Liberati dalla rassegnazione

"L'infinito silenzio sopra un campo di battaglia quando il vento ha la pietà di accarezzare; l'inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent'anni te lo devi già scordare... Ma che razza di Dio c'è nel cielo? Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando con il nostro dolore?".

Così si esprime Roberto Vecchioni, in una delle più belle canzoni del suo ultimo album "Il lanciatore di coltelli". E queste parole - nella loro durezza - sembrano proprio attualizzare quella triste domanda dei discepoli che apre il Vangelo di domenica (Gv. 9,1-41): "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?".

Appare infatti inevitabile una simile domanda, ieri come oggi: perché davanti alla disgrazia - davanti ad un uomo che è cieco dalla nascita come davanti ad un giovane che muore in un incidente stradale - l'unica soluzione sembra essere quella di trovare un colpevole (o almeno una ragione plausibile) su cui scaricare la responsabilità. Proprio come fanno i genitori che hanno perso un figlio a causa di un incidente, e tornano più volte sul luogo dell'accaduto, per cercare di capire, per farsene una ragione... E vanno avanti nella loro ricerca fino a quando riescono ad identificare un colpevole: che spesso risulta essere semplicemente il destino, o anche Dio stesso, che dal cielo guida il destino... Appunto: "Ma che razza di Dio c'è nel cielo?".

Davvero però è inevitabile una simile domanda? Davvero non ci sono altre soluzioni, se non quella di trovare un colpevole? I discepoli pensavano di sì: e con loro lo pensavano soprattutto i farisei. Questi ultimi infatti credevano di avere una spiegazione per ogni cosa: "noi sappiamo" - ripetevano spesso con presunzione. E dunque essi sapevano che quell'uomo era cieco a causa delle colpe commesse da lui e dai suoi famigliari ("Sei nato tutto nei peccati...").

Non di questo avviso invece era Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio". Gesù in definitiva era convinto che non fosse necessario rassegnarsi al male: perché non il male, ma "le opere di Dio" sono l'ultima parola. E dunque Gesù riteneva inutile cercare un colpevole, come se non esistesse un'altra strada per rispondere al male. Al contrario, egli proponeva una via nuova, più positiva: "dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno".

Appunto questa via nuova venne percorsa dal cieco: il quale compì le opere di Dio nel momento in cui credette alla parola di Gesù. "Io credo, Signore" - disse infatti il cieco al termine di quella convulsa giornata, esprimendo così con le parole una fede che lo aveva animato fin dall'inizio, quando era andato a lavarsi nella piscina di Siloe. In tal modo davvero gli si aprirono gli occhi - anche quelli del cuore - e ritrovò una speranza per la sua vita.

Senza speranza invece rimasero i suoi genitori, che non vollero saperne di abbandonare le loro paure e i loro pregiudizi, seguendo il figlio sulla via nuova della fede. Esattamente come succede a noi, quando preferiamo piangerci addosso - ossessionati sempre dai medesimi pensieri - piuttosto che metterci in cammino su strade nuove...

don Elio Dotto

 

 

Scrutami, Dio

La lettura racconta l'elezione e l'unzione regale di Davide da parte di Samuele. L'intenzione del narratore è limpida: mostrare come Dio scelga in base a criteri diversi da quelli umani. Davide infatti risulta il meno titolato ad essere re. Non ha, tra l'altro, neanche l'imponente statura che erano proprie non solo di suo fratello maggiore Eliab, ma anche di Saul, consacrato dallo stesso Samuele, di cui leggiamo che era "giovane e bello; non c'era tra i figli di Israele uno più bello di lui: era più alto degli altri dalla spalla in su" (1Sm. 9,2)". Proprio quel Saul che ha fallito la sua missione ed è stato riprovato dal Signore.

Il motivo della scelta di Dio è spiegato dallo stesso testo: per Dio "non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore" (v. 7). Che cosa in effetti il Signore veda nel cuore di Davide non lo sappiamo e non viene detto. Per tale motivo di lui, quando effettivamente si presenta, cogliamo solo alcuni aspetti esteriori: "era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto" (v. 12). Sarà la storia seguente a svelarci quanto il Signore nel segreto ha già visto in questo momento.

Accostando questa lettura al racconto giovanneo della guarigione del cieco nato, la liturgia ci orienta in una precisa direzione. Ciascuno di noi nasce cieco, incapace di vedere quanto Dio vede, cioè la realtà vera e profonda, riguardo anche a noi stessi. Le nostre scelte sono condizionate da questa falsa luce, e risultano distorte in partenza. Dobbiamo chiedere al "Padre della luce" di essere liberati dal "potere delle tenebre" (cf. colletta). Dobbiamo offrirci con fiducia allo sguardo di Colui che vede "le profondità del nostro cuore" e del Risorto dagli occhi penetranti come lingue di fuoco (cf. Ap. 1,14; 2,23).

È questo il senso degli scrutini previsti dal Rito per l'iniziazione cristiana degli adulti (RICA) nel cammino catecumenale. Gli scrutini si celebrano nelle domeniche III, IV e V di quaresima, sempre con le letture del ciclo A (cf. RICA 159), e richiedono agli aspiranti cristiani "un progresso nella sincera conoscenza di sé, in una seria revisione spirituale e nella vera penitenza" (155). Questa esigenza, stabilmente valida per il cristiano, specialmente in quaresima, comporta non tanto di permettere a Dio di scrutarci (sarebbe vano pretendere di nascondersi), quanto piuttosto di chiedergli che la sua luce diventi nostra, di essere pronti a prendere coscienza della nostra tenebra, vedendo noi stessi come egli ci vede. Ciò significa al tempo stesso l'aprirsi dei nostri occhi alla scoperta stupita e gioiosa di colui che Dio ha "mandato a illuminare il mondo" (colletta), Cristo Signore.

Nel secondo scrutinio, corrispondente a questa IV domenica di quaresima, la Chiesa eleva sui catecumeni la seguente preghiera di esorcismo, che facciamo nostra: "Padre di bontà, che hai concesso al cieco nato di credere in Cristo tuo Figlio e di entrare a far parte del tuo regno, fa' che questi tuoi eletti siano liberati dalle menzogne da cui sono insidiati e accecati, e fa' che, radicati saldamente nella fede, diventino figli della luce e siano sempre luminosi di santità e di grazia" (171).

don Marco Pratesi

Stabile come il cielo

 

 

E' il Vangelo dei teoremi e dell'evidenza!

C'è della gente che fa un teorema e poi cerca gli agganci per dimostrare il suo teorema; un teorema che parte da qualche cosa di mentale e che cerca di inserire in una realtà che vuol "vedere" per avere la conferma delle proprie idee.

Ci sono altre persone invece che prima di farsi delle idee vogliono "vedere" le cose nella loro evidenza.

Oggigiorno siamo nell'epoca dei teoremi. Lo vediamo nell'ambito giudiziario, nell'ambito religioso, nell'ambito della sacra Scrittura, nell'ambito dei rapporti tra marito e moglie, e tra figli e genitori...

Bisogna rimettere le cose al proprio posto, bisogna ritornare alla saggezza contadina, bisogna mettere i "piedi a terra", altrimenti noné più possibile intenderci e ricadiamo nella "Torre di Babele" non riuscendo più ad arrivare alla verità.

Il giornale vende la sua verità (la sua) e.... io lo compro; la pubblicità vende la sua verità (la sua) e... io la acquisto; la politica vende la sua verità (la sua) e... io mi lascio catturare; la moda diffonde la sua verità (la sua) e... io la seguo; il rivoluzionario mi offre la sua verità (la sua) e... io mi entusiasmo; il conformista mi sussurra la sua verità (la sua) e... io mi adeguo; l'intollerante mi zittisce con la sua verità (la sua) e... io taccio sconcertato; lo scandalo scopre una verità e... io ne resto avvilito. Verità si dichiara il denaro, verità si proclama il sesso, verità promette la droga.

Come liberarsi da tutti questi imbrogli?

Cerchiamo di non cadere in tutte le contraddizioni in cui sono caduti i Giudei citati nel brano di Vangelo del cieco nato, i quali non si sono arresi alla realtà. Loro avevano fatto il "teorema" che Gesù non fosse il Messia, un teorema fatto con la loro "testa", le loro idee, dimenticandosi di appurare la verità. Per prima cosa hanno sbagliato con l'anagrafe: quando uno di loro dice: "Appuriamo se Gesù è un profeta", gli rispondono: "Ignorante, non sai che da Nazareth non deve "arrivare" nessun profeta! Studia le Scritture!". Se fossero andati all'anagrafe si sarebbero accorti che Gesù era nato a Betlemme (c'era la profezia che parlava di Betlemme!).

Ignoranza! La loro è stata un'ignoranza pretestuosa: un'ignoranza che crede di sapere, che parla e costruisce delle idee preconcette.

Prima "cosa" a cui stare attenti è quindi l'ignoranza: c'è troppa gente che scrive ed è ignorante (nel senso di ignorare), troppa gente che parla e ignora. Prima di parlare, prima di scrivere, prima di farsi delle idee bisogna conoscere i fatti.

Come ho già detto prima: il giornale racconta la "sua" verità, quindi a volte è difficile conoscere i fatti. Come fare?

Bisogna ritornare a un atteggiamento fondamentale: il primo e unico nodo da sciogliere nella nostra vita terrena è il nodo esistenziale, sciolto il quale, che può tenere legata tutta una vita nel tempo, è più facile e semplice procedere nella conoscenza della verità e nella realizzazione di tutto quello che si presenta da compiere, all'uomo, quotidianamente.

Se l'uomo non scioglie il nodo esistenziale che è: "Da dove vengo, cosa sto a fare qui sulla terra, dove vado dopo la morte?", non potrà mai camminare verso la Luce.

Nel Salmo Responsoriale di oggi abbiamo letto: "Signore nella Tua Luce vediamo la luce", quindi, se noi non risolviamo questo nodo esistenziale saremo sempre in giro a far teoremi!

"Da dove vengo? ". Tante sono le domande che nascono da questa: "La mia anima da dove viene? Il mio spirito da dove viene? il mio corpo da dove viene? I miei genitori da dove vengono?".

Ogni tanto bisogna porsi queste domande. Tanti figli si dimenticano da dove vengono i loro genitori, si dimenticano delle loro origini, delle loro radici.

Un figlio è "così" perché è "venuto" da "quei due genitori" e i suoi genitori sono "così" perché sono vissuti nella tal Regione in cui è in uso la tal mentalità. Non si può negare una realtà che è al di dentro di noi e della quale siamo fatti e "impastati".

Si deve accettare questa prima realtà: "Da dove vengo?".

Molta gente non accetta la realtà della sua origine e sogna..... Se si ha la pelle scura non esiste detersivo che possa mutarla e.. la pelle scura non è un "accidenti" ma una caratteristica sotto la quale esistono tante altre caratteristiche.

"Da dove vengo": questo è il primo esame di coscienza.

Ci sono dei ragazzi che sono figli di genitori che sono vissuti agli antipodi di una Nazione: uno è nato in Sicilia e l'altro in Lombardia e insieme hanno fatto un figlio e... in questo figlio c'è una serie di generazioni sicule e una serie di generazioni lombarde, (senza contare che la Lombardia o Longobardia ha origini in Pannonia e fuori dall'Italia, e... così pure per la Sicilia).

"Da dove vengo?": bisogna conoscersi!

I ragazzi devono cercare di conoscersi. I genitori devono cercare di conoscere se stessi e di conoscere i propri figli, i quali non "vengono" direttamente ed esclusivamente da loro, ma "vengono" da generazioni antecedenti: questo vale per la parte esterna, e... l'anima?

Da dove viene l'anima? Da Dio! L'anima viene da Dio.

"Che cosa sto a fare qui sulla terra?".

Molte volte gli adulti non riescono a capire il problema esistenziale degli adolescenti perché sarebbero i primi loro ad entrare in crisi se si ponessero la domanda: "Che cosa sto a fare qui sulla terra?". Tanti rispondono alla domanda posta dai figli dicendo: "Problemi dell'età della stupidera!".

Invece, giustamente, i ragazzi si pongono la domanda: "Che cosa sto a fare qui sulla terra?".

"La scuola! Che cosa faccio a scuola? Perché c'è la scuola? A che cosa mi prepara la scuola?". I Deputati, i Ministri della pubblica istruzione, i Presidi potranno discutere su delle teorie, ma la realtà pratica è quella del ragazzo che si alza la mattina e prende i "mezzi" di trasporto pubblici per andare a scuola, quindi è giusto che si ponga delle domande.

Simone Weil dice: "Amore della verità, ricerca della verità sono espressioni improprie. La verità non è oggetto di amore, perché la verità non è un oggetto perché si ama qualche cosa che esiste".

La verità è lo splendore della realtà, ma l'oggetto dell'amore non è la verità ma la realtà. Parlando di verità si rischia di "volare", quindi è la realtà da tenere presente.

E' la realtà che si deve amare, è la realtà che molte volte si fa odiare.

"Desiderare un contatto con la realtà vuol dire poterla amare. Noi desideriamo intelletualmente la verità solo per amare nella verità (dice sempre Simone Weil). Desideriamo conoscere la verità di quello che noi amiamo".

Invece di parlare di amore della verità è meglio parlare di uno spirito di verità nell'amore. L'amore leale e puro desidera sempre, prima di tutto, di permanere intero nella verità, quale che possa essere e incondizionatamente la realtà che ama.

Stare nella verità della realtà: avere i piedi a terra, cioè conoscere veramente la realtà e non far diventare la realtà un'ipostasi di nostri pensieri o di nostri teoremi: noi abbiamo un'idea del mostro e quest'idea deve per forza essere ipostatizzata in una persona: una persona da "realizzare" come mostro.

"Qualsiasi altra sorta di amore, diverso dalla realtà nella verità, desidera soprattutto la propria soddisfazione e per questo è principio di errore e di menzogna (lo dice Simone Weil, non io, non i giornalisti....). L'Amore reale e puro è di per se stesso spirito di verità; l'amore puro è quindi una forza attiva; l'amore che in nessun costo e in nessun caso non vuole né menzogna né errore".

L'importante, se si vuol amare, è richiamare la realtà, oppure reagire alla realtà perché non tutta la realtà è buona: c'è anche la realtà cattiva.

Realtà: quello che c'è veramente e non quello che noi diciamo che c'è: i fatti non le parole riportate: "Ho sentito il tale che diceva così....", perché in questo caso c'è l'errore e la menzogna.

Riporto una frase di Martin Luther King: "La sincerità e la coscienza non bastano".

Molti si proclamano sinceri e dicono di dire sempre ciò che pensano: bene, ma... tra sincerità e veridicità c'è differenza perché non sempre le cose che si pensano corrispondono alla realtà.

"La sincerità e la coscienza non bastano -dice Luther King-. La storia ha dimostrato che queste nobili virtù possono degenerare in tragici vizi. In questo mondo non vi è niente di più pericoloso che la sincera ignoranza e la stupidità cosciente. La Chiesa deve implorare gli uomini affinché siano buoni e bene intenzionati nell'esaltare quelle virtù che ci danno un cuore infantile e una coscienza delicata, ma deve anche ricordare agli uomini che la mancanza di intelligenza può trasformarsi in una forza brutale che porta a vergognose crocifissioni. Non deve mai stancarsi di ripetere agli uomini che essi hanno la responsabilità morale di essere intelligenti".

Gesù diceva di Natanaele: "Questo uomo è veramente un Israelita perché in lui non c'è menzogna perché quando gli hanno detto: abbiamo trovato il Messia, lui ha chiesto: da dove viene? Alla risposta: viene da Nazareth, lui giustamente ha detto che La Bibbia non diceva che il Messia sarebbe venuto da Nazareth". Gesù loda Natanaele perché ha fatto un'osservazione giusta e aggiunge: "Non basta non ingannare. Bisogna soprattutto non farsi ingannare".

Non basta non ingannare gli altri, bisogna anche non farsi ingannare: non bisogna far entrare in noi l'inganno.

Questi purtroppo per noi sono i giorni dell'inganno: cattolici che votano non cattolico; cattolici che dicono cose che una volta venivano condannate dalla Chiesa...: in che mondo siamo?

Raccogliamo l'insegnamento di questo Vangelo cercando di diventare un pochino intelligenti che significa: usiamo la nostra testa.

Cerchiamo di leggere nelle parole degli altri la verità che è la realtà; cerchiamo di essere noi ad andare a fondo delle cose: non demandiamo continuamente questo agli altri, ai conduttori televisivi, ai giornalisti, ai conferenzieri: loro ci devono aprire la strada ma poi dobbiamo essere noi ad andare fino in fondo alla strada: solo in questo modo si utilizza l'intelligenza.

Se vogliamo meritare il nome di cristiani dobbiamo evitare la cecità intellettuale e morale.

C'è una frase che dice: "In Paradiso non ci sono scemi". In Paradiso ci sono solo persone intelligenti, cioè che sanno usare la testa. Ci sarà il tale che saprà usare la testa prima, il tale che saprà usarla dopo: non importa, l'essenziale è arrivare ad usare la propria testa.

Chi usa la propria testa vuol sapere come sono le cose, quindi colui che usa la testa leggerà il Vangelo, le Sacre Scritture in modo da conoscere veramente Gesù, i fatti e la realtà storica, senza soffermarsi a sentire il parere di Tizio o Caio.

In questa maniera si arriva ad amare una realtà, che è quella di Gesù, nella verità. Questo è l'augurio che ciascuno di noi deve fare a se stesso e agli altri, e la preghiera che deve fare al Signore affinché possiamo amarLo nella Sua realtà.

don Stefano Varnavà

 

 

Il volto di Dio e i volti dell'uomo

Nel cammino alla scoperta della verità di noi stessi oggi ci viene detta una verità, forse un po' scomoda ma pur sempre una verità: siamo ciechi. Nell'uomo del vangelo, cieco dalla nascita, siamo chiamati a riconoscerci tutti: dalla nascita... vuol dire che rappresenta la condizione umana. In lui deve rispecchiarsi l'esperienza costante dell'uomo nella storia. E' proprio bello il cammino che la Parola di Dio ci fa fare domenica dopo domenica. Sette giorni fa abbiamo riflettuto su Cristo che è l'acqua viva che disseta. Oggi vediamo Cristo come la luce che illumina la nostra vita. La notte di pasqua rivivremo questi segni nell'acqua del battesimo e nella luce del cero pasquale. Il vangelo di oggi ci invita a vedere con chiarezza, con gli occhi del cuore e della mente chi è il Cristo. Ma non solo il vangelo, perché alcuni problemi di vista ce li ha anche il Samuele della prima lettura, chiamato a consacrare Davide re d'Israele... ha però il problema di individuarlo questo Davide, e forte dell'esperienza fatta con Saul, Samuele pensa che gli elementi che permettono di identificare il re siano soprattutto di tipo esteriore, per cui la scelta cade su Iesse, alto... bello... Il Signore però fa udire la sua voce e fa capire tutta la sua distanza da quel modo di vedere: l'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore. Il cuore per il mondo semitico è il centro della persona, il luogo in cui si prendono le decisioni: è il cuore che informa l'agire. Non è l'esteriorità che deve costituire il principio della nostra valutazione della realtà, ma ciò che, pur essendo invisibile, orienta l'agire. E' sempre valida l'affermazione del Piccolo Principe che dice: l'essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che con il cuore. Insieme a Samuele, ognuno di noi è rimandato a un più profondo cammino di lettura del reale.

a) Il volto di Dio

Ne' lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

Un Dio che opera quindi... non è un Signore lontano e indifferente, ma un Padre che agisce nella storia umana, nelle vicende terrene, e davanti a quest'affermazione il cuore non può che colmarsi di gioia. Gesù non intende affermare che la cecità è stata programmata da Dio perché poi Lui potesse compiere un miracolo. Sarebbe un Dio molto strano quello che procura un'infermità così grave soltanto per mostrare la sua bravura nel guarire. Ciò che invece s'intende dire è che la situazione di sofferenza, di difficoltà, di bisogno dell'uomo può trovare in Gesù uno sbocco; una realtà di povertà e di sofferenza viene mutata in realtà di speranza, di luce, in gloria di Dio appunto... in Gesù la vita di ogni uomo riceve una svolta in senso positivo: la mia cecità, la nostra cecità, in Gesù trova una risposta capace di illuminare. Ma non solo un Dio che opera, perché Gesù ci rivela un Dio che ha un profondo rispetto della libertà umana: infatti il miracolo non costringe a credere; piuttosto apre un dibattito in cui si confrontano increduli e credenti. Nemmeno la testimonianza di colui che ha cominciato a vedere risulta decisiva: bello che Gesù denunci la situazione di peccato e di rifiuto ma non imponga l'adesione alla sua persona. La luce del mondo può venire oscurata dal rifiuto degli uomini, ma proprio in questa situazione apparentemente assurda Dio manifesta l'amore e il rispetto per le sue creature.

b) I volti dell'uomo

Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno. E' strano questo plurale secondo alcuni... Gesù afferma che non soltanto Lui compie le opere, ma anche i suoi discepoli. Gesù è la luce del mondo, ma anche i discepoli, poveri e deboli come sono, dovranno un giorno manifestarsi così... (Voi siete la luce del mondo...). Trovando la cecità sul loro cammino dovranno essere capaci di trasformare questa realtà... la cosa più grande che la fede permetta è proprio questa: trasformare in realtà che parlano di amore e di speranza le condizioni di debolezza, di fragilità, di sofferenza dell'uomo.

