma per la gloria di Dio e la glorificazione del Figlio (Gv. 11,4; cf. 9,3). Nel Vangelo di Giovanni la glorificazione del Figlio è l'evento pasquale (cf. Gv 3,14:8,28; 12,16-23; 13,31-32; 17,5) e la risurrezione di Lazzaro ne è un'anticipazione.

Gesù si trattiene ancora due giorni nel luogo dove si trovava. Poi con grande risolutezza invita i discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!» (Gv. 11,7). Egli sa che là si deve compiere la sua missione e con coraggio la vuole portare a termine. Anche Luca ci presenta un Gesù risoluto mentre intraprende il suo ultimo viaggio a Gerusalemme, è un Gesù che «indurisce la sua faccia», vale a dire richiama tutto il suo coraggio, prima di affrontare con decisione il cammino verso la passione (cf. Lc. 9,51).

I discepoli, appena Gesù ha espresso la volontà di andare in Giudea, gli ricordano timorosi che là era stato minacciato di morte (Gv. 11,8). Gesù risponde con una parabola (Gv. 11,9-10) per rinfrancare i discepoli, che restano tuttavia tentennanti e, appena Gesù dice che Lazzaro si è addormentato ed egli vuole andare a riscuoterlo dal sonno, non vogliono capire e avanzano l'obiezione che se si è addormentato guarirà. Essi vogliono dissuadere Gesù dall'andare in Giudea e non colgono il secondo senso delle parole di Gesù, che si riferisce al sonno della morte. Allora Gesù dichiara apertamente che Lazzaro è morto ed è un bene che egli non era presente, perché ora essi avranno maggiore fede in lui. Poi rinnova l'invito a partire alla volta della Giudea. Fra i discepoli timorosi si distingue Tommaso (chiamato Didimo, che significa gemello) che, risoluto esorta i suoi compagni a condividere la stessa sorte di Gesù (Gv. 11,16).

All'arrivo di Gesù a Betania Lazzaro è sepolto da quattro giorni (Gv. 11,18) e molte persone si sono radunate in casa di Marta e Maria per partecipare al loro lutto (Gv. 11,19).

Marta appena sente dell'arrivo di Gesù gli va subito incontro, mentre Maria rimane in casa (Gv. 11,20). Questo particolare fa venire in mente l'episodio narrato da Luca 10,38-42; probabilmente entrambi gli evangelisti avevano dei ricordi molto vivi della stessa famiglia e in particolare delle due sorelle.

La conversazione di Gesù con Marta introduce le motivazioni teologiche della rivelazione di Gesù che si presenta come «risurrezione e vita». Infatti la professione di fede di Marta nella risurrezione finale (Gv. 11,24, cf. Dn. 12,1-3; 2Mac. 7,22-24,12,44) viene attualizzata da Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv. 11,25). È una ripresa più esplicitamente riferita alla sua persona di quanto aveva già detto: «In verità in verità vi dico: viene l'ora ed è ora in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l'avranno ascoltata vivranno» (Gv. 5,25).

Alla domanda di Gesù «Credi questo?». Marta risponde con la bellissima professione di fede simile a quella di Simon Pietro: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo » (Gv. 11,27, cf. Mt. 16,16).

Marta allora va a chiamare Maria che esce in fretta anche lei per incontrarlo. La seguono i suoi ospiti, che credono che sia uscita per andare al sepolcro (Gv. 11, 28-31).

Gesù al vedere Maria e gli altri piangere è turbato (tarasso) e piange (dakryo) (Gv. 11,33.35). Il pianto e il turbamento di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro anticipano il turbamento di fronte alla propria morte: «ora la mia anima è turbata (tarasso) e che devo dire ... padre salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono venuto a quest'ora» (Gv. 12,27).

Al sepolcro c'è un'altra conversazione con Marta che obietta alla richiesta di Gesù di aprire il sepolcro; ella non ha ancora capito fino in fondo le parole di Gesù.

Appena tolta la pietra Gesù innalza con la piena fiducia di essere esaudito una preghiera di ringraziamento al Padre e lo fa a voce alta, perché gli astanti odano e credano, poi a «gran voce» esclama: «Lazzaro vieni fuori!» e Lazzaro ubbidisce (Gv 11,41-44).

 

Meditazione

Il passaggio dalla morte alla vita, centro del messaggio di questa domenica, prelude, soprattutto con l'episodio della resurrezione di Lazzaro, all'evento pasquale la cui celebrazione si fa sempre più vicina. La resurrezione appare come evento storico: la morte in cui giacciono i figli d'Israele è la situazione di esilio a Babilonia da cui essi risorgeranno ritornando in terra d'Israele (I lettura); appare come evento spirituale che caratterizza il credente che, lasciandosi guidare dallo Spirito di Dio, passa dalla vita nella carne, cioè nell'egoismo e nel peccato, alla vita in Cristo (II lettura); appare come evento personale e corporeo che conduce Lazzaro a uscire dalla tomba all'udire la parola di Gesù (vangelo). I testi sottolineano anche tre dimensioni della morte: se solo la morte di Lazzaro è fisica, la morte spirituale di chi vive nella chiusura egocentrica e la morte simbolica del popolo deportato non sono meno drammatiche e reali.

La morte comunitaria di cui parla Ezechiele è situazione di morte della speranza: «La nostra speranza è svanita, siamo perduti» (Ez 37,11). Anche noi, nelle vicende relazionali (un'amicizia, un amore, un matrimonio), comunitarie ed ecclesiali che viviamo, possiamo sperimentare la morte della speranza, l'assenza di futuro. Tuttavia, la nascita della fede nella resurrezione e della speranza pasquale avviene attraverso la morte di altre speranze. Lo Spirito creatore è anche lo Spirito che dona vita e suscita speranza là dove regna la morte.

Per Paolo l'uomo che vive «nella carne», nell'autosufficienza egoistica, fa del proprio cuore la propria tomba e si trova nella morte spirituale. Ma lo Spirito di resurrezione che forza l'impenetrabilità della morte e fa uscire dai sepolcri, può penetrare le chiusure individualistiche e, ponendo la dimora nel cuore umano e inabitando in esso, può immettere l'uomo in una vita nuova.

Il brano evangelico è una pedagogia verso la fede in Cristo che è la resurrezione e la vita. Il dialogo tra Gesù e Marta è incentrato sul credere: «Chi crede in me, anche se muore vivrà» (Gv. 11,25); «Credi questo?» (11,26); «Sì, o Signore, io credo» (11,27). Di fronte all'insicurezza e alla precarietà che la prospettiva della morte ingenera nelle nostre vite («a causa della morte, noi, gli uomini, siamo come città senza mura»: Epicuro), noi siamo tentati di costruirci baluardi, difese e barriere che ci proteggano da essa. Siamo indotti dalla paura a un atteggiamento difensivo. E così facciamo anche della vita una morte, una schiavitù («gli uomini sono schiavi per tutta la vita a causa della paura della morte»: Eb. 2,15): cercando di difenderci dalla morte, in realtà ci allontaniamo dalla vita. Gesù, invece, chiedendo fede, affidamento, chiede di entrare nel suo atteggiamento di fronte alla morte («Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato»: Gv. 11,42), atteggiamento che, mentre assume la morte e soffre per colui che è morto, fa anche della morte una vita, vivifica la morte. La fede è il luogo della resurrezione. La fede di Gesù è dunque un magistero perché noi impariamo a credere: «L'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano» (Gv. 11,42). Proclama un'omelia dello Pseudo Ippolito: «Avendo tu visto l'opera divina del Signore Gesù, non dubitare più della resurrezione! Lazzaro sia per te come uno specchio: contemplando te stesso in lui, credi nel risveglio».

Se la fede è il luogo della resurrezione, l'amore ne è la forza: Gesù amava molto Lazzaro (11,5) e questo amore si fece visibile nel suo pianto dirotto (11,35-36). L'amore integra la morte nella vita e trova il senso di quest'ultima nel dono: dare la vita diviene un dare vita. Aver fede in Gesù che è resurrezione e vita significa fare dell'amore un luogo in cui la morte viene messa a servizio della vita.

 La fede e l'amore si manifestano nella parola con cui Gesù resuscita Lazzaro: lo scandalo e la follia di chiamare chi è morto e giace nel sepolcro è possibile grazie alla fede nel Dio che resuscita i morti e all'amore, all'umanissimo amore che legava Gesù a Lazzaro. La potenza di resurrezione della parola di Gesù è tutta nella fede e nell'amore che la abitano.

Il dono della vita

La gioia mi prende e mi riempie tutto, mi fa girare la testa come un buon bicchiere di vino. La gioia di sapere che io esisto per esistere, che io ho un valore, che vivo per vivere e non per morire, questa certezza mi riempie di gratitudine. Mi spinge a lottare anche per chi non ha forza, per chi è indifeso e senza libertà, per chi si sente inutile, per chi non ne ha voglia. La gioia di vivere non mi fa sentire la stanchezza; è bello, è meraviglioso lottare sapendo che la vita non finisce con la morte; questa lotta è un modo per dire grazie. E la gioia è più grande se si trasmette questo senso di eternità a quelli che non credono (E. OLIVERO, L’amore ha già vinto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, 9-10)

 

Preghiere e racconti

L'amico dietro la pietra

Forse nel libro del Padre questo miracolo non era scritto. Egli non era stato mandato sulla terra per gli amici: i malati che guarisce, i morti che risuscita sono estranei; gente mai vista o quasi, lebbrosi dal volto irriconoscibile, salme ignote entro bare già coperte. Ai suoi non può regalar molto, al più un paio d'idre di vino, il carico di due barche da pesca. A se stesso nulla può regalare: forse per questo è bello pensare ch'egli abbia indugiato quei giorni sul Giordano.

«Io sono anche un uomo, Padre, e Lazzaro mi è più caro d'ogni altra cosa perché egli è il mio amico, la poca dolcezza di questo viaggio amaro che tu hai voluto. Se io corro a Betania, tu, lo so, darai potenza alle mie mani e lui sorgerà dal sepolcro, ma quel miracolo io lo farei per me solo, per queste poche giornate che mi rimangono, giacché la morte è troppo fredda senza un fuoco presso cui aspettarla. Scrivi quest'altro miracolo nel tuo libro, ma fa' che a te, non a me io lo doni: quell'uomo che io amo rendimelo sconosciuto, cancella dalla mia memoria le dolci sere, fallo uguale a tutti questi altri di cui non so il nome, che non mi sono amici, ma solamente fratelli».
Il Padre ha risposto di sì, perché lui e il Padre sono una cosa sola. Dunque Lazzaro risorgerà. C'è solo questa remora di scostare la pietra, qualche istante appena e poi Marta e Maria risusciteranno anche loro alla gioia, quando quel fantoccio stecchito tornerà a essere il fratello e le sue braccia appena slegate dalle bende stringeranno contro il petto le loro teste indolenzite di pianto. Perché piange, allora? Signore, noi siamo felici, Lazzaro già respira sotto il sudario, era vero come tu dicevi, egli era solo assopito... (Luigi Santucci)

 

Quello che sarebbe accaduto nel Maestro era già realizzato nel servo
«Il Signore aveva resuscitato la figlia del capo della sinagoga, Giairo, ma quando era morta da poco (cf. Mc. 5,21-43). [...] Aveva resuscitato anche il figlio unico di una vedova, ma fermando il corteo funebre, prima che fosse sepolto, in modo da evitare la corruzione e prevenire il fetore, per restituire la vita al morto prima che fosse interamente caduto in potere della morte (cf. Lc. 7,11-17). Ma per ciò che riguarda Lazzaro tutto quello che accade è eccezionale; la sua morte e la sua risurrezione non hanno niente in comune con le altre di cui si è detto. Qui è dispiegata tutta la potenza della morte ed è manifestato tutto lo splendore della risurrezione. Oso dire che Lazzaro avrebbe sottratto tutto il mistero della resurrezione del Signore se fosse ritornato dagli inferi il terzo giorno, poiché Cristo ritornò il terzo giorno come Signore, Lazzaro è richiamato alla vita il quarto giorno come servo. Ma per provare quanto abbiamo detto, soffermiamoci su alcuni passaggi della lettura. Le sue sorelle andarono a dire al Signore: “Signore, colui che tu ami è malato” (Gv. 11,3). Con queste parole toccano i suoi affetti, fanno appello all'amore, smuovono la carità, cercano di superare il tragico momento con l'amicizia. Ma Cristo al quale interessa di più vincere la morte che allontanare la malattia, per il quale amare non è far uscire dal letto, ma ricondurre dagli inferi, preparò per l'amato non una medicina per la sua malattia, ma la gloria della risurrezione. Quando seppe che Lazzaro era malato, rimase due giorni nello stesso luogo (Gv 11,6). Vedete come lascia campo libero alla morte, concede opportunità alla morte, permette che avvenga la decomposizione, non ostacola ne la putrefazione ne il fetore. Accetta che gli inferi si impadroniscano di Lazzaro, che lo trascinino a sé, che l'abbiano prigioniero; agisce in modo tale che tutta la speranza umana sia perduta e che tutta la violenza della disperazione terrena si scateni perché ciò che opera è divino e non umano. Resta nel medesimo luogo ad aspettare la morte di Lazzaro fino a che egli stesso possa annunciarla e dichiarare che andrà da lui. Dice infatti: Lazzaro è morto e io ne gioisco (Gv. 11,14). È questo l'amore? Cristo gioiva perché la tristezza della morte si sarebbe trasformata ben presto nella gioia della resurrezione. E io ne gioisco per voi: perché per voi? Perché nella morte e nella risurrezione di Lazzaro era rappresentata in figura la morte e la risurrezione del Signore e quello che sarebbe accaduto nel Maestro era già realizzato nel servo [...] Era necessaria la morte di Lazzaro, affinché la fede dei discepoli, sepolta con Lazzaro, resuscitasse con lui» (Pietro Crisologo, Discorsi 63, CCL 24 A, pp. 373-376).

 

Desiderio di eternità

Mancano solo due settimane alla Pasqua, e le Letture bibliche di questa domenica parlano tutte della risurrezione. Non ancora di quella di Gesù, che irromperà come una novità assoluta, ma della nostra risurrezione, quella a cui noi aspiriamo e che proprio Cristo ci ha donato, risorgendo dai morti. In effetti, la morte rappresenta per noi come un muro che ci impedisce di vedere oltre; eppure il nostro cuore si protende al di là di questo muro, e anche se non possiamo conoscere quello che esso nasconde, tuttavia lo pensiamo, lo immaginiamo, esprimendo con simboli il nostro desiderio di eternità.
Al popolo ebraico, in esilio lontano dalla terra d’Israele, il profeta Ezechiele annuncia che Dio aprirà i sepolcri dei deportati e li farà ritornare nella loro terra, per riposarvi in pace (cfr Ez 37,12-14). Questa aspirazione ancestrale dell’uomo ad essere sepolto insieme con i suoi padri è anelito ad una “patria” che lo accolga al termine delle fatiche terrene. Questa concezione non contiene ancora l’idea di una risurrezione personale dalla morte, che compare solo verso la fine dell’Antico Testamento, e ancora al tempo di Gesù non era accolta da tutti i Giudei. Del resto, anche tra i cristiani, la fede nella risurrezione e nella vita eterna si accompagna non raramente a tanti dubbi, a tanta confusione, perché si tratta pur sempre di una realtà che oltrepassa i limiti della nostra ragione, e richiede un atto di fede. Nel Vangelo di oggi – la risurrezione di Lazzaro – noi ascoltiamo la voce della fede dalla bocca di Marta, la sorella di Lazzaro. A Gesù che le dice: “Tuo fratello risorgerà”, ella risponde: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno” (Gv. 11,23-24). Ma Gesù replica: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv. 11,25-26). Ecco la vera novità, che irrompe e supera ogni barriera! Cristo abbatte il muro della morte, in Lui abita tutta la pienezza di Dio, che è vita, vita eterna. Per questo la morte non ha avuto potere su di Lui; e la risurrezione di Lazzaro è segno del suo pieno dominio sulla morte fisica, che davanti a Dio è come un sonno (cf. Gv. 11,11).Ma c’è un’altra morte, che è costata a Cristo la più dura lotta, addirittura il prezzo della croce: è la morte spirituale, il peccato, che minaccia di rovinare l’esistenza di ogni uomo. Per vincere questa morte Cristo è morto, e la sua Risurrezione non è il ritorno alla vita precedente, ma l’apertura di una realtà nuova, una “nuova terra”, finalmente ricongiunta con il Cielo di Dio. Per questo san Paolo scrive: “Se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm. 8,11). Cari fratelli, rivolgiamoci alla Vergine Maria, che già partecipa di questa Risurrezione, perché ci aiuti a dire con fede: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio” (Gv. 11,27), a scoprire veramente che Lui è la nostra salvezza. (Le parole del papa Benedetto XVI alla recita dell’Angelus, 10-04-2011).

 

La vita eterna – che cos’è?

 «Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo.

Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine -  questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.

 È precisamente questo che, per esempio, dice il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per il fratello defunto Satiro: “È vero che la morte non faceva  parte della natura, ma fu resa realtà di natura; infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio […] A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L’immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non illumina la grazia”. Già prima Ambrogio aveva detto: “Non dev’essere pianta la morte, perché è causa di salvezza…”.

(BENEDETTO XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, 24-25).

Il seme delle domande

Dio mio, sono venuto con il seme delle domande!

Le seminai e non fiorirono.

Dio mio, sono arrivato con le corolle delle risposte,

ma il vento non le sfoglia!

Dio mio, sono Lazzaro!

Piena d'aurora, la mia tomba

dà al mio carro neri puledri.

Dio mio, resterò senza domanda e con risposta

vedendo i rami muoversi! (F. Garcia Lorca)

 

Io sono la risurrezione

Trovare una nuova vita attraverso la sofferenza e la morte: è questo il cuore della buona notizia. Gesù ha vissuto questa via di liberazione prima di noi e ne ha fatto il grande segno. Gli esseri umani hanno sempre la smania di vedere segni: eventi meravigliosi, straordinari, sensazionali che li possano distrarre un poco dalla dura realtà... Ci piacerebbe vedere qualcosa di meraviglioso, di eccezionale, che interrompa la vita ordinaria di tutti i giorni. In questo modo, anche se per un solo momento, possiamo giocare a nascondino. Ma a coloro che dicono: «Signore... vorremmo che tu ci facessi vedere un segno», Gesù risponde: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra».

Da tutto questo, si può vedere quale sia il segno autentico: non un miracolo sensazionale ma la sofferenza, la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù. Il grande segno, che può essere compreso solo da coloro che sono disposti a seguire Gesù, è il segno di Giona, il quale volle anche lui fuggire dalla realtà, ma fu richiamato indietro da Dio perché adempisse il suo arduo compito fino in fondo. Guardare la sofferenza e la morte dritto in faccia e attraversarle con la speranza di una nuova vita data da Dio: è questo il segno di Gesù e di ogni essere umano che desidera vivere una vita spirituale a sua imitazione. È il segno della croce: il segno della sofferenza e della morte, ma anche della speranza di un totale rinnovamento (H.J.M. Nouwen, Lettere a un giovane, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003, 117).

 

L'amore di Dio è più forte della morte

Anche se Gesù ha contrastato direttamente l'inclinazione umana a evitare la sofferenza e la morte, i suoi discepoli si resero conto che era meglio vivere la verità con occhi aperti che non vivere la loro vita nell'illusione.

La sofferenza e la morte appartengono alla via stretta di Gesù. Gesù non le glorifica, né le dichiara belle, buone o qualcosa da desiderare. Gesù non chiama all'eroismo o al sacrificio suicida. No, Gesù ci invita a guardare la realtà della nostra esistenza, e ci rivela che questa dura realtà è la strada da percorrere per arrivare a una nuova vita. Il nucleo del messaggio di Gesù è che la gioia e la pace non si possono mai raggiungere aggirando la sofferenza e la morte, ma soltanto affrontandole con coraggio.

Potremmo dire che in realtà, non abbiamo alcuna possibilità di scelta. Chi, infatti, sfugge alla sofferenza e alla morte? Eppure c'è ancora una scelta.

Possiamo negare la realtà della vita, o possiamo affrontarla. Se la affrontiamo non da disperati, ma con gli occhi di Gesù, scopriamo che dove meno ce l'aspettiamo, è nascosto qualcosa che sostiene una promessa più forte della morte stessa. Gesù ha vissuto la sua vita con la sicurezza che l'amore di Dio è più forte della morte e che la morte non ha, quindi, l'ultima parola. Egli ci invita ad affrontare la realtà dolorosa della nostra esistenza con la stessa fiducia. La Quaresima è soprattutto questo (H.J.M. Nouwen, Preghiere dal silenzio, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003, 118).

 

La risurrezione del cuore

Le storie del Vangelo non sono scritte solo per essere lette, ma anche per essere rivissute. La storia di Lazzaro è stata scritta per dirci questo: c'è una risurrezione del corpo e c'è una risurrezione del cuore; se la risurrezione del corpo avverrà "nell'ultimo giorno", quella del cuore avviene, o può avvenire, ogni giorno.

Questo è il significato della risurrezione di Lazzaro che la liturgia ha voluto evidenziare con la scelta della prima lettura di Ezechiele sulle ossa aride. Il profeta ha una visione: vede un'immensa distesa di ossa rinsecchite e capisce che esse rappresentano il morale del popolo che è a terra. La gente va dicendo: "La nostra speranza è svanita, noi siamo perduti". Ad essi è rivolta la promessa di Dio: "Ecco io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe...Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete". Anche in questo caso non si tratta della risurrezione finale dei corpi, ma della risurrezione attuale dei cuori alla speranza. Quei cadaveri, si dice, si rianimarono, si misero in piedi ed erano "un esercito grande, sterminato". Era il popolo d'Israele che tornava a sperare dopo l'esilio.

Da tutto questo deduciamo una cosa che conosciamo anche per esperienza: che si può essere morti, anche prima di...morire, mentre siamo ancora in questa vita. E non parlo solo della morte dell'anima a causa del peccato; parlo anche di quello stato di totale assenza di energia, di speranza, di voglia di lottare e di vivere che non si può chiamare con nome più indicato che questo: morte del cuore.

A tutti quelli che per le ragioni più diverse (matrimonio fallito, tradimento del coniuge, traviamento o malattia di un figlio, rovesci finanziari, crisi depressive, incapacità di uscire dall'alcolismo, dalla droga) si trovano in questa situazione, la storia di Lazzaro dovrebbe arrivare come il suono di campane il mattino di Pasqua.

Chi può darci questa risurrezione del cuore? Per certi mali, sappiamo bene che non c'è rimedio umano che tenga. Le parole di incoraggiamento lasciano il terreno che trovano. Anche in casa di Marta e Maria c'erano dei "giudei venuti per consolarle", ma la loro presenza non aveva cambiato nulla. Bisogna "mandare a chiamare Gesù", come fecero le sorelle di Lazzaro. Invocarlo come fanno le persone sepolte sotto una valanga o sotto le macerie di un terremoto che richiamano con i loro gemiti l'attenzione dei soccorritori.

Spesso le persone che si trovano in questa situazione non sono in grado di fare niente, neppure di pregare. Sono come Lazzaro nella tomba. Bisogna che altri facciano qualcosa per loro. Sulla bocca di Gesù troviamo una volta questo comando rivolto ai suoi discepoli: "Guarite gli infermi, risuscitate i morti" (Mt. 10,8). Cosa intendeva dire Gesù: che dobbiamo risuscitare fisicamente dei morti? Se fosse così, nella storia si contano sulle dita i santi che hanno messo in pratica quel comando di Gesù. No, Gesù intendeva anche e soprattutto i morti nel cuore, i morti spirituali. Parlando del figliol prodigo, il padre dice: "Egli era morto ed è tornato in vita" (Lc. 15,32). E non si trattava certo di morte fisica, se era tornato a casa.

Quel comando: "Risuscitate i morti" è rivolto dunque a tutti i discepoli di Cristo. Anche a noi! Tra le opere di misericordia che abbiamo imparato da bambini, ce n'era che diceva: "seppellire i morti"; adesso sappiamo che c'è anche quella di "risuscitare i morti".

Preghiera

Tu hai parole di vita eterna,

tu sei cibo e bevanda,

tu sei la via, la verità e la vita.

Sei la luce che splende nelle tenebre,

la lampada sul candelabro, la casa sul monte.

Sei la perfetta icona di Dio.

Io grazie a te posso vedere il Padre celeste,

e con te posso trovare la strada per giungere a lui.

Sii il mio Signore, il mio Salvatore, il mio Redentore.

la mia Guida, il mio Consolatore, il mio Conforto,

la mia Speranza, la mia Gioia, la mia Pace.

A te voglio dare tutto ciò che sono.

Fa’ che io ti dia tutto,

tutto ciò che ho, penso, faccio e sento.

È tutto tuo, o Signore.

Ti prego, accettalo e rendilo completamento tuo. Amen.

 

 «Per la sua fede nel sole ‒ afferma san Giustino Martire ‒ non si è mai visto nessuno pronto a morire».

Consapevoli dell’orizzonte grande che la fede apriva loro, i cristiani chiamarono Cristo il vero sole, “i cui raggi donano la vita”. A Marta, che piange per la morte del fratello Lazzaro, Gesù dice: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv. 11,40). Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta».

È quanto scrive papa Francesco all’inizio dell’enciclica Lumen fidei. Così come Gesù rispondendo a Tommaso dirà di sé: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), anche nel dialogo con Marta, la sorella di Lazzaro di Betania, afferma: «Io sono la risurrezione e la vita […] chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv. 11,25-26). Gesù, infatti, è il Verbo nel quale «era la vita» (Gv. 1,4), venuto nel mondo perché coloro che credono in  lui abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv. 10,10). S. Agostino, riprendendo il testo giovanneo: «Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (Gv. 11,25-26), si chiede: «Che vuol dire questo? “Chi crede in me, anche se è morto” come è morto Lazzaro, “vivrà”, perché egli non è Dio dei morti ma dei viventi. Così rispose ai Giudei, riferendosi ai patriarchi morti da tanto tempo, cioè ad Abramo, Isacco e Giacobbe: Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe; non sono Dio dei morti ma dei viventi: essi infatti sono tutti vivi (Mt. 22,32; Lc. 20,37-38). Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai; se non credi, sei morto anche se vivi» (Commento al Vangelo di Giovanni 49). È proprio il dono della vita che Gesù partecipa all’amico Lazzaro che si era addormentato e che Egli era venuto a svegliare (cf. Gv. 11,11).

Caravaggio ha tradotto in pittura l’episodio evangelico dipingendo a Messina, tra il 1608 e il 1609, una tela di notevoli dimensioni destinata alla Chiesa dei Padri Crociferi.

La scena è animata e mossa da un grande stupore che esprimono tutti i personaggi nell’istante in cui il corpo irrigidito di Lazzaro riprende vita, risvegliandosi dal sonno profondo della morte.

Il suo corpo nudo, liberato dalle bende, semicoperto da un lenzuolo, teso in forma di croce, è raggiunto dalla luce soprannaturale che si riflette anche sui volti smarriti dei personaggi che affollano il dipinto. All’estremità sinistra della tela è posta la figura solenne e composta di Gesù con il braccio destro alzato mentre la sua mano è rivolta verso il morto il quale ha già udito le parole: «Vieni fuori!» (Gv. 11,43). Sciolto dalle bende e liberato dal sudario, Lazzaro riprende vita. Il suo capo è amorevolmente sostenuto dalle sorelle Maria e Marta. Quest’ultima aveva detto a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora io so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la concederà» (Gv. 11,21-22). Adesso vede realizzato il suo desiderio e il suo atto di fede in Cristo, vita e risurrezione, trova risposta. Il tutto si consuma in una scenografia che si materializza in un ampio sfondo scuro che sembra incombere sulle figure disposte lungo uno stesso piano, uno spazio vuoto e impenetrabile che viene come squarciato dalla luce divina.

Caravaggio organizza la scena in modo teatrale. La proporzione tra le figure e l’altezza della tela aumenta la percezione del sacro e del mistero che avvolge e sconvolge gli uomini quasi sopraffatti dalla sua rivelazione. Il gioco di luce e di ombra sottolinea ancora di più l’evento pasquale che si sta compiendo quale anticipo dell’esodo da questo mondo al Padre che Gesù avrebbe realizzato da lì a breve a Gerusalemme. Ormai la morte, di cui anche le ossa e il teschio posti in primo piano, è stata sconfitta e fa spazio alla vita.
Nell’uomo raffigurato con le mani giunte e posto dietro l’indice di Cristo, rivolto proprio verso la fonte di luce, quasi alla ricerca della grazia, molti hanno letto l’autoritratto dello stesso Caravaggio. Nel suo volto smarrito ogni uomo che ricerca la verità può riconoscere se stesso.
Ogni credente, infatti, è chiamato ad abbandonare le tenebre della morte e del peccato per lasciarsi raggiungere dalla luce vivificante di Cristo.

Jesùs Manuel Garcìa

http://www.catechistaduepuntozero.it

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007

- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007

- Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» (2014)

- C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009

- E. BIANCHI et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A, Milano, vita e Pensiero, 2010

- J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003

- F. ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messagge-ro, 2001

- D. GHIDOTTI, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003

- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007

- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011

- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012

- J.M. Bergoglio – Papa Francesco, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.

 

 

1. Il cammino verso la Pasqua segue in questo anno “A” lo stesso cammino di Cristo e del Vangelo di Giovanni. Con la sua Pasqua Gesù va a “portare alla luce la vita e l’immortalità” (2Tm. 1,10).

Prepararsi per la Pasqua durante il tempo di quaresima significa percorrere il cammino della fede per giungere a credere che in Cristo si trova la vita in pienezza. Così con il brano evangelico odierno il tema della vita che si riceve attraverso la fede in Cristo raggiunge il suo culmine con il ritorno in vita di Lazzaro e la proclamazione di Gesù riguardo a se stesso come la vita e la risurrezione. Gesù compie un segno con il quale mostra il suo potere di strappare gli uomini alla morte. E di strapparli definitivamente. Certamente Lazzaro è tornato a morire. Ma, appunto, quel miracolo era soltanto un segno di qualcosa di più grande, qualcosa che Gesù esprime nel suo dialogo con Marta.

2. La morte.

- Va tenuto presente che per la mentalità biblica la morte non è soltanto quel punto che si trova all’orizzonte della nostra vita, al quale arriveremo quando la nostra esistenza terrena sarà conclusa.

L’uomo biblico è consapevole che la morte è una realtà che ha a che fare con la vita quotidiana, con l’oggi della nostra esistenza. C’è una morte che è presente già nella mia esistenza attuale e ne compromette la riuscita. Alcuni esempi. In Sap. 2,24 si afferma: «Per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza quelli che appartengono a lui». Vale a dire: tutti subiscono la morte fisica, ma c’è una morte che è già sperimentata da quelli che appartengono al diavolo. Gesù dice: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt. 8,22), intendendo che ci sono persone vive che tuttavia sono morte. In Ef. 2,5-6 si ricorda che «noi eravamo morti per i nostri peccati», ma che ora siamo stati risuscitati. Dunque esiste una morte che è presente già nella nostra esistenza terrena,

che possiamo chiamare “esistenziale”. È quella “morte” che sperimentiamo ogni volta che non ci sentiamo amati. Ogni volta che subiamo dei torti, delle ingiustizie, dei tradimenti, delle ingratitudini, avvertiamo una morte interiore che è molto reale; così reale e così insopportabile che per alcuni è preferibile quella fisica. Ma in realtà non è tanto perché non ci sentiamo amati, ma perché non riusciamo ad amare quando ci sentiamo colpiti. Infatti, «chi non ama rimane nella morte» (1Gv. 3,14)

perché noi siamo creati per amare. Tale incapacità di amare deriva dal peccato che abita in noi (Rm. 7,17). La Risurrezione di cui parla Gesù ha a che fare dunque non soltanto con quella dei corpi, alla fine dei tempi, ma anche e innanzitutto con quella che mi attanaglia ora e mi impedisce di vivere veramente, in pienezza.

- La fine di ogni speranza. La morte rappresenta la fine di ogni speranza. Noi diciamo “finché c’è vita c’è speranza”, nel senso che nel momento in cui sopraggiunge la morte ogni speranza svanisce, anche quella relativa ad un possibile intervento divino. Finché c’è vita, anche in una situazione umanamente insolubile, si può ancora sperare in un miracolo. Ma nel momento in cui la morte sopraggiunge nemmeno Dio – pensiamo noi – può fare più nulla. In fondo riteniamo la morte più forte di Dio. Nonostante tutta la nostra supposta fede in una vita ultraterrena, in realtà consideriamo la morte come la fine di tutto. Anche per i cosiddetti credenti la morte si presenta come una realtà invincibile.

E anche per tanti morti esistenziali, per tante persone che si trovano in situazioni “disperate”, possiamo pensare che ormai non ci sia più nulla da fare. Di fatto esistono situazioni che riteniamo impossibili da cambiare anche per Dio: «Compi tu forse prodigi per i morti?» (Sal 88,11).

Eppure niente è impossibile per Dio (Lc. 1,37). La potenza di Dio si manifesta pienamente nel ridare la vita ai morti (Mc. 12,24). Per questo Gesù aspetta che Lazzaro si “addormenti” prima di andare da lui, per manifestare la gloria di Dio (v. 4).

3. Parallelo con Gv 5,19-30.

- Il Vangelo odierno riceve luce da Gv 5,19-30. Senza entrare in tanti particolari, possiamo notare

che in entrambi i testi si parla del rapporto di Gesù con il Padre, del quale egli compie le opere. E come il Padre dà la vita ai morti, così anche il Figlio. In Gv. 11 Gesù dimostra questo potere suo e del Padre. Inoltre in entrambi i testi si sottolinea il potere della parola di Gesù. Egli afferma che «chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato ha la vita eterna» (5,24), e che i morti ascolteranno la sua voce e vivranno (5,25). In Gv. 11 è proprio la voce di Cristo (“Lazzaro vieni fuori”), che chiama alla vita il morto. La parola di Cristo ha il potere di dare la vita e di mantenere in vita: «Chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte» (Gv. 8,51). Dunque la vita che Cristo ha il potere di comunicare si riceve attraverso la fede in lui e nella sua parola.

- Due vite e due morti. Anche in Gv. 5 si parla di due tipi di vita che scaturiscono da Cristo: una nuova vita che riceveranno i morti alla risurrezione finale (v. 28), e una vita che ricevono i morti ora, per la fede in Cristo. In Gv. 5,25 infatti si dice che «i morti ascolteranno la voce di Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata (sottinteso “con fede”) vivranno». In questo caso si tratta ovviamente di una morte non fisica, perché i morti che stanno al cimitero non possono ascoltare nulla. È appunto quel tipo di morte che sopra abbiamo chiamato “esistenziale”. E sembra che sia questo tipo di morte a cui Cristo interessa innanzitutto porre rimedio. Parafrasando il libro dell’Apocalisse potremmo dire che chi ha ricevuto la prima risurrezione non andrà incontro alla seconda morte (Ap. 20,5-6). La stessa idea appare in Gv. 11. Nei versetti 23-26 Gesù parla della risurrezione e riceve da Marta una professione di fede relativa alla risurrezione finale. Ma Gesù approfondisce il senso delle sue parole dicendo che chi crede in lui «non morirà in eterno». L’associazione “non … in eterno” significa semplicemente “mai”; vale a dire: chi vive credendo in Cristo “non morirà mai”.

L’affermazione ha dell’incredibile, ma ovviamente va intesa nello stesso senso di Gv 5,25. C’è una vita che si ottiene per la fede in Cristo che non verrà mai interrotta. Quella morte esistenziale presente all’interno della nostra vita terrena viene definitivamente sconfitta dalla vita nuova che Cristo ci dona. Cristo non è soltanto colui che ci risusciterà nell’ultimo giorno (Gv. 6,39.40.44.54); egli è la risurrezione e la vita. Ciò significa che chi ha Cristo in sé possiede fin d’ora un principio di vita eterna (Gv. 5,24; 10,28) che gli permette di non morire mai. Ha fin d’ora un anticipo della risurrezione finale. Gesù è venuto per dare la vita agli uomini e darla in abbondanza (Gv 10,10).

- Se abbiamo Cristo in noi abbiamo un principio di vita eterna e siamo già passati dalla morte alla vita (Gv. 5,24), abbiamo già fatto pasqua. Questa “risurrezione”, questa vita eterna che abita in chi crede in Cristo, si manifesta nel fatto che si è in grado di amare. Perciò «sappiamo di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli». Così che possiamo dire con san Cipriano: «Colui che ha vinto una volta la morte per noi, la vince sempre in noi». Quelle innumerevoli paure che condizionano la nostra esistenza quotidiana e ci impediscono di essere veramente felici, sono annullate dalla presenza della vita interminabile che ci viene dalla presenza di Cristo risorto in noi. E anche se dovremo comunque subire la morte fisica («a causa del peccato»: Rm. 8,10), chi ha ricevuto questo principio di vita eterna va incontro ad essa come un “addormentarsi” (Gv. 11,11), in attesa che Cristo ci risvegli.

4. È lo Spirito che dà la vita. Le prime due letture mettono in risalto l’importanza dello Spirito nel dare la vita. La presenza di Cristo risorto in noi, e con lui la risurrezione e la vita, ci viene dallo Spirito Santo. Come si dice nella seconda lettura: «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Cristo dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali, per mezzo dello Spirito che abita in voi» (Rm. 8,11). Per mezzo dello Spirito la vita di Cristo risorto viene comunicata ai credenti in lui. Dopo la sua risurrezione Gesù è stato costituito “Spirito datore di vita” (1Cor. 15,45). Gli apostoli hanno sperimentato l’efficacia di questa nuova vita che hanno ricevuto dallo Spirito il giorno di Pentecoste, perché hanno potuto vincere la paura della morte che prima aveva loro impedito di seguire Cristo. Se in noi entra la vita eterna, la risurrezione in persona, allora la nostra morte, come le tenebre di fronte alla luce, scompare. La risurrezione è la persona stessa di Cristo risorto che appare in rimane in mezzo ai suoi, per mezzo del suo Spirito, e cambia, come nel giorno di Pasqua per i discepoli, la paura in gioia, la morte in vita (Gv. 20,19-23). Nessuna realtà umana può dare all’uomo questa vita vera, eterna, abbondante, che supera la barriera della morte. Per questa la carne non giova a nulla; è lo Spirito che dà la vita. Le parole di Cristo sono spirito e vita (Gv. 6,63).

don Marco Ceccarelli,

 

 

"Illuderci che la vita è nostra"

«Perché Gesù ha resuscitato Lazzaro? Lazzaro morirà due volte. Perché farlo morire ancora? “Perché credano che tu mi hai mandato”; per rendere credibile la forza di Gesù… [...] Non possiamo essere passivi di fronte alla morte. Dobbiamo sapere perché viviamo e per chi. Ma è vero? Sappiamo perché dobbiamo morire? Continuiamo ad illuderci che la vita è nostra. Ma prima la vita non era nostra; e dopo non sarà nostra. Perché dovrebbe esserlo durante? Siamo sciocchi a pensare che la vita sia per noi e non per gli altri. Perché non dedicare la nostra vita agli altri? Affinché gli altri credano in Cristo» (mons. Valentino Vecchi).

 

In trionfale crescendo, l’ultimo «segno» compiuto dal maestro prima della passione è la risurrezione di Lazzaro, alle porte di Gerusalemme: segno che la morte che aspetta Gesù (sarà proprio questo evento ad affrettarla) non è, come sembra, una sconfitta ma una vittoria, e la croce non è un’infamia ma un trono di gloria, perché la morte è vinta dalla vita. Non solo il peccato è sconfitto, ma la morte stessa non potrà più riportare i suoi trofei, perché con la risurrezione di Gesù la vita è risorta nel cuore dell’umanità.

Il quadro è molto concreto: veri affetti (cf. vv. 1-5.28-36), una morte vera, un viaggio verso morte certa (cf. vv. 11-16). Ma anche questo manifesterà la gloria di Dio (cf. v. 4).

Finché dura il tempo stabilito, le tenebre non oscureranno la luce: verrà la loro ora, e Tommaso, pronto a sfidare la morte, ma disposto a credere solo ai fatti, potrà toccare con mano la divinità di Gesù (cf. Gv. 20,24-29). Di spirito concreto anche Marta, legata al suo dinamismo, a una fede pratica (cf. vv. 17-24.39). Ma la parola di Gesù spezza ogni schema: chi può dirsi «risurrezione e vita?» (cf. vv. 25-26). La fede di Marta si basa non sulla spiegazione razionale ma sull’abbandono alla persona di Cristo. Il dolore di Gesù non resta inerte di fronte alla potenza della morte, al suo passo irreversibile (cf. vv. 37-40; si credeva che nel «quarto giorno» l’anima abbandonasse definitivamente la tomba): egli è la «vita» che si manifesta agli uomini, con l’autorità del Figlio di Dio (cf. vv. 41-45).

Francesco cita implicitamente la professione di fede di Marta nella Lettera a tutto l’Ordine, nel celebre passaggio relativo alla presenza reale di Cristo nell’eucaristia: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e stupenda degnazione! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!» (FF 221).

fra Andrea Vaona

http://bibbiafrancescana.org

 

 

 

 

Nella visione di Ezechiele il popolo d’Israele è come un ammasso di ossa inarticolate in una valle deserta. Morte e vita sono realtà opposte. La desolazione della morte contrasta il timido risvegliarsi della vita. Sullo stato di desolazione irrompe il soffio dello Spirito che rigenera e non solo rdona il respiro di vita ma anche fa prendere forma al cammino di un popolo chiamato a camminare nella relazione con Dio verso una libertà nuova.

Il profeta annuncia un futuro di vita: “Così dice il Signore: Ecco io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe. Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete”.

La visione indica un popolo ridotto nella condizione di morte e di aridità che riprende vita e speranza. Il dono dello Spirito di Dio attua tutto questo. Le ossa aride divengono metafora del rialzarsi del popolo dopo la devastazione dell’esilio in Babilonia (dopo il 538 a.C.). E’ un rialzarsi, riprendere vita, risurrezione ed apertura di una novità: ‘Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo…’ (Ez. 36,26).

“Ora se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia”. Paolo presenta il cristiano come persona che nel contempo sperimenta la morte e la vita: è morto al peccato ma vivente per l’esperienza dello Spirito. Il Padre, che ha risuscitato Gesù Cristo dalla morte, darà vita anche ai corpi mortali per mezzo dello Spirito. C’è un abitare dello Spirito nel cuore da scoprire, a cui lasciare spazio nella propria vita: è già dono ed è promessa. In tal modo Paolo presenta il percorso del battesimo come una  trasformazione della vita del credente che coinvolge ogni aspetto dell’esistenza. La vita nuova coinvolge tutta la persona, coscienza,  interiorità, corpo. La corporeità, inserita nel gemito di tutta la creazione è chiamata a partecipare ad un respiro di vitalità.

Il IV vangelo al cap. 11 presenta l’utlimo dei sette ‘segni’ che preparano all’ora di Gesù. E’ il segno della vita, l’uscita dal buio del sepolcro. Dopo il segno del vino a Cana, dell’acqua al pozzo nell’incontro con la donna di Samaria, della luce nell’incontro con il cieco…

Gesù incontrando Marta le dice: ‘tuo fratello risusciterà’. E’ conferma della fede che Marta già custodisce: ‘So che risusciterà nell’ultimo giorno’. Ma a questo punto Gesù propone a Marta un passaggio inaudito. Le chiede di affidarsi a lui, in un movimento di andare verso lui: ‘Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore vivrà: chiunque vive e crede in me non morrà in eterno’. I segni del IV vangelo conducono al grande segno della rivelazione della gloria di Dio. La croce è questo segno, quello che rimane, dell’amore fino al compimento. La morte di Gesù sulla croce è essa stessa rivelazione del volto di Dio come amore.

Gesù propone a Marta non solo di credere nella risurrezione nell’ultimo giorno, ma di aprirsi sin d’ora a scorgere nell’incontro con lui una vita nuova. Questa non è indicata come un futuro da attendere ma è già iniziata è già qui. Gesù guida Marta ad uscire fuori, come grida a Lazzaro ‘Vieni fuori’. Uscire fuori è liberarsi da tutto ciò che trattiene in un mondo di ombre e buio, nella schiavitù della morte, scoprire che in Gesù la morte è stata vinta e il dono della risurrezione è già in atto nel presente.

Il sepolcro per gli ebrei era ingresso in un luogo dove si svolgeva un’esistenza come di ombre (Sheol), senza vivacità, senza distinzioni.

Sembra poco comprensibile che Gesù, dopo aver avuto notizia di Lazzaro malato, attenda la sua morte per recarsi da lui. Ma qui sta un messaggio: ‘questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, perché attraverso di essa il Figlio di Dio venga glorificato’. Il ‘segno’ di Lazzaro così come la luce donata al cieco è tutto orientato a far incontrare Gesù, a credere in lui. E’ lui il rivelatore del Padre, colui che può dare una vita nuova e questa passa per la fede in lui: ‘Chi crede è passato dalla morte alla vita’.