Ma c'è anche un altro volto dell'uomo, è quello dei vicini e di quelli che lo avevano visto prima (il vangelo li definisce così). Sono persone curiose, che pongono tante domande perché sono di fronte ad un fatto strano e singolare; sono domande di pura curiosità, tanto che quando arriva la risposta del cieco guarito: non so dove sia Gesù, le domande terminano. A questo punto, da parte loro doveva esserci invece il tentativo di andarlo a cercare; ma a loro, in tutta evidenza, non interessa andarlo a cercare. Ecco che la loro conoscenza rimane radicalmente superficiale. I vicini allora rappresentano l'atteggiamento dell'uomo curioso, che non si lascia coinvolgere dall'avvenimento. E' un avvenimento che non diventa impegnativo, che non cambia la vita. Nei confronti di Gesù come mi pongo? Curiosità o sincera ricerca?

Poi il volto dei genitori del cieco, che hanno paura di essere espulsi dalla sinagoga, cosa questa che significava la morte dal punto di vista sociale: esclusione dai rapporti umani e quindi isolamento, solitudine, emarginazione... per riconoscere Gesù c'è dunque un prezzo da pagare, ma questi genitori non sono disposti a pagarlo e per questo non arriveranno alla fede. C'è una legge, che il mondo scrive, ed è la legge dell'autoconservazione, ma chi segue il Signore ha imparato un'altra legge, la legge del dono e della gratuità, forse troppo nuova e troppo diversa... tanto nuova e diversa che ti può far sentire isolato di fronte al mondo. Ma è quella che apre il cammino della fede, quella che ti fa fare il passo decisivo per l'incontro personale con Gesù. Allora i tuoi occhi, come quelli del cieco si apriranno per vedere la bellezza di Dio splendere sul volto del Figlio.

don Maurizio Prandi

 

 

Sono venuto perché quelli che non vedono, vedano

C'è una bella piccola poesia di Trilussa, che ci aiuta ad entrare nel meraviglioso racconto del cieco nato guarito da Gesù.

"Quella vecchietta cieca, che incontrai la notte che me persi in mezzo ar bosco, me disse: Se la strada nun la sai te riaccompagno io, ché la conosco. Se ciai la forza de venimmo appresso de tanto in tanto te darò una voce fino là in fonno, dove c'è un cipresso, fino là in cima dove c'è la Croce. Io risposi: Sarà, ma trovo strano che me possa guidà chi nun ce vede. La cieca allora, me piiò la mano e sospirò: Cammina. Era la Fede!".

Fa impressione davvero come molti oggi siano nella condizione di quell'uomo che, pur vedendo, si era smarrito, nella notte, nel bosco.

Non riescono a vedere il grande male che c'è in loro e attorno a loro.

Nella Bibbia, quando satana cercò di ingannare Adamo ed Eva, fece la proposta di mangiare il frutto dell'albero del bene e del male, che Dio aveva proibito di toccare...lasciando a disposizione tutto il meraviglioso Eden. Era poca cosa quell'albero rispetto a tutto il giardino!

Ma, il serpente, il più astuto, 'suggerisce' che quell'albero abbia il potere di farli diventare 'dio', senza più 'bisogno di Dio'.

In altre parole il demonio accecò i nostri progenitori, che si lasciarono sedurre dalla superbia e 'mangiarono del frutto dell'albero'. Ma, appena mangiato, 'si aprirono i loro occhi', cioè tornarono a vedere e si accorsero di aver perso tutto: si videro 'nudi' e 'si nascosero'.

Verrà Dio a visitarli e cercarli: 'Uomo dove sei?'. 'Mi sono nascosto perché sono nudo'.

Pare che quella cecità di fronte agli inganni del mondo sia molto diffusa. Una cecità che ispira l'odio, la violenza, la stessa guerra. Una cecità che crea inaudite e ingiuste ricchezze e condanna alla morte per fame e sfruttamento milioni di fratelli. Una cecità che fa credere bene lo stesso male. Una cecità tipica di chi si svende al piacere, al denaro, al potere. Una cecità che oscura ogni bellezza del cuore, sfigura ogni somiglianza con Dio, rendendoci tremendamente 'nudi' a noi stessi e agli altri. Pericolosa nudità!

A differenza dei figli di Dio, 'simili a Lui', che vivono della Sua bellezza e amore, e, per questo, sanno vedere la bellezza dei fratelli, la nudità dei poveri che ricoprono con la carità e la misericordia.

Non conoscono l'odio, ma vivono la solidarietà.

Abbiamo mai fatto attenzione agli occhi di chi sa amare? Di chi conosce la bellezza del bene e sa valorizzare ogni dono di cui Dio ci ha circondati, dalla natura al cielo? Di chi sa darti una mano quando cadi? Di chi, come la 'vecchietta cieca' ti sa condurre alla Croce?

Sono occhi che risplendono della stessa bellezza di Dio.

Questi fratelli e sorelle, seguendo la via della 'vecchietta cieca', acquistano quella 'meravigliosa vista' che permette di 'vedere' tutto il bene, a cominciare da Dio ed i fratelli.

Ben diversa la situazione di coloro che il profeta Isaia condanna: "Hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono, hanno piedi e non camminano; hanno mani e non palpano".

In questo tempo santo, che dovrebbe aiutarci a riacquistare 'la vista dell'anima', l'apostolo Paolo, scrivendo agli Efesini, così si esprime: "Fratelli, una volta eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce: il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente, perché di quanto viene da costoro, in segreto, è vergognoso persino a parlarne. Tutte queste cose che vengono apertamente condannate, sono rivelate dalla luce, perché tutto quello che si manifesta è luce. Per questo sta scritto: Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef 5, 8-14).

Ma lasciamoci coinvolgere pienamente dal vangelo di Giovanni che, con tanti particolari - vero 'mosaico' della grazia - attira la nostra attenzione e il nostro cuore o, se volete, 'guarisce la nostra vista' aprendola alla bellezza del cielo che si spalanca.

Nel brano, si affaccia anche lo scontro con chi non sa cosa voglia dire 'essere nella luce' e tenta di dissuaderci e vanificare ogni nostro sforzo, ma non sa che a nulla servono le 'suggestioni' quando si è davvero incontrato Gesù!

"Gesù, passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? Rispose Gesù: Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno: poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo. Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: Va' a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa 'inviato'). Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva".

E qui comincia lo stupore, l'incredulità di quanti lo conoscevano prima cieco ed ora vedente: è un processo che mette a dura prova la gioia appena conquistata.

"Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina? Alcuni dicevano: E' lui. Altri: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: Sono io! Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi? Ed egli rispose: Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha plasmato gli occhi e mi ha detto: Va' a Siloe e làvati! Io sono andato e dopo essermi lavato ho acquistato la vista. Gli dissero: Dov'è questo tale? Rispose: Non lo so".

Ma non finì lì, in quella a volte indiscreta curiosità di tanti, come accade anche ai nostri tempi, nel voler sapere chi e come ti ha ridata la vista dell'anima.

Di fronte ad un fatto così eclatante - un cieco che riacquista la vista - non potevano rimanere indifferenti i farisei! Essi intervengono, paludati dalla loro supponente religiosità, con un interrogatorio serrato e distruttivo, che mira non solo a rinnegare il dono ricevuto, ma a 'mettere in discussione' lo stesso donatore, Dio.

Arrivano al punto di chiamare i genitori del cieco nato e tentano, incutendo timore con la loro stessa autorità, di estorcere una dichiarazione: 'non è il loro figlio', dunque, non è accaduto nulla. È intelligente e sincera la loro risposta. Non sanno cosa sia accaduto al loro figlio ma 'ha l'età, chiedetelo a lui'.

Lo interpellano così direttamente, cercando di ottenere una sconfessione del dono, o meglio del donatore...come se fosse un peccato che uno, non sai chi, ti abbia ridato non solo la vista, ma la gioia di vivere. "Lo insultarono e gli dissero: Tu sei suo discepolo".

La risposta del cieco nato è decisa, sincera e diretta: "Proprio questo è strano che voi non sappiate di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, Egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla... e lo cacciarono fuori. Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori e incontrandolo gli disse: Tu credi nel figlio dell'uomo? Rispose: E chi è, Signore, perché io creda in Lui? Gli disse Gesù: Tu l'hai visto: Colui che parla con te è proprio lui. Il cieco gli disse: io credo, Signore! E gli si prostrò davanti. E Gesù: Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e coloro che vedono diventino ciechi" (Gv 9, 1-41).

Questo racconto del cieco nato guarito da Gesù, che affronta senza timore incredulità e persecuzione, fino al sospirato incontro con Colui che non solo dà la luce agli occhi, ma è la Luce, davvero ci scuote nel profondo e ci fa mettere in discussione.

Quella che noi chiamiamo 'luce' fino a che punto lo è?

Non mascheriamo spesso la nostra oscurità dell'anima con pseudo 'luci'?

Abbiamo il coraggio di riconoscere la nostra cecità, la nostra condizione di miseri mendicanti, come il cieco nato, bisognosi di tutto - anche se siamo 'sommersi dalle cose' - in attesa che la Luce, Gesù, intervenga per donarci la vera luce, quella dell'anima?

In fondo avere la grazia di convertirsi, altro non è che un rinascere e 'vedere' tutto secondo Dio. Nella mia vita ho avuto il dono di incontrare molti fratelli e sorelle che sapevano e sanno 'vedere' il Cielo e il fratello. Occhi di una dolcezza infinita.

Occhi che a volte sono talmente fissi al Cielo da non accorgersi delle brutture del mondo in cui vivono e sembrano dire: "Mostrami solo il Tuo volto, Signore! Questo mi basta".

Occhi vigili ed attenti ad ogni necessità dei fratelli, in cui 'vedono, adorano, amano' Dio stesso.

Occhi che sanno esprimere la gioia di amare e paiono contenere tutta la bellezza di un cuore che si dona.

S. Agostino nelle sue Confessioni non ha timore di esprimere la sua confusione non trovando il volto di Dio. Un Dio che ha cercato ovunque, per poi scoprirlo e 'vederlo' nel profondo del suo stesso cuore. E con voi oggi prego Dio con le sue parole:

"Signore Gesù, conoscermi e conoscerTi,

non desiderare altro che Te.

Odiarmi e amarTi: agire solo per amor Tuo,

abbassarmi per farTi grande, non avere altri che Te nella mente.

Morire a me stesso per vivere di Te. Tutto ricevere da Te.

Rinunciare a me stesso per seguirTi, desiderare di accompagnarTi sempre. Fuggire da me stesso, rifugiarmi in Te per essere da Te difeso.

Temere per me e temerTi per essere fra i Tuoi diletti.

Diffidare di me stesso, confidare solo in Te:

voler obbedire a causa Tua: non attaccarmi a null'altro che a Te.

Essere povero per Te.

Guardami e Ti amerò; chiamami perché Ti veda e goda per sempre di Te".

mons. Antonio Riboldi

 

 

Vincere la rassegnazione del peccato

Ci sono due tipi di persone rassegnate. Il primo tipo sono coloro che si sono convinti che tutto è sbagliato, tutto va male, loro soprattutto. E vivono ancorati nella passività, perché la storia familiare li ha bloccati in un passato disastroso e in un futuro senza speranza: ne risulta un presente di oscurità, in cui lo sforzo principale è quello di raccogliere le briciole che cadono magicamente dall'alto. Il cieco nato è la figura di questo genere di persone. Incastonate nello schema del ‘do ut des': se qualche disgrazia mi è capitata, certamente me la sono meritata io, o pago per causa degli sbagli di qualcuno a me molto vicino. Si sopravvive così nel pessimismo, nel vittimismo, che però porta parecchi vantaggi: meno responsabilità, meno rischi, meno cambiamenti...

Il secondo tipo, però, sembra essere più insidioso. Apparentemente sembrano persone attive e intelligenti, aperte e al passo con la storia. In realtà, la loro aggressività e la loro violenza si scarica nell'esercizio di un potere spesso subdolo e meschino. Comandano e incasellano la realtà dentro i propri schemi: ‘si è sempre fatto così', ‘i nostri padri ci hanno insegnato, e noi non possiamo cambiare'. É la dittatura dello ‘status quo', che implica la necessità di ostruire ogni passaggio di novità e di non credere alla fantasia dell'uomo e della storia. Rassegnati alla routine, alzano la roccaforte della ragione, nascondendo invidie e gelosie. Così sono i farisei, nel vangelo di Giovanni. Rassegnati alla propria visione di un Dio ‘che non ascolta i peccatori' (v. 31). Dio giudice, rancoroso e vendicativo, che rende l'uomo oggetto delle proprie ripicche, privandolo di ogni libertà e responsabilità personale. Questo sistema di rassegnazione, radicato in una falsa comprensione della religione e in una maschera di Dio, è il più pericoloso e triste. Questo tipo di persone generano il sistema affinché esistano, accomodate, anche le altre. E porteranno Gesù sulla croce.

Perché Gesù, luce del mondo, non tollera la tenebra della rassegnazione. Non sopporta la passività e l'ozio ripetitivo. Non gode della fredda razionalità dell'uomo religioso, che non ha fede.

Gesù è un lavoratore, impegnato a trasformare il giorno della propria attività messianica in luogo di mietitura copiosa e abbondante. Gesù cerca i frutti del Regno, instancabilmente e con creativa novità. Questo Messia fa discutere. Nel brano di oggi, Gesù appare in azione all'inizio e alla fine, all'alba e alla sera del giorno di lavoro. Nel mezzo, un lungo dibattito su di Lui, icona di certi talk show televisivi che vanno di moda nei nostri mezzi di comunicazione, ma che sono bacati fin dalla radice: si tratta, infatti, di un dialogo tra sordi, privo di una pur minima onestà intellettuale.

I farisei, rassegnati ai loro pregiudizi, deformano la realtà con ragionamenti arzigogolati e cedono all'insidia della rabbia e dell'accusa gratuita, quando vedono sfuggire loro di mano la situazione e la comprensione della realtà. Più sottilmente, vedono sfumare le fondamenta del loro potere, arroccato sulla falsità.

La folla, i genitori, il cieco guarito - almeno all'inizio del racconto -, rassegnati alla condizione di servilismo, approfittano dell'immagine di Dio che è stata loro spacciata per vera, e si defilano, evitando ogni assunzione di responsabilità e abdicando ai rischi della libertà. Hanno paura: la vita, per essere vissuta bene, richiede coraggio e prese di posizione.

Gesù partecipa: agisce sereno, all'alba del giorno, come Dio agì all'alba della storia. Lui, che è padrone del sabato, rinnova il gesto creatore, e con il fango impastato restituisce la vista e la vita all'uomo accecato da se stesso. È la notte del peccato, quella che ha catturato l'esistenza del cieco, nato sotto l'influsso del serpente delle origini. Ha bisogno, l'uomo, di questo gesto gratuito e ri-creatore del Figlio dell'Uomo. Nemmeno lo chiede, il malato di morte: quante volte anche noi ci siamo ritrovati destinatari di un gesto di totale e gratuita misericordia senza averlo nemmeno chiesto, senza esserci nemmeno accorti di averne avuto bisogno. Ecco la peggiore cecità, quella che lo stesso Gesù richiamerà, nel paradossale gioco di parole, ai farisei ostinati (v. 41): chi non vede di non vedere e si considera armato di buona vista, chi non percepisce l'insidia del peccato e si ritiene superbamente a posto, chi suppone di avere da sé tutto il necessario per la salvezza... Terribile cecità, di chi non sa di essere cieco e non si dispone ad accogliere la luce!

A tutti noi, però, Dio ha preparato il dono assolutamente gratuito della redenzione. É il battesimo, tanto più evidente nella sua dimensione di grazia quanto più piccini sono i bambini che lo ricevono. Il battesimo è dono e invio: la piscina di Sìloe ne è il simbolo. Gesù, l'Inviato (cf. v. 7), invia e invita ogni nuovo figlio di Dio a intraprendere il viaggio verso la luce, accesa al cero pasquale del Risorto.

Ma il viaggio non è scontato. ‘Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio' (Sal 83, 6). Alla gratia gratis data deve corrispondere una scelta libera e responsabile; la dura cervice della rassegnazione deve essere scalfita dall'atteggiamento dell'abbandono fiducioso e intraprendente. Al cieco guarito servirà un po' di tempo per rendersene conto: il confronto con la realtà, l'incomprensione della sua religione, i conti che non tornano nei riguardi di Dio. ‘Ma sarà proprio vero che questo Dio non ascolta i peccatori? Ma allora chi è questo peccatore che, in giorno di sabato, mi ha restituito la vista senza che glielo chiedessi?' C'è un momento, nel cammino della vita, in cui si risveglia il germe piantato in noi in virtù del battesimo. Quel giorno le contraddizioni del mondo risultano decisamente insopportabili. Quel giorno l'abbaglio della luce del mistero di Dio fa troppo contrasto con la meschinità dei ragionamenti umani. Quel giorno si è davanti a una scelta decisiva. Si chiama conversione, cambio di rotta, svolta a U. Non è mai troppo tardi, non c'è limite di età, né di condizione sociale o religiosa.