Con il segno di Betania Gesù genera una più forte opposizione contro di lui: nel momento in cui da’ vita c’è chi  si mette a preparare la sua morte. Betania è così luogo di morte e di vita. Gesù è turbato e reagisce davanti alla morte e si oppone. Nella vicenda Ldi azzaro è proposto già  l’annuncio della risurrezione di Gesù: le lacrime di chi piange alla tomba, il sepolcro e la pietra, le fasce, l’invito a ‘lasciar andare’. Il segno di Lazzaro rinvia così al segno definitivo, la morte di Gesù sulla croce. E’ questo il momento della rivelazione della gloria, dove si rende visibile il volto di Dio. Morendo Gesù ha sconfitto la morte e ha proclamato la vita. La via della passione percorsa nello  scendere, lavare i piedi ai suoi, attraversata dall’annuncio che il suo regno non è di questo mondo è strada non di morte ma di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

 

 

"Credere che siamo partecipi della vita di Dio"

1) Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato.

Betania era un villaggio che sorgeva a meno di tre chilometri da Gerusalemme. Ora si chiama Azarieh, ed è attraversato da un odioso muro di separazione che divide ebrei e palestinesi. Una comunità di suore comboniane, che hanno casa sul versante ebraico, hanno acquistato un piccolo terreno anche dall’altra parte, e così hanno aperto una piccola finestra di speranza. I muri si possono anche attraversare: è come porre dei segni di vita in un cimitero.

A Betania io ho abitato per nove mesi, all’inizio degli anni ottanta, e di questo paese, ormai tutt’uno con la città, mi sono rimasti i suoni, i colori, i profumi. Sento ancora sulla mia pelle il vento del deserto e il calore del sole d’estate. Ho patito anche un rigido inverno, durante il quale è nevicato otto volte. Ma i più poveri soffrivano di più, fino a morire di freddo. A Betania ho gioito delle voci dei bambini e ho contemplato i volti di tanti uomini e donne del popolo palestinese, segnati dalla passione di Cristo. La tomba di Lazzaro mi era molto familiare, perché ci passavo accanto ogni giorno, andando a messa nella comunità di Dossetti. Passando, molto spesso ero preso dal pensiero della vita che passa veloce e della morte che sembra coprire ogni cosa.

Lazzaro, amico di Gesù, lo troviamo solo qui, nel vangelo di Giovanni, e non sembra neppure conosciuto dai lettori dell’evangelista. Il suo nome in ebraico significa «Dio viene in aiuto». Sono invece ben note le sue sorelle, Marta e Maria. Marta è attiva e premurosa, una vera padrona di casa; Maria, al contrario, è meno vivace e più contemplativa, e deve spesso farsi riprendere dalla sorella (cf. Lc. 10,32-34). Ma probabilmente è proprio per loro che viene scritta questa pagina, come pure per i discepoli e per i Giudei, rappresentanti della religione ufficiale. Mentre Lazzaro rimane sullo sfondo, muto e senza parola, il brano evidenzia la poca fede di tutti gli altri personaggi. I discepoli hanno solo paura di morire, Tommaso in testa.

Le sorelle rimproverano a Gesù la sua poca premura: se fosse venuto subito avrebbe potuto guarire il loro fratello ammalato. I Giudei sono già molto prevenuti nei confronti di Gesù e lo provocano continuamente : uno come lui, da Nazareth, non può essere il Messia, non può venire da Dio!

Come possiamo vedere, il racconto di Lazzaro occupa quasi interamente il capitolo 11 del vangelo di Giovanni e contiene la più lunga descrizione di un miracolo , tra quelli narrati nel Nuovo Testamento. Lascio a voi prendere in mano il testo e leggerlo attentamente, fino a penetrarne pienamente il contenuto. Io, data la lunghezza del testo, mi limiterò solo ad alcune considerazioni generali, cercando di cogliere il senso dell’intero capitolo.

Davanti ai nostri occhi viene progressivamente costruendosi un vero dramma, con una tensione che sale e va crescendo. Due sono gli elementi caratteristici di questo dramma: Gesù, che è il personaggio principale del racconto, e poi, davanti a lui, tutti gli altri: i discepoli, Marta e Maria, i Giudei. Gesù rivelerà a loro la sua “gloria” nel mistero della sua passione e morte. Avendo sofferto personalmente è in grado di capire la sofferenza dell’uomo. Non solo. Gesù, con il dono della sua vita, offre a tutti un amore che è più forte della potenza della morte. Non si tratta di chiedere il miracolo di poter vivere un poco di più, di sopravvivere ad una malattia grave, di godere di una certa immunità, ma di essere fatti partecipi della vita di Dio, una vita che nemmeno la morte ci può strappare. Aver fede è credere questo. E’ la domanda che Gesù pone ai discepoli, alle sorelle, ai Giudei, a ciascuno di noi. Sono in primo luogo i discepoli che, trattenuti dalla paura e dalla loro logica umana, dovranno fare il passo della fede. Si presenta poi Marta, afflitta e nello stesso tempo animata dalla speranza di una risurrezione futura, fin troppo lontana per essere creduta davvero; anch’essa è chiamata alla fede. Infine i Giudei contribuiscono con le loro osservazioni a provocare il miracolo, e pure loro sono provocati alla fede. Credere non è aderire ad una dottrina, nemmeno alla dottrina della risurrezione. Noi crediamo che Gesù è la risurrezione e la vita e chi si affida a lui sperimenta già fin d’ora la gioia della vita eterna. Neppure la morte, quando essa verrà, potrà avere alcun potere su questa nuova vita.

Tutti questi personaggi entrano nel racconto uno alla volta, ma li troveremo tutti insieme al momento dell’epilogo. Tutti sono invitati alla fede, ma sembra che questo appello sia rivolto in modo più insistente ai Giudei. Tutto il vangelo di Giovanni sottolinea la tensione esistente tra Gesù che si rivela nelle sue parole e nelle sue opere e l’incredulità dei Giudei. Questo richiamo alla fede è costante nell’episodio della risurrezione di Lazzaro. Il verbo «credere» viene usato otto volte per indicare la risposta dell’uomo alla visione della gloria di Dio che si manifesta nell’uomo Gesù. Lazzaro è morto e sepolto da quattro giorni: i Giudei possono giustamente dubitare della potenza di Gesù. Marta e Maria gli dicono: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Secondo loro Gesù avrebbe potuto fare qualcosa per la vita del fratello, ma ritengono che pure lui, che ha guarito molti, sia impotente di fronte alla morte.

Gesù sa che la morte molte volte aspetta pazientemente, anche lunghi anni. A volte giunge rapida e improvvisa. Spesso trascina con sé dolore, angoscia, sofferenza. Che sia la morte il vero dio dell’uomo? Molti lo credono. L’uomo vive per la morte, affermano. Solo un debole raggio di luce lo illumina, prima che tutto venga inghiottito dall’ombra. E intorno a noi molte sono le rappresentazioni di questo dio: guerra, fame, miseria, violenza, sfruttamento. L’odore della morte è ovunque. Anche la chiesa sembra talvolta una pianura piena di ossa inaridite e bruciate dal sole, sulla quale deve essere invocato lo Spirito di vita.

Gesù però ha affrontato la morte, per vincerla. Il suo amore è più forte della potenza della morte. Le tenebre, per dirla con il linguaggio di Giovanni, non hanno potuto soffocare la luce.

Per questo, piangendo la morte del suo amico Lazzaro, come noi piangiamo gli amici, le vittime del terrore, i morti innocenti, può anche dire: «Togliete la pietra dal sepolcro!». Chi è amato da Gesù, chi è stato toccato dalla gloria del Cristo risorto, non può rimanere prigioniero della morte. Il suo destino è altrove. In fatti “il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse: «Liberatelo e lasciatelo andare»”. Il vangelo vuole consegnarci due verità. Innanzitutto che la morte è inevitabile. E’ davanti agli occhi di tutti. Tutti, presto o tardi, saremo avvolti dalle sue bende, senza più avere la luce negli occhi, oscurati da un pesante sudario. Tutto questo provoca sofferenza e dolore. Anche Gesù ha pianto l’amico morto. E anche lui ha sperimentato la morte. Ma la verità è un’altra. Gesù, che è la vita, ha combattuto la morte, l’ha affrontata sul suo terreno, è sceso sino agli inferi dove la morte custodisce il suo bottino, e l’ha vinta. Il risorto ci fa il dono della sua vita. Molto di più di quello che chiedevano Marta e Maria. Molto di più di quello che speravano i discepoli, quando si sono messi alla sequela di Gesù. Molto di più di una fede prigioniera della Legge, come è quella dei farisei.

Lasciatelo andare.

La strada non è quella che conduce all’oscurità del sepolcro, ma quella che conduce al Padre.

Il discepolo, lungo la strada, è impegnato a togliere tutte quelle pietre che impediscono alla vita di manifestarsi.

don Giorgio Scatto

 

 

"Credi che chi ha fede in me, anche se muore vive?"

Dopo i temi dell'acqua viva dello Spirito e della luce della salvezza, eccoci al tema battesimale della vita eterna.

Gesù viene avvisato che un suo caro amico, Lazzaro, sta per morire; che fa? Si precipita affannosamente? No, se ne sta lì tranquillo e dice: Questa malattia non è per la morte, ma servirà alla gloria di Dio. È come se ci volesse dirci: tranquilli, Lazzaro è mio discepolo, crede in me, e chi è unito a me attraversa e vince la morte: Io sono la risurrezione e la vita! Sì, chi crede in Gesù e vive unito a Lui, anche se muore, vive per sempre! Gesù infatti a chi crede in Lui comunica la Sua stessa vita divina, immortale, che rende capaci di superare la morte che diventa sorella morte, che non fa paura, che introduce nell'abbraccio con il Dio della vita.

C'è un bel salto nella fede da fare, come è stato per Marta, alla quale - addolorata per la morte del fratello e per "l'assenza del Signore" - Gesù ha posto anzitutto una domanda, la principale, che rivolge a tutti noi: tu credi in me? Credi che chi ha fede in me, anche se muore vive? Sì, ci crediamo che quel nostro amico o parente morto nell'amore di Dio, e che spesso diciamo che "non c'è più", in realtà è morto fisicamente ma è vivo in Dio? Coraggio caro fratello e cara sorella, apri il cuore alla speranza, lasciati convincere dall'amore e dalla potenza della risurrezione di Gesù! La morte di una persona cara è una cosa bruttissima, certo, ci fa soffrire tanto e ci fa piangere, come ha pianto lo stesso Gesù, ma Lui l'ha vinta! Dunque non disperare! I nostri cari sono in Dio, e Lui è molto più grande e buono di noi! Non piangiamoli come se ormai fossero "estinti nel nulla", ma, dato che ci sono vicini, "incontriamoli nella fede", pregando per loro, ricevendo l'Eucaristia in grazia di Dio, dandoci da fare con la carità, certi che l'amore vince la morte!

L'amore di Dio vince ogni morte: la morte naturale, ma anche la morte del cuore: la morte che causa in noi il peccato, la morte interiore dopo un dramma, un lutto, un tradimento. Chi può "risuscitarci"? Solo Gesù, solo l'Amore... bisogna invocarlo, come farebbe una persona prigioniera delle macerie dopo un terremoto, che chiama i soccorsi... Ma spesso le persone che sono in pesanti situazioni, non riescono nemmeno a pregare; sono come Lazzaro nella tomba: allora ci vuole l'aiuto degli altri, di quei discepoli che Gesù ha mandato a "risuscitare i morti". Ma che intendeva? Se fosse solo letteralmente, si contano sulla punta delle dita i santi che hanno potuto operare questi miracoli. Gesù intendeva anche - e soprattutto di risuscitare i morti nel cuore, i morti spirituali, come il figliol prodigo (R. Cantalamessa).

Come fare? Per esempio: conosci qualcuno solo, o in una casa di riposo? Forse il suo cuore è indurito per il silenzio dei parenti. Telefonagli, cerca di andarlo a trovare: probabilmente hai risuscitato un morto! Un tuo familiare è rimasto demoralizzato dopo l'ennesimo scontro in famiglia; vagli incontro, annunziandogli con le parole e i gesti l'amore di Dio, così che possa rinascere la fiducia. Vedete, non è poi così difficile "risuscitare un morto": bastano piccoli concreti atti di carità! E nel caso di "morte interiore" dovuta al peccato grave, non esitiamo a ritornare con gioia alla misericordia di Dio, ricevendo il suo abbraccio nel sacramento della confessione, così che la sua vita divina riprenda a "scorrere nelle nostre vene"!

 

 

"Io sono la risurrezione e la vita"

Il tema centrale di questo racconto, come è evidente, è la vita. Più esattamente: il trionfo della vita sulla morte. Ed è il trionfo della vita sulla morte come conseguenza di un affetto intenso. È l’affetto di un amico, che ama tanto Marta, Maria e Lazzaro, che non sopporta il loro dolore, la loro pena, le loro lacrime. E si emoziona e piange quando percepisce quasi in modo palpabile l’assenza dell’amico, di cui avverte la mancanza. La lezione è chiara: l’umanità di Gesù è fonte di vita. Gesù è stato un essere umano, così profondamente buono, fedele all’amicizia, così profondamente sensibile che non ha potuto sopportare la sofferenza dei suoi amici, probabilmente gli amici che ha amato di più in questa vita.

Per questo, per il fatto che Gesù abbia amato tanto il suo amico e lo addolorava tanto la profonda pena di quelle due amiche, per questo (secondo i dati che presenta il minuzioso racconto di questo vangelo) ha restituito la vita a Lazzaro. Parliamo della “vita” senza aggettivi. Le religioni e le loro teologie non hanno smesso di aggiungere aggettivi alla vita: “soprannaturale”, “divina”, “religiosa”, “consacrata”, “spirituale”, “eterna”…E le teologie hanno dato così grande importanza agli aggettivi che, per esempio, in nome della vita “eterna” non hanno esitato a togliere la vita (e basta) a molta gente. Questo hanno fatto tutti i “religiosi” fanatici. Può esserci un’aberrazione più grande? Ci può essere una negazione più brutale di Dio?

Non dimentichiamo il fatto che il capitolo 11 del vangelo di Giovanni, subito dopo il racconto di Lazzaro, finisce con questa drammatica frase: “quel giorno decisero di farlo morire” (Gv 11,53). Gesù dà vita. La religione (quella maniera di comprendere e dirigere la religione) dà morte. E la storia ha continuato: a partire dagli inquisitori fino ai talebani, passando per tutti quelli che per motivi religiosi rovinano la vita alla gente, l’attualità del capitolo 11 di Giovanni continua ad essere tanto emozionante come dolorosa. Per il resto, da questo fatto prodigioso ed avvenuto alla vigilia della passione e morte di Gesù, si possono e si devono trarre insegnamenti importanti collegati con la “resurrezione eterna”. Perché in questa speranza troviamo “senso per le nostre vite”. Ma non dimentichiamo che quello che è capitato a Lazzaro non è stato resuscitare per l’”altra vita”, ma recuperare e ritornare a “questa vita”. Sono la forza ed il potere del “divino” messi al servizio dell’”umano”. Quello che è più umano, la vita e basta.

padre José María Castillo

 

 

 

Parto dal dialogo tra Gesù e Marta, parole intime intercorse tra i due amici, mentre erano soli;  come l’evangelista abbia conosciuto il contenuto della breve conversazione, non ci è dato di sapere…  saranno state le solite indiscrezioni, la solita fuga di notizie, oppure una confidenza fatta da Marta a Maria, che poi l’ha riportata, sempre in confidenza, a Giovanni, ed ecco… l’apostolo che Gesù amava lo ha annotato sul suo taccuino, e il gioco è fatto.

Potrebbe trattarsi invece di un aspetto fondamentale del progetto teologico dell’evangelista:  ebbene, che sia accaduto oppure no, che Gesù abbia parlato con Marta di resurrezione, di fede nel Cristo, etc. etc. interessa poco;  era, è essenziale suscitare e confermare la fede in Gesù, dichiarando che Lui era, che Lui è il Cristo venuto nel mondo;  l’occasione perfetta per introdurre l’elemento-cardine della fede cristiana, ripeto, la rivelazione che il Figlio del falegname è in realtà il Figlio di Dio e che chi crede in Lui sarà salvato, si presenta qui, in un contesto di dolore, di pianto, diciamo pure di  tragedia…  Del resto, che cosa rimane quando la persona che amavamo ci lascia così, morendo?  Rimane la fede!  …a condizione, però, che (la fede) ci fosse già prima.

In situazioni come questa, è difficile scoprire la fede, se non si sa neppure che cos’è.

Comunque sia, accaduto davvero, o soltanto immaginato dall’evangelista – l’uno e l’altro caso vanno bene uguale! –, l’essenziale è capire che la fede in Cristo rende possibile anche l’impossibile! Infatti l’impossibile accade, e Lazzaro ritorna in vita.

La risurrezione di Lazzaro non è un miracolo come gli altri: morto ormai da quattro giorni, compiuti i tradizionali riti di inumazione, il cadavere era già stato chiuso nel sepolcro…  Giovanni ci offre una lunga descrizione della vicenda che coinvolse non solo la famiglia, ma gli abitanti del villaggio e molta gente che, avuta notizia della presenza di Gesù, era accorsa per vedere quale atteggiamento avrebbe assunto.

Ma la risurrezione di Lazzaro costituisce soprattutto un fatto di importanza capitale nell’intera economia del quarto evangelo, l’unico Vangelo a contenerne il racconto: il fatto ebbe una tale risonanza che le autorità religiose convocarono d’urgenza il Sinedrio per discutere che fare…

E, tanto per richiamare il peso politico, cui accennavo domenica scorsa, i sacerdoti del partito dei farisei espressero i loro timori che la fama creatasi intorno a Gesù potesse insospettire le autorità romane, al punto da scatenare una repressione e distruggere addirittura il Tempio.

Il sommo sacerdote Caifa prese la parola e disse: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”.  Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.  Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. (cf. Gv. 11,45-54).

Ma anche Gesù aveva i suoi informatori:  lo venne a sapere e fuggì nel deserto, rifugiandosi con i suoi compagni nella cittadina di Efraim.

Per la cronaca, i capi del popolo decisero di uccidere anche il redivivo Lazzaro, perché molti giudei credevano in Gesù a motivo del miracolo (cfr. 12,10-11). Il Vangelo non dice se Lazzaro fu veramente ucciso; personalmente non ho motivo di credere il contrario… Ma atteniamoci a fatti raccontati ed evitiamo di dare per scontate cose che il Vangelo non afferma...

Poco prima di entrare a Gerusalemme, acclamato dal popolo come Messia, sfidando apertamente i capi religiosi, Gesù passò una sera a trovare i suoi tre amici, Lazzaro, Marta e Maria, e si trattenne a cena.  Leggetevi con comodo il capitolo 12, intitolato l’unzione di Betania, a motivo del gesto compiuto da Maria Maddalena, di cospargere i piedi di Gesù di unguento prezioso:  il gesto suscitò l’immediata reazione di Giuda: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”; evidentemente si trattava di un profumo assai prezioso, se l’Iscariota lo valutò dieci volte tanto rispetto alla vita del Signore, venduto dal traditore per soli 30 denari.

Il Signore commentò il gesto sconsiderato di Maria e rispose alla critica di Giuda, annunciando per l’ultima volta la sua imminente Passione: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.  I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me.” (cfr. 12,8).

La pagina che abbiamo ascoltato cita per ben due volte il particolare che Gesù si commosse profondamente;  significa, che scoppiò a piangere…

Che differenza, tra la descrizione della persona di Gesù, quale emerge da questo Vangelo, amante delle feste, capace di adirarsi in maniera violenta (Gv 2,13ss), ma anche (capace) di scoppiare in lacrime per la tristezza, come nel presente caso, e la famosa icona paleocristiana del Cristo Pantocratore, impassibile, impenetrabile, serio e inespressivo come una sfinge…

Il Verbo incarnato ha assunto tutto di noi, tranne il peccato;  e ci ha dato la Grazia di assumere da Lui la capacità di morire al peccato, per rinascere, qui ed ora, ad una vita diversa, una vita nuova.  E questa grazia, il Figlio di Dio l’ha data a noi effondendo il suo ultimo respiro, lo spirito della vita, lo Spirito Santo, colui che si librava sulle acque quando l’Onnipotente creava il mondo, il primo protagonista della Genesi, in ordine di apparizione.

Ecco, anche quest’anno siamo arrivati al termine del cammino di quaresima; la prossima domenica sarà la solennità delle Palme: entreremo insieme, con la fede, anche noi, in Gerusalemme, seguendo il Signore.  Quel giorno di duemila anni fa si avverò la profezia del vecchio Simeone, il quale, prendendo tra le braccia il figlio neonato della vergine Maria, le disse:  “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima.” (Lc 2,34-35).

Auguro a tutti di vivere i misteri della Settimana Santa, non solo a livello emotivo, ma in autentico spirito di fede.  Lasciamoci anche noi trafiggere l’anima!

La memoria della croce lasci una traccia di profonda conversione nella nostra vita!

Celebrare la morte è un nonsenso.

Infatti noi non celebriamo (soltanto) la morte di Cristo, ma la vita di Cristo donata!

Accogliamo questo dono, e facciamone l’uso migliore…

fr. Massimo Rossi

 

 

Io sono la Risurrezione e la Vita

Il destino di chi si è fidato e ha creduto in Gesù, viene presentato da Giovanni, nel suo vangelo, nel capitolo 11, con l'episodio di Lazzaro, che inizia così: “un certo Lazzaro di Betània”, è l'unica volta che un infermo, in questo vangelo, ha il nome, Lazzaro significa “Dio che aiuta”, “il villaggio”, gli evangelisti, quando pongono questa indicazione, il villaggio, significa che è un luogo di incomprensione, se non di opposizione, è il luogo attaccato alla tradizione, che fa difficoltà ad accogliere la novità portata da Gesù. “... di Maria e di Marta sua sorella, era malato”, l'evangelista, attraverso tre personaggi, presenta una comunità, che si tratti di una comunità poi lo rivela più sotto quando dice: “le sorelle mandarono dunque”, doveva scrivere le sue sorelle, omettendo il possessivo l'evangelista vuole indicare che è una comunità.

Ebbene questa comunità vive il momento della malattia mortale di uno dei suoi adepti, e mandano ad avvisare Gesù. Stranamente Gesù non si muove, Gesù non si muove, del brano leggiamo soltanto le parti essenziali perché è molto lungo, saltiamo al versetto 17, “quando Gesù arrivò trovò” e non Lazzaro. L'evangelista qui non mette il nome, “lo trovò”, perché nella tomba non c'è Lazzaro: Lazzaro, con il momento della morte, è entrato nella pienezza della dimensione divina, ma c'è il morto. Tutto il brano è un invito alla comunità cristiana a cambiare il concetto della morte.

“Quando Gesù arrivò, lo trovò che già da quattro giorni era nel sepolcro”, perché questo “quattro giorni”? Si credeva che, per tre giorni, lo spirito dell'individuo restava a vegliare il cadavere. Quando poi non si riconosceva più nei lineamenti del volto, per l'inizio del processo di decomposizione, scendeva nel regno dei morti, quindi è completamente morto. Gesù non entra nel villaggio, il luogo dell'incomprensione. Per incontrare Gesù, occorre uscire dalla tradizione, dal villaggio, allora Marta “dunque come udì che veniva Gesù, gli andò incontro”, ed investe Gesù di un rimprovero dice: “«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Avevano avvertito Gesù che il fratello era malato, che era grave, e Gesù non si era mosso. Gesù sembra non essere mai presente nei momenti di bisogno, e quindi Marta rimprovera Gesù. Ma dice: “anche ora so”, lei si rifa a quello che sa, cioè alla tradizione, “che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gli evangelisti distinguono tra il verbo chiedere ed il verbo domandare: il verbo chiedere è una richiesta di un inferiore verso un superiore, il domandare una richiesta alla pari.

Qui, per Marta, Gesù deve chiedere, quindi (Gesù) lei non ha compreso ancora che Gesù è Dio, che Gesù è uguale a Dio.

E Gesù le risponde: “tuo fratello risorgerà”, non l'avesse mai fatto, si becca una reazione stizzita da parte di Marta. “Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno»”. Quando una persona è in lutto, se per confortarla gli si dice che la persona defunta risorgerà, quando? Non solo non gli si dà consolazione, ma la si getta nella disperazione. Quando risusciterà? Oggi, domani, tra un mese, tra un anno, alla fine dei tempi? E va bene per la fine dei tempi anche noi saremo morti e già risuscitati, non è una consolazione. Quindi Marta risponde seccata: “so che risorgerà, nella resurrezione dell'ultimo giorno”, perché questa era la credenza farisaica della resurrezione. Si viveva, si moriva, si finiva nel soggiorno dei morti, poi l'ultimo giorno, un giorno finale, ipotetico, ci sarebbe stata la risurrezione dei giusti. Ed ecco la rivelazione di Gesù, che cambia completamente il concetto di vita, il concetto di morte, il concetto di risurrezione. Gesù le disse: “io sono”, io sono non è una rivendicazione di presenza, ma è la rivendicazione del nome divino, è il nome con il quale Dio si rivelò a Mosé: “io sono”. Quindi Gesù rivendica la pienezza della condizione divina, “la risurrezione e la vita”, non dice io sarò, lui è la risurrezione e la vita, quindi la vita e la risurrezione non saranno, ma sono già. E poi la risposta di Gesù si articola in due elementi. Il primo, alla comunità che piange uno dei componenti che è defunto, dice: “chi crede in me”, Lazzaro ha creduto in lui, “anche se muore”, anche se adesso vedete un cadavere, “vivrà”, continua a vivere. Quindi Gesù richiede, alla comunità che piange un morto, di avere questa fede. Ma poi, ai componenti della comunità che sono vivi, Gesù dice: “chiunque vive”, e quindi voi che siete vivi, “e crede in me”, e mi avete dato adesione, “non morirà in eterno”, non morirà mai. Gesù assicura che non si farà l'esperienza della morte: la morte non interrompe la vita, ma introduce subito a una dimensione nuova, piena, definitiva dell'esistenza.

Ma Gesù chiede a Marta se arriva a credere questo, ed ecco finalmente la crescita nella fede, “Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”, finalmente Marta è cresciuta nella fede.

Bene, continua il brano, saltiamo al versetto 33, “Gesù allora, quando la vide piangere”, c'è stato l'intervento dell'altra sorella Maria, che ha rimproverato Gesù con le stesse parole, “e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente”, veramente il verbo adoperato dall'evangelista non è commuovere, è fremere, è reprimere una forte sensazione, potremmo tradurre sbuffò, fremette, e Gesù che non sopporta questa situazione, perché la sua comunità piange esattamente come piangono i Giudei, come piange la tradizione. E Gesù, qui al versetto 35, non scoppiò in pianto, Gesù lacrimò. L'evangelista adopera due verbi differenti per quelli di Marta, Maria, i Giudei, e per il pianto di Gesù. Per il pianto di Gesù usa lacrimare, un'espressione di dolore, per il pianto delle sorelle usa invece il pianto che si faceva nel cordoglio funebre, che indicava la disperazione totale.

Ed ecco “allora” che “Gesù”, ancora fremendo, reprimendo se stesso, “si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra”, questa pietra apparirà per ben tre volte, per indicare che è questo che domina la narrazione, erano dei sepolcri scavati nelle grotte, e, di fronte, veniva posta una pietra. L'espressione italiana: “mettiamoci una pietra sopra”, deriva proprio da questi usi funerari, quando ci si è messa una pietra, significa che (tra) il mondo dei morti e quello dei vivi, non c'è più continuità, non c'è più comunicazione.

E qui Gesù inizia a dare ordini imperativi, sono tre, il primo è: “togliete la pietra”, siete voi che avete recluso il defunto lì dentro, e voi la dovete togliere questa pietra. E reagisce Marta, Marta che viene indicata come “la sorella del morto”, è superflua questa indicazione, sappiamo che Marta era la sorella del morto, ma l'evangelista sottolinea che questo della morte era il clima, il pensiero che dominava la comunità, “«Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni»”.

Le disse Gesù: “«Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?»”, nella vita indistruttibile si manifesta la gloria di Dio. “Tolsero dunque la pietra” che loro avevano messo, ed ecco gli ultimi comandi di Gesù, “Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!»”, la tomba, il sepolcro non è il luogo per un discepolo del Signore, il discepolo del Signore, nel momento della morte, entra subito nella piena dimensione della sua esistenza.

Gesù ha chiamato Lazzaro, ma non esce Lazzaro, esce il morto. Gesù chiama Lazzaro, ma esce il morto, perché Lazzaro non c'era nel sepolcro, Lazzaro era già nella pienezza dell'amore del Padre, è il morto che deve uscire dal sepolcro, cioè l'evangelista vuole aiutare la comunità a cambiare completamente mentalità riguardo alla morte, che le persone defunte non stanno in un sepolcro, ma continuano la loro esistenza nella pienezza della dimensione divina. “Il morto uscì”, e, stranamente, “i piedi e le mani legati con bende”, che non era la maniera di seppellire da parte dei Giudei. Il cadavere veniva lavato con acqua e aceto, poi veniva posto un telo sopra, ma non veniva legato, perché qui il morto ha i piedi e le mani legate? Perché essere legati era il simbolo della morte. Nei Salmi si legge: “mi stringevano le fumi della morte”, essere prigionieri della morte, sono loro che l'hanno legato con queste bende, lo hanno reso prigioniero della morte.

Gli ultimi comandi di Gesù sono rivelatori: “Gesù disse loro: «Liberàtelo”, cioé scioglietelo, siete voi che lo avete legato come un morto senza vita, l'avete relegato in questo sepolcro. E l'ultimo comando è strano, scioglietelo e ci saremmo aspettati: fatelo venire, andiamogli incontro, accogliamolo, festeggiamolo. Nulla di tutto questo. L'ultimo comando stranamente è: “lasciàtelo andare»”, ma dove deve andare? Il morto che deve andare dove Lazzaro già c'è, cioè nella dimensione della pienezza di vita, è la comunità che deve cambiare mentalità.

È strano che esce questo morto, non una parola, non un ringraziamento ,non va verso le sorelle che pure lo avevano tanto pianto, ma il morto deve andare, l'evangelista adopera lo stesso verbo “andare”, che ha adoperato per indicare l'itinerario di Gesù con il Padre. Ecco questa espressione dell'evangelista ci illumina sul senso della morte: la morte di un discepolo di Gesù, non solo non interrompe la sua vita, ma lo introduce in una dimensione nuova, piena e definitiva dell'esistenza. La morte non allontana dalle persone, ma le avvicina, la morte non è un'assenza, ma una presenza ancora più intensa.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

La buona notizia portata da Gesù è che la morte, non solo non interrompe la vita, ma è quello che lê permette di fiorire in una forma nuova, piena e definitiva. E’ quanto formula Giovanni nel suo vangelo con un episodio che è esclusivo di questo evangelista, quello della risurrezione di Lazzaro, al capitolo 11.

Lazzaro, discepolo di Gesù, sta male, muore, e, quando Gesù arriva, è già nel sepolcro. Vediamo come l’evangelista presenta l’incontro di Gesù con la comunità rappresentata dalle sorelle. Ebbene, la prima reazione di una delle sorelle, Marta, è di rimprovero verso di lui. Avevano mandato a dire a Gesù che Lazzaro era malato e Gesù non si è mosso.

Quindi, la prima reazione è di rimprovero, “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so …” lei si rifà a quello che sa, alla tradizione, “.. che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Per comprendere tutta la dinamica di questo dialogo bisogna sapere questo: il verbo chiedere indica la richiesta di un inferiore a un superiore, mentre quando una richiesta è tra pari, si usa il verbo ‘domandare’. Quindi lei pensa che Gesù sia inferiore a Dio, non ha capito che in Gesù si manifesta la pienezza di Dio.

Gesù le risponde: “Tuo fratello risorgerà” e Marta replica seccata: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno»”. Lei crede che la risurrezione sia alla fine dei tempi e quindi questo non porta consolazione o conforto a chi piange la persona amata. Ed ecco – è importante questo versetto – che Gesù cambia radicalmente il concetto della vita, il concetto della morte e il concetto della risurrezione.

“Gesù le disse: Io sono”, ‘io sono’ è il nome divino, ma è al presente, non dice ‘io sarò’. “Io sono la risurrezione”. La risurrezione non sarà in un futuro, come Marta crede, ma è presente con Gesù, perché Gesù dice: “Io sono la risurrezione e la vita”. Gesù è la risurrezione e la vita. E poi, ecco l’importante dichiarazione di Gesù sulla vita e la morte. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà”.

Quindi un discepolo, come Lazzaro, che ha dato adesione a Gesù, anche se adesso è morto, continua a vivere. Quindi, chi crede anche se muore, vivrà. E poi, rivolto alla comunità, invece, che è viva, Gesù dichiara: “Chiunque vive e crede in me”, quindi quelli che hanno dato adesione a lui, “non morirà in eterno”.

Gesù viene a cambiare il concetto della vita e della morte. Il Signore non risuscita i morti, ma dona ai vivi una vita capace di superare la morte. La vita eterna non è più una speranza per il futuro, ma uma certezza del presente. Quindi, di fronte a questo cambio radicale della vita e della morte, Gesù chiede a Marta: “Credi questo?»” cioè, credi che chi mi da adesione ha una vita capace di superare la morte?

“E Marta risponde: Sì, o Signore, io credo”. Ora finalmente non sa, ma crede e dà adesione, “Che tu sei il Cristo” - c’era la scomunica per quanti riconoscevano in Gesù il messia – “il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo»”. Dette queste parole va a chiamare Maria, di nascosto. Perché di nascosto? Fintanto che la comunità crede che Gesù sia un profeta, un inviato da Dio, gode di simpatia nel popolo, anche tra i capi. Ma, quando riconosce che Gesù è il messia, è lì che incominciano i problemi.

Ebbene, Gesù – afferma l’evangelista – “non era entrato nel villaggio”, il villaggio è sempre il luogo della tradizione, che fa fatica ad accogliere la novità portata da Gesù e, in questo villaggio, ci sono invece i Giudei, i capi del popolo, che fanno il cordoglio funebre alle sorelle di Lazzaro per la morte del fratello.

 E qui c’è da distinguere tra due verbi greci, tra ‘piangere’ e ‘singhiozzare’.

Le sorelle e i Giudei piangono ed è il pianto che significa disperazione per qualcosa che non c’è più.

Ebbene Gesù, vedendo tutto questo, qui traducono con ‘si commosse profondamente’. Non si commosse, il verbo indica ‘sbuffare’, Gesù freme perché vede che la sua comunità la pensa esattamente come i suoi nemici, i Giudei. Non hanno ancora compreso la novità che lui già aveva detto, che la vita che lui comunica è capace di superare la morte.

Gesù già l’aveva detto: “Chi osserva la mia parola non morirà mai”, ma ancora non è stato capito. Allora, “Molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?»” Cioè, siete voi che lo avete messo da qualche parte.

E Gesù non ‘scoppiò in pianto’, ma lacrimò.

L’evangelista distingue il pianto dei Giudei e delle sorelle, che è un pianto di disperazione, e il lacrimare di Gesù che è espressione di dolore.

Allora Gesù, sempre fremendo, si reca al sepolcro – era una grotta – “contro di essa era posta uma pietra”. Conosciamo tutti il detto “mettere una pietra sopra”, significa che è finito tutto. Sì, si risuscita l’ultimo giorno, ma non è certo una speranza. E qui ci sono tre verbi imperativi che Gesù comanda allá sua comunità e sono “togliere”, “sciogliere” e “lasciare”.

Il primo “togliete la pietra”. Siete voi che avete messo questa pietra che impedisce la comunicazione tra i morti e i vivi. “E gli rispose Marta, la sorella del morto”. E’ strano che l’evangelista ci ricordi che Marta è la sorella del morto e non di Lazzaro, perché è l’idea della morte che domina questa comunità.

“Signore, manda già cattivo odore»”. La morte si considerava reale, definitiva al terzo giorno, quando iniziava ormai irreversibile la decomposizione de cadavere.

Quindi nel quarto giorno il cadavere era già in putrefazione e l’effetto della morte è la puzza. “E’ lì da quattro giorni». Le disse Gesù: Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?”. Ma Gesù quando aveva chiesto a Marta se credeva le aveva chiesto “credi che chi vive e crede non muore?” Adesso invece Gesù dice: “Se credi vedrai la gloria di Dio”.

Cosa vuole indicare? Che con la vita indistruttibile, capace di superare la morte, si manifesta la gloria di Dio. La gloria di Dio è una vita capace di superare la morte. “Tolsero dunque la pietra”, e il termine pietra appare per la terza volta, “e Gesù gridò a gran voce …”, lui si rivolge ad un vivo, “«Lazzaro, vieni fuori!»” perché il regno dei morti non è il luogo per un discepolo di Gesù. Chi ha dato adesione a Gesù, ha lo spirito, e lo spirito è vita. E là dove c’è la vita, non ci può essere la morte.

Ma, stranamente, mentre Gesù ha chiamato Lazzaro, scrive l’evangelista, “il morto uscì”. Allora qui c’è un problema. Se è morto non può uscire, se è vivo non è più morto. Perché l’evangelista dice che il morto uscì? E addirittura dice “i piedi e le mani legati con bende”. Una delle immagini per indicare la morte, e la troviamo nel salmo 116 “mi stringevano le funi di morte”. E’ la comunità che deve cambiare l’immagine della morte e della risurrezione. Per loro Lazzaro è morto e questo morto che deve uscire dal sepolcro per permettere poi a Lazzaro di essere presente nella comunità.

Sono loro che lo hanno legato nelle funi della morte, considerando la morte come un fatto irreversibile.

Ed ecco allora il comando di Gesù: “Scioglietelo”, sciogliendo il morto è la comunità che si scioglie dalla paura della morte. E l’ultimo strano comando di Gesù, non dice “andiamogli incontro,accogliamolo, facciamolo venire”. Tra l’altro Lazzaro poi scompare e non dice neanche una parola né a Gesù, né alle sue sorelle. “«Lasciatelo andare»”.

Ma dove deve andare Lazzaro? O meglio, dove deve andare il morto? Deve continuare il cammino verso il Padre. Il verbo ‘andare’ nel vangelo di Giovanni è usato per Gesù per indicare il suo itinerario verso il Padre. Allora cosa vuol dire l’evangelista attraverso queste immagini? Che è la comunità che deve liberarsi dall’idea della morte come fine della persona perché, fintanto che si piange una persona come morta, non la si può sperimentare come vivente. Allora bisogna sciogliere il morto, lasciarlo andare verso il Padre, dove Lazzaro già è, vivo, vivente più che mai.

padre Alberto Maggi OSM

 

 

La Pasqua è ormai vicina, e la chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, profezia della resurrezione di Gesù.

“Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato”. Gesù amava molto questi amici, che frequentava nei periodi di sosta a Gerusalemme: nella casa di Betania poteva godere dell’accoglienza premurosa di Marta, dell’ascolto attento di Maria (cf. Lc 10,38-42) e dell’affetto fedele di Lazzaro. Le sorelle mandano ad avvertirlo della malattia di Lazzaro, ma egli è lontano. Come può Gesù permettere che un suo amico si ammali, soffra e muoia? Che senso ha? Sono domande affiorate all’interno della rete di amicizie di Gesù, ma che ancora oggi risuonano quando nelle nostre relazioni appaiono la malattia e la morte; è l’ora in cui la nostra fede e il nostro essere amati da Gesù sembrano essere smentiti dalle sofferenze della vita…

Gesù, informato di tale evento, dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, ovvero è un’occasione perché si manifesti il peso che Dio ha nella storia e così si manifesti la gloria del Figlio, gloria dell’amare “fino alla fine” (Gv 13,1). Il suo parlare sembra contraddire l’evidenza: sempre nella malattia la morte si staglia all’orizzonte con la sua ombra minacciosa, eppure Gesù rivela che la malattia di colui che egli ama non significherà vittoria della morte su di lui.

E così – particolare a prima vista sconcertante – Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano. Solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione!) annuncia la sua volontà di recarsi in Giudea. I discepoli non comprendono: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. In risposta, Gesù espone loro una similitudine dal significato evidente: egli è intimamente convinto di dover vivere e operare come il Padre gli ha chiesto, e sa di doverlo fare nel poco tempo che gli resta, prima che giunga l’ora delle tenebre, quando non potrà più agire.

“Lazzaro, il nostro amico,” – continua Gesù – “si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Di fronte all’ennesimo fraintendimento della sua comunità (“pensarono che parlasse del riposo del sonno”), Gesù dichiara apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!”. L’unico a reagire, in modo impulsivo, forse addirittura provocatorio, è Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui!”. Al di là delle sue stesse intenzioni, egli afferma una profonda verità: seguire Gesù significa trovarsi dove lui è (cf. Gv 12,26), e se lui va verso la morte – come sarà chiaro alla fine di questo capitolo – anche ai discepoli toccherà altrettanto.

Gesù giunge con i suoi discepoli a Betania quando “Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro”. Saputo del suo arrivo, Marta gli va incontro e gli rivolge parole che sono insieme una confessione di fede e un rimprovero: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Poi aggiunge: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, te la concederà”. Marta è una donna di fede e confessa che dove c’è Gesù non può regnare la morte, che la morte di Lazzaro è accaduta perché Gesù era lontano. Ella crede in Gesù e, sollecitata da lui, confessa la propria fede nella resurrezione finale della carne. Ma Gesù la invita a compiere un passo ulteriore: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. E Marta replica prontamente: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.

Anche Maria, chiamata dalla sorella, corre incontro a Gesù e, gettandosi ai suoi piedi, esclama a sua volta: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. I toni sono più affettivi, Maria esprime con le lacrime il proprio dolore. Ella ama Gesù e si sa da lui amata, si mostra pronta a incontrarlo e si inginocchia davanti a lui, ma non dà segni di una fede che possa vincere la sua sofferenza: è interamente definita dal suo inconsolabile dolore. Le sue lacrime sono contagiose: piangono i giudei presenti e piange lo stesso Gesù.

Qui ci è chiesto di sostare sugli umanissimi sentimenti vissuti da Gesù. Innanzitutto egli si commuove, freme interiormente. Di fronte alla morte di un amico, di una persona da lui amata, la prima reazione è il fremito che nasce dal constatare l’ingiustizia della morte: come può morire l’amore? Perché la morte tronca l’amore, la relazione? Poi Gesù si turba: il fremito di indignazione diventa turbamento, esperienza del sentirsi ferito e del sentire dolore e angoscia. Gesù prova questa reazione emotiva anche di fronte alla prospettiva della propria morte imminente (cf. Gv 12,27) e quando nell’ultima cena annuncia ai suoi il tradimento di Giuda (cf. Gv 13,21). Infine, alla vista della tomba Gesù scoppia in pianto, reazione che i presenti leggono come il segno decisivo del suo grande amore per Lazzaro.

Giungiamo quindi al vero vertice del racconto: l’incontro tra Gesù e Lazzaro. Gesù, ancora una volta fremendo nel suo spirito, si reca alla tomba e vede la pietra che chiude il sepolcro: colui che è la vita (cf. Gv 14,6) comincia un duello, una lotta contro la morte. Il testo apre uno squarcio sulla relazione di profonda intimità tra Gesù e Dio. “Gesù alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi ascolti sempre’”, così come Gesù stesso ascolta sempre il Padre (cf. Gv 5,30). È l’unica volta che prega prima di compiere un segno, ma la sua è una preghiera di ringraziamento al Padre, a colui che è il fine stesso della preghiera: Gesù desidera che i presenti giungano a credere che egli è l’Inviato di Dio, dunque un segno che rimanda alla realtà ultima, alla fonte di ogni bene, il Padre.

La risposta di Dio giunge immediata, percepibile nella parola efficace di Gesù, che compie ciò che dice: “Lazzaro, vieni fuori!”. Gesù aveva annunciato “l’ora in cui coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e ne usciranno” (cf. Gv 5,28-29). Ecco un’anticipazione: Lazzaro, morto e sepolto, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende e con la sua resurrezione profetizza la resurrezione di Gesù. Non solo, ma la resurrezione di Lazzaro, “colui che Gesù ama”, manifesta la ragione profonda per cui il Padre richiamerà Gesù dai morti alla vita eterna: nel duello tra vita e morte, tra amore e morte, vince la vita, vince l’amore vissuto da Gesù. Gesù è la vita, è l’amore che strappa alla morte le sue pecore, le quali non andranno perdute (cf. Gv 10,27-28); se Gesù ama e ha come amico chi crede in lui, non permetterà a nessuno, neppure alla morte, di rapirlo dalla sua mano!

Avvenuto il segno, la sua lettura e interpretazione spetta a quanti lo hanno visto. “Molti dei giudei credettero in lui”. La fede non consente certo di sfuggire alla morte fisica: tutti gli esseri umani devono passare attraverso di essa, ma in verità per chi aderisce a Gesù, la morte non è più l’ultima, definitiva realtà. Chi crede in Gesù ed è coinvolto nella sua amicizia, vive per sempre e porta in sé la vittoria sulla malattia e sulla morte. Non solo, come si legge al termine del Cantico, “l’amore è forte come la morte” (Ct 8,6), ma l’amore vissuto e insegnato da Gesù è più forte della morte, è profezia e anticipazione per tutti gli amici del Signore, destinati alla resurrezione. Questa è la gloria di Gesù, gloria dell’amore, anche se all’apparenza egli sembra sconfitto: in cambio di questo gesto, infatti, riceve una sentenza di morte dalle autorità religiose, per bocca di Caifa (cf. Gv 11,46-53). Dare la vita a Lazzaro è costato a Gesù la propria vita: ecco cosa accade nell’amicizia vera, quella vissuta da Gesù, che ha donato la propria vita per gli amici (cf. Gv 15,13).