Il cieco guarito viene sbattuto fuori dalle relazioni vitali della sua esistenza proprio nel momento in cui la logica dei rassegnati avrebbe dovuto dargli il placet. E invece, mossi dall'invidia, nessuno clicca mi piace nella bacheca della sua esistenza rinnovata. L'uomo si ritrova paradossalmente solo. Non c'è nulla da fare: Dio, il vero Dio, il Dio di Gesù rompe con i cliché finora mantenuti e cambia da dentro la persona. É a questo punto, quando si affaccia l'esperienza desolante e stimolante insieme del deserto e dell'emarginazione, che, delicato ma puntuale, risuona l'appello del Figlio dell'Uomo: ‘Tu, credi?' (v. 35). L'inviato è ora invitato. A credere, a scegliere la fede, a intraprendere decisamente il santo viaggio, per il quale da tempo, ormai, ha ricevuto in dono tutto l'equipaggiamento, ma che ancora non aveva deciso di fare proprio. La fede non è un sentimento naturale e scontato. La fede è una scelta, che presuppone l'incertezza e il dubbio: ‘Ma chi è, Signore, perché io creda in lui?' (v. 36). L'uomo perde il controllo, e si arrende impotente: gli schemi rassegnati e ripetitivi non reggono più. Rimane, liberante, solo l'incontro, la relazione vera con Gesù. Umilmente disposta alla scoperta, alla progressiva illuminazione.

Oggi il Signore chiede anche a noi di fare una scelta, di lasciare risuonare in noi l'appello: ‘Tu, credi nel Figlio dell'Uomo?'. Ci invita a rinunciare a una fede immatura e scontata, oscurata dalle tenebre del conformismo. Ci sollecita a trasformare i fuochi di paglia della religione superstiziosa e legalista nella fiamma ardente della fiducia in Lui. Siamo ciechi, ciechi dalla nascita, ciechi nel cuore: ma che esperienza affascinante abbandonarci, nella nostra cecità, alla mano del Figlio dell'Uomo, che ci solleva dal buio e ci guida per il giusto cammino. Che vertigine si sperimenta nel perdere il controllo della nostra esistenza per affidarlo a chi l'ha voluta e generata fin dalle origini della Storia!

O felix culpa, canteremo nella grande veglia pasquale; o felice oscurità del cuore, che, riconosciuta, mi ha permesso di lasciarmi cercare e trovare dalla Luce che salva.

‘Signore, io credo ma tu aumenta la mia fede' (cf. Mc. 9,24); Signore, io non vedo, ma tu illumina la mia oscurità.

don Luca Garbinetto

 

 

"Poco prima di ricorrere alle parabole, Gesù lodava il Padre per aver rivelato ai piccoli i misteri del regno, nascosti ai sapienti e agli intelligenti. Viene espresso così, in forma ancora più netta, quel rovesciamento di situazione riconoscibile nell'episodio della guarigione del cieco nato: Gesù è venuto perché i ciechi vedano e quelli che vedono diventino ciechi.

Sotto lo sguardo del Cristo, luce del mondo, gli uomini prendono posizione per o contro di lui. Alcuni pretendono di vedere e di sapere. Ma sono attaccati alle loro vedute umane, e misurano le opere del divino inviato col metro della loro angusta sapienza. Se rifiutano di credere in lui, non potranno che costatare, nella cecità del loro cuore: "Costui non sappiamo di dove sia!" (Gv. 9,29)

In cieco guarito, dal canto suo, sa una cosa soltanto: l'uomo che gli ha aperto gli occhi non può venire che da Dio. Umile certezza racchiusa in uno sguardo da cui dipende tutta la vita! In mezzo alle opposizioni che subito incontra, colui che era stato cieco deve ancora affinare la sua vista per riconoscere, al di là dell'uomo e del profeta, il figlio dell'uomo e il Signore. Soltanto l'iniziativa totalmente gratuita di Gesù gli permetterà di giungere a questa visione personale di fede: "Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui!" (Gv. 9,37)

Attraverso il battesimo, l'uomo peccatore rinasce dalle tenebre alla luce del Cristo. Ma deve ancora imparare a vedere ogni cosa con lo sguardo della fede. La vita cristiana è un lungo catecumenato: una lenta crescita, attraverso il chiaroscuro di questo mondo, della luce ricevuta e intravista, fino a che risplenderà con pienezza il giorno del Cristo. Ciechi finalmente guariti, luci nate dalla luce, potremo allora prostrarci davanti a lui...

"Vienna International Religious Centre"

 

 

Ciechi nati e ciechi per superbia

Oggigiorno i ciechi dalla nascita sono rari. Ciechi per disgrazia, molti. Ciechi di cuore moltissimi. Dopo aver ascoltato il Vangelo di oggi, confròntati: cieco dalla nascita guarito o finto cieco superbo? A Cristo proprio non vanno a genio i ciechi "farisei". A Cristo non interessa vincerla con i farisei. Costoro vorrebbero eliminarlo. Gesù vuole solo salvarli con il suo amore divino.

L'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore!

Nessuno di noi vede il cuore di qualsiasi uomo. E' cosa da Dio. Gesù vede chiarissimamente il cuore dell'uomo. Quindi è Dio.

Samuele è inviato a ungere come re un betlemmita. Evidentemente Samuele si lascia guidare dall'occhio, non dal cuore. II re deve essere maturo, imponente, non un ragazzino. II profeta sbaglia. Passa in rassegna tutti i figli di Jesse. Nessuno è candidato re. Tutti qui i figli? Beh, c'è il piccolo Davide, che sta pascolando il gregge, come debbono fare sempre i più piccoli di famiglia. Era certamente un bel ragazzino: era fulvo (= capelli rossicci), con begli occhi e bello d'aspetto. Ma era troppo piccolo, non imponente.

I fratelli rimangono sbigottiti, assieme a Samuele. Che strana la scelta di Dio, il quale però vedeva il cuore buono di David!

Dio usa da sempre, soprattutto oggi, lo stesso sistema di scelta tutto suo: i meno adatti, ma in apparenza. Vuole i più disponibili, che saranno capaci grazie alla potenza di Dio.

Luminosi e tenebrosi. Veggenti e ciechi. Paolo agli Efesini

Era terribilmente cieco quel Saulo di Tarso, integerrimo fariseo. Ma Dio lo disarciona da se stesso e lo fa cadere steso per terra. Non vede più niente, soprattutto se stesso. Dio conosceva il suo cuore, il suo caratteraccio determinato. Bastava orientare bene questo talento per farne un apostolo.

II fariseo cocciuto diventa un apostolo estremista, capace anche di fare il duro, faccia a faccia con Pietro che conservava ancora parecchie tracce di fariseismo. Dio gli cambia il nome: se Saulo (= desiderato in aramaico) è molto ricercato dai farisei per la sua capacità d'intervento, per il suo fondamentalismo, ecco che Gesù lo chiama per come lo vuole: PAOLO, cioè "piccolo di statura", ma con il cuore enorme, carico non più di astio ma di amore verso Cristo e gli uomini a cui sarà mandato. Da cieco diventa luminoso. Anzi "figlio della luce", capace di smascherare le opere delle tenebre, dei ciechi farisei di tutta la storia.

Sto pensando al vescovo di periferia, delle favelas, a Francesco, buono, luminoso, ma anche capace - nello Spirito - di condannare apertamente, "urbi et orbi", tutte le opere tenebrose del nostro tempo. E non si lascia scappare neppure un'occasione. Battagliero come Paolo. Credo che fini-rà come Paolo. E sarà il trionfo di Cristo Risorto sul Nemico, il Male che domina l'attuale mondo.

Sembra che ripeta con San Paolo, alla nostra società:

"Svegliati, tu che dormi!

Risorgi dai morti!

E CRISTO TI ILLUMINERA'! Ef. 5,14

E siamo allo scontro frontale: la luce-Gesù contro le tenebre-farisei.

A costoro non interessa che un povero cieco dalla nascita ci veda. Non vogliono che la gente diventi diescepola di quel Gesù che scoperchia tutte le tombe imbiancate fuori, putride dentro. In campo aperto: un povero "cieco dalla nascita". Più poveraccio di così... Ma anche tanto umile e obbediente: all'invito di lavarsi gli occhi "sporcati da un fango raro (saliva con terra, ma saliva di Gesù!)", ecco il miracolo: CI VEDE, e benissimo! Ma i farisei continuano ad essere volutamente ciechi. Sono costoro che non può accettare nel suo gruppo Cristo. O cadono da cavallo e diventano ciechi come Saulo per diventare cristiani, o per loro sarà finita.

Ogni pretesto è buono per accusare Gesù:

+ il miracolo avviene di sabato. Proibito! A meno che si tratti di un asino caduto nel fosso, da salvare a tutti i costi! Senza peccare contro la legge!

+ Un peccatore e bestemmiatore e indemoniato come Gesù non può fare miracoli! Cosa ne pensi tu? Risposta secca: "E' un profeta!". I genitori si smarcano: "Aetatem habèt!".

+ Dio non ascolta i peccatori. Quindi anche Gesù!

+ II guarito: "Credo, Signore!".

Stoccata finale: "Siamo ciechi anche noi del 2017?"...

Risposta: "Se continui a crederti "veggente-vedente", rimarrai cieco non curabile!".

Sii piccolo come Davide, Paolo, il miracolato di oggi!... E vedrai i miracoli che Dio farà in te!

O preferisci schierarti dall'altra parte con i farisei, espellendo Gesù dalla tua vita? Cosa frequente tra cristiani...

 

 

Le tre luci nell'uomo: vedere - ragionare - credere.

+ Lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi (1Sm. 16,1-13). Nonostante una grave colpa, Davide è un grande re: ha occhi buoni, ha capacità di governare, vede con gli occhi di Dio.

+ Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce (Ef. 5,8-14). Il cristiano è una persona risorta dal sonno della cecità, perché illuminato da Cristo. Vede con la fede.

+ Il Figlio dell'uomo, che ti ha donato la vista, è Colui che ti parla!

(Jo 9,1-41). Il graziato ora vede con gli occhi, con l'intelligenza, con la fede.

Tante malattie sono veramente brutte. Ma la cecità è tragica. Prova a guidare la macchina in pieno centro-città e chiudere gli occhi anche solo pochi secondi. Ti prende un sacro terrore! - Un cieco-nato non può percepire bene il nostro mondo: la natura splendida, la lettura, l'arte, i volti delle persone. Oggi i media si fondano prevalentemente sulla vista, la quale a sua volta dipende dalla Luce. In mancanza di luce nessuno potrebbe operare. Gli occhi hanno bisogno di luce.

C'è un'altra luce: la mente senza cultura rimane inoperosa, perché la sua luce è la cultura appunto. Un cervello chiuso non ha cultura, scienza, conoscenza, filosofia, dialogo.

E siamo alla luce del cuore. E' un tipo di luce che non viene da nessuna fonte terrena. Viene solo da Colui che è Luce: Dio. Ed è la più importante per capire qualcosa della propria vita e della storia con proiezione diretta sul mondo divino.

Un caso emblematico su questi tre tipi di luce ci viene offerto da Giovanni con maestria somma.

Un cieco-nato non vede le cose. Ma sa ragionare, tanto da mettere nel sacco i ciechi farisei, che a loro volta vedono solo le cose, ma non sanno ragionare e tanto meno sanno vedere con gli occhi della fede il Messia in Gesù che fa il miracolo. Agiva fuori del loro controllo. Quindi fuori di Dio.

Risultato:

- Il cieco già ragionava bene e lo dimostrerà

- poi ci vede anche con gli occhi, grazie a Gesù

- e finalmente riconosce Gesù come Messia per fede.

I farisei:

- hanno la vista buona: tengono sotto controllo Gesù

- non sanno ragionare per niente con il miracolato

- non riconoscono Gesù come Messia. Non hanno fede.

Ascoltiamo ora la gioia di Paolo:

Fratelli, un tempo eravate nelle tenebre,

ora siete LUCE nel Signore

e così potete produrre frutti di luce:

bontà, giustizia e verità.

Chiede agli Efesini di condannare le opere delle tenebre.

E veniamo al nostro mondo: cosa ci chiederebbe Paolo?

+ La scienza ha fatto progressi immensi nel campo dell'oculistica. Forse si arriverà presto a debellare la cecità per sempre. Gesù opera anche per mezzo di ottici, oculisti, occhiali, interventi. E di dottori in generale.

+ Se entriamo nel campo della conoscenza le cose non vanno molto bene. La cultura è dominata dall'ignoranza, la quale è un risultato dell'egoismo. Basta vedere come si comportano i nostri politici e quelli del mondo intero: non vedono le persone, ma solo il guadagno. Giornalisti, scrittori, pensatori, filosofi sono di basso profilo. L'educazione va a rotoli. Difficilmente si sentono ragionamenti saggi. Il nostro parlare è senza luce, senza saggezza. La nostra cultura sta imbarbarendosi.

+ Difficilmente si incontrano persone che vedono con la luce della fede. Ma Dio ne suscita sempre. I Santi. Hanno gli occhi "evangelici", capaci di interpretare il senso della propria vita e della storia spingendosi oltre il tempo, alla ricerca del mondo che ora è invisibile, che non vuol dire inesistente. C'è. Ed è il vertice della luce e della vista. Sono luce da Luce e sono impegnati a portare luce ovunque, quella di Dio. Sono sapienti.

Credo che oggi Cristo si impegni ad intervenire donando luce alla mente e luce al nostro cuore: buona cultura e fede. Con esse il mondo migliora. Senza di esse il mondo regredisce.

Papa Francesco ci sta facendo ragionare con la luce della fede e smaschera senza paura gli scribi di oggi, presenti in qualsiasi campo guidati certamente non dalla luce, ma dall'egoismo. Che è la peggiore delle cecità! E di ciechi

egoisti ce ne sono ovunque, anche nella Chiesa, ma soprattutto nel campo politico ed economico. E in quello familiare.

La sfida di oggi: c'è chi crede nel potere dello Spirito di Cristo per cambiare l'ignoranza tenebrosa in conoscenza luminosa; ma ci sono coloro che combattono questo intervento ritenuto invasivo, perché viene dal Cielo. Costoro producono le opere delle tenebre che stanno alla vista persino dei ciechi.

E' impellente la nostra collaborazione con Cristo luce!

padre Tiziano Sofia sdb

 

 

Giovanni 9 è un racconto magistrale che non ha paralleli nella tradizione sinottica (anche se vi sono parecchi guarigioni di ciechi: Mc. 8,22-26; Mt. 9,27-31; Mc. 10,46-52; Mt. 20,29-34; Lc. 18,35-43!). L'incontro di Gesù, luce del mondo (9,5), con un cieco di nascita descrive un preciso cammino di fede (9,11.17.33.38) e anche un percorso inarrestabile verso l'incredulità (9,2.34.41). Infatti, l'episodio si apre con una domanda dei discepoli: la cecità è peccato?; finirà mostrando che il peccato di cecità non sta nel non vedere la realtà, ma nel non credere in Gesù, luce del mondo.

Al racconto del miracolo (9,6-7) segue un dialogo continuato ad opera di diversi interlocutori - sempre presente o Gesù o il cieco - che si converte di fatto in un autentico processo sull'identità del guaritore: il centro d'interesse slitta dal cieco di nascita a Gesù luce del mondo. Il cieco, noto mendicante, attesta la propria guarigione davanti alla gente che lo conosce (9,8-12) e viene interrogato dai farisei (9,13-17.24-34), come pure i suoi genitori (9,18-23). Ad alcuni, quanto accaduto pone degli interrogativi, altri si costruiscono delle ragioni per negare l'evidenza (9,16). Il cieco, che è giunto prima alla luce (9,7) che alla fede (9,35-38), finirà per essere espulso dalla comunità (9,34); in realtà, nel processo che le autorità fanno al nuovo vedente (9,13-34), la sentenza non la emanano i giudici ma l'accusato in absentia, Gesù (9,40-41).

1. LEGGERE

Cammin facendo, Gesù vede un cieco di nascita, un uomo che non aveva mai visto la luce. Pur essendo fortuito, l'incontro è conseguenza dell'iniziativa di Gesù. E mentre Gesù vede l'uomo, i suoi discepoli si domandano perché è cieco. Dall'incontro con Gesù partirà la guarigione; dalla domanda dei discepoli, la discussione 'teologica'.

Gesù non dà delle spiegazioni sull'origine della malattia, ma scagiona colui che ne soffre. Lui non è colpevole, ma è l'occasione affinché Dio manifesti la sua salvezza e Gesù, obbediente, la realizzi; il male è luogo e motivo perché Dio attui il bene. Prima di dare luce al cieco Gesù si dice luce del mondo.

Dopo l'autorivelazione, il miracolo, che viene sobriamente narrato: il gesto 'ricorda' l'atto creatore di Dio (Gn 2,7): solo chi è la luce dà luce. Lo fa in forma totalmente gratuita: né chiede fede, né spera riconoscenza. Ma prima ancora di cominciare a vedere, comincia ad obbedire, e va a lavarsi nella piscina di Sìloe. È la prima tappa del suo cammino di fede. A Sìloe potrà vedere: l'obbedienza che gli ottiene la guarigione è il suo modo di cominciare a credere.

Primi a reagire meravigliati sono i più vicini al cieco; i suoi conoscenti hanno dubbi sull'identità del cieco, non del fatto che può vedere. L'uomo dovrà provare che è lo stesso cieco di prima, raccontando il miracolo. Aprire gli occhi ai ciechi è compito del messia che verrà (cf. Is 42,6.7; 49,6.9). Il cieco può narrare quello che gli è accaduto, non conosce però chi è l'autore. In questo modo anch'essi, vicini e conoscenti, diventano testimoni del segno, anche se non credenti.

La testimonianza della propria esperienza è la seconda tappa verso la fede. Non importa se c'è da affrontare un lungo 'processo' e dei castighi. I farisei, avversari di Gesù, non del cieco, non possono negare il fatto, screditano l'autore: Dio non è con chi viola il sabato. Si basano su Dio e negano le opere di Dio!

Il miracolato non è creduto e rimane solo; pure i genitori l'abbandonano. Ma lui non può immaginarsi che non sia peccatore colui che lo ha guarito. Attorno a lui si crea divisione. Un'altra tappa nel lento processo verso la fede . Il cieco lo chiama profeta. In Gv questo titolo suole apparire quando è in gioco la missione di Gesù (4,19; 9,28). Fatto sta che mentre i giudici non vogliono arrendersi all'evidenza, il guarito va facendo un lento cammino di fede: confessare Cristo può portare a rotture familiari e all'emarginazione sociale.

L'uomo subisce nuovi interrogatori, più duri ed impegnativi: deve dare gloria a Dio…, negando le opere di Dio! Lui non giudica, si afferra ai fatti: era cieco, ora vede. Gli oppositori sanno invece che il taumaturgo è peccatore, ma non sanno da dove viene. A misura che l'interrogatorio si svolge, il cieco si va avvicinando sempre più alla fede (9.11.17) e alla condanna da quelli che vogliono vedere i fatti (9,34). Nella loro cecità risplende il loro peccato (9,41).

Gesù ritorna alla scena (9,35-38) per incontrarsi di nuovo con quest'uomo che è stato emarginato per averlo difeso. In questo secondo incontro - tappa centrale - arriva alla fede vera: prima conosceva il suo benefattore solo di nome (9,11), poi lo considera profeta (9,17) ed uomo accreditato da Dio (9,30-33), per finire confessandolo figlio dell'Uomo (9,35), meta dell'esperienza promessa al discepolo (1,51). Per riuscire a giungere alla fede (9,36) - tratto, questo, tipico di Gv - ha avuto bisogno di ritrovarsi con Gesù, che si lascia vedere da chi ha fede (9,37). La fede fa 'vedere' non solo Gesù, ma la sua vera identità e la sua missione.