L’amore, l’amicizia di Gesù, dunque, vince la morte. Se siamo capaci di mettere la nostra fede-fiducia in lui, questa pagina ci rivela che non siamo soli e che anche nella morte egli sarà accanto a noi per abbracciarci nell’ora in cui varcheremo quella soglia oscura e per richiamarci definitivamente alla vita con il suo amore. Ecco il dono estremo fatto da Gesù a quanti si lasciano coinvolgere dalla sua vita: la morte non ha l’ultima parola, e chiunque aderisce a lui, lo ama e si lascia da lui amare, non morirà in eterno! Canta Gregorio di Nazianzo: “Signore Gesù, sulla tua parola tre morti hanno visto la luce: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro uscito dal sepolcro alla tua voce. Fa’ che io sia il quarto!”.

Enzo Bianchi

 

 

Vangelo: Gv. 11,1-45

1 In quel tempo, era malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella.

Maria è il punto di riferimento. Colui che è infermo è Lazzaro, di cui si dice che è da Betania, da dove provengono pure Mariae Marta sua sorella. Di Lazzaro si dice solo che è ammalato. «Siccome la natura umana è soggetta a mutare, anche un amico di Gesù può talora ammalarsi e ammalarsi in un momento in cui Gesù non gli è vicino e, quindi, non soltanto ammalarsi, ma anche morire» (Origene, Fr. LXXVII).

 

2 Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.

Ora si ricorda al lettore, in modo anticipato (12,3), il gesto che Maria compirà nella cena in onore di Gesù. L'evangelista, come ha messo Maria al centro del verso precedente, così ora ne anticipa il gesto per annunciare come il profumo del myron, che Maria ha sparso sui piedi di Gesù, riempia ogni credente in Cristo del profumo dell'incorruttibilità. Ê singolare infatti come Giovanni usi il termine —Signore“ «che egli di solito non usa per Gesù durante il ministero quando parla di Lui nella narrazione in terza persona» (Brown, op. cit., p. 548). Qui già si presenta al nostro sguardo la sua gloria e in Lui nostra. Il myron versato da Maria è di fattura umana, ma nel momento in cui viene versato sui piedi di Gesù diviene sorgente d'immortalità e preannuncia la guarigione di Lazzaro che è infermo. Il myron annuncia così l'immortalità e la guarigione donata dai sacramenti che scaturiscono dal Signore.

 

3 Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».

Nell'inviare messaggeri a Gesù le sorelle pongono davanti al Signore la situazione (ecco), come aveva fatto Maria a Cana. Ê questo il più alto modo di richiesta e l'atto di fede più perfetto. Colui che ami è ammalato, a questo esse non aggiungono altro. Le loro parole rivelano da una parte l'intimità con Gesù e dall'altra come essa coesista con la malattia. Si crea una dinamica tra l'amore del Cristo e la malattia per cui i discepoli guardano con fede il Signore sicuri che il suo amore vince la morte. Per questo l'Evangelo ha anticipato l'unzione da parte di Maria: perché si legga, alla luce di un avvenimento accaduto dopo, come il Cristo nel suo amore per noi distrugge la morte. Come «la morte va sentita preceduta dalla risurrezione» (d.G.Dossetti, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975) così ogni malattia è preceduta dall'amore di Gesù. «Prima che il male venga verrà la grazia per sostenerlo» (ivi). La paura deriva dal fatto che non crediamo all'amore e quindi vediamo il male senza vedere la grazia preveniente. Chi percepisce l'amicizia del Cristo verso gli uomini basta che presenti al Signore la necessità dell'altro. Se siamo suoi discepoli siamo pure suoi amici. L'amore che ci lega l'uno all'altro fa in modo che esponiamo al Signore la necessità dell'altro. «Infatti un amico, siccome vuole il bene dell'amico come bene proprio, allo stesso modo che respinge il proprio male è sollecito a respingere il male dell'amico» (s. Tommaso, 1475). Allo stesso modo «quando c'è qualcuno che soffre o ci pesta i piedi anziché rimuginare è bene fare questa preghiera» (Sr. Lucia, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975). Coloro che conoscono la potenza del Cristo supplicano; i suoi amici gli fanno presente quello che sta accadendo. «Era sufficiente che Egli sapesse: Egli non avrebbe abbandonato colui che amava» (s. Agostino,XLX, 5).

 

4 All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato».

Poiché Gesù ama Lazzaro, la malattia di questi non è mortale. La morte non ha potere su Lazzaro perché l'amore di Gesù la ferma e tramuta la malattia nella manifestazione della gloria di Dio, quella stessa gloria che si manifesta in Gesù, il Figlio di Dio. Questa parola di Gesù ci rivela come nessuna infermità sfoci nella morte per coloro che Gesù ama ma, al contrario, divenga luogo dove il Figlio di Dio è glorificato. Vi è invece una malattia dove opera la morte in coloro che Gesù non ama e che non gli sono amici. In essa non si manifesta la gloria di Dio, ma il dominio della morte. In coloro che Gesù ama «le cause della malattia sono trascese (cause: satana e male) nella glorificazione del Figlio. Questo è bello: non c'è più nulla di negativo che non sia risolto in una manifestazione della gloria del Figlio. C'è un crescendo: dalla cecità alla morte. Non si nega il significato precedente (il peccato e il satana) ma è tutto trasceso» (d.U.Neri, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975). Restano sotto il dominio della morte coloro che odiano il Cristo; questo è il peccato che conduce alla morte (1Gv 5,16); in costoro non si manifesta la gloria di Dio, ma ciò che essi fanno al Figlio di Dio ne manifesta la gloria Dopo la risurrezione di Lazzaro, odieranno talmente Gesù da volerlo uccidere innalzandolo sulla Croce e quindi glorificandolo. In questo ultimo segno Gesù appare nella sua gloria, quella di Figlio di Dio, che ha potere sulla morte e che pertanto opera il giudizio sugli uomini, dando la vita a coloro che Egli ama e lasciando nella morte coloro che Lo odiano. Il Signore conferma con questo segno che la sua voce è udita non solo dai vivi ma anche dai morti. E se i morti gli obbediscono, perché i vivi si ribellano a Lui? Per la fondamentale differenza che esiste tra chi è morto e chi è vivo? I morti sanno quale sia la vera morte, i vivi non lo sanno. I credenti in Cristo sanno quale malattia sia veramente mortale e quale non lo sia. «Soltanto il cristiano sa cosa bisogna intendere per malattia mortale. Egli, come cristiano, ha conquistato un coraggio che l'uomo naturale non conosce: questo coraggio lo acquistò imparando a temere quello che è ancora più temibile. Ê sempre in questo modo che l'uomo acquista coraggio; quando si teme un pericolo maggiore, l'uomo ha sempre il coraggio di affrontarne uno minore; e quando un pericolo si teme infinitamente, è come se gli altri non esistessero affatto. E il temibile che il cristiano ha imparato a conoscere è la —malattia mortale“» (Kierkegaard, La malattia mortale, Esordio).

 

5 Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro.

Amava, Gesù ama in modo continuo e perfetto. Nei confronti di Marta, di sua sorella e di Lazzaro, Gesù agisce amando. Il segno, che Egli sta per compiere, manifesta la sua gloria di Figlio di Dio. L'irradiazione della sua gloria è amore. Questo versetto è quindi la chiave interpretativa di questo segno. L'amore non esige un apparato esterno di potenza e di manifestazione, ma è relazione. Il Figlio di Dio mostra la sua gloria con la forza dell'amore. Più Egli si annienta perché ama più manifesta la sua gloria. Chi invece cerca manifestazioni esterne esalta se stesso e non ama. Commenta Agostino: «Lazzaro era ammalato, esse erano tristi, ma tutti erano amati; chi li amava era il salvatore dei malati, il risuscitatore dei morti, e il consolatore dei tristi» (XLIX,7). Gesù ci ama nella situazione in cui siamo e si relaziona a noi, come vuole che noi ci relazioniamo a Lui. In questa relazione nessuna situazione è una malattia mortale ma diviene il luogo dove Gesù è glorificato perché Egli riempie ogni situazione con il suo amore. Ovunque noi siamo e ovunque ci vogliamo collocare, Gesù sempre ci ama perché sempre noi possiamo conoscere il suo amore e crederci. La conversione, come ritorno alla vita, è sempre possibile perché sempre è prevenuta dal suo amore.

 

6 Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.

Ha premesso che Gesù amava e ora dice che Egli resta nel luogo dov'era altri due giorni. «Non è un atteggiamento umano, noi saremmo subito andati; lo lascia morire. Noi abbiamo la certezza dell'amore di Gesù, però ci vuole una fede pura nell'amore perché non è legata alla ragione» (Sr. Chiara, appunti di omelia, Ras el Amud, 27.10.1975). Gesù non si lascia dominare dagli avvenimenti, ma li domina perché in tutto agisce secondo la volontà del Padre. Ora comprendiamo dall'agire del Signore che era volontà del Padre che Lazzaro morisse, fosse sepolto e già iniziasse il processo di corruzione. «I farisei infatti e i dottori della Legge erano gente incredula, che avrebbero negato la risurrezione di Lazzaro, allo stesso modo che avevano rifiutato di credere alla guarigione del cieco nato. Gesù Cristo non voleva che si dubitasse della morte di Lazzaro per poi non dubitare della verità del miracolo compiuto con il richiamarlo dai morti» (Sacy).

 

7 Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!»

Dopo che i due giorni sono passati, Gesù vuole tornare in Giudea. Egli non dichiara subito ai discepoli quanto intende fare. Dichiarando di voler andare in Giudea, Gesù vuole che anche questo suo ultimo segno sia qui collocato. Egli vuole che in Gerusalemme e nelle immediate sue vicinanze si riveli la sua gloria di Figlio di Dio, attraverso i segni da Lui compiuti, e ci si prepari ad accogliere la sua ultima manifestazione nel suo essere elevato da terra. La guarigione del paralitico presso la piscina, vicino alla porta delle pecore, la guarigione del cieco nato alla piscina di Siloe e infine la risurrezione di Lazzaro sono segni nei quali Egli si rivela come il Signore del sabato che distruggendo il peccato dona forza all'uomo e lo fa entrare nel vero riposo; Egli è la Luce del mondo e infine in Lui la morte è un sonno perché Egli è la risurrezione e la vita. Egli deve perciò andare in Giudea perché noto in Giudea è Dio (Ps. 75,2)»

San Tommaso coglie un significato mistico in queste parole del Signore: «Sta a indicare che Egli alla fine del mondo tornerà presso i Giudei, i quali si convertiranno a Cristo, come accenna Paolo (Rm. 11,25): L'indurimento, o cecità di una parte d'Israele è in atto, fino a che saranno entrate tutte le Genti» (1483). Il ritorno di Gesù in Giudea è quindi anticipazione profetica del suo ritorno glorioso. Egli si è sottratto non perché avesse paura delle pietre ma per indicare che i Giudei non lo potranno più trovare, ma quando Egli si manifesterà sarà la risurrezione dai morti (cfr. Rm. 11,15).

 

8 I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?»

La decisione di Gesù coglie di sorpresa i discepoli. Essi lo chiamano —Rabbi“, —Maestro“ perché appaia che la loro domanda non è un rimprovero, ma piuttosto una richiesta. Essi chiedono spiegazione a Gesù di una decisione che ai loro occhi appare temeraria. Per quale ragione Gesù si espone di nuovo al pericolo? I Giudei che abitano in Gerusalemme e nei dintorni sono i più accaniti avversari di Gesù. Essi hanno sempre pronte le pietre per lapidarlo. I discepoli non temono solo per Gesù ma anche per se stessi. Ciò ha paralleli nei vangeli sinottici. «In Mc 10,32, quando Gesù si muove verso Gerusalemme dalla valle del Giordano, i discepoli seguono Gesù, ma sono pieni di timore riguardo a ciò che avverrà» (Brown, op. cit., p. 562).

 

9 Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo

Nella sua risposta proverbiale Gesù indica nelle dodici ore del giorno, in cui Egli è la luce del mondo (cfr. 9,5), il tempo della sua presenza tra noi. Finché è con noi Egli è la luce e chi Lo segue non può inciampare perché vede la luce, come è detto: Alla tua luce vediamo la luce (Sal. 36,10). Come chi cammina alla luce di questo mondo non dei teme d'inciampare, così chi cammina alla sua luce non deve temere. I discepoli devono seguirlo senza temere di cadere nelle trame loro nemici.

 

10 ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce»

In realtà sono i suoi avversari che devono temere perché, rifiutando Gesù, stanno per inciampare nelle loro trame, perché in loro non vi è la luce e quindi sono nella notte. I discepoli di Gesù non devono perciò temere coloro che agiscono nelle tenebre perché dovunque siano, se illuminati dal Cristo, diffondono la sua luce che, rischiarando le tenebre, ne evidenzia le opere. Un'altra lettura è quella storica: Gesù non è in pericolo perché ancora non è venuta la sua ora. Ancora non opera contro di Lui il potere delle tenebre e non è ancora giunta l'ora dei suoi nemici (cfr. Lc. 22,53).

 

11 Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo»

Queste cose disse: l'evangelista conferma quanto ha detto Gesù in precedenza e dichiara di essere un testimone veritiero che ne ha udito con chiarezza le parole. Sigillando con la sua testimonianza le parole del Signore, Giovanni dichiara pure che esse sono la chiave di lettura dell'intero episodio. Dopo questo, egli riprende la narrazione registrando altre parole di Gesù: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato», poiché la sua malattia non è mortale in quanto è amico di Gesù e dei discepoli. Con Gesù la morte dei suoi è un sonno dal quale solo Gesù può svegliare. Per questo Egli dice: Vado. « Ê il grande andare di Cristo al Padre. Va sì da Lazzaro ma va per morire, risorgere e risvegliare i dormienti» (d. U. Neri, appunti di omelia, Gerico, 29.10.1975). Gesù viene a risvegliare i suoi dal sonno della morte. Gesù quindi si relaziona in modo diverso con la morte dei suoi e con la morte di coloro che non gli appartengono, come è scritto: Preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli (Sl. 115,15). I suoi fedeli sono i suoi amici. Essi dormono perché sono nel Signore in attesa di essere risvegliati. Coloro che non credono deridono Gesù quando parla della morte come di un sonno (cf. Mc. 5,39-40), i discepoli invece prendono alla lettera le parole del Signore e aggiungono:

 

12 Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà (letter.: si salverà)».

Questo sonno è salutare. Se Lazzaro si è assopito nel sonno significa che è scampato alla morte. I discepoli fraintendono le parole di Gesù, ma nel mistero annunciano la salvezza di coloro che sono morti nell'amicizia con Gesù e con i suoi. Essi non possono restare nella morte, perché Gesù non sopporta che la morte li domini e quindi sono salvi Essi dormono e in Lui attendono di essere risvegliati.

 

13 Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno.

A questo punto l'evangelista chiarisce l'equivoco. Per - sonno“ Gesù intendeva la morte di Lazzaro, i discepoli invece il dormire profondamente. In tal modo appare strano che Gesù si esponga al pericolo semplicemente per svegliare Lazzaro assopito in un sonno ristoratore. Ma la sua decisione di andare in Giudea e la parabola sulle dodici ore del giorno dovrebbero mettere in guardia i discepoli che il linguaggio di Gesù nasconde un altro significato. Ma essi ancora non comprendono. Spesso ci rapportiamo con Gesù come persone che non comprendono o che equivocano la sua parola.

 

14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto

Poiché i suoi discepoli non hanno compreso né la parabola nè le sue parole circa il sonno della morte, Gesù parla a loro apertamente, anzi «lo dice con forza» (d.G.Dossetti, appunti di omelia, Gerico 29.10.75). Lazzaro è davvero morto e Gesù dice questo con forza e non con rassegnazione, perché è il nemico che Egli vuole distruggere in noi. Guardando alla morte dei suoi Gesù la chiama sonno; guardandola in sé, come l'ultimo nemico che deve essere vinto (cf. 1Cor 15,26) la chiama con il suo nome. In Lazzaro prima e poi in se stesso Gesù sfida la morte e la vince non solo in se stesso ma in ogni uomo.

 

15 e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!»

La certezza della vittoria sulla morte tramuta la sua sofferenza in gioia: Gioisco per voi, «è la gioia di dare al mondo la vita e la risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, 29.10.1975). Gesù è nella gioia per noi, perché crediamo che in Lui la morte è vinta, perché Egli ne è l'opposto, come dice poco dopo, cioè la risurrezione e la vita. Se Egli fosse stato presente Lazzaro non sarebbe morto; non può morire nessuno se Gesù è presente. Credere quindi è contemplare Gesù che vince la morte (cf. Rm. 10,4: Se con il cuore crederai che Dio Lo ha risuscitato dai morti) ed è esperimentare già in sé la forza della sua risurrezione e la sua stessa vita. Tutto ciò avviene ora in parabola, cioè nel mistero, ed è nascosto, allora si manifesterà apertamente e con forza. Ora crediamo e nella fede esperimentiamo la sua vittoria sul Satana, le sue opere e le sue seduzioni, allora, Egli trasformerà il corpo della nostra miseria e lo renderà conforme al corpo della sua gloria con il potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose (Fl. 2,10-11). Il Cristo anche se soffre con noi perché in tutto è simile a noi fuorché nel peccato, gioisce per noi e noi gioiamo con Lui credendo. La fede è gioire perché è speranza. Per ciò aggiunge subito: Ma andiamo da lui. Non è più tempo di attesa, ma di compimento. Per salire al Padre, Gesù deve passare attraverso la nostra morte che, diventando sua, perde su noi ogni potere. Egli è infatti libero tra i morti (Sal 87,6).

 

16 Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!»

Le parole di Gesù colpiscono Tommaso e suscitano in lui il desiderio di condividere la sorte con il Maestro. Egli coinvolge i discepoli sulla necessità di non lasciare solo Gesù fino a condividerne la morte. Ora i suoi discepoli possono seguirlo perché ancora è giorno. Quando però verrà la notte non potranno più seguirlo, benché Pietro dichiari di volerlo seguire fino a morire (cf. 13,37). Allora i discepoli non potranno seguirlo perché rimarranno soli, ora lo possono fare perché Gesù è con loro. Tommaso ha compreso bene quale sia la condizione del discepoli: seguire in tutto il Maestro, fino a morire con Lui. Il senso della vita del discepolo è il suo Maestro. Origene pensa che le parole di Tommaso rispondano alla decisione di Gesù di andare a svegliare Lazzaro. «Egli riteneva che Lazzaro non potesse essere svegliato e risuscitato dai morti se non a condizione che Gesù scendesse alla sede delle anime» (Fr. LXXIX). Per questo voleva lasciare il corpo, per essere con Gesù. Ora Tommaso sa dove Gesù vuole andare; verrà poi il tempo in cui il discepolo interrogherà il Maestro: Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via? (14,5). Allora saprà che la via è sempre Gesù stesso. Non si tratta di essere con Gesù ma di essere in Lui. Ciò Tommaso farà toccando la carne del Signore risorto e proclamando la sua fede nel suo Signore e nel suo Dio (cfr. 20,28). I discepoli vanno con Gesù quando con Lui muoiono, con Lui sono sepolti e in Lui tornano alla vita nel contatto sacramentale con il Signore. Ogni giorno il discepolo muore per essere con il Signore; muore a ciò che è visibile per essere nell'invisibile, perché sa, con l'Apostolo, che le cose visibili sono di un momento quelle invisibili sono eterne (Col. 1,16) e che la sua vita è ormai nascosta con Cristo in Dio (cf. Col. 3,3). Egli accetta le tribolazioni che disfano questa dimora terrena e preparano una dimora eterna, non manufatta, nei cieli (cf. 2,19; 2Cor. 5,1). I discepoli si esortano a vicenda a passare attraverso la grande tribolazione e a morire così con il Signore, lavando le loro vesti nel sangue dell'Agnello (cfr. Ap 7,14). In tal modo insieme entreranno, avvolti in bianche vesti, nel mare di cristallo, in cammino verso il trono di Dio e dell'Agnello (cf. Ap. 7,9-10). Ogni giorno i discepoli si esortano a vicenda per andare a morire con Gesù (cf. Rm. 8,17; 2Cor. 5,14,cit. di san Tommaso, 1504).

 

17 Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro.

Gesù viene a cercare Lazzaro e lo trova che già da quattro giorni è nel sepolcro. Oramai la morte ha preso pieno possesso di Lazzaro. Il suo corpo è già in putrefazione. Egli non potrà più tornare in vita perché è entrato nel processo irreversibile del ritorno alla polvere secondo la sentenza divina: Polvere tu sei e in polvere ritornerai (Gn. 3,19). Allo stesso modo anche Giobbe proclama il suo irreversibile ritorno al sepolcro come ritorno nel grembo materno: Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo là ritornerò (Gb. 1,21). Penso non sia ozioso riflettere sul numero quattro. Come Lazzaro rimane quattro giorni in potere della morte, così il popolo rimane per quattrocento anni sotto la dominazione egiziana (cfr. Gn. 15,13) e per quarant‘anni cammina per il deserto. Troviamo significato così nel numero quattro e nei suoi multipli il tempo della schiavitù. Da essa ci libera il Redentore. «Per questo, forse, a purificazione cioè dei peccati che derivano dalla natura del corpo, Mosé digiuna quaranta giorni, altrettanti Elia e altrettanti il Salvatore per i nostri peccati» (Origene, Fr. LXXIX). Anche Gesù vorrà dimorare nel sepolcro ma solo per tre giorni: «Gesù invece viene deposto in un sepolcro nuovo e in un lenzuolo intatto (cf. Mt. 27,59-60) e non sta tra i morti fino al quarto giorno. Per questo egli era libero tra i morti (Sl. 87,6); e si desta nel numero tre, il numero libero e santo» (Origene, ivi). Brown (op. cit., p. 550) riporta l'opinione rabbinica che l'anima si librasse presso il cadavere per tre giorni, ma dopo tale tempo non c'era più speranza di risuscitare (STB, II p. 544).

San Tommaso accenna all'interpretazione morale: «Talora il Signore risuscita i morti sepolti da quattro giorni, cioè quelli che hanno trasgredito la legge evangelica, o si sono incalliti nell'abitudine del peccato» (1507).

 

18 Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia

L'evangelo precisa ora a quale distanza si trova Betania da Gerusalemme: circa quindici stadi (Km. 2,575). Questa precisazione è motivata da quanto segue, la presenza di molti Giudei. Infatti questa distanza la si copre in una mezz‘ora di tempo. Gesù non può compiere il più grande dei suoi segni in Gerusalemme perché la città non ha sepolcri, ma la compie ad oriente, alle pendici del monte degli Ulivi, perché si riveli la Gloria di Dio che sta per entrare nella santa città. Origene annota: «Betania viene interpretata come —casa di obbedienza“, Gerusalemme invece come —visione di pace“. Tra loro ci sono quindici stadi, che è pure il numero dei gradini del Tempio» (Fr. LXXX). Sembra quasi che Betania appartenga ancora allo spazio sacro di Gerusalemme, in virtù di questo numero che l'accomuna con il Tempio. Tommaso infatti dà la seguente lettura mistica: «Chi vuole andare da Betania, ossia dallo stato di obbedienza, alla Gerusalemme celeste, deve percorrere quindici stadi. I primi sette stanno a indicare l'osservanza della Legge antica; poiché il sette è il numero caratteristico dell'antica Legge, la quale santificava il settimo giorno. Seguono gli altri otto, che indicano il compimento del Nuovo Testamento, al quale si addice il numero otto, per il giorno ottavo della sua risurrezione». (1508).

 

19 e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello.

Da Gerusalemme sono scesi a Betania molti tra i Giudei. Essi sono venuti presso Marta e Maria per consolarle all'inizio del lutto per il fratello. In questo clima di dolore e di consolazione si fa presente il Signore. Infatti senza di Lui il dolore non si placa nelle parole di consolazione. «Parole precedenti alla pienezza dei tempi come sono, disperano di poter far cessare la sorella del morto dal suo compianto» (Origene, Fr. LXXX).

 

20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.

Le due sorelle reagiscono in modo diverso all'annuncio della venuta di Gesù: Marta gli corre incontro, Maria invece se ne sta seduta in casa. Marta corre perché il Signore l'attira a sé, come è scritto: Attirami dietro a te, correremo (Ct. 1,4). Marta è inebriata dai profumi del Cristo, perché profumo inebriante è il suo nome, per questo le giovinette ti amano (Ct. 1,3). La Vita è presente e attrae colei che piange per la presenza della morte, ma appena ne ode l'annuncio, Marta le corre incontro. Maria attende invece seduta in casa assieme a coloro che piangono e che sono venuti a consolarla. Ella sta con i molti Giudei e attende di essere chiamata perché vuole andare con loro incontro al Signore. Maria attende di essere attirata per andare insieme a loro che l'hanno consolata non verso il sepolcro per piangere, ma verso il Signore. Marta per prima ode l'annuncio che il Signore viene e gli va incontro senza avvisare la sorella. Ella non vuole dare a nessuno questo annuncio senza prima aver visto il Signore. Solo dopo che avrà parlato con Lui, Marta avvertirà la sorella della presenza di Gesù. Ella corre da sola per contemplarlo, ascoltarlo e quindi annunciarlo. Sembra quasi che Marta divenga in questo momento discepola del Signore in quanto ora davvero Lo conosca e possa parlare di Lui. Chi non lo conosce come può annunciarlo? Chi è attratto dall'odore del Cristo si allontana dal lezzo della morte. Ora il lezzo della morte è il peccato. Chi esce da se stesso fuggendo lontano dal peccato per andare incontro al Cristo non sente più l'odore cattivo della morte, ma già corre dietro il profumo del Cristo. La nostra casa sono i nostri pensieri che hanno origine dalle passioni; finché restiamo in essi sentiamo l'angoscia della morte. Dopo che abbiamo udita la parola evangelica, se noi usciamo dal nostro sentire, odoreremo il buon profumo del Cristo che dà la vita. Maria invece resta seduta in casa per piangere con coloro che piangono. Pur amando il Cristo e avendone già esperimentato la Parola come vita, ella resta per essere chiamata con coloro che con lei piangono la morte di Lazzaro, sapendo bene che a tutti Gesù darà la vera unica parola della consolazione.

 

21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!

Le due sorelle condividono la stessa fede in Gesù (v. 32: Maria). La morte non può operare alla presenza del Signore. Gesù ha il potere di allontanare sia le malattie che la morte. Marta pensa a  una presenza fisica di Gesù, il centurione invece ha creduto alla potenza della parola di Gesù che poteva comandare alla malattia da lontano (cfr Mt 8,8). Le sorelle hanno atteso invano l'arrivo di Gesù prima della morte di Lazzaro. Allo stesso modo anche noi vorremmo che il Signore si facesse presente e donasse guarigioni prima che la morte carpisse qualcuno. Come a Marta così anche a noi l'agire del Signore sembra inspiegabile. Egli attende e lascia agire la morte per portarci a un‘ulteriore conoscenza di sé e della sua potenza; egli quindi sta lontano, non perché sia assente ma perché non agisce nei confronti della morte. Egli vuole che la fede dei suoi nel gridare a Lui contro la morte, li porti a conoscere in Lui la vera vita e a non aver paura della morte, perché Egli si farà presente al sepolcro dei suoi e li chiamerà alla vita.

 

22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà»

Marta quindi, alla presenza di Gesù, sente rifiorire in sé la speranza. Ella sa che Gesù è in un rapporto tale con Dio che può chiedere qualunque cosa e venire esaudito. «La sua fiduciosa speranza nell'aiuto di Gesù, cioè nella potenza della sua preghiera, è ancora intatta e illimitata; ... senza dirlo apertamente, evidentemente essa spera che Gesù le restituirà il fratello» (H. Strathmann, op. cit., p. 292). Ella si abbandona al Signore per lasciarsi guidare da Lui. L'abbandonarsi al Signore di fronte alla morte e credere nella sua potenza non è esperienza di passiva rassegnazione, ma è inizio di conoscenza del suo mistero e quindi della sua potenza. Di fronte all'impossibile noi possiamo superare ogni idea che ci facciamo del Cristo mediante la fede. Nessuna realtà, da noi esperimentata come impossibile, arresta la potenza del Cristo che però si rivela secondo la volontà del Padre. Se da un lato il Cristo dichiara di avere in sé la potenza di dare vita ai morti perché è Lui la risurrezione e la vita, dall'altra Egli esercita questo potere obbedendo filialmente al Padre.

 

23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà»

Gesù, essendo la vita, non può annunciare la morte. Davanti a Lui la morte è annientata perché vinta dalla risurrezione. Gesù ha chiesto questo per suoi discepoli che cioè in loro cessi di operare la morte e inizi a operare la risurrezione. L'affermazione di Gesù contiene tanti significati: a) la risurrezione immediata di Lazzaro; b) la sua risurrezione nell'ultimo giorno; c) l'arresto del potere della morte e l'inizio di quello della vita. Poiché l'espressione è ambigua, Marta risponde affermando la sua certezza nella risurrezione finale.

 

24 Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno»

In questa sua dichiarazione, Marta esprime la fede che condivide con la maggioranza del suo popolo e accoglie quindi le parole di Gesù come un'espressione di cordoglio e di consolazione. La certezza che Gesù può ottenere tutto da Dio (v. 22) deve placarsi nell'altra che suo fratello risorgerà nell'ultimo giorno. Sembra che Marta si stia rassegnando al fatto che Gesù non possa varcare il confine della morte entro i confini del sepolcro. Il tempo intermedio -sembra che Marta dica -è ancora dominato dalla morte. Ha forse il potere di Gesù un limite? Nessuno infatti ha mai risuscitato un morto già in putrefazione. Proprio quando la certezza di Marta si è spenta per il presente per essere solo speranza per il futuro, Gesù fa una solenne proclamazione di se stesso:

 

25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà

Io sono la risurrezione e la vita. I termini si equivalgono. Proclamare il Nome divino (Io sono) significa dichiarare di essere la risurrezione e la vita. Il suo essere Dio è in sé la risurrezione e la vita. Egli è Colui che chiama all'essere le cose che non sono per dare loro la vita. Ma qui dobbiamo andare oltre. Gesù dichiarando che il suo essere è la risurrezione rivela che non solo Egli mantiene in noi l'essere creaturale, ma che distrugge in noi quel potere della morte che continuamente vuole annientarci entro i confini del vanificarsi del tutto, come insegna il Qohelet. Egli continuamente ci strappa dal potere di annientamento della morte e ci colloca in se stesso relazionandosi a noi come quello dell'unica vita, che non conosce la morte. La redenzione dalla morte e pertanto continua. Ogni giorno moriamo e risorgiamo in virtù della vita che il Cristo ci comunica. Per questo Gesù dice: Chi crede in me anche se muore vivrà. Credere in Gesù è esperimentare che Egli è la risurrezione dai morti ed è la vita stessa. Ogni uomo è dentro i limiti della morte perciò ogni uomo non solo è mortale ma è anche morto. Solo credendo in Gesù si esce dalla morte, perché Egli ci strappa dal suo potere e ci colloca in se stesso, nella vita.

 

26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?»

Chi comincia a vivere in forza della fede in Gesù non morrà in eterno anche nella sua morte fisica. Il processo della vita non viene interrotto da nessuna delle operazioni dell'uomo psichico. Al contrario, queste operazioni vengono sempre più assorbite dalla risurrezione al punto tale da essere annullate. Credere in Gesù pertanto non è solo attendere l'atto finale della risurrezione, ma è cominciare già a viverla come atto iniziale del dimorare in Lui. Il credere pertanto non è solo un atto intellettivo, ma è la libera risposta all'azione di Gesù che dimorando in noi ci fa dimorare in se stesso strappandoci dalla morte e comunicandoci se stesso come la vita. L'atto di fede è pertanto un‘esperienza spirituale che porta frutti di vita, mentre fuori dal Cristo l'uomo continua a gustare l'amaro frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Chi gusta il frutto della vita in Cristo vive e non esperimenta la morte, chi invece gusta il frutto della conoscenza del bene e del male è nel continuo dramma di essere afferrato e sedotto dal peccato nel desiderio di vivere ed è costretto a conoscere i meandri bui della morte fino ad essere da questa distrutto. Al contrario, chi crede ha nella fede la vita, cioè Gesù, perché «la fede è l'anima della nostra anima», cioè il principio vitale del nostro stesso principio vitale (cf. santo Agostino, XLIX, 15). Dopo aver rivelato se stesso e le operazioni che Egli compie nei credenti, Gesù si rivolge a Marta e le chiede: «Credi tu questo?». Ogni affermazione del Signore coinvolge chi ascolta e pone davanti a una scelta. Come Marta così ogni uomo, che ascolta, ode la voce del Cristo che lo interroga. L'atto di fede infatti implica la libera scelta. Gesù si rivela in modo tale che nessuno sia costretto a credere; Egli illumina l‘intelletto in modo sufficiente perché possa credere liberamente senza essere spinta dall'evidenza. Abituato ad essere schiavo degli elementi del mondo, l'uomo fa fatica ad essere veramente libero. Ma se Egli vuole può conoscere la verità che lo fa libero. Marta, posta d fronte alla scelta, prima di vedere il segno della gloria di Gesù nella risurrezione di suo fratello, crede; gli dice infatti:

 

27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo»

Sì, Signore. Con il «sì» Marta dichiara la sua piena adesione alla rivelazione del Cristo, che ella chiama Signore. Lo contempla infatti come il Signore che ha mirabilmente trionfato (Es 15,1) la cui destra è terribile per la potenza (ivi, 6). Con la sua fede il credente celebra in anticipo la potenza del Cristo perché l'evento successivo ha in quello precedente il suo anticipo, ma ne è pure il suo superamento. Dio infatti non ripete mai quello che ha compiuto perché ogni sua opere è perfetta e i cieli narrano la gloria di Dio... il giorno al giorno ne affida il messaggio (Sl. 19,2-3). Marta pertanto dichiara di aver sempre creduto che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, che viene nel mondo. Questa professione di fede è perfetta ed è espressa con le stesse parole della prima conclusione dell'Evangelo (20,31). Essa risuona prima che sia compiuto l'ultimo segno, perché si comprenda che la fede si fonda sulla Parola e che i segni ne sono la conferma e il luogo dove il credente esperimenta quello che ha creduto. In Gesù il Cristo, il Figlio di Dio, il Veniente nel mondo, il discepolo esperimenta la risurrezione e la vita. Nessuno può risorgere e vivere senza credere. «L'identità di Cristo è indissolubilmente questa: il Figlio di Dio e la Risurrezione» (d. G. Dossetti, appunti di omelia, Gerico, 30.10.1975). «Questa confessione di Marta è perfetta. Essa infatti confessa qui la dignità di Cristo, la sua natura e la sua missione mediante l‘Incarnazione» (san Tommaso, 1520).

 

28 Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».

Dopo aver professato la sua fede in Gesù, Marta si allontana da Lui. Gesù non le ha detto nulla e tuttavia Marta percepisce in se stessa il comando del Signore di chiamare Maria. Il testo non ci dice ciò che è passato nell'animo di Marta per cui si sente in obbligo di andare a chiamare Maria. Dalle parole di Marta si può cogliere che obbedisce più alla presenza che alla parola del Cristo. Il Maestro è presente e ti chiama potremmo interpretare: «Per il fatto che il Maestro è presente, ti chiama». Il solo rendersi presente è chiamare a sé i suoi. Più noi lo percepiamo presente in noi più siamo chiamati dal Maestro per metterci ai suoi piedi e ascoltare le sue parole di vita. L'amore del Maestro chiama quello dei discepoli. Marta chiama la sorella di nascosto. Evidentemente ella non vuole che i Giudei ivi convenuti odano le sue parole; sa infatti che non amano Gesù e non lo accolgono come il Cristo. Commenta il Crisostomo: «Se i Giudei avessero saputo che il Cristo era presente, si sarebbero allontanati e non sarebbero stati testimoni del miracolo». Nella lingua latina è tradotto in silenzio cioè con voce sommessa, come nota Agostino (XLIX, 16) San Tommaso commenta: «In senso mistico questo particolare può suggerire questa indicazione: alcuni chiamano gli uomini a Cristo soltanto con la voce esterna; ma con maggior efficacia chiama a Lui chi lo fa silenziosamente. di qui le parole di Isaia (30,15): Nel silenzio e nella fiducia sarà la nostra forza»(1522).

 

29 Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui.

Maria, appena ode la chiamata del Maestro attraverso la voce di Marta, subito si alza. Ella non s‘era alzata quando altri avevano annunciato la venuta di Gesù, ma solo ora subito si alza quando Gesù la chiama attraverso la sorella. A Marta basta l'annuncio della presenza di Gesù, Maria invece risponde solo se personalmente chiamata. In modi diversi Gesù attrae a sé, secondo l'indole di ciascuno. Tuttavia in tutti è Lui che opera e ciascuno risponde e reagisce secondo il proprio modo di essere. Marta, che conosce la sorella, sa come farla andare da Gesù. Maria subito si alza. «Con questo viene offerto a noi un esempio: quello di non tardare quando siamo chiamati a Cristo. Nella Scrittura si legge: Non tardare a convertirti al Signore, non differire di giorno in giorno (Eccli. 5,8); Che io lo ascolti come Maestro (Is. 50,4)» (san Tommaso, 1525).

 

30 Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro.

Gesù si è fermato là dove Marta gli era andata incontro e non si affretta verso la casa delle sorelle, perché non vuole entrare in una casa in lutto. Se Gesù vi entrasse piangerebbe un morto che in Lui è vivo. Egli quindi fa uscire da quella casa Maria assieme a tutti coloro che in essa piangono il morto e sono venuti per consolare le sorelle. Fuori dal villaggio avvengono i misteri. Fuori della città il Signore viene ucciso sulla Croce ed è posto nel sepolcro per poi risorgere. Lazzaro è sepolto fuori del villaggio ed è qui che egli ritorna alla vita. Per questo tutti devono uscire e andare incontro al Signore se vogliono contemplare il Signore che dà la vita, essendo Egli la vita. Uscire significa non resistere alla forza di attrazione che Egli esercita su di noi. Esce chi porta il suo obbrobrio, come Mosé quando uscì dall'Egitto (cf. Eb. 13,13; 11,26). Chi porta la Croce del Cristo, accettando di essere disprezzato per causa sua, costui passa dal vano agitarsi della città e dal lutto per la morte, che tutto domina, alla vita perfetta e immutabile, che riceve dal Cristo. Per questo, appena ci chiama, dobbiamo correre verso di Lui e più correremo più altri correranno con noi.

 

31 Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là»

Maria, nel suo alzarsi improvviso, trascina dietro a sé quei Giudei che sono con lei perché sono venuti a consolarla. Vi è un rapporto strettissimo tra Maria e questi Giudei che sono in casa con lei per consolarla. Se al v. 19 si dice che essi erano usciti da Gerusalemme per consolare sia Marta che Maria, ora si dice che sono nella casa per consolare solo Maria. Costoro sanno di compiere un'opera buona, perciò non abbandonano un solo istante Maria (cf. Eccli 7,38). Poiché agiscono secondo la Legge, Maria li trascina al Cristo benché essi non lo sappiano. Pensano infatti che Maria vada al sepolcro per piangere là. Finché non conoscono Cristo, questi Giudei non possono pensare alla risurrezione. Chi non conosce Cristo, conosce la morte e il pianto a causa di essa; chi Lo conosce, benché cammini verso il sepolcro, non gusterà la morte ma avrà la vita. Infatti corre verso il Signore e a Lui, trascina tutti coloro che sono con Lui. Più forte è l'amore per il Cristo e più si corre verso di Lui più si trascina altri nella propria corsa. Il Cristo attrae a sé anche attraverso quei discepoli che Lo amano.

 

32 Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!»

Maria dunque giunge nel luogo dove si trova Gesù che la sta aspettando e, come Lo vede, cade ai suoi piedi. Come seduta ai suoi piedi aveva ascoltato la sua Parola, così ora ella cade ai suoi piedi per versare al suo Signore e Maestro la tristezza della propria anima. Prima Maria aveva ascoltato la Parola di Gesù come pioggia che irrora la terra, ora, prostrata davanti a Lui, effonde il suo lamento; in seguito verserà il myron sui piedi di Gesù che riempirà con il suo profumo tutta la casa. Tutto ella compie ai piedi del Signore. Maria è l'immagine delle discepole e dei discepoli del Signore che si collocano ai suoi piedi perché lo confessano Signore e Maestro. La Parola, che esce dalla bocca di Gesù, è l'unica cosa necessaria di cui si nutrono; a Lui solo aprono il cuore e sui suoi piedi versano il profumo delle loro opere, perché tutta la Chiesa sia riempita del profumo di Cristo. Maria ripete le parole della sorella, ma con lei Gesù non fa nessun dialogo. «Maria parla a Gesù con la sua posizione, con il suo silenzio e le sue lacrime, pensava tra sé che Egli comprende questo linguaggio di un cuore abbattuto, umiliato e afflitto» (Sacy).

 

33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò

Le parola di Maria si spengono nelle lacrime. Gesù vede il suo pianto e quello dei Giudei che sono con lei. La supplica silenziosa del pianto scuote Gesù nello spirito. Essendo uomo, Gesù ha uno spirito umano che prova contro la morte un forte senso d'ira che lo scuote tutto fino a rendersi manifesto. La presenza della morte, che gli ha strappato l'amico, provoca in Gesù questa forte reazione d'ira. Ê l‘ira del giudizio contro le potenze che tengono prigioniero l‘uomo, ultima delle quali è la morte. Essa gioisce dalla sua dimora ben sigillata perché qui può distruggere la sua preda senza essere disturbata. In questo pianto per causa sua si fondono insieme le lacrime degli uni e degli altri anche se avversari. Un fremito di compassione unisce tutti gli uomini. Ê il gemito della creazione, che geme e soffre le doglie del parto, in attesa di essere liberata dalla corruzione della vanità; è il gemito dell'uomo che attende la piena redenzione nella risurrezione del suo corpo (cfr. Rm 8). Questa situazione di morte in cui ogni uomo si trova, le sue lacrime impotenti, suscitano in Gesù, che ha voluto avere in comune con noi la carne e il sangue, un sentimento d‘ira così forte che dallo spirito si ripercuote nel suo corpo, così da scuoterlo fortemente. Egli infatti è il Servo che si è caricato dei nostri dolori (cf. Is. 53,4).

 

34 e disse: «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!»

L'ira di Gesù e il profondo sussulto che ne segue si manifestano con questa domanda: Dove l'avete posto?. Egli sa dove si trova Lazzaro, perciò la sua domanda non nasce da ignoranza, ma dal suo spirito tutto fremente d‘ira contro la morte e di amore per l‘uomo. Il Figlio di Dio aveva posto l'uomo in un giardino di delizie e ora lo trova in un sepolcro. Soggiogati dalla forza, i circostanti lo chiamano «Signore», invitandolo a seguirli: Vieni e vedi. Si forma così un corteo formato dalle sorelle, dai Giudei che hanno seguito Maria e infine dai discepoli di Gesù. Tutti vanno verso il sepolcro di Lazzaro. Origene ha questa singolare interpretazione: «Egli chiede: Dove l'avete messo? nel senso in cui ordina ai discepoli di non occuparsi dei morti (cf. Mt. 8,22). Gesù poi piange se qualcuno dei suoi amici va a finire nel sepolcro» (Fr. LXXXIII). Agostino osserva: «Che vuol dire: Vedi? Vuol dire abbi pietà. Il Signore guarda infatti quando manifesta la sua misericordia. Per questo il salmista dice: Guarda la mia umiliazione e il mio dolore, e perdona tutti i miei peccati (Sl. 24,18)» (XLIX, 20). In senso morale, dice Sacy, questa è la preghiera che la Chiesa fa ogni giorno al Cristo: «Vieni, Signore, mosso solo dalla tua bontà, e vedi con occhio di misericordia tutti questi morti che tu solo puoi risuscitare. Guardali con amore perché se tu continui ad allontanare da loro il tuo volto, essi dimoreranno nel peccato e nella morte».

 

35 Gesù scoppiò in pianto.

Durante il percorso Gesù piange. In questo momento ogni ostilità è spenta. Il dolore afferra tutti in questo cammino verso il luogo della morte. Sarebbe un tragitto senza speranza se Gesù non fosse con loro e non unisse alle loro le sue lacrime. Il suo pianto è la redenzione del nostro gemere. A che serve piangere senza redenzione? A che serve camminare verso un sepolcro da vivi se questo è la sorte di tutti? Poiché Gesù è con noi e mescola le sue lacrime alle nostre, allora questo tragitto diventa un sentiero di vita. Gesù viene al sepolcro per dare la vita ai morti. Tutti vediamo come Egli è l'unico che può scendere agli inferi, risalire e far salire coloro che la morte trattiene in suo potere.

 

36 Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!»