Finisce così l'itinerario di fede del cieco di nascita, iniziato con l'apertura degli occhi alla luce e completato con una esplicita confessione di fede (9,38) in Gesù, figlio dell'uomo (9,35) e luce del mondo (9,5). Senza la parola del Gesù rincontrato (l'hai già visto, lo vedi), il cieco avrebbe continuato a vedere, ma non sarebbe giunto ad essere credente. La reazione di quest'uomo è di autentico cristiano: vede e crede, crede e adora (9,38), nonostante le avverse conseguenze.

Una frase finale di Gesù chiarisce tutto l'episodio (9,41). Vi è chi è incapace di vedere, come il cieco dalla nascita e vi è chi non vuole vedere, come i farisei: nel primo non vi è responsabilità, in questi il loro peccato rimane; è questa la cecità frutto del peccato, la negazione ostinata a ricevere Lui la luce del mondo (9,41; cf. 9,4-5).

2 - MEDITARE

La scena si apre con l'incontro di Gesù e i suoi discepoli con un handicappato; mentre Gesù vede l'uomo bisognoso di salvezza, i discepoli si domandano se è responsabile o meno della sua situazione. Due forme, contrastanti, di vedere il male trionfante nel prossimo: chi vede la sofferenza ed aiuta e chi si intrattiene immaginandone le cause. Con chi mi identifico meglio, con i discepoli o con Gesù? Dove mi porta a guardare il male? Trovarmi con il male mi porta a giudicare come cattivi chi lo soffre o a pensare alla loro salvezza?

Per vedere, il cieco deve obbedire ad uno strano mandato di uno sconosciuto. Gesù non richiede previamente fede in lui, ma 'cieca' sottomissione al suo commando. La luce arriverà subito agli occhi del cieco, ma la fede solo alla fine di un percorso fatto di obbedienza e di testimonianza. Non sarà perché mi manca la subordinazione a Dio che non riesco a vedermi libero dai miei mali? Non è l'indocilità con Dio la causa dei miei mali? E non mi dice niente che Gesù prima di dare la fede al cieco lo liberò dalla sua malattia?

Al cieco bastò, per essere sanato, un'obbedienza 'cieca': per credere in Gesù dovette testimoniare ripetutamente l'accaduto davanti ad un pubblico sempre più ostile. Credere in Gesù non risulta comodo; chi crede davvero, anche se solo in modo incerto e 'con poche luci', non risparmierà incomprensioni e calunnie, l'allontanamento dai familiari e l'esclusione della società. Quale prezzo pago per credere? Quale sono disposto a pagare per avere in Cristo il mio Salvatore?

Il cieco guarito deve 'pagare' un altro prezzo per la sua nuova 'luce', la sua fede in Gesù. Nella parte centrale, e più lunga, del racconto Gesù sparisce per lasciare al cieco di difendere la veracità del miracolo e l'identità di Gesù. Non solo riesce a far arrabbiare i suoi nemici, si allontana pure dai genitori. Resta solo, con la sua fede, testimoniando l'accaduto. Tutti vogliano vedere, tutti desideriamo vederci liberi dai nostri mali. Ma siano disposti a pagare il prezzo, per ottenere più luce ma perdere la stima persino dei nostri? Credere in Gesù è gratuito, ma ha conseguenze scomode, pericolose.

Nella malattia del cieco di nascita si manifestarono l'opere di Dio: Gesù dimostrò essere 'la luce del mondo' perché diede luce al cieco. Il male ha sempre un senso, anche se fa del male a chi lo soffre e fa pensare male a chi lo vede. Dio è nemico del male nell'uomo, come la luce lo è delle tenebre. Dove vince il male, sta per venire Dio, come dopo la notte arriva il giorno. Quale è la mia percezione del male nel mondo, nei prossimi, in me? Guardo il male come Gesù, mi avvicino ai malati come Lui? È per me il male che soffrono gli uomini l'occasione per andare incontro a loro e fare del bene.

3 - PREGARE

Eccoci, Signore Gesù, luce del Padre, ai tuoi piedi come ciechi ignari della loro infermità. Guardaci, figlio di Davide, come hai guardato il cieco che ti incontrò nel cammino. Sveglia in noi la luce del cuore, la fede in te, e saremo raggianti. Curaci, Signore Gesù con un tocco delle tue mani e con la Parola che apre occhi e cuore alla luce. Mandaci, Signore Gesù, alla piscina del lavacro di vita nuova, ma dacci la capacità di obbedire a ciò che ci comandi . Custodiscici, Gesù, nella prova della fede; e se ci lasci da soli, non ci lasciare senza fede capace di rispondere davanti agli increduli e senza il coraggio di perdere i nostri cari ma non perdere la tua luce. Rivelati in noi, Signore Gesù, luce di Dio, mettendo sulle nostre labbra il grido del cieco sanato: "Io credo, Signore!".

Juan Jose Bartolome sdb,

(traduzione: don Nino Zingale sdb)

 

 

Io credo Signore!

Siamo di fronte a una pagina di vangelo dalla struttura fortemente catechistica, ben costruita, usata dalla chiesa primitiva per indicare il cammino catecumenale - un cammino di illuminazione che dovevano compiere coloro che si preparavano a ricevere il battesimo. Qui i simboli ci sono tutti: la luce e la piscina di Siloe (l'acqua battesimale), a cui si deve aggiungere il simbolismo battesimale della prima lettura: la consacrazione a re di Davide.

La parola di Dio

1 Samuele 16,1b.4a.6-7.10-13ª

È l'episodio della scelta e della consacrazione a re di Davide da parte di Samuele. Dio ha ripudiato Saul, e si sceglie un altro rappresentante tra il popolo. Sceglie un ragazzo, il più giovane della famiglia di Iesse, un semplice pastore. La consacrazione fa scendere sul ragazzo "lo Spirito del Signore".

Efesini 5,8-14

"Comportatevi come figli della luce", dice l'apostolo Paolo, che si serve in questo brano della lettera agli abitanti di Efeso del contrasto luce e tenebre. "Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore… Cercate ciò che è gradito al Signore".

Giovanni 9,1-41

Di fronte a questo miracolo e alla testimonianza del cieco-nato che ora ci vede, la cocciutaggine dei farisei è senza misura. Essi sono disposti anche a negare l'evidenza pur di non piegarsi e riconoscere l'eccezionalità della guarigione e quindi del miracolo. Sono essi i veri ciechi, perché, come dice loro Gesù, presumono di vedere.

Riflettere

Il vangelo di questa domenica (ci viene proposto tutto il capitolo 9° di Giovanni) racconta uno dei sette miracoli proposti dall'evangelista. La struttura è battesimale, il cammino del cieco nato è quello che deve compiere il catecumeno. Il cieco nato trova la luce e la fede, viene illuminato interamente da Gesù. Ricordiamo che nei primi secoli il battesimo veniva chiamato "illuminazione" (photismòs).

Gesù passa tra la gente. Incontra un uomo che non conosce la luce, un cieco nato, probabilmente uno dei tanti mendicanti della città. Si interessa di lui: quante cose non ha visto quest'uomo! La luce permette di vivere, di muoversi, di difendersi dagli ostacoli… e da questo momento di vedere Gesù, il Figlio di Dio.

Per gli apostoli è una questione di colpevolezza: "Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori per essere nato cieco?". La risposta di Gesù l'abbiamo sentita: né lui, né i suoi genitori.

Gesù per fare questo miracolo compie un gesto sensibile, sacramentale. Quell'uomo - ma vale anche per ciascuno di noi - ha bisogno di contatto fisico, di uno strumento per comunicare, che esprima il bisogno della salvezza e della grazia. Avviene così anche oggi nei sacramenti. C'è bisogno di un gesto per comunicare e gli strumenti che ci vengono in soccorso sono pane, acqua, olio…

Ed ecco il miracolo. Ma il miracolo più grande è la fede del cieco nato. "È un profeta", dice parlando di Gesù ai farisei; "Se costui non venisse da Dio non avrebbe potuto far nulla". E alla fine gli si prostra davanti: "Credo, Signore!". Il simbolismo catecumenale di questo miracolo e la sua struttura narrativa sono fortemente catecumenali. È proprio questo il cammino di illuminazione che deve compiere chi si prepara al battesimo.

Ma il miracolo divide gli spettatori. La gente è presa da meraviglia. I genitori non vogliono compromettersi. I farisei dimostrano una malafede crescente: "Non osserva il sabato… è un peccatore…" e non si piegano alle logiche considerazioni del cieco nato.

Gesù, di fronte ai farisei che cacciano via il cieco, che racconta con gioia e stupore quello che gli è accaduto, è durissimo: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane". Gesù ha dato a questi ebrei segni inequivocabili, ma non erano quelli che loro volevano. "Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce", gli diranno un giorno, chiedendogli un miracolo su ordinazione. Sarà invece un centurione romano a riconoscere "il Figlio di Dio" in quell'uomo che muore indifeso e perdonando.

Attualizzare

Ci pare utile ricordare anzitutto che il lungo capitolo del vangelo parla da sé. Sarebbe bene leggerlo senza ridurlo, lasciando alla vivacità del racconto di proporsi a chi ascolta. Così ben articolato, è didatticamente perfetto per far capire il credere progressivo del cieco nato e l'ostinazione crescente degli avversari di Gesù. Mentre gli apostoli si domandano "chi ha peccato" e i genitori del cieco nato se ne lavano le mani, la fede del cieco nato diventa esplicita, come di chi non ha raggiunto solo la luce degli occhi, ma anche quella della fede.

Chi chiude gli occhi di fronte al miracolo del cieco nato rappresenta l'uomo del nostro tempo: bisognoso di luce, cerca tuttavia di giustificare il suo rifiuto, di razionalizzarlo. Eppure ne ha bisogno. Scrive Eugène Ionesco: "Io non vivo, la vita se ne va. È come se vedessi in pieno giorno la notte. La notte confusa con il giorno. Il sole nero della malinconia".

Gesù non cerca un accordo conciliante con chi non vuole credere. Afferma di essere la luce, la salvezza, il centro della fede. Spesso si dice di dare più peso a ciò che ci unisce, che a ciò che ci divide, ma non contro ogni evidenza e verità, non con chi è apertamente in malafede. Gesù ha diviso gli uomini del suo tempo con la sua parola.

Sant'Agostino diceva che siamo tutti ciechi in Adamo: facciamo fatica a vedere la salvezza che è invece a un passo da noi. Gesù è una luce discreta, che non abbaglia. Oggi forse è fin troppo discreta anche per colpa nostra.

Domandiamoci: dove cerchiamo la luce, la nostra sicurezza? Quali tecniche di tranquillità interiore usiamo? Dobbiamo prendere atto del nostro bisogno di essere illuminati, riconoscere la nostra cecità, metterci sulla strada di Gesù per incontrarlo, per dare un senso pieno alla nostra vita e ai nostri progetti.

Siamo chiamati a portare la luce ai nostri fratelli e al mondo. Ci sono stati tanti periodi bui nella storia del mondo e della chiesa. La luce della fede sopravvive in coloro che più da vicino si lasciano evangelizzare, illuminare da Cristo e, con spirito profetico, mantengono viva la fiaccola della fede tra gli uomini.

Possiamo domandarci infine anche come amministriamo il battesimo e se dall'amministrazione di questo sacramento nascono dei nuovi cristiani, che abbiano compiuto in prima persona o attraverso i genitori, un vero cammino catecumenale di illuminazione. Una chiesa che dà importanza a ciò che fa e crede nella centralità del battesimo, è costretta ad amministrare con più serietà questo sacramento.

"Finalmente ho trovato la luce"

Il giovane Takaiuki Matsuo durante la seconda guerra mondiale era stato kamikaze, cioè pilota-suicida, pronto a lanciarsi contro le navi nemiche. Di religione era buddista, ma non la praticava. Sopravvissuto alla guerra, si trovò molto insoddisfatto di quanto Io attorniava. Si gettò sui libri, alla ricerca di un senso. Lesse Schopenhauer e rimase profondamente turbato, fino a pensare al suicidio. La mattina dei 20 dicembre 1948 aveva pensato di farla finita e si diresse verso il fiume. Lungo la strada, all'improvviso, udì il suono delle campane che proveniva dalla chiesa cattolica. Un suono dolce e irreale. "Non so perché, entrai in quella chiesa", raccontò. "Era la prima volta che lo facevo da quando ero al mondo. Un uomo, al centro, compiva gesti e diceva parole per me incomprensibili. Tuttavia sentii in quel momento che uccidermi sarebbe stato insensato". Giunto a casa, scrisse una lettera ai parroco di quella chiesa, chiedendo di parlargli. Un anno dopo divenne cristiano e fu battezzato col nome di Giovanni. Diceva: "Finalmente ho trovato la luce e sono felice!".

Umberto de Vanna

 

 

Luce piena

* Io sono la luce del mondo.

Fin dal prologo il Vangelo di Giovanni espone e narra l'avvento della luce: la sua discesa nel mondo, la sua lotta contro le tenebre, i suoi esiti. La luce che illumina ogni uomo è la luce che viene dall'Alto. Invano si cerca un'altra luce.

Il racconto di questo cieco lo illustra bene. Egli è totalmente cieco, radicalmente ignaro della luce, ma è raggiunto da essa. Colui che porta la luce nel mondo lo avvicina e opera in lui il dischiudersi della vista. Attraverso un segno eloquente gli rimodella gli occhi, gli rimuove il velo con l'acqua della vasca dell'Inviato e lo fa come rinascere. La gente non lo riconosce più.

Ora però, sempre come dice il prologo, l'avvento della luce ha un duplice effetto: alcuni li illumina e li rallegra, altri li acceca.

Da una parte c'è colui che è reso vedente, "ha gli occhi alzati" per guardare avanti, che approfondisce la sua esperienza e progredisce nella comprensione di colui che gli ha fatto vedere la luce.

Dall'altra ci sono i detentori del potere, vigili sull'osservanza delle norme, che vogliono controllare la faccenda, preoccupati di mantenere il sistema; e questo li fa diventare sempre più ciechi, fino a negare l'evidenza. Con ironia l'evangelista nota come ripetono "noi sappiamo" mentre sprofondano nel buio.

Invece l'ex cieco giunge alla piena confessione di fede in colui che è il Figlio dell'Uomo, giunge cioè alla chiarezza definitiva su colui che si è incarnato per portare in mezzo a noi la Presenza dell'Altissimo, e poi, risalendo lassù, portarci tutti nel Regno della sua gloria.

Il diverso esito dell'incontro con l'Inviato dipende dall'apertura alla novità o meno; dalla possibilità accordata a Dio o meno di operare cose impensate, di offrire una salvezza ancora più grande. Ma senza rigettare per questo le cose ricevute dai padri. Tra la Legge di Mosè e il gesto di Gesù non c'è solo stacco, c'è anche continuità. E Gesù lo dimostra, mentre i farisei lo contestano.

La presunzione di sapere già tutto li porta a usare la conoscenza della Legge per rifiutarne il compimento. E questo è il peccato. Questa è la tragedia.

Di fronte a Gesù dunque noi siamo inevitabilmente chiamati a decidere: o con lui o contro di lui. O nella giustizia o nel peccato. O nella vita o nella morte. Bisogna fare attenzione. Non c'è possibilità di chiamarsi fuori, come tentano di fare i genitori del cieco nato, perché alla fine o si sta con la verità o con la sua negazione, o con la luce o con le tenebre. Bisogna decidere a cosa dare la priorità. Poiché alla fine Gesù risulta essere il nostro giudice.

Nell'itinerario quaresimale, che è quello dei catecumeni, anche noi siamo ricondotti al nostro battesimo (la nostra piscina di Siloe), battesimo chiamato in antico "illuminazione", perché alla luce del Risorto possiamo rivalutare noi stessi, la nostra vita e tutte le cose.

Anche noi non dobbiamo dare per scontato di avere capacità di vedere con chiarezza l'opera di Dio, la sua libera iniziativa. Anche noi dobbiamo essere guariti da varie cecità. Gesù è qui per questo. Nell'incontro eucaristico lasciamoci illuminare dal suo amore.

don Attilio Giovannini

 

 

Tu credi nel Figlio dell'uomo?

In queste ultime domeniche che ci separano dalla grande solennità di Pasqua la liturgia ci propone una simbologia che ci aiuta ancora di più nel prepararci all'incontro con il Signore Risorto.

La scorsa domenica, le letture ci invitavano a porre la nostra attenzione su un elemento prezioso per la nostra vita, l'acqua; le tanti seti che troviamo nel cammino della vita trovano soddisfazione quando attingono l'acqua da Colui che solo può sedare in tutto e per tutto queste seti.

Soltanto attingendo "all'acqua di Gesù", cioè instaurando con lui una relazione viva e vera, la menzogna e l'aridità che sperimentiamo nel quotidiano possono essere combattute e vinte lasciando che quest'acqua penetri la nostra vita e certamente porterà frutto anche dove noi, a volte, non pensiamo o non vediamo. In questa IV domenica di Quaresima, il Vangelo ci pone dinnanzi ad un'altra mancanza: quella della luce e ci narra qual'è l'agire di Gesù, che dona la vista al cieco nato.

Il brano del Vangelo di Giovanni, come sempre è molto ricco di significato e denso di insegnamento. La cecità in antico veniva considerata una malattia direttamente in dipendenza al peccato. L'equazione era: malato = peccatore; e a commettere peccato poteva anche non essere direttamente il soggetto della malattia, come nel caso del brano odierno, ma qualcuno della stirpe, della parentela. Questo significava oltremodo venire esclusi dalla vita pubblica, dalla possibilità di vivere in una comunità, di gestirsi la vita sociale come un qualsiasi altra persona.

Questa persona, rileva il Vangelo, è cieca dalla nascita, è in una condizione particolarmente svantaggiata e sfavorevole di fronte alla società del tempo. Di questo i discepoli sono a conoscenza, infatti la domanda che pongono a Gesù è proprio sul rapporto peccato/malattia: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?". Gesù prende spunto da questa domanda per darci il suo insegnamento e dunque svelare ad ogni credente l'agire misericordioso del Padre che agisce proprio tramite Suo Figlio.

Se confrontiamo questo brano con quello letto domenica scorsa, possiamo notare come in questo caso non c'è una richiesta diretta, da parte del soggetto di qualcosa, fatta a Gesù, come, invece, abbiamo sentito nel brano della Samaritana la richiesta a Gesù di avere la sua acqua.

Nonostante ciò Gesù agisce e il suo agire si accompagna ad un dupplice fatto: la guarigione fisica, perché il cieco è guarito dalla sua cecità, e la guarigione spirituale, i farisei infatti sono scandalizzati dal fatto perché solo Dio po' fare miracoli (può ridare dignità ad un essere umano reintegrandolo nella comunità). Infatti "i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva riacquistato la vista".

Questo agire non deve farci percepire che le due realtà, quella fisica e quella spirituale, sono tra loro separate e indipendenti, ma che ci sono profonde connessioni tra l'una e l'altra, l'umano è sempre una unità in sé, e dunque una separazione netta dei due elementi che caratterizzano l'esistere dell'uomo non può avallarsi.

Nel cieco, dalla parte del soggetto che beneficia dell'intervento di Dio, il fatto che Gesù lo guarisca attesta la Sua identità, quella di Figlio di Dio, mettendo in campo la sua credibilità suscitando la fede in e di quell'uomo.

Egli prima non sapeva, non conosceva, chi fosse Gesù, per lui era un uomo come altri, forse un profeta, ma ora che Gesù ha agito per il suo bene donandogli la vista e reintegrandolo nella comunità come persona, sà che quell'Uomo non è soltanto un profeta, ma a lui come la Samaritana, proprio Gesù svela la sua identità di Messia, di Salvatore.