Le lacrime di Gesù, unite a quelle di Maria e dei Giudei, fanno dire a questi ultimi: «Vedi come lo amava!». Essi constatano che Gesù amava intensamente Lazzaro. Le loro parole corrispondono a quelle iniziali delle sorelle: Colui che tu ami è ammalato (v. 3). Quando Lazzaro era in vita si diceva: Colui che tu ami; ora che è morto si dice: «Come lo amava!». Si attribuisce a Gesù lo stesso sentire nostro, mentre Egli ama i suoi sia in vita che in morte perché a Lui noi siamo sempre presenti. Piangendo, Gesù rivela che ancor più intensamente Egli ama i suoi e che la morte, anziché essere una separazione, diventa per Lui una sfida. Egli la vuole distruggere per sempre.

 

37 Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?»

Alla testimonianza corale dei Giudei si contrappongono alcuni tra di loro. Essi si domandano come mai Gesù non sia accorso subito a guarire Lazzaro. Con il cieco nato Egli aveva agito di propria iniziativa, guarendolo; con Lazzaro invece, benché richiesto, lo ha lasciato morire. L'Evangelo vuole porre davanti a noi due categorie di persone: quelli che constatano l'amore di Gesù per l'uomo, e sono la maggioranza, e quelli che vorrebbero subito il suo intervento salvifico. Coloro che constatano l'amore di Gesù Lo accolgono come uomo tra gli uomini, con il suo messaggio d'amore che tuttavia ritengono impotente come lo è il nostro di fronte alla morte; gli altri, visto il potere, che Egli ha di annientare la forza della malattia, vorrebbero che Gesù intervenisse prima che sia troppo tardi. Anche per costoro Gesù è un benefattore ma i suoi segni sono insufficienti per salvare tutti gli uomini. Queste constatazioni ci preparano al segno della risurrezione di Lazzaro, che è universale: in Lui risorto è annunciata la risurrezione dai morti di tutti gli uomini. Questo segno si manifesta proprio quando tutti pensano che il potere di Gesù non può nulla contro la morte: «Se Lazzaro è morto, sebbene lui non volesse, è chiaro che non ha potuto impedirne la morte» (san Tommaso, 1539)

 

38 Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra.

Gesù di nuovo freme d‘ira in se stesso mentre cammina verso il sepolcro. Non è solo l‘ira contro la morte e contro tutti i suoi nemici, che Egli sta assoggettando sotto i suoi piedi, ma è anche lo  sdegno per la durezza di cuore e l‘incomprensione del suo amore per l'uomo da parte di alcuni. Questo breve tragitto, che il Signore fa per andare al sepolcro, rappresenta il suo cammino sul tratto di tempo che ci separa dalla sua venuta gloriosa. Egli lo compie fremente d‘ira in se stesso, come è scritto: Annienterà i re nel giorno della sua ira (Sal 110,5), cioè assoggetterà a sé tutti i potenti non solo sulla terra ma anche nelle sfere spirituali. Egli trattiene ancora in se stesso la sua ira perché non è ancora il momento di giudicare; infatti Dio non ha mandato il suo Figlio Unigenito nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui (3,17). Egli viene quindi al sepolcro per dare la vita. Ma per dare la vita Gesù deve consegnarsi alla Passione; anche per questo freme in se stesso. Commenta infatti Origene: «Di nuovo Egli s‘impone alla passione, perché apprendessimo che Egli è diventato uno come noi, senza mutamento» (Fr. 84). L‘ira fremente di Cristo scuote quindi tutte le potenze spirituali, che vedono crollare il loro dominio sugli uomini, e questi stessi dal loro torpore causato dal peccato. Come dice Agostino: «Che Egli frema anche in te, se ti prepari a rinascere dal peccato. Mi ascolti ogni uomo oppresso dal peso dell'abitudine al peccato» (XLIX,22). L'Evangelista descrive ora il sepolcro: Era una grotta e una pietra era posta sopra di esso. Come per il sepolcro del Signore, viene dato grande rilievo alla pietra posta sopra. Probabilmente essa sta a indicare che il viaggio verso gli inferi non ha ritorno. Con la sua immobilità la pietra annuncia il decreto irremovibile che solo il Cristo può annullare. Infatti la risurrezione di Lazzaro è unica perché nessuno è stato richiamato alla vita dopo che la pietra ha sigillato il sepolcro. Solo colui che ha varcato quella soglia, libero tra i morti (Sal. 87,6), ed è risalito alla vita, ed è uscito; può chiamare i morti alla vita dalla polvere della morte. Solo dopo l‘uscita di Gesù l‘angelo ha rimosso la pietra e ha mostrato alle donne il sepolcro vuoto.

 

39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».

Poiché Lazzaro viene risuscitato dai morti appartenente ancora a questa creazione, Gesù comanda di togliere la pietra. I nostri padri hanno indagato sul senso mistico della pietra e sul comando di rimuoverla. Commenta

s. Agostino: «Il morto sotto la pietra significa il colpevole sotto la Legge. Sapete infatti che la legge data ai Giudei fu scritta sulla pietra (cfr. Es. 31,18) ... non a caso l'apostolo Paolo ci dice di essere ministro del Nuovo Testamento, ma dello spirito, non della lettera, poiché la lettera uccide - egli dice, - lo spirito invece dà la vita (2Cor. 3,6). La lettera che uccide è come la pietra che schiaccia. Levate via -disse -la pietra. Cioè togliete il peso della legge e annunziate la grazia» (XLIX, 22). Con la rimozione della condanna della Legge, la proclamazione evangelica è annunzio di risurrezione. Il Cristo inizia a strappare gli uomini da quella morte, che li ha paralizzati e tenuti schiavi del peccato. Una volta rimossa la pietra della Legge, i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l'avranno ascoltato vivranno (5,25). Marta reagisce al comando di Gesù. Ella è chiamata la sorella del morto. Certamente vi è una motivazione per cui è chiamata così. Marta vive nella morte, come si deduce dalle parole che dice. Ê stupita del comando di Gesù perché lo interpreta come il desiderio del Maestro di vedere il corpo dell'amico. Ma questi, essendo ormai di quattro giorni, manda il cattivo odore della corruzione. Benché abbia professato che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, Marta si oppone al suo comando. Ciò denota una scissione tra la sua professione di fede e l'intervento salvifico del Signore. L'Evangelo ci ammaestra che non è la nostra fede a compiere il segno, ma è il Signore che lo compie di sua libera iniziativa. A noi è chiesto di credere alle opere che Egli vuole compiere. Il discepolo non prende l‘iniziativa, ma crede a quello che Gesù dice e vuole compiere, anche se appare ai suoi occhi impossibile. Anche Maria, la Madre di Gesù, a Cana di Galilea, chiede quello che il Figlio vuole già compiere. Nel disegno del Padre, benché non fosse ancora giunta l'ora di Gesù, era necessario l'intervento della Madre perché quel segno acquistasse il significato di riparazione dell'antico peccato di Eva. Al frutto della vite di Davide, infatti, ci si accosta per un atto di obbedienza della Donna perché ci si era accostati all'albero della conoscenza del bene e del male per la disobbedienza di Eva. Così ora la donna, personificata in Marta, vuole impedire che la Vita strappi dalla morte l'uomo. Siamo talmente abituati alla morte che ci sembra impossibile che Gesù ci doni la vita. Allo stesso modo è per la morte causata dal peccato. Anche per essa vi è possibilità di risurrezione, come dice in 5,25; la voce del Cristo, se ascoltata, dà la vita a coloro che spiritualmente sono morti, anche se in loro sono già iniziati processi di corruzione che umanamente appaiono irreversibili.

 

40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?»

La risposta di Gesù fa chiaramente comprendere a Marta che Egli non agisce così per piangere l'amico. Gesù invita Marta a restare salda in quella fede che ha professato. Credere è avanzare con Gesù e varcare la soglia della morte e, nella sua vittoria su di essa, vedere la gloria di Dio. A Cana di Galilea il Signore manifesta la sua gloria e i suoi discepoli credono in Lui (cf. 2,11). Qui Marta crede e vedrà la gloria di Dio. Da qui apprendiamo la pedagogia del Signore: talora Egli dispensa la sua luce perché crediamo e talaltra vuole che crediamo per manifestare la sua gloria. L'importante è che non opponiamo i nostri ragionamenti al credere in Lui e al suo operare. Infatti la fede porta alla visione della gloria di Dio. «Ma se qualcuno di coloro che ritengono di avere la fede non hanno ancora veduto la gloria di Dio, si renda conto che queste parole lo rimproverano di non aver veduto la gloria di Dio proprio perché non ha creduto» (Origene, L. 28, II). Chi infatti continua credere in forza di quella fede in Cristo che giustifica vedrà il Figlio di Dio dare la vita ai morti. Il ragionamento umano s'infrange davanti al sepolcro, la fede invece segue il Cristo che scende nel regno dei morti per dare loro la vita. La gloria di Dio come si manifesta nel dare la vita a un morto da quattro giorni e già in putrefazione, così si manifesta nel dare la vita divina nella situazione di morte a causa del peccato. Ê quanto c‘insegna l'apostolo Paolo nella lettera ai Romani: Dove abbondò il peccato, sovrabbonda la grazia (5,20). Notiamo poi che Gesù ora parla della gloria di Dio mentre al v. 4 ha parlato della gloria del Figlio. Oltre a cogliere come unica via la gloria del Padre e del Figlio, noi apprendiamo il suo insegnamento. Infatti «quando ciò che Egli voleva fare richiedeva tutta la sua potenza, parlava spesso di sé in modo dimesso per porsi al livello della sua Incarnazione, per togliere ai suoi nemici ogni pretesto di accusarlo e per insegnare ai suoi discepoli di evitare con cura nelle loro parole tutto ciò che potrebbe risentire di vana gloria» (Sacy).

 

41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato.

Come a Cana di Galilea i servi eseguirono il comando del Signore e riempirono le anfore di pietra, così ora, dopo che l'obiezione di Marta è superata, tolgono la pietra. Non sono nominati coloro che la tolgono. Come nel primo segno così nell'ultimo ricompare la pietra. Là essa trattiene in se stessa l'acqua della purificazione legale, qui sottomette tutti al dominio della morte. Come per ordine del Cristo i credenti gustano nella Legge l'ebbrezza dello Spirito, così ora essi credono vinta la morte nella quale la Legge li trattiene a causa del peccato, come insegna l‘Apostolo: Il pungolo della morte è il peccato, ma la forza del peccato è la Legge (1Cor. 15,56). Finché non viene il Cristo, nessuno può togliere la pietra perché il peccato domina su tutti e la Legge tutti trattiene sotto il giogo della morte. Alla sua venuta, Egli comanda di togliere la pietra posta su coloro che sono morti. In che modo si toglie la pietra? Non certo abolendo la Legge ma portandola a compimento. Egli porta la Legge dalla lettera che uccide allo Spirito che dà vita. La pietra è tolta perché l'Evangelo risuona e la voce del Cristo richiama alla vita coloro che Egli ama, cioè coloro che ascoltano la Parola. Per questo bisogna seguire subito i suoi ordini, perché la pietra non rimanga sui morti e questi siano impediti, dalle nostre obiezioni, di ascoltare la Parola del Signore che li chiama alla vita. Chi è mandato ad annunciare la Parola di Dio e ritarda, lascia coloro che devono ascoltarla nelle tenebre e nell'ombra di morte. Nulla deve ostacolare il comando del Cristo, né le nostre obiezioni e né il ritardo nell'eseguirlo. Chi è servo è chiamato a obbedire prontamente anche se l'ordine del Signore non gli sembra opportuno. Commenta infatti san Tommaso: «E questo perché impariamo a non frapporre nulla tra i comandi del Cristo e la loro esecuzione, se desideriamo subito conseguire l'effetto della salvezza. Come dice il Salmista (17,4): Con orecchio attento egli mi obbedisce» (1549). Gesù non guarda verso il sepolcro dove regna la morte, ma alza gli occhi verso l'alto. Egli non li alza in cerca di Dio come se non Lo vedesse; ma il suo sguardo fisico è segno visibile della sua visione del Padre. Colui che vedendo l'aspetto esterno dell'uomo ne vede l'intimo, ora che solleva lo sguardo verso l'alto vede il volto del Padre. I gesti esterni scaturiscono dalla pienezza del suo essere divino. «Gesù distoglie la sua capacità intellettiva dalla consuetudine con coloro che sono quaggiù per ricondurla verso l'alto mediante la preghiera al Padre che tutto trascende» (Origene, op. cit., L. 28,IV). Sollevano pertanto gli occhi al Padre coloro che sono puri di cuore e lo pregano adorandolo nello Spirito e nella verità. Coloro che nella preghiera «levano in alto gli occhi dell'anima, li distolgono dalle realtà di quaggiù, dai ricordi, dai concetti, dai giudizi di quaggiù e rivolgono a Dio parole di preghiera grandi e celesti, degne delle realtà grandi e celesti che trattano»(Origene, ivi). Chi invece si sente oppresso dalla colpa, come il pubblicano, non ardisce neppure alzare gli occhi e si batte il petto, dicendo: Dio, abbi pietà di me, peccatore (cf. Lc. 18,13). Talora il Signore concede di alzare gli occhi in una preghiera pura perché ha purificato il cuore per aver ascoltato i gemiti del penitente, talvolta invece è tempo di gemere perché i cattivi pensieri assediano e seducono al peccato. Vi è un tempo per tutto. Chi ha imparato questo sa tenere gli occhi bassi nella richiesta di pentimento e sa alzarsi per la purezza del cuore. La preghiera è uno sguardo che si eleva verso l'alto più il cuore si purifica da ciò che è in basso. Origene dice che agli occhi si devono pure unire le mani pure, cioè la sua preghiera senza ira né dissidi (cf. 1Tm. 2,8). «In tal modo, infatti, se i nostri occhi saranno rivolti verso l'alto per mezzo dei pensieri e della contemplazione e le nostre mani innalzate per mezzo delle azioni che elevano e sublimano l'anima, al modo cioè in cui innalzò Mosé le sue mani (cf. Es. 17,11) (tanto da poter dire [anche noi]: l‘elevazione delle mie mani [è come] sacrificio vespertino (Sl. 140,2), gli Amaleciti e tutti i nemici invisibili saranno sconfitti e gli Israeliti che sono in noi, vale a dire i pensieri santi avranno il sopravvento (op. cit., L. 28, v). Padre, ti ringrazio perché mi hai ascoltato. Il Figlio, prima dell'evento, pronuncia le parole del ringraziamento. Quello che infatti sta accadendo nel tempo è già avvenuto nell'intimo mistero di Dio. Quello che Gesù sta compiendo ora, per propria potenza, è la risposta del Padre a quella richiesta che il Figlio fa nel momento in cui si rapporta con la sua morte e con la nostra. Se nei sinottici e nella Lettera agli Ebrei viene accentuato il sentire umano del Cristo, in Giovanni esso è espresso nell'ira e nelle lacrime che divengono l‘interiore certezza dell'esaudimento del Padre e quindi il Figlio può compiere l'opera stessa del Padre, quella cioè di dare la vita, di risuscitare i morti (cf. 5,21). L'itinerario umano del Figlio, dalla sua incarnazione al suo Innalzamento, è dentro la situazione nostra per cui Egli è in tutto simile a noi. (cf. Eb. 4,15), e nello stesso tempo Egli è dentro non costretto (infatti non è simile a noi nel peccato) ma libero (cf. Sl. 87,6). Per questo Gesù vive gli avvenimenti in modo pienamente umano e nello stesso tempo in modo pienamente divino. Dall'interiore e filiale dialogo con il Padre viene la risposta al fremito della sua umanità immersa nella nostra miseria.

 

42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».

Il Figlio sa che il Padre sempre L'ascolta. Il suo relazionarsi di Figlio al Padre è obbedienza e richiesta secondo il disegno del Padre. Egli avrebbe potuto non esplicitare il ringraziamento per l'esaudimento alla sua richiesta. Tutto in Lui è lode perché il Padre lo ascolta. Tutto in Gesù proclama che le opere da Lui compiute sono le opere stesse del Padre. Se ora Gesù esplicita il ringraziamento lo fa per la folla che Lo circonda. Nell'ascoltare infatti come Gesù ringrazi prima, perché è certo di essere esaudito dal Padre, quanti lo circondano non possono dubitare che Dio lo ha esaudito. Questo ultimo segno rivela Gesù come inviato dal Padre. Chi vuole credere può credere a Gesù. L'incredulità diventa pertanto un rifiuto voluto.

 

43 E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».

Dalle parole di ringraziamento rivolte al Padre, Gesù passa al grido: A gran voce gridò. Questo grido scaturisce dalla sua ira e dal suo pianto e termina nello strappare alla morte colui che Egli ama. Strappa non in modo generico i suoi alla morte, ma ciascuno per nome. Egli è infatti il Dio dei vivi perché tutti vivono per Lui (Lc. 20,38). Il suo cammino fuori del villaggio, verso il sepolcro, è rappresentativo del suo cammino odierno verso i nostri sepolcri. Bisogna infatti che Egli regni finché non abbia posto i nemici sotto i suoi piedi. Come ultimo nemico sarà annientata la morte (1Cor. 15,25-26). L'ira verso i suoi nemici e le lacrime, che scaturiscono dall'amore per i suoi amici, fino al grido finale di vittoria sulla morte esprimono la redenzione da lui operata.

 

44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Al comando del Cristo, colui che era morto uscì. Questi non uscì per forza propria ma in virtù delle parole di Gesù. I suoi piedi e le sue mani, infatti, erano legati con bende e il volto era avvolto dal sudario. Lazzaro si presenta avvolto ancora dai segni della sua sepoltura perché non si dica che è stato un altro a uscire come avevano provato di dire con il cieco nato. Lazzaro è vivo ma non può muoversi; per questo Gesù si rivolge a coloro che gli sono vicino dicendo loro: Scioglietelo e lasciatelo andare; togliete da lui le bende e il sudario perché ancora avvolto nel lino sapolcrale egli possa andare e testimoniare la sua risurrezione. La risurrezione di Lazzaro si colloca nel tempo presente come testimonianza data a Gesù che Egli è colui che dà la vita ai morti, essendo Egli stesso la risurrezione e la vita. Per questo, come Gesù ha annunciato al c. 5, i nostri Padri hanno interpretato la risurrezione di Lazzaro come simbolo della nostra risurrezione dal peccato. Gesù ci chiama prima di tutto alla vita divina la cui piena manifestazione sarà la risurrezione dei nostri corpi. La stessa forza, che il Cristo manifesta nello strappare Lazzaro dalla morte, strappa coloro che ascoltano la sua voce, che risuona nell'Evangelo, dai sepolcri dei loro peccati. «E chi gli obbedisce viene fuori con indosso i legami degli antichi peccati che gli hanno meritato la morte, e con la vista ancora velata, sì che non riesce né a vedere né a camminare né a fare alcunché a causa dei vincoli della mortalità, fino che Gesù non comandi a quelli che sono in grado di farlo, di scioglierlo e di lasciarlo andare» (Origene,op. cit., L.28,VII). La vita pertanto si comunica gradualmente. Chi è strappato dalla morte del peccato, anche se è deciso a seguire il Cristo «è ancora inabile a vivere secondo tale risoluzione, perché la sua anima ha ancora impedite le sue capacità di camminare, di agire, di vedere... Ma non appena Gesù comanda a quelli che hanno la possibilità di farlo: «Scioglietelo e lasciatelo andare!», in virtù di questo comando impartito da Gesù con l'autorità di un padrone, gli vengono sciolte le mani e i piedi, gli viene tolto il velo che aveva sugli occhi ed egli allora si mette a camminare in modo tale che giunge anch'egli a far parte di coloro che siedono a mensa con Gesù (cfr. 12,2)» (Origene, ivi).

 

45 Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui.

L'attenzione dell'evangelista è attratta dal gruppo di Giudei che sono venuti al sepolcro di Lazzaro dietro a Maria e hanno quindi veduto il segno compiuto da Gesù. Vedendo, molti di essi essi credono in Gesù. Questi Giudei hanno visto la sua azione visibile e hanno udito la sua voce, ma l'effetto del comando non appartiene all'uomo, bensì a Dio; per questo hanno creduto in Lui. La voce del Figlio di Dio li ha strappati alla loro morte e li ha portati alla vita strappando tutti i legami dell'incredulità. Infatti credere è cogliere l'unità inscindibile tra la voce di Dio, che opera meraviglie, e la voce del Cristo, che ha lo stesso potere del Padre. Al contrario alcuni di loro, benché abbiano udito, non credono e vanno a riferire ai farisei quello che ha fatto Gesù. Costoro sono prigionieri della loro ostilità verso Gesù. Essi sanno che questo ultimo segno è il più grave di tutti. Se già i farisei avevano cercato di marginare gli effetti provocati dall'illuminazione del cieco nato, quanto più ora saranno adirati per un segno così unico quale la risurrezione di un morto già in putrefazione. Come i farisei, anche questi alcuni tra i Giudei non vogliono dei segni perché non vogliono che sia sconvolto quell'ordine che essi hanno cercato di realizzare in cui si esprime la loro libertà di culto e il loro potere. Per difendere questo, essi sono disposti a tutto sia a negare l'evidenza dei fatti come a uccidere personaggi scomodi, quali Gesù e Lazzaro.

don Giuseppe Bellia

 

 

… Accettare la vita come un dato di per sé ovvio, non degno di stupore, significa già essere entrati nella normalizzazione della coscienza.

 La coscienza si normalizza, parte dai dati, non va prima. E già in questo c’è una specie di predisposizione a considerare la morte come la normale chiusura della parabola.

 Tutto torna.

 Ma in realtà, la vita, se noi la osserviamo in questa sua globale contingenza, si sostiene su un’opera in sé inesplicabile, che nel linguaggio cristiano chiamiamo «opera dello Spirito».

È lo Spirito che ha dato la vita, è lo Spirito che dall’abisso ha fatto emergere l’ordine e la vita.

Per la creazione – avendola alle spalle – noi non abbiamo più stupore a disposizione. Nasce un bambino?

Nasce un bambino, è ovvio.

Lo stupore per la creazione è morto in noi. Allora, di fronte alla promessa della Resurrezione diciamo: «Ma come è possibile questo?».

La possibilità si misura sullo Spirito di Dio, presso il quale niente è impossibile. «Credi in questo?» disse Gesù a Marta. Ecco il dialogo estremo, il centro focale di ogni nostra riflessione di credenti. «Credi in questo?».

Non è mica frequente che i credenti e i frequentatori delle chiese siano interpellati sulla Resurrezione. Per lo più essi vanno verso il futuro con le risorse immaginative di cui la natura è ricca.

Essi immaginano un paradiso proiettandovi tutto l’insieme dei desideri inappagati: se lo fabbricano (e i predicatori aiutano all’opera) in modo che sia una consolazione che si sorregge sull’assenza di spirito critico e sulla mancanza di confronto diretto con le contraddittorie parole che vengono dalla Scrittura. La quale, notate, mentre ci parla della vita non ce ne dà la descrizione.

La vita che non ha bisogno di aggettivi è la vita di fronte alla quale ogni altra vita è pallida analogia, riflesso insufficiente.

 Essa è la forza dello Spirito di Dio che si comunica a noi.

Allora la certezza della fede del credente nasce come certezza sufficiente a se stessa; non ha argomenti su cui appoggiarsi, perché anzi, dentro i confini del finito, dell’esperienza, tutto è contro questa certezza.

Eppure essa è una certezza che si impone: si annuncia e si testimonia.

Allora noi comprendiamo quale sia il compito del cristiano: come cristiani non abbiamo da fare altro che lottare per la vita.

Questa parola, filtrata attraverso le accezioni scientifiche e filosofiche, si frange di fronte all’immaginazione, perde ogni significato accettabile.

 Cos’è la vita?

Quando diciamo questa parola nella interiorità profonda, che è anteriore allo stesso concetto, sentiamo che essa raccoglie in sé una totalità: la vita è Dio.

Allora noi possiamo andare verso il futuro poggiandoci su questa certezza, perché essa non è consolatoria o marginale, in quanto – come ho spiegato prima – emerge da un impegno quotidiano a lottare per la vita, ad alzare tutte le pietre di tutti i sepolcri. Quest’amore indicibile per la liberazione dell’uomo, per la pace, la gioia, la fraternità è ciò che rende credibile l’ultimo annuncio.

Vorrei dire, noi dovremmo parlare poco di Resurrezione perché, come disse Gesù scendendo dal Tabor, «non raccontate queste cose fino a che io non sarò risorto».

E noi dobbiamo dire che queste cose non si possono raccontare se non quando saremo nel paese che Dio ci ha preparato.

C’è una specie di segreto arcano su questa verità.

Però essa si spende, si paga e si rivela in una specie di solidale, indissolubile amore per la vita dell’uomo, per la liberazione che possiamo compiere perché le ossa non siano aride e le speranze non siano finite, in una specie di passione per tutta la novità che può germogliare in un mondo che sembra spesso destinato alla dissoluzione della morte, all’odio – che è l’altra faccia dell’amore – o tutto ciò che significa morte, violenza, trama contro la vita…

Ernesto Balducci

“Il mandorlo e il fuoco” vol. 1 – anno A

 

 

La Pasqua è ormai vicina, e la chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, profezia della resurrezione di Gesù.

“Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato”. Gesù amava molto questi amici, che frequentava nei periodi di sosta a Gerusalemme: nella casa di Betania trovava l’accoglienza premurosa di Marta, l’ascolto attento di Maria (cf. Lc. 10,38-42) e l’affetto fedele di Lazzaro.

Le sorelle mandano ad avvertirlo della malattia di Lazzaro, ma egli è lontano, al di là del Giordano. Come può Gesù permettere che un suo amico si ammali, soffra e muoia? Che senso ha? Sono domande affiorate all’interno della rete di amicizie di Gesù, ma che ancora oggi risuonano quando nelle nostre relazioni appaiono la malattia e la morte; è l’ora in cui la nostra fede e il nostro essere amati da Gesù sembrano essere smentiti dalle sofferenze della vita.

Gesù, informato di tale evento, dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, ovvero è un’occasione perché si manifesti il peso che Dio ha nella storia e così si manifesti la gloria del Figlio, gloria dell’amare “fino alla fine” (Gv. 13,1). Egli parla un linguaggio che sembra contraddire l’evidenza: sempre nella malattia la morte si staglia all’orizzonte con la sua ombra minacciosa, eppure Gesù rivela che la malattia di colui che egli ama non significherà vittoria della morte su di lui.

E così – particolare a prima vista sconcertante – Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano. Solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione!) annuncia la sua volontà di recarsi in Giudea. I discepoli non comprendono: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. In risposta, Gesù espone loro una similitudine dal significato evidente: egli è intimamente convinto di dover vivere e operare come il Padre gli ha chiesto, e sa di doverlo fare nel poco tempo che gli resta, prima che giunga l’ora delle tenebre, quando non potrà più agire.

“Lazzaro, il nostro amico,” – continua Gesù – “si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Di fronte all’ennesimo fraintendimento della sua comunità (“pensarono che parlasse del riposo del sonno”), Gesù dichiara apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!”.

L’unico a reagire, in modo impulsivo, forse addirittura provocatorio, è Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui!”. Al di là delle sue stesse intenzioni, egli afferma una profonda verità: seguire Gesù significa trovarsi dove lui è (cf. Gv. 12,26), e se lui va verso la morte – come sarà manifesto alla fine di questo capitolo – anche i discepoli sono coinvolti nello stesso esito.

Gesù giunge con i suoi discepoli a Betania quando “Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro”. Marta, saputo del suo arrivo, gli va incontro e gli rivolge parole che sono insieme una confessione di fede e un rimprovero: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Poi aggiunge: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, te la concederà”. Marta è una donna di fede e confessa che dove c’è Gesù non può regnare la morte, che la morte di Lazzaro è accaduta perché Gesù era lontano. Essa crede in Gesù e, sollecitata da lui, confessa la propria fede nella resurrezione finale della carne.

Ma Gesù la invita a compiere un passo ulteriore: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. E Marta replica prontamente: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.

Anche Maria, chiamata dalla sorella, corre incontro a Gesù e, gettandosi ai suoi piedi, esclama a sua volta: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. I toni sono più affettivi, Maria esprime con le lacrime il proprio dolore. Essa ama Gesù e si sa da lui amata, si mostra pronta a incontrarlo e si inginocchia davanti a lui, ma non dà segni di una fede che possa vincere la sua sofferenza: è interamente definita dal suo inconsolabile dolore. Le sue lacrime sono contagiose: piangono i giudei presenti e piange lo stesso Gesù.

Qui l’evangelista ci chiede di sostare sugli umanissimi sentimenti vissuti da Gesù. Innanzitutto egli si commuove, freme interiormente. Di fronte alla morte di un amico, di una persona da lui amata, la prima reazione è il fremito che nasce dal constatare l’ingiustizia della morte: come può morire l’amore? Perché la morte tronca l’amore, la relazione? Poi Gesù si turba: il fremito di indignazione diventa turbamento, esperienza del sentirsi ferito e del sentire dolore e angoscia. Gesù prova questa reazione emotiva anche di fronte alla prospettiva della propria morte imminente (cf. Gv. 12,27), e quando nell’ultima cena annuncia ai suoi il tradimento di Giuda (cf. Gv. 13,21). Infine, alla vista della tomba Gesù scoppia in pianto, reazione che i presenti leggono come il segno decisivo del suo amore per Lazzaro.

Giungiamo quindi al vero vertice del racconto: l’incontro tra Gesù e Lazzaro. Gesù, ancora una volta fremendo nel suo spirito, si reca alla tomba e vede la pietra che chiude il sepolcro: colui che è la vita (cf. Gv. 14,6) comincia un duello, una lotta contro la morte. Il testo apre uno squarcio sulla relazione di profonda intimità tra Gesù e Dio. “Gesù alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto’”, così come Gesù stesso ascolta sempre il Padre (cf. Gv. 5,30).

È l’unica volta che prega prima di compiere un segno, ma la sua è una preghiera di ringraziamento al Padre, a colui che è il fine stesso della preghiera: Gesù desidera che i presenti giungano a credere che egli è l’Inviato di Dio, dunque un segno che rimanda alla realtà ultima, alla fonte di ogni bene, il Padre.

La risposta di Dio giunge immediata, percepibile nella parola efficace di Gesù, che compie ciò che dice: “Lazzaro, vieni fuori!”. Gesù aveva annunciato “l’ora in cui coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e ne usciranno” (cf. Gv 5,28-29). Ecco un’anticipazione: Lazzaro, morto e sepolto, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende, e con la sua resurrezione profetizza la resurrezione di Gesù.

Non solo, ma la resurrezione di Lazzaro, “colui che Gesù ama”, manifesta la ragione profonda per cui il Padre richiamerà Gesù dai morti alla vita eterna: nel duello tra vita e morte, tra amore e morte, vince la vita, vince l’amore vissuto da Gesù. Gesù è la vita, è l’amore che strappa alla morte le sue pecore, le quali non andranno perdute (cf. Gv. 10,27-28); se Gesù ama e ha come amico chi crede in lui, non permetterà a nessuno, neppure alla morte, di rapirlo dalla sua mano!

Avvenuto il segno, la sua lettura e interpretazione spetta a quanti lo hanno visto. “Molti dei giudei credettero in lui”. La fede non fa certo sfuggire alla morte fisica: tutti gli esseri umani devono passare attraverso di essa, ma in verità per chi aderisce a Gesù, la morte non è più l’ultima, definitiva realtà. Chi crede in Gesù ed è coinvolto nella sua amicizia, vive per sempre e porta in sé la vittoria sulla malattia e sulla morte. Non solo, come si legge al termine del Cantico, “l’amore è forte come la morte” (Ct. 8,6), ma l’amore vissuto e insegnato da Gesù è più forte della morte, è profezia e anticipazione per tutti gli amici del Signore, tutti destinati alla resurrezione.

Questa è la gloria di Gesù, gloria dell’amore, anche se all’apparenza egli sembra sconfitto: in cambio di questo gesto, infatti, riceve una sentenza di morte dalle autorità religiose, per bocca del sommo sacerdote Caifa (cf. Gv. 11,46-53). Dare la vita a Lazzaro è costato a Gesù la propria vita: ecco cosa accade nell’amicizia vera, quella vissuta da Gesù, che ha donato la propria vita per gli amici (cf. Gv. 15,13).

L’amore, l’amicizia di Gesù, dunque, vince la morte. Se siamo capaci di mettere la nostra fede-fiducia in lui, questa pagina ci rivela che non siamo soli e che anche nella morte egli sarà accanto a noi per abbracciarci nell’ora in cui varcheremo quella soglia e per richiamarci definitivamente alla vita con il suo amore.

Ecco il dono estremo fatto da Gesù a quanti si lasciano coinvolgere dalla sua vita: la morte non ha l’ultima parola, e chiunque aderisce a lui, lo ama e si lascia da lui amare, non morirà in eterno! Canta Gregorio di Nazianzo: “Signore Gesù, sulla tua parola tre morti hanno visto la luce: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro uscito dal sepolcro alla tua voce. Fa’ che io sia il quarto!”.

 

 

La Pasqua è ormai vicina, e la chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, profezia della resurrezione di Gesù.

“Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato”. Gesù amava molto questi amici, che frequentava nei periodi di sosta a Gerusalemme: nella casa di Betania trovava l’accoglienza premurosa di Marta, l’ascolto attento di Maria (cf. Lc. 10,38-42) e l’affetto fedele di Lazzaro.

Le sorelle mandano ad avvertirlo della malattia di Lazzaro, ma egli è lontano, al di là del Giordano. Come può Gesù permettere che un suo amico si ammali, soffra e muoia? Che senso ha? Sono domande affiorate all’interno della rete di amicizie di Gesù, ma che ancora oggi risuonano quando nelle nostre relazioni appaiono la malattia e la morte; è l’ora in cui la nostra fede e il nostro essere amati da Gesù sembrano essere smentiti dalle sofferenze della vita.

Gesù, informato di tale evento, dice: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, ovvero è un’occasione perché si manifesti il peso che Dio ha nella storia e così si manifesti la gloria del Figlio, gloria dell’amare “fino alla fine” (Gv. 13,1). Egli parla un linguaggio che sembra contraddire l’evidenza: sempre nella malattia la morte si staglia all’orizzonte con la sua ombra minacciosa, eppure Gesù rivela che la malattia di colui che egli ama non significherà vittoria della morte su di lui.

E così – particolare a prima vista sconcertante – Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano. Solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione!) annuncia la sua volontà di recarsi in Giudea. I discepoli non comprendono: “Rabbi, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”. In risposta, Gesù espone loro una similitudine dal significato evidente: egli è intimamente convinto di dover vivere e operare come il Padre gli ha chiesto, e sa di doverlo fare nel poco tempo che gli resta, prima che giunga l’ora delle tenebre, quando non potrà più agire.

“Lazzaro, il nostro amico,” – continua Gesù – “si è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Di fronte all’ennesimo fraintendimento della sua comunità (“pensarono che parlasse del riposo del sonno”), Gesù dichiara apertamente: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!”.

L’unico a reagire, in modo impulsivo, forse addirittura provocatorio, è Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui!”. Al di là delle sue stesse intenzioni, egli afferma una profonda verità: seguire Gesù significa trovarsi dove lui è (cf. Gv 12,26), e se lui va verso la morte – come sarà manifesto alla fine di questo capitolo – anche i discepoli sono coinvolti nello stesso esito.

Gesù giunge con i suoi discepoli a Betania quando “Lazzaro è già da quattro giorni nel sepolcro”. Marta, saputo del suo arrivo, gli va incontro e gli rivolge parole che sono insieme una confessione di fede e un rimprovero: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Poi aggiunge: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, te la concederà”. Marta è una donna di fede e confessa che dove c’è Gesù non può regnare la morte, che la morte di Lazzaro è accaduta perché Gesù era lontano. Essa crede in Gesù e, sollecitata da lui, confessa la propria fede nella resurrezione finale della carne.

Ma Gesù la invita a compiere un passo ulteriore: “Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. E Marta replica prontamente: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.

Anche Maria, chiamata dalla sorella, corre incontro a Gesù e, gettandosi ai suoi piedi, esclama a sua volta: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. I toni sono più affettivi, Maria esprime con le lacrime il proprio dolore. Essa ama Gesù e si sa da lui amata, si mostra pronta a incontrarlo e si inginocchia davanti a lui, ma non dà segni di una fede che possa vincere la sua sofferenza: è interamente definita dal suo inconsolabile dolore. Le sue lacrime sono contagiose: piangono i giudei presenti e piange lo stesso Gesù.

Qui l’evangelista ci chiede di sostare sugli umanissimi sentimenti vissuti da Gesù. Innanzitutto egli si commuove, freme interiormente. Di fronte alla morte di un amico, di una persona da lui amata, la prima reazione è il fremito che nasce dal constatare l’ingiustizia della morte: come può morire l’amore? Perché la morte tronca l’amore, la relazione? Poi Gesù si turba: il fremito di indignazione diventa turbamento, esperienza del sentirsi ferito e del sentire dolore e angoscia. Gesù prova questa reazione emotiva anche di fronte alla prospettiva della propria morte imminente (cf. Gv 12,27), e quando nell’ultima cena annuncia ai suoi il tradimento di Giuda (cf. Gv 13,21). Infine, alla vista della tomba Gesù scoppia in pianto, reazione che i presenti leggono come il segno decisivo del suo amore per Lazzaro.

Giungiamo quindi al vero vertice del racconto: l’incontro tra Gesù e Lazzaro. Gesù, ancora una volta fremendo nel suo spirito, si reca alla tomba e vede la pietra che chiude il sepolcro: colui che è la vita (cf. Gv 14,6) comincia un duello, una lotta contro la morte. Il testo apre uno squarcio sulla relazione di profonda intimità tra Gesù e Dio. “Gesù alzò gli occhi e disse: ‘Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto’”, così come Gesù stesso ascolta sempre il Padre (cf. Gv 5,30).

È l’unica volta che prega prima di compiere un segno, ma la sua è una preghiera di ringraziamento al Padre, a colui che è il fine stesso della preghiera: Gesù desidera che i presenti giungano a credere che egli è l’Inviato di Dio, dunque un segno che rimanda alla realtà ultima, alla fonte di ogni bene, il Padre.

La risposta di Dio giunge immediata, percepibile nella parola efficace di Gesù, che compie ciò che dice: “Lazzaro, vieni fuori!”. Gesù aveva annunciato “l’ora in cui coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e ne usciranno” (cf. Gv 5,28-29). Ecco un’anticipazione: Lazzaro, morto e sepolto, esce dalla tomba ancora avvolto dalle bende, e con la sua resurrezione profetizza la resurrezione di Gesù.

Non solo, ma la resurrezione di Lazzaro, “colui che Gesù ama”, manifesta la ragione profonda per cui il Padre richiamerà Gesù dai morti alla vita eterna: nel duello tra vita e morte, tra amore e morte, vince la vita, vince l’amore vissuto da Gesù. Gesù è la vita, è l’amore che strappa alla morte le sue pecore, le quali non andranno perdute (cf. Gv 10,27-28); se Gesù ama e ha come amico chi crede in lui, non permetterà a nessuno, neppure alla morte, di rapirlo dalla sua mano!

Avvenuto il segno, la sua lettura e interpretazione spetta a quanti lo hanno visto. “Molti dei giudei credettero in lui”. La fede non fa certo sfuggire alla morte fisica: tutti gli esseri umani devono passare attraverso di essa, ma in verità per chi aderisce a Gesù, la morte non è più l’ultima, definitiva realtà. Chi crede in Gesù ed è coinvolto nella sua amicizia, vive per sempre e porta in sé la vittoria sulla malattia e sulla morte. Non solo, come si legge al termine del Cantico, “l’amore è forte come la morte” (Ct 8,6), ma l’amore vissuto e insegnato da Gesù è più forte della morte, è profezia e anticipazione per tutti gli amici del Signore, tutti destinati alla resurrezione.

Questa è la gloria di Gesù, gloria dell’amore, anche se all’apparenza egli sembra sconfitto: in cambio di questo gesto, infatti, riceve una sentenza di morte dalle autorità religiose, per bocca del sommo sacerdote Caifa (cf. Gv 11,46-53). Dare la vita a Lazzaro è costato a Gesù la propria vita: ecco cosa accade nell’amicizia vera, quella vissuta da Gesù, che ha donato la propria vita per gli amici (cf. Gv 15,13).

L’amore, l’amicizia di Gesù, dunque, vince la morte. Se siamo capaci di mettere la nostra fede-fiducia in lui, questa pagina ci rivela che non siamo soli e che anche nella morte egli sarà accanto a noi per abbracciarci nell’ora in cui varcheremo quella soglia e per richiamarci definitivamente alla vita con il suo amore.

Ecco il dono estremo fatto da Gesù a quanti si lasciano coinvolgere dalla sua vita: la morte non ha l’ultima parola, e chiunque aderisce a lui, lo ama e si lascia da lui amare, non morirà in eterno! Canta Gregorio di Nazianzo: “Signore Gesù, sulla tua parola tre morti hanno visto la luce: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro uscito dal sepolcro alla tua voce. Fa’ che io sia il quarto!”.

Enzo Bianchi

 

 

Il passaggio dalla morte alla vita, centro del messaggio di questa domenica, prelude, soprattutto con l’episodio della resurrezione di Lazzaro, all’evento pasquale la cui celebrazione si fa sempre più vicina. La resurrezione appare come evento storico: la morte in cui giacciono i figli d’Israele è la situazione di esilio a Babilonia da cui essi risorgeranno ritornando in terra d’Israele (I lettura); appare come evento spirituale che caratterizza il credente che, lasciandosi guidare dallo Spirito di Dio, passa dalla vita nella carne, cioè nell’egoismo e nel peccato, alla vita in Cristo (II lettura); appare come evento personale e corporeo che conduce Lazzaro a uscire dalla tomba all’udire la parola di Gesù (vangelo). I testi sottolineano anche tre dimensioni della morte: se solo la morte di Lazzaro è fisica, la morte spirituale di chi vive nella chiusura egocentrica e la morte simbolica del popolo deportato non sono meno drammatiche e reali.

La morte comunitaria di cui parla Ezechiele è situazione di morte della speranza: “La nostra speranza è svanita, siamo perduti” (Ez. 37,11). Anche noi, nelle vicende relazionali (un’amicizia, un amore, un matrimonio), comunitarie ed ecclesiali che viviamo, possiamo sperimentare la morte della speranza, l’assenza di futuro. Tuttavia, la nascita della fede nella resurrezione e della speranza pasquale avviene attraverso la morte di altre speranze. Lo Spirito creatore è anche lo Spirito che dona vita e suscita speranza là dove regna la morte.

Per Paolo l’uomo che vive “nella carne”, nell’autosufficienza egoistica, fa del proprio cuore la propria tomba e si trova nella morte spirituale. Ma lo Spirito di resurrezione che forza l’impenetrabilità della morte e fa uscire dai sepolcri, può penetrare le chiusure individualistiche e, ponendo la dimora nel cuore umano e inabitando in esso, può immettere l’uomo in una vita nuova.

Il brano evangelico è una pedagogia verso la fede in Cristo che è la resurrezione e la vita. Il dialogo tra Gesù e Marta è incentrato sul credere: “Chi crede in me, anche se muore vivrà” (Gv. 11,25); “Credi tu questo?” (11,26); “Sì, Signore io credo” (11,27). Di fronte all’insicurezza e alla precarietà che la prospettiva della morte ingenera nelle nostre vite (“a causa della morte, noi, gli uomini, siamo come città senza mura”: Epicuro), noi siamo tentati di costruirci baluardi, difese e barriere che ci proteggano da essa. Siamo indotti dalla paura a un atteggiamento difensivo. E così facciamo anche della vita una morte, una schiavitù (“gli uomini sono schiavi per tutta la vita a causa della paura della morte”: Eb. 2,15): cercando di difenderci dalla morte, in realtà ci allontaniamo dalla vita. Gesù, invece, chiedendo fede, affidamento, chiede di entrare nel suo atteggiamento di fronte alla morte (“Padre, io sapevo che sempre mi ascolti”: Gv. 11,42), atteggiamento che, mentre assume la morte e soffre per colui che è morto, fa anche della morte una vita, vivifica la morte. La fede è il luogo della resurrezione. La fede di Gesù è dunque un magistero perché noi impariamo a credere: “L’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano” (Gv. 11,42). Proclama un’omelia dello Pseudo Ippolito: “Avendo tu visto l’opera divina del Signore Gesù, non dubitare più della resurrezione! Lazzaro sia per te come uno specchio: contemplando te stesso in lui, credi nel risveglio”.

Se la fede è il luogo della resurrezione, l’amore ne è la forza: Gesù “amava molto Lazzaro” (11,5) e questo amore si fece visibile nel suo pianto dirotto (cf. 11,35-36). L’amore integra la morte nella vita e trova il senso di quest’ultima nel dono: dare la vita diviene un dare vita. Aver fede in Gesù che è resurrezione e vita significa fare dell’amore un luogo in cui la morte viene messa a servizio della vita.

La fede e l’amore si manifestano nella parola con cui Gesù resuscita Lazzaro: lo scandalo e la follia di chiamare chi è morto e giace nel sepolcro è possibile grazie alla fede nel Dio che resuscita i morti e all’amore, all’umanissimo amore che legava Gesù a Lazzaro. La potenza di resurrezione della parola di Gesù è tutta nella fede e nell’amore che la abitano.

Luciano Manicardi