Questo cieco è stato soggetto dell'agire misericordioso di Gesù e ora può riconoscerlo, non solo come guaritore o grande profeta, ma nella sua essenza proprio come Salvatore. Da qui l'insegnamento di Gesù che spacca quella proporzione antica di cui si accennavamo all'inizio. La malattia non è indice automatico di un vissuto disordinato, di peccato, appunto; anzi quel creatore che è Padre, non vuole che le sue creature soffrano ingiustamente situazioni di male, e l'agire di Gesù ci mostra proprio come Egli è vicino a quanti nella vita hanno grandi sofferenze e soffrono ingiustizie.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato l'elezione di Davide a re d'Israele. Ancora una volta siamo messi di fronte all'agire anticonformistico di Dio, che sceglie sempre con dei criteri non puramente umani che toccano l'esterno (le qualità, le doti,…) ma toccano di più l'interno (la capacità di essere fedeli ad un'alleanza d'amore).

Lo Spirito di cui ci parla l'autore, che si posa su Davide per sostenerlo nelle prove e fatiche della vita, è lo stesso che si poserà su Gesù, che lo sosterrà nei momenti della gioia; ed è anche quello che ogni cristiano riceve nel Battesimo, dono del Padre fatto per mezzo del Figlio. Il medesimo Spirito che il Padre dona a Gesù, egli lo ridona, passando per la sua Pasqua a noi, affinché anche noi possiamo avere quello spirituale legame d'amore che da sempre Dio vuole attuare con ogni uomo.

Per questo san Paolo, nella lettera agli Efesini, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura odierna, stimola i cristiani a vivere da "figli della luce", a "cercare ciò che è gradito al Signore". Solo in questo modo ogni cristiano sviluppa nella sua vita il dono della fede che ha ricevuto il giorno del suo Battesimo.

Acqua e luce, sono realtà concrete di cui ognuno fa esperienza e a cui è facile la lettura simbolica di questi elementi. Acqua e luce, due elementi essenziali per la vita di ognuno, tant'è che se vengono a mancare la vita non può svilupparsi e si spegne. Ora, questa facile simbologia, che ognuno puà capire, il Vangelo di Giovanni la applica alla dinamica della fede; l'unica acqua e l'unica luce che ci permette di affrontare l'aridità e le tenebre della vita è proprio vivere il rapporto con Gesù Cristo.

A noi è richiesto di riconoscerLo e togliere ogni ostacolo dalla nostra vita, affinché questa acqua e questa luce possano giungere a noi in tutta la loro purezza, così da potere far germogliare quei frutti buoni che il Padre ha messo in ognuno.

Luca Desserafino sdb

 

 

"Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite:

noi vediamo, il vostro peccato rimane".

Nel brano del vangelo, che precede quello ascoltato, Gesù è impegnato con gli Scribi ed i Farisei in una lunga ed aspra discussione che si conclude in modo tragico: "Allora (gli Scribi ed i Farisei) presero delle pietre per tirarle contro di Lui, ma Gesù si nascose ed uscì dal tempio".
In questo contesto, la guarigione dell'uomo, cieco fin dalla nascita, vuole essere una prova ed una conferma che Gesù è davvero la luce, come aveva solennemente affermato egli stesso poco prima: "Io sono la luce del mondo: chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita". Gesù dona la luce degli occhi al cieco, per dimostrare che egli ha parimenti la capacità di donare anche la luce dello spirito, e che sono ciechi, veramente da compiangere, gli Scribi ed i Farisei perché non sanno vedere che Gesù è l'inviato di Dio, il Salvatore, il Messia.

Il significato profondo del miracolo sta quindi nel mistero di luce che Gesù dà all'uomo nel battesimo; il battesimo ci fa passare dalle tenebre del paganesimo, alla luce del cristianesimo, dalla schiavitù del peccato all'adozione a figli di Dio.

"Battezzati, noi siamo illuminati e diventiamo figli di Dio" scrive S. Clemente di Alessandria. E questo non per merito nostro, ma per dono esclusivo di Dio, per mezzo dell'opera di salvezza operata da Gesù.

Questo dono, ovviamente, richiede da parte nostra la corrispondenza, la nostra risposta.

Ricevuta la luce della fede, nel fonte battesimale, simboleggiata dalla candela consegnata per noi ai nostri genitori, dobbiamo crescere e vivere al suo chiarore, nella fede in Gesù Salvatore.

San Paolo, nel brano della lettera agli Efesini (2a lettura), riassume così gli impegni che derivano dal nostro battesimo: "Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore: comportatevi perciò come figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.

Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre.".

Si tratta cioè di essere coerenti con il battesimo che abbiamo ricevuto, per sviluppare in noi quel dono di grazia che ci è stato dato, e per portare a compimento l'opera di santificazione iniziata in noi dalla grazia del battesimo.

È poi importante essere, a nostra volta, luce per gli altri, ed aiutare, con l'esempio della vita, i nostri fratelli e sorelle ad accogliere anch'essi la luce che è Cristo.

È necessario perciò che seguiamo l'esortazione di san Paolo "Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente".

Certo, chi cammina su una strada divergente da quella tracciata da Dio, agisce da cieco, perché non vede, o non vuol vedere, l'abisso verso il quale è incamminato.

Le forme di cecità umana sono tante, quanti sono i vizi, i quali operano in noi una vera cecità interiore.

L'ira, ad esempio, ci rende ciechi e non ci permette di valutare le conseguenze delle parole e dei gesti violenti che possiamo compiere; l'odio ci impedisce di vedere i diritti al rispetto ed all'amore che hanno gli altri; la lussuria, il sesso sfrenato, nascondono la palude in cui si sprofonda, a rovina propria ed altrui; l'invidia ci impedisce di vedere le qualità del prossimo, mentre la superbia nasconde ai nostri occhi gli errori e le deficienze nostre proprie.

Anche l'amore può velare la vista; ad esempio, l'amore materno o paterno esagerato, inteso non nel retto modo, può portare ad una educazione o troppo severa, o troppo permissiva, che non costruisce il vero bene dei figli, ma provoca il loro danno.

Siamo poi tutti ciechi quando dissipiamo i beni immensi dello spirito e della mente, talvolta anche quelli del corpo, per un breve spazio di vita scapestrata, o semplicemente per desiderio di avventura.

Il segreto di una vista limpida e sicura circa i problemi vitali che investono i destini nostri e degli altri, lo possiamo trovare solo nella parola illuminante di Gesù, sapienza eterna: Lampada per i miei passi, Signore, è la tua parola, luce sul mio cammino!

Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, ci aiuti ad essere sempre ascoltatori attenti, e realizzatori operosi della Parola di Dio che illumina il nostro cammino e ci conduce sicuri alla nostra salvezza.

don Mario Morra sdb

 

 

Guarigione del cieco nato - gesu e' luce

L'episodio della guarigione del cieco nato va collocato nella prospettiva del Vangelo di Giovanni. Nel "libro dei segni" (cap. 1-12) Gesù si manifesta come vita e luce. Ma la maggior parte degli uomini oppone un rifiuto.

(Negli episodi precedenti predomina la dimensione della vita: nuova nascita (Nicodemo), acqua viva (Samaritana, figura che abbiamo incontrato domenica scorsa), il pane di vita).

Nella pagina odierna, invece, prevale il tema della luce. E diventa centrale la solenne affermazione di Gesù: "Io sono la luce del mondo" (v. 5 ).

Si tratta di una delle pagine più belle, vive, "mosse", del quarto Vangelo. Dentro, poi, è incastonato un piccolo gioiello di penetrazione psicologica: ed è la confutazione, venata di ironia, di semplicità e di un'arguzia popolare, che un analfabeta - ex cieco - fa del sapere tronfio e goffo, dei dotti farisei.

L'incontro poi di Gesù col cieco guarito viene descritto con tratti di rara suggestione, anche se quelle righe, scarne, non concedono nulla alla retorica.

La colpa di "sapere" non una teoria, ma un fatto

Prima di tutto. Il problema grave non è il cieco. Sono gli altri. Per Gesù, guarire il cieco risulta relativamente facile: un po' di fango impastato con la propria saliva, poi l'ordine di andarsi a lavare alla piscina di Siloe.

Purtroppo Gesù non riesce ad aprire gli occhi a coloro che dicono di vederci benissimo e continuano, ostinatamente, a tenerli chiusi.

Al cieco è bastato... il miracolo.

Per questi altri il miracolo non può farci nulla. Almeno fino a quando continueranno a dire: "Noi ci vediamo".

Il racconto si apre con un solo cieco sulla scena. E si chiude con il palcoscenico (che è poi il nostro...) affollato di numerosi ciechi, inguaribili e colpevoli, perché ciechi volontari, che hanno la presunzione di accecare gli altri.

E' interessante pure notare come da uno stesso fatto, che sta sotto gli occhi di tutti, si diramino due linee contrapposte: il beneficato (il cieco guarito) arriva progressivamente alla fede, cioè alla guarigione completa. I farisei invece si chiudono sempre più nel loro rifiuto.

Non si lasciano mettere in discussione dal fatto. Siccome il fatto, la novità, mette in discussione il loro sapere, essi negano il fatto, si rifiutano di vederlo.

Sempre così quando i princìpi vacillano di fronte al "vissuto", quando le teorie vengono messe in crisi dai fatti. Ci sono maestri che confondono la verità col proprio giudizio. E se i fatti li smentiscono, essi dànno la colpa... ai fatti.

Ancora. E' davvero paradossale la situazione di quel disgraziato. Si porta addosso una specie di condanna.

Dapprima una grave malattia - la cecità - contratta fin dalla nascita.

Una volta guarito, senza che neppure l'abbia chiesto, diventa un "caso" su cui imbastire discussioni e polemiche a non finire (anche gli Apostoli avevano trascurato la persona, e si erano interessati unicamente "al caso" nel suo risvolto teologico. "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?".

Si direbbe che a tutti stesse bene così come era prima: cieco e mendicante. La guarigione scatena una serie di guai. E' un incidente spiacevole. Il "caso" si risolve in una seccatura. La sua diventa una presenza fastidiosa, ingombrante, perfino intollerabile.

Gesù guarisce, libera, dà vita. E gli altri si accaniscono a chiacchierare, discutere, svolgere indagini, contestare, presentare eccezioni.

La guarigione, infatti, non è regolamentare, perché avvenuta in giorno di sabato, violando una precisa disposizione della legge.

Gesù ha preferito l'uomo al codice, ha privilegiato il bene di una persona alla salvaguardia delle istituzioni, non si è lasciato guidare dalla preoccupazione giuridica, ma dalla sua umanità.

Perfino ai genitori quel figlio guarito, crea problemi, minaccia di procurare noie spiacevoli per la famiglia, e perciò, in un certo senso, lo "scaricano".

L'ex cieco si fa scomodo, insopportabile, soprattutto di fronte agli uomini del sapere. Lui, un miserabile, un analfabeta, un "nessuno", uno senza titoli, uno che non "sa" (e lo riconosce) ha la sfacciataggine di opporre un piccolo fatto, incontestabile, perché frutto di esperienza diretta: "Prima ero cieco e ora ci vedo".

"Sei immerso nei peccati dalla testa ai piedi, e vuoi insegnare a noi?".

Loro, purtroppo, non hanno bisogno di imparare da nessuno. La verità ce l'hanno già scritta nelle loro carte. Se ne sono appropriati, l'hanno sequestrata e la gestiscono secondo il proprio arbitrio.

Il loro potere si puntella sul sapere, e vi esercitano una specie di monopolio. E guai se qualcuno si azzarda a riferire un fatto, un avvenimento, un'esperienza che obblighi a rivedere le loro posizioni. I cavilli sono la loro arma. Il disprezzo l'atteggiamento di fondo.

Illudendosi di tenere nelle loro mani, e nei loro cervelli aridi, la verità, finicono per nasconderla, manipolarla, e presentare unicamente la verità ufficiale.

E non appena si accorgono che circola un verità libera, semplice, trasparente, non ufficiale, non controllata, allora si infuriano. Ricorrono agli insulti, alle scomuniche.

"E lo cacciarono fuori...".

Tutto già stabilito prima. "Avevano già deciso che se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga".

Bisogna preventivamente passare da loro, per ottenere il timbro sul miracolo e perfino sulla richiesta del miracolo, per ricevere la razione di luce sicura, per imparare a vedere secondo la loro ottica, per sapere come giudicare.

Se uno intende aprire gli occhi (e se Qualcuno - Gesù - glieli apre), diventa pericoloso, va cacciato.

Se non sei d'accordo con noi, ti metti contro Dio, devi essere considerato un miserabile peccatore.

Se ti ostini a vedere la realtà così com'è, sei un visionario, un idealista, un illuso.

Essi credono di vedere meglio degli altri, perché hanno l'improntitudine (e i mezzi) di deformare la realtà.

Chi non condivide i pregiudizi, le formule messe in circolazione, le soluzioni prefabbricate, chi rifiuta il conformismo, chi, ritrovandosi una testa, la usa pensando di fare cosa gradita al Donatore - Dio - diventa sovversivo.

Sembra proprio che il "vedere" sia considerato la malattia più temibile, una specie di contagio da arginare approntando i rimedi più drastici.

Specialmente se è un "vedere diverso", nuovo, che mette in discussione posizioni e privilegi acquisiti.

Il cieco guarito, respinto sprezzantemente, escluso dalla casta, ha la fortuna di trovarsi a faccia a faccia con Gesù, che gli va incontro quando tutti l'hanno "scaricato".

Il dialogo appare quanto mai illuminante.

- Credi nel Figlio dell'uomo?

- E chi è?...

- Tu l'hai visto, Colui che ti parla è proprio lui.

- Io credo, Signore...

E si prostra in ginocchio.

Ha trovato in Gesù il nuovo "santuario", dove adorare. Soltanto adesso la guarigione si può dire totale.

(E il miracolo non viene "provato" dalla scienza, ma dalla fede!).

Gesù gli ha dato la vista. E questa gli permette di vedere soprattutto Lui - Gesù - che è "la luce del mondo". Ed è ciò che più conta.

E gli permette di accorgersi che certi maestri sono ciechi (loro, sì, sono "inaffidabili"), perché hanno nessuna intenzione di imparare.

"Io credo, o Signore! E gli si prostrò dinanzi".

Ecco la fede: è l'incontro con Gesù-luce, Gesù-amico, Gesù-vivo.

 

Un uomo scende nella miniera con la lanterna. A sera si addormenta: sogna la luce, il sole, la casa con i suoi figli e la sposa. Ad un tratto un brivido di gelo lo risveglia. Lancia un grido. La lampada si era spenta.

Inizia così la sua spasmodica ricerca della via del ritorno, a tentoni nel buio più cupo. Invano! Ogni speranza muore. Il minatore disperato si accascia, attendendo la morte.

Ma all'improvviso un canto lo scuote. E' di un altro minatore; gli va incontro; la sua voce si fa sempre più vicina e rinasce la speranza. Infine lo incontra: è il suo amico, la sua salvezza. Lo abbraccia e gli grida: "Dammi la luce!".

 

Gesù è il nostro amico, la nostra salvezza. Gridiamo a Lui con tutto lo slancio che abbiamo in cuore: "Gesù, dammi la tua luce! La tua salvezza!".

La Madonna, Mamma di Gesù-luce, renda anche noi luminosi fari di salvezza per tanti nostri fratelli che brancolano nel buio dell'errore, del peccato e della morte.

don Severino Gallo sdb

“Repertorio omelie” (+)

 

 

1ª lettura: 1Sm. 16,1b.4.6-7.10-13a

Perché è messa nella domenica della luce la narrazione della consacrazione regale di Davide ad opera di Samuele?

Per il riferimento al Battesimo, dove il fedele riceve la consacrazione regale, sacerdotale e profetica, entrando a far parte del popolo di Dio.

Ma anche per un altro motivo, non secondario, esaltato da Gesù: la scelta del "più piccolo"! Davide è l'ultimo dei fratelli, quasi dimenticato, tanto che il padre non lo presenta neanche a Samuele. "Sono qui tutti i tuoi giovani?". Rispose Iesse: "Rimane ancora il più piccolo". Samuele ordinò: "Manda a prenderlo". "L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore".

Vangelo: Gv. 9,1-41

1. "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?"

Risente questa domanda della mentalità pagana del popolo: i valori sono la salute e il benessere. Chi li ha è benedetto da Dio, chi non li ha è un peccatore. Mentalità che già nell'AT veniva contestata: "L'uomo nella prosperità non comprende". Salmi, Giobbe, Qoèlet... erano già una reazione a questa stortura mentale.

Del resto la fatica educativa di Dio, attraverso i profeti, era stata proprio su questo versante.

Dio educa, "tira fuori" il popolo dal paganesimo: da uomini di "cose" a uomini di "rapporto", dall'avere all'essere. È la fatica dell'Esodo. Quando il popolo si accorge che la Terra Promessa non è tanto un luogo geografico, ma una situazione interiore, un rapporto nuziale con Dio (Es. 19), che genera rapporti nuovi con i fratelli, allora va in crisi.

Il sistema educativo di Dio ha sempre turbato il popolo.

Questa battuta dei discepoli è colorata, in definitiva, dalla mentalità di Massa e Meriba, dalla mentalità della generazione che cerca "segni", della generazione che va in crisi dopo il discorso alla sinagoga di Cafarnao.

Che cosa risponde Gesù?

È così perché si manifestino in lui le opere di Dio. C'è un progetto di Dio. Notizia fondamentale!

La sofferenza rimane segno della frattura, del peccato, non è voluta da Dio, ma nel piano della salvezza diventa occasione di manifestazione delle opere di Dio.

Assunta dal Verbo, la sofferenza non è più un assurdo, ma acquista valore salvifico. La sofferenza rimane un mistero, ma non è più un "incidente": fa parte di un progetto.

Dio entra in quella situazione e si manifesta. La sofferenza diventa allora occasione di "gloria".

2. "Va' a lavarti alla piscina di Siloe". Le acque di Siloe, nella Bibbia, sono le acque di Dio, le acque di Gerusalemme (vedi Is 8,6) che scorrono in silenzio...

Perché? Non poteva guarirlo senza passare da Siloe? Perché Naaman il Siro deve buttarsi sette volte nel Giordano? (2Re. 5). Perché Paolo deve essere guidato da Anania, perché deve passare attraverso la comunità di Damasco?

Perché devo passare attraverso la Chiesa? Questo è fondamentale: Dio lo si incontra sempre "mediatamente" ("sacramentalmente").

3. Versetto 18: "Ma i Giudei non vollero credere di lui che fosse stato cieco...". Chiudersi davanti all'evidenza e accusare Gesù perché viola il sabato (in realtà sono loro che vanno contro il sabato!) è peccare contro la luce, è rifiutare l'amore.

Gesù parlerà di un peccato imperdonabile, il peccato contro lo Spirito Santo: imperdonabile, perché è il rifiuto lucido del perdono, della misericordia. Nel dialogo gustoso tra il cieco nato e i capi del popolo viene fuori con particolare calore l'umorismo di Giovanni.

4. "Io credo, Signore!".E si prostrò dinanzi a lui. È il culmine di tutto. Per credere bisogna umiliarsi. Ciò che impedisce la fede è l'orgoglio: "Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri?" (Gv. 5,44). Chi è il cieco? Colui che dice "Io ci vedo". "Se foste ciechi...!" (9,41). Quale "meditatio"? Che cos'è per noi Siloe? Se non mi tuffo in Siloe, rimango nella cecità.

Domenico Macchetta

“Le luci del sabato”

 

 

"Va' a lavarti nella piscina di Siloe"

L'episodio del cieco nato è uno dei più vivaci fra quelli descrittici da san Giovanni; nello stesso tempo, però, è pieno di drammaticità perché intende simboleggiare lo stato di cecità in cui si trovano gli uomini, se Dio non viene incontro per aprir loro gli occhi e farli vedere. Ciò nonostante, ci saranno sempre dei "ciechi" che neppure Dio può guarire, perché non hanno consapevolezza di essere ciechi: anzi, presumono di vederci fin troppo bene!

È il peccato irremissibile dei farisei, su cui con molto tristezza si chiude l'odierno brano evangelico: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane" (Gv. 9,41).

Non è perciò il tema della "luce" che qui viene proposto, come abbiamo visto in altre Domeniche, ma il "contrasto" fra la luce e le tenebre che si fanno implacabile lotta fra di loro, come viene già accennato nel prologo del Vangelo: "La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta" (1,5).

"Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore"

E questo contrasto non è soltanto degli inizi della vita cristiana quando, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura, eravamo "tenebre" e per il Battesimo siamo diventati "luce nel Signore" (Ef. 5,8), ma è un fatto permanente e si estende ad ogni momento della nostra esistenza.

Di qui il suo invito a comportarci "come figli della luce" e a "fugare le opere delle tenebre", denunciandole e condannandole dovunque si trovino e da chiunque siano fatte (Ef. 5,8-11).

Il contrasto fra luce e tenebre in tal maniera si allarga, perché abbraccia anche la "denuncia" delle opere "tenebrose", che il più delle volte vengono programmate ed eseguite proprio nella clandestinità, "in segreto" (v. 12), sia per timore della pubblica condanna, sia per agire indisturbatamente e compiere maggiori disastri.

Se le cose stanno così, si allarga però anche la responsabilità dei cristiani, ai quali non basterà più essere personalmente, con le loro opere, i "testimoni" della luce, ma dovranno anche essere voce "profetica" che denuncia senza paura le iniquità del mondo, soprattutto quando venissero ammantate con le apparenti motivazioni della bontà, della convenienza, della necessità, dell'arte e perfino del progresso. Si pensi a certe libertà sessuali, a certi spettacoli, alla legalizzazione dell'aborto, a certe violenze, a certi cattivanti schemi politici, ecc.

D'altra parte, il cristiano non può sottrarsi a questo servizio, indubbiamente scomodo e necessariamente anche polemico, di annunciatore e testimone della "luce". Dovrebbe rinunciare al suo Battesimo, che è essenzialmente una chiamata alla luce, anzi, una specie di "risurrezione" da morte a vita per camminare nella luce, come ci ricorda la finale del brano paolino: "Per questo sta scritto: "Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà" (v. 14).

Pur contenendo vaghi riecheggiamenti ad Isaia (60,1 e 26,19), questa citazione è quasi certamente ripresa da un antico inno cristiano che doveva essere utilizzato nella Liturgia battesimale. A imitazione di Cristo, i discepoli fanno nel Battesimo un'esperienza di passaggio dalla morte alla vita e "dalle tenebre alla luce": esperienza che deve essere testimoniata lungo tutta la loro esistenza, così come è avvenuto per Cristo che, una volta "risuscitato dai morti, non muore più" (Rm 6,9).

"Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita..."

Ma vediamo di esaminare un po' meglio, sia pure per rapidi tratti, il lunghissimo brano evangelico, descrittoci con toni altamente drammatici da Giovanni.

Letterariamente è una composizione perfetta, con una progressione molto calibrata di affetti e di sentimenti, di reazioni e di contrasti. Prima si descrive il miracolo del cieco nato, fatto con estrema sobrietà: "Passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita... sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Siloe (che significa 'Inviato')". Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva" (9,1.6-7).

La domanda degli Apostoli sulla eventuale colpa di quella situazione di cecità serve più che altro a richiamare l'attenzione sulla "manifestazione" della gloria di Dio nel gesto di bontà e di potenza che Gesù sta per compiere (vv. 2-3).

Quindi seguono in rapida successione diversi interrogatori, tendenti a decifrare, più che la stessa oggettività, il "significato" del segno operato da Cristo: il cieco viene prima interrogato dalla folla (vv. 8-12), quindi dai farisei (vv. 13-17); segue l'interrogatorio dei genitori (vv. 18-23), e ancora una volta dello stesso cieco nato (vv. 24-34). La scena si conclude con l'incontro del cieco con il suo guaritore e con la confessione di fede: "Io credo, Signore!", a cui segue un commento molto amaro di Gesù (vv. 35-41).

Tutto il racconto è disposto in modo da far emergere due atteggiamenti antitetici davanti al medesimo fatto: l'atteggiamento del cieco nato, che lentamente arriva alla "illuminazione" totale, che non è quella fisica soltanto, ma soprattutto quella spirituale; l'atteggiamento dei farisei e di quelli che più generalmente Giovanni chiama i "Giudei", i quali si ostinano, nonostante le reiterate affermazioni della veridicità del fatto, a negarne l'evidenza e a riconoscervi il segno della presenza del divino. Mentre il cieco, "desideroso" di vedere, ottiene la luce, i pretesi "veggenti", che si illudono di sapere tutto su Dio e la sua legge ("Noi siamo discepoli di Mosè!": v. 28), diventano ciechi!

In tutto questo, come vedremo, si esprime il "giudizio" di Dio sulle intenzioni più segrete degli uomini.

La fede come "luce"

Nell'atteggiamento del cieco nato san Giovanni intende descrivere il normale itinerario di fede del cristiano con tutte le sue asperità, apparenti assurdità e contraddizioni. Si pensi semplicemente a quello strano gesto di Gesù di spalmargli gli occhi con il fango fatto con la saliva: in fin dei conti, dal punto di vista igienico, poteva essere proprio quello il modo di far perdere la vista a chi l'aveva! Eppure il cieco crede, va alla piscina di Siloe a lavarsi e ci "vede".

Quasi certamente qui c'è un rimando all'episodio della guarigione dalla lebbra di Naaman il Siro ottenuta mediante l'immersione per sette volte nelle acque del Giordano (2 Re 5). Non è che l'acqua, o di Siloe o del Giordano, sia prodigiosa: è la fede nella parola di Dio o del Profeta che la rende tale!

La fede non solo accetta l'incredibile, ma vince tutte le ostilità e la falsa logica degli uomini. Il cieco nato si trova tutti contro: persino i genitori, che pure conoscevano benissimo la sua condizione, hanno paura di compromettersi davanti ai Giudei (v. 22) e rimettono ogni responsabilità al figlio: "Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso" (vv. 20.21).

Tutte le difficoltà vengono sollevate per indurlo a negare quella che, per lui, era l'evidenza: "Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato". Altri dicevano: "Come può un peccatore compiere tali prodigi?"... "Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore" (vv. 16.24).

Come si vede, la lotta non è intorno a un fatto, a cui in fin dei conti si poteva sempre dare una qualche spiegazione, quanto attorno a Gesù: è lui che dà fastidio, è lui che crea "dissensi" (v. 16), è lui che obbliga a prendere posizione. Non si tratta di essere per il miracolo o contro il miracolo, ma "per" Cristo o "contro" Cristo, con tutte le conseguenze che l'accettare Cristo comporta.

Ma anche tutte le difficoltà vengono puntualmente dissolte dal cieco che era stato guarito, senza grandi disquisizioni o sottili ragionamenti, ma con la chiarezza delle cose semplici le quali, appunto perché tali, forse non vengono prese in considerazione dai così detti "sapienti", che potrebbero essere anche i teologi di ieri e di oggi! "Allora lo insultarono e gli dissero: "Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia". Rispose loro quell'uomo: "Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla" (vv. 28-33).

È interessante anche notare il progressivo "chiarificarsi" della fede del cieco nato: facendo riferimento a Gesù nei successivi interrogatori che gli vengono fatti, da principio egli è per lui semplicemente "quell'uomo che si chiama Gesù" (v. 11), quindi "un profeta" (v. 17), inviato "da Dio" (v. 33). Infine, nell'incontro a solo con lui, lo confessa come "Signore": "Gesù, saputo che l'avevano cacciato via, e incontratolo gli disse: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui". Ed egli disse: "Io credo, Signore!". E gli si prostrò innanzi" (vv. 35-38).

A questo punto la fede è completa: il cieco nato finalmente "vede" in senso totale, perché non solo ha riacquistato la vista fisica, ma soprattutto perché è capace di cogliere in "quell'uomo che si chiama Gesù" una dimensione divina, non percepibile all'occhio della pura e semplice intelligenza: "il Signore" della gloria, il "Figlio dell'uomo" che giudicherà il mondo, secondo la profezia di Daniele (7,13-14).

"Io sono venuto in questo mondo per giudicare..."

Per i Giudei, invece, Gesù rimane semplicemente "un peccatore" (v. 24), che ha violato il sabato perché "aveva fatto del fango e aveva aperto gli occhi a un cieco" (v. 14); di lui "non si sa di dove sia" (v. 29), e perciò non può venire da Dio. Essi non riescono a vedere quello che vede il cieco nato, perché non si sottopongono al "giudizio" di Dio che scardina i ragionamenti umani e può rivelarsi come a lui piace. Forse che è indegno di Dio rendere la vista ad un cieco, anche se di sabato? Non è forse il "sabato" il giorno del Signore per eccellenza, in cui egli può manifestare anche più potentemente la sua benevolenza verso gli uomini?

I "ciechi" veri sono perciò i Giudei che non riescono a vedere la presenza di Dio in Cristo, e lo respingono addirittura come "peccatore".

E non riescono perché non vogliono: perciò la loro cecità è colpevole. In questo c'è già un "giudizio" di condanna da parte di Dio. È quanto Gesù afferma a conclusione di tutto l'episodio, mettendo in evidenza il dramma che si svolge nel cuore di ogni uomo di fronte a lui: "Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi" (v. 39).

Abbiamo qui l'eco di una frase di Gesù all'inizio del racconto: "Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo" (v. 5). E precedentemente aveva anche detto: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (8,12). Davanti alla luce basta aprire gli occhi per vedere e lasciarsi immergere nella luminosità. Soltanto chi chiude gli occhi rimane nelle tenebre; ma la colpa è tutta sua. E questa è precisamente la condanna, "il giudizio" che egli, più che Dio, pronuncia su se stesso.

Il Battesimo come "illuminazione"

Tutti gli studiosi riconoscono che in questo brano Giovanni, oltre che descriverci un fatto realmente accaduto, ci vuole istruire sugli effetti del Battesimo nella vita del cristiano: come nella fontana di Siloe il cieco ha riacquistato la vista, così il cristiano riceve nelle acque del Battesimo la sua "illuminazione", per cui accetta e confessa Cristo come "Figlio di Dio" e "Signore", e considera tutte le cose e il senso stesso della vita in un'altra luce.

Già la Lettera agli Ebrei presenta il Battesimo come "illuminazione" (6,4; 10,32; cf Ef 5,14). La tematica è ripresa ampiamente dai Padri, fra i quali ci piace citare Clemente Alessandrino: "Battezzati, noi siamo illuminati e diventiamo figli di Dio, riceviamo un dono perfetto e possediamo l'immortalità... Noi, i battezzati, liberati dai peccati, la cui oscurità faceva ostacolo allo Spirito Santo, abbiamo l'occhio dello spirito libero, trasparente, luminoso...".1

Anche il nome della piscina, in cui è avvenuta la guarigione del cieco, è significativo per Giovanni. "Siloe", infatti, in ebraico vuol dire "inviato" (v. 7), che l'Evangelista evidentemente riferisce a Cristo qual Messia, "inviato" dal Padre: non è l'acqua che guarisce, ma Cristo! In realtà, però, la forma ebraica è più attiva che passiva: non colui che è inviato, ma "colui che invia" (con evidente riferimento al canale che alimentava la fontana di Siloe). E anche Cristo è "colui che invia" i suoi discepoli ad "annunciarlo" al mondo!

Il Battesimo è una grande "illuminazione", che non possiamo però tenere per noi: esso ci "invia" a tutti gli uomini, per partecipare anche a loro un po' della nostra luce, perché anch'essi imparino a vedere gli altri uomini, le cose, gli avvenimenti, con gli "occhi" stessi di Dio, cioè con gli occhi della fede.

Perché rimane sempre vero quello che leggiamo nella prima lettura, che ci descrive l'elezione di Davide a re d'Israele: "L'uomo guarda l'apparenza, il Signore guarda il cuore" (1Sm. 16,7).

Settimio Cipriani

"Convocati dalla Parola" (+)

 

 

La sete del mondo

Percepiamo oggi un diffuso e da più parti riconosciuto bisogno di guide, di uomini carismatici che, ricchi di visione e di ideali, rappresentino un punto di riferimento forte e rassicurante. Appaiono sempre più precari e inaffidabili i curricoli, i titoli ufficiali di candidati che, alla prova dei fatti, rivelano orizzonti miopi, generano insicurezza e più spesso seminano sconcerto e delusione. Il tessuto sociale e civile si lacera, si moltiplicano profeti minori che si presentano come liberatori e innovatori e lo sconcerto generale polverizza e frantuma le giuste aspettative della gente. Ci si sente assaliti da una miriade di proposte che, alla prova dei fatti, generano sfiducia. Ci sentiamo in qualche modo rappresentati dal cieco nato e vorremmo poter dire con lui: "Ero cieco ed ora ci vedo". Per lui è stato determinante l'incontro con un uomo, una guida autorevole, osteggiata dal potere ufficiale, da cui ha ricevuto il dono della luce. E' una luce che viene donata, una luce sfolgorante che viene dal cuore.

Oltre le apparenze

La dialettica tra ciò che appare esternamente e ciò che è vero al di là delle apparenze è al centro del brano dal primo libro di Samuele che viene letto oggi: "Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l'ho scartato, perché non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore". Sono le parole di Dio in riferimento a colui che dovrà essere re di Israele. Lo sguardo di Dio raggiunge la sostanza profonda della persona e non viene deviato dagli accidenti, da ciò che si vede e si constata con chiarezza dall'esterno. Lo sguardo di Dio mira al profondo, ci raggiunge nell'intimo della nostra mente e del nostro cuore e non è possibile deviarlo, impedendogli di svelare noi stessi a noi stessi.

Possiamo leggere nelle parole di Dio una salutare provocazione e un pressante e rassicurante invito. La provocazione mira a denunciare la banalità e i luoghi comuni che determinano una sorte di luce amorfa che tende ad avvolgere tutti: la preoccupazione spasmodica per la propria immagine, la convinzione pragmatica che ad ognuno basta la sua verità, l'insistenza patologica sul proprio benessere e la propria autorealizzazione. E così si smorzano i guizzi, i bagliori, la luce piena con tutta la sua penetrante energia. Le apparenze, le convenienze, i bisogni indotti, occultano il cuore, lo comprimono e rischiano di atrofizzarlo. La Parola contiene oggi un invito forte, forse anche accorato, a non accontentarsi di una luce grigia, ma di puntare ad uno sguardo profondo, penetrante come l'occhio di Balaam, che ci aiuti a raggiungere e a sbaragliare le nostre oscurità, addirittura la nostra cecità.

Vedere e non vedere

La dettagliata narrazione della guarigione del cieco nato del capitolo 9 di Giovanni va tuttavia considerata nel suo insieme per poterne raggiungere il nucleo più profondo. Giovanni sviluppa, con il suo stile a cerchi concentrici proponendo e poi riprendendo il tema, la dialettica tra il vedere e il non vedere. In questo siamo nella stessa linea del brano del libro di Samuele: vedere e credere di vedere. Possiamo anche individuare, senza forzare troppo il testo, una sorta di "nobile ironia": un cieco che ci vede davvero e tanti vedenti che sono ciechi e tali vogliono rimanere. Un cieco che evidentemente riconosce un handicap che lo condiziona dalla nascita e i sapienti ufficiali che non riescono a vedere al di là della loro posizione sociale, del loro potere, dei loro privilegi. Giovanni ci propone la buona notizia di Gesù che dona la vista vera, ribadendo in tanti modi i due livelli di lettura: quello del vedere fisico e quello del non vedere spirituale. Ecco i due atteggiamenti: "Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla" e "Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?".

Consentiamo che la dialettica di Giovanni ci raggiunga e ci faccia riflettere sul nostro vedere e non vedere. Il cieco sa di non vedere e apprezza il dono ricevuto e chi gliel'ha fatto. I Farisei si trincerano nella loro rassicurante verità e sfuggono a ciò che è palese, negando l'evidenza. Emotivamente siamo tutti per il cieco nato, ma, alla prova dei fatti, più spesso siamo rappresentati dalla sicumera e dalla sfrontatezza dei Farisei. Possiamo ricevere un dono soltanto se lo riconosciamo come tale e lo apprezziamo. E di una luce che illumini e riscaldi il cuore e la mente certamente sentiamo tutti il bisogno!

Figli della luce

Nelle parole di Paolo cogliamo una conferma dell'invito pressante che abbiamo percepito e analizzato: "Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità".

Paolo in fondo sillaba e svela allo stesso tempo i miracoli che la luce di Dio può operare in noi se non ci avvitiamo su noi stessi, applicando a noi il monito accorato di Gesù: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane".

Vale la pena affidarci alla rassicurazione di Paolo: "Cristo ti illuminerà".

"La vita è una grande avventura verso la luce" (Paul Claudel).

don Gianni Mazzali sdb

 

 

"Luce del mondo"

1. "Gesù passando vide" (9,1)

La pagina di Giovanni in questa quarta settimana di quaresima mi coinvolge in prima persona.

Un motivo c'è: l'evangelista non si ferma al miracolo. Dà a questo evento straordinario solo un paio di versetti a fronte dei 40 che sono davanti ai nostri occhi.

Vuole entrare dentro ai nostri occhi perché abbiano a vedere Gesù e farci sentire "Figli della luce".

Quasi per incanto una accorata invocazione sgorga dal mio cuore:

O Gesù

. Tu sei la luce che illumina ogni uomo

e metti in fuga la notte dentro di noi (Gv. prologo 1,1)

Ma io ti ho chiesto di donarmela?

. Tu sei la luce del mondo. Ma io sono pronto a riceverla nel mio mondo senza luce?

. Tu accendi i miei spenti occhi

ma sarò in grado di vedere in modo nuovo

Te, la vita mia, il prossimo?

Lascio cadere nel vuoto i miei ostinati interrogativi

che mi impediscono di vederti.

Donami la tua luce,

fa' cadere le tenebre delle mie paure,

allontana dai miei occhi ogni ombra di dubbio.

Non mi accontento di vedere,

voglio vederti, seguirti, amarti.

O Gesù, non perdermi di vista

continua a guardarmi.

2. Gli occhi di Gesù: che effetto fanno?

Gli occhi di Gesù parlano, creano, commuovono, sorprendono, risplendono, trasfigurano, cambiano i cuori, ridanno vita, moltiplicano energie.

- Quando lo sguardo di Gesù cade su Pietro nella malaugurata serata del tradimento, gli occhi dell'apostolo si gonfiano di lacrime in uno sconsolato sfogo di amaro pianto.

- Quando gli occhi di Gesù si incrociano negli occhi del buon ladrone il cielo si apre sopra di lui pronto ad accoglierlo.

- Quando dall'alto della croce Gesù rivolge la sua luce ai piedi della sua stessa sofferenza illumina sua Madre perché accolga in pienezza come seconda maternità l'umanità intera e invita Giovanni e noi tutti ad essere la degna dimora sua e di sua madre.

La liturgia di questa quarta domenica ci fa capire che il cieco nato non solo vede, ma - questo è il grande dono della fede - vede Gesù vero Dio e vero uomo.

Questa è la notizia da diffondere.

Questa è la gioia da vivere.Questa è la verità da conoscere.

3. Lo sguardo di Gesù

- Lo sguardo di Gesù è MAGNANIMITA'

Sua è l'iniziativa di guarire

Suo è il gesto creativo di "spalmare il fango sugli occhi del cieco"

Suo è l'invito alla collaborazione: "va' a lavarti nella piscina di Siloe" (9.5)

- Lo sguardo di Gesù è saggezza.

Come Maestro apre gli occhi ai suoi discepoli liberandoli dall'equivoco: sono cieco, lebbroso, paralitico, dunque peccatore.

Spezza per sempre il rapporto di causa ed effetto tra la malattia e la colpa (9.2)

- Lo sguardo di Gesù è mitezza (misericordia).

- non reagisce alla patologia di chi non Gli vuol bene.

- non risponde a chi non accetta la sua Parola e la sua Verità.

I farisei, gli scribi sono i sordi e i ciechi (9.13-23)

- Lo sguardo di Gesù è pazienza.

- concede al cieco nato tutto il tempo necessario per portarlo passo dopo passo alla piena adesione.

Quattro i gradini della testimonianza del cieco:

"E' un uomo" 9,11.

E' un profeta 9,17.

E' figlio dell'uomo 9,34.

E' il Signore 9,38.

- Lo sguardo di Gesù è umiltá'.

- Si fa servo di chi soffre.

- si fa vivo per chi non può contemplare la bellezza del creato.

- si fa amare da chi ancora non lo ha incontrato.

- si fa luce con chi è pronto a riceverlo.

- Lo sguardo di Gesù è adorazione.

- In ognuno di noi vede ciò che l'amore del Padre compie.

- In tutti vede e contempla l'immagine di Dio.

- Dovunque volga il suo sguardo vede noi "figli della luce".

"Svegliati, tu che dormi risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà" (Ef. 5-14)

don Arnaldo Scaglioni sdb

 

 

Il bambino teme il buio e l'adulto la luce

Nel Vangelo odierno Gesù dona la vista a un cieco dalla nascita, lo fa passare dalle tenebre alla luce.

Tenebre e luce è un contrasto tra i più forti in natura. Noi colleghiamo spontaneamente le tenebre alla morte, e la luce alla vita: di uno che nasce diciamo che "è venuto alla luce", e di uno che muore diciamo che "si è spento".

* Il tema della luce contrapposta alle tenebre è presente nella Bibbia fin dalla prima pagina. Nel racconto della Creazione si legge che Dio creò la luce, non le tenebre. "Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre" (Gn. 1,3-4). Viene da dire un po' ingenuamente che fin dall'inizio Dio era dalla parte della luce, simpatizzava per la luce. E vedete quel filosofo antico, Platone, sosteneva: "La luce è l'ombra di Dio".

* Poi Giovanni nel prologo del suo Vangelo (1,4-5) ha presentato Gesù come "luce degli uomini", e indicato l'esito del contrasto: "La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno vinta". Sempre nel suo Vangelo Giovanni ha riportato le parole esplicite di Gesù: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (8,12).

Il cieco nato e la luce del mondo

Ed ecco il racconto di oggi: il cieco nato è nelle tenebre da sempre, e incontra Gesù luce del mondo. Crede in lui, e diventa capace di vedere non solo le cose materiali ma anche le realtà dello spirito.

* Nel racconto c'è però quella strana domanda: "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?" La gente allora pensava: se questo tale è nato cieco, si tratta di una punizione di Dio per qualche peccato commesso da qualcuno. Se non lui, chissà, forse prima i suoi genitori… Esisterebbe dunque un legame tra il peccato e i difetti fisici, un rapporto causa-effetto.

Una concezione tenace nel tempo, che lega ciò che è sano e bello a ciò che è buono, e lega ciò che è malato e brutto a ciò che è cattivo. È viva in qualcuno ancora oggi: perfino nei fumetti, nelle telenovele e nei film, se uno è bello e sano è anche buono, ma se è cattivo di solito è anche brutto. Deforme. O fortemente antipatico.

Questa persuasione ingenua, comune di allora, era fortemente creduta anche dai farisei. Diranno con disprezzo al cieco guarito da Gesù: "Sei nato tutto nei peccati, e insegni a noi?".

Ma Gesù ha fatto piazza pulita di questo assurdo modo di pensare, dicendo chiaro che colpevole non era "né lui né i suoi genitori".

* Intanto il cieco nato si è accostato a Gesù col cuore ben disposto, viene guarito, e passa dalla cecità alla visione, dalle tenebre alla luce. Acquista la fede e diventa discepolo. Al contrario, i farisei hanno gli occhi aperti ma non vedono chi è Gesù. Non lo riconoscono. Rifiutano la luce del mondo, e perciò restano nelle tenebre.

* Chiaro che luce e tenebre, cecità e vista, sono simboli, che rimandano al mondo dello spirito. Di fatto con Gesù l'umanità passa da una ristretta visione del mondo, limitata a cose squadrate, grevi e pesanti, a quella ampia e senza confini della rivelazione di Dio.

Ora, con Cristo, si tratta per ogni uomo di aprire gli occhi. Anzitutto sulla verità centrale della fede, che cioè Dio è Padre, ama le sue creature, e dona loro la via eterna. Poi tocca agli uomini trarre le conseguenze: che cioè sono figli e fratelli, chiamati a vivere di fede, nella speranza, e con amore.

Chi è più buffo?

I cristiani vedono così, nella pienezza della luce portata da Cristo, motivi di ottimismo e di gioia.

San Paolo - abbiamo sentito nella Seconda Lettura - diceva agli Efesini: "Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore!". Suggeriva: "Comportatevi perciò da figli della luce". E spiegava: "Il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità".

* Semplice. Troppo semplice, perché tutto ciò càpiti normalmente. Molti cristiani non ce la fanno a vivere così. Quante situazioni di cecità e di fallimento. Molti - che pure vedono bene le cose materiali, le auto, gli assegni, i telefonini - restano poi al buio, procedono a tentoni, hanno una conoscenza deformata nel mondo della fede.

A molti adulti manca la forza di condurre una vita coerente con i propri valori. Ha detto Gesù: "Chiunque fa il male odia la luce" (Gv. 3,20). Succede che si cerca il buio, o almeno la penombra, in cui rifugiarsi e mimetizzarsi. Col favore delle tenebre si passa non visti, si può compiere il male indisturbati. Diceva la saggezza dei proverbi popolari: "La notte è il mantello dei ladri. Di notte i galantuomini si ritirano, ed escono le birbe. Chi va di notte busca le botte".

* Invece, come sono più limpidi e trasparenti i bambini. Essi fuggono il buio, ne hanno paura. Però si trovano a loro agio nella luce. Stanno bene di fronte a Dio, perché hanno l'anima limpida, la coscienza di bucato.

Ecco allora la domanda imbarazzante per i cristiani adulti che possiedono la luce della fede. Chiedeva il pediatra americano Michael Freehill: "Chi è più buffo: il bambino che ha paura del buio, o l'adulto che ha paura della luce?"

Enzo Bianco, sdb

 

 

«Del cieco nato»

v. 1 - La narrazione comincia con gli elementi della vocazione, che si esprime con tre verbi: passò, guardò, chiamò.

Così incominciano il brano della vocazione di Levi i due primi sinottici (Mc. 2,14; Mt. 9,9); anzi Mc 1,16 riporta questa espressione anche all’inizio della vocazione dei primi discepoli.

«cieco dalla nascita»: si noti come per ben otto volte si insista sul fatto che fosse un uomo nato cieco.

v. 2-I discepoli esprimono, nella loro domanda, un’opinione popolare: era una salda credenza giudaica che ogni disgrazia fosse il castigo del peccato, e che i peccati dei genitori potessero essere puniti nei loro figli (cf. Es. 20,5; Dt. 5,9).

È anche possibile che i discepoli fossero convinti che l’uomo potesse aver peccato prima di nascere, nel seno di sua madre, come ritenevano alcuni rabbini del tardo giudaismo; in alcuni passi dell’A.T. si fa riferimento implicito allo stato di miseria e di peccato della creatura ancor prima della nascita, cf Gb 14,4 e Sal 51,7. È possibile che abbiano ragionato nel modo seguente: può darsi, data la prescienza di Dio, che il castigo sia stato inflitto per dei peccati futuri che sarebbero stati commessi nel futuro.

Una mentalità giustizialista (solo allora?) frutto della misconoscenza della Bontà divina, e del moralismo che vedeva il bene e dunque il benessere, ed il male e dunque le punizioni.

I discepoli chiedono al Signore che decifri la casistica: è cieco perché punito del peccato dei genitori, oppure suo.

Nell’A.T. era escluso che il peccato dei padri potesse ricadere sui figli, ed Ezechiele consacra un lungo capitolo a stabilire questo dato fermo (Ez. 18,1-32), ribadendo la Volontà del Signore: «Avrò forse Io piacere della morte dell’iniquo - parla il Signore Dio! - o piuttosto che egli si converta e viva?».

In altro contesto, Gesù stesso avverte che gli uccisi dalla strage fatta da Pilato nel tempio, o i travolti dalla torre di Siloe, non erano più colpevoli di altri (Lc. 13,1-5), richiamando però alla conversione.

v. 3 - La puntuale risposta di Gesù non può che escludere che questo male, la cecità, sia causata dal peccato morale del cieco o dei genitori, contrastando con il parere comune (vedi v. 34) e applicando il detto di Ger. 31,29-30.

Poi conclude: il fatto che si vede adesso è disposto affinché si manifestino le opere divine in lui. Il «segno» che segue è quindi «segno» della Gloria divina, la cui manifestazione finale è la Resurrezione di Cristo stesso, la massima opera del Padre con lo Spirito. Così sarà anche per Lazzaro (11,4).

v. 4 - Gesù aggiunge la spiegazione: «Dobbiamo compiere» il plurale implica che vi sono inclusi anche i discepoli, i quali compiono le opere di Gesù e quindi di Dio (cf. Gv. 14,12).

«finché è giorno» l’immagine è ricordata ancora in 11,9-10 ed è applicata al breve tempo della decisione di fede in 12,35-36.

Il «giorno» è la vita terrena di Gesù, in cui deve compiere la missione ricevuta dal padre.

Il tempo è poco e deve essere impiegato per intero, poiché quando viene inevitabilmente la notte, non si può operare più.

È il supremo richiamo alla brevità del tempo concesso.

v. 5 - La rivelazione sale di tono; adesso Gesù annuncia per la prima volta che mentre sta nel mondo, è la «Luce del mondo», come farà ancora (8,12; 12,35), come è proclamato del Verbo (1,4.9).

vv. 6-7 - Alle parole fa seguire una strana operazione, che sa di stregoneria. Con saliva e terra fa un impasto e lo applica sugli occhi del cieco.

Fa così anche con altri infermi (cf. Mc. 7,33; 8,23; Mt. 9,29), però nello stesso caso si serve del tocco della sua mano divina. Che significa questo gesto?

Non si tratta di medicamenti di stregoneria; anzi Gesù peggiora la cecità ricoprendo gli occhi con uno strato spesso di fanghiglia.

Tutto questo perché sia chiaro che il cieco è guarito solo per la sua Parola: «Va e lavati», che richiede una fede obbediente.

Nell’A.T. il profeta Eliseo al lebbroso Naaman siro aveva ordinato un’azione analoga: doveva andare a lavarsi nel fiume Giordano, per ottenere la guarigione (2 Re 5,10). Per alcuni Padri, tra i quali soprattutto sant´Ireneo, il fango fatto con la saliva potrebbe avere valore simbolico in riferimento alla creazione del primo uomo; in tale spiegazione si alluderebbe alla nuova creazione operata dal Verbo incarnato (cf. Lett. 80,1-5 di sant’Ambrogio, vescovo)

Giovanni nel suo racconto accentua molto il fatto che il Maestro fece del fango; in effetti ne parla ben 4 volte (vv. 6.11.14s).

Secondo la casistica farisaica, questa azione era proibita nei giorni festivi; l’evangelista vuol sottolineare che Gesù ha trasgredito realmente la legge del riposo sabatico, almeno secondo i giudei.

Da notare che in «spalmò il fango sugli occhi» il verbo significa letteralmente «unse» (anche v. 11). Ricordiamo che l’unzione faceva parte del rito battesimale sin dai primissimi tempi cristiani.

Il luogo d’invio è la «piscina di Sìloe»; l’evangelista stesso ne dà l’interpretazione in senso cristologico: «è l’inviato». È un luogo ben noto, storico; la piscina inferiore era scavata in direzione sud-est del tempio, allo sbocco di un canale superficiale che portava l’acqua dalla fonte di Ghicon all’interno della città.

In seguito sappiamo che il re Ezechia (720-692 a.C.) nel 701 a.C per difendere Gerusalemme, nella guerra con il re assiro Sennacherib, interrò il canale costruendo una galleria (2 Re 20,20). I preparativi di Ezechia sono ampiamente descritti in 2Cr. 32,3-5.30. Il nome ebraico è Shaliah, aramaico shliha’, «canale emittente» e simbolicamente «inviato» (cfr apostolo); un rotolo di rame, trovato a Qumran (3Q15 XI,7), parla in questo senso della piscina di Siloè. Gesù è l’inviato per eccellenza (cf 6,29; 10,36; ecc.).

«Piscina», greco kolymbḗthran, ancora oggi per la Chiesa greca significa anche «fonte battesimale».

Al cieco il Signore fa la medesima operazione che Isaia fece sull’ulcera di Ezechia, su cui applicò un impasto di fichi (2Re. 20,7) per dimostrare che il Signore sa guarire anche contro i medicamenti popolari.

Il cieco, obbedisce, và, è guarito lavandosi gli occhi, e torna con la vista perfetta.

L’«aprire gli occhi ai ciechi» era già nell’A. T. un gesto dai connotati messianici (cf. Is. 6,9-10; 29,9-12; 35,4) e Gesù si presenta come il "giorno", come la luce che rischiara le tenebre dell’umanità. Significativo è anche il fatto che il cieco debba lavarsi gli occhi a Sìloe, la fonte della festa delle Capanne, la sorgente cantata da Isaia (8,6-7) come simbolo del Signore e della sua protezione. Essa, infatti, scorre lievemente ed è ben diversa dalle acque prorompenti dei grandi fiumi come il Tigri, il Nilo, l’Eufrate, che incarnano l’orgoglio delle potenze e dei loro eserciti. L’evangelista prosegue mette l’accento sul particolare del nome, caricandolo di significato spirituale: Sìloe, che in ebraico di per sé significa «inviante», cioè «emissione» d’acqua diviene per Giovanni, forzando l’etimologia, «inviato».

Questa visione cristologica verrà poi sviluppata da S. Agostino che scriverà: il cieco non lava i suoi occhi in una qualsiasi sorgente ma nelle acque simbolo di Dio, anzi del Cristo stesso, l’Inviato del Padre, come spesso si ripete nel IV Evangelo (3,17.34. 5,36.38 ecc.). Il cieco passa così dalla tenebra alla luce attraverso il passaggio nell’acqua purificatrice che è Cristo. Ecco, per un’altra via il riferimento battesimale che pervade tutto il c. 9.

«Và»: att. imperativo presente.

vv. 8-11 - È narrata ora con vivacità la reazione della folla al prodigio della guarigione del cieco nato.

Due sono i problemi sollevati in questi versetti: l’identità del miracolato e il modo con il quale è stato guarito; queste due questioni saranno al centro degli interrogatori del cieco e dei suoi genitori, anche da parte dei farisei.

Le risposte della folla sono contraddittorie e il cieco deve riaffermare che è proprio lui; come questo avvenne, il guarito risponde narrando fedelmente i fatti.

v. 12 - Alla domanda «Dov’è questo tale?» il guarito non può che rispondere: Non lo so; è l’ignoranza della fede, come in altri passi (Gv. 1,31.33).

Il cieco pur intuendo il mistero della persona di Gesù non ha ancora maturato la sua fede, per lui Gesù è ancora un uomo, anche se straordinario; tra breve farà il salto qualitativo, riconoscerà in Gesù il profeta che viene da Dio (v. 17), e il Figlio dell’uomo, nel quale si rivela il Padre (v. 35ss).

vv. 13-17 - Il cieco ora deve ripetere (e lo fa sintetizzando al massimo gli elementi del prodigio) la sua deposizione dinanzi ai tutori della legge, che, ciechi spiritualmente, considerano solo la non osservanza del sabato, dimenticando di riflettere sui «segni» che Gesù operava (Gv. 2,23-25; 5,1-18).

Il precetto divino del sabato era sacro, il massimo nella Legge, e dunque inviolabile (Es. 20,8); osservarlo significava mostrarsi fedeli.

La legislazione del sabato si fece via via sempre più minuziosa, tale da imporre innumerevoli divieti (cf. Es. 35,1-3; Nm. 15,32-36; leggi da "L’ambiente storico Culturale delle Origini Cristiane" di Romano Penna, "Shab. 7,2" pag.46) .
Nonostante l’affermazione del primo gruppo di farisei, rimane il fatto incontestabile del segno straordinario, compiuto da un trasgressore della legge; per cui altri farisei obiettano ai loro colleghi.
A motivo del dissenso fra i due gruppi dei tutori ed interpreti della legge, qualcuno si rivolge al cieco guarito per ascoltare il suo parere.

Ecco un altro esempio di fine ironia giovannea: i dotti farisei, coloro che scrutano la Scrittura giorno e notte, non sanno risolvere l’enigma e si rivolgono all’ignorante miracolato, il quale fa prontamente la sua professione di fede: «È un profeta!».

Degna di attenzione è la serie, progressiva ed ascendente, dei titoli attribuiti a Gesù dal cieco nato: comincia col riconoscere in Lui uno che fa semplicemente dei miracoli (cf v. 15), poi un «profeta» (cfr. v. 17), «uno che fa la volontà di Dio» (v. 31), che è «da Dio» (v. 33).
vv. 18-23 - Non arrendendosi all’evidenza dei fatti si richiedono ulteriori prove; vengono chiamati i genitori del cieco perché si dubita dell’identità del miracolato. I genitori confermano che il loro figlio era cieco ed adesso è guarito; sul modo della guarigione non si pronunciano, e rimandano ad interrogare direttamente il figlio, ha l’età sufficiente per rispondere (= è maggiorenne e per la legge giudaica la sua parola ha dunque valore giuridico).

«chiedetelo a lui»: (lett. interrogate lui) att. imperativo aoristo che ordina di dare inizio ad un’azione nuova.

Desta stupore la freddezza dei genitori del miracolato; la scena ha dell’inverosimile, non una esclamazione di gioia, non una espressione di riconoscenza per l’eccezionale prodigio di cui è stato oggetto il loro figlio.
Il terrore della scomunica dalla sinagoga era grande (cf. 7,13; 12,42; 19,38; Nicodemo va di notte da Gesù per non farsi notare, 3,2); la cospirazione contro Gesù era già stata stabilita (7,45-52).

vv. 24-25 - Nella successiva udienza alla sicurezza legale dei giudici si contrappone la semplice realtà del fatto, presentata con sapiente intelligenza dal cieco nato.

«Da’ gloria a Dio»: (imperativo aoristo positivo) è una formula che costituisce l’interrogato in solenne giudizio (cf. Gios. 7,19; 1Sm. 6,5; Ger. 13,16; Mal. 2,2; Lc. 17,18; At. 12,23).

Segue la dichiarazione che vorrebbero far sottoscrivere al cieco nato; ma egli non abbocca all’amo. La risposta del guarito è abile: non sa nulla se il guaritore sia peccatore, sa solo che adesso ci vede (contra factum non valent argumenta).
vv. 26-27 - Il tribunale si ostina, la ripetizione del racconto mira infatti a cogliere delle contraddizioni per poter negare il fatto.

Il cieco guarito si è accorto che i nemici del Maestro vogliono trovare un pretesto per condannarlo; perciò li provoca per costringerli a smascherare le loro intenzioni.

vv. 28-29 - L’ex cieco ha colto nel segno, ora non sussistono più dubbi: la risposta è l’ingiuria, quella di chi non ha ragione. Rileviamo in questa risposta, tutto il disprezzo per Gesù: i giudei non si degnano neppure di chiamarlo per nome, ma lo indicano con un pronome, mentre ostentano la loro fierezza di essere discepoli di Mose.

vv. 30-33 - L’argomentazione del cieco guarito è ancora sul fatto incontestabile della sua guarigione, per rigettare l’obiezione dei giudei e per dimostrare l’origine divina del Maestro.

«Dio non ascolta i peccatori»: e non da ad essi nessun potere: cf. Gb. 27,9; Sl. 65,18; Pr. 28,9; Is. 1,15. Ma ascolta i suoi veri adoratori: Sl. 33,16; Pr. 15,29; At. 10,35; Gc. 5,16.

Questo prodigio appare unico nel suo genere; nella storia sacra non si registrano casi analoghi. Gli oracoli profetici, predicevano la guarigione di ciechi solo ad opera dell’Eletto di Jahvé, nell’era messianica.

v. 34 - La frase richiama il v. 1 con cui forma inclusione. I capi abusando del loro potere in modo altero e superbo, mostrano di essere loro ciechi, nati interamente nel peccato e ostinati nel non volerne venire fuori.

L’espulsione del testimone di Cristo dalla sinagoga consuma il peccato dei giudei e prepara alla susseguente rivelazione di Gesù come "il Figlio dell’uomo".

vv. 35-36 - È l’unica volta nel N.T. che questo titolo «cristologico» diviene oggetto di una solenne professione di fede.

v. 37 - cf. con la rivelazione finale alla samaritana Gv. 4,26.

v. 38 - «Credo Signore»: come farà Marta fra breve (Gv. 11,27). La professione di fede e la prostrazione esprimono la convinzione che Dio è presente nella persona di Gesù.

Il cieco è come un catecumeno: ha fatto un cammino che gli ha aperto gli occhi. Questo cammino si è compiuto dopo una serie di domande e risposte (cf. vv. 35-38) che delineano chiaramente le tappe della fede, che è dono non improvviso e folgorante, ma pedagogia progressiva da parte di Dio, che rispetta ritmi e capacità dell’uomo nell’attirarlo a sé.

v. 39 - «per giudicare»: lett. «per il giudizio»; il vocabolo greco krima è un termine tecnico per indicare il processo, non verso la fine (che Giovanni indica con krisis = sentenza) ma al suo aprirsi e durante il suo svolgimento. Noi potremmo dire: per aprire un processo.

Il Figlio è stato mandato solo per salvare il mondo (3,17; 12,47); però la sua proposta di salvezza per tutti crea effettivamente una divisione: accettarla o respingerla. L’uomo che si riconosce cieco acquista la vista alla luce di Gesù, mentre chi si considera superbamente veggente e si chiude nella sua ragione chiude ancor più gli occhi alla luce di Gesù.

Con la venuta di Gesù-luce è venuta l’ora della decisione ultima: per la perdizione o per la salvezza escatologica.

vv. 40-41 - «Siamo ciechi anche noi?»: la prima condizione per uscire dal peccato è avere coscienza di essere nel peccato.

Monito per i farisei, diventa invito pressante per noi: apriamoci alla luce della rivelazione, partecipiamo con il cieco nato all’esperienza della luce, che viene da Gesù. A nulla valgono, per la nostra salvezza, tutte le nostre preghiere, digiuni, elemosine se manca la fede (cf. Lc. 18,9-14, la parabola del fariseo e del pubblicano).

 La fede inizia, opera ed esige il riconoscimento della realtà quale essa è in rapporto a Dio e all’uomo: Dio è misericordia, l’uomo è miseria e peccato.

Dio chiede solo la possibilità di poter essere e fare in noi quello che è; ma questo non avviene se non nella rottura del nostro peccato che ha reso il nostro cuore come sasso. Il cuore contrito e umiliato è il vero sacrificio che Dio non disprezza (Sal 50,19).

La cecità fisica è drammatica perché chiude l’uomo nella prigione della tenebra impedendogli di gustare pienamente il meraviglioso ventaglio di colori della vita ma ancora più terribile è la cecità interiore che chiude l’uomo nella morte, nella prigione del suo orgoglio, impedendogli di spalancare le porte del cuore alla vita, alla meraviglia dell’amore e di Dio.

Il racconto evangelico poteva concludersi come celebrazione di un prodigio, di una nuova strada aperta dal Signore, ma le parole di Gesù lo aprono al valore di “segno” di una realtà che riguarda tutti e tutti interpella. Gesù, che è vera luce del mondo, rivela definitivamente che cosa significa vedere, provoca alla verifica di questa capacità.

Gesù si manifesta consapevolmente come criterio di verifica, come pietra di confronto per la propria fede. Essere ciechi o vedere è una condizione che sì verifica proprio a confronto dell'accoglienza o meno di Gesù.

Con questo nuovo modo di vedere, che Cristo offre a noi nel battesimo; con questa luce che dobbiamo far risplendere continuamente nella nostra condotta, occorre che ci accostiamo, ora, ai misteri che stiamo per celebrare. Per molti, come al tempo di Gesù, questo nostro stare insieme può sembrare tempo perso, abitudine o altro; per noi costituisce, invece, un incontro di fede col risorto, che ci offre la sua carne come nutrimento, e la sua parola come luce di verità, a rischiarare il nostro cammino.

" Anche noi però, come Samuele, possiamo fermarci all'apparenza, non entrando nel cuore del mistero che sta compiendosi. Anche per noi può accadere ciò che è accaduto ai giudei, di non saper scorgere, in questi umili segni, la presenza divina.

Spesso ci capita di passare accanto al Cristo, senza che riusciamo ad avvertirne la presenza: è troppo piccolo il segno per noi, che abbiamo la vista offuscata dai bagliori delle astronavi, e dal luccichio delle nostre macchine. «Tu vai dicendo: io sono ricco, dovizioso, non ho bisogno di nulla. E non sai che sei un meschino, un miserabile, un povero, e cieco e nudo! Io ti consiglio a comprare da me, dell'oro raffinato col fuoco, per arricchirti, e delle vesti bianche per rivestirti, sicché non apparisca la vergogna della tua nudità, e del collirio, per ungere i tuoi occhi, affinché tu ci veda» (Ap. 3,17-18).

abbazia santa Maria di Pulsano

 

 

Un cieco incontra la luce. Gli occhi si aprono convivendo con Gesù

Chiave di lettura

Il testo del Vangelo di questa quarta domenica di quaresima ci invita a meditare la storia della guarigione di un cieco nato. E’ un testo ridotto, ma molto vivo. Abbiamo qui un esempio concreto di come il Quarto Vangelo rivela il senso profondo nascosto nei fatti della vita di Gesù. La storia della guarigione del cieco ci aiuta ad aprire gli occhi sull’immagine di Gesù che ognuno di noi porta in sé. Molte volte, nella nostra testa, c’è un Gesù che sembra un re glorioso, distante dalla vita del popolo! Nei Vangeli, Gesù appare come un Servo dei poveri, amico dei peccatori. L’immagine del Messia-Re, che avevano in mente i farisei ci impediva di riconoscere in Gesù il Messia-Servo. Durante la lettura, cerchiamo di prestare attenzione a due cose: (i) nel modo esperto e libero con cui il cieco reagisce davanti alle provocazioni delle autorità, e (ii) nel modo in cui lui stesso, il cieco, apre gli occhi rispetto a Gesù.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura

Giovanni 9,1-5: La cecità dinanzi al male che esiste nel mondo

Giovanni 9,6-7: Il segnale dell’ “Inviato di Dio” che provocherà diverse reazioni

Giovanni 9,8-13: La reazione dei vicini

Giovanni 9,14-17: La reazione dei farisei

Giovanni 9,18-23: La reazione dei genitori

Giovanni 9,24-34: La sentenza finale dei farisei

Giovanni 9,35-38: L’atteggiamento finale del cieco nato

Giovanni 9,39-41: Una riflessione conclusiva

Contesto in cui fu scritto il Vangelo di Giovanni

Meditando la storia della guarigione del cieco, è bene ricordare il contesto delle comunità cristiane in Asia Minore verso la fine del primo secolo, per le quali è stato scritto il Vangelo di Giovanni e che si identificavano con il cieco e con la sua guarigione. Loro stesse, a causa di una visione legalista della Legge di Dio, erano cieche fin dalla nascita. Ma, come avvenne per il cieco, anche loro riuscirono a vedere la presenza di Dio nella persona di Gesù di Nazaret e si convertirono. E’ stato un processo doloroso! Nella descrizione delle tappe e dei conflitti della guarigione del cieco, l’autore del Quarto Vangelo evoca il percorso spirituale delle comunità, dalla oscurità della cecità fino alla piena luce della fede illuminata da Gesù.

Commento del testo

Giovanni 9,1-5

La cecità davanti al male che esiste nel mondo

Vedendo il cieco i discepoli chiedono: “Rabbì, chi ha peccato lui o i suoi genitori perché egli nascesse cieco?” In quella epoca, un difetto fisico o una malattia era considerata un castigo di Dio. Associare i difetti fisici al peccato era un modo con cui i sacerdoti dell’Antica Alleanza mantenevano il loro potere sulla coscienza del popolo. Gesù aiuta i discepoli a correggere le loro idee: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio!” Opera di Dio è lo stesso che Segnale di Dio. Quindi, ciò che in quella epoca era segnale di assenza di Dio, sarà segnale della sua presenza luminosa in mezzo a noi. Gesù dice: “Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo.” Il Giorno dei segnali comincia a manifestarsi quando Gesù, “il terzo giorno” (Gv 2,1), realizza il “primo segnale” a Cana (Gv 2,11). Ma il Giorno sta per terminare. La notte sta per giungere, poiché siamo già al “settimo giorno”, il sabato, e la guarigione del cieco è già il sesto segnale (Gv. 9,14). La Notte è la morte di Gesù. Il settimo segnale sarà la vittoria sulla morte nella risurrezione di Lazzaro (Gv 11). Nel vangelo di Giovanni ci sono solo sette segnali, miracoli, che annunciano il grande segnale che è la Morte e la Risurrezione di Gesù.

 

Giovanni 9,6-7

Il segnale di “Inviato di Gesù” che produce diverse reazioni

Gesù sputa per terra, fa del fango con la saliva, spalma il fango sugli occhi del cieco e gli chiede di lavarsi nella piscina di Siloè. L’uomo va e ritorna guarito. E’ questo il segnale! Giovanni commenta dicendo che Siloè significa inviato. Gesù è l’Inviato del Padre che realizza le opere di Dio, i segnali del Padri. Il segnale di questo ‘invio’ è che il cieco comincia a vedere.

 

Giovanni 9,8-13

La prima reazione: quella dei vicini

Il cieco è molto conosciuto. I vicini rimangono dubbiosi: “Sarà proprio lui? E si chiedono: “Com’è che si aprirono i suoi occhi?” Colui che prima era cieco, testimonia: “Quell’Uomo che si chiama Gesù mi ha aperto gli occhi”. Il fondamento della fede in Gesù è accettare che lui è un essere umano come noi. I vicini si chiedono: “Dov’è?” - “Non lo so!” Loro non rimangono soddisfatti con la risposta del cieco e, per chiarire il tutto, portano l’uomo dinanzi ai farisei, le autorità religiose.

 

Giovanni 9,14-17

La seconda reazione: quella dei farisei

Quel giorno era un sabato ed il giorno del sabato era proibito curare. Interrogato dai farisei, l’uomo racconta di nuovo tutto. Alcuni farisei, ciechi nella loro osservanza della legge, commentano: “Questo uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato!” E non riuscivano ad ammettere che Gesù potesse essere un segnale di Dio, perché guariscono il cieco un sabato. Ma altri farisei, interpellati dal segnale, rispondono: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?” Erano divisi tra loro! E chiesero al cieco: “Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?” E lui dà la sua testimonianza: “E’ un Profeta!”

 

Giovanni 9,18-23

La terza reazione: quella dei genitori

I farisei, ora chiamati giudei, non credevano che fosse stato cieco. Pensavano che si trattasse di un inganno. Per questo mandarono a chiamare i genitori e chiesero loro: “E’ questo il vostro figlio che voi dite di esser nato cieco? Come mai ora ci vede?” Con molta cautela i genitori risposero: “Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi. Chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui stesso!” La cecità dei farisei dinanzi all’evidenza della guarigione produce timore tra la gente. E colui che professava di avere fede in Gesù Messia era espulso dalla sinagoga. La conversazione con i genitori del cieco rivela la verità, ma le autorità religiose si negano ad accettarla. La loro cecità è maggiore che l’evidenza dei fatti. Loro, che tanto insistevano nell’osservanza della legge, ora non vogliono accettare la legge che dichiara valida la testimonianza di due persone (Gv. 8,17).

 

Giovanni 9,24-34

La sentenza finale dei farisei rispetto a Gesù

Chiamano di nuovo il cieco e dicono: “Dà gloria a Dio. Noi sappiamo che questo uomo è un peccatore.” In questo caso: “dare gloria a Dio” significava: “Chiedi perdono per la menzogna che hai appena detto!” Il cieco aveva detto: “E’ un profeta!” Secondo i farisei avrebbe dovuto dire: “E’ un peccatore!” Ma il cieco è intelligente. E risponde: “Se sia un peccatore non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo!” Contro questo fatto non ci sono argomenti! Di nuovo i farisei chiedono: “Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?” Il cieco risponde con ironia: “Ve l’ho già detto. Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?” Allora lo insultarono e gli dissero: “Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia”. Con fine ironia, di nuovo il cieco risponde: “Proprio questo è strano! Che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Dinanzi alla cecità dei farisei, cresce nel cieco la luce della fede. Lui non accetta il raziocinio dei farisei e confessa che Gesù viene dal Padre. Questa professione di fede gli causa l’espulsione dalla sinagoga. Lo stesso succedeva nelle comunità cristiane della fine del primo secolo. Colui che professava la fede in Gesù doveva rompere qualsiasi legame familiare e comunitario. Così succede anche oggi: colui o colei che decide di essere fedele a Gesù corre il pericolo di essere escluso.

 

Giovanni 9,35-38

L’atteggiamento di fede del cieco dinanzi a Gesù.

Gesù non abbandona colui per cui è perseguitato. Quando viene messo al corrente dell’espulsione, ed incontrandosi con l’uomo, lo aiuta a dare un altro passo, invitandolo ad assumere la sua fede e gli chiede: “Tu credi nel Figlio dell’Uomo?” E lui gli risponde: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?” Gli disse Gesù: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”. Il cieco esclama: “Credo, Signore!” E gli si prostra dinanzi. L’atteggiamento di fede del cieco davanti a Gesù è di assoluta fiducia e di totale accettazione. Accetta tutto da Gesù. Ed è questa la fede che sostentava le comunità cristiane dell’Asia verso la fine del primo secolo, e che ci sostiene fino ad oggi.

 

Giovanni 9,39-41

Una riflessione finale

Il cieco che non vedeva, finisce vedendo meglio dei farisei. Le comunità dell’Asia Minore che prima erano cieche, scoprono la luce. I farisei che pensavano di vedere correttamente, sono più ciechi del cieco nato. Intrappolati nella vecchia osservanza, mentono quando dicono di vedere. Non c’è peggior cieco di colui che non vuole vedere!

Allargando la visione:

I Nomi ed i Titoli che Gesù riceve

Lungo la narrazione della guarigione del cieco, l’evangelista registra vari titoli, aggettivi e nomi, che Gesù riceve dalle più svariate persone: dai discepoli, dall’evangelista stesso, dal cieco, dai farisei, da lui stesso. Questo modo di descrivere i fatti della vita di Gesù fa parte della catechesi dell’epoca. Era una forma di aiutare le persone a chiarire le proprie idee rispetto a Gesù ed a definirsi dinanzi a lui. Ecco alcuni di questi nomi, aggettivi e titoli. L’elenco indica la crescita del cieco nella fede e come si chiarisce la sua visione.

* Rabbì (maestro) (Gv. 9,1): i discepoli

* Luce del mondo (Gv. 9,5): Gesù

* Inviato (Gv. 9,7): l’Evangelista

* Uomo (Gv. 9,11): il cieco guarito

* Gesù: (Gv. 9,11): il cieco guarito

* Non viene da Dio (Gv 9,16): alcuni farisei

* Profeta (Gv. 9,17): il cieco guarito

* Cristo (Gv. 9,22): il popolo

* Peccatore (Gv. 9,24): alcuni farisei

* Non sappiamo di dove sia (Gv. 9,31): il cieco guarito

* Religioso (Gv. 9,31): il cieco guarito

* Fa la volontà di Dio (Gv. 9,31): il cieco guarito

* Figlio dell’uomo (Gv. 9,35): Gesù

* Signore (Gv. 9,36): il cieco guarito

* Credo, Signore! (Gv. 9,38): il cieco guarito

- Il Nome: “Io SONO”

Per rivelare il significato profondo della guarigione del cieco, il Quarto Vangelo ricorda la frase di Gesù: “Io sono la luce del mondo” (Gv 9,5). In diversi altri luoghi, in risposta alle domande che le persone pongono fino ad oggi rispetto a Gesù: “Chi sei tu?” (Gv. 8,25) o “Chi pretendi di essere?” (Gv. 8,53), il vangelo di Giovanni ripete questa stessa affermazione “IO SONO”:

* Io sono il pane di vita (Gv. 6,34-48)

* Io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv. 6,51)

* Io sono la luce del mondo (Gv. 8,12; 9,5)

* Io sono la porta (Gv. 10, 7.9)

* Io sono il buon pastore (Gv. 10,11,25)

* Io sono la risurrezione e la vita (Gv. 11,25)

* Io sono il cammino, la verità e la vita (Gv. 14,6)

* Io sono la vite (Gv. 15,1)

* Io sono re (Gv. 18,37)

* Io sono (Gv. 8,24.27.58)

Questa auto-rivelazione di Gesù raggiunge il suo culmine nella conversazione con i giudei, in cui Gesù afferma: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv. 8,27). Il nome Io sono è lo stesso che Yavé, nome che Dio assunse nell’esodo, espressione della sua presenza liberatrice tra Gesù ed il Padre (Ex 3,15). La ripetuta affermazione IO SONO rivela la profonda identità tra Gesù ed il Padre. Il volto di Dio rifulge in Gesù di Nazaret: “Chi vede me, vede il Padre!” (Gv 14,9)

Carmelitani